Latest Posts

"Tendenze elettorali, il ritorno alla volatilità del voto", di Paolo Natale

Gli elettori si sentono perduti, perdono il senso della partecipazione elettorale, cercano di sperimentare nuovi percorsi che non li convincono. Fanno dei tentativi, in un senso o nell’altro. Monti, Grillo, Renzi, Salvini

Ha fatto bene Ilvo Diamanti (Repubblica del 30 giugno) ad accostare il tifo calcistico alle appartenenze politiche. Ma l’ha fatto in maniera impropria: giustapponendoli, anziché affiancarli. Perché sempre di tifo si tratta, o meglio, di identificazione collettiva, in entrambe le situazioni.
La storia elettorale del nostro paese è vissuta per parecchi decenni di intense contrapposizioni, di radici sub-culturali che sfociavano poi, nel segreto dell’urna, in un classico voto di appartenenza.
L’identificazione con il partito era forte, riempiva la vita, ne era una parte fondamentale: non si poteva fare a meno di votare Pci, o Dc, perché quella era la manifestazione della propria personalità, della propria visione del mondo.
Un mondo fatto di solidarietà con i propri simili, di forte identificazione in un progetto di vita e di relazioni con gli altri, di una forte credenza in un certo tipo di società. Dalla culla alla tomba, si diceva, io sto con il mio partito, che rappresenta le mie istanze nella politica locale e nazionale. Aveva un senso, una funzione essenziale nella costruzione dell’esistenza degli italiani di quel tempo.
Poi, lentamente, poco alla volta, erano subentrati i primi tentativi di fuga da quella gabbia dorata, dalle quotidiane costrizioni del dover essere in un certo modo, del dover seguire una condotta di vita simile ai propri simili: il bisogno di essere diverso, di sentirsi diverso dagli altri. In psicologia, viene chiamato il “bisogno di individuazione”, contrapposto a quello di identificazione, il bisogno di parlare al singolare (io), anziché con il plurale (noi).
Erano i tempi della secolarizzazione, della scolarizzazione di massa, dei primi vagiti del femminismo, tutti movimenti tellurici che cercavano di sottolineare la diversità, l’autonomia, la fine della dipendenza familiare, familistica, padronale, maschile. L’importanza che aveva il partito, nella costruzione della personalità individuale, era sempre più flebile, meno incisiva. Il partito, non la politica. Perché era nel nome di un’altra politica che si cercava di evadere da quelle strette maglie: il personale è politico, si diceva. La rivoluzione delle idee, come la descriveva in quegli anni il “politilogo” Giorgio Gaber.
Poi anche quel nuovo fronte è scemato, a cominciare dalla metà degli anni Ottanta, e lo slogan era diventato, semplicemente: il personale è personale. Ognuno era solo. I partiti erano solo macchine per comprare il potere, per fare soldi, e in una società sempre più frammentata, nessuno si identificava quasi più in nulla, a parte la famiglia (spesso amorale).
Ma essendo tutti così individuati, così solitari, era sorto il problema opposto, quello della mancanza di una forte identificazione collettiva, di un momento in cui ci si sentiva insieme, uniti, “protetti” dalla intemperie del mondo. Per fortuna, in quegli anni, è nato il Berlusconi politico. Dopo un primo istante di interrogazione, molti decisero di stare da una parte o dall’altra, pro o contro il Cavaliere. Accanto al tifo calcistico, unico momento rimasto di identificazione collettiva, con la propria squadra o con la Nazionale, finalmente ne era nato un altro, più serio, più “alto”, che riempiva quella vita solitaria che era diventata la nostra quotidianità. Era nata la fedeltà leggera, e in ogni elezione veniva costantemente ribadita.
Oggi, purtroppo, Berlusconi sta appassendo, almeno politicamente, e gli elettori si sentono perduti, perdono il senso della partecipazione elettorale, cercano di sperimentare nuovi percorsi che peraltro non li convincono abbastanza, o non li convincono affatto. Fanno dei tentativi, in un senso o nell’altro. Monti, Grillo, Renzi, Salvini. Scelte non ancora sentite, scelte ancora provvisorie, astensionismo in ascesa per mancanza di riferimenti forti e coinvolgenti, volatilità elettorale in ascesa.
Ma non durerà molto, come non è durato molto nel post-Tangentopoli. Tra qualche anno, magari tra qualche mese, il bisogno di sentirsi con qualcuno, con un partito, con una forza politica, rinascerà di nuovo. Sarà forse Renzi contro Grillo, o il Pd contro il Movimento 5 stelle, oppure più semplicemente pro o contro Renzi. Sarà forse il territorio contro il centralismo. Quel che sarà. Ma il bisogno di tifare per qualcuno, per qualcuno di “noi” ridiventerà una priorità, ora che anche la Nazionale è così malridotta.
E la volatilità elettorale tornerà a ridimensionarsi. A patto che le forze politiche riescano a presentarsi agli occhi degli elettori come portatrici di una identità, di una visione del mondo inedita e condivisa. A patto che siano credibili, almeno quanto lo era stato, nel bene o nel male, Silvio Berlusconi. Gli italiani non aspettano altro.

da www.europaquotidiano.it

"Renzi, la stampa europea gli crede", di Raffaella Cascioli

Il ciclone Renzi nei media europei. Nuovo round con i tedeschi previsto per l’autunno quando saranno revisionati i patti di riforma dei bilanci. A Juncker gli italiani proveranno a strappare un impegno sugli investimenti.

In Europa è Renzimania. Un ciclone che si è abbattuto su Bruxelles. Svegliando il vecchio continente, lanciando una nuova Odissea europea, sfidando a recuperare l’anima dell’Europa.
Il giorno dopo l’esordio del premier italiano davanti all’Europarlamento in occasione della presentazione del semestre di presidenza Ue dell’Italia, Renzi campeggia sulle pagine dei principali quotidiani europei (ma non solo) che tra apprezzamenti e critiche scoprono un nuovo protagonista della scena europea.
Se i toni più entusiastici emergono da una lettura dei principali quotidiani francesi (da Le Figaro a Le Monde passando per Liberation), sono i giornali tedeschi – e non poteva essere diversamente visto lo scontro avuto dal premier italiano con il tedesco Manfred Weber, capogruppo Ppe nel parlamento europeo – ad usare il chiaroscuro nel dipingere Renzi.
E così la Sueddeutsche Zeitung, che solo qualche giorno fa aveva dedicato un lusinghiero articolo al premier italiano, oggi in un caustico commento dal titolo “Selfie per l’anima” scrive che «dal sogno italiano per un’Europa migliore si può facilmente arrivare a un incubo europeo», mentre la Frankfurter Allgemeine Zeitung spiega che il motto di Renzi si sintetizza in «più crescita e meno rigore». Stessa musica per l’Handesblatt che però ricorda che Renzi «può agire a testa alta» alla luce del risultato elettorale riportato alle europee, mentre l’International New York Times lo definisce un leader carismatico e riformista che si è messo in rotta di collisione con la Germania ma «ha ricevuto una standing ovation alla fine del suo discorso di Strasburgo».
Tuttavia, lo scontro tra Italia e Germania, che porta alcuni media tedeschi a segnalare come «cristiano-democratici e socialdemocratici sono tutt’altro che uniti sulla politica dei prossimi anni», non dovrebbe produrre effetti sull’elezione di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione europea, nonostante il pressing del Pse ad opera della folta delegazione del Pd sull’agenda del nuovo governo comunitario. Ieri l’ufficio di presidenza del parlamento europeo ha stabilito che gli eurodeputati voteranno Juncker il 15 luglio per evitare la sovrapposizione tra questa votazione, che si svolgerà a Strasburgo, e la riunione straordinaria del Consiglio europeo (la prima sotto la presidenza italiana), che invece è stata convocata per il 16 sera a Bruxelles al fine di decidere sul restante pacchetto di nomine.
Juncker sarà votato a scrutinio segreto e dovrà ottenere la maggioranza assoluta ovvero 376 voti sui 751 eurodeputati. L’accordo è stato raggiunto sia a livello parlamentare che di capi di stato e di governo e, nonostante le defezioni attese sia nel Ppe (gli ungheresi di Orban voteranno contro) che in S&D (a cominciare da molti laburisti britannici), la maggioranza composta da popolari, socialdemocratici e liberali dell’Alde dovrebbe tenere. Il tentativo di vincolare Juncker, quanto possibile, a un’agenda di crescita che è stato l’obiettivo degli italiani è per ora riuscito solo a metà. Anche perché il socialdemocratico Martin Schulz ha agito con grande cautela evitando di forzare la mano anche per assicurarsi l’elezione alla presidenza del Parlamento europeo.
Occorrerà a questo punto verificare quanto Renzi e l’Italia riusciranno a pressare Juncker per vincolarlo quanto meno ad un impegno concreto per politiche dicrescita. Dopo le dichiarazioni “a caldo” del capogruppo S&D, Gianni Pittella, che non ha dato per scontata l’elezione di Juncker, ieri l’eurodeputata del Pd Simona Bonafè si è limitata a dichiarare che «terremo le orecchie dritte su quello che martedì prossimo ci dirà Juncker; vorremmo capire quale sarà l’applicazione della flessibilità concordata dal Consiglio europeo e scritta nelle conclusioni».  E ieri il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nel ricevere la Commissione europea, ha ammonito che occorre combinare «la coerenza dei nostri impegni per il risanamento della finanza pubblica con l’obiettivo diventato ormai imperioso del rilancio della crescita e dell’occupazione».
La strada per insistere su occupazione e investimenti non solo non è affatto preclusa ma, soprattutto, potrebbe essere un buon terreno di incontro e mediazione anche con i tedeschi. Se a Berlino nessuno è disposto a sacrificare il consolidamento di bilancio, il rafforzamento del legame di questo con la crescita potrebbe essere possibile nella misura in cui questo si traduca in un piano europeo per gli investimenti. In Germania, soprattutto negli ultimi anni, molte aziende hanno messo da parte una considerevole liquidità che chiede solo di essere impiegata in tutta sicurezza, di qui la richiesta lanciata da Markus Kerber direttore della Confindustria tedesca (Bdi) per finanziamenti di progetti infrastrutturali attraverso la capacità di attrarre capitali privati. Si potranno magari rispolverare formule come i project bond, ma non si andrà molto più in là.
Il vero scontro, di cui mercoledì a Bruxelles si sono viste solo alcune schermaglie, arriverà però solo in autunno quando proprio nei mesi del passaggio del testimone nella Commissione gli europei si riuniranno per rivedere il two-pack e il six-pack. La revisione, prevista già con l’introduzione di questi accordi, dovrà essere discussa nell’europarlamento ed è fin d’ora possibile prevedere che ci saranno scintille fra le grandi famiglie europee, ma anche tra Germania da un lato e Francia e Italia dall’altro.
Sarebbe tuttavia un errore ritenere che i tedeschi siano oggi isolati in Europa: la saldatura tra le istanze rigoriste dei paesi del Nord con quelle di Spagna, Portogallo e Irlanda (costretti a chiedere aiuto in questi anni, a sottomettersi alla troika e che quindi non vedono di buon occhio le “scorciatoie” di Francia e Italia) è nei fatti e le rimostranze di questi ultimi sono state fatte proprie dallo stesso capogruppo del Ppe Weber dopo che erano state messe sul piatto nel vertice dei popolari tenutosi prima del Consiglio di Ypres.
Non a caso ieri l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi ha avvertito che serve una nuova alleanza per cambiare la cura ad un’Europa malata da anemia. Se l’Italia è l’unica a chiedere il cambiamento, dice Prodi, non si va da nessuna parte mentre se fosse in compagnia di Francia e Spagna la musica potrebbe cambiare.
Accanto a ciò, è bene non dimenticarlo, c’è il dossier delle nomine che in questi giorni si intreccia fittamente con l’agenda dell’esecutivo. Ieri Juncker ha incontrato a Bruxelles il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy nel quadro della preparazione della sua squadra di governo che dovrà tenere conto di sottili equilibri come destra-sinistra ma anche uomini-donne e delle differenze geografiche come nord-sud ed est-ovest.
Se il Ppe ha già ottenuto la presidenza della Commissione con Juncker, i socialisti potrebbero avere il Consiglio europeo ma non si mettono d’accordo sul nome visto che con il passar dei giorni aumentano le perplessità sulla prima ministra danese Helle Thorning-Schmidt e, stando alla Sueddeutsche Zeitung, la candidatura di Enrico Letta sarebbe bloccata da Renzi, che invece ne ha smentito l’esistenza. Qualora il Pse non riuscisse a decidere, il Ppe sarebbe pronto ad chiedere la poltrona per un suo esponente.
Per l’alto rappresentante per la politica estera, che in base ai trattati dovrà essere concertato con Juncker, in pole position vi sarebbe l’italiana Federica Mogherini sebbene salgano le quotazioni della bulgara Kristalina Georgieva del Ppe, che dalla sua avrebbe non solo il fatto di essere già commissaria e per giunta dell’Est (a cui non spetterebbe altrimenti altro portafoglio di peso) ma anche di essere particolarmente gradita all’amministrazione americana.
Il nodo tuttavia ancora da sciogliere resta quello del supercommissario economico che, chiesto dal PPe, dovrebbe riunire la poltrona di commissario agli affari economici e presidente dell’eurogruppo. Una poltrona che Juncker avrebbe promesso al giovane ex premier finlandese Jyrki Katainen (molto apprezzato dalla Merkel) che si sarebbe dimesso in aprile per sostituire il connazionale Olli Rehn già nella commissione Barroso. Qualora Katainen non divenisse eurocommissario l’eurogruppo sarebbe presieduto dal conservatore spagnolo Luis de Guindos.
Insomma il puzzle delle nomine è tutto in salita, mentre l’Italia porta a casa nell’europarlamento la presidenza della Commissione affari economici e finanziari e di quella cultura che andranno a Roberto Gualtieri e Silvia Costa del Pd. A Giovanni La Via (Ncd) andrà la guida della Commissione ambiente.

da europaquotidiana.it

Scuola, Ghizzoni “Apriamo un dibattito in Commissione Istruzione”

Nota della vicepresidente della Commissione Istruzione della Camera Manuela Ghizzoni. Dalla vicepresidente della Commissione Istruzione della Camera, la deputata modenese Pd Manuela Ghizzoni, arriva l’invito, rivolto alla Commissione stessa, ad assumersi la responsabilità di guidare una riflessione sul futuro della scuola italiana, anche sulla base delle proposte avanzate, in questi giorni, dal sottosegretario all’Istruzione Roberto Reggi. Ecco la sua dichiarazione:

“Da una parte la volontà, espressa dal sottosegretario Reggi, di tenere aperte le scuole fino alle 10 di sera, dall’altra l’annuncio da parte della Provincia di Genova di chiudere le scuole al sabato per risparmiare sui costi di gestione. Sono le due facce, opposte, di una stessa medaglia, cioè la scuola italiana che, oggi più che mai, ha necessità della fiducia espressa dalla politica (che deve dimostrare di credere davvero nella scuola!) e di essere coinvolta nella progettazione di un modello educativo che metta al centro lo studente e faccia perno sui lavoratori della scuola e sulla valorizzazione della loro professionalità. Dopo la recente pronuncia del Tar che ha riammesso uno studente bocciato, pronuncia che di fatto delegittima il lavoro dei docenti e del Consiglio di classe, e dopo che le proposte avanzate dal sottosegretario Reggi sembrano aver rimesso in discussione l’intera materia contrattuale, si è aperta, nei fatti, una stagione delicatissima di interventi sulla costruzione del futuro della scuola italiana. E’ sulla base di questo scenario che, io credo, la Commissione Istruzione della Camera non possa sottrarsi dall’assumersi la responsabilità di guidare una riflessione approfondita su tutti questi temi”.

La beffa a Goebbels “Io, icona degli ariani ero una bambina ebrea”, di Andrea Tarquini

Nelle immagini diffuse ovunque dal ministero della Propaganda di Joseph Goebbels, lei fotografata a sei mesi era la bimba ariana modello. Sonne ins Haus , il rotocalco nazista per famiglie del Terzo Reich, dedicò al suo volto paffuto e dolce la sua cover story più famosa. L’immagine fu distribuita al fronte a ogni soldato come simbolo della purezza da imporre al mondo col sangue. E invece no: la piccola era ebrea, ma il regime non se n’era accorto. Questa è la storia di Hessy Levinson, oggi Hessy Taft, ieri bimba della buona borghesia ebrea e mitteleuropea, costretta a fuggire da Berlino, oggi vivace ottantenne docente di medicina a New York.
«Oggi ci rido sopra, ma se i nazisti avessero scoperto allora chi veramente ero io, bimba perfetta di sei mesi ma ebrea e non già ariana, oggi non sarei viva, non sarei qui a raccontarvi la mia storia », dice Hessy alla Bild Zeitung che l’ha trovata negli Stati Uniti. A volte, non solo la crudeltà delle dittature più spietate, anche la loro stupidità miope può dare l’idea dell’infinito. Che la bambina appartenesse a quella che loro consideravano “razza inferiore” non se ne accorse nessuno: né il coltissimo e sospettoso Goebbels né la Gestapo, né le Ss, né il famigerato Ufficio Centrale per la Sicurezza del Reich, autorità assoluta della repressione e dell’Olocausto.
Hessy non era ancora nata quando nel 1928 i signori Levinson, suoi genitori, cantanti lirici di fama dell’Opera di Riga – nella Lettonia che più tardi Stalin si sarebbe annesso con gli altri Stati baltici con l’assenso del Führer – si trasferirono a Berlino. Niente di più naturale e desiderato allora, per gli intellettuali ebrei del Mitteleuropa. I Levinson ebbero un contratto alla Deutsche Oper, accettarono subito ignari del Male assoluto alle porte. Hessy nacque lì, a due passi dalla Porta di Brandeburgo, e aveva sei mesi quando mamma Polin la portò da Hans Ballin, il fotografo più famoso nella capitale. Mamma e papà volevano solo imprimere la Memoria in un’immagine, non immaginavano quanto accadde dopo. Con la persecuzione antisemita già trionfante, i coniugi Levinson persero ovviamente il lavoro. Mentre gli ebrei venivano percossi ogni giorno dai benpensanti ariani sul Kurfürstendamm, il boulevard elegante di Berlino, e il grande espressionista Max Liebermann si toglieva la vita per scampare al peggio, papà Levinson si ritrovò a guadagnarsi da vivere a pulire stalle di suini.
Pochi mesi dopo la foto da Herr Ballin, arriva la sorpresa che sgomenta i Levinson. Il volto di Hessy campeggia sulla copertina di Sonne ins Haus, il magazine nazista che incitava a formare numerose famiglie ariane. La foto fu scelta e lodata da Goebbels in persona: chi meglio di quella bimba mostra che siamo superiori, pensò il genio del regime che poi nel maggio ’45 insieme alla moglie Magda uccise i figli per poi uccidersi con lei, nel Bunker della cancelleria sotto Berlino presa dai russi: «In un mondo senza Hitler i bimbi non hanno ragione di vivere». I Levinson tremarono: e se ci scoprono, se scoprono che lei è figlia nostra, noi che siamo stati licenziati dall’Opera perché ebrei? Per mesi non portarono più la bimba in strada, troppa paura che i mille e mille delatori la riconoscessero.
Poi riuscirono a fuggire: a Parigi, poi dopo la veloce resa francese a Cuba, poi nel 1949 a New York, dove Hessy crebbe, si sposò, fece carriera. Pochi giorni fa Hessy ha narrato tutto ai curatori dello Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme, e donato loro una copia del rotocalco nazista con lei, eroina- baby sbagliata ma non scoperta. «Sapevo benissimo che erano ebrei, ma volevo gettare i nazisti nel ridicolo facendo di quella baby perfetta una loro eroina», disse poi Herr Ballin, il fotografo di grido. Ci riuscì: i Levinson si salvarono fuggendo, Hessy è ancora viva.
Ma solo ieri il flop nazista è stato scoperto, decenni dopo che le “fortezze volanti” americane, i Lancaster britannici, gli Ilyushin 2 e i tank di Zhukov e Rokossovskij avevano ridotto in cenere il “Reich millenario”. Hessy vive felice, ma tra sentimenti contrapposti: per fortuna i nazisti furono troppo sicuri di sé e troppo stupidi per scoprire la verità, quel loro nemico di fondo.  

da La Repubblica

"Telemaco è un punto di partenza", di Paolo Di Paolo

Il discorso di ieri del premier Matteo Renzi a Strasburgo mi ha colpito moltissimo. Non vorrei osservarlo da una prospettiva strettamente politica, e vorrei anche, per una volta, che i cinici di turno – che trovano difetti in tutto e hanno tradotto il sarcasmo in una visione del mondo – tacessero un istante. Abbiamo chiesto a lungo agli uomini politici di dire qualcosa in più, di usare altre parole, di spostare l’orizzonte da un piano soltanto pratico (o, quando va peggio, utilitaristico) a qualcosa di diverso e più alto. Se questo accade, anziché esserne soddisfatti, lo liquidiamo come retorica. A me pare che le parole di Renzi ieri fossero diverse, e perciò importanti. Partiamo dall’aspetto più esteriore: ha citato il mito classico, la letteratura, la grande tradizione culturale europea. Non è scontato. Non mi sembra nemmeno che fosse citazionismo fine a sé stesso: parlando della staffetta Grecia-Italia, Renzi ha spostato l’asse dalle difficoltà economiche di entrambi i Paesi alla loro centralità nella storia d’Europa. E parlando più in generale di Europa ha toccato il nodo essenziale: perché questa parola ci dice così poco? Perché ci annoia? Perché non ci scalda? Non è solo questione di ridursi a un’espressione geografica, a un punto di Google Maps. C’è di più. Se un’idea geografica, un confine, uno spazio comune non riescono a muovere i sentimenti, le passioni, non riescono a produrre un senso di appartenenza, sono lettera morta. O burocrazia. Grandi intellettuali europei, da Cees Nooteboom a Petros Markaris al nostro Claudio Magris, sono intervenuti a più riprese per difendere un’Europa che fosse anche qualcos’altro, oltre ai parlamenti e alle banche. Il continente e la sua comunità ideale non possono proiettarsi sul futuro se non scommettono anche – o soprattutto – su ciò che tiene insieme Parigi e Atene, Berlino e Amsterdam, Roma e Madrid. La storia, la bellezza, le cattedrali, le piazze, i libri, la musica, il passato e il presente di uno spazio ampio in cui un ventenne del 2014 si sposta con la stessa disinvoltura con cui si sposterebbe in quartieri di una sola città. Pensare l’Europa come un Erasmus permanente – di giovani e di adulti: non è questa la vera sfida? Pensare all’Europa come a un patrimonio comune, condiviso, di cui siamo figli per avviarci a diventare padri. In questo senso, il riferimento fatto da Renzi al figlio dell’eroe greco Ulisse, Telemaco, non credo sia legato solo a una prospettiva generazionale, o alla chiave psicanalitica dell’ormai celebre saggio di Massimo Recalcati (Il complesso di Telemaco).

Potrebbe, o dovrebbe, essere qualcosa in più. Potrebbe, o dovrebbe, legarsi a domande fondamentali: che cosa facciamo dei padri, e del passato? La ricerca di ciò che sta alle spalle ci rende prigionieri o più saggi? E ancora: di quali padri vogliamo essere eredi? La scelta più determinante è questa, e mi pare, negli ultimi decenni italiani, la meno considerata. Abbiamo preferito i padrini ai veri padri, i padroni ai maestri, la complicità all’autorevolezza. E ci siamo ritrovati sopra alle teste un pantheon alla rovescia di carrieristi e di mediocri che hanno protetto solo sé stessi. Il Telemaco utile al futuro dell’Italia e dell’Europa è un Telemaco che, prima di partire per il viaggio di ricerca, sceglie a quale padre andare incontro. Arriva lì, ascolta la sua storia, la raccoglie, non se ne fa ingabbiare. La riceve, la esplora, ma solo come punto di partenza per cominciare la propria. E diventare, a sua volta, un padre.

L’Unità 03.07.14

"Alla ricerca di una visione coraggiosa", di Elisabetta Gualmini

Ha sparigliato di nuovo le carte ieri il presidente del Consiglio italiano nel suo discorso di insediamento alla guida del Semestre europeo. Ha scelto il registro della passione, dell’ispirazione e dell’emozione, al posto dell’elenco minuzioso dei punti programmatici che scandiranno i prossimi sei mesi. Non si è fatto imbrigliare da un discorso paludato.
E ha preferito relegare ogni dettaglio tecnico sulla politica economica e le altre sfide europee a una misteriosa cartellina distribuita ai parlamentari per i compiti a casa. Come a dire, i dettagli e i tecnicismi ve li studiate dopo, io sono qui per parlare di «politica» e scaldare i cuori.

E così Matteo Renzi anche stavolta parla a braccio, con il consueto esile canovaccio, guarda a destra e a sinistra con grande sicurezza, gli scappa la solita mano in tasca, che poi cerca di riportare saldamente ad afferrare il leggio come per impedirsi di lasciarla andare, e si muove con massimo agio tra citazioni massime (Aristotele e Dante, Pericle ed Enea, il Colosseo e il Partenone) e citazioni minime: se facessimo un selfie dell’Europa vedremmo stanchezza, noia e rassegnazione. Questo metodo è parte del suo messaggio ed è impensabile che cambi. A Firenze come ai vertici di Bruxelles.

Un colpo da maestro di Matteo-il-comunicatore. Il più giovane premier italiano di sempre che dentro ad una delle istituzioni della vecchia e ingessata Europa, tutta tecnocrazia e cavilli, il regno dei burosauri e dei procedimenti ipercomplicati, ha l’ardire di mettere da parte i richiami all’ortodossia (nel senso letterale di metterli in una carpetta) e di provare a risvegliare il sogno europeo. Dopo l’incubo della crisi, Matteo il nuovo coach dell’Europa è lì a dire che il sogno di una comunità di popoli non si è ancora dissolto. Whatever it takes to save the European dream potremmo dire, parafrasando Draghi. Invece dell’euro e dello spread, prima di tutto la Comunità Europea. Quella di Monnet, Schumann e Spinelli, una comunità di popoli o una federazione di Stati, che vada oltre qualsiasi nazionalismo. «La grande sfida che l’Europa ha di fronte a sé è quella di ritrovare l’anima, perché se dobbiamo unire le nostre burocrazie, a noi basta la nostra». E la generazione Telemaco (copyright Massimo Recalcati) è lì pronta ad assumersi le proprie responsabilità e a raccogliere l’eredità dei padri.

E non c’è dubbio che in una Europa vecchia e stanca, ingobbita dagli anni bui della recessione, piuttosto che dei discorsi ingessati di un Van Rompuy, di un Juncker o di una Angela-rigore-e-ordine, ci sia bisogno proprio di un Matteo.

Dunque bene che Renzi voglia proporre una visione e non la somma di misure tecniche. Ma con tutta la benevolenza che giustamente instilla, va detto che la visione ancora non c’è. Difficile pensare che la scommessa di una nuova Europa possa stare appesa allo scambio tra riforme interne e un po’ di flessibilità, qualche margine in più per le spese messe sotto la voce investimenti, o tempi un po’ più lunghi per pagare il debito. Il vero snodo per cambiare verso all’Europa è seguire l’esempio americano. Serve un vero e proprio New Deal, come ha ribadito Romano Prodi anche ieri in una intervista a Radio Capital: un piano keynesiano di massicci investimenti in settori strategici come infrastrutture, formazione superiore e banda larga, mentre si chiede ai governi nazionali di diventare più efficienti e mantenere rigidamente i conti in ordine.

Se il premier vuol mettere il suo talento e la sua forza a servizio della nuova Europa dovrebbe sfruttare questo momento di grazia e il semestre per riscrivere l’agenda seguendo la lezione di Delors, non per negoziare piccoli margini di flessibilità che non portano lontano e che sollevano immediatamente le critiche dei Paesi del Nord e della Germania. Lo scambio da chiedere è tra riforme e rigore finanziario interni contro massicci investimenti comunitari per la crescita, concentrati nei Paesi in cui la crescita non s’intravede. Questa sì che sarebbe una strada coraggiosa e una proposta veramente alternativa all’austerità! Certo, sei mesi non basteranno, ma Renzi può davvero essere lo sprinter d’Europa, come ha titolato oggi Le Monde, e porre le basi per un’Europa meno austera. Se solo sposta il traguardo un po’ più lontano.

La stampa 03.06.14

"La missione di Telemaco", di Massimo Recalcati

Intanto perché Telemaco — o il suo complesso come ho titolato un mio libro di due anni fa — , diversamente da Edipo, non vive nell’antagonismo mortale e sterile nei confronti dei padri come è accaduto per le generazioni del ‘68 e del ‘77. Telemaco si configura piuttosto come l’immagine del figlio giusto, cioè del giusto erede. Essere figli giusti, essere giusti eredi, significa riconoscere il debito simbolico con chi è venuto prima di noi. È entrare in una relazione generativa con i nostri avi. Questo ha fatto Renzi nei confronti dei padri costituenti dell’Unione Europea.
Il riconoscimento del debito è la condizione necessaria per essere giusti eredi. Ma Telemaco e con lui le nuove generazioni, sa bene che l’eredità non è acquisizione passiva di rendite, di beni o di geni. Piuttosto — come ricordava nell’ultima frase scritta di suo pugno il padre della psicoanalisi citando Goethe — per possedere davvero quello che i padri hanno lasciato devi riconquistarlo. È questo il movimento più autentico dell’ereditare. Ecco perché Telemaco non è solo una figura della nostalgia. Egli non si limita ad attendere dal mare il ritorno glorioso del padre per riportare la Legge ad Itaca offesa dai Proci. Non assomiglia per nulla ai personaggi beckettiani di Aspettando Godot che restano paralizzati nell’attesa di essere salvati. È necessario invece che il figlio si cimenti nel suo proprio viaggio e che corra il pericolo più grande, è necessario che sfidi il mare. È con il viaggio di Telemaco e non con quello di Ulisse che si apre l’Odissea di Omero. I Proci attentano la vita del figlio che vuole ristabilire la Legge nella sua città. Eppure i nostri figli — Matteo Renzi compreso — , diversamente da Telemaco, non sono figli di re, non ereditano regni. Piuttosto viene lasciato loro un mondo incerto, senza futuro e senza speranza. Ma il figlio giusto, il giusto erede, è anche colui che sa assumere fino in fondo la propria responsabilità. L’etimologia del termine erede — come ha mostrato bene Massimo Cacciari — viene infatti dal greco cheros che significa spoglio, deserto, mancante e che rinvia a orphanos, orfano. Questo significa che è solo il viaggio del figlio che rende possibile la fondazione di una nuova alleanza tra le generazioni.
Il nostro tempo non è il tempo degli adulti che non esistono più e di cui la crisi della politica è stata una delle manifestazioni più acute. I padri si sono persi nella maschera paradossale di una giovinezza che non vorrebbe mai finire confondendosi coi loro figli. La notte dei Proci che ha caratterizzato i nostri ultimi venti anni è anche la notte di una caduta della differenza simbolica tra le generazioni. Oggi è il tempo dei figli e del loro viaggio: Telemaco, diversamente da Edipo non vuole la pelle del padre, non rifiuta la filiazione, non entra in un conflitto mortale con i suoi avi. Sa che per riportare la Legge ad Itaca bisogna unire le forze, bisogna rifondare un patto tra le generazioni.

La Repubblica 03.06.14