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Crisi: da parte del governo drammatica sottovalutazione della situazione del Paese

Incontro tra le parti sociali, le opposizioni e il governo. Bersani: “Il Pd ha le sue proposte e si mette a disposizione di qualsiasi cosa sia utile al Paese”

“La Crisi è grave, basta con le scappatoie”, è questo il richiamo che le parti sociali hanno rivolto oggi al governo nel corso dell’incontro collegiale sull’emergenza economica che gli imprenditori, i banchieri e le organizzazioni sindacali hanno avuto a Palazzo Chigi con Silvio Berlusconi. “Le riforme vanno fatte ora non a settembre”, hanno aggiunto i rappresentanti delle forze sociali . Il premier conta invece di portare un documento del governo in Parlamento a settembre.

Dopo l’incontro con il governo, la delegazione degli imprenditori, dei banchieri e dei sindacalisti ha incontrato tutte le opposizioni parlamentari, Pd, Udc, Fli, Api, Idv presso la sala delle colonne, a Montecitorio. Emma Marcegaglia, presidente della Confindustria, ha illustrato il documento comune predisposto dalle forze sociali, per far uscire il Paese dalle difficoltà. Il Segretario del Pd Pier Luigi Bersani ha illustrato le proposte del Pd, rilevando la forte sintonia con il documento presentato al governo.

Il problema che abbiamo in questo momento, ha detto Bersani, è il tempo: anche se si concorda con le misure da prendere ci vuole tempo perché diano i frutti attesi. Un segnale ad effetto più immediato può essere dato in un solo modo: con una scelta di forte discontinuità politica, che generi una nuova fiducia.

“L’unica cosa che possiamo fare immediatamente – ha sottolineato Bersani- è dare un segnale di discontinuità politica. Il Pd ha le sue proposte e si mette a disposizione di qualsiasi cosa sia utile al Paese Non credo che attaccare una ruota al carro di adesso – ha sottolineato il segretario del Pd – sia utile. Se fosse utile lo farei ma non è così”.

Qualora il governo fosse invece in grado di presentare davvero un provvedimento di urgenza, il Pd sarebbe ovviamente disponibile al confronto per il bene del Paese, purché questo confronto si svolga senza forzature e senza nuove votazioni di fiducia. “Noi siamo pronti ad abbassare qualcosa della nostra bandiera in nome del Tricolore, perché qui c’è un problema nazionale”, ha dichiarato Bersani ai giornalisti.

Il Segretario del Pd, al termine dell’incontro tra opposizioni e parti sociali ha considerato che questa situazione è l’esito di questa deriva di personalizzazione che abbiamo avuto in questi anni. “Credo che ci sia una irresponsabilità incredibile. Non rendersi conto della situazione è l’esito di anni nei quali questa personalizzazione estrema della nostra democrazia ha portato a togliere ogni flessibilità alla politica e ha poterci solo far descrivere dei cieli azzurri. Ci pare che ancora una volta il governo sottovaluti tutto in un modo irresponsabile”.

Anche la leader della Cgil, Susanna Camusso, ha ironizzato sull’atteggiamento superficiale del governo. “Fate pure le ferie tranquilli, tanto non ho visto un clima di emergenza da parte del governo”, ha risposto Camusso con una battuta a Bersani, che le ha chiesto di informare con continuità le opposizioni anche durante agosto sul confronto tra parti sociali e governo.

da www.partitodemocratico.it

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“Per Silvio le parti sociali preparano solo una trappola”, di Marcello Sorgi

L’imbarazzo delle de- L’ legazioni era evidente, anche se Berlusconi ha finto di non accorgersene. E la riunione al ritrovato tavolo con le forze sociali s’è svolta in un indispensabile clima di ipocrisia, mentre di ora in ora le Borse facevano registrare un’altra giornata nera, che non sembra sia stata per nulla alleviata dagli esiti del dibattito parlamentare sulla crisi di mercoledì. Se non fosse che il ritorno a un clima di confronto è di per sé una buona notizia, pensando al livello delle relazioni degli ultimi mesi tra governo Confindustria e sindacati, sarebbe davvero difficile credere alla svolta del Cavaliere in materia di concertazione.

È stato il precipitare degli eventi degli ultimi giorni a convincere il premier che era necessario tornare sui propri passi e promuovere un’apertura alla trattativa. Ma il giudizio di Berlusconi sul documento messo a punto dalle parti sociali la settimana scorsa era e rimane duramente negativo. Più che l’offerta di disponibilità a trovare un terreno di incontro, il Cavaliere aveva colto in quel testo, messo a punto piuttosto precipitosamente e non del tutto condiviso all’interno delle organizzazioni che lo avevano firmato, una chiara minaccia al governo. La sensazione, percepita anche dai più stretti collaboratori del premier, era che si trattasse di un modo di accelerare una soluzione d’emergenza, un governo tecnico o istituzionale da insediare al più presto, e che dunque le parti sociali si fossero risolte a far da sponda a una pressione che veniva dall’opposizione. Non si può certo dire che Berlusconi avesse completamente messo da parte questi pensieri quando ieri si è seduto al tavolo della concertazione. A dimostrarlo era il nervosismo, tradito in più occasioni dal premier: come quando s’è lasciato andare a uno dei suoi consueti sfoghi contro la magistratura, o quando ha avuto un breve alterco con Tremonti sul ruolo della Banca centrale europea, durante la conferenza stampa a Palazzo Chigi. Al di là degli impegni presi e delle reciproche assicurazioni, del governo e delle delegazioni, di accorciare al massimo le vacanze e tenersi pronti a qualsiasi emergenza, il bilancio delle due giornate anti-crisi, in Parlamento e a Palazzo Chigi, resta dunque assai modesto, e il futuro del governo assai incerto. La situazione è lontana dall’essere tornata sotto controllo. Finché la tempesta sui mercati non dà qualche segno di stanchezza, purtroppo, le buone intenzioni dovranno fare i conti con eventi imprevedibili che ormai non dipendono più da noi.

da www.lastampa.it

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“Un sogno: forze sociali al governo”, di Mario Lavia
C’è un nuovo programma di governo. È il documento in 6 punti illustrato ieri dalle parti sociali nell’incontro a palazzo Chigi. È un testo perfetto, pur con la inevitabile assenza di dettagli. Magari lo avessero presentato per tempo le opposizioni, sarebbe stata una buona mossa comunicativa. Tra parentesi, si sente il bisogno di una messa a punto del “racconto” del Pd per evitare accumuli di messaggi diversi. Nel turbinio di queste ore è facile perdere chiarezza, perché la situazione è obiettivamente complicata, passando dalla richiesta di elezioni alla possibilità di collaborare col governo.
Invece il documento delle parti sociali contiene una serie di proposte di semplice comprensione, di sicura fattibilità, di potenziale largo consenso. Condito da una considerazione politica molto seria, laddove si pone a premessa del nuovo programma una parola d’ordine molto chiara: crescita. Quella cosa chiesta «da anni da tutti noi», che richiede riforme, modernizzazione e liberalizzazioni.
Poi si riafferma la bontà di un metodo concertativo ma soprattutto l’urgenza di agire: «La gravità del momento non consente pause, non è che adesso andiamo in vacanza e ci rivediamo a settembre», ha puntualizzato Emma Marcegaglia, ieri speaker di forte presenza del “movimento”. «Non possiamo permetterci di rimanere fermi e in balia dei mercati», si legge nel documento. Solo Alfano fa finta di non capire che se non si fa niente la situazione esplode. Come è successo ieri.
A 24 ore dal soporifero discorso del premier in parlamento piazza Affari è andata a picco, lo spread è schizzato verso la soglia critica dei 400 punti, i titoli più importanti sono stati sospesi.
Per prudenza avevamo titolato ieri sulla «vendetta dei mercati » mettendoci un punto interrogativo. Che oggi possiamo tranquillamente togliere. Inutile illudersi: questi non ce la fanno. Mandiamo le parti sociali al governo.

da www.europaquotidiano.it

"La lunga notte dopo gli esami", di Marina Boscaino

Profluvio di notizie e interesse per una settimana circa. Poi, passati gli scritti, oblio, fino al prossimo anno. L’esame di Stato si è concluso da pochi giorni. Chiuso negli scatoloni, come il presepe dopo l’Epifania. È la tecnica migliore per annullare un’occasione di potenziale riflessione e determinazione di strategie alternative. L’esame non è solo la fine di un percorso per mezzo milione di ragazzi ogni anno, ma l’interfaccia di una scuola che celebra le sue contraddizioni.

Se il tormentone dell’era Gelmini-Brunetta – la valutazione – fosse davvero un’urgenza costruttiva, si farebbe tesoro delle evidenze che emergono. Invece, le restrittive novità introdotte quest’anno hanno solo reso la prova frustrante per molti dei ragazzi più meritevoli, senza fare dell’esame un test più confacente a ciò che la scuola è.

Le risposte di Gelmini per arginare la caterva di 100 e lode di alcune scuole del Sud Italia hanno di fatto interdetto quella votazione a ragazzi seri, dal curriculum ineccepibile, in possesso di voti superiori all’8 per tutto il triennio e del massimo dei crediti scolastici, se “rei” anche di un’unica imprecisione in una delle 4 prove di esame, nelle quali – per prendere la lode – è necessario avere ottenuto sempre il massimo dei punteggi: mission impossible. Inutile provare a spiegare a Gelmini che il peso troppo sbilanciato sui punteggi dei 3 scritti e dell’orale rischia di vanificare il lavoro serio di anni. Difficilmente il voto dell’esame, così determinato, rende merito di percorso globale, formazione costruita nel tempo, adeguatezza della preparazione complessiva, crescita culturale di un individuo. Quanto ai criteri di ammissione, la nota barriera del 5 anche in una sola disciplina, vincolo a bocciare, ha costretto i consigli di classe a funamboliche operazioni di facciata per eludere quell’orpello di finto rigore.

Ma torniamo al punto: nella tanto evocata Europa gli esiti delle prove finali e intermedie sugli apprendimenti degli alunni sono la base per interventi di politica scolastica. Da noi non è così. Da anni l’esame indica direzioni inascoltate, perché la preoccupazione suprema non è rendere la scuola migliore, ma ricavare da essa i maggiori risparmi possibili. Mi piacerebbe, come fanno in molti, Mastrocola in primis, credere che la popolazione scolastica italiana sia costituita esclusivamente dai miei liceali. Non è così. Nel 2008 – ultimo anno disponibile sulla banca dati del ministero, provare per credere – quando ancora non era entrata in vigore la “riforma”, che ha notevolmente peggiorato la situazione, dei 9113 bocciati nella scuola statale, 4464 provenivano dal tecnico, 2297 dal professionale, l’esigua rimanenza dai licei. I diplomati dei licei furono il 35,8%, quelli dei tecnici il 36,7%, con i professionali al 15,7% e i restanti distribuiti tra magistrali e istituti d’arte. Per il prossimo a.s. la distribuzione delle iscrizioni vedrà il 49,2% ai licei, il 51,8% tra tecnici e professionali. Tecnici e professionali concentrano maggior numero di bocciature e massima propensione alla dispersione, ancor più oggi, indeboliti come sono stati dalla “riforma”. Perciò somministrare prove d’Italiano identiche per tutti gli ordini di istruzione secondaria non fa altro che sottolineare il gap di prestazioni tra gli studenti: siamo, anno dopo anno, di fronte ad analisi del testo letterario con sofisticate consegne di tecnica letteraria o a saggi brevi, di ambito artistico e filosofico, che richiedono conoscenze e competenze che solo il liceo prova a fornire ai propri studenti. L’incursione del ’900, poi, sollecitazione culturale e stimolo a riflessione e comprensione dell’oggi, continua a essere annuncio, etichetta suggestiva, con scarsa concretizzazione nelle pratiche scolastiche, compresse in percorsi disciplinari su cui da troppo non si mettono le mani seriamente. In un Paese in cui si è da tempo rinunciato all’idea di biennio unitario e a sanare la tradizionale divaricazione tra sapere e saper fare.

La seconda prova – quella di indirizzo, Latino o Greco per il classico, Matematica per lo scientifico, ma anche Costruzioni per i geometri – dimostra anno dopo anno l’inadeguatezza della didattica attuale per l’apprendimento di quelle discipline, in cui si registrano clamorosi insuccessi, quando non intervenga il ricorso clandestino alla rete, come quest’anno (il 32% degli studenti ha dichiarato di aver copiato). In tutto ciò, manca solo la III prova (il quizzone) uguale per tutti, insistito annuncio di Gelmini: sfidando buon senso e insegnamenti di don Milani, sempre più “parti uguali tra diversi”. E l’ostinazione a non voler interpretare costruttivamente le evidenze che l’esame, anno dopo anno, ci consegna.

da il Fatto quotidiano

"Quella scuola degli immigrati cancellata", di Giuseppe Caliceti

per volere di un ministro che parla a vanvera di premiare il merito questa scuola primaria di eccellenza sarà chiusa

C’era una volta – e c’è ancora – un’ottima scuola primaria statale. Il ministro Gelmini, che si riempie sempre a vanvera la bocca dicendo che vuole premiare il merito e poi fa l’esatto opposto – vuole chiuderla. Ma andiamo con ordine.
Milano, Via Paravia, quartiere San Siro, da tempo è diviso in due: da una parte la Milano benestante, dall’altra quella degli immigrati.
Scuola statale “Lombardo Radice”: la più multietnica d’Italia. Da sempre un luogo di incontro. Negli anni Sessanta e Settanta, fra bambini milanesi e bambini napoletani. Oggi tra bambini italiani e bambini stranieri di diverse nazionalità. I genitori e i docenti ne sono entusiasti. E la scuola in passato è stata ritenuta un modello riuscito di integrazione: più volte è stata premiata dalla Regione. Eppure, per volere di un ministro che parla a vanvera di premiare il merito anche se è impegnata a fare l’esatto contrario – ricordiamoci che la scuola primaria italiana prima del suo avvento era la quinta al mondo e la prima in Europa e ora, secondo i dati Ocse-Pisa tanto cari al ministro, è scesa al quinto posto in Europa – questa scuola primaria di eccellenza sarà chiusa. Perché? Ufficialmente perché nelle classi ci sono più del 30% di studenti stranieri. Anche se oggi in Italia c’è una gran confusione su quello che si intende studente straniero. Chi non parla la lingua italiana? Chi la parla ma non è nato in Italia? Chi è nato in Italia ma ha genitori di origine straniera? A ogni modo, la lettera inviata ai genitori dall’Ufficio scolastico territoriale di Milano ai genitori della futura classe prima ha un messaggio brutale: «Cercatevi un’altra scuola». Secondo la nuova legge voluta da Gelmini, infatti, gli studenti stranieri presenti in ogni classe non devono superare il tetto del 30%. Perciò la classe prima verrà soppressa.
Alla statale “Lombardo Radice” gli studenti stranieri sono 80 su 93, di 16 nazionalità diverse, figli di migranti che vivono sulla soglia della povertà. Il fatto è che molti di loro sono stranieri di nome, ma italiani di fatto: più della metà sono considerati stranieri anche se sono nati in Italia e parlano correttamente l’italiano. Allora? Di fonte alle proteste di genitori e docenti che lottano per tenere in vita la scuola, Gelmini risponde: «Le deroghe si danno se la quota di stranieri è un po’ superiore al trenta per cento. Ma dall’Ufficio territoriale di Milano mi hanno detto che la nuova prima classe sarebbe stata composta al cento per cento da stranieri: e così sarebbe stata una situazione difficilmente gestibile. Non vogliamo discriminare nessuno, ma abbiamo pensato che fosse meglio così per tutti. L’Ufficio di Milano mi ha assicurato che i bambini andranno in scuole vicine». Dall’anno prossimo non ci sarà più la prima elementare, il che vuol dire che probabilmente, fra cinque anni, la scuola si estinguerà. E tutto questo avviene mentre i media, la scorsa settimana, hanno finito col leggere la strage di Oslo – quasi cento morti – come un fatto isolato di follia. Eppure in quella terribile tragedia – specie leggendo il manifesto pubblicato su internet di Anders Behring Breivik – riecheggiano lugubri gli echi di tante parole d’ordine che ricorrono nelle destre europee di questi ultimi anni, tra cui l’odio e la paura verso una società multiculturale. David Cameron, il giovane leader conservatore divenuto primo ministro inglese, nei mesi scorsi ha lanciato una battaglia contro il multiculturalismo «che indebolirebbe l’Inghilterra» addirittura nella lotta al terrorismo. Stessa cosa hanno fatto prima di lui la signora Merkel in Germania e Sarkozy in Francia, ripetendo che «il multiculturalismo è fallito». Per non parlare dell’eurodeputato della Lega Borghezio che definisce ottime e sacrosante le idee di Breivik, giusta la crociata per difendere i cristiani dall’Islam.
Peccato che nessuno di questi signori della politica dica qual è l’alternativa a multiculturalismo e intercultura. Non può: non c’è. In realtà il multiculturalismo è sinonimo di chi vuole un continente aperto al dialogo, capace di far interagire positivamente culture diverse. E la strage di Oslo è il pericoloso e drammatico effetto collaterale di politiche populiste improntate all’odio degli uni contro gli altri, di cui l’Europa sperava di essersi liberata definitivamente dopo la seconda guerra mondiale, promosse anche da politiche scolastiche miopi e razziste e come sta accadendo nel caso della scuola “Lombardo Radice” di Milano

da il Manifesto

"Il giudice: è legittimo rifiutare le cure. Lite sul biotestamento", di Mario Pappagallo

Ha chiesto al giudice il permesso di non essere sottoposta a trattamenti salvavita, in caso di necessità, e il magistrato l’ha accontentata. Torna alla mente il primo caso di Modena (per la prima volta in Italia, il 5 novembre 2008, un tribunale emette un decreto di nomina di amministratore di sostegno in favore di un paziente qualora questo, in un futuro, fosse stato incapace di intendere e di volere). Di nuovo i giudici che applicano Costituzione e Convenzione di Oviedo. Di nuovo i politici parlano dell’indispensabilità di una legge, ormai al traguardo dopo quasi 17 anni di discussioni. Di nuovo polemiche e clamore nell’opinione pubblica. Protagonista una malata di 48 anni, testimone di Geova, che dal giudice tutelare di Treviso Clarice di Tullio ha ricevuto il permesso, e con lei il marito, di non utilizzare farmaci e trattamenti salvavita. Che cosa ha detto la donna al giudice? «Non voglio che la mia vita venga prolungata— è la volontà espressa dalla testimone di Geova— se i medici sono ragionevolmente certi che le mie condizioni sono senza speranza» . E qui ha sottolineato la propria fiducia nei medici curanti. Il magistrato l’ha ascoltata, firmando nel gennaio scorso un decreto che consente alla donna, colpita da una gravissima malattia degenerativa, la possibilità di rifiutare le cure. La richiesta era stata fatta in seguito a un peggioramento delle condizioni di salute della quarantottenne. In ospedale aveva rifiutato (da testimone di Geova) la trasfusione e anche (e qui la religione non c’entra) la tracheostomia. Cioè la tracheotomia permanente che permette di limitare i deficit respiratori. Ultime volontà affidate al marito. D’accordo il magistrato che lo ha nominato amministratore di sostegno, con la facoltà di far rispettare la scelta della moglie. Il decreto è arrivato dopo un’istruttoria complessa. Sarà la paziente, spiega il provvedimento, a decidere sul «proprio fine vita» , oppure il marito se lei non fosse nelle condizioni di farlo. Clarice di Tullio ha argomentato la propria decisione basandosi sul codice deontologico dei medici». e su norme sovranazionali come quelle del Consiglio d’Europa relative ai diritti dell’uomo e alla biomedicina, laddove stabiliscono che «nessun intervento nel campo della salute può essere effettuato qualora il paziente non abbia espresso il proprio consenso libero e informato» . Spiega una collega del giudice di Treviso, Valeria Castagna: «Dal punto di vista giuridico il provvedimento fa riferimento a numerosi precedenti, il più famoso dei quali in Cassazione aveva riguardato il caso di Eluana Englaro» . La legge approvata alla Camera e al vaglio del Senato impedirebbe tutto ciò. Ma la legge ancora non c’è. E adesso si riparte nell’accelerarne l’approvazione per «disinnescare» i giudici. «Una legge in tal senso— interviene il giurista Amedeo Santosuosso, università di Pavia— è destinata ad essere travolta dalla Consulta, perché contraria alla Costituzione e alla legislazione internazionale» . Di parere diverso il ministro del lavoro Maurizio Sacconi: «Il provvedimento di Treviso appare, ad una prima considerazione, più ideologico che pratico. Tanto con la legge di oggi quanto con quella che mi auguro il Senato approverà presto in via definitiva, una persona vigile è libera di decidere responsabilmente di sé. Il problema riguarda quindi non il presente, ma un futuro nel quale la persona non sarà più vigile» . Mentre attraverso la decisione del giudice, aggiunge Sacconi, «si vorrebbe, quanto meno oggettivamente, concorrere a introdurre il suicidio assistito e programmato, che il nostro ordinamento non consente. Solo il Parlamento può assumere decisioni così rilevanti e mi auguro che non lo vorrà mai fare» . Pronta la replica di Massimo Cozza, Cgil Medici: «Nel provvedimento della magistratura di Treviso non c’è nessun concorso al suicidio assistito programmato, ma la garanzia del giusto rispetto delle volontà anticipate come previsto anche dal codice deontologico dei medici» . Concorde Ignazio Marino, senatore pd, che aggiunge: «Il giudice ha preso una decisione consapevole, anche sulla base della fede religiosa della donna» . Ma la miccia è di nuovo accesa e si preannunciano nuovi decreti della magistratura. Nei prossimi giorni sarà depositato a Treviso un analogo ricorso per affidare al fratello di Paolo Ravasin (il trevigiano da anni immobilizzato da Sla, che nel 2009 ha depositato un testamento biologico in cui chiede di non essere sottoposto ad alimentazione e idratazione forzate) l’amministrazione delle sue volontà.

da il Corriere della Sera

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«La norma-pasticcio sarà travolta da queste sentenze», di Mariolina Iossa

«Non è solo una legge sbagliata, è un pasticcio che creerà continui conflitti. E questa sentenza lo dimostra» . Livia Turco, Pd, non ha dubbi: di una legge su un tema così delicato non ce n’era bisogno, «hanno voluto vendicarsi della Englaro e invece dovranno rassegnarsi ai contenziosi» . Che cosa accadrà quando il testo passerà anche in Senato? «Che verrà modificato a colpi di sentenza. Accadrà come sta già succedendo per la legge 40 sulla fecondazione assistita, nessuno ne parla più ma le coppie si rivolgono ai giudici e le sentenze hanno modificato la legge» . Sarebbe auspicabile quindi una modifica per evitare ricorsi? «Sarebbe meglio non approvare la legge ma spero che ci siano almeno delle modifiche, nel senso dell’articolo 32 della Costituzione, della Convenzione di Oviedo, del codice di deontologia medica e della Convenzione europea sui diritti individuali. Se dovesse passare così, saranno i tribunali a decidere. Non si può voltare le spalle alla volontà del paziente» .

da Il Corriere della Sera

"I diritti individuali e la Lega", di Nadia Urbinati

Liberare le donne dal burqa e intanto legittimare la discriminazione di chi non rientra nella “normalità” eterosessuale: questo è il confuso messaggio che ci viene dai nostri leader politici, incapaci a quanto pare di coniugare libertà e eguaglianza dei diritti. È passato purtroppo inosservata la recente lezione del leader della Lega Nord sui limiti dei diritti individuali e del rispetto della persona, un esempio di quanto difficile sia per la cultura del conservatorismo comunitario accettare il pluralismo. In un recente comizio a Salsomaggiore Terme, concluso con la promessa che la cittadina emiliana ospiterà il concorso di Miss Padania, il Senatore Umberto Bossi ha colto l´occasione per picchettare il confine tra “persone normali” e “gli altri”. Con la stessa autorità con la quale ha dato la benedizione alla sfilata delle giovani padane, ha discettato su che cosa è giusto che gli italiani pensino dell´omosessualità, rivendicando come una vittoria di civiltà lo stop all´aggravante di omofobia nei casi di violenza imposto dal Parlamento una decina di giorni fa. Le parole con le quali ha messo il sigillo sul problema delle violenze sempre più frequenti contro chi non è “persona normale” sono incredibili per il messaggio morale avvilente che propongono e meritano un´analisi critica attenta perché contengono il seme di una filosofia dell´intolleranza i cui effetti vanno al di là di questa proposta di legge abortita e della piaga dell´omofobia. Ecco le parole di Bossi: «Non era giusto aumentare le pene per quelli che si sentono anche un pò disturbati da certe manifestazioni, persone normali che a volte si lasciano scappare qualche parola, in senso anche bonario. Meno male che ci siamo opposti a questa legge perché non era giusta». Si tratta di una giustificazione che rovescia la verità dei fatti e, soprattutto, propone una visione distorta dell´eguaglianza e calpesta il valore della dignità umana.
Rovescia la verità dei fatti perché presenta la proposta di legge per la quale il Parlamento ha approvato i pregiudiziali di incostituzionalità come punitiva delle parole e delle idee, mentre essa proponeva di considerare la possibilità di un´aggravante per i reati sulla persona quando commessi per odio nei confronti di gay, lesbiche e transessuali (un fenomeno che, come i fatti di cronaca ci dicono, è purtroppo sempre più frequente). La proposta di legge interveniva sui reati e le motivazioni di reato. Ma la giustificazione di Bossi calpesta soprattutto il valore della dignità della persona perché reitera e santifica un comportamento discriminatorio: quello delle “persone normali” verso “gli altri”, aggiungendo un codicillo precettistico che è terrificante: le “persone normali” hanno il sacrosanto diritto di offendere “gli altri”. Qui entra in gioco una visione distorta di eguaglianza che avvalla ogni pratica discriminatoria e rovescia il significato dei diritti, facendone non un baluardo contro il potere ma un´arma di chi ha potere. L´eguaglianza di condizione di fronte alla legge diventa il via libera agli eguali (“le persone normali”) di “farsi scappare qualche parola bonaria” contro coloro “gli altri”.
I diritti individuali sono stati escogitati per impedire che per le ragioni le più disparate una persona venga fatta oggetto di “bonaria” discriminazione da parte della maggioranza. Dal Settecento in poi, questo è l´abc dello Stato di diritto e della civiltà. È avvilente che un esponente autorevolissimo del Governo ci inviti a girare le spalle a questa cultura e a considerare l´eguaglianza di fronte alla legge come una licenza a farsi scappare parole “bonarie” contro chi dell´eguaglianza di fronte alla legge ha più bisogno di altri, proprio perché diverso dalla maggioranza in qualche cosa che è significativo, come la preferenza sessuale.
L´argomento dell´aggravante di pena per i reati di omofobia è un´applicazione non uno strappo dell´eguaglianza – la stessa legge italiana, non è un caso, già prevede sanzioni per i crimini dell´odio basati su motivi di razza, etnia, nazionalità e religione. Perché mai in questi casi i motivi discriminati sono aggravanti mentre nel caso dell´omofobia e della transfobia no? Perché solo ad alcune minoranze è dato di poter contare sulla legge per non subire discriminazione in ragione della propria scelta di vita o identità? Queste domande mettono in luce la natura discriminatoria delle motivazioni con le quali questa proposta di legge è stata giudicata incostituzionale. Ci ha assicurato l´On. Fabrizio Cicchitto che la maggioranza è stata più rispettosa dell´eguaglianza di chi ha proposto quella mozione perché rifiutando l´aggravante per omofobia ha affermato di “considerare i gay come dei cittadini uguali agli altri”. L´argomento della neutralità della legge è tuttavia sofistico perché nasconde il significato del reato e in questo modo rende la legge impotente a proteggere la vittima. Nei casi nei quali il reato è armato dal pregiudizio una legge che non vuole vedere la motivazione è una legge che non riesce a raggiungere il suo scopo. Che si malmeni o si ammazzi una persona per la sua preferenza sessuale non deve essere registrato dalla legge, per la quale ci sono solo crimini neutri commessi da individui neutri! Eppure… questa neutralità non sembra sufficiente garanzia se in questione c´è la religione, la razza, la nazionalità e l´etnia. Si può quindi obiettare che se davvero la maggioranza vuole essere coerente con la dottrina dell´eguaglianza neutra, dovrebbe cancellare dal codice penale tutti i motivi discriminanti. Questa sarebbe la risposta coerente di chi è contrario a “ogni trattamento giuridico specifico e differenziato”. Evidentemente, ci sono gruppi meglio allocati di altri, ovvero più capaci di far valere le loro ragioni di diritto e di rispetto.
Siccome la cultura etica della maggioranza è così selettiva nei confronti dei diritti e dell´eguaglianza c´è da giurare che la sola condizione grazie alla quale i cittadini che cercano riparo alla discriminazione potranno far valere le loro giuste ragioni solo se riusciranno ad avere una lobby potente in Parlamento. Insomma, se e quando il diritto sarà riconosciuto ai non eterosessuali sarà per una ragione di forza, non di diritto. Questa è la logica che ha animato questo governo dal primo giorno del suo insediamento: durezza coercitiva contro i diversi e arrendevolezza parziale contro gli uguali e i loro amici; a rimetterci è la nostra eguaglianza, usata come una “cosa” grazie alla quale la maggioranza si dà la licenza di usare parole offensive contro chi eguale a lei non è. Il leader della Lega chiama questo ragionare “giusto”. Chi conosce la natura e il linguaggio dei diritti civili può chiamare questa “giustizia” con il suo nome proprio: “bonaria” discriminazione, un ossimoro a tutti gli effetti perché tollerare l´offesa è il via libera che gli eguali si danno a calpestare la dignità di chi è non eguale in tutto a loro. L´eguaglianza degli eguali è il fondamento della discriminazione, la giustificazione del razzismo.

da La Repubblica

"Le parti sociali: «Momento grave, no a scappatoie». Ma il premier parla di intercettazioni", da www.unita.it

«Il momento è grave: va affrontato con la massima determinazione senza cercare scuse o scappatoie». È il forte richiamo di imprese e sindacati al governo scritto nero su bianco nel documento comune con 6 priorità per la crescita presentato all’esecutivo al tavolo a palazzo Chigi.

Le parti sociali sono quindi pronte a fare la loro parte per affrontare la grave crisi economica in atto, ma il governo deve prendere in mano la situazione e mettere in salvo il Paese dai rischi. «Per parte nostra – sostengono – siamo pronti ad assumerci tutte le responsabilità che la situazione richiede. Ma è il governo che deve prendere in mano il timone della politica economica e assumersi l`onere e la responsabilità di farci uscire da questa situazione».

La gravità del momento, proseguono, «non consente pause». È quindi necessario convocare un Consiglio dei ministri straordinario per adottare misure urgenti per il rilancio dell’economia. «Noi siamo a disposizione nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Riteniamo che – dicono – il Consiglio dei ministri debba assumere decisioni rapidamente e sottoporle al Parlamento senza soluzioni di continuità. Non possiamo permetterci di rimanere fermi e in balia dei mercati – prosegue il documento – il confronto non può esaurirsi in un incontro. Ma l`incontro di oggi non può esaurirsi in un avvio».

Secondo imprese e sindacati «occorre un confronto continuo e serrato con le parti sociali ed anche con l`opposizione». «Nei passaggi decisivi, come quelli che attraversiamo, le grandi scelte devono essere sostenute dalla larga corresponsabilità e condivisione delle forze politiche e sociali. Tali scelte – sottolineano – devono consentire di imprimere all`Italia un nuovo slancio per l`orizzonte di più legislature». Le priorità indicate dalle forze sociali vanno dal pareggio di bilancio nel 2014 al taglio dei costi della politica, dalle liberalizzazioni e privatizzazioni, allo sblocco degli investimenti, dalle semplificazioni e riforma della P.A., al mercato del lavoro.

Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, durante l’incontro con le parti sociali a palazzo Chigi non riesce a trattenersi sulla sua ossessione e torna a parlare delle intercettazioni annunciando un provvedimento a breve. «La privacy – avrebbe ribadito il premier, secondo quanto riferiscono i presenti – è il principale diritto di liberta».

L’incontro a palazzo Chigi è fra governo e parti sociali sulla crisi economica dopo l’appello comune di imprese e sindacati sulla crescita della scorsa settimana. Per il governo sono presenti il premier Silvio Berlusconi, i ministri Giulio Tremonti, Raffaele Fitto, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Mariastella Gelmini, Roberto Calderoli, Paolo Romani, Saverio Romano e il sottosegretario Gianni Letta.

Sono presenti inoltre i rappresentanti di tutte le 36 sigle invitate con il numero uno degli industriali Emma Marcegaglia, i tre leader sindacali Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti e il presidente dell’Abi Giuseppe Mussari. Prima del tavolo a palazzo Chigi si è svolto un pre incontro alla Foresteria della Confindustria fra alcuni rappresentanti di imprese e sindacati e il segretario del Pdl Angelino Alfano. Dal confronto è emerso un documento comune su cinque punti per la crescita da discutere al tavolo a palazzo Chigi.

«Dopo la relazione al parlamento, ho la convinzione che solo la partecipazione di tutti gli attori economici e sociali può favorire un’uscita condivisa dalla crisi», dice Berlusconi. Ritornando poi su uno dei suoi ultimi refrain: «Dobbiamo cambiare l’architettura istituzionale dello Stato per agganciare la crescita e rendere più celeri le procedure». Per il premier i gap infrastrutturali e della pubblica amministrazione sono le cause di un «rallentamento della crescita».

da www.unita.it

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Tavolo a Palazzo Chigi: Berlusconi, solo insieme si esce dalla crisi. Tremonti: «Possiamo fare di più»

«Dopo relazione al Parlamento, ho la convinzione che solo la partecipazione di tutti gli attori economici e sociali puo» favorire un’uscita condivisa dalla crisi», ha detto il premier Silvio Berlusconi nel corso del suo intervento all’incontro con le parti sociali sulla crisi economica. Dal pre incontro, che è si è svolto questa mattina nella foresteria di Confindustria tra imprenditori, Cgil, Cisl e Uil, e tutte le altre parti sociali, è uscito un documento comune in 6 punti sulla crescita, che è stato illustrato al Governo dalla presidente degli industriali, Emma Marcegaglia.

Parti sociali: non si può star fermi fino a settembre
«La gravità del momento non consente pause» e quindi «non si può restare fermi fino a settembre», si legge nel documento delle parti sociali presentato al governo da Emma Marcegaglia. «Noi siamo a disposizione nei prossimi giorni e nelle prossime settimane. Riteniamo che il Consiglio dei Ministri debba assumere decisioni rapidamente e sottoporle al Parlamento senza soluzioni di continuità. Non possiamo permetterci di rimanere fermi e in balia dei mercati fino a settembre. Il confronto non può esaurirsi in un incontro. Ma l’incontro di oggi non può esaurirsi in un avvio». Sei i punti del documento: pareggio di bilancio nel 2014, tagli effettivi ai costi della politca, liberalizzazioni e privatizzazioni,sblocco degli investimenti, semplificazione e riforma strutturale della Pubblica amministrazione, interventi per il mercato del lavoro.

Bonanni: occorre una sferzata alle riforme
Il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, ha sottolineato che il documento in 6 punti «è la posizione comune di tutte le parti sociali, che tutte insieme hanno espresso l’esigenza di dare una sterzata alle riforme italiane». Per Giovanni Centrella, segretario generale dell’Ugl, «occorre intervenire subito con riforme su fisco, costi della politica, energia, municipalizzate e infrastrutture. Dopo il rigore occorre creare le condizioni per lo sviluppo».

Cambiare l’architettura istituzionale dello Stato
Per agganciare la crescita e rendere più celeri le procedure, ha detto Berlusconi, bisogna cambiare l’architettura istituzionale dello Stato. Berlusconi ha ribadito che il nostro paese soffre di un gap infrastrutturale e ha una amministrazione pubblica pletorica. Queste, ha aggiunto, sono concause del rallentamento della crescita economica italiana. Ed è per questo, ha ripetito Berlusconi, che è necessario cambiare l’architettura istituzionale dello Stato. E ha annunciato a breve un provvedimento sulle intercettazioni («La privacy – avrebbe ribadito il premier, secondo quanto riferiscono i presenti – é il principale diritto di liberta»).

Il documento con le proposte delle parti sociali

Tremonti: decidiamo insieme. Vogliamo fare la riforma del fisco
«Spirito di questo incontro è trasformare le criticità in opportunità, dobbiamo decidere insieme cosa possiamo fare», ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ai rappresentanti delle parti sociali durante l’incontro di palazzo Chigi. Tremonti ha ribadito che «si può fare di più per la crescita, ma dipende anche dalla geografia, dalla demografia e dall’amministrazione». Ha detto di non voler rinunciare «alla riforma fiscale. Se la delega assistenziale va avanti, riusciamo a fare quella fiscale». Ha ribadito che «il pil non si fa per decreto. Se non vessino puntato al pareggio di bilancio non avremmo avuto nemmeno il Pil». E ha aggiunto che il raggiungimento del pareggio di bilancio «è fondamentale, soprattutto per la credibilità del Paese». Sui costi della politca ha detto che una «buona parte» degli interventi necessari per ridurre i costi della politica «è contenuta nel decreto legge vigente. Va applicato».

Tremonti: la crisi è globale
La crisi che sta investendo i mercati «non è europea, ma globale», ha detto il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, rivolgendosi alle parti sociali. Tremonti ha ricordato che «la banca centrale svizzera oggi ha azzerato i tassi di interesse, quella del Giappone ha concesso liquidità illimitata: i problemi dunque – ha continuato – non sono europei, ma globali». Secondo il ministro dell’Economia, la situazione finanziaria non corrisponde alla situazione dell’economia reale: «oggi – ha detto – il 45 per cento del Pil europeo ha spread che non rispondono a fondamentali economici».

Regole condivise a sostegno dell’euro
Per il premier sono fondamentale per le regole condivise a sostegno dell’euro. «Ho lasciato Bruxelles con la convinzione – ha detto il presidente del Consiglio nella riunione a palazzo Chigi – che l’Europa oggi ha gli strumenti per difendere con maggiore vigore la costruzione comune. L’Italia ha sempre onorato il proprio debito. Negli anni abbiamo dimostrato di essere stati capaci a ridurlo»..

Trentasei le sigle invitate al tavolo
Per il governo sono presenti il premier Silvio Berlusconi, i ministri Giulio Tremonti, Raffaele Fitto, Renato Brunetta, Maurizio Sacconi, Mariastella Gelmini, Roberto Calderoli, Paolo Romani, Saverio Romano e il sottosegretario Gianni Letta. Sono presenti inoltre i rappresentanti di tutte le 36 sigle invitate con il numero uno degli industriali Emma Marcegaglia, i segretari generali della Cgil Susanna Camusso, della Cisl Raffaele Bonanni, della Uil Luigi Angeletti,

da www.ilsole24ore.it

"Milano in picchiata: minimo storico dal 2009", da www.unita.it

Dopo un avvio di seduta brillante Piazza Affari annulla i guadagni e si rimette in scia all’andamento della settimana girando in negativo. E ora si accentua il calo con l’indice Ftse Mib a 16.590 punti (-2,44%), si viaggia sui minimi dei 28 mesi. Sopratutto, spiegano nelle sale operative, rispetto ai minimi del febbraio 2009 siamo sopra di appena il 20-25%. Piazza Affari è la peggiore in Europa, mentre le altre borse contengono le perdite. «Poi c’e il bund tedesco che aveva aperto in calo, ora è ripartito al rialzo, se non si inverte la tendenza potrebbe arrivare una nuova ondata di vendite anche sui btp», spiega un trader. Giù ciclici, energia e banche: tenaris -11%, fiat industrial -5,81%, pirelli -4,94%, saipem -4,74%, fiat -4,10%, unicredit -4,27%, ubi banca -2,28%, mps -1,98%, intesa sanpaolo -1,53%, banco popolare -1,72%, bpm -1,64%.

Avvio positivo per le altre Borse europee che vengono da sette sedute di calo nelle ultime otto giornate di contrattazioni: l’indice Stxe 600, che fotografa l’andamento dei principali titoli quotati sui listini del Vecchio continente, cresce di oltre mezzo punto percentuale, ma molte piazze finanziarie fanno meglio. È il caso soprattutto di Milano e Madrid, che sfruttano l’allentamento della tensione sui titoli di Stato italiani e spagnoli, ma fanno bene anche Parigi e Francoforte, molto deboli ieri. I rialzi della partenza di seduta riguardano in particolare i titoli delle assicurazioni, i bancari e gli automobilistici, mentre faticano ancora i settori delle materie prime e soprattutto dell’energia. Di seguito, gli indici dei titoli guida delle principali Borse europee: Londra +0,76% – Parigi +1,28% – Francoforte +1,27% – Madrid +1,39% – Milano +1,41% – Amsterdam +1,20% – Stoccolma +0,77% – Zurigo +1,35%.

da www.unita.it

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Piazza Affari, volatile effetto Berlusconi. Illusione in apertura, poi tonfo in negativo

La Borsa di Milano apre a +1,81%, ma in meno di un’ora brucia i guadagni. A metà seduta l’indice Ftse Mib fa segnare -1,73%, poi crolla sotto i due punti percentuali. Frenano gli altri listini europei. Lo spread Btp-Bund si amplia a 360 punti dopo l’asta di Madrid. Tokyo (Nikkei +0,23%) frena lo yen

MILANO – Il giorno dopo il discorso di Berlusconi 1 in Parlamento sullo stato del sistema Italia attaccato dalla speculazione, la Borsa di Milano apre in rialzo di quasi due punti percentuali, ma la fiducia degli investitori dura poco: in meno di un’ora il trend positivo evapora, l’indice Ftse Mib oscilla a lungo intorno alla parità, poi piomba in terreno negativo. A metà seduta l’indice fa segnare -1,73%, poi affonda: -2,39%, sotto la soglia dei 17mila punti, Ftse All Share -2,34%.

Dopo una buona apertura, gli altri listini europei frenano: Londra -1,24%, Parigi -0,89%, Francoforte -0,62%, Lisbona -1,34%. Andamento dovuto probabilmente all’attesa per il discorso del presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, e dei dati macroeconomici degli Stati Uniti, previsti a partire dal primo pomeriggio.

Piazza Affari si conferma particolarmente nervosa, con diversi titoli (compreso Unicredit) posti in asta di volatilità per la violenza delle correnti di vendita, che poi parzialmente rientrano. A circa quattro ore dall’apertura, tra i gruppi a maggiore capitalizzazione sono ‘sospesi’ anche Azimut, Exor, Mediolanum e Lottomatica, mentre il calo maggiore è sempre accusato da Tenaris (-10,85%), seguito da Pirelli, rientrato dall’asta di volatilità in perdita del 5,40%. Ancora pesante Fiat (-3,76%), in calo tutte le banche, leggermente negativa anche Telecom (-0,18%), tiene solo Generali, che sale dello 0,08%.

Volatilità sul mercato dei titoli di Stato dopo l’asta di Madrid. Lo spread Btp-Bund si è nuovamente ampliato a 360 punti base e il tasso del decennale italiano è risalito al 6%. In precedenza, il differenziale di rendimento tra i titoli decennali italiani e tedeschi si era ristretto brevemente fin sotto i 350 punti e il tasso del Btp era sceso al 5,94%.

Il premio di rischio dei Bonos spagnoli si è ridotto a 368 punti dopo che il Tesoro ha collocato quasi il massimo dell’ ammontare previsto, seppure con tassi in rialzo. Così, il differenziale fra i titoli italiani e spagnolo si è ulteriormente ridotto a 8 punti dai livelli di circa 80 centesimi di appena due mesi fa, confermando la contiguità di Roma e Madrid nella percezione del rischio percepito dai mercati.

Nell’asta di oggi, Madrid ha dovuto offrire tassi più alti, tenuto conto che il rendimento del decennale aveva raggiunto nei giorni scorsi il 7%, un livello che nel caso di Grecia, Irlanda e Portogallo ha poi portato alla richiesta di salvataggio. In particolare, nel collocamento dei titoli con scadenza a 3 anni, il rendimento medio è salito al 4,813% dal 4,291% della analoga asta di luglio e la domanda mostra un rallentamento con un rapporto bid-to-cover di 2,14 da 2,29 precedente. Ripiega dal record, infine, il premio di rischio degli Oat della Francia con oscillazioni a 77,4 punti.

Ripercussioni sulle borse asiatiche della decisione del Giappone di intervenire sui mercati valutari per frenare la salita dello yen. Alla notizia, comunicata dal ministro delle Finanze, Yoshihiko Noda, immediate reazioni delle piazze asiatiche: salgono i valori del dollaro e dell’euro, mentre il Nikkei schizza in avanti (+1,26%) per poi frenare e chiudere a +0,23%. Dopo la mossa di Tokyo, si sono fermati gli aumenti dell’oro, a 1662 dollari l’oncia.

Hanno pagato due piazze le cui economie, che guardano allo stesso modo all’export, potrebbero essere penalizzate da un rilancio delle vendite nipponiche all’estero: Taiwan e, soprattutto, Seul. La Borsa coreana ha concluso la seduta in perdita di oltre il 2% con lo scivolone di diversi gruppi incentrati sulle esportazioni. Chiusura in rialzo per le Borse cinesi, con il Composite di Shanghai a 2.684,04 punti (+0,21%) e il Component di Shenzhen a 11.934,41 punti (+0,10%).

La mossa di Tokyo si è resa necessaria di fronte a movimenti unilaterali, per “contrastare oscillazioni speculative che hanno spinto a livelli eccessivi lo yen”, non lontani dai massimi storici sul biglietto verde di 76,25, segnati a marzo nei giorni successivi alla catastrofe del sisma/tsunami.

Noda ha detto che l’iniziativa è stata “solitaria”, non di concerto con i partner del G7 come avvenuto il 18 marzo, rifiutandosi di commentare sia l’ipotesi di nuove possibili azioni sia l’entità delle risorse messe in campo, utilizzate per vendere yen e acquistare dollari.

da Repubblica