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"La lunga marcia (oltreconfine) della finanza cinese", di Marco Del Corona

La Cina non basta più a se stessa. Le sue scelte strategiche, lo status di seconda potenza mondiale, le impongono di dare l’assalto al mondo. In termini economici, ovviamente: perché il dogma politico-diplomatico è l’ «ascesa pacifica» formulata dal politologo Zheng Bijian che suona sia come una rassicurazione sia come un’evoluzione della cautela e del basso profilo predicati da Deng Xiaoping quando lanciò «l’apertura e le riforme» . Il risultato è che, oltre agli scambi commerciali, la Cina mette denaro ovunque. INVESTIMENTI DIRETTI Dalle telecomunicazioni alle materie prime essenziali per sostenere la crescita, gli investimenti diretti della Repubblica Popolare hanno cominciato a impennarsi nella seconda metà di questo decennio. Se nel 2007 quelli oltrefrontiera superavano i 26 miliardi di dollari, l’anno dopo erano raddoppiati. Nel 2011 l’impulso ad «andare all’estero» ha ricevuto la definitiva legittimazione politica al nuovo piano quinquennale e il ministero del Commercio ha annunciato che gli investimenti non finanziari del 2010 hanno toccato i 59 miliardi di dollari, indirizzati a 3.125 aziende in 129 Paesi e territori, un +36,3%sul 2009 (in totale gli investimenti diretti non finanziari dalla Cina sono quasi 259 miliardi di dollari). Lo scorso 22 luglio il sito del ministero aggiornava i conti: nella prima metà del 2011 siamo a un più 34%sull’anno prima, altri 24 miliardi di dollari. «Entro il 2020 aziende cinesi investiranno all’estero tra i mille e i 2 mila miliardi di dollari» secondo un’analisi del Wall Street Journal. — La STRATEGIA Il ruolo dell’Australia tra i destinatari delle acquisizioni e delle partecipazioni cinesi (quasi 3 miliardi di dollari nel 2010) spiega molto. La fame di materie prime e di fonti energetiche ha spinto le grandi compagnie di Stato (Soe) a entrare ovunque nel mondo in aziende minerarie, a rilevare lotti di campi petroliferi. Non sempre le cose vanno bene, come la fallita scalata della Chinalco alla Rio Tinto, ma il trend è questo. Un recente dossier della Us-China Economic &Security Review Commission ammette che «descrivere accuratamente la natura degli investimenti di Pechino all’estero è una sfida» e annota altre linee guida dell’azione di Pechino: l’acquisizione di tecnologia, marchi e know-how; la diversificazione delle operazioni là dove il mercato interno è saturo; il tentativo di aggirare barriere commerciali e dazi imposti a beni made in China producendoli in loco. GLI ATTORI Aziende private, colossi pubblici, il fondo sovrano, banche. Gli attori dell’espansione cinese sono accomunati dalla disponibilità di capitali e dall’appoggio del partito comunista. La Cic, acronimo per China Investment Corporation, è il fondo sovrano. Creata 4 anni fa, è incappata nell’infortunio di investire quasi subito in Blackstone e Morgan Stanley: le perdite della crisi del 2008 suscitarono critiche pubbliche. Si stima che oggi il fondo disponga di 300 miliardi di dollari e, a Davos, Barack Obama ha espresso interesse alla partecipazione della Cic in progetti infrastrutturali negli Usa. IN AMERICA In principio fu Lenovo. Che nel 2005 acquisì la divisione pc della Ibm. Le stime degli investimenti diretti negli Usa convergono sui 5 miliardi di dollari (nel 2010). Ovvero più 150%sul 2009, arrivando — secondo gli analisti del Rhodium Group— a 12 miliardi di dollari totali. Aziende cinesi negli Usa danno lavoro a 10 mila americani e i 5 miliardi sono il prodotto di 25 progetti avviati da zero e 34 acquisizioni: «Non è la politica ma il profitto a spingere gran parte delle aziende cinesi a investire in America» , hanno scritto due economisti del Rhodium Group. Tecnologia, energia, persino catene alberghiere. Ma quando si tratta di investimenti finanziari, quali sono i 1.160 miliardi di dollari in bond nelle mani di Pechino, la politica rientra dalla finestra. Quanto alle banche, marcano il territorio: prima della visita di Hu Jintao a Washington, la Bank of China (che non è la banca centrale) ha cominciato a offrire conti in renminbi a New York. IN EUROPA Ansiosa di ottenere il massimo dal gioco di sponda fra Usa e Ue, dollaro ed euro, la Cina scommette sul Vecchio Continente. Se la nuova frontiera sono l’Est e i Balcani, l’Eurozona in difficoltà fa conto sulla disponibilità cinese a investire in bond. Prima della nuova picchiata della crisi, si calcolava che Pechino detenesse almeno 630 miliardi di euro in titoli di Stato. Sul fronte delle fusioni e delle acquisizioni, spicca la Volvo venduta dalla Ford alla Geely (1,8 miliardi di dollari, 2010). Un dato elaborato dalla londinese Dealogic valuta in quasi 44 miliardi di dollari l’investimento di società cinesi nella Ue: sarebbero almeno 118 le aziende europee ormai controllate dai cinesi. Ha fatto scuola, forse, il colosso italiano dei cavi Prysmian, capace di battere la concorrenza della cinese Xinmao e acquisire l’olandese Draka. Raccomanda un rapporto dell’European Council on Foreign Relations: l’Europa «deve accettare una crescente interdipendenza e fare in modo che ad aumentare sia la dipendenza europea dalla Cina» . IN ITALIA Al netto del caso Prato e delle varie Chinatown, la Cina estende la sua presenza. Gli scambi di visite istituzionali consolidano un rapporto che ha un suo fronte finanziario. Il 13%del nostro debito, secondo il think tank Osservatorio Asia, sarebbe in mani cinesi, almeno 230 miliardi in titoli di Stato. Si muovono le banche, da Bank of China alla Icbc (Industrial and Commercial Bank of China, entrata anche nel board della Fondazione Italia Cina). Il centenario marchio Benelli è o r m a i d a t e m p o c i n e s e (Qianjiang), così le macchine per l’edilizia Cifa (Zoomlion) e i frigoriferi Meneghetti (Haier). La Cina è qui. Per restare.

Il Corriere della Sera 08.08.11

"Palazzo chigi franco-tedesco", di Andrea Bonanni

Il commissariamento europeo del governo italiano si consolida e prende la forma di una riunione straordinaria del consiglio della Bce e di un comunicato congiunto Merkel-Sarkozy. Il tutto alla vigilia di una riapertura dei mercati che si preannuncia burrascosa e mentre i ministri del G7 si riuniscono in una conference call d´emergenza nella notte per cercare di mandare un messaggio di fiducia che eviti il tracollo.L´Italia nominalmente fa ancora parte del G7. Ma c´è da chiedersi quale contributo potrà mai dare essendo l´unica delle sette potenze industrializzate del Pianeta che figura oramai sotto tutela da parte dei suoi pari, incapace di garantire con l´autorevolezza politica del proprio governo la solvibilità delle sue finanze pubbliche.
Lo spettacolo non è dei più edificanti. Venerdì Berlusconi è stato di fatto costretto dalla Bce e dai partner europei ad anticipare i tempi della manovra economica e a promettere misure che fino a pochi giorni prima aveva escluso.
Un cedimento reso necessario dal bisogno disperato di un intervento della Banca centrale per comprare titoli di stato italiani sul mercato secondario ed evitare che i tassi di interesse, già ai loro massimi storici, schizzino a livelli incontrollabili. Questo annuncio, che sarebbe stato saggio e lungimirante se fatto in autonomia qualche mese fa, risulta invece umiliante perché imposto dall´esterno ad un Paese che appare ormai con l´acqua alla gola. E neppure questo, a quanto sembra, è bastato per superare le reticenze della Bce a venire in aiuto dell´Italia. Ieri il presidente dell´Istituto di Francoforte, Jean-Claude Trichet, ha annunciato la convocazione di una teleconferenza tra tutti i membri del consiglio direttivo per ottenere un «via libera politico» all´acquisto di Bot sul mercato: come dire che neppure le assicurazioni del capo del governo italiano bastano come garanzia della serietà della manovra annunciata e che la responsabilità di dare fiducia all´Italia deve essere condivisa dall´insieme dei governatori delle banche centrali europee. Anche perché la stazza della nave da salvare, questa volta, è di tali dimensioni da richiedere un intervento coordinato da parte di tutte le banche centrali dell´eurozona.
E il consenso politico richiesto dalla Bce è arrivato puntuale ieri in serata. Ma a darlo è stato l´asse franco-tedesco con un comunicato congiunto della cancelliera Merkel e del presidente Sarkozy. È toccato a Parigi e Berlino farsi garanti della serietà della nuova manovra italiana, frettolosamente anticipata da Berlusconi.
Ma l´intervento di mallevadoria da parte dell´accoppiata Merkel-Sarkozy ha un prezzo. Da una parte, infatti, i due sollecitano «una messa in opera rapida e completa delle misure annunciate», dall´altra confermano il mandato alla Bce a decidere se e come intervenire sul mercato secondario in difesa dei Paesi sotto attacco.
Quella che si è compiuta ieri, insomma, è la formalizzazione del commissariamento del governo italiano. Da una parte la Banca centrale chiede un mandato politico, non all´Italia ma al resto dell´Europa, per intervenire in difesa dei titoli di stato italiani. Dall´altra i leader dell´eurozona, Francia e Germania, danno un giudizio favorevole ma condizionato, e rimettono alla Banca centrale il compito di tenere l´Italia sotto tiro decidendo volta per volta l´opportunità di un intervento di sostegno.
In questo scenario quantomeno umiliante, il governo italiano è costretto al silenzio. Se la Spagna, che si trova in difficoltà analoghe, per bocca della ministra delle Finanze Elena Salgado si permette di rivolgere alla Bce un secco invito «a fare il proprio lavoro» e a comprare i bond spagnoli, Roma tace. Del resto non può fare altro se non sperare nella benevolenza interessata dei partner europei. Se l´enorme debito pubblico è una pietra al collo del Paese, è il clamoroso deficit di credibilità politica del nostro governo l´elemento che rischia di metterci definitivamente in ginocchio.

La Repubblica 08.08.11

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«Azienda commissariata, i manager si cambiano», di Andrea Garibaldi

«L’Italia è stata commissariata. Come quando un’azienda va male e il manager non sa porre rimedio. Le banche intervengono a risanare e di solito, in questi casi, c’è il cambio del management» . Guido Roberto Vitale è un banchiere d’affari, presidente della Vitale &associati, vicepresidente del Fondo italiano per l’Ambiente, già presidente di Rcs, di Lazard Italia, di Euromobiliare. Ha apprezzato l’analisi di Mario Monti sul Corriere di ieri. L’Italia avrebbe bisogno di un nuovo governo? «L’Italia avrebbe bisogno di un governo più forte, sostenuto dalla società civile» . E questo è un quadro possibile a breve scadenza? «La Bce e i partner più solidi dell’Unione Europea sono intervenuti nel loro e nel nostro interesse. A questo punto può restare in carica il governo attuale, a patto che segua i consigli dei Paesi virtuosi, le indicazioni della signora Merkel» . Scrive Monti che di fronte a decisioni imposte da altri, avremmo bisogno di «patriottismo economico» . «Adesso il vero patriottismo è dare retta alle istituzioni internazionali. Lo scatto d’orgoglio consiste nell’accettare l’indispensabile commissariamento» . L’Europa non avrebbe bisogno di un’Italia «rispettata e autorevole» , anziché fonte di problemi? «Certo. Ma per tornare ad avere un ruolo in Europa, dobbiamo prima mettere ordine in casa. Viviamo al di sopra dei nostri mezzi. È l’accusa che la Cina ha appena rivolto agli Stati Uniti» . Non abbiamo le credenziali per essere protagonisti in Europa? «Dalla crisi si può uscire più forti e più determinati a costruire un’Europa politica, non solo monetaria. Noi non diamo la sensazione di avere a cuore il futuro del Continente. Siamo stati distratti da mille altre priorità» . Nella gestione della crisi, secondo Monti, c’è stato molto tempo perduto. «Tutto il nostro ceto politico ha perso i contatti con la società civile. Troppa autoreferenzialità, troppo benessere, troppe auto blu. L’opposizione, Pd in testa, non è stata in grado di esprimere un programma con pochi punti essenziali, logici, coordinati (e impopolari) per rilanciare il Paese» . Le misure presentate dal governo venerdì saranno efficaci? «L’anticipo della manovra economica era un’esigenza evidente. Dispiace che siamo arrivati a farcelo imporre dall’estero. Fra i politici, l’unico che ha capito la situazione è Casini» . Ci sarà bisogno di altre misure? «Probabilmente bisognerà fare una lotta feroce alle false pensioni di invalidità. Bisognerà innalzare l’età pensionabile per le donne. E bisognerà toccare i vitalizi di deputati e senatori, veri e propri “privilegi del principe”» . Poi ci vorranno provvedimenti per la crescita? «Prima fermiamo l’emorragia. Riguardo alla crescita, ho un’impostazione keynesiana. Vanno bene alcune liberalizzazioni e privatizzazioni. Ma l’Italia necessita soprattutto di nuove infrastrutture» .

Il Corriere della Sera 08.08.11

"Celebrazione della giornata nazionale del sacrificio e del lavoro degli italiani nel mondo", di Gianni Farina *

Cari democratici e care democratiche, cari e care connazionali,

l’otto Agosto celebriamo la giornata nazionale del sacrificio e del lavoro italiani nel mondo. Andremo, come sempre, a Marcinelle, a ricordare i caduti del 1956 al Bois du Cazier, a rinnovare, 55 anni dopo, l’affetto, la riconoscenza, la memoria di una tra le più drammatiche vicende dell’emigrazione italiana nel mondo. Alla Camera dei Deputati ho voluto ricordare quella tragedia che ha segnato la storia dell’emigrazione italiana in Europa e nel mondo.

” L’immigrazione esiste dagli albori dell’umanità. Siamo i popoli della terra, ed è nella nostra natura scoprirla, conoscerla, arrestarsi là ove ci sentiamo bene, pensando che la vita sarà fruttuosa per noi e per tutti. Come per tanti popoli, i figli della terra italiana sono partiti non tanto per scoprire il mondo o per arricchirsi, ma per carpire la speranza di un avvenire più giusto e umano.

Nessuno dei nostri migranti, nelle terre d’Europa e del mondo, ha mai accusato le comunità ospitanti d’essere distanti e sospettosi. È successo. Succede. La sorte dei popoli che non si conoscono e che devono, pazientemente, apprendere la ricchezza dell’incontro per vivere e progredire assieme.

Allora, ognuno fu assunto nelle terre della Vallonia per alcuni chili di carbone da fornire all’Italia uscita umiliata e immiserita dall’avventura totalitaria e dalla guerra. Tutto accanto a noi, penso alla tragedia di Oslo, frutto di una criminale intolleranza, sembra dirci che anche gli attuali avvenimenti non sono fatti per costruire un mondo di solidale convivenza.

Tuttavia, ogni popolo – è scritto nella storia dei secoli e dei millenni – prima o poi ci arriverà. Junot Diaz, lo scrittore americano immigrato da Santo Domingo, riassume il decorso storico con una splendida frase: “l’America è una strana nazione di immigrati che pretende il contrario senza rendersi conto della straordinaria ricchezza sua nata dall’incontro e dall’abbraccio”.

Gli Stati Uniti, innanzitutto, indiani, irlandesi, scozzesi, inglesi, africani con i collari d’acciaio a soffocare la carne e lo spirito, italiani, cinesi e chissà quanti ancora. La melange che creò una nazione. È la sfida nostra, di un popolo emigrato che difende la memoria, le sue radici e costruisce l’unità. Guardiamo al di là dell’oceano , alla storia multi centenaria del suo popolo, ferocemente, indubitabilmente, americano. Americano, anche se il figlio dell’irlandese festeggia ancora San Patrizio a Chicago, i ragazzi e le ragazze cinesi preparano con amore il loro anno asiatico a Chinatown, e i discendenti italiani profumano il palato con i leggendari spaghetti tra una parlata e l’altra del dialetto palermitano o napoletano.

Hanno creato assieme una grande nazione, partendo dalle nostre stesse ragioni: il lavoro e un migliore avvenire per i loro figli. Hanno costruito un paese possente e unito, talmente unito che il loro presidente è assurto dalla comunità nera, quella che non scelse di partire verso il nuovo mondo ma fu costretta dalla forza, dallo schiavismo assassino e disumano. Sono riusciti a costruirlo laggiù. Possiamo ripeterlo noi con l’Unione, nelle terre della vecchia Europa.”

Quel fatale 1956 a Marcinelle
Marcinelle ci indica il cammino, partendo da quel fatale rintocco del 1956 che annunciava il sacrificio e il riposo dei vinti. Lassù, la Louvière, la città mineraria ove sono state scritte le pagine più autentiche del lavoro italiano nella terra dei belgi valloni, è poco lontana. Siamo stati tempo fa a celebrare il 150° dell’unità d’Italia. Un pubblico attento e appassionato.
Un dibattito bello, commovente per la varietà di esperienze storiche e umane dei presenti. L’unità d’Italia dei sentimenti e delle ragioni. La realtà di un mondo italiano che ha saputo difendere i valori della patria antica unendoli nell’abbraccio alle nuove tradizioni storiche e umane. Una mescolanza di storie vissute che sono esempio e ammonimento per tutti.
Tra noi, il vecchio emigrato da uno sperduto paesino della Sila con accanto la bombola a ossigeno, amorevole sorella della lotta alle polveri sottili del grisù. Forse compagno, amico, di chi è rimasto sepolto laggiù cinquantacinque anni prima. Un solo desiderio nel cuore: tornare per un giorno al villaggio natale.
L’ottantenne e più, Dante Maltesi , leone emiliano che impiega il suo tempo a costruire i circoli transnazionali d’amicizia e ad organizzare viaggi di studio e lavoro tra i suoi corregionali.
E Michel De Mattia , un amico, un professionista e dirigente affermato, nonché militante politico. Consigliere comunale, domani, chissà?, deputato nella terra dei valloni o al parlamento federale. Sulla scia di Elio Di Rupo, l’orgoglio della comunità italiana.
E ragazzi e ragazze, a cui il destino ha indicato la strada: cittadini d’Europa, costruttori di una Unione fondata sulla pari dignità dei diversi e solidali. Uno straordinario e inutilizzato patrimonio italiano.
Il Mahatma Gandhi , l’apostolo della non violenza, affermava che la “regola d’oro della condotta di ognuno è la tolleranza reciproca”. Ci permette di veder l’insieme della verità e ci fa tutti più ricchi e umani.
Il sacrificio italiano nel mondo, a Marcinelle come ovunque , lo vorrei riassumere con le parole del sindaco di La Louvière che venne, per l’occasione, a salutare i suoi cittadini di origine italiana. “Grazie, cari amici, per tutto quanto avete dato Vi è nella vostra voce, nell’animo di ognuno, il sole che a noi manca. Senza di voi a noi non resterebbe che la pioggia”.
Resteremo, caro sindaco, a La Louviére come altrove, in questa nostra Europa. Resteremo, con il sole e con la pioggia, per costruire l’Europa che sta nei nostri cuori. Per rendere onore alle vittime di Marcinelle e perché il loro sacrificio non sia stato vano”.

* deputato del PD

"Posti vacanti DSGA: I chiarimenti del MIUR", di R.P. da La Tecnica della Scuola

Cancellata la contrattazione regionale per la definizione dei criteri di conferimento degli incarichi, anche se resta l’obbligo dell’informativa. Protestano i sindacati del comparto scuola. Con una lunga nota diramata il 5 agosto il Miur ha fornito indicazioni alle direzioni regionali in materia di copertura dei posti vacanti di dsga.
La nota si è resa necessaria in quanto l’art. 11bis della ipotesi di CCNI sulla mobilità annuale non era stato ammesso a certificazione dal Dipartimento della Funzione Pubblica e quindi non era stato inserito nel testo definitivo della successiva OM emanata a firma del Ministro.
Le istruzioni fornite dalla Direzione generale per il personale sono a questo piuttosto precise. In primo luogo, infatti, gli Usr dovranno provvedere alla copertura dei posti vacanti e/o disponibili ricorrendo a contratti di lavoro a tempo determinato fino al termine dell’anno scolastico utilizzando le graduatorie permanenti previste dal DM 146/2000.
In caso di esaurimento delle GP i posti potranno essere quindi coperti dal dirigente scolastico con incarico conferito ad un assistente amministrativi in servizio nella medesima istituzione scolastica e beneficiario della seconda posizione economica.
In subordine, ma sempreché il personale della stessa scuola si dichiari disponibile, il
dirigente scolastico può conferire un incarico specifico ad assistente amministrativo secondo quanto previsto dall’articolo 47 del CCNL. (in tal caso l’incarico viene retribuito utilizzando il fondo di istituto).
“In via esclusivamente residuale – precisa ancora la nota ministeriale – la copertura dei posti rimasti ancora vacanti e/o disponibili per tutto l’anno scolastico deve essere realizzata mediante personale appartenente ai profili professionali di responsabile amministrativo ovvero di assistente amministrativo di altra scuola”.
Per tale evenienza l’USR dovrà predisporre appositi elenchi provinciali del personale
aspirante agli incarichi “sulla base di criteri, modalità e termini che avranno costituito
oggetto di apposita informativa alle organizzazioni sindacali”.
Definiti gli elenchi i direttori regionali predispongono i conseguenti provvedimenti nei confronti del personale disponibile, ma “con esclusione di quello che abbia rifiutato, nella propria scuola, analogo incarico per una medesima tipologia di posto”.
I sindacati hanno già annunciato il loro dissenso.
Secondo la Flc “si tratta di una palese violazione del CCNL del comparto scuola laddove, all’art. 4, prevede che i criteri di utilizzazione del personale siano oggetto di contrattazione regionale”.
Sempre secondo la Flc, si tratta di una “decisione inaccettabile perché delegittima il ruolo del sindacato e modifica unilateralmente in contratto stesso”.
Per parte sua la Cisl Scuola parla di “una ingiustificata compressione delle norme della contrattazione” e “rivendica la piena applicabilità della contrattazione integrativa regionale ai sensi del comma 3 dell’articolo 4 del Ccnl 2007/2009”.

La Tecnica della Scuola 08.08.11

"L´arte di arrangiarsi ora non ci salverà", di Ilvo Diamanti

Temo che il piano del governo per rispondere alla bufera dei mercati non produrrà gli effetti sperati. Non solo per i limiti relativi alle politiche annunciate, né per le turbolenze globali. Oltre a tutto ciò, c´è un altro problema: noi. Gli italiani. E lui. Berlusconi. Insieme al governo “eletto dal popolo”. In definitiva: il rapporto fra gli italiani e chi li governa. In parte, si tratta di una novità.
Gli italiani, infatti, nel dopoguerra, hanno sempre reagito alle emergenze, interne ed esterne. Basti pensare alla Ricostruzione degli anni Cinquanta e Sessanta. Quando l´Italia divenne uno dei Paesi più industrializzati al mondo. Gli italiani conquistarono il benessere, l´accesso all´istruzione di massa e ai diritti di cittadinanza sociale. Anche in seguito il Paese continuò a crescere. Soprattutto negli anni Novanta, grazie alle aree e ai settori in precedenza considerati “periferici”. Le piccole imprese, il lavoro autonomo, le province del Nord, il Nordest. In quegli stessi anni, gli italiani reagirono alla crisi – economica e politica – affidandosi ai governi guidati da Amato e Ciampi, all´intesa tra il governo e le parti sociali. Gli italiani, allora, affrontarono manovre finanziarie il cui costo complessivo superò largamente i centomila miliardi di lire. E pagarono molto anche tra il 1996 e il 1998, quando al governo erano Prodi e (ancora) Ciampi. Per entrare nell´Europa dell´Euro. Per non restare esclusi dall´Unione – peraltro ancora incompiuta. Pagarono caro, tra molte proteste, comprensibili. Ma pagarono. Perché compresero che non c´era alternativa, se volevano mantenere il benessere e lo sviluppo conquistati con tanti sacrifici. Oggi – lo ripeto – dubito seriamente che riusciremmo nella stessa impresa. Che saremmo – saremo – in grado di affrontare gli stessi costi e gli stessi sacrifici. Con gli stessi risultati.
Ci ostacola, anzitutto, la nostra identità sociale. Il nostro “costume nazionale”. Gli italiani, infatti, si sentono uniti dalle differenze, locali e sociali. Sono – siamo – un Paese di paesi: città, villaggi, regioni. L´Italia è, al tempo stesso, un collage, una “casa comune”, dove coabitano molte famiglie. Appunto. Perché gli italiani si vedono diversi e distinti da ogni altro popolo proprio dall´attaccamento alla famiglia. E ancora, dall´arte di arrangiarsi. Cioè, dalla capacità di adattarsi ai cambiamenti e di rispondere alle difficoltà. E, ancora, dalla creatività e dall´innovazione. Un popolo di creativi, flessibili, attaccati alla propria famiglia, al proprio contesto locale. E, puntualmente, lontano dallo Stato, dalle istituzioni, dalla politica, dal governo. Una società familista, in grado di affrontare le difficoltà “esterne” di ogni genere. In grado di crescere “nonostante” lo Stato e la Politica. Si tratta di una cornice condivisa, come ha dimostrato il consenso ottenuto dalle celebrazioni del 150enario. Ma è ancora in grado di “funzionare” come in passato? Penso di no. Il localismo, la struttura familiare e quasi “clanica” della nostra società: sono limiti alla costruzione di una società aperta, equa, fondata sul merito. Ostacoli a ogni tentativo di liberalizzare. Gran parte degli italiani, d´altronde, sono d´accordo sulle liberalizzazioni. Ma tutti, o quasi, pensano di trasmettere ai figli non solo la casa e il patrimonio, ma anche la professione, l´impresa e la bottega. E molti (soprattutto quelli che non hanno un lavoro dipendente) vedono nell´elusione e nell´evasione fiscale una legittima difesa dallo Stato inefficiente, esoso e iniquo. Il quale, da parte sua, non fa molto per allontanare da sé questo ri-sentimento.
Difficile, in queste condizioni, rilanciare la crescita, abbassare il debito pubblico, imporre il pareggio di bilancio. Anche se venisse imposto per legge. Anzi: con norma costituzionale.
Eppure – si potrebbe eccepire, legittimamente – in passato questo modello ha funzionato. Già: in passato. Quando eravamo (più) poveri. Quando dovevamo conquistare il benessere e un posto di riguardo, nella società. Per noi e i nostri figli. Quando la nostra economia e il nostro Paese dovevano guadagnare peso e credibilità, sui mercati e nelle relazioni internazionali. A dispetto dei sospetti e dei pregiudizi nei nostri confronti. Ma oggi non è più così. Non abbiamo più la rabbia di un tempo. Semmai: la esprimiamo nei confronti dello Stato e degli altri. Gli stranieri. E in generale: verso gli altri italiani. Sempre più stranieri ai nostri occhi.
Poi, soprattutto, è da vent´anni che il localismo, il familismo e il bricolage sono andati al potere. Interpretati dal partito delle piccole patrie locali: Nord, Nordest, regioni, città e quant´altro. E dal Partito Personale dell´Imprenditore-che-si è-fatto-da-sé. È da 10 anni almeno che lo Stato è stato conquistato da chi considera lo Stato un potere da neutralizzare. Da chi ritiene le Tasse e le Leggi degli abusi. È da 10 anni almeno che il pessimismo economico è considerato un atteggiamento antinazionale, un sentimento esecrabile che produce crisi. È da 10 anni almeno che “tutto va bene”, l´economia nazionale funziona, la disoccupazione è più bassa che altrove (non importa se è sommersa nell´informalità). E se oggi la nostra borsa e la nostra economia arrancano affannosamente – certo, insieme alle altre, ma molto, molto più di ogni altra – la colpa non è nostra, figurarsi. Ma degli altri: i mercati e gli speculatori – cioè, lo stesso. Perché non ci capiscono. Non tengono conto dei nostri “fondamentali”, solidi e forti.
Così dubito che gli italiani siano davvero in grado di affrontare la sfida di questo momento critico. Al di là delle colpe altrui, anche per propri limiti. Perché non hanno – non abbiamo – più il fisico e lo spirito di una volta. Perché oggi essere familisti, localisti, individualisti – e furbi – non costituisce una risorsa, ma un limite. Perché la sfiducia nello Stato e nelle istituzioni, oltre che nella politica e nei partiti: è un limite. (E non basta la fiducia nel Presidente della Repubblica a compensarlo.) Perché l´abbondanza di senso cinico e la povertà di senso civico: è un limite. Perché se a chiederti di cambiare è un governo fatto di partiti personali e di persone che riproducono i tuoi vizi antichi: come fai a credergli?
Perché, in fondo, questo Presidente Imprenditore – e viceversa – in campagna elettorale permanente, quando chiede sacrifici, rigore, equità, non ci crede neppure lui. Strizza l´occhio, come a dire: sacrifici sì, ma domani… Basta che paghino gli altri.
Peccato che domani – anzi: oggi – sia già troppo tardi. E gli altri siamo noi.
L´arte di arrangiarsi stavolta non ci salverà. Tanto meno Berlusconi.

La Repubblica 08.08.11

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La rabbia del Cavaliere “Mi commissariano”, di FRANCESCO BEI
È un vero e proprio ultimatum quello che Merkel e Sarkozy depositano sulla scrivania di Berlusconi, calibrando ogni singola parola del comunicato. Va bene l´anticipo del pareggio di bilancio, ma non basta. Serve ora «un´attuazione rapida e completa delle misure annunciate». Toni perentori, appunto, che non lasciano margini per trattare, come quelli usati nelle scorse settimane con la Grecia. Un altro paese “commissariato” dal direttorio europeo per salvarlo da se stesso e dalla propria classe politica. Del resto la lettera riservata di Trichet, il governatore della Bce, spedita tre giorni fa a palazzo Chigi, conteneva già un elenco preciso di cose da fare. Senza indugi.
Al Cavaliere la nota congiunta è stata anticipata con un colloquio telefonico (conferme non ce ne sono, ma sembra sia stato Sarkozy a telefonare in Sardegna) e ha provocato due reazioni uguali e contrarie. Da una parte il sollievo, perché quel comunicato significa la salvezza, è la prova che Sarkozy è finalmente riuscito a vincere le resistenze della Germania e garantire che la Bce, da questa mattina, inizierà a comprare i Btp italiani sul mercato secondario. Dall´altra l´umiliazione e quindi la rabbia per essere trattato come un leader sotto tutela. Un´irritazione accresciuta anche dall´analisi convergente di Mario Monti apparsa ieri sul Corriere della sera. Proprio il candidato più autorevole per rimpiazzarlo alla guida di un esecutivo tecnico, ha descritto quello di Berlusconi come un governo svuotato della sua sovranità, dove di fatto «le decisioni principali sono state prese da un governo tecnico sovranazionale» insediato tra Bruxelles, Francoforte, Berlino, Londra e New York. Che sia in atto un declassamento politico dell´Italia è confermato da alcuni piccoli ma significativi episodi. Nonostante a Roma si cerchi di accreditare l´immagine di un premier in «costante contatto» con tutto il mondo, la realtà appare un po´ diversa. La Merkel con il Cavaliere non vuole più farsi riprendere nemmeno in una foto, figuriamoci incontrarlo (oltretutto è stata fino a ieri in vacanza in Italia…). Sarkozy, impegnato a salvare l´Italia per mettere al riparo anche la Francia dal contagio, è rimasto invece colpito dalla gaffe di Berlusconi di venerdì scorso, con quell´annuncio «imprudente» (dicono all´Eliseo) di un vertice del G7 finanziario e poi anche del G8 quando al momento era niente più che un´ipotesi. E l´annunciata – sempre da Berlusconi – telefonata con Obama è caduta nel silenzio imbarazzato della Casa Bianca, dove nessuno l´aveva ancora data per certa. Ci dovrebbe essere, forse, oggi. Chissà. Anche negli Stati Uniti si guarda infatti con preoccupazione a quello che accade a Roma, l´anello debole della catena. La botta all´immagine americana, provocata dal declassamento di S&P, ha fatto passare per un giorno in secondo piano ieri l´emergenza-Italia, che tuttavia da ieri sera torna a dominare l´attenzione, per l´urgenza di dare ai mercati delle certezze.
Per dare concretezza agli annunci e riempire di contenuti l´anticipo del pareggio di bilancio, nel governo si fa sempre più concreta l´ipotesi di un decreto legge, come anticipato ieri da Repubblica. Da approvare questa settimana o dopo ferragosto. Del resto sembra proprio un provvedimento d´urgenza quello che chiedono tra le righe Parigi e Berlino in cambio del sostegno della Bce. Dal poco che filtra da Francoforte, sede della Banca centrale europea, sembra che fino all´ultimo i tedeschi – mandando avanti gli alleati lussemburghesi e olandesi – abbiano puntato i piedi, contrarissimi a comprare titoli pubblici italiani senza precise garanzie. E solo l´aut-aut a Berlusconi contenuto nel comunicato congiunto di Merkel e Sarkozy ha sbloccato la situazione, di fatto commissariando il governo e mettendolo in condizioni di scegliere soltanto “dove” andare a tagliare. Senza più voce in capitolo sul “quanto” e sul “quando”. Da oggi al ministero dell´Economia si riuniranno i tecnici per capire su quali capitoli intervenire, se sull´innalzamento dell´età pensionale per le donne, sull´anticipo dei costi standard nella sanità o sulla revisione della giungla di detrazioni fiscali. Mentre non viene neppure più esclusa a priori, nonostante la contrarietà di Berlusconi, l´idea di una tassa patrimoniale, già riaffiorano le ipotesi di un condono fiscale ed edilizio.

La Repubblica 08.08.11

«Il Pd in spiaggia, la nostra politica non va in vacanza», di Claudio Visani

Il segretario emiliano spiega la «campagna d’estate» dei democratici. «Tra la gente per resistere a questa manovra».

Il momento è drammatico. Il governo è un’orchestra stonata che suona sul Titanic. L’Italia appare commissariata dall’Europa. C’è bisogno di costruire subito un’alternativa per dare una prospettiva a questo Paese. La politica non può andare in vacanza. La nostra non ci va. Siamo qui per testimoniare il nostro impegno, per spiegare ai cittadini, anche sulla spiaggia, le nostre proposte alternative per salvare e governare l’Italia». Così il segretario emiliano-romagnolo del Pd, Stefano Bonaccini, spiega la «campagna d’estate» dei democratici sulla riviera romagnola: 500 tra dirigenti, parlamentari e semplici militanti impegnati a distribuire sul bagnoasciuga depliant, cartoline, braccioli «per restare a galla nonostante la manovra». Le prime iniziative venerdì sui lidi ferraresi, ieri a Rimini e Riccione, oggi il clou tra i lidi ravennati e Cesenatico. Dirigenti e militanti Pd che sbarcano sulla spiaggia a bordo dei pedalò. Sembra una gag di Maurizio Ferrini…
«Un po’ d’allegria non guasta, anche se la situazione è serissima. Noi non vogliamo fare pagliacciate, né arrecare disturbo a chi sta in vacanza. Vogliamo portare tra la gente, anche sotto Ferragosto, le nostre preoccupazioni e le nostre proposte.E mi pare che i cittadini rispondano, che apprezzino il fatto che il Pd c’è, non è in vacanza».
Ennio Flaiano direbbe: la situazione è tragica ma non seria.
«Colpa di questa destra, di questo Presidente del Consiglio. Hanno vinto le elezioni all’insegna del meno tasse e più lavoro per tutti e ognuno padrone a casa sua. Ci ritroviamo con le tasse mai così alte, un milione e mezzo di posti di lavoro in meno, il precariato che mortifica i nostri giovani, il federalismo leghista che si rivela un disastro per gli entri locali».
E le vostre ricette alternative quali sono?
«Una riforma fiscale che tassi al 20% le rendite finanziarie e meno il lavoro, combattendo efficacemente l’evasione. Incentivi alle imprese che assicurano un lavoro stabile. Liberalizzazioni contro i monopoli, per dare ai cittadini buoni servizi a minor costo. Una politica industriale che premi la green economy. La riforma dello Stato e della politica».
L’Espresso riporta l’elenco dei 2.308 ex parlamentari che incassano pensioni da 1.700 a 7mila euro al mese, dopo aver fatto anche solo una legislatura.
Una classe politica di privilegiati che chiede sacrifici alla povera gente. Che credibilità può avere?
«Il Pd propone l’abolizione dei vitalizi. In Emilia-Romagna, dove governiamo noi, per i consiglieri regionali l’abbiamo già deciso. Perciò siamo credibili. E proponiamo anche di dimezzare il numero dei parlamentari, una sola Camera, indennità dei deputati parificate a livello europeo».
C’è chi vi ha criticato perché avete fatto passare in fretta una manovra che colpisce i soliti noti…
«Noi abbiamo dato un contributo di responsabilità pernon fare affondare questo Paese. Non è bastato. Ora bisogna cambiare il segno di questa manovra che fa pagare il costo della crisi alle famiglie e ai pensionati, e non fa pagare chi più ha»

da L’Unità

«Lasciate stare la Costituzione», di Valerio Onida

Cosa c’entra l’articolo 41 con i problemi dell’economia? Più seria la questione del vincolo di pareggio del bilancio ma il pericolo è svuotare la politica dalle proprie responsabilità. Per affrontare l’emergenza meglio altri strumenti

C’è qualcosa di sospetto nelle intenzioni annunciate in questi giorni, sull’onda della “emergenza” economico-finanziaria, di varare alcune riforme costituzionali, che vanno dalla modifica dell’articolo 41 sulla libertà dell’iniziativa privata alla introduzione di un vincolo al pareggio di bilancio. Cosa c’entri l’articolo 41 con i problemi reali dell’economia italiana non l’abbiamo ancora capito: è dimostrato che nessuna politica di rigore finanziario, di sana liberalizzazione o anche di sana e utile privatizzazione, è impedita dai principi costituzionali vigenti, che coniugano la libertà di iniziativa con il limite della «utilità sociale» e affidano alla legge, cioè alla politica, il compito di «indirizzare e coordinare a fini sociali» – cioè di interesse generale – l’attività economica pubblica e privata. L’unica cosa chiara è che, nell’incapacità o non volontà di attuare «vere» riforme utili ai cittadini, si vuole guadagnarsi l’etichetta di «liberalizzatori » a oltranza con la meno costosa riscrittura della Costituzione. Più serio è il discorso sul vincolo costituzionale di pareggio, che si aggiungerebbe a quelli che ci impone da qualche tempo l’Unione monetaria europea. La nostra Costituzione, all’articolo 81, stabilisce l’obbligo per le leggi di «indicare i mezzi» per far fronte alle «nuove o maggiori spese», cioè il dovere per i legislatori di assumersi consapevolmente ed espressamente la responsabilità dell’equilibrio finanziario complessivo, quando decidono misure che comportano aumenti di spesa o riduzioni di entrate. Che poi questo vincolo sia stato spesso non rispettato o aggirato, è vero, e non depone a favore della capacità della politica di attenersi agli obblighi che pur dalla Costituzione sono imposti chiaramente. Certo, l’articolo 81 non vieta in assoluto di indebitarsi: il deficit spending è da sempre uno strumento di politica economica, utile per esempio quando attraverso nuovi investimenti, pagati col debito, ci si proponga di stimolare l’economia ottenendo anche i mezzi per ripagare il debito stesso negli anni. Vietare in modo assoluto e senza eccezioni di indebitarsi per poter spendere può essere perfino pericoloso (e forse impossibile da ottenere). Stabilire in Costituzione un vincolo al pareggio del bilancio (effettivo, non ottenuto col ricorso al debito) assomiglia un poco alla strategia di Ulisse che, pensando di non saper resistere al canto delle sirene – nel nostro caso, alle sirene della spesa pubblica – si fa legare all’albero della nave. Se poi magari succede qualcosa che obbliga o consiglia di ricorrere al deficit(come è accaduto per molti Paesi dopo la crisi del 2008), si vedrà. Intanto leghiamoci all’albero. In realtà quello che occorrerebbe soprattutto è la «interiorizzazione », da parte della politica (di maggioranza e di opposizione) del sano vecchio criterio di buon senso per cui le nozze non si fanno coi fichi secchi: e dunque, se si vuole o si deve spendere per soddisfare diritti o ottenere benefici, si debbono anche procurare, con il prelievo tributario, le entrate corrispondenti, ricorrendo al debito solo quando e nella misura in cui si sa di poterlo ripagare con le entrate future. Conquesto criterio però si scontra il mito o il pregiudizio per cui la spesa pubblica è necessaria, ma i sacrifici per pagarla li devono fare sempre “gli altri”, e per i politici proporre aumenti delle tasse significa suicidio. Nella odierna società del benessere sembra talvolta che si sia persa l’idea (che invece sta chiaramente anch’essa nella Costituzione) che tutti debbono concorrere alla spesa pubblica, e chi ha di più deve concorrere di più. Il vero problema del sistema fiscale è l’equità: pagare tutti, pagare in relazione alla propria «capacità contributiva». Inseguendo invece lo slogan «meno tasse» (ma la spesa non si tocca) si apre la strada del disavanzo: non è un caso che negli Usa l’era dell’antistatalista Reagan è stata anche l’epoca di un forte incremento del debito. Ragioniamo allora di «fondamentali » come questi, e della cultura che vi sta dietro, e lasciamo stare la Costituzione.

da L’Unità

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«Non date la colpa alla Costituzione», di Michele Ainis
In Italia è un vizio antico, quello di scaricare sulla Costituzione le colpe dei governi. Ma l’ultima imputazione è anche la più odiosa: i padri fondatori sarebbero i nostri affondatori. Meno male, adesso sappiamo con chi prendercela. Ecco dov’è la responsabilità della tempesta che si è abbattuta sui titoli di Stato, ecco il tappo normativo che impedisce le liberalizzazioni, ecco perché l’economia italiana cresce come un nano. E gli anni Cinquanta, quelli del boom? Non era forse già in vigore la Carta del 1947? Evidentemente dev’essersi assopita, giacché a quanto risulta non si mise per traverso. Siccome però la bella addormentata da un momento all’altro può svegliarsi, l’esecutivo ha appena battezzato due riforme. Riusciranno a placare la furia dei mercati? Dipende: se aspettano un paio d’anni — quanto serve per la doppia lettura delle Camere, per il probabile referendum confermativo, per scrivere le leggi d’attuazione— magari ne usciremo vivi. Nel frattempo è giusto misurarle senza pregiudizi. A partire dalla prima: l’obbligo costituzionale del pareggio di bilancio. Per una volta, una riforma che mette d’accordo tutti: l’opposizione di centro e di sinistra, la Confindustria e i sindacati, illustri esponenti della società civile, come Montezemolo. Ci accodiamo volentieri, però con una glossa: in un Paese normale questa riforma non sarebbe necessaria. Intanto perché l’equilibrio fra entrate e spese dipende da una mentalità, dalla cultura del buon padre di famiglia, quella che viceversa manca ai politici italiani. E in secondo luogo perché il vincolo è già iscritto nell’art. 81. O almeno era questa l’intenzione dei costituenti, come mostra uno studio di Luigi Gianniti. Basta rileggere i discorsi di Einaudi, che ne fu il proponente. Di Mortati, di Vanoni. O ancora sfogliare una relazione di Castelli Avolio, presidente della commissione Finanze della Camera, scritta il 17 febbraio 1953. Ma invece che è accaduto negli anni successivi? Quell’obbligo via via fu interpretato in modo tendenziale, trattato come il lascito d’una generazione segnata dal pesante disavanzo della guerra. Sparita quella generazione, è sparito pure il vincolo. E allora rivincoliamoci, ma a una condizione: di stabilire procedure di verifica certe e inoppugnabili. Altrimenti continuerà il giochino d’iscrivere in bilancio poste aleatorie, capitoli del libro dei sogni. E la riforma innescherà l’ennesima rissa fra i partiti. Per scongiurarla, basta introdurre un ricorso diretto alla Consulta da parte delle minoranze parlamentari, quando sospettano lo sforamento di bilancio. E c’è poi il nuovo art. 41: «Tutto è libero tranne ciò che è vietato» . La madre di tutte le liberalizzazioni, ha detto Tremonti. Ma anche il padre di tutti gli annunci, poiché il governo ne aveva già dato notizia nel giugno 2010, nel febbraio 2011, e adesso siamo a tre. Domanda: e se domani volessi costruire un superattico sopra il Colosseo, potrei farlo? No, perché la legge me lo vieta. Dunque è la legge che dovremmo casomai emendare, non la Costituzione. Anche perché quest’ultima già protegge una sfera generale di libertà degli individui (Corte costituzionale, sentenza n. 115 del 2011). Invece di scomodare Benjamin Constant, il governo farebbe bene ad applicarsi sulle riforme costituzionali che possono sgonfiare il pancione dei politici: abolendo le province, dimezzando i parlamentari, ponendo limiti alle loro prebende. Campa cavallo.

da il Corriere della Sera