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"Il Governo diverso che serve all'Italia", di Giovanni Valentini

Non poteva durare più di qualche ora l´ennesimo bluff mediatico inscenato da Silvio Berlusconi con il discorso in Parlamento sulla politica economica. E infatti è stato subito messo allo scoperto dalla conferenza-stampa convocata ieri sera in tutta fretta dallo stesso presidente del Consiglio insieme al ministro Tremonti, nel disperato tentativo di placare il fermento dei mercati internazionali contro il nostro Paese. L´impasto di delusione, frustrazione e sarcasmo prodotto nei giorni scorsi dall´ultimo show del “grande comunicatore” dimostra definitivamente che oggi la gran parte degli italiani non si riconosce più nel carisma di un leader ridotto al rango di capocomico.
Di fronte alla gravità della situazione economica, ripetutamente negata e occultata a dispetto della crisi globale, l´impotenza e l´incapacità di questo governo-fantasma risaltano ormai agli occhi di tutti: dalla Confindustria alle banche e ai sindacati. La sua inadeguatezza appare sempre più chiara e manifesta, sebbene l´informazione di regime – con in testa il Tg Uno, i giornali e i telegiornali domestici – si ostini a fornire quotidianamente agli italiani una rappresentazione falsa, distorta e rassicurante.
È questa la “fabbrica del consenso” su cui ancora si regge la residua legittimità di una maggioranza parlamentare che, in forza della legge elettorale in vigore, non è mai stata in realtà maggioranza nel Paese. E a causa di un trasformismo consumato all´insegna del più bieco mercimonio, non lo è più – a ben vedere – nemmeno alle Camere.
Sarà pur vero allora che “i governi non li scelgono i mercati”, come protesta orgogliosamente Angelino Alfano nel suo debutto a Montecitorio da segretario del Pdl, anche se a pochi giorni di distanza viene smentito dal tandem Berlusconi-Tremonti costretti ad anticipare gli effetti della manovra proprio per rassicurare i mercati. Ma il fatto è che questo governo dei cosiddetti “responsabili” non l´hanno scelto neppure gli elettori italiani, non avendo scelto né i parlamentari che dovrebbero rappresentarli né tantomeno uno schieramento di maggioranza artificioso e posticcio come quello formalmente in carica.
Quale governo, dunque, occorrerebbe all´Italia in un frangente così delicato e complesso? Diciamo un governo d´emergenza, istituzionale, di salute pubblica, capace di guidare il Paese fuori dalla crisi e magari verso la ripresa. Un governo diverso, in grado di rappresentare effettivamente le aspettative di una larga maggioranza dei cittadini e di riscuotere possibilmente anche la fiducia dei mercati internazionali.
È per questo che le opposizioni, dal Partito democratico all´Italia dei valori, reclamano a gran voce le elezioni. Ed è per questo che il leader dell´Udc, Pierferdinando Casini, propone un governo di unità nazionale per fronteggiare la crisi, sull´esempio della Germania che infatti la crisi l´ha risolta e superata. Un governo di transizione, insomma, per mettere sotto controllo i conti pubblici, riformare la legge elettorale e tornare quindi alla fisiologia delle urne.
Eppure, nel tourbillon mediatico di questo periodo convulso, c´è ancora chi agita e demonizza lo spettro del “governo dei tecnici”, come l´esimio professor Angelo Panebianco in un editoriale pubblicato sul Corriere della Sera lunedì scorso. Con l´intento di criticare chi critica il governo Berlusconi, in ragione di una pretesa neutralità, si finisce così per difenderlo. E per difendere il governo-fantasma, si rischia fatalmente di danneggiare l´interesse nazionale.
In realtà, lo spauracchio polemico serve più che altro per esorcizzare la fine dell´era berlusconiana. Ma sono proprio gli argomenti usati contro il “governo dei tecnici” a deporre a favore di una soluzione alternativa nel segno dell´emergenza.
Quando si afferma che “i politici sono vincolati agli elettori da un rapporto di rappresentanza”, nell´Italia di oggi si dice un´evidente falsità. Non solo perché i parlamentari in carica, come tutti sanno, sono stati nominati dai vertici dei rispettivi partiti e non eletti dai cittadini. Ma anche perché molti di loro, a cominciare proprio dal commando dei “responsabili” che al momento assicurano la sopravvivenza di questo governo, il vincolo con i propri elettori l´hanno palesemente tradito.
Se occorrono misure impopolari per evitare il peggio, occorre una larga maggioranza trasversale in grado di assumerle. Meglio i “competenti”, allora, degli incompetenti: cioè uomini esperti, capaci e possibilmente onesti. Non c´è bisogno di aspettare che l´Italia precipiti in “una crisi di tipo greco”, come arriva a ipotizzare lo stesso Panebianco, per correre ai ripari e cercare i rimedi.

da La Repubblica

"La forza delle donne", di SeNonOraQuando

In questo periodo di gravissima difficoltà sentiamo la responsabilità di rivolgerci a tutti coloro che ricoprono funzioni istituzionali, in ogni ambito della vita sociale, politica, culturale, religiosa del nostro Paese.

L’Italia ha un drammatico bisogno diun grande sforzo collettivo che riesca a trarla fuori dallo stato di crescente fragilità internazionale e di crisi istituzionale e politica che la blocca.
Il movimento SeNonOraQuando è nato per difendere e riaffermare la dignità delle donne, ma si è consolidato, ampliato, diffuso perché abbiamo collegato la penosa condizione delle donne italiane al generale declino del Paese. Abbiamo detto che l’Italia non è un paese per donne perché non è stato riformato lo stato sociale, non lo si è reso produttivo.
Nessuno dei governi e delle coalizioni governative che in questi due ultimi decenni si sono succeduti ha saputo o voluto adeguarlo alle straordinarie trasformazioni che hanno visto le donne protagoniste, ostacolando così significativamente un loro pieno accesso al mondo del lavoro. Come tutte le statistiche ci raccontano, le italiane vivono assai male e non godono pienamente dei diritti di cittadinanza, perché in Italia non è stato attivato uno dei motori che altrove in Europa ha reso possibile la ripresa della crescita.
Ora è tutto il paese che ne sta pagando duramente le conseguenze.
Cambiare lo stato sociale e fare dell’Italia un paese vivibile anche per le donne è un’urgenza civile ed economica, di cui per fortuna sta crescendo la consapevolezza, come testimonia tra l’altro l’ultima relazione annuale del governatore della Banca d’Italia.Ma per farlo occorre una convergenza di intenti fuori dall’ordinario, uno sforzo comune per superare resistenze corporative, miopie di parte e vischiosità di privilegi.
A questa convergenza, in vista di un bene comune, si è ripetutamente appellato il Presidente della Repubblica e noi, richiamandoci alle sue parole, chiediamo a voi tutti, ognuno secondo le proprie responsabilità, di sollecitare e promuovere la formazione di unacomune volontà riformatrice, capace di coraggiosi cambiamenti e innovazioni profonde. Appare ormai indispensabile, in unafase che è stata definita di “debolezza della politica”, che tutta la società civile si faccia carico dei cambiamenti necessari attraverso una più attiva partecipazione.
L’Italia è smarrita e angosciata per il proprio futuro, ma ha enormi risorse e grandi energie inespresse e quelle delle donne sono sicuramente tre le più salde seppure misconosciute.
È il momento del coraggio e della lungimiranza.

Comitato promotore SeNonOraQuando

"Specchietti per le allodole", di Tito Boeri

La notizia più positiva che ci è stata data nella conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti è che la politica non andrà in vacanza questa estate. Sarebbe stata davvero una presa in giro concedere al Parlamento cinque settimane di ferie, di cui una in pellegrinaggio a Gerusalemme, nel mezzo di una crisi cosi grave. Come notato dall´Economist, se i politici italiani vogliono pregare, possono benissimo andare a San Pietro, con minimo dispendio di tempo. Avrà molto da lavorare il Parlamento questa estate. Speriamo per varare riforme vere.
Non lo sono certo i provvedimenti improvvisati annunciati ieri sera in una conferenza stampa altrettanto improvvisata.
Vediamoli uno per uno. L´unica vera decisione è quella d´anticipare di un anno, al 2013, l´obiettivo del pareggio di bilancio. Sarebbe stato meglio prendere questo impegno per il 2012 dato che l´insieme degli interventi sin qui varati dal governo prevede un aggiustamento molto contenuto per quell´anno e il 2013 è un anno elettorale, gestito a cavallo di due legislature. Ma, certo, è meglio anticipare anche di un solo anno piuttosto che niente. Bene essere consapevoli che non basterà, come preannunciato da Tremonti, semplicemente cambiare la tempistica della manovra appena varata, anticipando i vari provvedimenti di un anno. Fra questi c´è una norma di salvaguardia capestro: in caso di mancato raggiungimento entro il settembre 2013 di risparmi fino a 20 miliardi nell´ambito della riforma fiscale, si prevede un taglio drastico, lineare, di molte agevolazioni fiscali che oggi vanno a vantaggio soprattutto delle famiglie più povere. Serve ad obbligare il Parlamento a fare una riforma fiscale a saldo positivo per le casse dello Stato. Ma di questa riforma oggi non c´è alcuna traccia. Anticipando il tutto di un anno, aumenta fortemente il rischio di vedere applicata questa clausola capestro anziché avere una riforma fiscale. Insomma, nel puntare a raggiungere prima il pareggio bisognava anche introdurre nuove misure, come gli accorpamenti di Comuni e Province di cui tanto si è parlato in queste settimane.
Gli altri tre provvedimenti annunciati ieri sono specchietti per allodole. Speriamo che servano temporaneamente a placare i mercati che ieri ci ritenevano maggiormente a rischio di insolvenza della Spagna. Due di questi provvedimenti sono riforme costituzionali che richiederanno almeno 9 mesi per essere messe in pratica, un´infinità in questa congiuntura. La riforma dell´articolo 41 sulla libertà economica è una misura del tutto inutile che rischia di assorbire tempo prezioso e capitale politico che potrebbe essere meglio investito. Il problema del nostro Paese è la mancata crescita delle imprese, mentre i tassi di natalità di nuove unità produttive sono comparabili a quelli degli altri Paesi. Inoltre non si aumenta certo la concorrenza in entrata a colpi di Costituzione. Sarebbe fin troppo facile.
L´inserimento dell´obbligo di bilancio in pareggio nella Costituzione è addirittura una norma sbagliata. Ci può mettere nelle stesse condizioni in cui si è trovato Obama nelle ultime settimane. Supponiamo che il nostro Paese si trovi a fronteggiare un rialzo dei tassi di interesse inaspettato oppure una recessione internazionale dopo aver approvato un bilancio in pareggio. Come potrà essere finanziata questa spesa aggiuntiva senza che il provvedimento venga dichiarato incostituzionale? In ogni caso un governo deve poter anche utilizzare il deficit di bilancio durante le recessioni per ridurne i costi e la durata. Precludersi a priori questa possibilità è un grave errore.
Infine la cosiddetta riforma dello Statuto dei Lavoratori con lo Statuto dei Lavori, che dovrebbe approdare fin dalla prossima settimana al Senato è un oggetto misterioso. Il ministro Sacconi insiste nel dire che ha un progetto compiuto di riforma, il cui testo è sul sito del Ministero. Vi invito tutti a leggerlo e dirmi cosa ne pensate. Si parla di «razionalizzare» e «semplificare» le norme esistenti, «favorendo un incremento della competitività e l´emersione del lavoro nero e irregolare». Principi nobili, ma senza alcun contenuto. Trattandosi di legge delega si tratta in sostanza della richiesta al Parlamento di firmare un assegno in bianco. Sarebbe questo un progetto di riforma del mercato del lavoro?

da la Repubblica

"Il Pd: «Sono irresponsabili»", di Maria Zegarelli

Duro il giudizio del Pd: «Anticipare la manovra senza modifiche provocherà una mattanza sociale». Più soft i centristi: «Recepite le nostre richieste sulle modifiche alla Carta». Di Pietro: «Occorrono cambiamenti»

«Un segnale di discontinuità da cui emerge maggior senso di responsabilità», secondo Italo Bocchino che parla a nome di Fli per commentare l’improvvisa conferenza stampa di Silvio Berlusconi, Giulio Tremonti e Gianni Letta. Anche dall’Udc di Casini e dall’Api di Rutelli arrivano parziali crediti e riconoscimento per aver avviato già ora ad agosto l’iter dell’«inserimento in Costituzione dell’obbligo del pareggio di bilancio». Entrambi, però, rilanciano la commissione bicamerale per la crescita, con maggioranza, opposizioni e parti sociali, questo sarebbe il vero segnale di apertura.

Diametralmente opposto, bocciatura senza appello, il giudizio che arriva dal Nazareno ai quattro «pilastri» su cui il ministro dell’Economia poggia quella che dovrebbe essere la svolta italiana, la risposta alla crisi profonda in cui sta precipitando il Paese. Una retromarcia clamorosa che si consuma in 48 ore: si passa da un Berlusconi che garantisce nessun ritocco ai tempi della manovra, che rassicura sullo stato di salute del Paese, a un Berlusconi che annuncia l’anticipo di un anno della manovra e, soprattutto ammette che sì, stiamo messi male. Lo dice dopo aver sentito i capi di governo di mezza Europa, prima della telefonata con Obama, dopo la chiusura dei mercati. Solo che «senza correzioni è da irresponsabili», come commenta il segretario Pier Luigi Bersani: al di là delle fumisterie costituzionali, anticipare la manovra senza cambiare sarebbe un colpo gravissimo al Paese, sia dal lato economico sia dal lato sociale. E poco prima, riferendosi alle modifiche in Costituzione per il pareggio di bilancio: «Il pareggio di bilancio l’hanno garantito loro, no? Non ci credono neanche loro? C’hanno bisogno della Costituzione?».

LA MATTANZA
Francesco Boccia, coordinatore delle commissioni economiche del gruppo Pd alla Camera, al telefono: «Adesso sono più preoccupato dell’altro giorno, dopo il discorso del presidente del Consiglio alle Camere». Si prepara, dice, «una mattanza sociale se la manovra non viene modificata. Lo sostenemmo allora e lo ribadiamo oggi con maggiore forza: è iniqua e anticiparla di un anno così come è farà precipitare il Paese verso il baratro». Circostanza aggravata da una considerazione squisitamente politica e non di secondo piano: con la sua conferenza stampa di ieri sera Berlusconi ha smentito se stesso e quanto dichiarato prima davanti alle Camere e poi durante l’incontro con le parti sociali. Segnali di sbandamento che non sfuggono ai mercati. «È evidente – dice Boccia – che siamo nelle mani di un premier che non è in grado di gestire una situazione così grave e che ormai è stato chiaramente commissariato dall’Europa». Vero, Bersani si è detto disposto ad abbassare la propria bandiera davanti al tricolore, all’interesse del Paese, ma il segretario Pd resta convinto che qualunque intervento annunciato da questo premier è privo di efficacia perché è la sua stessa credibilità ad essere crollata in Europa.
Anticipare di un anno le correzioni secondo il Pd vuol dire aggiungere ai tagli al welfare già previsti quelli su deduzioni e detrazioni, «misure da far tremare i polsi ai dipendenti», oltre a decretare la morte del federalismo regionale perché «ormai è evidente che l’adeguamento delle risorse che si sarebbe dovuto discutere entro il 2012 salterà», come spiega Boccia.
Le contromisure del Nazareno sono note, dall’aumento della pressione sulle rendite finanziarie, all’inserimento di meccanismi redistribuitivi anche patrimoniali, «il Pd sarà la prossima settimana in Parlamento con le sue proposte, collaborerà se sarà possibile collaborare per cambiare una manovra che consideriamo iniqua e incapace di aiutare la crescita», aggiunge Enrico Letta. Il vero nodo «sono le riforme che ci chiedono l’Unione Europea e la Bce aggiunge il vicesegretario Pd – ma il governo non riesce a dare segnali concreti».
Durissimo Antonio Di Pietro, che definisce quella andata in onda poco prima «una conferenza stampa dei fichi secchi». A cosa serve, si chiede, cambiare la Costituzione? «Il pareggio di bilancio è un’esigenza immediata che non si ottiene inserendo due termini nella carta, tra l’altro con uniter legislativo piuttosto lungo».
Anche l’Idv, come il Pd, chiede modifiche sostanziali della manovra, «abbiamo le nostre controproposte, interventi per 70 miliardi di euro», ricorda Di Pietro.
Intanto al Terzo Polo si lavora – con grande attenzione anche di Beppe Fioroni dal Pd – all’ipotesi commissione bicamerale per la crescita. Progetto a cui tengono molto, di cui molto si è parlato con le parti sociali e che secondo alcuni nell’opposizione potrebbe essere l’unico modo – preso atto che il premier non intende dimettersi – per aprire una breccia nel Pdl. «Commissariare» Berlusconi. Con una commissione bipartisan.

da L’Unità

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Enrico Letta: “Prodi sbaglia ci vuole un governo di larghe intese”, di Carlo Bertini
Enrico Letta, economista ed ex ministro è il vice segretario del Pd

Letta, la casa brucia, le Camere riaprono e il governo come estintore usa l’anticipo della manovra al 2013. Basterà?
«Sicuramente è un fatto, ma perché non è stato annunciato mercoledì, quando è stata raccontata una favola da Mulino Bianco? Favola che ha fatto perdere miliardi di euro all’Italia, con danni che resteranno nel tempo e che ci è costata pure il sorpasso della Spagna. Ora tentano di raddrizzare ma servendo un bicchiere mezzo vuoto: una sola misura e tre segnali di riforme che non placano la fame dei mercati».

Cosa fareste voi al posto loro? Avete chiare tre cose da proporre al paese in alternativa?
«Le cose chieste dalle parti sociali: primo, riforma del fisco, niente patrimoniale, ma modificare la tassazione per penalizzare le rendite e avvantaggiare il lavoro, dura lotta all’evasione. Secondo, smetterla con i tagli lineari della spesa, intervenire subito sui costi della politica, tagliando province, e razionalizzando le spese della pubblica amministrazione. Terzo, liberalizzazioni vere, non l’articolo 41 che sarà Costituzione tra un anno: i fatti si ottengono toccando le banche, i mercati e le professioni dove ancora ci sono pesanti incrostazioni monopoliste. E sulle privatizzazioni, intervenire a livello nazionale e locale: ci sono in Italia 20 mila società partecipate dal pubblico, comuni, province e regioni, alcune fanno trasporti e così via. Chiuderle, accorparle..».

Anche questo richiede mesi. O no?
«No, si può fare tutto per decreto: basterebbe dire che i comuni sotto i 30 mila abitanti possono avere una sola società partecipata. Anche la riforma del fisco si può fare in due settimane. Ma il tema di fondo però è un altro…».

Quale?
«Che questa conferenza stampa di Berlusconi e Tremonti dimostra che siamo commissariati da Francoforte, dove ha sede la Bce e da Berlino, insomma l’hanno fatta perché obbligati da altri. E insieme al sorpasso della Spagna, è l’ultima umiliazione che ci regala Berlusconi. Lo stesso giorno in cui anche la nostra crescita viene retrocessa allo 0,7% contro il 4,9% della Germania, il che dimostra che il caso Italia è drammatico».

Lo voterete o no questo anticipo della manovra? Da quel che si intuisce è un prendere o lasciare.
«No, la vogliamo cambiare, intanto perché è iniqua. Poi perché non contiene misure per la crescita e le riforme che hanno chiesto le parti sociali. Ma non è un problema di tempi: molti di noi non si sono allontanati da Roma apposta e se si riesce a cambiarla, siamo disposti a discuterla in 48 ore. Altrimenti voteremo no, come abbiamo fatto con il decreto precedente».

Certo, a pensar male questo anticipo della stangata più pesante potrebbe risparmiarvi un brutto lavoro se vincerete voi nel 2013. O no?
«Ma continuando così, non ci arriveremo sani nel 2013. Fare tutti questi annunci senza alcuna strategia, solo perché qualcuno ti ha obbligato, dimostra che se non se ne va Berlusconi non ci salviamo».

Prodi dice il contrario, che deve restare lì altri due anni fino a quando saremo al riparo dalla tempesta.
«Abbiamo tesi diverse. Credo che in questo momento un governo di larghe intese, un governo “Super-Ciampi”, avrebbe molte più chances di fare le riforme. Comunque, la casa brucia e tutti dobbiamo prendere l’estintore, il nostro spirito è quello del Capo dello Stato e quindi collaborativo. E Fini fa bene a riaprire la Camera, segnale doveroso tanto più utile se si parla del pareggio di bilancio però, non dell’articolo 41».

da La Stampa

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“Questa manovra è depressiva serve un governo alla Ciampi e dimezziamo i parlamentari”, di Goffredo De Marchis

Veltroni: ok alla proposta di costituzionalizzare il pareggio di bilancio. Non si può fare come la Spagna che anticipa di 8 mesi le elezioni. Non si può votare con questa orrenda legge elettorale. Berlusconi non ce la fa. Basta vedere la reazione bambinesca alla tempesta. È distonico rispetto alla situazione

«Io credo che sarebbe un segnale forte e importante se il Parlamento entro agosto approvasse in prima lettura due modifiche della Costituzione: l´introduzione del vincolo di bilancio strutturale nella Carta e contestualmente il dimezzamento del numero dei parlamentari fin dalla prossima legislatura. Un voto solenne e unitario manderebbe un segnale forte di reazione del paese intero». Ma il Paese ha comunque bisogno in tempi brevissimi di nuovo governo di decantazione «perché Berlusconi non ce la fa. Politicamente e anche emotivamente, come si capisce dalle battute sulle sue aziende o sugli aforismi del padre». No al voto subito invece «perché la Spagna anticipa di soli 8 mesi le sue elezioni. E non si può tornare al voto con l´orrenda legge elettorale in vigore». Ma c´è qualcosa che si può e si deve fare subito, anche con il Cavaliere in sella. «Siamo in guerra. E in guerra il fattore tempo è decisivo. Per questo bisogna andare in aula e non solo in commissione», dice l´ex segretario del Pd Walter Veltroni.
Qualcosa però si muove dopo le parole del premier, di Tremonti e di Letta.
«Un Paese che ha un debito elevato e una crescita bassa, che da anni fa manovre e mai riforme, che conosce una crisi evidente del suo sistema istituzionale e che è ostaggio di un governo debole e instabile, ha bisogno non di parole ma di decisioni per fronteggiare un´emergenza di eccezionale portata. È sotto attacco l´Euro, e con esso l´Europa. Sono momenti della storia, non della cronaca. E si paga l´incompiutezza del processo europeo, l´assenza di strutture politiche e istituzionali capaci di guidare il continente. Ora c´è bisogno di più Europa. E, per l´Italia, di recuperare l´autorevolezza perduta. Rigore e crescita e la necessaria discontinuità nella fragilità del sistema politico istituzionale. Dimezzare il numero dei parlamentari darebbe un segnale verso una democrazia che decide, più capace di rispondere alla velocità della società e dei mercati».
Una concessione all´antipolitica?
«È l´assenza o la fragilità della politica che ha creato questa situazione in Italia e in Europa. Oggi l´antipolitica è frutto del disagio per una macchina che pesa e non decide, costa troppo e sceglie poco. Servono segnali forti perché solo una democrazia più lieve e più rapida riesce a decidere e dunque ad apparire utile agli italiani».
Sarebbero misure sufficienti ad arginare la piena?
«No. Il governo ha annunciato di voler anticipare il pareggio di bilancio al 2013. Occorre però che la manovra non deprima, con la stangata fiscale, una crescita vicina allo zero, che l´esecutivo ascolti l´opinione delle parti sociali e delle opposizioni e, nel tenere fermi i saldi, introduca forti correzioni. Allo stesso tempo l´Italia dovrebbe spingere in Europa perché la Ue assuma con tutt´altra determinazione il tema della difesa dell´euro».
Sta dicendo che questi interventi andrebbero fatti con il governo Berlusconi in carica? Il Pd ha un´altra linea.
«La mia opinione è chiara, l´ho messa nero su bianco mesi fa insieme con Giuseppe Pisanu. Ci vuole un governo nuovo, che restituisca al paese autorevolezza in Europa e credibilità in Italia. Berlusconi non ce la fa. Basta vedere la reazione bambinesca alla tempesta. Mi riferisco alle battute sugli investimenti a favore delle sue aziende o alle storielle paterne sull´orologio della Borsa o al battibecco con Tremonti davanti all´occhio di mercati. Il governo è del tutto distonico rispetto alla drammaticità della situazione e Berlusconi è obiettivamente uno dei fattori di aggravamento della situazione. Un cambio di fase non deve essere presentato come il tentativo furbesco dell´opposizione di approfittare del momento. È invece la necessità per il Paese di girare pagina e di avere una guida che possa essere riconosciuta in Europa come una guida autorevole e che possa godere del più ampio sostegno delle forze parlamentari».
Guidato da un tecnico e non da un dirigente politico.
«Dovrebbe essere una personalità, come è stato in altri momenti drammatici della nostra storia, capace di garantire un esecutivo che abbia un sostegno parlamentare di quell´ampiezza e sia capace di parlare con competenza e autorevolezza. Penso ai precedenti di Amato e Ciampi. Non sarebbe un ribaltone ma l´assunzione di responsabilità in tempi di minaccia. Vedo che due persone tanto diverse come Pisapia e l´economista Roubini convergono su un´ipotesi simile».
Prima o poi si andrà alle urne. Come sarà composta la vostra coalizione?
«Quello di cui l´Italia ha bisogno non è solo un nuovo governo. In futuro avremo bisogno di molto di più. Di una sfida riformista dura. Può l´Italia non preoccuparsi di riorganizzare il suo mercato del lavoro? Possiamo non preoccuparci di una riforma della politica che abbatta non la politica ma il pachiderma di cui parlavo criticamente quando immaginavo partiti più leggeri? Può l´Italia convivere con questi livelli di corruzione e criminalità? Ogni anno 150 miliardi finiscono nelle mani della mafia: dobbiamo considerarlo un fatto permanente e ineludibile? Per giocare queste partite occorre il riformismo. Per me lo incarna in primo luogo il Pd. Solo un grande Partito democratico aperto e in grado di toccare il 35-40 per cento può garantire all´Italia le riforme. Senza riforme il paese rischia il suo destino».

da La Repubblica

"Anticipare questa manovra significa uccidere il Paese", di Bianca Di Giovanni

Intervista a Susanna Camusso. Il leader Cgil «Circa 24 miliardi reperiti eliminando gli sgravi per il lavoro e per la famiglia. Ai grandi patrimoni non si chiede nulla. È inaccettabile»

Con questo governo, con questa manovra, non è possibile nessun patto sociale. Altro che coesione: loro fanno pagare sempre gli stessi e romponol’equilibrio sociale. Accade anche con l’ultima manovra, che noi non chiediamo affatto di anticipare, ma di cambiare ». Susanna Camusso smonta i troppo facili entusiasmi che qualche ministro (tipo Sacconi) ha espresso a margine dell’incontro del governo con le parti sociali.
«Non ci hanno mostrato nessuna disconitnuità, anzi. Lo schema del governo è stato lo stesso di sempre». Per la leader Cgil c’è un’incapacità strutturale dell’esecutivo nell’affrontare la crisi mondiale: «Qualsiasi cosa facciano, sarebbero costretti ad ammettere che finora si sono sbagliati, cosa che non possono fare. Così stanno fermi».
Intanto si diffondono voci di un intervento in pieno agosto e dopo qualche minuto piomba nello studio al quarto piano di Corso d’Italia la conferenza stampa del premier con il ministro del Tesoro.

Si pensa di anticipare la manovra, proprio quello che non volete…
«È l’ennesimo disastro. Fino a ieri il governo negava la crisi. Oggi fa due operazioni: risponde agli ordini europei, ribadisce la politica iniqua e conferma la volontà di dividere. Di fatto fa il contrario di quello che ha sollecitato il presidente della Repubblica e il contrario di quanto abbiamo chiesto noi al tavolo, dove si puntava sulla crescita».

Quando c’è una crisi nessuno sfugge ai sacrifici. Fu lo stesso nel ‘92-‘93.
«A differenza di quanto avvenne durante la crisi del 92-93, oggi noi abbiamo già dato. Finora hanno pagato sempre le fasce medio-basse. Allora decidemmo insieme al governo e avevamo un obiettivo chiaro, quello di entrare in Europa. E quel passaggio fu fatto all’insegna dell’equità, con sacrifici chiesti anche ai più ricchi. Oggi invece i lavoratori hanno preso solo schiaffi. Per noi la premessa necessaria è che non paghino più solo i lavoratori e i pensionati. Invece nella manovra che oggi si vuole anticipare si capisce molto chiaramente che i 4 miliardi nel 2013 (oggi già l’anno prossimo) e gli altri 20 nel 2014 (anticipati al 2013) verranno reperiti con una stretta senza precedenti sulle agevolazioni che per la maggior parte sono destinate ai dipendenti e alla famiglia (a proposito di famiglia), mentre sull’assistenza si aggredisce l’ultimo aiuto che è rimasto, per la non autosufficienza, dopo lo svuotamento di tutti i fondi. Per questo diciamo che anticipare questa manovra significa ammazzare il Paese. È importante che tutta l’opposizione dica chiaramente questa cosa. La cgil non rinuncerà a cambiare la manovra e a partire da settembre riprenderà la mobilitazione per cambiarla sulla base della nostra controproposta».

Il governo parla anche di un testo sul lavoro.
«È sempre la stessa scelta: la volontà di dividere. Quando ce ne hanno parlato al tavolo tutti hanno risposto: no grazie».

Pensa che quell’accenno allo statuto dei lavori da parte di Sacconi sia stata una provocazione?
«Certamente sì. Per questo dico che lo schema del governo non è cambiato. A Palazzo Chigi Berlusconi ha continuato a dire che tutto va bene, Tremonti ha continuato a parlare di rigore, e Sacconi ha continuato a cercare di dividere i sindacati. Tutto come se nulla fosse».

Ci riusciranno?
«Spero di no. Si è maturato un orientamento collettivo che la strada della divisione non ha portato da nessuna parte».

Quale misura avrebbe dovuto essere anticipata ad agosto?
«Si sarebbero dovuti sbloccare gli investimenti. Quello che abbiamo visto finora è poca cosa. Ci sono misure che costerebbero anche poco. Per esempio c’è un piano bonifiche in attesa di autorizzazione da due anni. Quelli sono fondi privati, che restano bloccati. Si annuncia uno stanziamento del Cipe, senza indicare il cofinanziamento. Tremonti ci dice al tavolo che la Cassa depositi e prestiti costituisce un grande fondo per gli investimenti. Allora perché non lo attivano?. Mi permetto di ricordare che nel 2007 una parte del Tfr dei lavoratori è stato dirottato all’Inps per gli investimenti: 5 miliardi l’anno. È legittimo chiedere dove siano andati quei soldi?»

In ogni caso per la scossa servono altre risorse…
«Noi abbiamo le nostre proposte. Una tassa sulle grandi ricchezze, l’aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie. Oggi comincio a pensare che sui grandi patrimoni servirebbe una tassa ordinaria, come accade in tutti i Paesi, e una straordinaria. La patrimoniale straordinaria potrebbe servire per sbloccare gli investimenti e dare il via a un vero piano di sviluppo, evitandoil piano di svendite dei beni pubblici che si sta proponendo. Insomma, bisogna costruire un cambiamento delle voci. Ma la volontà di far pagare sempre gli stessi è chiarissima. Il governo non ci ha fornito alcuna spiegazione sul perché non si possano sostituire i ticket con la tassa sul tabacco come chiedono le Regioni. È chiaro perchè gli enti locali non vengono invitati ai tavoli. Si scarica su di loro la responsabilità di fare tagli, si attribuisce alla crisi internazionale la causa di tutti i mali, e Berlusconi e i suoi ministri fanno come Biancaneve, sembra che loro non c’entrino nulla. È innegabile che ci sia una crisi mondiale. Ma dentro questa crisi c’è anche un caso Italia, che con questo governo non si risolverà».

Chiede le elezioni anticipate o un governo di larghe intese?
«Non ci sostituiamo certo alla politica, ma sicuramente in questo paese c’è anche un bisogno forte di democrazia. Voglio sottolineare anche che in Spagna l’annuncio di elezioni anticipate non ha avuto conseguenze sui mercati. Nessuna minaccia alla stabilità, come molti ci raccontano da noi»

Non ci sarà un patto, ma di fattoil fronte delle parti sociali si è unito. «Non c’è stata un’improvvisa fusione di intenti. Il denominatore che unisce tutte queste sigle è il fatto che la situazione è grave, ciascuna rappresentanza sa che i propri associati rischiano. Cosa porta Confindustria a dire le cose con noi? Il fatto che se le imprese fanno fatica, anche il lavoro soffre. Le diverse sigle esprimono interessi differenti, ma tutti sanno che saranno penalizzati da questa crisi. Non a caso i punti comuni (i sindacati hanno detto no alle privatizzazioni, ndr), si sono concentrati sulla crescita».

E i rapporti con Cisl e Uil? «Bisognerebbe che si convincessero che con questo esecutivo è difficile fare qualsiasi cosa che vada nella direzione dell’equità».

Non avete chiesto voi un patto?
«Assolutamente no. È il governo che parla di patto per la coesione, la stabilità e la crescita. In realtà c’è il tentativo di far condividere alle parti le scelte che loro hanno già fatto. Faccio anche notare che la crescita, rivendicata dalle parti, non richiede alcun patto sociale. Sbloccare gli investimenti, fare la lotta all’evasione, colpire la corruzione spetta al governo. Questa è l’anomalia italiana che non si aggredisce con questa manovra».

da L’Unità

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“La rivoluzione di Susanna”, di Stefano Baldolini
Le convergenze in tempo di crisi mettono in difficoltà la Cgil, con le critiche alla Camusso.
Non sono bastati i distinguo del segretario sulle privatizzazioni contenute nel documento comune con le altre parti sociali. Né il monito al governo sull’intangibilità dello statuto dei lavori. Nemmeno la presa d’atto del sostanziale flop dell’incontro a palazzo Chigi.
Potere dei simboli. Per la minoranza e, a quanto pare, per parte della componente maggioritaria della Cgil, è stato troppo vedere il loro segretario marciare all’unisono con imprese e banche, e soprattutto, sottoscrivere una proposta insieme.
«Non ho mai visto una conferenza stampa in cui Confindustria e banche parlano a nome dei sindacati», dichiara a Europa Gianni Rinaldini, leader dell’area di minoranza “La Cgil che vogliamo”, che in una nota chiede di sospendere gli incontri previsti nelle prossime settimane e di convocare subito il direttivo. «Dopo tanti anni di sindacato – continua Rinaldini, durissimo – non ho mai visto la Cgil funzionare in questo modo. C’è un gruppo dirigente, a partire dal segretario, che va avanti e mette gli altri davanti al fatto compiuto. Così il voto diventa un voto di fiducia al segretario, un modo per evitare la discussione. Sono tutte trattative senza delegazione trattante, cosa mai vista. L’unico testo che il direttivo ha visto è quello già firmato. Tutta la partita si è aperta, e il direttivo non l’ha mai discusso. Persino nel ’93 c’era una delegazione nell’ufficio di fianco con cui Trentin discuteva».
È la fisiologica posizione della minoranza interna, si dirà. E probabilmente è vero. Ma se è vero quello che scrive il manifesto, «qualcosa si muove e non tutti, tra chi è organicamente nella maggioranza camussiana, è disposto ad apporre la sua firma in calce al “documento comune”». Anzi, «nei prossimi giorni il dissenso si manifesterà, anche al vertice delle categorie e della segreteria nazionale». Non mancherebbero i segnali, come il dissenso di un segretario confederale, Nicola Nicolosi che boccia senza riserve il documento.
Mentre sembrano limitarsi a marcare una soglia invalicabile Carla Cantone, segretario generale dello Spi-Cgil, sindacato dei pensionati, quando parla di stop a ulteriori sacrifici a lavoratori, giovani e pensionati, e Rossana Dettori, segretaria generale Fp Cgil, che ribadisce il no alle privatizzazioni.
Vedremo se queste prime voci si moltiplicheranno, o se i mugugni rimarranno semplici rumors. «Una cosa è ciò che si sussurra nei corridoi, altra è ciò che si dice in pubblico», ci dice chi conosce bene una struttura complessa come la confederazione. Una cosa appare certa. Sia la sottoscrizione del documento che l’avvio del cantiere con le altre parti sociali, possono considerarsi la seconda accelerazione impressa al più forte sindacato italiano dopo l’accordo interconfederale con Confindustria, raggiunto lo scorso 28 giugno. Accordo che suscitò nel direttivo dubbi e perplessità anche in esponenti della maggioranza.
L’inizio di una dinamica con conseguenze pericolose per la segreteria? L’ex direttore generale della Cgil di Cofferati, oggi senatore Pd Achille Passoni, tende a minimizzare: «È sempre così a ogni appuntamento con il governo nei momenti difficili. È una fibrillazione quasi naturale. Ovviamente c’è una minoranza che fa il suo lavoro, ma le mosse del segretario sono ampiamente condivise. Peraltro non vedo come si possa criticare la Camusso. La maggioranza della Cgil ha sempre detto che la manovra era sbagliata, che non c’era la crescita. E lo diceva da sola. Oggi lo dicono tutti». Semmai il problema è che «c’è una parte della Cgil che ha idiosincrasia agli accordi, non sapevo però che avesse idiosincrasia per un semplice documento unitario».

da www.europaquotidiano.it

"Precari stabilizzati, il contratto «costa» fino a 4mila euro", di Claudio Tucci

Assunti tutti entro il 1° settembre. Ma con uno stipendio “congelato” per qualche anno e una perdita secca che, secondo le prime stime, può arrivare a 4mila euro. È quanto prevede il nuovo contratto nazionale di lavoro per assumere a tempo indeterminato nelle scuole 30.300 docenti e 36mila Ata precari, firmato ieri all’Aran da Cisl, Uil, Snals e Gilda.

La Cgil per ora ha scelto di sospendere la firma, contraria, ha spiegato il segretario generale Domenico Pantaleo, alle penalizzazioni in busta paga contenute nell’accordo che “allungano” in modo strutturale il primo “gradone” stipendiale (che nella scuola consente la progressione economica per anzianità), portandolo da 0-2 anni a 0-8 anni. Con quali effetti? Che per esempio un docente precario neo assunto con 5 anni di pre-ruolo, col vecchio gradone, sarebbe scattato di fascia l’anno successivo (è previsto un anno di prova).
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Mentre ora per effetto del contratto dovrà aspettare 3 anni e 4 mesi (gli anni di pre-ruolo infatti si conteggiano per intero i primi 4 e per due terzi per gli anni eccedenti). E quindi, in base al nuovo gradone, perderà l’aumento per il periodo mancante al raggiungimento del gradone successivo (9-14 anni). Se (nell’esempio fatto di 5 anni di pre-ruolo) si tratta di un docente di scuola primaria – è la tesi della Cisl Scuola – dirà addio a 1.740,10 euro, se insegnante di scuola media, a 1.929,83 euro. Fino ad arrivare alla penalizzazione maggiore se professore alle superiori, visto che lascerà sul campo ben 3.960,43 euro.

Ovviamente, se il neo assunto vanta un’anzianità di pre-ruolo di 10 o più anni non perderà nulla, considerato che la nuova assunzione avverrà direttamente al gradone successivo.

Stesso discorso vale per gli Ata, che, sempre nell’ipotesi di neo assunti con 5 anni di anzianità pre-ruolo, perderanno da 1.254,07 euro (se collaboratore scolastico) a 1.612,95 euro (se assistenti amministrativi e tecnici). Se infine Dsga (vale a dire, Direttori dei servizi generali e amministrativi), 2.784,64 euro.

«Si tratta di un sacrificio limitato. Ma in cambio abbiamo ottenuto per tante persone la stabilità del posto di lavoro in un momento di crisi», ha sottolineato il numero uno della Uil Scuola, Massimo Di Menna.

D’accordo il leader della Cisl Scuola, Francesco Scrima: «La penalizzazione in busta paga opera fino al prossimo rinnovo contrattuale. In più: la stragrande maggioranza dei precari neo assunti ha molta anzianità di servizio e quindi non subirà alcun pregiudizio economico».

Ma come avverranno ora le assunzioni? Secondo le prime anticipazioni, tutte utilizzando le nuove graduatorie. Tranne 10mila professori assunti in base a quelle non aggiornate (2010-2011). Per la ripartizione regionale e per ordini di scuola bisognerà attendere ancora qualche giorno. Una buona notizia arriva invece sul fronte assunzioni per il 2012 e 2013. Viale Trastevere punterebbe a stabilizzare (in base al turn over), 22mila docenti e 7mila Ata precari per ciascuno dei due anni. Ma servirà l’ok del Tesoro.

Come cambiano gli scaloni di anzianità degli insegnanti precari

da www.ilsole24ore.it

"Assunzioni a scuola. Metà dei docenti in cattedra al Nord", di Flavia Amabile

Trovato l’accordo per i precari: ma è polemica.

Dei 30.308 insegnanti che verranno assunti dopo l’accordo firmato all’Aran, il 46% – quasi la metà – saliranno in cattedra al nord, il 29% al centro e solo il 24% al Sud. Già leggendo queste cifre diffuse ieri dalla Cisl scuola ci si rende conto che qualcosa non va. L’accusa più frequente rivolta al ministero dell’Istruzione è di antimeridionalismo. E ad attaccare la Gelmini stavolta non è solo l’opposizione ma anche il Pdl.

Due giorni fa è stato raggiunto l’accordo che prevede che entro il prossimo 31 agosto il ministero dell’Istruzione assumerà 67mila precari della scuola, poco meno della metà docenti e gli altri facenti parte del personale amministrativo, tecnico ed ausiliario. Hanno firmato tutti i sindacati tranne Cgil e Usb.

Il pasticcio è dato dal fatto che un terzo delle cattedre, cioè ben 10 mila, saranno attribuite sulla base delle graduatorie dell’anno scorso, mentre le restanti 20.308 sulla base delle nuove graduatorie appena rinnovate. Ma le vecchie graduatorie sono quelle che la Corte Costituzionale aveva bocciato ordinando che nell’aggiornamento delle graduatorie a esaurimento il personale docente avesse diritto al trasferimento e all’inserimento a pettine secondo il proprio punteggio, e dunque secondo criteri di merito, e non in coda secondo l’anzianità di iscrizione in graduatoria.

«La Corte Costituzionale aveva dichiarato illegittimo l’inserimento in coda nelle graduatorie – ricorda Mimmo Pantaleo, segretario generale della Flc-Cgil – In un Paese democratico le sentenze possono piacere o no ma si rispettano. Ma questo governo e il ministro Gelmini sono talmente abituati a operare forzando o scavalcando le leggi che non meraviglia questa ulteriore illegalità».

«In tal modo – spiegano i deputati del Pdl Alessandro Pagano e Giuseppe Marinello – i docenti del centro sud in possesso dei cosiddetti super-punteggi dopo la riapertura delle graduatorie e dunque dei prescritti requisiti, vedranno annullate, o comunque enormemente ridotte, le possibilità di immissione in ruolo». I due deputati, pur appartenendo allo stesso partito della Gelmini, non esitano a criticare il suo provvedimento. «Cambiando le regole a giochi già avviati e senza interpellare tutte le parti interessate oltre a gettare un’ombra sui leali e ottimi rapporti istituzionali esistenti, si corre il serio pericolo di alimentare un’assurda e inutile “guerra tra poveri” e di accrescere le tensioni tra il nord e il sud».

Soddisfatta invece la Lega che considera la retrodatazione una sua vittoria. Il senatore Mario Pittoni, capogruppo del Carroccio in commissione Istruzione, da mesi si batteva per difendere i posti dei precari dai trasferimenti di docenti da altre graduatorie: «È un buon successo, in quanto salviamo migliaia di docenti del CentroNord scavalcati dai colleghi del Sud in possesso dei famosi superpunteggi dopo la riapertura delle graduatorie».

Contrari anche Fli e Pd. Nino Lo Presti, deputato di Futuro e Libertà accusa il ministero di essere sotto ricatto della Lega e avverte che «stavolta chiederemo che a pagare le spese per la valanga di nuove cause che travolgerà il ministero sia proprio il ministro. La Corte dei Conti è già avvertita». Soddisfatta la Cisl anche se i dati che diffonde sull’accordo raccontano una realtà non facile da affrontare. Saranno coperti per intero i posti di scuola dell’infanzia e di sostegno. Nella scuola primaria un quarto resteranno scoperti, nella scuola secondaria di primo grado la metà, nella secondaria di II grado circa il 20%.

da La Stampa

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“Assunzioni, la fetta più grande per maestri d’infanzia, docenti sostegno e Ata”, di Alessandro Giuliani

Andranno a coprire tutti i posti vacanti. Alla primaria scatteranno tre ruoli ogni quattro cattedre libere; alle medie uno ogni due; alle superiori su cinque posti liberi di una classe di concorso ce la faranno in quattro. Il metodo varrà per tutte le Regioni: alla Lombardia il 20% del contingente. Bene anche il Lazio. Numeri più bassi al Sud, ma anche in Liguria e Friuli

Sinora non c’è nulla di ufficiale, ma in base a ciò che trapela dai sindacati quelle che il Miur si accinge a varare saranno delle assunzioni differenziate sia per tipi di graduatorie, con 10.000 precari assunti dalle liste di attesa e sui posti vacanti all’inizio dell’a.s 2010-2011, sia per tipologia d’insegnamento: i decisori di viale Trastevere hanno spiegato che devono fare i conti con circa 10.000 sovrannumerari, i docenti di ruolo rimasti senza titolarità, concentrati nella primaria ma soprattutto in alcune classi di concorso delle superiori. Ora, se si fosse adottato il tradizionale metodo di formazione dei contingenti, con la determinazione della percentuale sulla base dei posto vacanti, per questi due livelli scolastici le assunzioni si sarebbero fatte davvero col contagocce: per evitare che accadesse questo, l’amministrazione ha escogitato un sistema “che evita di scaricare gli effetti dell’esubero – ha spiegato il leader della Cisl Scuola, Francesco Scrima – su singoli gradi di scuola o su singole aree territoriali”.
Prima di tutto verranno assunti, in modo da andare a riempire integralmente i posti vacanti, in abbondanza i docenti precari dell’infanzia e di sostegno, dove non vi sono esuberi. Per la scuola primaria, invece, si attribuiranno a ogni territorio i posti vacanti moltiplicati per 0,7: se ad esempio in una provincia vi sono 100 posti vacanti, verranno attuate 70 assunzioni.
Per quanto riguarda la scuola media l’indice di calcolo è di circa 0,5 per ogni posto libero (in pratica per far scattare un ruolo serviranno due posti vacanti); mentre per la secondaria di secondo grado l’indice da applicare è di circa 0,8 (ogni cinque posti liberi di una classe di concorso si attueranno quattro immissioni in ruolo). Mentre per il personale non docente, per il quale non risultano situazioni di esubero, le assunzioni riguarderanno sostanzialmente tutti i posti vacanti e disponibili.
Cosa accadrà a livello regionale? Prima di tutto verrà data la possibilità di coprire nella stessa percentuale le vacanze di organico esistenti. Ancora una volta sarà la Lombardia a fare man bassa di immissioni in ruolo, visto che farà sue circa il 20 per cento delle assunzioni (pari ad oltre 5.100 docenti e circa 7.500 Ata). Seguirà il Lazio, dove si prevede di assumere 3.200 docenti e 3.400 Ata. Numeri più bassi riguarderanno le altre Regioni, soprattutto quelle del Sud. Si salva la Campania, dove firmeranno il ruolo 2.600 insegnanti e 3.000 Ata. Intermedia la “dote” della Sicilia, dove la proiezione è di quasi 1.600 docenti e 2.100 amministrativi, tecnici ed ausiliari. Tra le Regioni del Nord con meno assunzioni vi sono il Friuli e la Liguria, dove si contano per ciascun territorio 1.500 ruoli complessiva tra insegnanti e Ata. Una curiosità: Emilia Romagna, Sardegna e Toscana sono le uniche Regioni dove il numero dei docenti da assumere supera quello degli Ata.

La Tecnica della Scuola

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“Precari, 30 mila immissioni in ruolo. Solo un terzo dalle vecchie gradutorie”, di Salvo Intravaia

Per la prima volta le assuzioni nella scuola verranno effettuate da due diverse graduatorie. Una procedura che accontenta la Lega penalizzando i supplenti provenienti dal sud. E che rischia di innescare un altro contenzioso

Dopo settimane di ipotesi e polemiche, il ministero dell’Istruzione ha finalmente sciolto il nodo sulle immissioni in ruolo nella scuola per l’anno scolastico 2011/2012. Durante l’incontro con i sindacati svoltosi ieri mattina, i tecnici del ministero hanno scoperto le carte e fornito i primi numeri: per i docenti saranno in tutto 30.308 le cattedre da assegnare ai precari, un terzo delle quali dalle vecchie graduatorie.
È la prima volta che in Italia le assunzioni nella scuola vengono effettuate da due diverse graduatorie. Una decisione che intende dare risposta “salomonica” alla guerra tra poveri aperta dall’ultimo rinnovo delle liste ad esaurimento. Ma i conti “fatti a tavolino” dai tecnici ministeriali non mancheranno di innescare altre polemiche, soprattutto politiche, e un enorme contenzioso.

“Hanno fatto i conti a tavolino per discriminare i supplenti meridionali. È indegno per un paese civile che il governo continui a discriminare in modo così evidente una parte del Paese”, tuona il deputato siciliano del Partito democratico, Tonino Russo che configura “malafede nel predisporre i numeri delle assunzioni”. “Dovranno spiegare – continua Russo – i criteri alla base di questa ripartizione”, “Sarà meglio che rivedano tutti i conteggi – ammonisce Russo – perché partiranno migliaia di richieste di sospensiva immediata al Tar sulle assunzioni che a questo punto rischiano di non potersi fare”.

Da questa ripartizione – 10 mila assunzioni dalle graduatorie dell’anno scorso e le restanti 20.308 dalle nuove graduatorie – la Lega ha in effetti ottiene quello che voleva. “È un buon successo – conferma il senatore leghista Mario Pittoni – in quanto ‘salviamo’ migliaia di docenti del Centro-Nord scavalcati dai colleghi del Sud in possesso dei famosi superpunteggi dopo la riapertura delle graduatorie. Anche se non ci stancheremo di ripetere – continua Pittoni – che il provvedimento più di buon senso era il congelamento delle graduatorie in attesa della riforma del reclutamento, come previsto dall’emendamento da noi fatto approvare al Senato con il decreto milleproroghe, ma stoppato dal Quirinale”. Una frecciata, neppure troppo celata, rivolta al Colle.

Ma come avviene spesso, se si accontenta una parte se ne scontenta un’altra. I precari del Nord lamentano il cambio delle regole a partita iniziata: di essere cioè scavalcati, dopo avere fatto “mille sacrifici e delle scelte”, dai colleghi meridionali. Quelli del Sud avanzano il diritto, peraltro sancito dalla recente sentenza della Corte costituzionale, di potere spostarsi liberamente per lavorare su tutto il territorio nazionale.

La storia inizia quattro anni fa. Nel 2007, l’allora ministro della Pubblica istruzione Giuseppe Fioroni trasformò le graduatorie permanenti in liste ad esaurimento, congelando per il futuro i trasferimenti di provincia. Lo scopo, anche grazie ad un superpiano di 150 mila assunzioni in tre anni, era quello di eliminare il precariato ed evitare fastidiosi scavalcamenti tra precari in lista da anni. Nel 2007, di fronte allo spauracchio di rimanere bloccati al Nord, furono decine di migliaia i precari meridionali che ritornarono nelle terre natie, le liste delle regioni settentrionali si spopolarono e quelle meridionali si gonfiarono a dismisura. L’anno successivo, il ministro Gelmini stoppò le assunzioni, bloccò i trasferimenti di provincia e inventò le graduatorie di coda: altre tre liste provinciali in cui i precari potevano inserirsi, ma soltanto in coda.

A questo punto alcune associazioni e sigle sindacali si rivolsero ai giudici, i quali passarono la palla alla Consulta che a febbraio di quest’anno si pronunciò contro le “code” e a favore della libera circolazione dei lavoratori italiani su tutto il territorio nazionale. Un pronunciamento che costrinse il governo a riaprire le graduatorie agli spostamenti, con l’inevitabile trasferimento al Nord di oltre 30 mila precari meridionali rimasti a secco in questi anni per i tagli agli organici che hanno penalizzato soprattutto le loro regioni.

Secondo i resoconti top secret dei sindacati dopo l’incontro di ieri saranno 6.280 le immissioni in ruolo per le insegnanti di scuola dell’infanzia, di cui quasi un quarto dalle vecchie liste: 1.681 dalle graduatorie 2009/2011 e 4.599 dalle graduatorie per il 2011/2014. Un percentuale di reclutamenti dalle vecchie liste che schizza al 44 per cento alla primaria – 3.825 immissioni in ruolo, di cui 1.680 dalle vecchie graduatorie – e addirittura al 47 per cento per il sostegno – 3.243 assunzioni dalle vecchie graduatorie su 6.887 – dove gli scavalcamenti dei precari meridionali ai danni dei colleghi settentrionali raggiungono il massimo. Per la media – 1.680 assunzioni dalle vecchie liste su 7.277 – si ritorna al 23 per cento per risalire al 28 per cento al superiore: 1.680 su 5.931. Dati che al momento sono top secret ma che sembrano “calibrati a tavolino” come dichiara Russo proprio per neutralizzare l’offensiva degli insegnanti del Sud, ma che potrebbe nelle prossime ore vedere ricostituire il fronte bipartisan dei 61 deputati meridionali che alcuni mesi fa intimato alla Gelmini di investire della questione il Parlamento.

da www.repubblica.it del 5 agosto 2011