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Immigrazione, Bersani a Lampedusa: "Morti atroci, nessuno scarichi la responsabilità"

“Dramma umano. Inaccettabile 18 mesi in questi CIE. L’Italia chieda intervento internazionale per fermare la tragedia umana”

“Prima di tutto c’è il dramma umano, poi viene tutto il resto”. Questo il primo commento del Segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, in visita al Centro di accoglienza immigrati di Lampedusa, rispondendo ai giornalisti che gli rivolgono delle domande sulla situazione econonomico-finanziaria del Paese. Bersani emozionato ha sottolineato che “chi ha un briciolo di umanità non può voltare lo sguardo dall’altra parte davanti alle emergenze umane, in quanto si tratta di situazioni che devono richiamare l’attenzione nazionale ed internazionale dell’Europa, della Nato e dell’Italia. Non è questione di essere buonisti, ma il cattivismo non ci ha portato da nessuna parte”.

Bersani è andato a Lampedusa proprio per visitare il centro di accoglienza dell’isola e effettuare una serie di incontri con alcuni rappresentanti della cittadinanza e delle categorie economiche impegnate sul territorio. Appena atterrato si è recato al cimitero per rendere omaggio alle tombe dei migranti morti durante le traversate e sepolti nell’isola. Dopo la visita al centro d’accoglienza, il leader del Pd si è recato alla parrocchia di San Gerlando, incontrando a porte chiuse don Stefano Nastasi e le organizzazioni umanitarie presenti a Lampedusa. Bersani ha poi partecipato ad una conferenza stampa a Cinisi (Palermo).

“Credo che nel Mediterraneo stiano succedendo cose disumane, delle morti atroci “, ha detto il Segretario al termine di una visita al Centro di accoglienza di Contrada Imbriacola. “Occorre al più presto rimettere mano alla legge Bossi-Fini. Non mi sembra accettabile rimanere 18 mesi in queste strutture che hanno come minimo bisogno di essere ristrutturate per rendere la situazione più adeguata e per garantire che sia rispettata la legalità soprattutto nei confronti di chi chiede asilo”.
Il leader dei Democratici, dopo aver visitato la base Loran, dove si trovano i minori non accompagnati, e aver incontrato i volontari delle associazioni umanitarie che si occupano dei migranti, ha affermato di “aver percepito scoramento e allarme per quel che succede nel Mediterraneo”. Bersani ha anche ufficialmente ringraziato questi operatori, a nome di tutto il PD per l’enorme lavoro che svolgono ogni giorno, senza un adeguato appoggio da parte del governo.

Infine il Segretario democratico ha lanciato un appello affinchè “l’Italia si faccia promotrice dell’esigenza di un intervento internazionale che metta fine a questa tragedia. Nessuno davanti a queste stragi può non assumersi le proprie responsabilità. Appena rientrerò a Roma – ha detto il Segretario – chiederò al governo se davvero le priorità cui destinare i 26 milioni di euro, a disposizione della Protezione Civile per interventi su Lampedusa, siano le opere pubbliche. La prima cosa da fare è dare ossigeno ad un’economia largamente compromessa con interventi sull’accesso all’isola e sul rilancio dell’attività turistica.
Le strutture non sono adeguate – ha evidenziato – soprattutto per i minori e poi vorremmo capire come si sta procedendo: chiederò al ministro degli interni perché da giugno ad oggi non è intervenuto. I lampedusani e Lampedusa stanno subendo un colpo micidiale per l’economia. E’ necessario prevedere un piano di bilancio per l’anno prossimo: i trasporti navali sono insufficienti quelli aerei troppo costosi. Bisogna chiarire – ha aggiunto – quale futuro si vuole dare all’isola. Se è vero che se ne vuole fare un hub per l’immigrazione è un conto, se deve essere un’isola turistica bisogna avere idee chiare per ridarle una prospettiva di sviluppo”.

Anto.Pro. da www.partitodemocratico.it

"Paolo Ruffini lascia RaiTre e firma l´accordo con La7", di Silvia Fumarola

La tv pubblica perde pezzi. Fazio: gravissimo. Il direttore della terza rete che aveva difeso Gabanelli Saviano e Dandini si è dimesso. L´allarme di Floris e dei politici dalla mattinata di ieri: “Se va via un regalo a Berlusconi”

È in un palazzo quasi deserto, prima del weekend, che il direttore di RaiTre Paolo Ruffini dà il suo addio alla tv pubblica. Dopo giorni di riflessioni, polemiche, l´offerta di passare a La7, la decisione è presa. Ruffini è andato dal direttore generale della Rai Lorenza Lei a rassegnare le dimissioni: il futuro sarà nella rete di Lerner e Mentana. L´accordo è raggiunto, c´è la firma. Si chiude un´era per il servizio pubblico (Ruffini era alla guida di RaiTre dal 2002); il terzo polo, con il suo arrivo come direttore a La 7 diventa realtà. Per il servizio pubblico l´ennesimo smacco, la rete con il pubblico più fedele è in alto mare. Ora si aprirà la guerra per la successione. Se a Viale Mazzini avessero coraggio, e non c´è ombra di coraggio nelle scelte finora operate, l´unico candidato potrebbe essere Carlo Freccero.
Che Ruffini fosse stanco, esasperato «dopo aver fatto muro, resistito a tutte le pressioni possibili» dicono i collaboratori, lo sapevano tutti. Mercoledì aveva incontrato il direttore generale Lei, ieri si erano rincorse ulteriori voci: la firma con La7, la stretta finale, era a un passo. A lanciare l´allarme già dalla mattinata erano stati Giovanni Floris e Fabio Fazio. «Ruffini ha contribuito nettamente al successo della Rai, non lo lascerei mai andare alla concorrenza, farebbe diventare ancora più forte una rete che già aggredisce il mercato, la Rai perderebbe una delle sue migliori risorse» spiegava il conduttore di Ballarò «È assurdo se lo lasciano scappare. Assurdo, incredibile e autolesionista». Fazio chiedeva un´alzata di scudi, un´assuzione di responsabilità: «Bisogna fare di tutto per trattenere Ruffini. Nessuno ha la vocazione al martirio, ha dell´incredibile il fatto che, invece di valutare le professionalità e di metterle nelle condizioni migliori per lavorare, le si esasperi spingendole ad andar via. È gravissimo». «Uno smacco al servizio pubblico, un regalo a Berlusconi» per Claudio Fava (Sel), Pancho Pardi (Idv) chiedeva all´azienda di trattenerlo. «L´eventuale uscita di Ruffini, come già accaduto per Michele Santoro» per il portavoce di Articolo21 Giuseppe Giulietti e il senatore Pd Vincenzo Vita «sarà il frutto di una provocatoria, insistente campagna di mobbing».
«L´eventuale uscita» è una realtà. Alla prospettiva di un altro anno in salita, dopo la battaglia per i contratti di Fazio, Dandini, Gabanelli, Ruffini sceglie di ricominciare altrove. Approdato in Rai nel ´96 come direttore del Giornale Radio, era diventato direttore di RaiTre nel 2002 e sollevato dal suo incarico nel novembre del 2009 dal Cda, quindi reintegrato nel giugno del 2010. La Rai fa ricorso: dopo una battaglia legale, a luglio, i giudici confermano la sentenza riconoscendo che è stato discriminato. Una vittoria («Sapevo di avere ragione») che non gli risparmia amarezze e attacchi da parte del centrodestra. RaiTre ha un pubblico «pregiato» per dirla col lessico dei publicitari, ma i nove milioni di Vieni via con me non bastano per confermare il programma in palinsesto, una follia. Con Ruffini nascono, tra gli altri, Ballarò, Che tempo che fa, In ½ ora, W l´Italia, Parla con me; porta Blu notte e Report in prima serata. «Contano la qualità e il rispetto del pubblico» ripete. Valori che in Rai sembrano andati perduti.

da La Repubblica

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«Bufera sull´addio di Ruffini, “Rai più debole”», di Silvia Fumarola
Zavoli attacca. Garimberti: la politica liberi l´azienda. In pole c´è l´Ammirati. Mentana: come me pensa che si possa stare meglio fuori da viale Mazzini. L´ad de La 7 Stella brinda: ottimo acquisto, dovrà rinvigorire il palinsesto

ROMA – «Con il venir meno del contributo di Paolo Ruffini ai valori del servizio pubblico la Rai non rinuncia solo a un dirigente di prestigio, ma s´indebolisce nel suo complesso». Il presidente della Commissione di vigilanza sulla Rai Sergio Zavoli non nasconde la preoccupazione, c´è un clima da day after a Viale Mazzini: l´azienda esprime «rammarico» per l´uscita di Ruffini, che dal 10 ottobre diventa il nuovo direttore di La7, lasciando un vuoto e una scia di polemiche politiche. Ma di politica non vuol sentire parlare il presidente della Rai Paolo Garimberti: «Ho parlato a lungo con Paolo e gli ho detto che poteva stare tranquillo perché – contrariamente a quanto è stato scritto – non c´era alcuna intenzione di sostituirlo. Questo per chiarire che la politica non è stata determinante nell´uscita di Ruffini e per mettere fine a troppe interpretazioni maliziose». È convinto che siano state le condizioni di mercato a decidere le sorti del direttore di RaiTre, ma è lo stesso Garimberti a spiegare come la Rai sia costretta a combattere con le mani legate: «È ora che la politica lasci libera l´azienda, per fare in modo che abbia ciò che le è dovuto in termini di risorse e la metta in condizione di operare come una vera società per azioni».
La7 si rafforza sul mercato, è un´avversaria agguerrita e temibile, l´amministratore delegato di Telecom Italia Media Stella brinda: «Ruffini è un ottimo acquisto, speriamo che lavori per noi bene come ha lavorato alla Rai. Dovrà rinvigorire il palinsesto». Il totonomine, anche se si dovrà aspettare il Cda del 7 settembre per sapere il successore di Ruffini, impazza. Carlo Freccero (oggi a Rai4), sarebbe per molti il candidato ideale, come Giovanni Floris. In pole position c´è Maria Pia Ammirati, attuale vice direttore di RaiUno oltre che presidente del Comitato Pari Opportunità a viale Mazzini (non sarebbe strano se il direttore generale Lorenza Lei pensasse a una donna). Lucia Annunziata, chiamata in causa, fa sapere che non le interessa; circolano i nomi di Massimo Gramellini, vice direttore della Stampa e Andrea Vianello, conduttore di “Agorà” ma sono stati tirati in ballo anche i consiglieri Nino Rizzo Nervo e Giorgio Van Straten (che definisce «una stupidaggine» la voce sul suo conto) e chiede di chiudere i contratti con Dandini e Gabanelli. Sarà un mese cruciale, Ruffini resterà al suo posto fino a settembre.
L´opposizione attacca: «Sarà anche una scelta personale ma l´addio di Ruffini alla Rai dovrebbe far riflettere su questi anni tristi di mobbing, censure e liste di proscrizione» dice Fabrizio Morri capogruppo Pd in commissione di vigilanza. Per Carlo Verna, segretario Usigrai «sgomenta una Rai che non reagisce». «Non abbiamo mai condiviso una comune visione del servizio pubblico» ammette Antonio Verro «tuttavia, come consigliere Rai mi preoccupa la sua nomina a direttore di un concorrente come La7». «Assistiamo all´epilogo di una vicenda il cui mandante era stato già rivelato dalle intercettazioni di Trani – spiega Rizzo Nervo -. Pur di perdere Ruffini si è accettato che andasse a dirigere la rete che è la più temibile concorrente di RaiTre». «Vince il metodo Bisignani» commenta il portavoce dell´Idv Leoluca Orlando «Da quando è arrivato il nuovo direttore generale è un continuo “vieni via con Lei”. La Rai ha perso tutti i pezzi migliori che hanno avuto la colpa di non essersi piegati alle logiche di potere berlusconiane». I deputati Beppe Giulietti e Vincenzo Vita si augurano che «vada a RaiTre chi saprà difendere l´azienda dagli assalti delle logge di turno». «Quelle della Rai sono lacrime di coccodrillo – sottolinea Pancho Pardi (Idv) -. Dove aveva fallito Masi sta riuscendo Lorenza Lei, più pericolosa perché conosce i meccanismi dell´azienda che dirige: in due mesi ha chiuso due colpi, Santoro e Ruffini. Siamo sicuri che non è finita qui».

da la Repubblica del 7 agosto 2011

Il governo anticipa la manovra: "Pareggio di bilancio nel 2013", da www.lastampa.it

Berlusconi e Tremonti: la norma verrà inserita nella Costituzione. Il Parlamento cancella le vacanze d’agosto: Commissioni al lavoro. Nel piano anche liberalizzazioni
e la riforma del mercato lavoro

Manovra anticipata al 2013, modifica della Costituzione per introdurre direttamente nella Carta il principio del pareggio di bilancio, riforma del mercato del lavoro e liberalizzazioni. Sono questi «i quattro pilastri» su cui il governo interverrà per porre argine alla speculazione che da settimane ormai colpisce l’Italia.

Dopo l’ennesima giornata di nervosismo a Piazza Affari e di estrema volatitilità dello spread tra Btp e Bund (arrivato a un nuovo record sopra i 400 punti base superando in negativo in rendimento dei Bonos spagnoli), dopo il pressing della Bce e dell’Unione Europea, il premier Silvio Berlusconi e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti sono scesi in campo, affiancati dal sottosegretario Gianni Letta, per annunciare le contromisure «concordate» con i maggiori leader europei, in particolare Angela Merkel, che pur avendo molto apprezzato i contenuti della manovra italiana, aveva rilevato l’handicap di essere troppo “ritardata” nel tempo.

Quattro pilastri dunque contro la speculazione: i primi due di finanza pubblica e gli altri due per favorire «crescita e sviluppo», ha spiegato Tremonti. Si parte dalla revisione della Costituzione per introdurre «il prima possibile» il principio del pareggio del bilancio. Ad occuparsene saranno già dalla prossima settimana le Commissioni Bilancio e Affari Costituzionali di Camera e Senato, che dunque, così come richiesto ieri dalle parti sociali, non andranno in vacanza, ma saranno pronte all’esame già da giovedì prossimo. Ma per dare un segnale concreto all’Europa e ai mercati, il governo ha anche, e soprattutto, deciso di anticipare la manovra di un anno, ha annunciato Berlusconi, fissando come termine per il raggiungimento del pareggio il 2013 e non più il 2014.

L’impianto della manovra, ha spiegato il premier nel corso della conferenza stampa convocata nel pomeriggio al termine di un vorticoso giro di telefonate con il leader europei ed anche tra Tremonti e il segretario al Tesoro americano Timothy Geithner, «è stato giudicato assolutamente positivo», ha ricevuto «apprezzamenti». Ma «la situazione – ha proseguito – consiglia una accelerazione dei provvedimenti». Per ottenere l’obiettivo verrà accelerata dunque la delega assistenziale, premessa per quella fiscale, da effettuare a saldi invariati. La delega inciderebbe sulle agevolazioni fiscali per un ammontare di circa 20 miliardi su un complessivo di 160 che verrebbero tagliati. Il governo anticiperebbe così una cifra importante per raggiungere il pareggio prima della data fissata. Inoltre una quota del taglio alle agevolazioni potrebbe essere destinata ad una prima riduzione delle aliquote fiscali. Il tutto prima dell’appuntamento elettorale del 2013. «Prevista come normativa di rigore sul biennio 2013-2014, la delega assistenziale – ha spiegato Tremonti – sarà anticipata al biennio 2012-2013. Si tratta di garantire ciò che si può dare a chi ha bisogno e intervenire sul problema dei falsi invalidi».

Fin qui gli interventi sui conti pubblici. Ci saranno poi, contestualmente, anche quelli, richiamati a gran voce da più parti, per la crescita. Il primo riguarderà la riforma del mercato del lavoro, che sarà presentata alle parti, cercando di superare, ha spiegato il ministro del Welfare Maurizio Sacconi, anche «vecchi tabù per i quali acune persone sono morte», e partirà dal Senato. Il secondo riguaderà invece la più volte citata libertà di impresa, di cui si parla da anni ormai, con la modifica, anche in questo caso della Costituzione, precisamente dell’articolo 41. «La madre di tutte le liberalizzazioni», come l’ha definita Tremonti, sancirà che «tutto è libero tranne ciò che è vietato». Le misure sembrano «accontentare» al momento la Bce che però, in attesa di maggiori dettagli, non scioglie la riserva sulla possibilità di acquistare titoli italiani, che però sembra oramai imminente. Bocciatura senza appello invece a livello nazionale da parte del Pd che giudica l’anticipo della manovra «da irresponsabili» e della Cgil, secondo cui il governo «fa male al Paese».

IL PRESSING DELLA MERKEL
La svolta di Berlusconi arriva dopo una giornata di telefonate con tutti i leader europei (da Angela Merkel a Sarkozy, da Zapatero a Van Rompuy) per coordinare le misure. L’idea di anticipare il pareggio di bilancio non aveva da subito convinto il premier, ma dopo l’ulteriore crollo della borsa, Berlusconi rompe gli indugi, convinto da Angela Merkel (la telefonata si è svolta a pochi minuti dall’inizio della conferenza stampa convocata a mercati chiusi) e dal pressing insistente del ministro del Tesoro. La decisione matura anche tenendo conto di ciò che al premier aveva chiesto il leader Udc Pier Ferdinando Casini, con il quale adesso si riapre un canale di dialogo che rende nervoso il Pd. E sono molti i ministri e gli esponenti del Pdl (da Sacconi a Matteoli, da Romano a Crosetto) che ora spingono il Cavaliere a riallacciare i rapporti con i centristi, isolando «l’irresponsabile» Pd. Così, dopo una giornata di intensi contatti, con Giulio Tremonti da una parte e Gianni Letta dall’altra, il premier annuncia ciò che ancora ieri era impensabile, anche se ancora non è fissata una data di un consiglio dei ministri per modificare – anche attraverso delega fiscale e assistenziale – le misure che nella manovra avrebbero portato al pareggio di bilancio nel 2015.

IL G7
Il mondo, spiegano da Palazzo Chigi, è cambiato in una notte e l’Italia per prima si è dovuta muovere, seppur di concerto con gli altri, avendo gli speculatori dedicato a noi «una particolarissima attenzione» ed essendo quindi necessario noi per primi «porre subito degli argini». È toccato a noi – rilevano sempre fonti del governo – anche se l’Italia ha sempre onorato il suo debito e mai è andata in default. E ora si dovranno assumere misure concertate con gli altri (a giorni sarà convocato un G7 dei ministri delle Finanze che potrà trasformarsi in un G8 dei capi di Stato e di Governo) perchè «la crisi è globale, la crisi finanziaria colpisce tutti i Paesi e non rispetta nè la realtà economica nè i fondamentali economici». Quanto ai rapporti con Tremonti, Berlusconi vuole stoppare le malevole interpretazioni dell’ennesima divergenza con il suo ministro del Tesoro, che in conferenza stampa sostiene che la anticipazione della manovra fosse stata ipotizzata ieri nell’incontro con le parti sociali mentre il premier lo nega («evidentemente mi ero alzato in quel momento chiamato da un collega al telefono»). Giulio Tremonti bisbiglia qualcosa all’orecchio del Cavaliere, invitandolo a spiegare. E allora il premier afferra la mano del suo ministro del Tesoro e dice sorridendo: «Io e Tremonti dobbiamo risolvere un contenzioso, abbiamo deciso di sfidarci a duello domattina all’alba, dobbiamo solo scegliere l’arma». Poi aggiunge: «Non si possono più vedere queste invenzioni su di noi e sentire parole che non corrispondono a ciò che pensiamo».

A tarda serata arriva anche il commento di Bossi: «Tutti hanno paura che i titoli di stato si trasformino in carta straccia, ma facendo il pareggio di bilancio un anno prima, la Bce ci ha garantito che da lunedì ci comprerà i titoli di stato: quindi per noi è una soluzione, una garanzia». Il segretario della Lega Nord si è detto «contento» che il Parlamento riprenderà i lavori la prossima settimana, tanto da annunciare che rinuncerà ad andare al mare per essere anche lui a Roma

da www.lastampa.it

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“Tagli al welfare, 20 miliardi già nel 2013”, di Roberto Petrini
Anticipata la scure sull´assistenza Inps: nel mirino invalidità e sostegno alle famiglie. Il pacchetto di interventi andrà in Parlamento con due disegni di legge delega

ROMA – Sì all´anticipo, non alle modifiche dell´impianto della manovra. Una accelerazione brusca, «consigliata dalla situazione dei mercati mondiali», come ha detto ieri Berlusconi nel corso di una conferenza stampa, convocata d´urgenza, che farà calare un anno prima la scure sugli sprechi del sistema assistenziale-Inps e sulle sovrapposizioni con l´intera struttura del Welfare fiscale: una gamma di interventi che andrà dalle pensioni di invalidità, agli assegni di maternità, dai sostegni al nucleo familiare a quelli al salario.
In tutto 20 miliardi di tagli che erano già contenuti all´interno della manovra da 48 miliardi, ma che si sarebbero spalmati sul biennio 2013-2014 e che invece saranno anticipati al biennio 2012-2013. Un pacchetto d´intervento, che rischia di essere doloroso, espressamente definito di «rigore» da Tremonti, che andrà in Parlamento nei prossimi giorni probabilmente sotto forma di due disegni di legge delega, uno sull´assistenza e l´altro sul fisco con l´obiettivo di essere approvati entro settembre. Non è escluso, come ha fatto capire Tremonti in conferenza stampa, che dallo sfrondamento delle sovrapposizioni tra Welfare fiscale e Welfare-Inps, emergano altre risorse. Il ministro dell´Economia non ha detto di più, ma dai contatti avuti dai sindacati nei giorni scorsi è riemersa l´ipotesi delle tre aliquote e di un bonus fiscale sotto forma di detrazioni per i figli a carico.
L´anticipo della manovra, che resta nei saldi dei 48 miliardi previsti, comporterà anche la modifica del timing del Def dell´aprile scorso: il deficit-Pil nel 2013 sarà «close to balance» circa lo 0,2 per cento invece del previsto 1,5 per cento. A confermare la determinazione in quella che il governo intende rappresentare come una vera e propria svolta rigorista, l´avvio di un percorso parlamentare per inserire nella nostra Costituzione il vincolo del pareggio di bilancio. Un «chiavistello» che, vista la scarsa affidabilità dell´Italia in materia di conti pubblici, dovrebbe convincere mercati e partner stranieri sulle nostre buone intenzioni future. Il disegno di legge costituzionale, che modifica l´articolo 81, potrebbe essere ricalcato su quello presentato tre giorni fa da Baldassarri e Nicola Rossi e ispirato al modello tedesco: deficit zero, modifiche in caso di congiuntura negativa (a maggioranza di due terzi) e tetto del 45 per cento alle spese sul Pil (per evitare che si aumentino le tasse allo scopo di mantenere a zero il saldo). Una norma molto forte perché il pareggio di bilancio tiene conto anche della spesa per interessi, spesso frutto di variabili internazionali.
Rigore, ma anche accelerazione di cifra «liberista» su impresa e lavoro. L´altra riforma Costituzionale riguarda infatti l´articolo 41 della Costituzione. Così Tremonti ha descritto la formula che ispirerà il nuovo articolo: «Tutto è libero tranne quello che è espressamente privato». Vale la pena ricordare che il 41, frutto della varie anime dei padri costituenti, dice che l´iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con «l´utilità sociale» e prevede che la legge la indirizzi, con controlli e programmi opportuni.
Insieme a questo provvedimento sarà accelerata anche la legge delega sul mercato del lavoro: il nuovo Statuto dei lavori, che demanda molto alla contrattazione aziendale e che potrebbe contenere sorprese. Ad esempio, come chiedeva ieri il parlamentare Cazzola (Pdl), una modifica dell´articolo 18 sulla giusta causa nei licenziamenti che sarebbe consentito previo deroghe nei contratti aziendali.

da la Repubblica del 6 agosto 2011

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Ma non andava tutto bene? Il premier rinnega se stesso

L’annuncio dell’anticipo della manovra e di due futuribili riforme costituzionali. Borsa ancora altalenante, spread oltre i 400. Il parlamento riapre. Clamorosa ritirata di Berlusconi: il pareggio di bilancio che era stato rinviato alla prossima legislatura, al 2014, sarà anticipato al 2013.

Messo all’angolo dalle forze sociali, che erano insorte di fronte a una tempistica irresponsabile di una manovra già insufficiente e al rinvio a settembre di fantomatiche misure per la crescita ma soprattutto al termine di un’altra giornata nera per i bond italiani, il Cavaliere ieri ha annunciato l’esatto contrario di ciò che aveva sostenuto nel suo discorso alle camere, quando aveva difeso l’operazione-bidone studiata da Tremonti che aveva insospettito i mercati.
Il piano di scaricare sul prossimo governo la parte più pesante della manovra, sotto l’incalzare della crisi e della bufera finanziaria, è fallito. A comunicare la retromarcia è stato un premier dall’aria tetra in conferenza stampa con Tremonti e Gianni Letta.
Il resto dell’annuncio è, più o meno, fumo: il parlamento si attiverà subito per discutere la riforma dell’articolo 41 e l’inserimento in costituzione del pareggio di bilancio: leggi costituzionali che richiederanno la doppia lettura. In borsa il Mib ha chiuso a -0,7. Ma la vera catastrofe è stata sul differenziale tra i nostri titoli di stato e i bund tedeschi che ieri ha sfondato il tetto dei 400 punti, registrando il suo massimo record negativo.

da www.europaquotidiano.it

"Morto in Francia l'ultimo gay sopravvissuto ai lager nazisti", di Alberto Mattioli

Era l`ultimo ad aver dovuto portare il «triangolo rosa», la stella gialla degli omosessuali.
Rudolf Brazda, 98 anni, 32 mesi passati a Buchenwald per la colpa di esse re gay, è morto all`alba di ieri, nella casa di riposo di Batzenheim, in Alsazia. La sua storia è straordinaria e la raccontò lui stesso al giornalista Jean-Luc Schwab in «Itìnéraire d`un triangle rose» (Itinerario di un triangolo rosa).

Brazda nasce nel 1913 da una famiglia boema emigrata. Fino all`avvento del nazismo, approfitta del clima tollerante della Repubblica di Weimar e mette su casa con il compagno di allora, Werner. Ma con Hitler al potere le cose cambiano. Nel `36, Werner è chiamato sotto le armi; l`anno seguente, Rudolf viene denunciato, condannato a sei mesi per «depravazione contro natura» e, a pena espiata, espulso in Cecoslovacchia di cui è cittadino.
Ma non parla il ceco, quindi si stabilisce a Karlsbad dove lavora in una troupe itinerante di cabarettisti. Finendo di nuovo nei guai: nel `38 Hitler mette le mani anche sui Sudeti e gli altri attori, quasi tutti ebrei, emigrano o sono arrestati.
Brazda tenta di rifarsi una vita, ma nel`41, senza più notizie di Werner (che era caduto nel `40 in Francia), è arrestato di nuovo. L`anno seguente, Brazda diventa il numero di matricola 7952 a Buchenwald. Gli omosessuali sono considerati handicappati, quindi sottoposti a folli «esperimenti» medici o uccisi. Brazda sopravvive, dirà, «grazie a un po` più di fortuna degli altri». Fortunato fino alla fine: un kapò lo nasconde nella porcilaia, quindi scampa anche alla marcia della morte cui le Ss costringono i prigionieri dopo l`evacuazione del campo. A guerra terminata, invece di tornare in Germania segue un altro deportato, un comunista alsaziano.

Si sistema a Mulhouse, incontra un nuovo compagno, Edouard Meyer, con cui vivrà per mezzo secolo, lavora come carpentiere, diventa cittadino francese, si costruisce la casa. Insomma, si rifà una vita, anonima e tranquilla, almeno finché Edouard non ha un incidente sul lavoro che lo rende invalido. Nel 2008, tutto cambia. Brazda ha 95 anni, è ancora arzillo e sente in tivù che Berlino sta per inaugurare il monumento alle vittime omosessuali del nazismo. Chiede a una nipote di informarsi. Risultato: il 28 giugno di quell`anno, indossando una camicia rosa, Brazda inaugura il monumento insieme a Klaus Wowereit, il sindaco gay della città.
Da allora, l`ultimo triangolo rosa diventa la memoria vivente della persecuzione: parla nelle scuole, partecipa alle commemorazioni, rilascia interviste, riceve cittadinanze onorarie, scopre lapidi, insomma, si impegna perché nessuno dimentichi le vittime più dimenticate del nazismo. Il 28 aprile scorso diventa cavaliere della Legion d`Onore. Ieri è morto placidamente, nel sonno. Sarà cremato e le sue ceneri deposte accanto a quelle di Edouard.
Curioso: Brazda non aveva mai imparato bene il francese. Continuò sempre a parlare tedesco.

da La Stampa

"Scuola, i futuri presidi? A prova di quizzone", di Fabio Luppino

La futura classe dirigente della scuola sarà selezionata in base ad un quizzone. Il concorso per presidi ha come presupposto d’ingresso il superamento di un test di 100 domande articolato in quesiti a risposta multipla e da svolgere in 100 minuti. Un’ora e quaranta per giocarsi anni di preparazione od anche constatare che l’unica possibilità sarà la classica «botta di culo», come ogni test che si rispetti prevede (che a volte però si chiama raccomandazione). La prova è superata con un punteggio minimo di 80/100. Una risposta mancata o errata non implica decurtazione di punteggio: teoricamente 80 risposte giuste basterebbero.

Si prevede che a fare la domanda per dirigente scolastico siano oltre centomila-centoventimila aventi i requisiti. Tra settembre e ottobre avverrà la scrematura. A loro qualche tempo prima del quizzone verrà fornita una griglia di cinquemila quesiti entro i quali ci saranno anche i fatidici cento. Le materie dei quiz sono otto.

1) Unione europea, le sue politiche e i suoi programmi in materia di istruzione e formazione, i sistemi formativi e gli ordinamenti degli studi in Italia e nei paesi dell’Ue, con particolare riferimento al rapporto tra le autonomie scolastiche e quelle territoriali e ai processi di riforma ordinamentali in atto;

2) Gestione dell’istruzione scolastica, predisposizione e gestione del piano dell’offerta formativa nel quadro dell’autonomia delle istituzioni scolastiche e in rapporto alle esigenze formative del territorio;

3) Area giuridico-amministrativo-finanziaria, con particolare riferimento alla gestione integrata del piano dell’offerta formativa e del programma annuale;

4) Area socio-psicopedagogica, con particolare riferimento ai processi di apprendimento, alla valutazione dell’apprendimento e dell’istituzione scolastica, alla motivazione, alle difficoltà di apprendimento, all’uso dei nuovi linguaggi multimediali nell’insegnamento e alla valutazione del servizio offerto dalle istituzioni scolastiche;

5) Area organizzativa, relazionale e comunicativa, con particolare riguardo alla integrazione interculturale e alle varie modalità di comunicazione istituzionale;

6) Modalità di conduzione delle organizzazioni complesse e gestione dell’istituzione scolastica, con particolarfe riferimento alle strategie di direzione;

7) Uso a livello avanzato delle apparecchiature e delle applicazioni informatiche più diffuse;

8) Conoscenza di una tra le seguenti lingue straniere a livello B1 del quadro comune europeo di riferimento: francese, inglese, tedesco, spagnolo. Insomma, brevi cenni sull’universo diluiti in cento domande: un terno al lotto.

Il Miur vigili sull’affidabilità e la trasparenza delle commissioni. Dopo, solo dopo, ci sarà il concorso con due prove scritte e una orale. Che siano i migliori a sostenerlo per i 2.386 posti disponibili è altamente discutibile.

da www.unita.it

"Se anche il dottorato ci allontana dall'Unione Europea", di Fulvio Esposito e Enrico Alleva

Sempre più vecchi, soli e provinciali: ecco il panorama che affliggerà le nuove generazioni di scienziati italiani.
Punto nodale il dottorato di ricerca, tre anni di alta formazione dopo la laurea per capire se c’è la stoffa per diventare buoni ricercatori e potenziali innovatori. La versatilità degli statuti delle Università è grande: e oltremodo grandi potrebbero essere dunque gli errori da commettere.
Tra gli indicatori che ci dovranno dire se abbiamo davvero raggiunto l’obiettivo di fare dell’Europa “l’Unione della innovazione” da qui al 2020, ce ne sono ben tre collegati al dottorato: due di natura quantitativa (nuovi dottori di ricerca ogni mille cittadini fra 24 e 34 anni, percentuale della popolazione fra 30 e 34 anni con un titolo di livello dottorale) e uno qualitativo (numero di studenti di dottorato non-europei per milione di abitanti). Non solo. La Commissione Europea, nel definire la strategia “Eu 2020”, cita fra i principali impegni che gli Stati Membri devono assumere nella costruzione dello Spazio Europeo della Ricerca la promozione della qualità del dottorato di ricerca. Si sta adeguando l’Italia? Rischiamo una perniciosa auto-referenzialità nazionale, che ci allontanerebbe dall’Europa “continentale” annegandoci in surreali dibattiti su nomi e numeri delle singole scuole dottorali. Coltivando l’illusione che accorpare, ridurre, rinominare, generi “spontaneamente” qualità.
L’Europa chiede da anni di superare il modello del dottorando-apprendista, il curioso rapporto “filiale” tra supervisore e dottorando, l’introduzione della figura del mentor, quell’autorevole garante rispetto al rischio di interpretazioni “improprie” del ruolo del dottorando (che non è lì per portare a spasso il cane del professore). L’Europa mira a promuovere dottorati davvero orientati ai problemi, alle grandi sfide (cambiamento climatico globale, sfide energetiche emergenti, mutazione demografica, farmaci efficaci per l’invecchiamento, telecomunicazioni low cost, ecc.), che di per sé presuppongono approcci interdisciplinari e dialogo fitto e osmotico tra accademia e società.
Rischiamo invece di ribattezzare i dottorati di ricerca con anodine e standardizzate denominazioni rigidamente disciplinari (dottorato in chimica, in fisica, in matematica…). Perché non ritornare ancora più indietro, nel bel tempo antico, con le denominazioni delle arti del trivio e del quadrivio? Retorica, Grammatica, Dialettica, Aritmetica, Geometria, Astronomia e Musica?

Fulvio Esposito, rettore Università di Camerino e Enrico Alleva socio dell’Accademia dei Lincei
da L’Unità

"Pd pronto al confronto su cinque priorità", lettera di Pier Luigi Bersani a Il Sole 24 Ore

Gentile direttore,
il mondo intero sta attraversando una crisi grave. Sono coinvolti gli Usa, l’Europa e anche i nuovi Paesi industrializzati. Non possiamo dimenticare tuttavia che noi abbiamo problemi strutturali con i quali l’Italia non fa’ i conti ormai da tempo.

Partiamo da un punto di analisi, finalmente dopo tre anni! Il nostro problema non è solo di conti pubblici. Il nostro problema è nell’economia reale: recuperare produttività e crescita, rimontare una contrazione del Pil senza paragoni nella storia economica del Paese e senza paragoni in Europa, leggere fino in fondo il significato strutturale dell’andamento della bilancia commerciale.

Da lì si parte con le cose da fare. Per noi, ci sono cinque cose da fare prima di ogni altra.

1. Riforma della Pubblica amministrazione con obiettivi di semplificazione, di risparmio, di efficienza su un arco di temi che va dalle istituzioni alle strutture amministrative, alle autorizzazioni, alle società pubbliche fino alla giustizia civile, passando per i costi della politica.

2.Riforma fiscale con obiettivi stringenti di recupero dell’evasione e di spostamento del carico dalla produzione alla rendita.

3. Liberalizzazioni, con una dozzina di misure capaci di tagliare incrostazioni e favorire lo sviluppo delle attività economiche.

4. Politiche industriali orientate alle reti, alla tecnologia e alla ricerca, all’efficienza energetica, alla dimensione d’impresa, indirizzandole in particolare alle risorse potenziali del Sud.

5. Correzione della manovra economica, fermo il vincolo del pareggio, riducendo iniquità e spinta recessiva, riselezionando sia i tagli di spesa sia il carico fiscale con misure immediate di anticipazione della riforma del fisco, con opportune dismissioni e con ragionevoli interventi sul patto di stabilità e sui pagamenti.

Sui primi quattro punti il Partito democratico ha idee e proposte specifiche da confrontare con chiunque fosse interessato sul serio a discutere.
Sul quinto punto stiamo lavorando.

Le principali cose da fare, come si vede, richiedono tempo, credibilità e un clima di convinto sforzo comune. Lo ripeto: al di là di qualche intervento-tampone o tattico (controllo del fabbisogno che pagheremo l’anno prossimo! interventi sul mercato per provare a sostenere i titoli e poco altro) tutto quello che si può fare richiede tempo e credibilità.

Da dove possono venire dunque tempo e credibilità se non da una visibile svolta politica, cioè da una discontinuità che non venga percepita come gattopardesca? Se per salvare l’Italia bastasse attaccare la nostra ruota al carro di oggi, lo faremmo. Pensiamo che non sia così.

È questo il senso della nostra richiesta di un cambiamento di Governo. Non lo chiediamo certo per gli interessi nostri! Lo chiediamo cercando di guardare le cose con gli stessi occhi di chi ci guarda in Italia e nel mondo. Se c’è un gesto. di consapevolezza di chi governa, se c’è un passo indietro, noi siamo pronti a prenderci la responsabilità di uno sforzo comune. Chi pensa (per conformismo politico o egoismo sociale o nell’illusione chela stabilità coincida con la palude) che si possa andare avanti così fino al 2013, Si carica di una drammatica responsabilità. Piuttosto di questa illusione, sarebbe meglio il voto anticipato come impegno a una ripartenza su basi nuove, programmi nuovi e nuove energie. Questo è il nostro giudizio essendo in ogni caso pronti a portare nella sede parlamentare le nostre proposte oltre che nel confronto con le parti sociali. Siamo sempre pronti ad inchinare al tricolore la nostra bandiera.

Non è obbligatorio condividere questo nostro giudizio.

Si chiede tuttavia anche ai nostri avversari o ai nostri antipatizzanti di prenderne buona nota, a futura memoria, così come si sarebbe dovuto fare delle tante cose inascoltate che abbiamo detto in questi anni.

da www.partitodemocratico.it