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Federconsumatori: crescono le 2-3% le spese per il materiale scolastico

Le famiglie cominciano già ad acquistare il materiale scolastico per ammortizzare la spesa finale che quest’anno ha un aumento medio del 2-3%

Roma – Gli scaffali delle cartolerie e dei supermercati sono gia’ pieni di zaini, astucci e articoli scolastici. Sono molte infatti le famiglie che, approfittando delle promozioni, iniziano fin da ora ad acquistare tali prodotti per ammortizzare la spesa finale. L’Osservatorio nazionale di Federconsumatori (Onf), come ogni anno, ha monitorato il costo dei materiali scolastici, che registrano un aumento medio pari al 2-3%. In lieve calo sono i costi degli astucci pieni e degli zaini trolley, che hanno perso posizioni tra le preferenze dei ragazzi. Un capitolo a parte, poi, va dedicato alle spese per i libri che anche quest’anno, nonostante le disposizioni ministeriali, sforeranno i tetti di spesa fissati. Le spese per tale voce (libri + dizionari) risultano, in media, pari a 481 euro, ovvero il 3% in piu’ rispetto allo scorso anno (quando la spesa si attestava a 468 euro). A tali costi, inoltre, bisogna sommare le spese per i dizionari, pari a 150 euro per 1 dizionario di italiano e 1 di una lingua straniera, a cui, per le scuole superiori, in genere bisogna aggiungere almeno 1 dizionario di un’ulteriore lingua straniera e 1 di latino. Per esempio, quindi, uno studente di prima media spendera’ mediamente 435 euro (285 euro per libri piu’ 150 euro per dizionari), piu’ 461 euro per il corredo scolastico ed i ricambi durante l’intero anno, per un totale di 896 euro.
“Decisamente peggio- precisa Federconsumatori- va per gli studenti delle scuole superiori di secondo grado: un ragazzo di 1 liceo ad esempio spendera’ 728 euro(423 euro per libri piu’ 305 euro per 4 dizionari), piu’ 461 euro, per un totale di ben 1.189 euro”. Federconsumatori chiede al ministero di “avviare controlli sullo sforamenti dei tetti di spesa, nonche’ misure concrete che consentano alle famiglie di risparmiare: incentivando l’editoria elettronica o, quantomeno, rendendo disponibili in rete gli aggiornamenti per le nuove edizioni, senza obbligare l’alunno ad acquistare necessariamente un testo nuovo; ampliando i prestiti dei testi da parte delle scuole, specialmente per gli alunni meno abbienti; disponendo seri controlli relativamente alle cosiddette ‘nuove edizioni’, che spesso non apportano modifiche sostanziali, ma sono funzionali solo a far acquistare agli alunni i testi nuovi”.
Ecco i consigli dell’associazione dei consumatori per risparmiare:
– si puo’ spendere anche il 20-30% in meno approfittando delle promozioni che vengono messe in campo in questo periodo: dai kit scuola (zaino, astuccio e diario) a partire da 29,00 Euro, all’opportunita’ di ottenere degli sconti “rottamando” lo zaino dell’anno precedente;
– confrontare con attenzione i prezzi applicati nei diversi punti vendita;
– anche sui libri e’ possibile risparmiare, acquistando i testi presso i numerosi mercatini dell’usato, che dilagano anche su internet (facendo attenzione, pero’, alla questione delle edizioni aggiornate) o approfittando delle promozioni messe in campo da librerie, punti vendita ed ipermercati che, ad esempio, offrono buoni sconto anche del 20% e un dizionario in omaggio. (DIRE)

da www.partitodemocratico.it

"Partenze intelligenti" (NewsLetter n. 7 luglio 2011)

Il traffico stradale non ha registrato particolari disagi nel primo weekend di esodo estivo, ma purtroppo non pare che ciò sia dovuto alle cosiddette partenze intelligenti, quanto al fatto che, lo rilevano le statistiche, per 6 italiani su 10 le vacanze non si faranno o si rinviano a causa della crisi. Con i mercati in caduta libera e nel punto più critico di questa congiuntura, presentandosi finalmente in Parlamento per discutere della crisi, Berlusconi aveva il dovere di dare un segnale forte e in grado di imprimere una svolta reale, prendendo atto di ciò che tutti ormai hanno compreso: lui non può pretendere di essere parte della soluzione, perché è parte della causa della crisi che si è abbattuta sul nostro Paese, con effetti devastanti. Leggi…

BONUS BEBÈ: Ghizzoni (Pd), approvata risoluzione alla Camera, ora si attende atto formale di Palazzo Chigi per chiudere la vicenda

E’ stata approvata dalla commissione Bilancio la risoluzione sul bonus bebè promossa dal Pd e sottoscritta da tutte le forze politiche: il governo ora è impegnato a dare finalmente soluzione alla controversia, sorta con l’ingiunzione inviata a 8000 famiglie, di restituire il bonus sei anni dopo averlo ricevuto, e con il rischio concreto di incorrere in una sanzione penale. Il governo si è impegnato a sanare la situazione per tutte le famiglie che all’epoca dei fatti avevano un reddito netto inferiore a 50 mila euro netti”. Ne danno notizia Manula Ghizzoni e Pier Paolo Baretta, deputati Pd, i quali sottolineano che “ora si attende un atto conseguente da parte di Palazzo Chigi, dopo il quale molte famiglie potranno tirare un sospiro di sollievo, angosciate fino ad oggi dal rischio di dover pagare una multa e subire un ingiusto procedimento penale”.

Ufficio Stampa Gruppo PD alla Camera

"Cie, situazione critica: interviene il Prefetto", di Silvia Bonacini

E una delegazione Pd propone un tavolo permanente e l’istituzione dello sportello su diritti e lavoro. Istituire un tavolo permanente in Prefettura che coinvolga, attorno al Cie anche la società civile che ha maturato competenze specifiche e differenziate sul tema dell’immigrazione unendo sindacati, avvocati, mondo dell’associazionismo e del volontariato. Fra i primi obiettivi vi sono la realizzazione di uno sportello legale che dia consulenze in tema di diritti e lavoro e l’attivazione di un osservatorio che intensifichi le visite consolidando i rapporti con la Misericordia. Questa la proposta emersa all’atto della nuova visita della Deputata Manuela Ghizzoni (Pd) ieri accompagnata anche dal Consigliere provinciale e Presidente della consulta degli immigrati Fausto Cigni (Pd) in via La Marmora, sull’onda della movimentazione LasciateCi entrare del 25 luglio, attuata sul territorio nazionale per opporsi alla recente direttiva di Maroni. Allora si profilava ciò che ora è divenuto effettivo: la detenzione nei centri d’identificazione fino a 18 mesi. A Modena la situazione dei trattenuti cambia rapidamente: la metà di coloro che erano presenti allora sono stati rimpatriati. Attualmente vi sono 47 uomini, prevalentemente tunisini, che diventeranno 40 a breve: lo spazio è infatti ancora più ristretto poiché a seguito delle recenti rivolte due dei sei blocchi sono stati chiusi per ristrutturazione. Fra i detenuti permane un’accesa tensione causata dall’insofferenza rispetto alle condizioni d’isolamento e costrizione a cui sono sottoposti. La mancata omologazione dei permessi di soggiorno, concessi ad alcuni per motivi umanitari, sull’ondata emotiva della primavera araba, e negati ad altri, accresce il sentimento d’ingiustizia e la voglia di unire le forze per evadere. «Si riconferma, rispetto a un mese fa, la celerità delle pratiche d’identificazione: lo stesso Questore ci ha parlato di contatti diretti con Marocco e Tunisia. Si dovrebbero intensificare gli accordi bilaterali per i rimpatri di chi si è macchiato di reati gravi e al contempo bisognerebbe differenziare i casi, tutelando chi è giunto per lavorare ed è privo di permesso. Per questi si pensi all’accompagnamento lavorativo e legislativo. Torniamo alla valutazione dei casi specifici senza condannare un fenomeno così complesso limitandoci a leggerlo nell’ottica dell’orda barbarica che ci invade: è un processo inarrestabile che va indirizzato e governato» ha dichiarato la Ghizzoni all’uscita. «Non c’è uno sportello legale: istituiamo un tavolo con gestore, questore, operatori, avvocati volontari e tutti i sindacati per avere lo sportello e corsi di lingua sull’esempio del Cie bolognese – ha detto Fausto Cigni – anche la società civile deve esserci: con 18mila firme furono gli stessi modenesi nel 1997 a volere il Cpt in città sulla base della legge Turco-Napolitano: ridefiniamo il senso di queste strutture secondo gli obiettivi di allora».

La Gazzetta di Modena 39.08.11

Parlamento, grazie al PD pensioni come per tutti gli italiani

I parlamentari avranno lo stesso trattamento pensionistico dei cittadini. Approvato il bilancio della Camera, passano le proposte PD sui costi della politica e la riforma dei vitalizi. Anche al Senato, grazie al PD tagli fino a 150 milioni
pubblicato il 3 agosto 2011 , 2196 letture
Alla Camera ieri è stato approvato il bilancio con i tagli e i risparmi proposti dal Pd. Tra questi la trasformazione dei vitalizi dei parlamentari in un normale trattamento pensionistico uguale a quello di tutti gli italiani e il contributo straordinario per i trattamenti più alti già in corso. Nel corso della giornata parlamentare l’Idv ha presentato un emendamento sempre sui vitalizi che prevedeva il taglio totale di quelli passati: l’emendamento non è stato ammesso perché non si può intervenire sul pregresso (nota bene: se fosse possibile, a ogni manovra sarebbero a rischio anche le pensioni già erogate di tutti gli italiani, mentre proprio il divieto di retroattività blocca ogni intervento del genere). Come dire: era una proposta di mera propaganda per fare i titoli dei giornali.

Al Senato “il PD ha dato voto favorevole al bilancio perché, grazie al nostro intervento, esso ora prevede un taglio aggiuntivo del 12% ai risparmi già preventivati che si realizzerà già dall’anno in corso e raggiungerà in quattro anni la significativa cifra di oltre 150 milioni di euro”. Lo ha affermato il senatore del Partito democratico Vidmer Mercatali che poi ha spiegato: “La convergenza sulle nostre proposte ha consentito l’approvazione di un Ordine del giorno, votato assieme alla maggioranza, che mette le economie, i tagli e i sacrifici del Senato in linea col bilancio del Paese e con i sacrifici che vengono chiesti ai cittadini”.
“In questa discussione – ha aggiunto Mercatali – c’è stato da parte della maggioranza la disponibilità ad ascoltarci e alla fine il risultato è stato molto positivo. Se ci avessero ascoltato e si fosse dialogato in questo modo sui provvedimenti anticrisi, avremmo fatto un servizio al Paese e le difficoltà, oggi, sarebbero inferiori. In primo luogo per i cittadini, le imprese e le famiglie”.

da www.partitodemocratico.it

"Bersani: «Basta favole. La svolta non può venire da questo premier»", di Roberto Brunelli

Opposizioni e parti sociali avvertono Berlusconi: dia un «segnale forte», altrimenti si prepari a fare le valigie. Il segretario Pd «Silvio? Un marziano, lo scetticismo su di lui è mondiale. O si va a votare o soluzione transitoria».

Si intensifica il pressing nei confronti del governo. Il segretario Pd: ha ragione Napolitano, ma lo scetticismo nei confronti di Berlusconi è mondiale. Udc: basta chiacchiere, ora i fatti. Di Pietro: elezioni anticipate.

No, non è più il tempo delle favole. O Silvio Berlusconi dà un messaggio forte, oggi al Parlamento, un segnale credibile di fronte ai mercati in caduta libera, oppure è bene che salga al Quirinale e prepari le valigie. La pressione di Pd, Idv e Udc nei confronti del governo si fa di ora in ora più intensa, senza contare l’allarmata vigilanza del presidente della Repubblica, ulteriore motivo d’ansia per un premier in apnea costante. Ma le speranze che il Cavaliere possa veramente imprimere una svolta, dare il via a quella «discontinuità» che gli è stata chiesta sia dalle maggiori forze economiche, sociali e sindacali, sia dalle opposizioni, appare veramente flebile.
La rappresentazione più desolante del quadro là dà Pier Luigi Bersani: «L’Italia ha un marziano come presidente del consiglio, uno che non ha la più pallida idea di cosa succede nel Paese». Ogni mese che passa «e che lui resiste » tutto peggiora. «Ancora una volta l’appello del Presidente della Repubblica è di grande forza e saggezza – dice il segretario del Pd – noi naturalmente rispondiamo a questo appello, ci sentiamo responsabili di dire la nostra sulla situazione seria del paese. Tuttavia non so bene cosa aspettarmi: lo scetticismo è mondiale sul fatto che il premier si presenti oggi alle Camere con i fatti e non con le chiacchiere».
I democratici puntano molto sulla concretezza delle proposte da sottoporre alla parti sociali, nell’incontro con Confindustria, Abi, cooperative e sindacati, Cgil in testa, organizzato per domani, dopo quello con il governo, «una toppa messa dall’esecutivo una volta che si sono visti scavalcare dalle opposizioni, con l’iniziativa comune Bersani-Casini», come ripetono al Nazareno. Ma se, in prospettiva, il problema è quello di capire quale sia lo scenario più plausibile – elezioni anticipate subito oppure un governo di solidarietà nazionale, comeauspicato daCasini – il confronto con la maggioranza rimane una specie di danza con uno spettro. «Basta con questa giaculatoria che l’opposizione deve proporre», diceva ieri mattina il leader del Pd ai cronisti in Montecitorio. «Cosa vuoi collaborare se sono tre anni che il governo ripete che andiamo meglio degli altri e non si accorge che perdiamo il triplo degli altri. Se uno comincia a ragionare, allora si può discutere. Dovevano ascoltarci in questi tre anni, nonchiederci adesso di collaborare». Per Bersani l’alternativa è una sola: «O si va a votare subito, come un Spagna, o si trova lo spazio di una soluzione transitoria che segni una svolta». Parole che assomigliano a quelle di Enrico Letta: «Siamo disponibili ad un dialogo per una fase di transizione, ma Berlusconi deve lasciare Palazzo Chigi: perché è lui il problema dell’Italia. Ci fidiamo del capo dello Stato e riteniamo che le elezioni anticipate siano la soluzione ». Spiega, il vicesegretario Pd, che all’incontro con le parti sociali «noi ci arriveremo con le nostre proposte sui giovani, sul lavoro, sui mercati finanziari. Ma non potrà certo essere il premier a portarle avanti».

IMPRESE E SINDACATI
La partita a questo punto si fa serratissima, conun gioco di sponda molto evidente tra opposizioni e forze sociali. Ancheda qui arrivano avvertimenti molto duri al premier. Confindustria e Abi si aspettano «una grande assunzione di responsabilità », vogliono un segnale che sia in grado di «infondere fiducia e credibilità », addirittura «un progetto di crescita capace anche di creare nuova occupazione». Sentite le parole del leader della Uil Luigi Angeletti:«Se il governoha la forza di fare scelte vere, bene. Altrimenti bisogna andare a votare. Nulla è peggio dell’incertezza ». Nelle parole di Danilo Barbi, segretario confederale Cgil con delega alle politiche economiche, si percepisce invece il disincanto: «L’esecutivo fa finta di esistere, ma in realtà non esiste». Quel che hanno in mente i sindacati è un intervento deciso sulla manovra da poco approvata, nella quale «non c’è una via allo sviluppo e alla crescita, solo entrate a carico delle classi medio basse». Argomenti che sono ben chiari anche allo stato maggiore del Pd. «La situazione sta precipitando», ragiona Cesare Damiano, capogruppo della commissione lavoro di Montecitorio. Anche lui ritiene che per invertiere la rotta sia necessario «una svolta politica ed un nuovo governo: la debolezza dell’esecutivo costringe il paese ad una inutile rincorsa».
Nel centrosinistra la sfiducia nei confronti del premier e del suo esecutivo sempre più traballante si declina ovviamente in modi diversi, ma di fronte alla crisi il tentativo è quello di continuare ad accordare gli strumenti. Antonio Di Pietro è quello che suona le percussioni: «I passi da seguire sono questi: crisi di governo, scioglimento delle camere, elezioni anticipate. Questa è l’unica ricetta». Sull’ipotesi di un esecutivo di transizione, ampiamente caldeggiato dal Terzo Polo, il leader dell’Idv ribadisce che la sua disponibilità non c’è. «No ad un governo di transizione, balneare o d’occasione. Quello che serve è il voto al più presto con una nuova legge elettorale.
L’Udc, preferisce i fiati,mala sostanza cambia di poco: «Berlusconi venga in aula con i disegni di legge attuativi delle riforme utili alla crescita del Paese. I mercati oggi non chiedono le chiacchiere ma chiedono fatti. Se il premier si presenterà per l’ennesima volta autocelebrandosi, qualsiasi ulteriore manovra sarà inutile. Nonè più il tempo delle parole in libertà». Appunto: basta con le favole.

da L’Unità

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“I dubbi dei dem sulla linea Bersani”, di Francesco Lo Sardo

Il Pd cerca una exit strategy dal berlusconismo che trovi sponde nella maggioranza.
Pier Luigi Bersani preparerà all’ultimo momento il suo intervento di oggi alla camera. Aspetterà prima di sentire cosa dirà Berlusconi, poi scambierà rapidamente le proprie impressioni con quelle degli altri dem, quindi prenderà la parola. Di certo, i punti fermi del suo discorso saranno due: questo governo deve andare a casa; la strada maestra per il dopo sono le elezioni. Sul primo punto, nel Pd sono tutti d’accordo, quindi qualsiasi eventuale appello del premier alle opposizioni per una gestione condivisa della crisi cadrà nel vuoto. Su questo, anche il Terzo polo ormai ha le idee chiare.
È sul secondo punto, cioè sulla exit strategy dal berlusconismo, che i Democratici non riescono a trovare un’intesa. Bersani è consapevole del fatto che la sua spinta verso le urne incontra nel partito una perplessità diffusa. Per questo, ha deciso di convocare per le 13 di oggi un’assemblea del gruppo a Montecitorio: l’obiettivo è provare a spiegare meglio la propria posizione e ampliare così un consenso interno che attualmente scarseggia.
Bersani vuole arrivare domani al confronto con le parti sociali forte di una proposta condivisa da tutto il Pd. Anche perché il day after dell’intervento di Berlusconi in parlamento rischia di segnare l’ennesimo tracollo di piazza Affari e l’ennesimo picco dello spread. Potrebbe essere questo il colpo definitivo all’esecutivo, che costringerebbe il capo dello stato a rientrare immediatamente dalle vacanze a Stromboli (iniziate oggi) per gestire la crisi. «In quel caso – ripete Bersani ai suoi – noi andremo al Quirinale per dire le stesse cose che diciamo in pubblico: bisogna andare a votare al più presto. Ma nel frattempo siamo pronti a una soluzione di transizione».
La preoccupazione del leader dem è che questa transizione finisca per trasformarsi in una soluzione che porti a compimento la legislatura, ritardando la data del voto e logorando la spinta propulsiva del Pd, già fiaccata in queste settimane dai casi Pronzato, Tedesco e Penati.
Per questo, Bersani preferirebbe una soluzione autorevole, ma non di lunga portata, come sarebbe un eventuale governo affidato a Mario Monti. «Non possiamo permetterci di ritrovarci nel 2013 con Berlusconi di nuovo in sella – è la preoccupazione espressa al Nazareno – pronto a sbarcare subito dopo al Quirinale».
Molti dem, però, sono convinti che in primavera la crisi non sarà ancora del tutto superata e costringere il paese a una campagna elettorale sarebbe una dimostrazione di scarsa responsabilità delle opposizioni. Il primo a pensarla così è Walter Veltroni, affiancato in questo da Enrico Letta. Il leader di MoDem e il vicesegretario sono stati tra i primi a lanciare la proposta di un «super-Ciampi» (sono parole di Letta) che gestisca questa fase.
Adesso non hanno cambiato idea e, anzi, soprattutto il vicesegretario tiene aperto un canale di dialogo con il presidente della Bocconi, che ha incontrato riservatamente a Milano qualche settimana fa. E perfino Dario Franceschini, ufficialmente schierato al fianco del segretario nella richiesta del voto, non disdegnerebbe comunque una soluzione che porterebbe a compimento la legislatura.
Ma a confidare in privato le proprie perplessità è anche Massimo D’Alema, che guarda soprattutto alle dinamiche parlamentari: «Non possiamo insistere con la richiesta del voto senza offrire alternative – ragiona il presidente del Copasir – così l’unico risultato che otteniamo è quello di ricompattare la maggioranza».
Sarebbe meglio, per l’ex premier, tenersi pronti a qualsiasi soluzione, in modo da intercettare (e incentivare) qualsiasi dissenso emergesse dai banchi del centrodestra. La condizione migliore per prepararsi subito dopo a un governissimo con ampia maggioranza parlamentare, l’opzione notoriamente preferita da D’Alema.

da www.europaquotidiano.it

"Ferie lunghe, scontro in aula. No Pdl al taglio proposto dal Pd", di Susanna Turco

Costi politica: La Camera approva il taglio da 150 milioni. Parlamento chiuso per 45 giorni.
Franceschini: «Troppi, si torni prima». Cicchitto: «Impossibile, 100 deputati in pellegrinaggio».

L’aula chiusa dal 3 agosto al 12 settembre. Protesta il Pd: «Visto il momento avevamo chiesto di anticipare la ripresa dei lavori». Cicchitto: «La prima settimana del mese circa un centinaio di parlamentari in Terra Santa».

Oggi, salvo ripensamenti, la Camera chiude per cinque settimane e l’esempio più lampante di una classe politica in fortissima difficoltà sta forse già tutto qui: nessuna prontezza (magari solo propagandistica) nell’accorciarsi le ferie in un momento tanto difficile e, ancor di più, nessuna capacità di gestire mediaticamente la faccenda.
Ieri, per dire, proprio al momento di decidere il calendario dei lavori in conferenza dei capigruppo, il Pd Dario Franceschini ha proposto di ricominciare il 5 settembre invece del 12, «con unasettimana d’anticipo, perché lo riteniamo doveroso».
Ma il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto, surreale: «I primi giorni di settembre tradizionalmente ci sono cento parlamentari che fanno pellegrinaggio in Terra Santa. Per rispetto nei loro confronti riteniamo di iniziare dopo le sedute dell’Aula». Fine del discorso, almeno in quella sede – perché intanto sui blog si è scatenato il putiferio di indignazione. In Aula, a sera, Franceschini ha provato a riaprirlo: «Rispettiamo le decisioni, ma in questo momento serve senso di responsabilità, per questo chiedo di rivedere la decisione attraverso un’altra conferenza dei capigruppo, affinché si dia un preciso segnale al Paese».MaFini: «La decisione è stata presa non più di otto ore fa, e non ravviso l’opportunità di convocare la capigruppo per esaminare un tema già trattato». Nel corso della giornata, del resto, il presidente della Camera aveva avuto modo di esprimere in via riservata il suo convincimento: «Che senso ha riaprire una settimana prima, e magari poi ritrovarsi con un’Aula semivuota, dando del Parlamento una pessima immagine?». Pragmatismo e buon senso che tuttavia in questa fase non vanno molto per la maggiore. Tant’è che a sera, dopo l’ennesima richiesta del Pd, per bocca di Roberto Giachetti («visto che il tempo aiuta in tutto, faccia un’ulteriore iniziativa per verificare se magari questa decisione può essere rivista»), Fini ha deciso oggi di sondare di nuovo i capigruppo della maggioranza, per capire se è possibile modificare il calendario. Ora, è chiaro che una settimana in più o in meno di lavori parlamentari non cambia le sorti dell’Italia, così come è chiaro che l’annuale pellegrinaggio bipartisan in Terra Santa non è – né può essere – ragione per rimandare l’apertura della Camera: ma ciò che filtra dal Parlamento quanto a scarsa capacità di modificare la tradizione (i lavori d’Aula di solito riprendono la seconda settimana di settembre), così come di gestire mediaticamente il tutto (il pellegrinaggio), raccontano quanto poco la politica, in questo momento, riesca a fare per se stessa.

D’ACCORDO
Tutto ciò, peraltro, è avvenuto alla fine di una lunga seduta dedicata al dibattito sull’approvazione di un bilancio che vorrebbe essere una cura dimagrante (tagli per 150 milioni in tre anni) epperò dominata da una polemica sui vitalizi che costituisce un altro ottimo esempio della confusione regnante. Basti dire, per esempio, che alla fine l’Italia dei Valori, che pure aveva annunciato che avrebbe votato contro, in polemica con Fini, per errore ha votato a favore del bilancio 2011 (492 sì, un astenuto e sei no dei radicali), e contro il consuntivo 2010. La forte polemica del partito di Di Pietro era dovuta al fatto che il presidente della Camera non aveva ammesso l’ordine del giorno dei dipietristi per abolire il vitalizio dei parlamentari (è passato, invece, quello del Pd che supera i vitalizi a partire dalla prossima legislatura).
Fini, infatti, ha spiegato anche in Aula di aver preso questa decisione in quanto l’ordine del giorno sarebbe stato in contrasto coi principi generali dell’ordinamento, perché avrebbe intaccato i diritti acquisiti dai parlamentari che già godono del vitalizio. E qui, colpo di scena: «Ma presidente, si tratta diun intervento a gamba tesa a gioco iniziato: perché lo scorso anno lo stesso ordine del giorno è stato ammesso, discusso e votato. Cosa è cambiato da allora?», ha domandato l’Idv Antonio Borghesi. Già, cosa, visto che se ne è già parlato senza costrutto un anno fa? Soprattutto l’aria, si direbbe.
In un Parlamento che a tratti vorrebbe interpretare la fase attraversata dal Paese, ma che – tra la tentazione di abolirsi il vitalizio e quella di rivendicare la sua sostanziale legittimità costituzionale, come ha mirabilmente spiegato ieri Castagnetti tra gli applausi bipartisan – non ha ancora chiara quale è la strada da imboccare.

da L’Unità