Latest Posts

"Se si paralizza il motore del mondo", di Maurizio Ricci

Non è la tempesta finanziaria del 2008, ma il rischio che il mondo (a cominciare dalle due superpotenze Usa ed Europa) ricada in recessione, con qualche ombra anche di deflazione, è reale. Se accadrà, la responsabilità sarà ancora una volta dei politici, “colpevoli” di non aver tenuto sotto controllo una finanza ipertrofica tre anni fa e, ora, di non aver assecondato una politica di stimolo alla ripresa, comprimendo consumi e investimenti, in nome dell´austerità.
La sorpresa maggiore di una giornata del tutto inaspettata, come quella di ieri, è che il messaggio paradossale che sembra venire dai mercati è completamente diverso da quello ascoltato nelle ultime settimane: non è stata l´angoscia dei debiti pubblici a scatenare il crollo sincronizzato delle borse. Al suo posto, dietro quella che il grosso degli operatori definisce «un´ondata di panico», c´è – nella definizione degli analisti di Morgan Stanley – una growth scare, la paura della mancata crescita, di una ricaduta nella recessione, che i dati sulla debolezza persistente delle economie occidentali fanno temere.
La crisi del 2008 aveva avuto origine in un sistema finanziario troppo squilibrato ed esposto al rischio. Oggi, sostengono gli analisti di Goldman Sachs, è molto difficile che si ripeta una crisi del credito come quella scatenata dal crollo di Lehman Brothers. Almeno negli Usa, il sistema bancario è più solido: c´è più liquidità nelle casse delle banche, riserve più alte, rischi più contenuti e minore affidamento su fondi a breve termine per finanziare investimenti a lunga scadenza. Anche in queste condizioni, era scontato che la storica decisione di Standard & Poor´s di declassare il debito pubblico americano avrebbe avuto effetti dirompenti, rimettendo in discussione tutta l´impalcatura di pagamenti, pegni e garanzie, di cui il dollaro e i titoli del debito americano sono, da sempre, l´architrave. Quello che è avvenuto nelle Borse di tutto il mondo, ieri, è stata, però, una fuga di massa dagli investimenti a rischio (come quelli in azioni) verso i tradizionali rifugi sicuri: l´oro, il franco svizzero e, a sorpresa, i titoli del debito pubblico americani, appena definiti, da Standard&Poor´s, rischiosi. Secondo il premio Nobel Paul Krugman, la corsa all´acquisto dei Bot Usa è un´aperta sconfessione della decisione dell´agenzia di rating. I prezzi dei titoli sono saliti al punto che i rendimenti (che si muovono in senso inverso) sono scesi a minimi storici: 2,41 per cento per i decennali, 1,08 per cento per i quinquennali, solo 0,22 per cento per quelli a due anni.
Dietro questa fuga dalle borse, in altre parole dagli investimenti in imprese e nell´economia reale c´è, secondo molti commentatori, la convinzione che l´America si stia avvitando in una nuova recessione. Puntano in questa direzione i dati più recenti sull´industria manifatturiera, sulla fiducia dei consumatori, le previsioni (l´ultima, del Conference Board, è di ieri) sul ritmo asfittico di assunzioni nel mercato del lavoro. Il recente accordo sul debito, con i suoi drastici tagli di spesa, avrà un effetto depressivo, togliendo risorse all´economia e, dunque, facendo rallentare le entrate fiscali, aggravando, così, il problema del debito. Ma, fra i dati, fa capolino anche lo spettro di un male raro, ma devastante: la deflazione, ovvero la contrazione dei prezzi dovuta alla mancata crescita economica. I segnali ci sono. Le aziende americane sono floride, hanno più soldi che debiti, ma non investono. La Bank of New York, una delle più grandi negli Stati Uniti, ha cominciato ad applicare tassi negativi per i depositi sopra i 50 milioni di dollari: in altre parole, fa pagare per tenere i soldi in banca. Anche tassi così bassi come lo 0,22 per cento sui titoli pubblici a due anni, in realtà, preoccupano. Fanno temere quella che gli economisti chiamano «trappola della liquidità», cioè una situazione in cui i tassi sono così bassi, che la banca centrale non ha più margini per abbassarli ulteriormente e stimolare così l´economia.
Una recessione americana avrebbe ripercussioni pesanti in Europa, dove, peraltro, la situazione è anche più fragile e complicata. Il sistema bancario, largamente esposto ai debiti pubblici nazionali, appare meno solido di quello americano. E il continente è diviso fra paesi con economie ancora vivaci, come la Germania, e paesi sull´orlo della recessione e del ristagno, come Grecia, Portogallo, Irlanda, Spagna e Italia. L´austerità imposta a questi paesi, con il rincaro delle tasse e il taglio delle spese pubbliche, per tamponare il tracollo del debito rischia di prolungare la fase di asfissia delle rispettive economie, allontanando la ripresa e, alla lunga, aggravando la crisi del debito pubblico: se il Pil non aumenta, il suo rapporto con il debito peggiora. L´aggiungersi di un´onda recessiva che, dagli Stati Uniti, si propagasse nel mondo avrebbe un effetto devastante, in particolare in Italia. Già costretta ad un ritmo di sviluppo inferiore all´1 per cento, l´Italia vedrebbe fermarsi il suo volano tradizionale di sviluppo e, al momento, l´unico esistente: le esportazioni. Proiettando nuovamente sul sistema produttivo, a due anni di distanza dall´ultima caduta, l´ombra della crisi, della cassa integrazione, dei licenziamenti, dei fallimenti.
La growth scare ci tocca, insomma, da vicino. Nelle prossime settimane, se continueranno a cavalcare l´ombra della recessione, i mercati potrebbero individuare questo nuovo elemento di debolezza e ripartire all´attacco del debito pubblico italiano. Ieri, l´annunciato intervento della Banca centrale europea sui mercati, ad acquistare Bot italiani e Bonos spagnoli, è riuscito a fermare la febbre e a far ridiscendere il differenziale di rendimento con i Bund tedeschi. Ma la situazione resta in bilico e i mercati potrebbero chiedersi quante munizioni la Bce è disposta a sparare per l´Italia e la Spagna, superando i malumori, ad esempio, dei tedeschi. Per tamponare le crisi greca, irlandese e portoghese, la Bce è arrivata a detenere fino al 20 per cento del debito pubblico complessivo dei tre paesi. Totale, 74 miliardi di euro. Un intervento analogo, per Italia e Spagna, sarebbe di tutt´altro ordine di grandezza. Occorrerebbero 320 miliardi di euro per l´Italia e 115 per la Spagna.

La Repubblica 09.08.11

"L'università italiana: Nepotismo, eccellenze e niente risorse", di Pietro Greco

Tra i docenti di alcune università italiane, soprattutto del Sud, in alcune facoltà, soprattutto a medicina, a ingegneria e a giurisprudenza, c’è una frequenza statistica di alcuni cognomi così anomala da lasciar intendere criteri di selezione poco trasparenti, di tipo parentale. Spesso una famiglia copre intere filiere di cattedre. Lo sostiene Stefano Allesina, un giovane ricercatore italiano che lavora all’Università di Chicago, in un articolo pubblicato su PLoSONE,una rivista scientifica internazionale, dal titolo piuttosto significativo: «Una misura del nepotismo attraverso la distribuzione dei cognomi: il caso dell’Accademia italiana». Allesina ha compiuto un lavoro ottimo – ha analizzato la distribuzione dei cognomi di 61.340 docenti in 28 discipline e 94 università – perché ci aiuta a riflettere sui mali della nostra università. Uno dei quali è, certamente, il nepotismo. Ma il suo lavoro torna utile al Paese e non diventa strumento nelle mani dei demagoghi che vogliono la morte dell’università pubblica, se si tengono in conto tre importanti elementi. Primo: la statistica coglie un fenomeno generale,ma non fornisce valutazioni di merito. L’algoritmo di Allesina avrebbe considerato un’anomalia di stampo nepotistico il fatto che – tra fine ’800 e inizio ’900 – un professore di economia presso un’università del sud, Catania, più volte ministro, abbia avuto tre figli rettori del medesimo ateneo, un quarto figlio docente a Bologna e un nipote chiamato in cattedra “per chiara fama” e quasi senza titoli a Napoli. Quel professore si chiamava Salvatore Majorana-Catalabiano e nessuno ha mai considerato i suoi discendenti, compreso il nipote Ettore, dei raccomandati. Semmai dei geni. In tempi più moderni la famiglia Prodi, su sette fratelli, ne ha visti sei diventare docenti universitari. Nessuno è considerato un usurpatore. In altre parole: la frequenza anomala dei cognomi coglie in maniera indiscriminata sia fenomeni di nepotismo (e in Italia sono tanti e tutti inaccettabili), sia fenomeni di vocazioni familiari. Secondo: il fenomeno riguarda alcune facoltà molto più di altre. In particolare riguarda le facoltà dove è massima la simbiosi con ricche professioni (medicina, giurisprudenza, ingegneria, economia) e minima l’attività di ricerca. Senon teniamo conto di ciò non potremmo spiegarci come mai i ricercatori italiani nell’analisi comparata con i colleghi del resto del mondo hanno – sempre statistiche alla mano – un’elevatissima produttività, un’elevata qualità e un buon tasso di internazionalizzazione. Terzo: per quanto inaccettabile e odioso, non è il nepotismo il male principale dell’università pubblica italiana. Ma il fatto che, caso unico in Occidente, il governo la doti di risorse piccole e sempre minori. Col nepotismo l’università si ammala. Senza risorse muore.

L’Unità 09.08.11

"I paesi contagiati dalle cattive idee", di Joseph E. Stiglitz

La Grande Recessione del 2008 si è tramutata nella Recessione dell´Atlantico del Nord: sono soprattutto Europa e Usa, non i mercati emergenti, a essersi impantanati in una palude di crescita lenta e disoccupazione alta. E sono l´Europa e l´America che stanno marciando, da sole e affiancate, verso l´epilogo di una maestosa débâcle. Lo scoppio di una bolla è stato seguito da imponenti misure di stimolo in stile keynesiano che hanno evitato una recessione più grave, ma hanno anche aperto grossi buchi nei conti degli Stati. La risposta – ingenti tagli alla spesa – garantisce in pratica che la disoccupazione resterà, forse ancora per anni, su livelli inaccettabilmente alti (un enorme spreco di risorse e un sovraccarico di sofferenze).
L´Unione Europea si è finalmente impegnata ad aiutare gli Stati membri in difficoltà finanziarie. Non aveva scelta: con le turbolenze finanziarie che minacciavano di estendersi da Paesi piccoli come la Grecia e l´Irlanda a Paesi grandi come l´Italia e la Spagna, era sempre più a rischio l´esistenza stessa dell´euro. I leader europei si sono resi conto che il debito dei Paesi in difficoltà sarebbe diventato ingestibile se l´economia non fosse tornata a crescere, e questa crescita è impossibile senza assistenza.
Ma anche mentre promettevano aiuti imminenti i leader europei hanno continuato ad agire sulla base della convinzione che anche i Paesi non in crisi devono tagliare la spesa pubblica. L´austerity frutto di questi tagli azzopperà la crescita dell´Europa, e di conseguenza la crescita delle economie europee più in difficoltà: dopo tutto, il miglior aiuto per la Grecia sarebbe una crescita solida dei suoi partner commerciali. La crescita stentata, inoltre, penalizzerà il gettito fiscale, minando l´obiettivo proclamato di risanare i conti pubblici.
Il dibattito prima della crisi era una chiara dimostrazione di quanto poco sia stato fatto per rattoppare i fondamentali dell´economia. La veemente opposizione della Banca centrale europea a una cosa che è essenziale per qualsiasi economia capitalistica (la ristrutturazione del debito di entità fallite o in stato di insolvenza) è la prova della persistente fragilità del sistema bancario occidentale.
La Bce ha sostenuto che i contribuenti si dovevano accollare tutto il peso del debito in sofferenza della Grecia, per timore che un coinvolgimento del settore privato potesse innescare un “evento creditizio” che avrebbe determinato consistenti indennizzi sui Cds e forse alimentato altre turbolenze sui mercati finanziari. Ma se la Bce è veramente preoccupata da questa eventualità, se non sta semplicemente facendo gli interessi dei prestatori privati, sicuramente avrebbe dovuto pretendere dalle banche livelli di capitale più alti.
E avrebbe anche dovuto vietare agli istituti di credito di accedere al rischioso mercato dei Cds, dove le banche sono ostaggio delle decisioni delle agenzie di rating su che cos´è un evento creditizio e cosa non lo è. In effetti, un risultato positivo del recente vertice dei leader europei a Bruxelles è stato quello di avviare un processo che punta a imbrigliare maggiormente la Bce e il potere delle agenzie di rating statunitensi.
L´aspetto più peculiare della posizione della Bce è stata la sua minaccia di non accettare come garanzia titoli di Stato ristrutturati se le agenzie di rating decideranno che la ristrutturazione è da classificare come evento creditizio. Il senso della ristrutturazione è quello di alleggerire il debito e rendere più maneggevole la parte che rimane. Se i titoli erano considerati accettabili come garanzia prima della ristrutturazione, dopo la ristrutturazione diventano sicuramente meno rischiosi, perciò non si capisce per quale motivo non si dovrebbe continuare ad accettarli come garanzia.
Questo episodio serve a ricordare che le Banche centrali sono istituzioni politiche, con un´agenda politica, e che le Banche centrali indipendenti tendono a essere preda (almeno «cognitivamente») delle banche che teoricamente dovrebbero regolamentare.
E le cose non vanno molto meglio dall´altro lato dell´Atlantico. Laggiù l´ultradestra ha minacciato di mandare in bancarotta lo Stato, confermando quello che ipotizza la teoria dei giochi: quando individui irrazionalmente votati a distruggere tutto se non riescono ad averla vinta si scontrano con individui razionali, prevalgono i primi.
Il risultato è stato che il presidente Barack Obama ha accettato una strategia squilibrata per la riduzione del debito, senza aumenti delle tasse, nemmeno per i milionari che tanto bene se la sono passata durante gli ultimi vent´anni, e nemmeno eliminando le regalie fiscali alle compagnie petrolifere, che minano l´efficienza economica e contribuiscono al degrado ambientale.
Gli ottimisti affermano che l´impatto macroeconomico dell´accordo per innalzare il tetto all´indebitamento e impedire il default sarà limitato sul breve termine, all´incirca 25 miliardi di tagli alle spese per l´anno entrante. Ma la riduzione dell´imposta sul libro paga (che metteva oltre 100 miliardi di dollari nelle tasche dei cittadini americani) non è stata rinnovata e sicuramente le imprese, in previsione degli effetti contrattivi del mancato rinnovo di questa misura, saranno ancora più riluttanti a prestare.
La stessa fine delle misure di stimolo produce effetti contrattivi. E con il prezzo delle case che continua a calare, la crescita che arranca e la disoccupazione che rimane ostinatamente alta (un americano in cerca di lavoro su sei non riesce a trovare un impiego a tempo pieno), quello che serve – anche per riportare in ordine i conti pubblici – sono altri stimoli di bilancio, non l´austerity. Il fattore che più concorre a far lievitare il deficit è il calo del gettito fiscale provocato dal cattivo andamento dell´economia: il rimedio migliore sarebbe tornare a far crescere l´occupazione. Il recente accordo sul debito è una mossa nella direzione sbagliata.
Ci sono molti timori sul contagio finanziario tra Europa e America. D´altronde la cattiva gestione della finanza in America è stata una delle principali cause scatenanti dei problemi dell´Europa, e le turbolenze finanziarie sul vecchio continente non sono un bene per gli Stati Uniti, specialmente se si considera la fragilità del sistema bancario Usa e il ruolo che continua a giocare in uno strumento finanziario non trasparente come i Cds.
Ma il vero problema viene da un´altra forma di contagio. Le cattive idee non si fanno fermare dai confini nazionali e le teorie economiche sbagliate si alimentano a vicenda dall´una e dall´altra parte dell´Atlantico. Così come la stagnazione che queste politiche si porteranno dietro.

(Traduzione di Fabio Galimberti)

La Repubblica 08.08.11

"Sostegno col contagocce e classi sovraffollate: Esiste sempre il TAR", di Salvatore Nocera*

Niente remissività, nei confronti delle violazioni della qualità dell’inclusione scolastica, ma ricorso alle vie legali – ovvero ai Tribunali Amministrativi Regionali (TAR) – sia per quanto riguarda le ore di sostegno in meno, sia in caso di classi sovraffollate. Un messaggio rivolto sia ai genitori che alle organizzazioni che li sostengono
Ho letto qualche giorno fa in Superando l’intervento di Davide Del Duca, direttore della Fondazione Bambini e Autismo di Pordenone, assai preoccupato per i tagli alle ore di sostegno all’inclusione scolastica e mi ha colpito il tono di rassegnazione dal quale era pervaso [tale testo è disponibile cliccando qui, N.d.R.].
MI permetto dunque di rammentare a tutti i genitori e alle organizzazioni che li sostengono che esiste un’importantissima Sentenza della Corte Costituzionale, la 80/10, che ha annullato una norma della Legge Finanziaria del 2007, proprio nella parte in cui essa non garantiva ore di sostegno didattico «secondo le effettive esigenze», di cui all’articolo 1, comma 605, lettera b della Legge 296/06.
Pertanto, i genitori che ritengono non vengano rispettate le ore corrispondenti alle «effettive esigenze» dei loro figli – evidenziate sulla base della Diagnosi Funzionale e del conseguente Piano Educativo Individualizzato (PEI) -, non abbiano timore di diffidare con lettera raccomandata e avviso di ricevimento i Dirigenti Scolastici e il Direttore dell’Ufficio Scolastico Regionale, sul fatto che, qualora non vengano rispettate tali effettive esigenze documentate, essi interporranno ricorsi al Tribunali Amministrativi Regionali (TAR) contro quelle assegnazioni. E ciò sulla base non solo della Sentenza della Corte Costituzionale citata, ma anche in applicazione dellla Legge 122/10, che agli articoli 9, comma 15 e 10, comma 5 espressamente prevede che le ore vadano richieste subito e possibilmente non oltre il 31 luglio, indicandole nel Piano Educativo Individualizzato (quest’ultimo da compilare entro luglio – per l’anno successivo – con la partecipazione della famiglia, ai sensi dell’articolo 12, comma 5 della Legge 104/92) e che il Dirigente Scolastico ha l’obbligo di inviare immediatamente all’Ufficio Scolastico Regionale per la formulazione delle deroghe in organico di fatto.
Le famiglie, inoltre, debbono chiedere per iscritto che venga immediatamente comunicato loro dal Dirigente Scolastico quante ore definitive sono state assegnate ai singoli alunni certificati con grave disabilità ai sensi dell’articolo 3, comma 3 della Legge 104/92. Qualora tale numero risulti inferiore a quello richiesto e documentato, si può procedere immediatamente al ricorso al TAR, che dovrebbe provvedere entro poche settimane all’assegnazione in via d’urgenza del numero di ore richiesto. Cosicché, dopo circa un anno, quando ci sarà la sentenza di merito che accoglierà il ricorso, l’Amministrazione Scolastica verrà condannata non solo a rimborsare le spese di causa, ma anche – se richiesto – i danni non patrimoniali, dovuti al periodo in cui l’alunno ha subìto la sofferenza della mancata nomina dell’adeguato numero di ore di sostegno.

E ancora, le famiglie devono sapere pure che da parte loro va subito chiesto al Dirigente Scolastico quanti saranno gli alunni nella prima classe delle scuole di ogni ordine e grado in cui è stato iscritto il ragazzo con disabilità. Infatti, l’articolo 5, comma 2 del DPR 81/09 stabilisce che tali prime classi (e logicamente anche le seconde susseguenti alle prime che lo scorso anno hanno rispettato tale norma) non possono avere più di venti alunni, aumentati al massimo a ventidue dall’articolo 4 del medesimo DPR.
Se apprendono poi che sempre per i “soliti” tagli indiscriminati alla spesa pubblica, quei limiti massimi sono stati violati (o che sono state accorpate due classi, superando i tetti massimi indicati), i genitori facciano immediatamente ricorso al TAR anche per questo aspetto, pretendendo che siano rispettati i parametri fissati dallo stesso Ministero con il citato DPR 81/09.
In tal senso è opportuno ricordare che su questo vi sono già due pronunce, una del TAR Puglia del marzo scorso [se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.] e una precedente del TAR del Lazio [se ne legga nel nostro sito cliccando qui, N.d.R.].
Contro le violazioni della qualità dell’inclusione scolastica, occorre non essere remissivi, ma reagire legalmente. Le classi meno numerose, del resto, sono state volute dallo stesso Ministero per evitare la delega del processo di inclusione al solo insegnante per il sostegno e per pretendere la presa in carico da parte di tutto il Consiglio di Classe, come espressamente scritto nell’articolo 19, comma 11 della Legge 111/11 [conversione del Decreto Legge 98/11, N.d.R.] e ulteriormente chiarito nella successiva Circolare Ministeriale 63/11 del 13 luglio scorso.

*Vicepresidente nazionale della FISH (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap).

da ScuolaOggi 08.08.11

«Vogliono abbattere il Welfare. E giocare con la Costituzione», intervista a Rosy Bindi di Maria Zegarelli

Ci stanno facendo commissariare in un agosto terribile». E non perché «dobbiamo tornare a Roma e riaprire il Parlamento», il punto è «che tutto questo non serve, non è inserendo una modifica in Costituzione che si affronta una crisi economica di questa portata, non è in questo modo che spieghiamo all’Europa e ai mercati che l’Italia è un paese credibile». Rosy Bindi, presidente del partito Democratico, non è tra coloro, come Walter Veltroni e il
Terzo Polo, che apprezzano l’annuncio delle modifiche degli articoli 41 e 81 della Carta costituzionale. Né è tra quanti pensano che il cambio di passo possa avvenire con questo governo e con questo presidente del Consiglio. «L’unica possibilità di avere la nostra collaborazione è quella di modificare profondamente la manovra introducendo le misure che abbiamo proposto noi, ma non lo faranno».
Presidente, la sua sembra una chiusura di credito totale. Neanche questa emergenza senza precedenti può aprire uno spiraglio tra maggioranza e opposizione, considerato che Berlusconi non ci pensa proprio ad un passo indietro?
«Berlusconi ha detto che non vuole dimettersi, questo ormai è evidente, ma che riesca ad andare avanti fino al 2013 mi sembra più che altro un suo desiderio perché la situazione è così grave proprio per questa sua ostinazione. La causa principale delle difficoltà italiane dipende dalla mancanza di credibilità del governo, e se ne uscirà soltanto con le elezioni anticipate. Siamo di fatto un Paese commissariato».
Cicchitto respinge questa lettura dei fatti.
«E sbaglia perché rischiamo di essere commissariati da Germania e Francia che dettano l’agenda a istituzioni europee molto deboli. Questo mondo sta cambiando velocemente, ci sarebbe bisogno che nei singoli governi ci fossero personalità in grado di accettare le sfide del tempo. Questa è una crisi che riguarda l’Europa, l’America e i mercati globali: ci sarebbe bisogno di governi più lungimiranti, di una nuova politica, di un’Europa più forte; di leader in grado di governare questi grandi cambiamenti. In Italia ce n’è più bisogno che altrove perché la situazione è più grave che altrove».
Il governo risponde riaprendo il Parlamento per avviare l’iter delle modifiche alla Costituzione su pareggio di bilancio e libertà d’impresa. Misure giudicate inefficaci da molti, ma da molti altri utili.
«Noi ci siamo resi da subito disponibili 24 ore su 24 per affrontare questa emergenza ma ci piacerebbe essere convocati per cose serie non per misure prive di effetti. Mi è sembrato, il loro, solo un modo per rispondere a questa polemica sulla chiusura del Parlamento per un mese».
Quindi secondo lei è inutile modificare la Costituzione?
«Penso più semplicemente che non c’entri proprio nulla con quanto sta accadendo. Non è modificando due articoli della Costituzione che si risponde alla drammaticità del momento. Né possono pensare, come qualcuno sta facendo nella maggioranza, di agganciare a questa discussione temi come la giustizia. L’opposizione ha chiesto una sessione parlamentare ad hoc per discutere della riduzione dei parlamentari, dei costi della politica e di tutte le misure davvero necessarie: non pensino di usare il dibattito sul pareggio di bilancio e la libertà d’impresa per arrivare ad altro. Noi non lo permetteremo. La serietà della Costituzione e del momento non consentono di prestarsi a mosse demagogiche o strumentali».
Prodi ritiene che introdurre in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio non solo è inutile in questo momento, ma potrebbe addirittura essere dannoso.
«Ha ragione. Ho già detto che contesto entrambe le ipotesi di modifica, sia all’articolo 41 sia all’81- e pregherei tutti di non dare i numeri quando si parla di Costituzione. Le contesto nel merito perché, come sostiene anche Prodi, introdurre l’obbligo del pareggio di bilancio in alcuni momenti storico-economici potrebbe essere controproducente e perché toccare, così come vogliono loro, l’articolo 41 rischia di essere una sorta di istigazione all’illegalità senza tradursi in una norma liberale. Possiamo dividerci nel merito nel Pd ma non ne vale la pena se gli effetti di queste modifiche sono inesistenti.
Per noi la Costituzione è una cosa seria davvero e non possiamo permettergli di usarla perché non sono in grado di fare le scelte necessarie e di presentarle con chiarezza anche con un progetto per il futuro».
L’altra misura annunciata è l’anticipo di un anno degli effetti della manovra. Bersani chiede chiarezza. Dove prenderanno i soldi?
«L’unica misura vera annunciata è l’anticipo di un anno del pareggio di bilancio. Ma non possono farlo tenendo fermi i contenuti di quella manovra. Qui dobbiamo denunciare con forza un fatto: il governo affida il risanamento, e addirittura la possibilità della ripresa della crescita, all’abbattimento del sistema di welfare intaccando pesantemente i diritti dei cittadini».
Invece cosa sarebbe necessario fare da subito?
«Intanto non toccare i fondi destinati a Enti locali e Regioni perché questo vorrebbe dire colpire i cittadini, poi bisogna tassare le ricchezze e usare la leva fiscale per diminuire le disuguaglianze. Si inaspriscano le norme contro l’evasione fiscale; si facciano liberalizzazione serie e vere; si punti all’efficienza della pubblica amministrazione e si investa su ricerca e infrastrutture, come chiesto anche dalle parti sociali. E si abbia il coraggio di intervenire sui privilegi: in questo paese c’è una classe dirigente, non solo politica, troppo numerosa e troppo onerosa. Se accogliessero queste proposte noi saremo pronti a fare la nostra parte, ma questo non accadrà».
Lei ha toni piuttosto ultimativi. Altra storia rispetto alle ultime dichiarazioni del Terzo Polo. L’opposizione non marcia più compatta rispetto alla posizione da avere con il governo e con le misure annunciate?
«Voglio sperare che quelle del Terzo Polo siano solo tattiche politiche. Non credo che possano legarsi ad una operazione così pericolosa per la vita del nostro Paese che rischierebbe di vanificare anche tutta la forza della loro azione politica che in questi anni ha dato dei risultati importanti. Temo che se accetteranno di cadere nelle rete che gli è stata tesa dalla maggioranza ne pagheranno le conseguenze. Come è possibile accettare di collaborare solo perché anticipano di un anno misure contro cui abbiamo votato qualche settimana fa?».

L’Unità 08.08.11

******

«Tagli inefficaci e iniqui sulle spallen delle famiglie» Intervista a Chiara Saraceno di Felicia Masocco

Le famiglie con redditi medi e bassi sono ostaggio della manovra, sia se passa la delega fiscale, sia se non passa e si procederà con i tagli lineari. Nell’uno e nell’altro caso saranno loro a pagare di più». La sociologa Chiara Saraceno non ha dubbi, i tagli – o il “riordino” dei conti come amano dire dalle parti di Palazzo Chigi – hanno un target preciso: le famiglie del ceto medio e quelle ancora più deboli. Con meno servizi e meno agevolazioni fiscali, si faranno carico della mole di “risparmi” di spesa cui il Paese è costretto. Il punto è che la scelta di tagliare la spesa si impone, basti guardare ai mercati internazionali. Ed è così che il governo si difende.
Dove si possono rastrellare le risorse?
«I tagli sono necessari dopo che per anni, irresponsabilmente, ci hanno detto che andava tutto bene. Ma vanno negoziati e calibrati meglio. Si vogliono tagliare le detrazioni fiscali, bene, quali? Andrebbero tagliate quelle più facilmente fruibili dagli abbienti, per
esempio le assicurazioni sulla vita o quelle per le spese mediche, non certo le detrazioni per le spese dei figli o degli asili nido. Calibrare significa andare ad incidere di più sui redditi più alti e non su quelli medio bassi: anche intervenire sulla detrazione per i mutui da un certo reddito in su non sarebbe sbagliato, i margini di manovra ci sono se si vuole equità».
Tutto questo per una crisi a lungo sottovalutata. Poi arrivano le agenzie di rating a dare la sveglia: non le sembra paradossale che la vicenda dei mutui sub-prime alla fine la paghino i genitori che hanno un figlio nel nido di una qualsiasi città italiana?
«Quando scoppiò la crisi per via dei mutui sub-prime dicemmo che non ce ne importava nulla, “mica siamo gli Stati Uniti!” Salvo vedere poi che le aziende chiudevano e che la crisi non riguardava solo la finanza ma l’economia reale. Senza contare i grossi errori delle agenzie di rating. Tuttavia non credo che possiamo continuare a dire “ce ne freghiamo”, con il debito altissimo del nostro Paese. Fare qualcosa è ineludibile, ma non ammazzando la gallina che fa le
uova. E neanche procedere iniquamente e in modo inefficace».
Anche inefficace?
«L’idea di fare come la Grecia, cioè stringere la cinghia e basta, mi turba moltissimo. Si rischia che nessuno più consumi e che l’economia non si riprenda, e non va neanche bene licenziare per abbattere la spesa pubblica o azzerando gli investimenti. È una follia ridurli per la scuola e la ricerca. Se dobbiamo essere più competitivi dobbiamo avere un capitale umano che stia al passo».
Tra le ipotesi per far cassa c’è quella di alzare l’età per la pensione delle donne. Lei su questo si è sempre detta d’accordo….
«Sì, lo sono, come scambio, però, con i servizi di cura. Aver rinviato l’innalzamento dell’età al 2020 è ridicolo e iniquo visto che per le lavoratrici pubbliche la norma cè già».
È però del tutto evidente che questo scambio non c’è: i servizi, l’assistenza, il welfare vengono ridotti fortemente con la manovra. Non si rischia il boomerang?
«Dire “no” senza negoziare significa lasciare che le scelte vengano fatte sulla nostra testa. Ora vogliono tagliare le indennità di accompagnamento e assegnarle in base al reddito. Preferirei che venisse mantenuta l’assistenza agli invalidi gravi (per chi ha disabilità parziali neanche c’è) e venisse aumentata l’età pensionabile per le donne: sarebbe più equo anche per le donne che avrebbero una pensione più decente. Vorrei che si discutesse di queste cose, vorrei che qualcuno ai tavoli avesse questa impostazione. Non mi piace affatto che Bossi dica che l’età della pensione non si tocca e poi gli va benissimo che si tagli l’assistenza agli anziani gravi. Ho anch’io il timore che alla fine si faccia questo e quello e anche per questo mi piacerebbe conoscere le proposte alternative dell’opposizione: non basta dire che Berlusconi deve andarsene!».
Dopo questa serie di stangate, la famiglia italiana è destinata a cambiare?
«Il problema dell’Italia è che da moltissimo tempo si è molto affidata alle famiglie senza ragionare sulle povertà, sull’autonomia dei giovani e delle donne: oggi di fronte alla crisi la famiglia è estremamente vulnerabile, più simile, se vogliamo, alla famiglia statunitense, con meno protezione, priva di secondi redditi, costretta a far fronte – per un periodo ancora più lungo – a un numero maggiore di persone. Di sicuro la famiglia non scoppierà, ma se ne faranno sempre meno: i giovani lasciano la casa dei genitori sempre più tardi, le donne non lavorano e per questo (non per il contrario) non fanno figli. Più forte sarà la richiesta della solidarietà familiare forzata, più difficile sarà fare una famiglia».

L’Unità 08.08.11

"Negli atenei indici di merito da calibrare", di Francesco Favotto

Il sistema universitario italiano sta vivendo una fase di transizione effervescente fra downsizing e cambiamento. Di recente ha iniziato a operare l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca (Anvur), il cui primo documento su “Criteri e parametri per l’abilitazione nazionale” mostra la potenzialità della nuova istituzione e i rischi ai quali è esposta. Le due novità principali sono l’utilizzo della mediana per migliorare la selezione dei candidati e, specialmente, dei commissari di concorso (vengono reclutati i docenti che si trovano – per qualità scientifica – al di sopra della mediana, il valore centrale della graduatoria) nonché il ricorso a database internazionali con uso di indici bibliometrici. L’opzione internazionale è fuori discussione: studiosi che hanno ampliato a livello internazionale l’arena conoscitiva in cui operano, anche studiando temi o applicando metodologie nazionali o locali, hanno maggiori probabilità di essere studiosi di qualità e formatori di capitale umano avanzato. Anche l’adozione della mediana e degli indici è interessante: quale soggetto valutatore non cerca un modo sintetico, efficace, non discutibile, un voto (o un indice) per classificare gli studenti, nel nostro caso gli studiosi, e impostarlo in chiave evolutiva?

Però fra il dichiarare il merito e applicarlo, lo spazio è enorme. E qui si trovano i rischi maggiori per l’Anvur. L’applicazione meccanica di criteri e parametri a una realtà complessa come un’università o un sistema universitario rischia di smentire a priori i benefici attesi. La valutazione, cioè, al di là degli aspetti tecnici o numerici, è innanzitutto un processo e un aspetto della politica organizzativa e gestionale.

Nella prima proposta Anvur ci sono aspetti tecnici da migliorare: database diversi ammettono pubblicazioni differenti e portano quindi a indici di performance eterogenei per lo stesso studioso o diversi per studiosi con produttività simile ma di aree disciplinari differenti. E ci sono aspetti organizzativo-culturali da approfondire. Ad esempio: per l’area giuridica, notoriamente “nazionale” per leggi e istituzioni, l’enfasi all’internazionalizzazione va attentamente calibrata; lo stesso per l’area umanistica. Inoltre, in aree come medicina, ingegneria, fisica, agraria e veterinaria convivono sezioni pienamente inserite nella competizione internazionale e altre che sono a stadi intermedi; lo stesso vale per l’area dell’economia aziendale, che l’Anvur aveva proposto addirittura di spaccare in due applicando metodi di valutazione diversi.

In sostanza, le novità annunciate per essere davvero efficaci vanno applicate agli stadi evolutivi delle diverse discipline e non calate in modo meccanico e pressoché uniforme sul sistema o su due parti dello stesso (aree 1-9 contro aree 10-14). Senza parlare poi della necessità di non penalizzare la “generazione di mezzo” degli studiosi fra i senior in uscita e i giovani subito international.

La consapevolezza critica viene mostrata dalla stessa Anvur nel secondo documento del 3 agosto, in cui ragiona sui molti commenti ricevuti. La strada è quella giusta, ma va articolata e mediata nella sua traducibilità. Da questo punto di vista una maggiore interazione fra Anvur e attori del sistema potrebbe aiutare.

Cun e Università di Padova

Il SOle 24 Ore 08.08.11

"Ora dite la verità" di Claudio Sardo

Il governo deve scoprire le carte e dire la verità. Siamo in pericolo, siamo bersaglio della speculazione, siamo commissariati dall’Europa: non è accettabile che Berlusconi e Tremonti nascondano agli italiani le concrete condizioni imposte loro dalla Bce e dai leader dell’Unione.Invece stanno centellinando le informazioni, un po’ per coprire la clamorosa retromarcia rispetto a ciò che il premier aveva affermato in Parlamento, un po’ nella speranza di trarre qualche vantaggio tattico per la sopravvivenza.
Ma quella lettera della Bce, arrivata qualche giorno fa e i cui contenuti sono cominciati a filtrare oltre la rete di Palazzo Chigi, non può essere nascosta al dibattito pubblico. Perché, se è vero che la missiva contiene anche la richiesta di un drastico abbattimento del deficit già nel 2012, prima dell’anticipo del pareggio di bilancio nel 2013, stiamo parlando di tagli ancora più drastici al welfare e,
secondo l’impostazione attuale del governo, di pesi insostenibili per le famiglie e i ceti più deboli. Non solo le opposizioni, ma anche le parti sociali hanno diritto di conoscere subito i termini dell’operazione di bilancio per fronteggiare i mercati. Il senso di responsabilità avrebbe già dovuto indurre Berlusconi alle dimissioni per favorire quella coesione sociale che è condizione e premessa di una soluzione d’emergenza. Ma non ha fatto nulla. Si è barricato sperando di allontanare il giorno del giudizio. Invece i giudizi interni ed esterni sono continuati ad arrivare: tutti negativi. In Parlamento il neosegretario del Pdl Alfano ha persino azzardato una difesa del governo “politico” di Berlusconi scagliandosi contro tutti i sostenitori di una soluzione “tecnica”. Il risultato è che oggi abbiamo un simulacro di governo tecnico, per di più eterodiretto, con l’aggravante ulteriore che la trasmissione degli ordini è inceppata, o peggio occultata. Mentre tutti attendiamo con apprensione la nuova risposta dei mercati, il governo smetta almeno di fare i giochini. Se non sono così pazzi da pensare di restare in trincea con i soli Bossi e Scilipoti, rendano pubbliche le condizioni dell’Europa e comincino a lavorare per cambiare la manovra economica. La manovra approvata dal centrodestra è iniqua e insostenibile. Raddoppiarla vuol dire affondare il Paese. Per ritrovare almeno un po’ di coesione sociale stavolta deve pagare di più chi ha di più.

L’Unità 08.08.11