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"Finanza fuori controllo. La politica non può limitarla", intervista a Zygmunt Bauman di Andrea Malaguti

Zygmunt Bauman, sociologo e filosofo, teorizzatore della “società liquida”: la globalizzazione detesta i vincoli, un po’ come la malavita. L’Europa non fallirà e neppure l’Italia, ma il problema è che non si sa chi comanda

«Il problema centrale di questa crisi è che c’è un potere, quello finanziario, totalmente fuori controllo. Non esiste un sistema politico internazionale in grado di limitarlo».

Dunque siamo destinati al collasso e alla povertà globale?
«Non lo so. So che la mia generazione di fronte alle crisi di sistema si domandava una cosa semplice: che cosa dobbiamo fare? Adesso la domanda da porsi è un’altra, e al momento non ha risposta: a chi ci dobbiamo rivolgere per fermare la macchina?». Leeds, Inghilterra del Nord, prima periferia di questo mostro urbanistico da ottocentomila abitanti, otto minuti a piedi dall’Università. In una villetta bianca, su tre piani, circondata da una vegetazione selvaggia, Zygmunt Bauman, 86 anni, sociologo della società liquida, si siede nel salotto soffocato dai libri che fu di sua moglie Janina. «Abbiamo vissuto assieme 63 anni. Non smetterò mai di amarla». Scivola su una poltrona di pelle verde di fianco alla scrivania sistemata nel bovindo. Una luce malata inonda le vetrate che guardano il giardino. Il suo studio è al piano di sopra. E’ un uomo sottile, elegante, lungo, con un viso antico, vestito di scuro. Un girocollo grigio da esistenzialista, la giacca nera, una corona di capelli bianchi che arrivano alle spalle, la pipa rigirata tra le dita sottili, nodose, annerite dal tabacco. Ha appena finito di sfogliare il New York Times. Sul tavolino tondo, di noce, ha preparato delle fragole con la panna. «Col succo d’arancia sono straordinarie». Accavalla le gambe. «Non mi stupisce affatto quello che sta succedendo a Obama».

Perché professor Bauman?
«C’erano troppe aspettative su quell’uomo. La maggior parte erano irrealizzabili».

Secondo la stampa internazionale l’abbassamento del rating è un’umiliazione senza precedenti per gli Stati Uniti.
«Obama è un uomo. E si trova a fare i conti con una vicenda che è più grande di lui. E dà le risposte di un politico classico. Da quando è stato eletto si preoccupa più dei mercati che delle persone. Come se tra le due cose ci fosse un nesso. Ma la disoccupazione aumenta. E aumentano anche i tempi d’attesa nel passaggio da un lavoro all’altro, così come crescono i senza tetto. La povertà si moltiplica. Di sicuro neppure i neri stanno meglio».

Una presidenza disastrosa?
«No. Normale. Ma se le persone non credono in se stesse e nei leader che le guidano il tracollo è inevitabile. Ho scritto un libro, due anni fa, che prevedeva quello che sarebbe successo».

Cioè?
«Obama mi ricorda gli ebrei tedeschi dopo la prima guerra mondiale. Si sentivano dei metatedeschi, più tedeschi dei tedeschi. Bramavano l’integrazione ma inconsapevolmente segnavano una diversità. Appena sono cominciati problemi li hanno isolati».

Che c’entra il Presidente americano?
«Lui ha fatto lo stesso. Si è presentato come la grande speranza, ma si è preoccupato troppo di piacere ai livelli alti. Quelli che sono decisivi per la rielezione. Poi ha perso il controllo. Perché la politica non è in grado di condizionare la Borsa e i mercati. Se li è fatti sfuggire. Ma forse era inevitabile».

Ora anche la Cina pretende spiegazioni, non solo gli americani.
«I cinesi non sono preoccupati per i soldi che hanno prestato. E’ l’idea di perdere il loro più grande mercato di riferimento che li terrorizza. Dove mettono la quantità infinita di beni che producono ogni giorno? Non avere sbocchi, questo sì che sarebbe una tragedia. Sono i danni della globalizzazione».

Che cosa non le piace della globalizzazione?
«Io mi limito a fare una fotografia. Gli Stati si sono sempre fondati su due cardini: il potere (cioè fare le cose) e la politica (cioè immaginarle e organizzarle). La globalizzazione si muove senza politica. Ha bisogno di rapidità. Detesta i vincoli. Un po’ come la malavita. Le regole sono un ostacolo. Così i mercati più fiorenti nel mondo sono quello criminale e quello finanziario. Non importa se sono sporchi o puliti. Non fa riflettere?».

Professore, l’Europa rischia di squagliarsi?
«No. L’Europa è fatta. Non si può sciogliere. Gli Stati sono troppo legati tra di loro. Non fallirà l’Italia e non finirà l’Unione. Peraltro il problema di Roma non è soltanto Berlusconi. Chiunque fosse al suo posto sarebbe nelle stesse condizioni. E’ il mondo a essere nei guai».

Come se ne esce?
«Ha letto quello che ha detto ieri Prodi?».

Il problema dell’Europa è che non si sa chi comanda.
«Condivido. Ma il punto è che la pensano così anche i leader europei. Che sono ben felici di non prendersi responsabilità in questo momento. E’ l’ora di mettersi a ripensare la società all’interno della quale ci interessa vivere. Provi a chiedere in giro se qualcuno conosce il nome del presidente dell’Unione».

Peggio oggi o nel 2007?
«E’ lo stesso scenario. La follia del credito. C’è una crisi di valori fondamentali. L’unica cosa che conta è la crescita del Pil. E quando il mercato si ferma la società si blocca».

L’ossessione dei consumi.
«Già. Perdoni l’esempio, ma se lei fa un incidente in macchina l’economia ci guadagna. I medici lavorano. I fornitori di medicinali incassano e così il suo meccanico. Se lei invece entra nel cortile del vicino e gli dà una mano a tagliare la siepe compie un gesto antipatriottico perché il Pil non cresce. Questo è il tipo di economia che abbiamo rilanciato all’infinito. Se un bene passa da una mano all’altra senza scambio di denaro è uno scandalo. Dobbiamo parlare con gli istituti di credito».

Per dire che cosa?
«Per capire come fare intervenire la politica. Cinque anni fa ciascuno di noi è stato inondato da lettere delle banche che invitavano le persone comuni a prendere una carta di credito. Un lavaggio del cervello generale. Le banche hanno bisogno che la gente sia indebitata. Prima ti misurano, cercano di capire quanto vali. Poi ti prestano i soldi. Fanno il contrario di quello che faceva – fa? – la mafia siciliana. Se un picciotto ti concedeva un prestito pretendeva che glielo restituissi, pena la morte. Le banche no. Le banche non vogliano che paghi. Ti offrono altre formule di indebitamente, perché più ti prestano denaro più guadagnano con gli interessi. E’ così che, ad esempio, è nata la bolla immobiliare negli Stati Uniti e in Irlanda. Solo che le bolle a un certo punto esplodono».

E’ il mondo alla fine del mondo?
«No, quello non finisce mai. Nella storia l’uomo affronta crisi cicliche. E le risolve sempre. Bisogna solo capire quanto sarà alto il prezzo da pagare stavolta. Temo molto alto. Soprattutto per le nuove generazioni».

da www.lastampa.it

Quando Tremonti irrideva i liberisti e assicurava: «Mai più guerre sull’articolo 18», di Francesco Cundari

Il ministro dell’Economia annuncia «la madre di tutte le liberalizzazioni» dopo avere navigato con destrezza tra Marx e Borghezio, pro e no-global rivendicando coerenza e preveggenza delle crisi. Che gli sta mancando…

ANTI-STATALISMO
I due blocchi: «C’è un blocco statalista formato da Stato, grande industria e sindacati, e c’è un blocco non statalista, formato da tutto il resto. Il primo, con ovvie eccezioni, si riconosce nell’Ulivo, l’altro nel Polo e nella Lega».
Privatizzazioni: «Dico solo che dopo l’ottima fase di Ciampi le privatizzazioni si sono fermate. Noi le rilanceremo. Non sono, le privatizzazioni, né di sinistra né di destra. Servono a fare soldi per abbattere il debito pubblico». (Intervista all’Espresso, 16 maggio 2001)
L’Italia come l’Irlanda: «Il Vecchio Continente si gioca tutto se riesce a liberarsi all’ossificazione politica. In questo, l’Italia è un’avanguardia, possiamo dire di avere intercettato il vento del nuovo mondo… Dall’assetto di controllo delle banche ai fondi
pensione, dal rientro dei capitali alla detassazione degli utili… Il nostro scenario è proprio quello di fare in grande ciò che ha fatto l’Irlanda». (Intervista al Sole 24 Ore,
27 dicembre 2001)

ANTI-MERCATISMO
Dazi e quote: «I governi non fanno e non lanciano l’economia, non ci riuscivano eppure quelli comunisti… Devono pensare a opere pubbliche, energia, tenuta dei conti pubblici e protezione del lavoro. Ovvero devono chiedere più che possono dazi E quote». (Videochat su Corriere.it 8 marzo 2006)
Profeta in patria: «Lei avrebbe fiducia in una classe politica che non vede il futuro, evede il presente ancora come proiezione di un passato che si sta sbriciolando? Io No». (Intervista al Messaggero, 18 marzo 2008)
Valori eterni: «Il nuovo centrodestra deve recuperare molte antiche parole come autorità, responsabilità e identità. Non serve ingegneria sociale per introdurre valori nuovi, dobbiamo difendere quelli eterni». (Intervista al Foglio, 17 luglio 2007)

Dopo averlo ascoltato annunciare (ancora una volta) la riforma dell’articolo 41 della Costituzione, presentata addirittura come la «madre di tutte le liberalizzazioni» nella solenne conferenza stampa di venerdì, molti ammiratori del ministro dell’Economia saranno rimasti delusi.
Perlomeno quelli tra di loro che ne apprezzavano maggiormente il repertorio di sinistra, tutto citazioni di Karl Marx, elogi del posto fisso, condanna della globalizzazione e dello strapotere della finanza. Appassionati lettori di pamphlet come Rischi fatali (best-seller del 2005 che sin dal sottotitolo si scagliava contro il «mercatismo suicida»), o come il più recente La paura e la speranza. Scrupolosi esegeti di tutte le sue interviste-manifesto sulla crisi finanziaria e gli squilibri globali. Ma forse, dopo averlo sentito annunciare pure la riforma del mercato del lavoro, un po’ delusi saranno rimasti anche tutti quei moderati che contavano su di lui per un approccio equilibrato. Echemagar ne avevano apprezzato l’intervista a Repubblica del 21 aprile 2008, in cui scandiva: «Per essere chiari, nessuno di noi è ansioso di rifare battaglie epocali come quella sull’articolo 18».
In compenso, con la sua nuova svolta liberista, il ministro avrà certo riconquistato alcuni dei suoi primi estimatori. Divoratori del suo saggio del 1997, Lo stato criminogeno (Laterza), incentrato sulla filosofia dello Stato minimo. «L’estensione dello Stato – scriveva il Tremonti antistatalista di allora – causa la proliferazione delle leggi; la proliferazione delle leggi causa la moltiplicazione degli illeciti, reali o potenziali; la moltiplicazione degli illeciti causa, infine, prima la diffusione e poi la banalizzazione dei crimini». Certo sembrano lontanissimi i tempi in cui Michele Santoro lasciava che fosse proprio Tremonti ad aprire Anno Zero con un interminabile monologo sulla crisi globale, con tanto di lavagnetta (non sarà stata la scrivania per il contratto con gli italiani che Bruno Vespa offrì al Cavaliere, ma faceva comunque il suo effetto). Eppure era solo il 10 marzo scorso, e persino il titolo della puntata era una carezza promozionale al ministro-scrittore: «Rischi fatali». Proprio come il suo libro.
D’altra parte, questa sua capacità di spiazzare costantemente alleati e avversari, spaziando con disinvoltura da Karl Marx a Mario Borghezio, com’era inevitabile, non gli ha procurato solo elogi e riconoscimenti trasversali,ma anche trasversali inimicizie. E così, se da un lato Santoro non ha esitato a stendergli più volte un tappeto rosso, chiamando a discutere le sue tesi no-global Fausto Bertinotti, Ferruccio de Bortoli ed Eugenio Scalfari, dall’altro lato, in tutte le inchieste di Report che in qualche modo lo toccavano, non mancavano mai interviste feroci agli ultraliberisti dell’Istituto Bruno Leoni o del collettivo Noise From Amerika, che al ministro ha dedicato anche un libro (Tremonti, istruzioni per il disuso, edizioni Ancora del Mediterraneo).
La prima conclusione che si potrebbe trarne è che nulla in politica è importante quanto sapere adeguare il proprio messaggio ai tempi e agli interlocutori che si hanno di fronte. Di sicuro è quello che deve aver pensato Guglielmo Epifani, quando gli chiesero di commentare l’elogio tremontiano del posto fisso come base della stabilità sociale, pronunciato a un convegno del 19 ottobre del 2009. «La variabilità del posto di lavoro, l’incertezza, la mutabilità per alcuni sono un valore in sé, per me onestamente no», aveva detto il ministro. E così aveva proseguito: «C’è stata una mutazione quantitativa e anche qualitativa del posto di lavoro, da quello fisso a quello mobile. Per me l’obiettivo fondamentale è la stabilità del lavoro, che è base di stabilità sociale».
Alla fatale domanda dei cronisti, l’allora segretario della Cgil replicò dunque senza scomporsi: «Chiedete a Confindustria». Il commento di Confindustria, naturalmente, non fu positivo. «Riteniamo che la cultura del posto fisso sia un ritorno al passato non possibile, che peraltro in questo Paese ha creato problemi», disse Emma Mercegaglia. Ma non si può avere tutto.
Del resto, il Tremonti del 2009 non era più quello degli inizi del decennio. Quello che proprio al Sole 24 Ore spiegava che «il Vecchio Continente si gioca tutto se riesce a liberarsi dall’ossificazione politica». E che assicurava: «In questo, l’Italia è un’avanguardia, possiamo dire di avere intercettato il vento delnuovo mondo.In sei mesi abbiamo avviato un grande processo di rigenerazione della struttura economica del Paese. Dall’assetto di controllo delle banche ai fondi pensione, dal rientro dei capitali alla detassazione degli utili, fino alla fortissima semplificazione degli adempimenti contabili». Quindi, soddisfatto, il gran finale: «Se non si era capito finora, adesso si comincia a capire che il nostro scenario è proprio quello di fare in grande ciò che ha fatto l’Irlanda». Ma chi avrebbe potuto immaginare, nel 2001, che la «Tigre celtica» da tanti indicata a esempio, alla fine del decennio sarebbe diventata un modello negativo? È chiaro, e sarebbe ingeneroso negarlo, che un uomo politico e un intellettuale che giochi un ruolo di primo piano per tanto tempo, attraversando tante fasi ed eventi diversi, è troppo facilmente esposto all’accusa di incoerenza, al facile gioco delle citazioni contrapposte. Citazioni che è agevole scegliere come fior da fiore, tra quasi venti anni di interviste, saggi, interventi pubblici che sempre, inevitabilmente, pagano anche qualcosa a legittime esigenze tattiche, polemiche, occasionali. È anche vero, d’altronde, che pochi leader politici si prestano così bene a questo gioco, forse anche per una certa naturale tendenza del ministro al giudizio definitivo, alla considerazione solenne, alla frase storica. Quella che il primo ottobre scorso gli faceva dire, per esempio, a proposito della crisi irlandese: «Lo avevo previsto.Enon sono Nostradamus».
Va anche detto, tuttavia, che proprio Tremonti non si è mai mostrato troppo tenero con osservatori e analisti colti in fallo. In particolare con liberisti come Francesco Giavazzi, al quale ha continuato a ricordare per anni, in ogni polemica, l’entusiasmo con cui aveva salutato il fallimento di Lehman Brothers come «una buona giornata per il capitalismo». Non a caso, sulla crisi che proprio di lì sarebbe scaturita, e che Tremonti si picca di essere stato tra i pochi a prevedere, avrebbe dato i giudizi più sferzanti. «Tra tutti gli economisti che scrivono e pontificano – avrebbe detto al Messaggero del 18 marzo 2008 – ce n’è qualcuno che ha saputo prevedere, almeno l’anno scorso, quel che sarebbe successo? Nessuno. Forse Bernanke prima di decidere l’intervento per Bear Stearns avrebbe dovuto dare un colpo di telefono a Monti o a Giavazzi. È la bancarotta intellettuale di un ceto che ha dominato questi anni». Quindi, con parole che si potrebbero anche considerare involontariamente autobiografiche, concludeva: «Lei avrebbe fiducia in una classe politica chenon vede il futuro, e vede il presente ancora come proiezione di un passato che si sta sbriciolando? Io no».

da L’Unità

«Se l’assistenza diventa un bancomat», di Ruggero Paladini

Sembra che Berlusconi abbia trovato motivo di soddisfazione nel fatto che Obama, Merkel e Sarkozy si siano preoccupati di spingerlo ad anticipare al 2013 l’obiettivo del pareggio di bilancio. Il compito di anticipare di un anno i 23,5 miliardi, in modo che l’effetto complessivo della manovra raggiunga i 48 miliardi, spetta al “suo” ministro dell’Economia, anche se dover parlare con quest’ultimo non deve essere stato particolarmente gratificante. Non va dimenticato, infatti, che la delega di riforma fiscale ed assistenziale era nata per annunziare un taglio delle tasse. Al contrario gli italiani hanno appreso che da essa dovevano uscire tagli per 20 miliardi (di cui quattro in più nel 2012) e ora apprendono che questi tagli saranno anticipati. Quello che ancora è del tutto oscuro è se essi si concentreranno sulla spesa assistenziale oppure sulle “tax expenditures”, cioè su deduzioni e detrazioni in sede Irpef, aliquote ridotte in sede Iva e altre agevolazioni fiscali. Entro settembre 2012 dovrebbe essere varata una riforma dell’assistenza volta a eliminare non meglio definite sovrapposizioni e duplicazioni di prestazioni assistenziali; se ciò non dovesse avvenire, ci penserà la clausola di salvaguardia a tagliare linearmente tutte le agevolazioni fiscali. Ora, che la nostra spesa assistenziale abbia bisogno di una profonda revisione è indubitabile; basti pensare che siamo l’unico paese europeo (insieme alla Grecia, guarda caso) a non avere un sistema di intervento di ultima istanza, cioè una rete di sicurezza che possa intervenire in tutte le situazioni di difficoltà, dalle famiglie numerose ai non autosufficienti o ai disoccupati. Dove siano le sovrapposizioni, tuttavia, lo sa solo Tremonti (e probabilmente neanche lui). Poiché sulla stampa si è fatto riferimento agli assegni al nucleo familiare (Anf), vale la pena di soffermarsi su questo istituto. La “duplicazione” nascerebbe dal fatto che i lavoratori dipendenti che ricevono gli assegni per i figli usufruiscono anche delle detrazioni per gli stessi in sede Irpef. Sarebbe questa quindi una sovrapposizione, tale da giustificare l’eliminazione degli Anf? Va ricordato che: 1) se nel nucleo familiare i redditi diversi da quelli da lavoro dipendente superano il 30%, gli Anf non sono dovuti; 2) gli Anf cessano al compimento del diciottesimo anno di età, mentre le detrazioni non hanno limite; 3) gli Anf sono un trasferimento monetario (dell’Inps) e non sono soggetti al problema dell’incapienza che invece si manifesta nelle detrazioni fiscali; 4) i lavoratori versano dei contributi all’Inps per gli Anf. Si possono razionalizzare i due istituti? Certamente sì, ma non tagliandone uno. Nel Libro Bianco del Ministero dell’Economia e delle Finanze su Irpef e Anf del 2008 è stata presentata la proposta di unificazione delle detrazioni per figli e degli Anf da applicare inizialmente a tutti i minori di tre anni; a regime il costo aggiuntivo era calcolato sui cinque miliardi, da aggiungere quindi, non da tagliare. In realtà la nostra spesa per l’assistenza è già nettamente sottodimensionata rispetto a quella della maggioranza degli altri Paesi europei, per cui tagli per oltre un punto di Pil determinerebbero effetti di quella “macelleria sociale” che Tremonti si è spesso vantato di voler evitare. L’altra frase spesso ripetuta dal ministro è: «Non metteremo le mani nelle tasche degli italiani». Se, come è probabile, la riforma dell’assistenza si ridurrà a una “stretta” sulle pensioni di invalidità, ma nulla di più, allora scatteranno i tagli lineari sulle “tax expenditures” e le mani nelle tasche degli italiani saranno infilate in profondità, ma non in modo uguale per tutti. Saranno infilate in modo particolare sui lavoratori dipendenti, sui redditieri minori che consumano in maggior misura i beni con aliquote Iva al 4% e al 10%, su chi ha avuto spese sanitarie di maggior importo e così via. L’accelerazione di una manovra di circa tre punti di Pil potrà ottenere l’intervento della Bce per calmare l’attuale frenesia dei mercati finanziari, ma avrà sicuramente un effetto recessivo, con la conseguenza che lo stesso pareggio di bilancio entro il 2013 non verrà realizzato. I problemi di fondo dell’economia italiana rimangono dunque irrisolti.

da L’Unità

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Caccia a 17 miliardi, nel mirino le pensioni di anzianità, di Mario Sensini
Contratti aziendali estesi, il governo preme. Dubbi del sindacato

Gli esperti si sono già messi a fare i conti, arrivando a una conclusione univoca: anche a essere molto cattivi, dalla spesa per l’assistenza sociale sarà impossibile tirar fuori 17 miliardi di euro, quanti ne servono per anticipare il pareggio di bilancio, entro la fine del 2013. E così si fa strada l’ipotesi di nuovi interventi sulle pensioni per evitare di pescare nel serbatoio delle agevolazioni fiscali, destinato a finanziare la riduzione delle aliquote Irpef, e in qualche modo a bilanciare i tagli. Ufficialmente l’argomento non è all’ordine del giorno, e il governo non ha neanche accennato alle parti sociali nell’incontro di due giorni fa. Prima di tutto, con loro, c’è da affrontare il problema delle norme per estendere “erga omnes”la contrattazione aziendale. Il governo le vuole, la Confindustria le sollecita, ma i sindacati hanno ancora qualche perplessità. Mettere subito sul piatto anche la questione previdenziale sarebbe forse troppo. Resta il fatto che tra i tecnici dell’esecutivo e gli esperti del settore, la discussione sulla previdenza è già avanzata. Il perché è presto detto: dalla riforma dell’assistenza, in soli due anni, si possono tirare fuori al massimo 4 miliardi di euro. È vero che a regime, cioè in un tempo più lungo, potranno essere molti di più. Ma i soldi per arrivare al pareggio di bilancio un anno prima del previsto, nel 2013, servono subito. E dunque si ragiona su almeno tre fronti: l’età di pensione delle donne nel settore privato, le pensioni di reversibilità, e soprattutto quelle di anzianità. Per le donne si tratterebbe di accorciare drasticamente il periodo di avvicinamento ai 65 anni degli uomini, che si concluderà solo nel 2030. Mentre sui 5 milioni di pensioni di reversibilità, che l’Italia concede con generosità senza pari in Europa (38 miliardi l’anno), l’intervento sarebbe più graduale, dovendo far salvi i diritti acquisiti. Il vero problema, come il grosso della spesa e dei possibili risparmi, è nelle pensioni di anzianità. Nel 2010 l’età media effettiva di pensionamento degli uomini è stata di appena 58,5 anni. Nel 2011 salirà a 58,8. Da qui al 2014, a tirar su l’asticella, contribuirà l’aumento progressivo delle “quote”, date dalla somma di contributi ed età anagrafica. Tra tre anni, tuttavia, si potrà ancora andare in pensione a 61 anni (a 62 per gli autonomi). E di questo passo, per arrivare a un pensionamento effettivo a 65 anni ci vorranno almeno trent’anni. Perpetuando ancora a lungo, per giunta, le ingiustizie del “doppio binario”. Chi va in pensione anticipata oggi, ci va con il vecchio sistema “retributivo”, cioè con un assegno pari alla media degli ultimi dieci anni di stipendio. Chi arriverà alla pensione di anzianità fra quindici anni, invece, ci andrà parecchi mesi dopo, e con il sistema “contributivo”, ovvero con una pensione di gran lunga più bassa. C’è dunque anche una ragione di equità, oltreché l’emergenza del momento, che potrebbe spingere il governo a compiere il passo decisivo e finale sul sistema previdenziale. Gli esperti valutano due strade possibili. La più drastica è l’abolizione tout-court delle pensioni di anzianità, lasciando nell’ambito della legge sui lavori usuranti le uniche vie di fuga prima dei 65 anni (che poi saliranno con l’agganciamento alle speranze di vita). C’è chi suggerisce, invece, la strada dei disincentivi: un “x”per cento in meno di pensione per ogni anno che manca al limite della vecchiaia, oppure il ricalcolo dell’assegno solo con il meccanismo contributivo.

da il Corriere della Sera

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«Pensioni, sanità, condoni e sprechi ecco come in 40 anni ci siamo indebitati», di Carlo Petrini

Il debito vale il 120% del Pil ma all´inizio degli anni 70 era al 50% Poi è arrivata l´era delle spese incontrollate: assunzioni facili, corruzione e sperperi. Anche dopo l´euro gli incassi una tantum e cartolarizzazioni non sono stati utilizzati per riequilibrare il bilancio pubblico e rispettare gli impegni Ue

La vetta dei 2 trilioni è vicina. Siamo, secondo i dati Bankitalia, a quota 1.890 miliardi, e per fine anno si salirà ancora più su. Come ormai ripetono tutti: il 120 per cento del Pil. Un debito il cui costo cresce al crescere degli spread e che, con la solita ruvidezza, Bossi ha paragonato a «carta straccia». Che ci espone all´assalto dei mercati e ci costringe a cure, improvvise, quanto severe e dolorose.
Per Berlusconi, che non dimentica mai di ricordarlo, la colpa è «dei governi che ci hanno preceduto». E´ così? Certo il passato è comunque gravido del presente, ma bisogna vedere come e perché. Fatto sta che nel lontano periodo 1961-1973 il debito-Pil dell´Italia era solo al 50,3 per cento del Pil. A Maastricht mancavano trent´anni. E poi? Poi comincia l´esplosione. Nel periodo 1974-1985 raggiungiamo l´80,5 per cento del Pil, nel 1990 siamo al 94,7 per cento, nel 1995 il picco storico è del 121,5 per cento. Toccò a Romano Prodi, affiancato da Ciampi, per raggiungere l´obiettivo dell´euro, stringere la cinghia e riportare il livello al 109 per cento nel 2000.
A dare la caccia alle responsabilità si rischia di non uscirne se si guarda alla storia. Senz´altro l´invecchiamento demografico ha gonfiato a partire dai primi Anni Novanta le pensioni (incidevano per un quarto nel 1980 e ora hanno superato il 32 per cento). E furono necessari i decisi interventi di riforma di Amato-Dini-Prodi. La sanità è stata inarrestabile: è passata, nello stesso periodo, dal 13,6% al 15,3%. A guardare le tabelle della recentissima Commissione Giarda, sembra che anche le spese per gli apparati burocratici dello Stato siano incomprimibili: la voce «servizi generali» incideva per il 12,3 nel 1980 e pesa il 13,8 per cento dell´intera spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2009, a dispetto di tutte le campagne di tagli annunciate dai vari governi.
La collezione delle norme che hanno acceso il boom del nostro debito è sterminata. Negli anni Settanta le pensioni italiane cominciarono ad essere calcolate sugli ultimi stipendi (oggi non è più così), furono indicizzate all´inflazione, nel 1971 nacque la Gepi e vennero assunti 600 mila dipendenti pubblici. Tutta colpa dei «formidabili» Anni Settanta? Altrettante responsabilità vanno attribuite agli Anni Ottanta: l´economia cresceva ma i governi, segnati da un alto tasso di corruzione, non ne approfittarono per risanare. Ma forse è agli ultimi dieci anni, dopo l´introduzione dell´euro che bisogna guardare per trovare le responsabilità del rischio-default dell´Italia di oggi. Nel periodo 2001-2006 con Berlusconi e Tremonti si evitò accuratamente di affrontare il problema ricorrendo alle «una tantum»: 19,3 miliardi furono incassati con il condono tombale e furono cartolarizzati gli immobili pubblici senza però migliorare i conti dello Stato. Anzi, già nel 2005 la Ue estrasse il «cartellino rosso» e ci mise sotto accusa per deficit eccessivo (giunto al 4,3%). Dopo la parentesi di Padoa Schioppa, che nel 2007 ridusse il deficit-Pil al 2,7%, siamo tornati nella tempesta: dovuta, in parte, alla crisi internazionale. Ma sono in molti a chiedersi se, ad esempio, i due miliardi destinati alla riduzione dell´Ici nel 2008 non potevano essere spesi per dare un po´ di fiato all´economia e se, anche stavolta, si è persa l´occasione per risanare.

da la Repubblica

«Pronti ad aiutare un nuovo governo con uomini credibili», di Alessandra Rubenni

«Noi faremo la nostra parte, ma se il premier non lascia, ogni provvedimento rischia di durare un mese e poi si tornerà da capo», avverte il leader del Pd, che chiede chiarezza sui costi sociali delle misure anti-crisi.

«Dopo 3 anni di favole ci troviamo col cappio al collo. Ma noi vogliamo capire due cose essenziali: se questo prezzo lo devono pagare solo i ceti medi, quelli a minor reddito e la gente che ha bisogno dei servizi o se disturbiamo qualcun altro». Alle sette di sera, davanti alle telecamere del Tg3, Pier Luigi Bersani torna a battere sullo stesso tasto, sulla preoccupazione scattata un attimo dopo l’annuncio fatto l’altra sera dal presidente del Consiglio sull’anticipo della manovra al 2013. È innanzitutto sul costo sociale della “nuova” ricetta berlusconiana per salvare l’Italia che il Pd vuole chiarezza. E poi «vogliamo sapere se finalmente c’è qualche riforma nella manovra per il lavoro e la crescita. Non pensi Tremonti di poter venire senza rispondere a queste domande, su questo faremole nostre proposte», ripete il segretario dei Democratici, che avverte il ministro dell’Economia: «non pensi di uscire dalle Commissioni parlamentari senza uscire dalle nebbie, senza dire cioè dove precisamente e a carico di chi e di che cosa intende ricavare decine di miliardi dall’assistenza e dalla manovra sul fisco e detrazioni». Tanto per essere precisi, ci faccia capire «quanto pagherà chi ha redditi, patrimonio e ricchezza paragonabili, per fare solo un esempio, a quelli del presidente del Consiglio». Certo, ci sarebbe voluto «e ci vorrebbe un governo nuovo, fatto rapidamente, con personalità autorevoli, credibili nel mondo, che riuscissero a raccogliere il massimo di forze parlamentari. Su questa ipotesi – assicura Bersani – noi saremmo pronti ad abbassare un po’ le nostre bandiere e a dare pienamente una mano». Ma il Pd farà comunque, «responsabilmente» la propria parte – garantisce il segretario – cercando di correggere le misure che si vareranno, ma «finché sta lì Berlusconi, e lo dice il mondo non solo noi, tutto quello che facciamo rischia di durare un mese e poi farci tornare da capo».

PREZZO SOCIALE
Del resto, a fronte di una situazione economica gravissima, per la presidente del Pd al Senato, Anna Finocchiaro, il governo è ancora fermo agli annunci o a scelte, come quella sull’inserimento del pareggio di bilancio nella Carta, «che sono positive ma che richiedono tempo e non toccano l’oggi», mentre anticipare le misure annunciate senza modificarle significa dare «un ulteriore colpo a famiglie e lavoratori» perché «se non sicambia la manovra ci sarà un prezzo sociale molto alto da pagare». E anche lei conferma: «Noi andremo in Parlamento comunque e avanzeremo le nostre proposte, note da tempo. Responsabilità vorrebbe che il governo ci ascoltasse».
Insomma, il grosso del Pd non esita a leggere i quattro pilastri della proposta anticrisi del Cavaliere come un aggregato di demagogia, annunci ancora in alto mare e – laddove qualcosa di concreto c’è – misure ad altissimo rischio per la collettività. Così la vede anche il presidente dei Democratici Rosy Bindi, critica sulle due modifiche alla Costituzione proposte dal premier, che sarebbero solo «un debole diversivo» rispetto alla drammaticità delmomento,ma assolutamente contraria all’anticipo del pareggio di bilancio al 2013 se primanon si cambia «una manovra depressiva e iniqua» e sulla scelta di «puntare tutto sulla delega sociale e il lavoro, senza intervenire sulla crescita e lo sviluppo», accentuando le diseguaglianze.
Pesante bocciatura anche da Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, su questa formula anti-crisi che anziché liberalizzare l’economia ripropone la modifica dell’articolo 41 della Costituzione, che avvia verso una ulteriore precarizzazione del mercato del lavoro e che non specifica le fonti precise dei 20 miliardi di maggiori imposte e minori spese attribuite alla delega fiscale ed assistenziale anticipata al 2013, ma «si cimenta in un intervento demagogico e sbagliato sul pareggio di bilancio in Costituzione».
Proprio da Fassina arriva una sentenza senza scampo: se non accettano «le correzioni proposte dalle opposizioni si anticipa una manovra pesantemente regressiva e, quindi, depressiva».
Mac’è pure chi è su posizioni diverse e mostra una parziale apertura. Così Walter Veltroni, che giudica negativamente la manovra («occorre che non deprima, con la stangata fiscale, una crescita vicina allo zero», e ascoltate le parti sociali e le opposizioni, vanno introdotte «forti correzioni») apprezza comunque la decisione sull’anticipo del pareggio di bilancio, considerato «ragionenovele» anche dal senatore Marco Follini.

da L’Unità

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«Il pareggio di bilancio nella Carta? È solo fumo», di Laura Matteucci
Intervista a cesare Damiano. L’ex ministro del Lavoro «Non è realizzabile nel breve
periodo e non serve a superare l’emergenza economica»

Un diversivo. Una proposta che non trovo affatto convincente. Fumo negli occhi per non affrontare quello che sta davvero dietro le scelte di bilancio, l’incapacità di questo governo a contrastare la crisi, peraltro negata fino all’altro giorno. A cui adesso risponde anticipando una manovra iniqua, che avrà effetti dirompenti sui ceti medio-bassi, e depressivi sull’intera economia». L’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano, ora capogruppo Pd in commissione Lavoro alla Camera, boccia senza appello i quattro «pilastri» sbandierati da Berlusconi e Tremonti come la diga in grado di arginare il pressing planetario sull’economia e sulla politica italiana, alla cui capacità di solvenza i mercati non credono più.
Partiamo dal pareggio di bilancio in Costituzione: lei lo trova “un diversivo”, perchè?
«Non sarebbe realizzabile nel breve periodo: se anche tutto filasse liscio, ci vorrebbe quasi un anno per una modifica costituzionale. Già questo, fa della propostaun escamotage per nascondere il vero problema del governo: l’incapacità di intervenire subito e con serietà. Un po’ come gli incontri con le parti sociali – cui loro, peraltro, l’hanno costretto: è un’operazione di facciata, fatta da un governo cheha sempre negato la concertazione, e semmai perseguito le divisioni. In più, si tratta di un vincolo che finirebbe per irrigidire ogni possibilità di manovra politica: di fronte ad un’emergenza seria non si potrebbe varare un correttivo che l’affronta con efficacia, assumendosene la responsabilità politica».
Se il problema è il tempo, allora anticipare la manovra ha un senso.
«Avrebbe senso se la manovra fosse un’altra. Questa scarica i costi solo sui più deboli, colpisce severamente le pensioni, aumenta la pressione fiscale, e costruisce una sorta di patrimoniale sui più poveri, con la tassazione dei depositi, anche modesti, e l’introduzione dei ticket. In più, non ci sono risorse per gli investimenti: una manovra depressiva, in una logica di pura quadratura dei bilanci. Si tratta di intervenire con rapidità? Bene,ma innanzitutto correggiamo gli effetti distorsivi degli interventi. Non vedo perchè ancora una volta siano state esentate le rendite finanziarie».
Allude ad una patrimoniale.
«Questo Paese ha reazioni inconsulte quando si pronuncia quella parola, incredibile. Io penso ai grandi patrimoni, ascrivibili al 10% delle famiglie: non capisco perchè non debbano concorrere una tantum al salvataggio. Su questo il Pd deve lavorare, pretendendo che qualsiasi futura manovra non esenti qualcuno dal pagare dazio».
Non ci sono già delle proposte in campo?
«Bisogna andare avanti. Anche analizzando le conseguenze devastanti di 30 anni di liberismo: non dobbiamo vergognarci di dire che i mercati vanno regolati, o che lo Stato deve poter intervenire. Di parlare di redistribuzione della ricchezza e di progressione delle imposte. Dobbiamo dotare la politica di una visione alternativa, altrimenti saremo solo i correttori di bozze scritte da altri».
Si torna a parlare di Statuto dei lavori.
«Il colpo finale è al modello contrattuale e alla rappresentatività. Quello Statuto fa perno sulla derogabilità dei contratti, su un’ulteriore riduzione delle tutele del lavoro, compresa la riforma dell’art. 18».
Tremonti enfatizza la libertà d’impresa, con la modifica all’art. 41.
«Lo fa perchè vuole dare un finto segnale di modernizzazione. Ma modificare quell’articolo, che chiama le imprese alla responsabilità sociale, ha un senso di deregolazione totale. Un “liberi tutti” che sa di far-west. E di cui non mi pare proprio le imprese abbiano bisogno»

da L’Unità

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«Ma la nostra proposta è strutturale non nominale», di La. Ma.
Intervista a Giorgio Tonini. Il senatore Pd «È una soluzione europea. Tiene conto
del ciclo economico. Negli anni difficili consente di sforare»

Èuna richiesta europea. La Germania è stato il primo Paese ad accogliere l’appello, la Francia ha già avviato le procedure per farlo, e adesso, costretti dall’emergenza, arriviamo anche noi. Questo è un punto che mi trova favorevole, ma solo a determinate condizioni». Il senatore Pd Giorgio Tonini, ora capogruppo in commissione Esteri, condivide la proposta di inserire in Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, peraltro già lanciata giorni fa dal Terzo polo insieme a Nicola Rossi, ex Pd ora nel gruppo Misto e sottoscritta da diverse firme bipartisan tra cui quella del democratico Enrico Morando. L’obiezione di molti economisti, tra cui Tito Boeri, è che rischieremmo la fine di Obama,costretto poi auntour deforce in Congresso per alzare il tetto del debito. La norma, insomma, sarebbe troppo rigida.
«Boeri dice questo perché ha in mente solo la proposta di Rossi, dalla quale ci distinguiamo per l’inserimento di una clausola. Noi ci rifacciamo all’accordo europeo, che in realtà parla di pareggio strutturale di bilancio, non nominale, che quindi tenga conto del ciclo economico. Si prevede il pareggio al netto degli effetti del ciclo: se è positivo il patto diventa più stringente e, viceversa, negli anni difficili, consente di sforare. Il vincolo, insomma, dev’essere flessibile, non rigido: più severo se l’economia cresce, più tollerante in caso contrario».
Il processo di modifica della Costituzione è lungo e complesso: non avremmo bisogno di interventi immediati?
«Per approvarlo in fretta almeno in prima lettura, infatti, bisognerebbe muoversi subito. Invece, il calendario del governo fissa la riunione della commissione competente giovedì prossimo. Di fatto, significa rimandare tutto a settembre. È chiaro che occorrerebbe anticipare, tra l’altro procedendo anche alla riduzione dei parlamentari, sulla quale siamo tutti d’accordo».
Ma non basta noi vincoli europei già esistenti?
«Quelli sono il punto di riferimento. Inserire l’obbligo nella Carta sancirebbe il fatto che il risanamento è un bene non disponibile ai diversi governi e maggioranze parlamentari. Un obiettivo che resta fisso, condiviso dall’intero Paese».
Gli altri punti di cui hanno parlato Berlusconi e Tremonti come li giudica?
«L’anticipo del pareggio di bilancio è anche giusto,mail problema sono i contenuti della manovra. Troppo spostata sul lato delle entrate, finisce per mettere sotto torchio i soliti noti. Piuttosto, bisogna intervenire in modo strutturale sulla spesa, e semmai alleggerire la pressione fiscale a dipendenti e imprese».
Come? Con una patrimoniale?
«Abbiamo un problema enorme: dobbiamo rapidamente liberarci di una quota consistente di debito, e per farlo credo sia giusto chiedere alla parte più ricca della società un contributo. Non in chiave punitiva, ma di responsabilità e solidarietà. Ricordandoci, dati Bankitalia, che il 50% del patrimonio privato vale 7volte il debito pubblico ed è in mano al 10% delle famiglie».
E «la madre di tutte le liberalizzazioni », la riforma dell’art. 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa? È questa che porterà la crescita necessaria?
«Quella è una boutade, costruita perchè a Tremonti piacciono le cortine fumogene. L’art. 41 prevede la responsabilità sociale delle imprese, e nessun imprenditore peraltro se n’è mai lamentato. Non è proprio il caso di cambiarlo, tanto meno come surrogato di una seria politica di liberalizzazioni di cui, invece, non si vede l’ombra. Tremonti farebbe bene a seguire Bersani nelle sue “lenzuolate”, e su questo saremmo tutti d’accordo».

da L’Unità

"Dalla scuola ai debiti, l'America fa i conti con il suo declino", di Maurizio Molinari

Gli storici di Harvard: gli Usa come l’antica Roma, i giorni del dominio sono finiti

Il «Launch Math Achievement Center» promette di trasformarli in «scienziati geniali» prima ancora della fine della scuola dell’obbligo. Se padri e madri ritengono che una palestra colorata disseminata di giochi tipo «Piccolo Einstein» possa garantire un futuro migliore ai figli è perché la sfiducia nel sistema dell’istruzione è uno degli aspetti concreti della percezione pubblica del declino nazionale, destinata ad essere accresciuta dal primo downgrading finanziario della Storia. Gli adolescenti a stelle e strisce sono i 17˚ del mondo per conoscenze scientifiche e i 25˚ in matematica in una statistica dell’Ocse che è diventata patrimonio di milioni di famiglie da quando il presidente Barack Obama l’ha citata nel discorso al Congresso sullo Stato dell’Unione per illustrare l’avvenuto sorpasso dell’America da parte degli asiatici, cinesi e coreani in testa, che invece eccellono in queste materie. La sovrapposizione fra scuole carenti, debito in crescita e campagne militari che non accennano a finire – non solo in Afghanistan ma anche in Iraq, dove il previsto ritiro totale è tornato in discussione – spingono lo storico di Harvard Niall Ferugos a sostenere nel suo «Civilization: The West and the Rest» che i giorni del dominio della civilizzazione Occidentale, basata sulla forza dell’America, sono terminati nel segno dell’affermazione del «Resto» del mondo in un cambio della guardia alla guida del Pianeta che Fareed Zakaria – uno dei columnist più in sintonia con la Casa Bianca – descrive sul magazine “Time” come “il riordino del ponte del Titanic dopo il naufragio”.

L’incubo di seguire l’Antica Roma nella sorte dell’inesorabile declino imperiale è d’altra parte connaturato all’identità americana, come spiega il politologo conservatore Rufus Fears, ricordando che «i padri fondatori che scrissero la Costituzione ispirandosi alla Repubblica Romana sapevano che istituzioni e libertà erano legate alla vitalità del patriottismo» che negli ultimi tempi sembra essere anch’esso in vistoso calo. Per i pensatori conservatori come Norman Podhoretz la responsabilità è di Obama che si inchina davanti a sovrani e imperatori stranieri, gira il mondo scusandosi per il potere americano e teorizza la “guida dal sedile posteriore” facendo comprendere di essere il primo ad avere accettato il ridimensionamento economico e militare degli Usa. Per gli opinionisti liberal come E. J. Dionne invece la colpa è dei repubblicani che con la riconta di Florida 2000 usurparono l’elezione di George W. Bush indebolendo le istituzioni, nei seguenti otto anni dilapidarono il surplus ereditato da Bill Clinton ed ora si oppongono all’aumento delle tasse per i ricchi, che avrebbe consentito una maggiore riduzione del deficit e scongiurato il downgrading finanziario. Per comprendere quanto il dibattito sul declino entra nelle viscere della nazione bisogna salire sul monti della Pennsylvania dove, attorno al lago Teedyuskung, i resort costruiti negli anni Sessanta per ospitare il boom della classe media bianca sono preda di famiglie di immigrati asiatici in un cambio di popolazione a cui viene data una spiegazione differente. Per i proprietari dei resort “i bianchi sono talmente impoveriti da non potersi permettere neanche le vacanze” mentre gli ultimi wasp anglosassoni e protestanti in circolazione la pensano come Kevin, un ex ufficiale di polizia di Long Island, secondo cui è “una fase transitoria di difficoltà per tutti ma i soldi presto torneranno”. Il duello, di mente e anche di stomaco, è sul paragone fra l’America di Obama con quella di Herbert Hoover e di Jimmy Carter. Nel 1932 il repubblicano Hoover lasciò una nazione devastata dalla crisi al democratico Franklin Delano Roosevelt che la risollevò con il New Deal e nel 1980 il democratico Jimmy Carter lasciò l’America con le auto in fila davanti ai benzinai al repubblicano Ronald Reagan che la rilanciò con le liberalizzazioni. “Il problema sta nel fatto – replica Dick Durbin, senatore democratico dell’Illinois – che entrambe quelle ricette economiche non funzionano più perché il liberismo di Reagan ha portato al crack del 2008 e il modello keynesiano di Roosevelt non è più possibile con i pesanti tagli alla spesa pubblica a cui siamo obbligati”. L’interrogativo dunque è se l’America saprà trovare dentro di sè una nuova ricetta per la produzione della ricchezza nel XXI secolo.

A giudicare dalla classifica di Forbes le uniche due aziende yankee capaci di primeggiare nella globalizzazione – essendo le uniche incluse nelle prime 10 per dimensioni – sono Walmart e ExxonMobil ma grande distribuzione ed energia sono stati motori di crescita del Novecento le cui posizioni di forza appaiono residui del passato. Duerisposte più attuali vengono dagli opposti estremi dell’America di Obama. Eric Schmidt, ex ceo di Google e consigliere di Barack, crede nella formula del rinascimento digitale della Silicon Valley: qualità nell’istruzione, fondi all’innovazione, energie rinnovabili e regole per l’e-commerce. Paul Ryan, 41enne deputato repubblicano del Wisconsin, punta invece sulla drastica riduzione in tempo rapido dei benefici collettivi di Sanità e Previdenza per abbattere il debito e sprigionare la produttività di singoli e aziende. Sarà il confronto fra queste opposte visioni su come evitare il declino che terrà banco alle presidenziali del 2012.

da www.lastampa.it

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“E il dollaro non è più il padrone del mondo”, di Vittorio Zucconi

IL “D-Day” alla rovescia è dunque arrivato. Non il default, la bancarotta, l´apocalisse, troppo temuta e troppo annunciata, ma il più sottile e velenoso downgrading, la retrocessione del credito di un´America che non aveva mai conosciuto questa umiliazione politica. Dal 1837, quando lo battezzò così lo scrittore Washington Irving, la sua moneta era l´Almighty Dollar, il dollaro onnipotente, almighty proprio come l´Iddio Onnipotente. Non lo è più.

Barack Obama ha subito qualcosa che nessuno aveva prima mai visto: i “barbari” delle agenzie di rating sfondare i lontani confini del credito
Vacilla il mito della valuta “onnipotente” ma non è del biglietto verde che qualcuno comincia a non fidarsi più. Piuttosto, della classe politica che lo governa e lo emette.

Sempreverde, immutabile se non per piccole modifiche grafiche, mai fuori corso, il dollaro e dunque il credito assoluto e virginale del quale il governo emittente godeva, è quello che nessuna portaerei, missile, sottomarino, grattacielo hanno mai rappresentato: la bandiera del “Secolo degli Stati Uniti”. Per almeno due generazioni, dal 1944, tutto ciò che un viaggiatore doveva portare in tasca erano dollari, in contanti o nei mitici traveler´s cheque, sapendo di essere onorato e accolto ovunque con ingordigia ed entusiasmo. Dai vicoli dei suk arabi ai villaggi dell´Unione Sovietica, dagli sportelli di cambio come dai cambiavalute clandestini disposti a rischiare la galera o la vita pur di ottenerli, il “credito”, che è sinonimo di “fede”, di “credere”, del dollaro era assoluto.
E ora, in un´altra delle estati maledette che puntualmente si abbattono su un mondo che soltanto in Italia si crede in ferie dalla storia, l´onnipotente viene fatto scendere dal suo trono sotto il vacillante pontificato del primo papa nero della chiesa laica americana, Barack Obama. E´ una piccola retrocessione, un mezzo punto, dalle conseguenza reali probabilmente modeste, decisa soltanto da Standard & Poor´s una delle varie agenzie che danno i voti alle monete e al debito delle nazioni. Ma un Dio che dopo secoli di devozione diventa un po´ meno Dio, può ancora essere l´Almighty? La vestale delle valute, l´America, ha perduto la propria verginità.
Nella storia dell´ascesa e del declino degli imperi, il tramonto delle monete che essi esprimono, dai sesterzi ai talleri, dai franchi alla sterlina britannica, sono sempre il sintomo che un´epoca sta finendo. E sono quasi sempre le guerre, e la degenerazione delle classi dirigenti politiche o delle corti imperiali, le prime cause di questi crepuscoli. E´ stato proprio lo spettacolo indecoroso offerto dal potere americano, la Casa Bianca nella propria titubante e compromissoria latitanza, poi il Parlamento, ostaggio di una minoranza di legionari ribelli dell´ideologia anti statale (e anti obamiana) a indurre la Standard & Poor´s all´eresia del downgrading, della retrocessione del dio dollaro. Non è del green back, del biglietto verde che qualcuno comincia a non fidarsi più. E´ della classe politica che lo governa e lo emette, come sta accadendo in Europa, senza distinzioni di colore ideologico, che i poliziotti dei voti (spesso per primi sospetti e corrotti) non si fidano più.
Ma sullo sfondo dei grandi drammi c´è sempre la guerra, il motore primo. Furono le guerre a fare la potenza del dollaro nel XX secolo, culminata nel trionfo della Seconda Guerra Mondiale che spazzò via la sterlina dell´Impero Britannico e lo impose come perno dell´intero sistema monetario mondiale con il diktat di Bretton Woods e l´ossigeno del Piano Marshall all´Europa, e all´Italia, boccheggianti. E sono state la guerra nel Sud Est Asiatico o oggi in Iraq e in Afghanistan a picconarlo e sbalzarlo da trono. Fu proprio quarant´anni esatti or sono, nell´agosto del 1971 mentre infuriava la guerra in Vietnam e in Cambogia, che Richard Nixon si vide costretto a dichiarare la fine del “Novus Ordo Seclorum”, come proclama la scritta massonicamente ispirata sulle banconote Usa, il collasso del nuovo ordine finanziario globale durato in realtà meno di 30 anni, dichiarando il dollaro non più convertibile automaticamente in oro. Ed è in questo agosto del 2011, nel decimo anniversario della distruzione delle Due Torri, il massimo monumento alla superbia babilonese della finanza americana, che Obama si vede degradare il credito, una manifestazione non cruenta, ma simbolicamente devastante di un crollo. Per la nazione e per lui.
La irresponsabile pantomima della cifre e delle «migliaia di miliardi» cancellati o reinseriti nella “legge anti default” inscenata da un Parlamento di inetti, di deboli, di fanatici che hanno dimenticato la strada maestra delle fortune imperiali americane – il pragmatismo – ha prodotto il totale disprezzo dell´opinione pubblica per i propri eletti, con un indice di gradimento del 6% nei sondaggi. Praticamente quasi zero, tenendo conto del margine di errore statistico. E ha fatto temere agli analisti che questo equipaggio ai comandi non abbia più la fiducia popolare e non sia semplicemente in grado di governare la nave in gran tempesta.
Le proteste dell´Amministrazione Obama, che ha subito rimproverato alla S&P errori contabili nel calcolo delle passività, suonano patetiche come le lagnanze dei politicanti quando lamentano di essere stati citati «fuori contesto». Nei fatti, la sola e potente giustificazione di Obama il timido, che ormai molti paragonano all´onesto, sfortunato e infine disfatto Jimmy Carter costretto all´onta delle file inaudite per il pieno di benzina e all´atroce sberleffo di Khomeini, sarebbe la disastrose eredità ricevuta dal predecessore. La voragine di debiti si aprì con Bush l´Incosciente, che, dopo avere scassato i bilanci federali dissipando l´attivo che suo padre George il Vecchio, aumentando le tasse, e poi Clinton gli avevano lasciato aggiunse i costi di una guerra che, aveva promesso, «si sarebbe pagata da sola». E sta costando invece migliaia di miliardi, senza luce alla fine del tunnel.
Ma negli Stati Uniti il miserando giochetto dello scarica barile non funziona. It happened on your watch si dice, qui, è accaduto mentre eri di guardia tu e tu ne pagherai le conseguenze. Nixon, incolpevole, passò alla storia come il distruttore del sistema tolemaico di cambi fissi, imposto dagli americani nella Bretton Woods del 1944, che cominciò a demolire la posizione del dollaro come moneta di riserva mondiale, immenso vantaggio per gli Usa. Carter sarà per sempre colui che dimostrò la vulnerabilità e l´impotenza della superpotenza di fronte alle sfide del terrorismo religioso nazional-fondamentalista. Bush il Giovane credette a caro prezzo di vite e di tesoro nell´allucinazione del “Nuovo Secolo Americano” caro ai neo conservatori, fondato sulla proiezione globale della forza militare, naturalmente «a fin di bene». Obama non sarà il Romolo Augustolo del Nuovo Impero d´Occidente, ma ha visto qualcosa che nessuno aveva prima mai visto: i “barbari” delle agenzie di rating sfondare i lontani confini del credito.
Ancora non si capisce a favore di chi sia avvenuto questo sfondamento del regno del dollaro, tra l´anemia perniciosa dell´euro e la improponibilità di una sostituzione con la valuta cinese, il Renminbi, grottescamente e artificialmente sottovalutato dai dirigenti del partito comunista e non trattabile sui mercati. Ma ora almeno si capisce meglio perché la minoranza dei fanatici del Tea Party, gli ultrà della destra, abbiano esitato a rivendicare la vittoria politica sui moderati del proprio partito repubblicano e sull´odiato “usurpatore” Barack Obama. Essi sapevano, e ora vedono, che per ferire il sovrano, avrebbero colpito l´America. Un regicidio di ideologi che comincia a somigliare al suicidio di una nazione. Il tramonto degli imperi parte sempre dal loro interno.

da La Repubblica

"la polmonite americana e gli zombi italiani", di Eugenio Scalfari

LE TEMPESTE non vengono mai sole, ma una ne porta appresso un´altra. Si pensava che nella giornata finanziaria di domani il sole si sarebbe aperto un varco tra le nuvole nere dei giorni scorsi e che i mercati avrebbero respirato. Ma probabilmente non sarà così: l´agenzia di rating Standard & Poor’s ha declassato il debito americano. Non era mai avvenuto e gli operatori si aspettano il peggio in tutto il mondo a cominciare dal governo cinese che ha chiesto ad Obama con toni ultimativi di prendere drastiche decisioni per ridurre il disavanzo federale americano.
Non si era mai visto prima d´ora che uno Stato estero desse ordini alla Casa Bianca. Semmai accadeva il contrario. C´è di che aspettare col fiato sospeso che cosa accadrà domani nelle Borse asiatiche, in quelle europee e soprattutto a New York quando alle nove del mattino (le tre del pomeriggio per noi) si apriranno le contrattazioni a Wall Street. A quell´ora Piazza degli Affari a Milano sarà già da sei ore sull´Ottovolante. Forse ci sarebbe stata in tutti i casi perché la conferenza stampa di venerdì sera a Palazzo Chigi non era stata affatto rassicurante. Se l´America ha il raffreddore – si diceva un tempo – in Europa abbiamo la polmonite. Ma se la polmonite ce l´ha l´America, che cosa può accadere qui?
* * *
In attesa degli eventi e per capire meglio i fatti nostri bisogna rievocarla quella conferenza stampa, i suoi antecedenti e quello che dovrebbe avvenire nel nostro piccolo ma per noi essenziale cortile di casa. Non è un insulto ma una constatazione: sembravano tre zombi quei personaggi appiccicati l´uno all´altro dietro quel tavolo, con l´aria imbambolata di pugili suonati dai pugni che hanno ricevuto.
Berlusconi spiegava alla platea dei giornalisti che l´Italia, cioè lui, erano tornati al centro dell´attenzione mondiale ed enumerava le telefonate ricevute da una parte e dall´altra dell´Atlantico. Cercava le parole per spiegare le decisioni prese, in totale contrasto con quelle comunicate al Parlamento appena 48 ore prima. Ma non le trovava. Si capiva soltanto che per rassicurare i mercati aveva deciso di accelerare d´un anno la manovra. Il pareggio del bilancio previsto per il 2014 sarebbe avvenuto nel 2013. Così, con un colpo di bacchetta magica. I partner europei erano stati informati e anche gli americani e tutti avevano applaudito. I mercati erano un orologio rotto ma stavano producendo un sacco di guai. «Tremonti vi spiegherà i dettagli» così aveva concluso dopo dieci minuti.
Tremonti, poveretto, era più imbarazzato e incespicante di lui. Non sembrava più quel ministro sicuro di sé, sprezzante, arrogante che conosciamo da tempo. Faceva lunghe pause, arruffava le frasi, si correggeva, tradiva continui vuoti di memoria. A un certo punto Letta l´ha interrotto. In realtà non aveva nulla da dire Gianni Letta, ma voleva comunque far sentire la sua voce affinché fosse chiaro che esisteva anche lui. Ma dopo quell´improvvida interruzione Tremonti non trovava più il filo per riprendere il discorso.
Una scena pietosa, conclusa nel modo più involontariamente comico dal presidente del Consiglio il quale, annunciando che il governo non sarebbe andato in vacanza, ha detto: «Palazzo Letta resterà aperto per tutto agosto».
Il giorno dopo è partito per la sua villa di Porto Rotondo. Un week-end rilassante evidentemente si imponeva.
* * *
La verità è che il governo italiano, dopo il nerissimo giovedì con Piazza Affari a meno 5,16 maglia nera delle Borse mondiali e lo “spread” a quota 389, è stato commissariato. In un paese normale il premier e il suo governo si sarebbero dimessi, ma poiché la maggioranza Scilipoti esiste ancora, la soluzione dettata dall´Europa d´intesa con la Casa Bianca è stata il commissariamento.
Abbiamo ora un governo che deve eseguire gli ordini che gli vengono dati da Berlino e da Parigi tramite Barroso da una parte e Trichet dall´altra. Soprattutto quest´ultimo perché la Bce è il solo braccio operativo che l´Europa può usare nel tentativo di raffreddare i mercati.
Del resto è ormai ufficiale che l´atto di commissariamento è stato scritto e inviato al nostro presidente del Consiglio la mattina di venerdì con una lettera di Trichet controfirmata da Draghi che sarà a novembre il suo successore. In quella lettera sono fissate le condizioni: anticipare di un anno il pareggio del bilancio, iniziare da subito gli interventi per tagliare la spesa, avviare con decorrenza immediata interventi di stimolo per la crescita del reddito e dell´economia reale.
Per questa ragione quei tre personaggi dietro quel tavolo la sera di venerdì sembravano burattini mossi da fili tenuti da altre mani; appena due giorni prima avevano esposto con sussiego una politica economica che non si spostava d´un centimetro dal rovinoso immobilismo d´una manovra che aveva rinviato tutto di quattro anni. La maggioranza parlamentare aveva punteggiato di fragorosi applausi il discorso del premier. Il ministro dell´Economia, seduto alla sua sinistra, batteva anche lui le mani, felice della ritrovata armonia con il “boss”; il ministro degli Esteri, seduto alla sua destra, sottolineava gli applausi battendo la mano sul tavolo dei ministri.
Dopo un giorno e mezzo tutto ciò è stato capovolto. «È passato un mese e il mondo è completamente cambiato» ha detto Tremonti venerdì. È vero, è passato un mese, ma lui e tutta la banda mercoledì non se n´erano ancora accorti. Meno male che – non potendo dimissionarli – li hanno almeno commissariati. Ma purtroppo non basterà, polmonite americana a parte.
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Dal balbettio di Berlusconi e di Tremonti si è capito che proporranno nei prossimi giorni alle commissioni competenti di Camera e Senato due disegni di legge di riforma costituzionale da essi ritenuti fondamentali: la modifica dell´articolo 41 e quella dell´articolo 81.
Il primo stabilirà, una volta modificato, che i cittadini sono liberi di assumere ogni tipo di iniziativa salvo quelle vietate dalle leggi. Si tratta di una pura ovvietà ma il veleno sta nella coda: spetta agli interessati autocertificare che non vi sono leggi che vietano le iniziative intraprese. La pubblica amministrazione farà controlli ex post. Dire che si tratta d´un potente incoraggiamento all´illegalità è dir poco.
Quanto all´articolo 81, si tratta di introdurre in Costituzione il pareggio del bilancio come principio inderogabile “salvo specifiche condizioni di emergenza” (terremoti, guerre, eccetera). Non si spiega però se il pareggio riguarda il bilancio preventivo o quello consuntivo o tutti e due. Ma c´è un´altra condizione non ancora detta però ventilata: che la spesa non possa superare il 45 per cento del Pil salvo un voto parlamentare a maggioranza qualificata.
Se passasse una riforma costituzionale del genere il tetto alla spesa che Obama ha a stento superato per evitare il default sarebbe uno scherzo: scomparirebbe ogni politica economica, ogni programma di investimento, ogni politica fiscale di redistribuzione del reddito, ogni politica estera, ogni politica della difesa ed ogni autonomia locale. Il governo sarebbe affidato non al Parlamento ma alla Corte dei conti e alla Ragioneria dello Stato.
Non credo che iniziative del genere troveranno appoggio nell´opposizione e faciliteranno coesione sociale. Comunque ci vorrà un anno prima che l´iter parlamentare sia completato e ancor più se sarà necessario il referendum confermativo. Pensate che i mercati nei prossimi giorni si calmeranno per l´effetto di annuncio di questi due sgorbi di riforma costituzionale?
* * *
Questi sono i preamboli, poi viene la sostanza: un anno di anticipo per realizzare nel 2013 l´obiettivo del pareggio del bilancio, ferma restando la manovra così come fu approvata in tre giorni un mese fa (ma forse bisognava esaminarla meglio invece di guardare soltanto l´orologio).
La manovra ammonta a 48 miliardi così distribuiti: tre miliardi nel 2011, cinque nel 2012, venti e venti nel biennio successivo. Se tutto viene anticipato d´un anno il nuovo calendario dovrebbe prevedere otto miliardi immediati in quest´esercizio, venti e venti nel biennio successivo. È realizzabile questo programma? I tre zombi venerdì non sono entrati nel dettaglio. I poteri esteri che li hanno commissariati neppure, i mercati nulla sanno e i contribuenti meno ancora, ma è evidente che nelle prossime 48 ore questi dettagli dovranno essere forniti.
La logica suggerisce che i tagli per otto miliardi del 2011 e i venti del 2012 debbano essere effettuati con un´unica visione. L´esercizio in corso è agli sgoccioli ma lo sfoltimento delle prestazioni assistenziali è già previsto nella manovra. Si tratta di renderlo operativo con l´immediata approvazione della legge delega su quei trattamenti.
Nel totale ammontano a 160 miliardi. La macelleria sociale accennata da Tremonti prevede riduzioni discrezionali del 5 per cento il primo anno e il 10 nel secondo con speciale attenzione alle pensioni di invalidità, agli accompagnamenti degli invalidi e alla reversibilità pensionistica. Il 15 per cento di 160 miliardi fa 24 miliardi. Più i ticket già operativi e le accise già in corso. Su quali ceti si scarica questo peso?
In tempi di buriana una dose di macelleria sociale è inevitabile purché sia affiancata dall´equità. È evidente che se tutto il peso è concentrato sul capitolo dell´assistenza, l´equità scompare. Dunque colpire solo l´assistenza è impensabile. Altrettanto impensabili sono le baggianate alternative di Di Pietro che pensa all´abolizione delle Province come un toccasana. Quanto a Casini, ha detto che se le proposte sono efficaci le voterà. Nei prossimi tre giorni ne conoscerà anche lui i dettagli e vedremo la sua risposta.
Ma la vera domanda è questa: si arriverà al pareggio del bilancio entro il 2013? Bisognerà affrontare la seconda “tranche” della manovra, cioè gli altri 24 miliardi. Si può mettere in esecuzione la prima tranche senza nulla sapere della seconda, basata interamente sulla riforma fiscale?
Lo chiederanno le opposizioni, le parti sociali, le Regioni e i Comuni. Ma lo chiederanno soprattutto i mercati e finché non lo sapranno è difficile sperare che si fermeranno. Sempre polmonite americana a parte.
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Torniamo ancora un poco alla polmonite americana. Riguarda la diminuzione del debito federale? Riguarda il tasso di cambio del dollaro? Riguarda gli spintoni della Cina?
Soltanto in parte. Vorrei dire in piccola parte. La polmonite americana proviene dai segnali di recessione, dalla caduta della domanda. Ma quella caduta sta avvenendo nel mondo intero e in Italia più che mai.
Per questo i mercati si sentono insicuri e picchiano sui debiti sovrani. Ma se al necessario rigore non si affianca la crescita, la polmonite non guarisce, diventa acuta, purulenta e alla fine attacca il cuore.
Infatti i nostri “lord protettori” hanno chiesto rigore e crescita. Ma la crescita ha bisogno di risorse. Si cresce alimentando il potere d´acquisto, stimolando la domanda, rilanciando i consumi, finanziando investimenti. Si cresce abbassando l´Irpef dei redditi medio-bassi e l´Irap sulle imprese. Si cresce spostando il peso dalle spalle dei meno abbienti a quelle più forti. Si cresce abbattendo l´evasione, generalizzando lo scarico dell´Iva in tutti i passaggi. L´articolo 41 della Costituzione non è la madre delle liberalizzazioni ma soltanto un aborto propagandistico.
Si cresce tassando il patrimonio non con un “una tantum” ma con un sistema fiscale adeguato.
Non illudetevi che sia sufficiente l´intervento della Bce a sostegno dei titoli italiani (e spagnoli). Soltanto un altro zombi come Bossi può pensarlo.
La Bce è intervenuta nei mesi scorsi e ancora l´altro ieri acquistando titoli greci, irlandesi e portoghesi, per 74 miliardi. Equivale all´incirca al 20 per cento di quei debiti. Se dovesse applicare quella stessa percentuale per l´Italia dovrebbe acquistare titoli per 400 miliardi e arriverebbe a 700 con la Spagna. È impossibile. Equivarrebbe a europeizzare un quinto dei debiti sovrani d´Italia e di Spagna. E gli altri paesi resterebbero a guardare?
Bisogna battere la recessione e rilanciare la crescita. Il resto sono chiacchiere e non bloccano i mercati.

da la Repubblica.it

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«La paura del Cavaliere “Subito un decreto se c´è un altro lunedì nero”», di Francesco Bei
La Marcegaglia avverte: la Camusso non va isolata. Gli imprenditori sono ancora delusi dall´assenza di misure per la crescita. La vigilanza di Napolitano che auspica un rapido intervento da parte di Palazzo Chigi

Le lancette corrono, domattina i mercati “voteranno” sul piano di risanamento anticipato deciso dal governo su input della Bce. E il terrore a palazzo Chigi e al ministero dell´Economia è che nemmeno il pacchetto annunciato venerdì sera – 24 miliardi di tagli spostati sul 2012-2013 – possa bastare a saziare la speculazione. Per questo Berlusconi, nei suoi contatti di queste ore, sta lavorando in gran segreto a un´altra sorpresa: «Se tutto dovesse precipitare, se ci fosse un altro lunedì nero, non resterebbe che la strada di un decreto d´urgenza».
«Il fattore tempo è decisivo», spiega un ministro alzando un po´ il velo su quanto sta cuocendo nel governo. L´idea che sta prendendo corpo è infatti quella di agire in contropiede, convocando già giovedì prossimo, prima di ferragosto, il consiglio dei ministri e anticipare così per decreto tutte le misure necessarie al pareggio di bilancio nel 2013. Un colpo di frusta quindi, per provare a convincere i mercati che l´Italia sta facendo sul serio. Un ultimo argine, alzato in gran fretta prima che la piena travolga tutto. Anche per smentire l´immagine di un governo impacciato, lento a reagire, «un coniglio abbagliato dai fanali di un automobile», per usare l´espressione dell´Economist. Già domattina, a via XX Settembre, i tecnici del Tesoro saranno quindi al lavoro per studiare come anticipare i provvedimenti taglia-deficit. E, a conferma dell´accelerazione in corso, mercoledì il governo ha riconvocato le parti sociali per capire cosa inserire nel piano.
Ma alle imprese e alle organizzazioni del lavoro quello che arriva da palazzo Chigi appare ancora drammaticamente insufficiente. E lo dimostra la nota di ieri di Confindustria, Abi, Rete imprese Italia, Cooperative, su cui mancano, solo per un motivo tattico, le firme dei sindacati. «Marciamo divisi per colpire uniti», spiega uno dei promotori del comunicato di ieri. Chiarendo che i sindacati non sono stati coinvolti soltanto perché contrari (la Cgil) alla parola d´ordine delle «liberalizzazioni».
Un modo per non alimentare distinguo, insomma, in un momento in cui le parti sociali tutte intendono presentarsi più che mai unite al confronto con il governo. Per questo si è quasi sfiorata la rottura con Maurizio Sacconi. Il ministro infatti persegue scientemente l´obiettivo dell´isolamento del maggiore sindacato e per la stessa Confindustria questo atteggiamento «ideologico» provoca più danni che vantaggi. «L´accordo interconfederale firmato con Cgil, Cisl e Uil sui contratti aziendali – osserva una fonte di viale dell´Astronomia – è troppo importante per noi. E lo dobbiamo tutelare dai furori ideologici di Sacconi». Ancora giovedì scorso, rivela un collega di governo, al tavolo di palazzo Chigi Sacconi ha provato nuovamente a dividere la Cgil da quelli che il ministro definisce «i sindacati riformisti» (Cisl e Uil), elogiando «l´ottimo lavoro svolto insieme» e criticando «l´atteggiamento di chi ha deciso di chiamarsi fuori». Ovvero la Camusso.
Da qui l´altolà di ieri delle imprese, che hanno messo in chiaro come sulla riforma del lavoro «deve essere riconosciuto il ruolo degli attori sociali». Insomma, la materia va lasciata al confronto tra Confindustria e sindacati, il governo non faccia danni con il suo “Statuto dei lavori”. Il messaggio deve essere arrivato forte e chiaro al destinatario, tanto che in serata Sacconi ha precisato che «i delicati temi del lavoro devono ovviamente trovare soluzione con le parti sociali».
Ma c´è un´altra fondamentale partita che tiene uniti sindacati e imprese nella dialettica contro il governo: le misure a favore della crescita. Nel piano di palazzo Chigi non ve n´è traccia, a parte la riforma dell´articolo 41 della Costituzione (con la doppia lettura ci vorrà comunque almeno un anno per approvarlo). Non è un caso se ieri il Sole24ore, quotidiano di Confindustria, batteva in prima pagina proprio su questo tasto, criticando l´assenza di stimoli alla crescita, una carta «rimasta nell´ombra». Anche il capo dello Stato, da Stromboli, si tiene in contatto con i protagonisti della trattativa e mantiene alta la vigilanza, auspicando un intervento rapido da parte del governo.

da la Repubblica

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«Passo obbligato, manca la crescita», di Guido Gentili

Anticipo di un anno, dal 2014 al 2013, del pareggio di bilancio, che significa a sua volta spostare sul biennio 2012-2013 la manovra da 24 miliardi prevista dalla delega assistenziale e fiscale. Dopo lo stonato ‘arrivederci a settembre’ di giovedì che aveva fatto seguito all’esangue intervento in Parlamento del giorno prima, il Governo italiano ha messo sul piatto una carta vera (ma continua, come vedremo, a mancare l’altra, quella della crescita) da giocare sul fronte incandescente dei mercati e su quello politicamente arcigno dei rapporti con gli altri governi ‘amici’ e con le istituzioni internazionali, a partire dalla stessa Commissione europea e dalla Bce.
È stata infine l’Europa, oltre al pressing interno delle parti sociali e del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, a spingere il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti a uscire da una trincea dove le rassicurazioni di maniera non riuscivano più a coprire il fragore del bombardamento cui l’Italia era sottoposta da settimane. Ieri, per un momento, i BTp italiani sono stati apprezzati come più rischiosi dei bonos spagnoli e si è materializzato quel fantasma dello Stato ‘da vendere’ che questo giornale aveva indicato come il più tremendo dei rischi.

Un segnale inequivoco, che ci ha costretto a guardare in faccia la realtà e «a mettere un argine», per usare le stesse parole (inconsuete, per lui) di Berlusconi.
Con l’anticipo del pareggio di bilancio proviamo così a rimetterci in carreggiata, potendo contare lunedì, alla riapertura dei mercati, anche sul sostegno della Bce. Il presidente della Bce Jean-Claude Trichet aveva chiarito che la Banca centrale non aveva acquistato titoli italiani e sullo sfondo era apparso nitido il profilo, contrario a questo intervento, della Germania. A sua volta, la Commissione europea ci aveva chiesto un’accelerazione sulle riforme. Il Governo italiano si è impegnato formalmente a procedere nella direzione indicata, fornendo anche le necessarie garanzie a Berlino. Meglio tardi che mai, viene da dire.

L’anticipo del pareggio di bilancio (che al momento non prevede correzioni nel merito della manovra varata all’inizio di luglio) non risolve ovviamente da solo tutti i problemi. Berlusconi e Tremonti hanno messo l’accento sugli altri pilastri dell’argine eretto a difesa del Paese e hanno citato la scelta di inserire nella Costituzione l’obbligo del pareggio di bilancio, la riscrittura dell’articolo 41 (‘Tutto è consentito eccetto ciò che è espressamente vietato dalla legge’), la riforma del mercato del lavoro. Nel primo caso si tratta di una scelta opportuna, e provare a bruciare le tappe su questo terreno è un segnale importante. Nel secondo va notato che la ‘madre’ di tutte le liberalizzazioni era stata già promessa più di un anno fa per poi rimanere in qualche cassetto polveroso. Nel terzo caso, quello della riforma del lavoro, non è difficile prevedere un viaggio complicato e potenzialmente ‘divisivo’ tra le parti sociali proprio nel momento in cui la coesione sociale viene indicata come un obiettivo primario.

E la crescita? Semplicemente, l’altra carta che insieme all’anticipo del pareggio di bilancio avrebbe potuto dare il senso di una svolta vera è rimasta nell’ombra, affidata ai contorni un po’ imprecisati delle prossime tappe del confronto con le parti sociali. Avvalorando così ancora una volta l’impressione che quando si tratta di passare dalle parole ai fatti questo tema, per un verso o per l’altro, non appare proprio nelle corde di un Governo pure guidato da un presidente-imprenditore carismatico. E nonostante sia consolidata, a qualsiasi livello, politico e accademico, nazionale e internazionale, l’idea che la questione del debito va affrontata con decisione anche da questo lato, pena, alla fine, la sua rovinosa insostenibilità.
Insomma, non una parola sul da farsi su questo terreno tanto fertile di ipotesi, a cominciare dalla riduzione dell’Irap attraverso una rimodulazione dell’Iva per rilanciare la competitività. Un errore che si ripete.

P.S. Il Parlamento lavoreranno la prossima settimana le commissioni Affari costituzionali e Bilancio. Un piccolo passo avanti, nell’estate in cui l’Italia è sotto tiro.

da www.ilsole24ore.it del 6 agosto 2011

"Famiglie sempre più indebitate", di Carlo Di Foggia

Allarme della Cgia di Mestre: Roma, Milano e Lodi sono le provincie più in rosso, ma
boom del debito privato al Sud

In queste settimane gli occhi sono puntati sul nostro debito pubblico ma anche sul versante privato non stiamo messi tanto bene. La crisi infatti si fa sentire anche sui bilanci delle famiglie italiane che si ritrovano sempre più indebitate. Secondo i dati pubblicati dalla Cgia di Mestre (confederazione artigiani e piccole imprese) il debito medio familiare nel 2010 ha superato i 19.000 euro e solo nell’ultimo anno è aumentato di oltre 3.200 euro.

Accendere un mutuo, chiedere un prestito per acquistare un bene mobile o semplicemente scegliere il pagamento a rate – il cosiddetto “credito al consumo” -, costringe le famiglie italiane ad indebitarsi per non incidere direttamente sul reddito e arrivare a fine mese. Nella speciale classifica delle provincie con il più alto livello di debito privato la palma d’oro spetta a Roma (debito pari a 27.727 euro), seguita da Lodi e Milano (27.241 euro).

Paradossalmente però, nonostante risultino più indebitate le provincie che presentano i livelli di reddito più elevati ad indebitarsi di più sono le famiglie più povere. “Tendenzialmente – spiega Giuseppe Bortolussi, segretario generale della Cgia – la maggiore incidenza del debito sul reddito la ritroviamo tra i nuclei famigliari con possibilità economiche medio-basse”. Questo stando solo ai dati ufficiali: “Nelle rivelazioni della ricerca infatti non è considerato il mercato del prestito informale che ovviamente non transita per i canali ufficiali”. Tradotto: se le banche non concedono prestiti, sempre più spesso le famiglie sono costrette a rivolgersi altrove con il rischio che la pratica dell’usura si diffonda sempre di più e non solo nel mezzogiorno.

Dal punto di vista territoriale i dati sono però contrastanti. A essere meno preoccupate di onorare un debito contratto con istituti finanziari o di credito sono le famiglie del profondo sud, con in coda alla classifica città come Agrigento (8.983) o Enna(8.399) ma sopra il dato medio nazionale troviamo moltissime realtà del meridione e questo perché la crisi economica ha colpito maggiormente le famiglie con un solo reddito che sono concentrate in particolar modo nel mezzogiorno. Questi dati non sono legati solo alla crisi economica ma rispecchiano un trend in crescita da diversi anni. Dall’introduzione dell’euro infatti (2002) la crescita dell’indebitamento medio delle famiglie italiane è stata del 131%, concentrato soprattutto al sud. Il record spetta a Taranto (+197%), seguita da Caserta (182%), Napoli (183%) e Chieti (177%).

Dati preoccupanti che però vanno analizzati con attenzione: in questa speciale graduatoria delle provincie più indebitate d’Italia troviamo infatti le realtà territoriali dove anche il livello di reddito è più elevato. Considerando ad esempio gli investimenti che in questi anni sono stati fatti nel settore immobiliare questi dati possono anche significare che ad indebitarsi sono state le famiglie che hanno investito di più. Il nostro debito privato inoltre rimane comunque basso rispetto ad altri paesi europei. “Un quadro – ci spiega Paolo Zabeo della Cgia di Mestre – in linea con quanto fotografato anche dalla Banca d’Italia che vede le famiglie italiane meno indebitate rispetto alle omologhe europee con livelli di risparmio molto alti e questo è sicuramente uno di quegli aspetti che hanno salvaguardato il paese in questi anni”.

da www.lastampa.it