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"Blocco "hard" degli stipendi per chi ha meno anzianità", di Cl. T.

Il 27,4% degli insegnanti iscritti in graduatoria ha meno di due anni di attività alle spalle

Un docente precario su quattro ha meno di due anni di anzianità di servizio. Vale a dire che su 206.506 “aspiranti” professori iscritti a pieno titolo nelle graduatorie a esaurimento (quelle che prima o poi garantiranno il posto fisso a scuola) ben 56.575 insegnanti (il 27,4%) vantano un’anzianità di servizio che non supera i due anni. Complessivamente sono 90.086 i docenti precari che hanno un’anzianità tra i due e gli otto anni (43,6%), mentre “appena” 59.845, il 29%, hanno alle spalle oltre dieci anni di servizio. Insomma: una bella fetta di aspiranti prof è piuttosto giovane. I dati sono contenuti in una nota riservata di viale Trastevere spedita all’Aran per fotografare l’anzianità di servizio dei precari inseriti nelle graduatorie in vista del piano di assunzioni fino al 2013 e della (correlata) modifica dei gradoni stipendiali. Il piano, come previsto dal decreto Sviluppo, doveva essere varato “a invarianza di spesa” e quindi si è deciso di intervenire sulla progressione retributiva, cancellando il gradone da 0-2 anni e portandolo a o-8 anni. Con quali effetti? Che i neo assunti avranno una perdita in busta paga a seconda degli anni di pre-ruolo. E visto che la norma di modifica dei gradoni varrà fino al prossimo rinnovo contrattuale, nel “meccanismo” potrebbero rientrare anche le future assunzioni. E non solo le 66.300 in arrivo a settembre. In pratica, ha stimato la Flc-Cgil (che per ora non ha dato l’ok alle nuove immissioni), se a essere stabilizzato dovesse essere un aspirante docente con due tre annidi pre-ruolo, la penalizzazione sullo stipendio potrebbe superare i 7mila euro (in termini di mancati aumenti per i5-6 anni necessari ad arrivare al nuovo gradone, ora fissato a 9-14 anni). Lascerebbe sul campo fmo a 4n-ffla curo chi ha un pre-ruolo di 4-5 anni, mentre non ci rimetterebbe nulla chi ha un’anzianità superiore agli 8-9 anni. Attenzione: il calcolo è teorico, visto che a essere assunti in questa tornata saranno (quasi) tutti precari “storici”, quelli cioè con molti anni di servizio. Situazione più semplice per gli Ata che subiranno una perdita più contenuta (rispetto ai docenti), visto che la metà degli iscritti in graduatoria ha un’anzianità di servizio di sette anni. Nelle graduatorie a esaurimento Ata, sempre secondo la nota di viale Trastevere, sono presenti 72.177 aspiranti. La fetta più consistente è composta dai collaboratori scolastici, ben 53.693. A seguire gli assistenti amministrativi, che toccano quota 12.905 unità, e gli assistenti tecnici, fermi a 5.165. Una curiosità: nelle graduatorie Ata si trovano anche 18 infermieri, 91 guardarobieri, 2 cuochi e 193 addetti alle aziende agrarie.

da Il Sole 24 ore

Nella bufera la "Rai ci lascia al buio. Ma è ancora un servizio pubblico?", di Ernesto Galli della Loggia

Ma Paolo Garimberti e Lorenza Lei sono italiani? Abitano in Italia il presidente e il direttore generale della Rai? Vivono tra noi, condividono le nostre preoccupazioni e i nostri discorsi? Se la risposta è sì, come suppongo, allora è davvero inspiegabile come possano consentire che in questi giorni la stessa Rai, al di là della più scheletrica informazione sui fatti, lasci il Paese al buio, senza cercare di spiegargli a fondo quanto sta capitando.
Ma com’è possibile? L’Italia è alle prese con i momenti più difficili che le sia capitato di attraversare da vent’anni a questa parte, un’intera epoca storica sta probabilmente finendo sotto i nostri occhi mentre si apre un avvenire di allarmante incertezza, e che cosa fa l’Ente radiotelevisivo pubblico per consentire agli italiani di farsi un’opinione, di esprimere un giudizio? In pratica nulla. Di fronte al terremoto che si svolge sotto i nostri occhi a nessuno viene in mente di modificare i desolanti palinsesti estivi, di organizzare un’informazione speciale degna del nome per ampiezza e analisi, qualche trasmissione di approfondimento, una discussione vera. Nulla, solo i telegiornali e basta: al massimo la piccola appendice del Tg3 ad ore notturne. Non solo, ma anche quei pochissimi programmi diciamo così giornalistici che sopravvivono alla ridicola smobilitazione estiva di stile scolastico-vacanziero-romanesco regolarmente vigente a viale Mazzini, anche quei programmi continuano imperturbabili ad ispirarsi all’abituale reverenza per l’ufficialità. Esempio, la trasmissione «Radio anch’io» di venerdì mattina, con un po’ di capataz del potere nazionale allineati ai microfoni di Radio1 (salvo uno sparuto paio di «esperti» , tanto per salvare la faccia, ma relegati rigorosamente nel ruolo di comprimari), e intenti esclusivamente a fare politica illustrando ciascuno la propria verbosissima ricetta per uscire dalla crisi. Ma nessuno, naturalmente, che si curasse di spiegare con un minimo di chiarezza qualcuna delle molte tecnicalità in questione; mentre, altrettanto ovviamente, il conduttore si asteneva rispettosamente dal fare domande scomode e tanto meno dal sollevare qualche obbiezione agli augusti ospiti. Di che meravigliarsi del resto? Quando alla Rai si pensa di approfondire questo o quel tema, non si pensa di chiamare a discutere chi è competente professionalmente di esso o magari delle personalità della vita pubblica intellettualmente autonome. No, si chiamano sempre e soltanto i rappresentanti della politica o dei sindacati, dando vita ogni volta a ridicoli parlamenti lillipuziani, perlopiù urlanti, dove l’interesse di tutti i presenti è unicamente quello di far vedere che ci sono e sono capaci di alzare la voce. L’Italia attraversa una crisi molto più profonda di quello che dica la sua situazione economica. È un Paese, per l’appunto, ormai virtualmente privo anche di una rete radiofonica e televisiva che sia realmente investita (e che si senta investita) della funzione di un servizio pubblico nazionale: che cioè rappresenti un tessuto connettivo importante al servizio della collettività. Per avere ancora una pallida idea di che cosa sto parlando si è costretti a rifugiarsi nel passato: nello struggente bianco e nero dei programmi della Rai di un tempo, oggi ancora visibili nella riserva indiana di Raistoria. Ma quella Rai non esiste più. È stata sbranata e divorata dai partiti, complice il meccanismo micidiale dell’Auditel, imposto dai pubblicitari e dalle televisioni commerciali per fare del solo indice di ascolto il criterio sovrano di ciò che deve o non deve andare in onda. Come sempre, dunque, avremo quel che ci siamo meritato. L’imminenza del Giudizio Universale, si può essere sicuri, o più modestamente lo spread a 800 punti, saranno oggetto di apposito dibattito tra Cgil, Cisl e Uil, naturalmente verso mezzanotte e un quarto, e intervallato da una réclame di tonno in scatola e una di carta igienica.

da il Corriere della Sera

Scuola, a Modena la Festa nazionale del Pd

Dal 25 agosto al 19 settembre. Il 30 agosto arriva Pierluigi Bersani. Tra gli ospiti anche Susanna Camusso, Mara Carfagna, Shirin Ebadi

Si terrà a Modena, dal 25 agosto al 19 settembre, nell’area di Ponte Alto, la Festa nazionale del Pd dedicata alla scuola. “Abbiamo scelto Modena – spiega Francesca Puglisi, responsabile nazionale scuola del Pd – perché è in questa città e in questa regione che amministratori locali lungimiranti hanno deciso da sempre che l’investimento in istruzione, anche in tempi di crisi economica, è un fattore strategico per la crescita sociale e fattore di sviluppo dell’intera comunità”.

Hanno assicurato la loro presenza i massimi dirigenti nazionali del Pd. Si comincia con il vicesegretario Enrico Letta, sabato 27, che assieme al segretario provinciale Davide Baruffi sarà intervistato dal direttore della Gazzetta di Modena Antonio Ramenghi. Domenica 28 sarà la volta di Piero Fassino, assieme al sindaco di Modena Giorgio Pighi, al neo-sindaco di Trieste Roberto Cosolini e al sociologo Aldo Bonomi. Tema della serata: il “vento del Nord”. Martedì 30 il segretario Pierluigi Bersani parlerà alle 21 dal palco dell’Arena sul lago. Sarà quindi la volta di Vasco Errani (domenica 4 settembre) e Walter Veltroni (mercoledì 7 settembre). Dario Franceschini, assieme al segretario regionale Stefano Bonaccini, sarà intervistato giovedì 8 dal neo-direttore de l’Unità Claudio Sardo. Anna Finocchiaro e Francesca Puglisi saranno intervistate venerdì 9 da Dario Di Vico del Corriere della Sera. Massimo D’Alema arriverà alla festa martedì 13; Rosy Bindy giovedì 15 per discutere di etica e politica assieme al magistrato Raffaele Cantone.

Sabato 10 settembre sarà ospite della Festa il segretario generale della Cgil Susanna Camusso. Discuterà di lavoro e sviluppo assieme a Stefano Fassina, responsabile Lavoro ed Economia del Pd, e Giuliano Poletti, presidente nazionale di Legacoop. Il presidente nazionale di Confartigianato, Roberto Guerrini, parteciperà il primo settembre a un dibattito sulla riforma fiscale con il sen. Giuliano Barbolini e il vicesindaco di Bologna Silvia Giannini.

Tra le iniziative dedicate alla scuola da segnalare l’incontro di mercoledì 14 settembre con l’iraniana Shirin Ebadi, la prima donna musulmana a ricevere, nel 2003, il Premio Nobel per la Pace. Discuterà con Ignazio Marino di pace e diritti nella scuola.

A rappresentare il governo ci saranno quest’anno il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna e il sottosegretario alle Politiche per la famiglia Carlo Giovanardi. Il ministro parteciperà, sabato 3 settembre, a un dibattito con l’on. Anna Serafini, responsabile del forum nazionale infanzia e adolescenza del Pd. Al centro della serata la nuova legge sul garante nazionale. Giovanardi discuterà di famiglie e crisi con il responsabile del forum welfare del Pd Giuseppe Fioroni e la responsabile del Programma Pd di Modena Maria Cecilia Guerra, intervistati dal vicedirettore del Carlino Beppe Boni. Appuntamento martedì 6 al Palaconad.

Lo spazio partito ospiterà quest’anno “Happy Our”, un ciclo di conversazioni su politica, tecnologia e comunicazione. Appuntamento fisso alle 19, quasi tutti i giorni. Si parte venerdì 26 con Thomas Casadei, consigliere regionale del Pd e Tamara Nart, segretaria del circolo Pd di Camposanto.

Molto spazio sarà dedicato ai libri, dalla letteratura alla saggistica, dall’attualità politica alla poesia. Una quarantina i titoli che saranno presentati dai rispettivi autori. Tra i tanti Giuseppe Caliceti, Giancarlo Benatti, Donatella Campus, Luigi Guicciardi, Ugo Cornia, Lea Melandri, Franco Frabboni, Michele Smargiassi, Valerio Massimo Manfredi.

Da segnalare, domenica 11 settembre, “A dieci giorni da Ground Zero”, una riflessione su occidente, terrorismo e globalizzazione con Lapo Pistelli, responsabile Esteri del Pd, David Sassoli, capogruppo Pd al Parlamento europeo, Luciano Vecchi, consigliere regionale del Pd e Lucio Caracciolo, direttore di Limes.

Viene riproposto anche quest’anno il laboratorio di Officina democratica, riservato a chi vuole cimentarsi con i nuovi “linguaggi e metodi di comunicazione”, dai blog ai social network alla web tv. Tutti gli incontri (4, 10, 16 e 18 settembre) si terranno alle 19 nello spazio Happy Our.

Ricco il cartellone degli spettacoli. Tra i tanti appuntamenti i concerti di Raf (1 settembre), Mario Biondi (11 settembre), Stadio (15 settembre) e Blonde Redhead (10 settembre), un gruppo americano di indie rock affermatosi in questi anni sulla scena musicale internazionale. Molto spazio al cabaret con Paolo Hendel, Raul Cremona, Giacobazzi, Paolo Cevoli, Duilio Pizzocchi. Domenica 18 settembre concerto dei Modena City Ramblers per la scuola. Con loro sul palco anche il “papà” di Bobo Sergio Staino.

Tra le mostre da segnalare “Dies Irae”, la prima retrospettiva dedicata al lavoro del fotogiornalista Paolo Pellegrin. Oltre 200 immagini che raccontano storie a volte dure, anche tragiche, come la guerra, la prigionia, i disastri ambientali; e ancora “Attimi di storie”, di Luciano Bovina, fotografo e documentarista che d al 1983 al 1990 ha fatto parte della troupe di Jonathan Dimensione Avventura , la trasmissione condotta da Ambrogio Fogar.

Imponente, come sempre, il servizio pasti della Festa che potrà contare quest’anno su 15 ristoranti per complessivi 4200 coperti. A questi vanno aggiunti 5 punti di ristoro, 4 bar e una pizzeria. Tra le novità il ristorante brasiliano e la tigelleria

Ufficio stampa PD Modena

"Garagnani vuole Bolognesi in tribunale", di Silvia Bignami

Il deputato: dal palco ha vilipeso lo Stato. La replica: mandi l´esercito. Per l´esponente Pdl il presidente dei familiari ha delegittimato il governo

È guerra aperta tra il centrodestra e i familiari delle vittime del 2 Agosto.
Il deputato Pdl Fabio Garagnani ha presentato ieri un esposto in Procura contro Paolo Bolognesi ipotizzando il reato di vilipendio dello Stato e accusando il presidente dell´associazione delle vittime di essere un «eversivo». Ironica la replica: «Garagnani ci mandi l´esercito, visto che vuole fare la guerra ai familiari delle vittime per farci smettere di chiedere giustizia».
A dar fuoco alle polveri è proprio il parlamentare Pdl, che alla vigilia delle celebrazioni chiese per primo l´intervento dei soldati per il 2 Agosto, e fu “bacchettato” persino dal ministro della Difesa Ignazio La Russa. Ma Garagnani non si dà per vinto, e ieri ha presentato in Procura una denuncia per «vilipendio della Repubblica» contro il rappresentante dei familiari delle 85 vittime e dei 200 feriti della strage. A mandare su tutte le furie il deputato Pdl sono state le accuse di Bolognesi contro il premier Silvio Berlusconi per i suoi legami con la P2. «Le affermazioni di Bolognesi – scrive il deputato Pdl – non possono essere lasciate sotto silenzio perché delegittimano in modo inconfutabile lo Stato e le istituzioni democratiche. Non sono tollerabili atteggiamenti potenzialmente eversivi dell´ordine democratico. Né si può dire, come ha fatto Bolognesi, che sostanzialmente lo Stato è mandante o spettatore passivo di stragi».
Immediata la reprimenda del Pd: «Garagnani mostra mancanza di umanità e comprensione» dice la deputata Donata Lenzi.
Provocatoria invece la reazione del presidente dell´associazione delle vittime, che sfida il berlusconiano: «Sarebbe proprio il caso di mandare l´esercito all´associazione. Militarizziamola. Oltre a fare la guerra in Afghanistan, facciamo la guerra anche ai familiari delle vittime, così smettono di chiedere giustizia». Per Bolognesi sono stati i riferimenti al ruolo della P2 a dare fastidio a Garagnani: «Lì sta il bandolo della matassa». Per il resto, la conclusione è amara: «Sono un eversore perché chiedo giustizia e verità? Questo vuol dire non essere in un paese democratico».

da La Repubblica di Bologna

"Quanto costa l'antipolitica", di Michele Prospero

La crisi? È tutta colpa delle auto blu. Ad aprire il fuoco contro il Quirinale è stato per primo il capogruppo della Lega. A corto di risorse politico-culturali per analizzare la complessa crisi economica, Reguzzoni non trovava di meglio che inventarsi le 40 auto blu di Napolitano.
Poco importa che le macchine a disposizione del capo dello Stato siano solo tre, quello che davvero conta per i campioni dell’antipolitica è solleticare gli umori più beceri che sorgono nei tempi di incertezza.
Vittorio Feltri ha annusato che in certi passaggi della politica la fondatezza dell’analisi conta assai meno della opportunità di rintracciare un nemico contro il quale indirizzare un risentimento diffuso.
E ha per questo subito riacceso il fuoco contro il Colle. La destra non ha risposte alla crisi e perciò inaugura una grande fabbrica della deviazione semantica per diffondere colpe surreali e vendere soluzioni solo immaginarie. Le munizioni necessarie all’impresa le fornisce da tempo una sempre fiorente industria culturale aperta dagli anticasta di professione che con giornali, libri, trasmissioni dipingono una realtà di comodo per cui il disastro del Paese ricade solo sulla politicacomeprofessione. Niente di nuovo sotto il sole.
La repubblica dei partiti non era ancora nata e, nell’inverno del 1945, il commediografo Guglielmo Giannini già dava alle stampe un volume («La folla») nel quale se la prendeva contro gli “upp”, cioè gli uomini politici di professione.
Il motto del fondatore dell’Uomo qualunque era «distruggere l’upp: dichiarare reato il professionismo politico». Per Giannini i politici di qualsiasi colore erano «il nemico interno» da mandare «in un campo di concentramento». Affiorava già allora un paradosso: tutti coloro che urlano contro i partiti e il professionismo politico poi si fanno anche loro un partito su misura e diventano professionisti della politica.
La furente invettiva anticasta condotta da Giannini ebbe fiato finché durarono i generosi rifornimenti della Confindustria. Nei primi anni della Repubblica però anche i poteri forti dovettero riconoscere il contributo cruciale offerto dai grandi partiti di massa alla modernizzazione del paese.
Con l’invenzione organizzativa e con l’investimento culturale i partiti seppero spegnere l’antipolitica che covava nella società italiana ed esprimere classi dirigenti di straordinaria qualità. Oggi l’arringa anticasta trova invece un ambiente molto fertile anche perché esiste una realtà degenerata che nei territori svela la proliferazione di sterminati ceti politici senza più partito. Questo è il nodo odierno: la diffusione di micro poteri personali con un debole collante organizzativo e ideale. La vera emergenza italiana è data dall’assenza di partito e non certo da una ipertrofia partitocratica. Dopo il 1994 ha trionfato infatti una ricetta ingannevole riproposta di recente da Tremonti: e cioè solo i ricchi possono fare politica perché, avendo già i soldi, non hanno bisogno di rubarne. La formula del governo dei ricchi capeggiato dal grande imprenditore ha però accelerato il declino del paese con la perdita di credibilità negli investitori internazionali. Oltre ai costi della politica occorrerebbe quantificare ormai anche i costi, anch’essi sterminati, dell’antipolitica.
La mancanza di partiti ha ostruito i principali canali di governo dell’innovazione e ha inaridito la qualità della classe politica. Insomma, anche l’anticasta costa molto al paese perché alimenta la credenza nefasta per cuinon occorrono grandi statistimabastano imprenditori di successo. Il vuoto pauroso di classe politica, non l’eccesso di politica è all’origine del cupo malessere italiano. Per questo, ha ragione Bersani, la ricostruzione di un moderno partito è una carta vincente per arrestare il declino, restituire dignità culturale alla politica e arginare gli abusi che causano la forte ondata antipolitica.
Bombardando il Quirinale come la roccaforte della casta, Feltri ignora che anche i depistaggi cognitivi propri dell’antipolitica devono avere un qualche fondamento per sprigionare l’odio contro un nemico artificialmente creato. Le armi puntate contro il Quirinale invece si rivelano delle pistole scariche perché è diffusa nel paese la percezione del capo dello Stato come una preziosa riserva etico politica.
Il buon professionismo politico di una presidenza sobria si vendica così dei professionisti dell’anticasta che inseguono i fantasmi delle inesistenti pattuglie di auto blu.

da L’Unità

"Cinque proposte per uscire dalla tempesta", di Stefano Fassina

I democratici hanno indicato una serie di azioni da avviare per rimettere in moto un Paese sempre più in ginocchio: dalla pubblica amministazione al fisco, dalle liberalizzazioni alla politica industriale. E la revisione della manovra.

L’Italia si trova in un mare in tempesta senza nocchiere. Anche le altre leadership europee sono incerte e deboli. Oggi, Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna e Italia sono sotto straordinaria pressione, ma segnali di tensione riguardano persino i titoli di Stato francesi. La ragione di fondo è la contraddizione tra l’unione politica e l’unione economica.
La fine del ciclo della finanza facile e spensierata, fonte di debito pubblico e debito privato, ha fatto emergere il limite dell’avventura europea: da un lato, la moneta unica, condivisa da 17 economie diverse, anzi distanti, in termini di capacità competitiva; dall’altro, un assetto di governance inadeguato, privo delle istituzioni federali necessarie ad una politica economica comune per rimuovere i differenziali di competitività, per promuovere il lavoro di qualità nel quadro di uno sviluppo sostenibile, per fare trasferimenti di risorse tra aree a differente dinamica di produttività, in nome non di una solidarietà astratta, ma in riferimento ad un egoismo illuminato. Purtroppo, soltanto due scenari si intravedono all’orizzonte: l’evoluzione politica o l’involuzione economica.
Evoluzione politica vuol dire portare avanti senza esitazioni la strada intrapresa il 21 Luglio a Bruxelles nel vertice straordinario di capi di Stato e di Governo dell’euro area: evoluzione del Fondo salva-Stati in una Agenzia Europea per il Debito Pubblico per intervenire con risorse sufficienti sul mercato secondario anche per Paesi come la Spagna e l’Italia; maggior coinvolgimento dei creditori privati nella ristrutturazione del debito greco e contestuale intervento per la necessaria ricapitalizzazione delle banche coinvolte; avvio di un programmadi investimenti infrastrutturali, nella ricerca, nella “innovazione verde”, finanziati da eurobond e project bond per innalzare la domanda interna europea e innalzare la capacità competitiva dell’intera area monetaria. L’avvicinamento dell’Unione politica all’Unione economica è condizione necessaria per ritrovare la stabilità finanziaria e la strada dello sviluppo sostenibile in ciascun Paese euro. Condizione necessaria, ma non sufficiente. I compiti a casa da fare, per tutti, sono tanti. Per noi, più di altri. Noi abbiamo, almeno, un decennio perso alle spalle da recuperare. La nostra sfida è l’economia reale, terreno completamente rimosso, ma decisivo per il lavoro e per la riduzione del debito pubblico.
Ieri, Pierluigi Bersani ha indicato cinque priorità da affrontare per incominciare a recuperare: la riorganizzazione delle pubbliche amministrazioni; la riforma del fisco; le liberalizzazioni; la politica industriale; e la riarticolazione per l’equità della recente manovra di finanza pubblica a saldi invariati.
L’insistenza sull’economia reale è il segno della radicale alternativa di politica economica proposta dal Pd alla linea senza prospettive, come oggi è evidente, seguita dal governo Berlusconi, Bossi, Tremonti. Il Pd insiste sullo stesso punto sin dall’inizio della legislatura: senza recupero di produttività, intesa come produttività totale dei fattori e non come produttività dei lavoratori, qualunque percorso di riduzione del debito pubblico non è credibile. Quanti si ostinano a guardare soltanto al deficit del bilancio pubblico dovrebbero dare un’occhiata anche al saldo sempre più negativo della bilancia dei pagamenti.
Siamooggettodi vacillante fiducia esterna perché, nonostante la stagnazione, confermata anche ieri dall’Istat, viaggiamo verso un deficit di bilancia commerciale del 5% del Pil. Come possiamo andare avanti così? Come si può aver fiducia che ripaghi un debito pubblico extra-large un Paese che noncresceda15 anni e che, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, nel migliori dei casi si attesta su un Pil potenziale dello 0,6%all’anno? Nonsiamo vittime di insensibili speculatori. Siamo “venduti” da investitori razionali consapevoli della nostra economia reale e spaesati nella grande transizione in corso nello scenario globale.
L’anticipo del presunto pareggio di bilancio al 2013 comunicato ieri in conferenza stampa da Berlusconi e Tremonti non affronta il problema di fondo. Servirà a poco. Speriamo sia alibi sufficiente alla Banca Centrale Europea per acquistare sul mercato secondario i nostri titoli di debito. Servirebbero riforme vere. Invece, si annunciano, ancora una volta, interventi demagogici e sbagliati nella Costituzione, come l’introduzione del pareggio di bilancio e la rimozione dei contrappesi sociali all’iniziativa economica o misure per tentare di dividere i sindacati sullo Statuto dei Lavoratori. Come in Irlanda, Portogallo e Spagna, Paesi in maggiori difficoltà delle nostre, anche da noi va restituita la parola ai cittadini per dare forza alla svolta riformista necessaria ad uscire dal tunnel.

da L’Unità

Crisi: Bersani: Tremonti dica chi paga in anticipo la manovra

Noi responsabili con le nostre proposte. Se non si risolve il problema politico, sarà uno sforzo inutile

Se vuol conservare la manovra anticipandola, Tremonti non pensi di uscire dalle Commissioni parlamentari senza uscire dalle nebbie, senza dire cioè dove precisamente e a carico di chi e di che cosa intende ricavare decine di miliardi dall’assistenza e dalla manovra sul fisco e detrazioni.

Ci dovrà anche dire quanto pagherà, di questa manovra, chi ha un reddito medio basso o chi ha bisogno dei servizi, e quanto pagherà chi ha redditi, patrimonio e ricchezza paragonabili, per fare solo un esempio, a quelli del Presidente del Consiglio. Dovrà anche dire se davvero dovremo affidare le speranze di crescita alla prospettiva filosofica di un nuovo art. 41 della Costituzione sulla libertà d’impresa o se finalmente non sia il caso di qualche scelta più concreta.
Noi saremo nelle Commissioni con le nostre proposte sul controllo della spesa pubblica, sulle misure fiscali, sulla semplificazione delle strutture pubbliche, sulle liberalizzazioni e così via.
Lo faremo responsabilmente ma tenendo ferma la nostra convinzione, condivisa tra l’altro dai più grandi giornali del mondo: in Italia c’è un problema politico. Quel problema, se non risolto, brucerà via via qualsiasi sforzo che gli italiani faranno.

da www.partitodemocratico.it