Latest Posts

"Un marziano a Roma. Ora la vendetta dei mercati?", di Francesco Lo Sardo

La Borsa arretra ancora. Marchionne: altrove il premier si sarebbe dimesso
Sotto il cerone niente. Uno sfrontato inno all’immobilismo, persino al di sotto delle più pessimistiche aspettative. Niente nuove misure per la crescita, niente accelerazione sui tempi di intervento a riduzione del debito, niente liberalizzazioni, niente di niente. «Il governo governa. Il paese è politicamente ed economicamente solido. I nostri fondamentali vanno bene. Sono i mercati che non capiscono». E adesso si salvi chi può.
In un’atmosfera surreale, col parlamento pronto ad andare in vacanza mentre si rincorrono i rumors di un assalto dei fondi internazionali che si scatenerebbe sull’Italia entro metà agosto e le voci non smentite di un consiglio dei ministri d’emergenza per tentare di fronteggiare la catastrofe, Berlusconi ieri ha messo in scena uno show disarmante: per un verso s’é definitivamente smaterializzato nel vuoto pneumatico di un discorso all’insegna della più inconcludente continuità, dall’altro ha ribadito di voler restare in sella fino al 2013.
Frattini assiso a destra che si tiene su la testa a mezzo del dito indice piantato sotto il naso, Berlusconi ritto in piedi al centro, un ineffabile Tremonti dalla criptica espressione facciale seduto a sinistra. Eccola la punta di lancia del «governo che c’è e governa», come dirà il Cavaliere nel suo lunare discorso alle camere, convocate per ascoltare analisi e ricette anticrisi del premier-imprenditore.
Eccola la trimurti che dovrebbe difendere l’Italia dalla crisi, dall’attacco tedesco ai titoli di stato e dall’assalto di famelici hedge funds pronti a recidere la giugulare del paese. Oggi si saprà se i mercati si sono sentiti rassicurati dall’aria fritta sparsa dal presidente del consiglio tra gli applausi d’ufficio dell’abborracciata e risicata maggioranza che lo tiene in piedi e che si tiene in piedi per la paura di essere rasa a zero da elezioni anticipate e i molti mugugni ufficiosi per un intervento desolante.
Un discorso spento, espressione emblematica di un governo ormai senza vita, incapace anche di un solo piccolo colpo d’ala, di una sorpresa, di un’ombra di discontinuità rispetto alla linea dell’immobilismo assoluto che lo imprigiona, per via dei paralizzanti giochi di potere tra Tremonti e Berlusconi, due ex giganti ormai irrimediabilmente azzoppati agli occhi di tutto il mondo che continuano ad affondare litigando. «Dovremmo fare quello che avevamo proposto nel programma presentato ai nostri elettori con più coraggio e determinazione», diceva ieri il ministro Giancarlo Galan, il solo esponente della maggioranza Berlusconi-Bossi-Scilipoti che ha avuto il coraggio di mettere nome e cognome sotto una dichiarazione di palese, trasparente delusione.
Perché non ha detto nulla che già non si sapesse, ieri, Berlusconi: il che, per un paese economicamente e finanziariamente nella bufera, costituisce il peggiore degli eventi possibili. Già perché mentre in parlamento andava in scena il surreale show del Cavaliere all’insegna dell’elogio di se stesso, della sua maggioranza parlamentare e della «forte determinazione» ad andare avanti «fino al 2013 per poi sottoporsi al giudizio degli elettori», da ore si rincorrevano le voci di un’offensiva dei fondi contro l’Italia prima di Ferragosto e di un consiglio dei ministri d’emergenza che sarebbe chiamato a quel punto a fronteggiare la catastrofe attraverso misure eccezionali, dello stesso tenore di quelle decise dal governo Amato nel 1992, dopo che l’allegra maggioranza pentapartito del “Caf” che ha fatto la fortuna di Sua Emittenza Berlusconi aveva portato l’Italia alle soglie della bancarotta.
Il Cavaliere, ieri, ha recitato in aula poco convincenti esorcismi, ripetendo che «l’incertezza è aumentata ovunque», non solo in Italia, che il paese è «in condizioni di assoluta sicurezza » e che la manovra tremontiana varata 6 luglio (considerata «un’occasione perduta» da tre quarti del mugugnante ma silente Pdl) «è stata giudicata adeguata e sufficiente dall’Europa e dagli osservatori internazionali anche per la sua tempistica ». Fingendo di non vedere ciò che anche i ciechi vedono: cioè che è stata proprio la furbizia di rimandare i tagli al 2014 per non pagare oggi un prezzo politico ad aver destato i sospetti dei mercati e ad aver scatenato gli appetiti della speculazione.
Macché. Il governo s’è mosso bene sul fronte del rientro dal debito e anche sul versante crescita ha già fatto molto. Piuttosto sono stati i mercati che «non hanno valutato correttamente» la solidità del sistema politico e bancario italiano e le condizioni patrimoniali delle famiglie. Ieri è andata com’è andata: un disastro. Oggi sarà ancor più dura presentarsi alle parti sociali sostenendo di aver già agito «con determinazione» per stimolare la crescita, l’occupazione, le imprese. Ma da consumato attore qual è Berlusconi lo farà. La fiction è fiction: sarà così, fino alla fine.

da www.europaquotidiano.it

******

“Bersani ora apre il gioco”, di Rudy Francesco Calvo
A dare una risposta ai mercati ci pensa il Pd, disponibile ad un governo d’emergenza.
Pier Luigi Bersani ci arriva alla fine del proprio intervento, quando ormai l’aula di Montecitorio era stata trasformata in una bolgia dai deputati della maggioranza che protestavano per lo sforamento dei tempi. Non lo dice nemmeno troppo esplicitamente, ma quel «passo avanti» che si dichiara disposto a fare a nome del Pd è proprio quello che in molti gli avevano chiesto all’assemblea del gruppo che si era tenuta poche ore prima: una disponibilità a ritardare l’appuntamento con le urne, per dare vita a un governo d’emergenza con una larga maggioranza parlamentare.
La linea del voto subito rimane esplicitamente la prima opzione dei Democratici. Ma la priorità assoluta è quella «svolta politica» che per Bersani è ormai indispensabile di fronte a un paese «colpito, impaurito da una crisi che non ha precedenti», in cui «sta aumentando il disprezzo verso la politica e le istituzioni». E di fronte a «investitori e creditori che pensano di farci pagare di più i loro soldi perché non si fidano più».
Ecco, di fronte a tutto questo, per Bersani serve «tempo». Serve «una tregua con gli investitori e i mercati, con le istituzioni europee, con le opinioni pubbliche, bisogna darci un tempo e quel tempo lo può dare solo un gesto politico».
Berlusconi, insomma, deve andare al Quirinale e rassegnare le dimissioni. Dopodiché, i dem sono pronti a discutere. «Io non escludo nulla – chiarisce Bersani di fronte alle telecamere di La7 – più è nuovo il governo, più siamo disponibili a ingaggiarci, a prenderci la responsabilità e anche qualche rischio politico».
Partecipando a un «governo di transizione che faccia una nuova legge elettorale e affronti l’emergenza economica». La discontinuità con l’attuale esecutivo, però, deve essere chiara: nessuno dei ministri in carica può aspirare a una promozione a palazzo Chigi con il benestare del Pd (ma il Terzo polo su questo è meno rigido). È la risposta che i dem vogliono dare anche all’editoriale del Corriere della sera di ieri, che al Nazareno hanno letto come un invito alla responsabilità quasi del tutto gratuita, nella speranza delle dimissioni del premier che arriverebbero solo dopo aver messo al sicuro i conti.
A respingere questa possibilità in maniera chiara ieri è stata Rosy Bindi, intervenendo all’assemblea dei deputati, ma tutti sono d’accordo con lei: impossibile fidarsi di Berlusconi.
Il veto verso un governo guidato da una personalità dell’attuale maggioranza, semmai, potrebbe cadere di fronte a un esecutivo istituzionale affidato, ad esempio, alla seconda carica dello stato. L’opzione- Schifani circola già in alcuni ambienti della maggioranza. Al Nazareno, però, per il momento non si esprimono, rimandando qualsiasi scelta al Quirinale.
«Prima Berlusconi si dimetta – è il ritornello – poi ascolteremo cosa propone Napolitano e anche noi diremo la nostra». Ma Bersani non si aspettava certo un gesto di responsabilità già ieri da Berlusconi, tuttavia i «cieli azzurri» descritti dal premier e il discorso che «mi ha fatto paura» del neosegretario del Pdl Alfano sono rimasti perfino al di sotto delle sue aspettative. Il segretario del Pd in aula ha alzato i toni in alcuni tratti del suo intervento e questo ha deluso chi tra i Democratici si aspettava (e gli aveva anche chiesto) un discorso rivolto in maniera chiara al paese.
«Dobbiamo dimostrarci all’altezza della situazione – erano le aspettative di molti esponenti di MoDem, ma anche di qualcuno in AreaDem – abbandonare le vesti di semplici oppositori e vestire quelle di “salvatori della patria”». È la stessa logica che tiene Veltroni, Gentiloni, Letta e altri ancorati alla richiesta di un governo tecnico di alto profilo.

da www.europaquotidiano.it

******

“Vaciago boccia il compitino di Silvio”, di Gianni Del Vecchio

Il discorso di Berlusconi in parlamento non delude solo l’opposizione ma anche gli economisti.
«Il discorso di Silvio Berlusconi alla camera è acqua fresca per i mercati. Se lo traduciamo in inglese, ci accorgiamo che non c’è niente di nuovo. È un testo noioso, senz’anima, anodino. Mi viene il dubbio che chi l’ha scritto non abbia letto i giornali in quest’ultimo periodo. Giornali che tutti i giorni raccontano dei problemi delle imprese e della politica che invece viene sommersa da scandali di tangenti e corruzione, da destra a sinistra».
La bocciatura senza appello non arriva da un politico dell’opposizione, ma da un economista molto ascoltato dalla politica, Giacomo Vaciago, professore di Politica economica e di Economia monetaria alla Cattolica di Milano.
È soprattutto la pochezza dell’analisi della crisi e delle contromisure proposte da Berlusconi a lasciare di stucco l’economista piacentino. «Il premier ha letto una difesa d’ufficio che sembra partorita dalla mente di Tremonti: la crisi è planetaria e non nazionale, in fin dei conti l’Italia ha retto bene, altri paesi stanno molto peggio di noi. Né più né meno ciò che da qualche anno va ripetendo il ministro dell’economia. Poi ha ribadito una serie di banalità: il nostro paese ha tanti punti di forza, il sistema è solido, la speculazione esagera nel colpirci. Ma se per definizione la speculazione esagera, esaspera le difficoltà di un paese!». Non è un mistero, infatti, che gli speculatori attaccano quei paesi che hanno contemporaneamente problemi di credibilità politica e di fondamentali economici.
E di difetti, l’Italia ne ha parecchi, a cominciare dalla scarsa crescita: «La crescita può venire da un miglioramento della produttività e dall’innovazione delle imprese, entrambe cose che purtroppo ci mancano».
E invece di riforme, Berlusconi ha preferito offrire un po’ di solita spesa pubblica per far fronte alla crisi, ossia 7 miliardi e rotti stanziati per le opere pubbliche al Mezzogiorno dal Cipe. «Una misura che tuttavia – evidenzia Vaciago – non risolve il problema dello scarso sviluppo, tanto meno la questione del divario Nord- Sud. Quei soldi sono una risposta keynesiana che non scioglie i nodi della criminalità organizzata e dell’inefficienza della pubblica amministrazione, fattori che più di tutti scoraggiano gli investitori stranieri a produrre nel meridione».
Il professore poi mette nel mirino anche l’altra misura anti-crisi strombazzata da Berlusconi in aula, il taglio alle auto blu. «Mi sembra una brutta scivolata, di cattivo gusto. In un discorso importante pensato per rassicurare i mercati, non puoi puntare tutto sulle misure anticasta. Non è questo il problema dell’Italia, al massimo così puoi accontentare quella parte di cittadini che ce l’hanno con i privilegi dei politici, ma ai fondi speculativi non è questo che interessa. Mi sembra che ancora una volta Berlusconi si sia lasciato andare a un inutile populismo, così come quando ha parlato delle sue aziende in difficoltà».
Insomma, il premier ancora una volta sembra aver fatto un buco nell’acqua, incapace di dare una scossa all’economia, ancor prima che ai mercati. Del resto, senza novità, quello che resta del discorso è il bilancio di tre anni di governo, che purtroppo è più che mai deludente. «Berlusconi ha fatto l’elenco di ben 27 provvedimenti presi dall’esecutivo per risollevare il paese. Un elenco tuttavia inutile, se questi sono i risultati. In questo modo, quindi, oltre a deludere per la mancanza di riforme, il suo discorso finisce per essere un primo bilancio di questa legislatura. Ed è un bilancio davvero scarso: non è stato fatto tanto per il sistema produttivo italiano».

da www.europaquotidiano.it

Bersani: "Facciano un passo indietro. E' necessaria una vera discontinuità"

L’intervento del segretario PD alla Camera in occasione dell’informativa del governo sulla crisi economica

Clicca qui per vedere il vio dell’intervento.

Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio,
o lei ha sbagliato discorso o ha sbagliato Parlamento. Siamo in Italia e non si può descrivere la nostra situazione con i tratti di un cielo azzurro con qualche nuvola, che adesso spazziamo via facilmente.

Credo che l’unico merito del suo discorso sia stato quello di essere stato fatto a mercati chiusi, francamente.
Mi ha impaurito il discorso di Alfano, perché non credo che ci sia più consentito, a proposito dei reciproci ruoli, di stare nella genericità.

Avrei molti motivi di polemica riguardo alle cose che ha detto il Presidente, al modo in cui siamo stati trattati in questi tre anni a proposito delle proposte che non avremmo avanzato, alla sufficienza, all’arroganza.
Ma voglio far forza a me stesso e non farò nessuna polemica, e quel che dovevo fare l’ho già fatto.
Attualmente, ho un altro tono rispetto a quello del Presidente del Consiglio: o sono su Marte io, o è su Marte lui. Io penso che l’Italia sia finita molto seriamente nei guai. Quindi, voglio dire l’essenziale, poche e basilari considerazioni.

Primo: nel nostro Paese, che è colpito, impaurito, da una crisi che non ha precedenti, sta montando un disprezzo verso la politica e le istituzioni, una sfiducia inedita che sta bruciando, a poco a poco, quello spirito civico di cui avremo un disperato bisogno per reagire.

Secondo: fuori dal nostro Paese il mondo sta volgendo lo sguardo altrove da noi. Non è solo speculazione. Stiamo parlando di investitori, stiamo parlando dei nostri creditori che pensano, se vogliamo i loro soldi, di farceli pagare di più perché non si fidano più.

Ora, questa sfiducia interna e internazionale non è un umore passeggero. Quell’opinione pubblica, quei mercati, quegli investitori, quei creditori hanno tirato le somme di una vicenda che ai loro occhi è già conclusa e che, se protratta, non può portare l’Italia da nessuna parte.

Vi prego di credere che non è per polemica politica, per interesse di bottega, che noi diciamo che ci vuole una svolta politica. E’ l’unica vera cosa che possiamo fare subito; una svolta politica senza la quale nessuna cosa di quelle che faremo ci porterà ad un risultato.

E, comunque, qualsiasi cosa noi facciamo ha bisogno di tempo. La crisi non la si risolve con un discorso o con un monitoraggio con le parti sociali. Prendiamo atto di questa situazione. C’è bisogno di un po’ di tempo, di una tregua con gli investitori, di una tregua con i mercati, con le istituzioni europee, con l’opinione pubblica: una tregua. Bisogna darci un tempo. E quel tempo ce lo può dare soltanto un gesto politico.

E, in quel tempo, noi dobbiamo onestamente rifare l’analisi del nostro problema. So anch’io che ci sono gli Stati Uniti e che c’è l’Europa, lo sappiamo tutti, leggiamo anche noi i giornali, e vedo che c’è anche qualche annotazione della Banca d’Italia all’interno di quanto ha detto il Presidente del Consiglio. Mi fa molto piacere.

Però noi dobbiamo rifare l’analisi della nostra situazione. Ci siamo raccontati delle cose non vere. Il nostro problema è il debito? Il nostro problema è il deficit? Sì, per l’amor di Dio, certamente. Ma sono i soli problemi? Arrivo a dire: sono i problemi fondamentali? No, no, tre volte no!

Sono tre anni che diciamo questa cosa. Noi abbiamo un paio di altri problemi.
Dopo una lunga stagione di bassa crescita – otto anni su dieci avete governato voi, comunque, chiudo qui l’inciso -vi è stata una precipitazione, una contrazione, che è avvenuta così forte solo in Italia.

Ma volete prendere atto di questa cosa? Sono tre anni che lo diciamo. Abbiamo perso sei punti di PIL, non li ha persi nessun altro paese in Europa; e ne stiamo rimontando scarsi due. Questo vuol dire – è molto semplice – che, mentre gli altri hanno già assorbito la contrazione, tanto o poco, noi stiamo ancora faticosamente sforzandoci di recuperare una cosa che non abbiamo recuperato.

Ci siamo raccontati che stiamo meglio degli altri, nel conformismo generale. Che stiamo meglio degli altri! Non abbiamo guardato in faccia questo problema.

Il secondo problema è la produttività. Abbiamo un divario di produttività micidiale, che non può essere risolto solo con il mercato del lavoro e con le relazioni sociali soprattutto se gli si dà una piega di precarizzazione, di atomizzazione e di sussidiarietà ideologica. E la ricerca? E le tecnologie? E le riforme di sistema? E i nuovi prodotti? E i nuovi servizi?

Questa è la produttività. Vogliamo, almeno per una volta, discutere questi temi, che sono temi di economia reale? Ma pensate davvero che i mercati guardino lo 0,1% del deficit e non guardino i dati impressionanti della nostra bilancia commerciale, che ci sta dicendo che, strutturalmente, stiamo perdendo pezzi nella divisione internazionale del lavoro?

La domanda con cui ci si chiede come cavolo faranno questi a pagarsi il debito se non crescono neanche potenzialmente nel futuro, è una domanda legittima, che non viene dalla speculazione.

Quando si parla di banche, si dice: non hanno preso i subprime? Benissimo. Hanno superato gli stress test? Benissimo. Hanno i titoli «in pancia»? Ne hanno un po’, non tanti quanto si dice. Il problema delle banche è che sono nei guai, perché le imprese sono nei guai.

Infatti, tutto il mondo sa che le nostre banche sono legate alle imprese, ma le imprese non hanno liquidità, non girano i pagamenti, c’è poco lavoro. E questo significa sofferenza, tagli e via dicendo per le banche. Il mondo lo sa. È necessario far girare un po’ i pagamenti. In questo quadro, si è detto: intanto, però, teniamo i conti a posto.

Vorrei dire questo al Ministro Tremonti: io gli auguro che il codardo oltraggio non raggiunga le vette del servo encomio, che il Ministro un po’ ha preteso in questi anni e che ha ottenuto troppo largamente. Me lo auguro, sinceramente.

Ci siamo detti, infatti, che i conti sono a posto, ma abbiamo 300 miliardi di euro in più di debito, è stato mangiato l’avanzo primario, la spesa in capitale è stata trasformata in spesa corrente, vi sono i tagli lineari e nessuna qualità all’interno delle manovre.

Non si fanno miracoli nei conti pubblici, lo sappiamo benissimo, però, se siamo arrivati fin qui, non dite che le avete azzeccate tutte: una parola di autocritica, uno straccio di parola di autocritica è d’obbligo! Uno straccio di parola, ce lo dovete!

Adesso, è necessario un messaggio al Paese: chi ha di più, deve dare di più, chi è stato disturbato meno, deve essere disturbato di più, e ci disturbiamo tutti.

da www.partitodemocratico.it

"Il Cavaliere senza benzina", di Massimo Gramellini

Ormai non è nemmeno un problema politico. È un problema energetico. Nel momento meno adatto per lui, ma soprattutto per noi, Silvio Berlusconi ha esaurito la benzina. Non seduce e non indigna più. Annoia. Altro che nuovo predellino, questo è il discorso della sedia a dondolo: mancano soltanto la coperta sulle ginocchia e la papalina in testa. Purtroppo non sarebbe ora di andare a dormire, ma di svegliarsi e combattere. E invece non una parola d’ordine, un colpo di barra, un guizzo liberale. Il presidentetisana è completamente fuori contesto. Come se, sul cadavere di Cesare, Marcantonio avesse discettato sommessamente sulla stabilità del governo o, sotto le bombe naziste, Churchill avesse promesso agli inglesi un comitato interministeriale. Eppure speriamo che i mercati internazionali si limitino a leggerlo. Perché se per disgrazia vedranno anche le immagini, l’effetto sulle Borse potrebbe essere ancora più deprimente. Leggi…

"Il cavaliere e i mercati tra Scilla e Cariddi", di Eugenio Scalfari

IL TOPOLINO partorito dalla montagna è estremamente gracile: sette miliardi e mezzo fuoriusciti dal Fas, il salvadanaio che avrebbe dovuto sostenere le Regioni meridionali e che è stato più volte manomesso e ridotto al lumicino dal ministro dell’Economia.

Con sette miliardi e mezzo non si va lontano, tanto più che ci vorranno parecchi mesi per aprire i cantieri e assumere la manodopera necessaria. Ma ciò che rende grottesca questa trovata, la sola che ha dato un minimo di concretezza a quel discorso, è l’elenco delle opere e la loro tempistica.

Nell’elenco appare niente meno che il completamento dell’autostrada e della ferrovia nel tratto Napoli-Salerno-Reggio. Sono trent’anni che se ne parla e ogni volta i governi l’hanno dato per fatto ma è ancora lì.

Un Parlamento serio avrebbe dovuto seppellire con un’omerica risata quest’opera pubblica ballerina. E un’altra nello stesso elenco, da Bari a Napoli. Il presidente del Consiglio, presentando il topino, ha ricordato che quelle opere erano già state proposte dal governo alla Fiera di Bari dell’anno scorso. Fino a ieri erano finite non si sa in quale cassetto di Palazzo Chigi.

Ho dedicato l’inizio di questo commento al discorso di Berlusconi agli investimenti che dovrebbero rilanciare la crescita perché si tratta della sola proposta che abbia un minimo di concretezza. Mentre i mercati giocano ogni giorno con i debiti sovrani europei e in particolare con quello italiano, il nostro governo offre questa soluzione.
Grottesca,

ridicola. Ricordo che Paolo Sylos Labini, quando già si parlava della Napoli-Salerno-Reggio, trent’anni fa disse: “Se sento ancora parlare di quell’autostrada metto mano alla pistola”. Aveva perfettamente ragione.

I veri temi sui quali aspettavamo Berlusconi erano tre: il debito, la crescita e la fiducia dei mercati. Il presidente del Consiglio li ha elusi tutti.

La prima metà del discorso aveva l’andamento d’una relazione della Banca d’Italia: il problema del “default” americano scongiurato “in limine”, il pericolo d’una nuova recessione che parta dagli Usa e si propaghi, l’intervento dell’Europa sul debito greco e sull’intera scacchiera dell’Eurozona. Grande “aplomb”, una rapida ma informata sintesi della situazione dell’economia reale nell’Occidente opulento ma bloccato da un calo generale e drammatico della domanda.Non so chi gliel’ha scritto, ma sembrava d’ascoltare uno di quei dotti sermoni che vanno in scena in via Nazionale ogni 31 di maggio.

Quelle relazioni però, dopo la rassegna dei fatti, affrontano quello che è avvenuto in casa nostra, le cose ben fatte e quelle sbagliate, le omissioni, i ritardi, le confraternite del potere chiamate per nome e cognome.
Insomma un’altissima lezione di politica economica e di etica pubblica, un freno agli appetiti e una frustata alla pigrizia.

Nulla di simile nei trenta minuti dell’orazione berlusconiana. Abbiamo sentito ripetere per l’ennesima volta che tutto va bene, che i “fondamentali” sono solidissimi, che il risparmio delle famiglie è una risorsa che nessuno degli altri paesi possiede quanto noi, che le imprese girano a pieno ritmo e che i mercati, chissà perché, non vedono tutte queste meraviglie.

“I mercati” ha detto il premier “sono nervosi, vorrebbero tutto subito. Bisogna convincerli che c’è bisogno di tempo”. Faceva uno strano effetto ascoltare quelle parole. Suggerivano l’idea che nei prossimi giorni Berlusconi faccia un giro delle Borse europee e dei “bureau” delle maggiori banche d’affari per convincere gli operatori a investire nei buoni del Tesoro e le imprese a sbarcare in Italia, auspica il nuovo Statuto dei lavori che il ministro Sacconi sta preparando per mettere definitivamente la mordacchia ai lavoratori italiani.

Ma nella terza parte del suo discorso il premier ha dato il meglio di sé. Ha ricordato, tra gli applausi della maggioranza, che lui è proprietario di tre aziende quotate in Borsa e dunque se ne intende. Ha fatto propri gli appelli di Napolitano alla coesione sociale e politica. Infine ha aperto all’opposizione affinché confronti i suoi programmi con quelli del governo. “Se quelle loro proposte saranno orientate verso il bene dell’Italia noi le accoglieremo”.

Da quando è al potere non è mai accaduto per una assai semplice ragione: il bene dell’Italia sta tutto nei programmi del governo; se l’opposizione vorrà aggiungere i suoi voti, lui ne sarà molto contento.

La risposta di Bersani a nome dell’opposizione è stata centrata sul debito, sulla produttività, sulla crescita; cioè su quello che mancava totalmente nella relazione del premier. Con l’offerta pubblica di una maggioranza di tutte le forze parlamentari per fronteggiare l’emergenza della crisi e con un nuovo capo del governo designato dal presidente della Repubblica.

La proposta è sensata ma l’interlocutore non lo è. Gli si chiede un passo indietro che non farà mai perché degli interessi del paese se ne infischia e pensa unicamente ai suoi come l’esperienza pluridecennale ci insegna.

Mi auguro con tutto il cuore che i mercati di oggi e dei prossimi giorni siano sedotti dalla comunicativa berlusconiana e si mettano ventre a terra a comprare titoli di Stato e azioni delle nostre banche. Ma se non dovesse accadere che cosa si fa? Si va avanti con l’autostrada Napoli-Salerno-Reggio? Attenzione, perché alla fine di quell’autostrada ci sono Scilla e Cariddi che ingoiano l’acqua del mare e tutte le barche che navigano nei pressi delle loro fauci. Solo Odisseo scampò, ma era protetto da Atena, la dea dell’Intelligenza, con la quale non mi sembra che il nostro premier abbia rapporti cordiali.

da la Repubblica

"Parole in libertà", di Tito Boeri

Forse Berlusconi avrebbe fatto meglio a non parlare. In questi frangenti i discorsi vuoti sono peggio dei non discorsi. Aveva chiesto di parlare a mercati chiusi nutrendo l´aspettativa di annunci importanti, di segnali di svolta nelle politiche se non nelle persone. Ma questa volta non sono arrivati neanche gli annunci. Solo vuoti richiami alle parti sociali, l´ennesimo accenno al nuovo statuto dei lavori, di cui il ministro Sacconi parla da almeno sette anni senza aver mai presentato un progetto, e un vaghissimo riferimento a fusioni e aggregazioni di enti pubblici. Due conti possono essere utili per capire il pericolo che stiamo correndo. Ieri lo spread fra titoli di Stato decennali italiani e tedeschi era salito fino a 400 punti base: sul mercato si chiedevano rendimenti del 6,25 per cento per acquistare i nostri titoli di Stato, mentre i Bund alla stessa scadenza venivano comprati a poco più del 2,35 per cento. Per fortuna non dobbiamo pagare da subito questi interessi sul totale del nostro debito pubblico, ma solo sulle nuove emissioni e i nostri titoli di Stato hanno una durata media lunga, superiore ai 7 anni. Ma a regime, con un debito pubblico superiore al reddito generato in Italia ogni anno, quei due punti e mezzo in più di interessi rispetto a due mesi fa pagati su tutti i titoli in circolazione significano 50 miliardi in più di oneri sul debito, più di quanto raccolto in tre anni e mezzo dalla manovra appena varata.
Dato che gli investitori questi conti li sanno fare, ogni nostro ritardo nell´adottare le contromisure, rende uno scenario di questo tipo sempre più probabile. Questo implica che la percezione del rischio aumenta, dunque il premio, il rendimento aggiuntivo che si chiede per comprare i nostri titoli di Stato. Si mette cosi in moto un circolo vizioso o «effetto valanga», fatto di tassi sempre più alti sui titoli di Stato, dunque spesa per interessi crescente e disavanzi di bilancio che aumentano ulteriormente il debito, una spirale che alla lunga porta alle crisi di insolvenza. Le reiterate affermazioni di Berlusconi secondo cui «i mercati si sbagliano», il suo riferimento alla «speculazione» sono una confessione di impotenza. I mercati sono qualcosa di impersonale, il risultato di scelte di milioni di persone che tra di loro non si parlano. Dire che si sbagliano serve solo a convincere gli investitori che la condanna che sta per essere emessa, per quanto possa apparire ingiusta a chi la subisce, ha fondamento.
L´unico modo per bloccare la spirale è causare coi fatti e al più presto forti perdite a chi scommette sulla nostra insolvenza. Per questo ieri ci volevano segnali forti. Poteva esserlo l´impegno, possibilmente corredato da un elenco di nuove misure, ad anticipare di due anni il raggiungimento dell´obiettivo del bilancio in pareggio. Si dovevano annunciare misure immediate di contrasto all´evasione fiscale incrociando davvero tutte le fonti informative disponibili sui redditi degli italiani, dato che l´economia sommersa in condizioni come queste diventa una risorsa in più cui attingere rispetto ad altri Paesi. Ci volevano misure di contenimento della spesa pubblica anch´esse immediate. Avrebbero dato il segnale di un governo che è ancora in carica, che riesce a fare scelte difficili. Il contrario di quanto fatto capire con una manovra, inizialmente presentata in Europa come incentrata sui tagli di spesa, e diventata invece per due terzi un insieme di nuove tasse. Sarebbe servito anche perché l´unico provvedimento varato in questi giorni è stato lo sblocco di 9 miliardi per il Sud, dunque nuove spese, segnale di un governo sempre più con la testa alle elezioni. Ci poteva essere nel discorso di Berlusconi almeno un segnale di svolta nella mentalità, un´indicazione del fatto che la nostra classe politica ha capito che si possono fare tante riforme a costo zero, che si può sostenere la crescita anche tagliando la spesa pubblica, migliorando la composizione del nostro bilancio e rendendo meno oneroso il finanziamento del debito non solo per le amministrazioni pubbliche, ma anche per i privati. La crisi del debito pubblico sta infatti riducendo la liquidità in circolazione nel settore privato, mettendo in grave difficoltà le nostre banche e le nostre imprese. Ogni passo fatto per bloccare la spirale è perciò di per sé una misura per lo sviluppo. Una cultura della crescita con riforme a costo zero difetta anche all´opposizione. Il fatto è che non poche delle misure che dovrebbero essere adottate possono nell´immediato rivelarsi impopolari. Per questo ci vorrebbe oggi un esecutivo che non ambisce solo ad essere rieletto, anche se le elezioni dovessero tenersi alla scadenza naturale della legislatura. Ogni segnale dato in questa direzione, ogni indicazione che il nostro Presidente della Repubblica è disposto a mettere una volta di più in campo la sua popolarità interna e credibilità internazionale per contrastare la crisi, può servire a bloccare la spirale. Non è certamente casuale il riconoscimento ieri del lavoro di Giorgio Napolitano in queste settimane da parte di Sergio Marchionne. All´estero, tra chi tuttora detiene più di metà dei nostri titoli di Stato, sono in molti a pensarla come lui.

da La Repubblica

"La formula che scova il nepotismo all’Università", di Lorenzo Salvia

Marie Curie vinse il Nobel insieme al marito Pierre, e qualche anno dopo lo stesso premio andò alla loro figlia Irene, sempre con il consorte. In famiglia il talento era di casa. Non sempre accade lo stesso dietro quei cognomi che, a scorrere la rubrica telefonica delle università italiane, si ripetono pagina dopo pagina. «Measuring nepotism: the case of italian academia» è il titolo della ricerca di Stefano Allesina, cervello in fuga che da Carpi è volato a Chicago, dove si occupa di modelli matematici applicati all’ecologia. Misurare il nepotismo, calcolare il peso dei baroni. D’accordo, ma come? Spulciando la banca dati del ministero dell’Istruzione, questo ricercatore di 35 anni ha controllato quante volte lo stesso cognome si ripete dentro le nostre 94 università. Un lavoro lungo ma in fondo semplice, «statisticamente rozzo» come spiega lui stesso al telefono. Perché avere lo stesso cognome non vuol dire per forza essere parenti, visto che ci possono essere casi di omonimia. E perché le vie del nepotismo sono infinite, con la possibilità di concedere la spintarella ad amici, cugini e magari amanti che si chiamano in altro modo e quindi sfuggono ad un controllo del genere. Tra gli oltre 61 mila professori e ricercatori a tempo indeterminato delle università italiane, ci sono 4.583 cognomi ripetuti due volte, 1.903 che compaiono tre volte. Il record spetta ai signor Rossi, ovviamente, ce ne sono 255, seguiti da Russo, Ferrari e Romano. Tutti sopra quota cento ma in fondo sono anche i cognomi più diffusi nel Paese. L’analisi diventa più interessante quando si calcola il tasso di nepotismo all’interno delle singole università. Le cose vanno peggio al Sud, con il primo posto assoluto alla Lum Jean Monnet, piccolo ateneo privato della Puglia, seguito da Sassari e Cagliari, mentre per trovare la prima università del Nord bisogna scendere fino alla 15esima posizione con Modena e Reggio Emilia. Altra classifica per le aree disciplinari: i sospetti maggiori si concentrano su ingegneria industriale, seguita da diritto, medicina, geografia e pedagogia. I settori più virtuosi, invece, sono demografia, linguistica e psicologia. Anche qui un indizio non fa una prova. Ma il ricercatore sottolinea alcuni cognomi non proprio comunissimi: «In Economia il quinto cognome più diffuso è Massari, in Veterinaria il primo è Passantino» . Sbotta Luigi Frati, rettore della Sapienza con due figli e una moglie che hanno seguito la carriera accademica: «La meritocrazia non ha cognome. Piuttosto si veda se uno studioso è bravo oppure no» . E per questo cita l’indice H, che misura l’impatto del lavoro degli scienziati: «Il mio è 45, quello del ricercatore americano 11» . Virgilio Ferrario, preside di Medicina alla Statale di Milano, dice che il «nepotismo c’è ma si faccia la cortesia di vedere cosa succede nell’amministrazione pubblica» . Lui, l’autore dello studio, ribatte di «aver solo offerto uno strumento per combattere il fenomeno» . E dedica il suo lavoro ai ricercatori italiani all’estero. Forse ne avrebbero ancora più bisogno quelli rimasti a casa.

da Il Corriere della Sera

Terremoto nella bassa modenese, interrogazione Pd

Colpiti edifici nelle frazioni di Quarantoli e San Martino Spino

Il terremoto del 17 luglio scorso ha provocato danni anche nella bassa, in particolare nelle frazioni di San Martino Spino e Quarantoli del Comune di Mirandola. L’on. Manuela Ghizzoni chiede – in un’interrogazione alla presidenza del Consiglio – “come il governo intenda intervenire affinché possa essere ripristinata la piena sicurezza statica degli edifici colpiti dal sisma”.

Verifiche sono state eseguite sulla scuola elementare di Quarantoli, sulla scuola elementare e media di San Martino Spino e sul barchessone vecchio, sempre a San Martino. Quest’ultimo edificio, risalente al 1800, è quello che ha risentito maggiormente del sisma, sopratutto al primo piano: le lesioni riguardano principalmente le travi di sostegno della copertura centrale. Rispetto agli edifici scolastici si registrano fessurazioni e danni al camino della centrale termica.

Lesioni sono state rilevate anche in sei edifici privati e nella chiesa parrocchiale di San Martino Spino. “Viste le condizioni in cui versano le casse dei Comuni – conclude l’on. Ghizzoni – sarebbe auspicabile un intervento del governo per le opere di ripristino e manutenzione”.