Latest Posts

"Quel dialogo tra finti sordi", di Andrea Bonanni

Matteo Renzi a Strasburgo ha parlato per venti minuti. Eppure i discorsi sono stati almeno quattro, uno più importante dell’altro. Il primo è stato il discorso con cui il premier ha cercato di ricordare all’assemblea che l’Europa non è solo un braccio di ferro sui soldi. Ma è anche e soprattutto la ricerca di una identità e di «un’anima».
Il secondo discorso è stato quello, mai effettivamente pronunciato, a cui però ha ritenuto di dover rispondere polemicamente il capogruppo dei Popolari, il tedesco Manfred Weber, invitando perentoriamente l’Italia a rispettare il Patto di Stabilità, che peraltro Renzi non ha mai detto di voler disattendere.
Il terzo è stato la risposta giustamente secca del presidente del Consiglio sui «pregiudizi» anti-italiani di cui Weber aveva appena dato ampia prova. Il quarto discorso non l’ha pronunciato Renzi ma il neo-eletto capogruppo dei socialisti europei, Gianni Pittella, quando ha ricordato al Ppe che, senza un accordo sulla flessibilità, sarebbe saltato anche il consenso del Pse sulla nomina di Juncker.
Ci sarebbe poi addirittura un quinto discorso, quello che Renzi non ha voluto fare a Strasburgo cancellando la tradizionale conferenza stampa internazionale di apertura del semestre di presidenza per non perdersi la possibilità di intervenire a “ Porta a Porta”: una brutta gaffe che contraddice le nobili parole pronunciate poco prima. Telemaco, per usare la sua metafora, se la sarebbe risparmiata.
Ma quello che conta davvero è l’apparente dialogo tra sordi che si è svolto ieri in Parlamento europeo e che darà l’impronta non solo al semestre di presidenza italiana ma anche al dibattito che monopolizzerà l’Europa per i prossimi anni. Perché quei sordi, in realtà, ci sentono benissimo. E, facendo finta di non capirsi, si lanciano messaggi molto chiari.
Il messaggio lanciato da Renzi nel suo discorso, dove non a caso non ha pronunciato neppure una volta la parola “flessibilità”, è in realtà di portata strategica. Attenzione, dice in sostanza il leader italiano, noi stiamo a discutere sui punti decimali del deficit o del debito. Ma un’Europa che si chiude in questo tipo di dibattiti è destinata a soccombere nella competizione politica ed economica con le altre potenze mondiali che varano programmi di investimenti giganteschi, mantengono ritmi di crescita per noi inarrivabili, e affermano in modo sempre più deciso ed aggressivo la propria identità politica sulla scena planetaria. Se non ci adeguiamo al passo del resto del mondo, non è solo l’Italia che sprofonda, ma tutta l’Europa, con la Germania in testa.
La risposta di Weber è altrettanto importante, perché dà la misura delle difficoltà che la presidenza italiana dovrà affrontare. Da una parte, infatti, c’è l’eterno, e non sempre ingiustificato, pregiudizio nei confronti del nostro Paese. La diffidenza, molto tedesca, che qualsiasi discorso declinato in italiano, per quanto nobile, per quanto alto, nasconda in realtà una richiesta di soldi e, in definitiva, una fregatura. La seconda, e più preoccupante, difficoltà è quella di riuscire a far ragionare l’Europa in modo strategico. Si direbbe che il danno peggiore dei parametri di Maastricht e del Patto di stabilità non sia nella validità o meno dei limiti che impone, e neppure nella scelta del rigore finanziario,
ma nella miopia un po’ solipsistica a cui ha condannato l’Europa per vent’anni in una logica claustrofobica.
Tutti presi a farci le pulci l’un l’altro, rischiamo di non accorgerci delle minacce che arrivano dal di fuori e delle sfide che stiamo perdendo senza neppure rendercene conto.
Il terzo discorso, la risposta di Renzi a Weber, merita di essere menzionato non solo perché dà la misura di una leadership che non intende farsi dare lezioni, ma perché rimanda ad un altro epico scontro tra un premier italiano e un capogruppo tedesco che segnò la precedente presidenza dell’Italia. Nel 2003 il presidente del Consiglio era Silvio Berlusconi, del Ppe, e il capogruppo era Martin Schulz, del Pse. Anche Schulz attaccò duramente Berlusconi. Ma, invece di una risposta articolata e argomentata come quella che ieri Renzi ha dato a Weber, si sentì dare del «kapò»: un insulto gratuito e xenofobo che dimostrava solo la mancanza di argomenti di Berlusconi e la sua totale incomprensione di che cosa sia l’Europa e di quale sia, appunto, la sua anima.
Non è un caso se ieri, undici anni dopo, Schulz sedeva accanto a Renzi come presidente del Parlamento
europeo, mentre Berlusconi si trova affidato dalla Giustizia ai servizi sociali.
Il quarto discorso, il primo pronunciato da Gianni Pittella come capogruppo dei socialisti europei, ci riporta al braccio di ferro sui conti pubblici che sarà il tormentone della presidenza italiana. Ma ci fa capire anche come il nuovo ruolo del Parlamento europeo stia già cambiando in profondità le regole del gioco politico in seno alla Ue. Se il Ppe vuole un accordo con i socialisti per governare l’Europa, dice in sostanza Pittella, deve anche tenere conto degli impegni che i socialisti hanno preso con i loro elettori.
La nuova accountability democratica, cominciata con la designazione
di Juncker a presidente della Commissione, mette fine alla schizofrenia consociativa della vecchia Europa in cui i leader nazionali e i partiti politici governavano per consenso, ma poi si ritenevano liberi di polemizzare platealmente a beneficio dei propri elettori rinnegando in pubblico gli accordi appena conclusi in privato. Ed è, quella, un’Europa di cui certamente non sentiremo la mancanza.

La Repubblica 03.07.14

Generazione Telemaco: il dovere di meritare l'eredità", di Matteo Renzi

Se oggi l’Europa facesse un selfie che immagine verrebbe fuori? Posso dirlo con estrema preoccupazione? Emergerebbe il volto della stanchezza, in alcuni casi della rassegnazione. Se dovessi dirlo in modo sintetico, l’Europa oggi mostrerebbe nel selfie il volto della noia. Questa mattina si è chiuso il semestre greco, con un passaggio di consegne. Se in tutto il mondo ci si chiede qual è il testimone tra Grecia e Italia, si pensano cose straordinariamente affascinanti: qualcuno pensa al rapporto tra Anchise ed Enea, tra Pericle e Cicerone. Grecia e Italia sono agorà e foro, il tempio e la Chiesa, il Partenone e il Colosseo. E invece non pensiamo a questo quando parliamo di Grecia e Italia, e neanche al senso della vita, nonostante Aristotele e Dante, Archimede e Leonardo. Pensiamo alla crisi, allo spread, alle difficoltà finanziarie, perché è molto forte nel nostro corpo la ferita lasciata dalla recente difficoltà congiunturale economica. La grande sfida del semestre europeo non è elencare una serie di appuntamenti che pure ci saranno, la grande sfida del nostro continente è ritrovare l’orgoglio, il senso profondo dello stare insieme. Un’identità forte, profonda, altrimenti perdiamo la sfida.

L’Italia ha parlato un linguaggio di verità, dicendo che siamo noi a dover fare le riforme, e in queste ore il Senato sta votando la riforma che cambia le regole del gioco nel nostro Paese. L’Italia non viene qui per chiedere all’Europa i cambiamenti che lei non è in grado di fare, ma a dire che lei per prima ha voglia di cambiare. E lo fa con il coraggio di chi va nelle istituzioni europee non per chiedere, ma per dare. Noi non chiediamo di cambiare le regole, diciamo, però, che rispetta le regole chi si ricorda che abbiamo firmato insieme il patto di stabilità e crescita. La richiesta di crescita come elemento fondamentale della politica economica europea serve all’Europa e anche all’Italia: senza crescita l’Europa non ha futuro. Noi non chiediamo un giudizio sul passato, non ci interessa. Ci interessa cominciare il futuro.

Qui non c’è un’Italia che chiede scorciatoie, ma un’Italia che con coraggio e orgoglio chiede di fare la propria parte. E c’è anche una generazione nuova. Una generazione Telemaco. La nostra generazione ha il dovere di riscoprirsi Telemaco, ha il dovere di meritare l’eredità. Noi non vediamo il frutto dei nostri padri come un dono dato per sempre, ma come una conquista da rinnovare ogni giorno.

L’Italia vuole vivere questo semestre immergendosi nello spirito della discussione europea, portando la propria voce nella politica estera. Non si può non ascoltare la voce che chiede libertà e Europa che viene dall’Ucraina e dai paesi dell’Est del nostro continente, ma contemporaneamente diciamo che non si costruisce l’Europa contro il nostro maggiore vicino.
Nel nostro semestre dovremo essere capaci di affrontare con forza la questione della semplicità delle nostre istituzioni. Se in questa Smart Europe che vogliamo costruire tutti insieme saremo al fianco di chi ha idee politiche diverse, questo dovrà essere un fatto che ci inorgoglisce. Un’Europa senza Regno Unito sarebbe meno Europa, sarebbe meno sé stessa.

Non ci sarà nessuno spazio per l’Europa se accetteremo di restare soltanto un puntino su Google maps. Noi siamo una comunità, un popolo, non un’espressione geografica. Perché questo accada, nel semestre europeo dobbiamo affrontare la questione della semplicità.

L’Europa deve tornare a essere una frontiera. Lo è fisicamente, geograficamente, tutti i giorni. E’ una frontiera anche perché se guardiamo la cartina geografica vediamo il luogo che ha il maggior numero di chilometri di coste, siamo geograficamente per forza una frontiera. Questo ci pone molti problemi, ne sappiamo qualcosa noi in Italia in questo momento, quando le difficoltà in Libia, non genericamente in Nord Africa ma in Libia, stanno portando a una serie di stragi nel nostro Mediterraneo, mare nostrum per i latini, ai quali cerchiamo di far fronte con operazioni condivise dai capi di governo e dalla Commissione, e riusciremo a far fronte in modo più deciso con Frontex Plus. Ma non c’è solo l’immigrazione, dobbiamo provare a rovesciare l’approccio: l’Africa deve vedere un’Europa protagonista non solo con gli investimenti economici o con la questione energetica, ma anche nella dimensione umana. Voi rappresentate, quale vertigine, un faro di civiltà, la civilizzazione della globalizzazione.

www.partitodemocratico.it

Riforme: lettera del PD al Movimento 5 Stelle

Il testo della lettera che Alessandra Moretti, Debora Serracchiani, Matteo Renzi e Roberto Speranza hanno inviato agli onorevoli M5S, Di Maio, Toninelli, Brescia e Buccarella

Gentili onorevoli Di Maio, Toninelli, Brescia e Buccarella,

vi ringraziamo innanzitutto per la disponibilità al confronto sulla legge elettorale e sulle riforme. E anche per la civiltà del confronto dello scorso 26 giugno. Si possono avere idee diverse ma riuscire a parlarsi ed ascoltarsi serve. Serve sempre.

Come forse ricorderete la nuova segreteria del Pd – eletta da un processo democratico che ha coinvolto circa tre milioni di persone – ha immediatamente tentato di aprire un canale di collegamento con voi. L’esito non è stato fortunatissimo, all’inizio. Ma non abbiamo mollato come potete vedere (intervista al “Fatto”, lettera ai partiti).

Le vostre posizioni sulla legge elettorale sono state nei mesi molto diverse. Dalla mozione Giachetti in cui avete votato a favore del Mattarellum, al post di Beppe Grillo che si schierava per il voto con il Porcellum, all’altro post in cui il vostro fondatore proponeva di votare con il Consultellum. Il tutto intervallato da due progetti di legge con primo firmatario l’onorevole Toninelli.

Ci pare di aver capito che fa fede l’ultimo Toninelli e che siate disponibili a riflettere insieme anche sulle riforme costituzionali e istituzionali. Proviamo a entrare nel merito.

Se siamo d’accordo, vediamo quattro limiti invalicabili al Toninelli-Bis:

1) Non c’è la certezza di avere un vincitore. Con il vostro sistema non c’è governabilità.
2) Le alleanze si fanno dopo le elezioni, non prima. Con il vostro sistema si istituzionalizza l’inciucio ex post.
3) Il sistema della preferenza negativa attraverso l’eliminazione di un nome è molto complicato. Con il vostro sistema si rende più difficile il voto.
4) Ci sono collegi in cui sulla scheda i nomi scritti sarebbero oltre 40. Con il vostro sistema in alcuni collegi la scheda elettorale diventa un lenzuolo

Avete correttivi per questi quattro punti? Ritenete sbagliate le nostre osservazioni? Diteci con franchezza le vostre. Siamo pronti a confrontarci insieme. Per questo vi poniamo dieci ulteriori elementi di riflessione.

1. Per noi un vincitore ci vuole sempre. L’unico modello che assicura questo oggi in Italia è la legge elettorale che assegna un premio di maggioranza al primo turno o al secondo turno. Il Movimento 5 Stelle, per esempio, ha vinto a Parma, Livorno e Civitavecchia nonostante al primo turno abbia preso meno del 20% dei voti. Però poi al ballottaggio ha ottenuto la metà più uno dei votanti. Vi chiediamo: siete disponibili a prevedere un ballottaggio, così da avere sempre la certezza di un vincitore? Noi sì.
2. Siete disponibili ad assicurare un premio di maggioranza, al primo o al secondo turno, non superiore al 15%, per garantire a chi ha vinto di avere un minimo margine di governabilità? Noi sì.
3. Siete disponibili a ridurre l’estensione dei collegi? Noi sì.
4. Siete disponibile a far verificare preventivamente la legge elettorale dalla Corte Costituzionale, così da evitare lo stucchevole dibattito “è incostituzionale, è costituzionale”? Noi sì.
5. Siete disponibili a ridurre il potere delle Regioni modificando il titolo V e riportando in capo allo Stato funzioni come le grandi infrastrutture, l’energia, la promozione turistica? Noi sì.
6. Siete disponibili ad abbassare l’indennità del consigliere regionale a quella del sindaco del comune capoluogo ed eliminare ogni forma di rimborso ai gruppi consiliari delle Regioni? Noi sì.
7. Siete disponibili ad abolire il CNEL? Noi sì.
8. Siete disponibili a superare il bicameralismo perfetto modificando il Senato in assemblea che non si esprime sulla fiducia e non vota il bilancio? Noi sì.
9. Siete disponibili a che il ruolo del Senatore non sia più un incarico a tempo pieno e retribuito, ma il Senato sia semplicemente espressione delle autonomie territoriali? Noi sì.
10. Siete disponibili a trovare insieme una soluzione sul punto delle guarentigie costituzionali per i membri di Camera e Senato, individuando una risposta al tema immunità che non diventi occasione di impunità? Noi sì.

Su questi temi, se volete, noi ci siamo. Anche su altri temi, se vi va. Avete molti parlamentari europei, ad esempio: sarebbe bello riuscire a dimostrare all’Europa che tragiche vicende come quelle che si verificano nel Mediterraneo debbono essere affrontate tutti insieme. Si possono voltare le spalle all’Inno, non si possono voltare le spalle ai problemi. Ma non vogliamo mettere troppa carne al fuoco. Noi su legge elettorale e riforme costituzionali siamo pronti a vederci. Se prima ci rispondete, il dialogo sarà ancora più utile.

Noi ci siamo. Senza la pretesa di aver ragione. Senza l’arroganza di fare da soli. Ma anche senza alibi e senza paura. Un mese fa, oltre il quaranta per cento degli italiani ci ha chiesto di cambiare l’Italia per cambiare l’Europa. Non possiamo tradire quella speranza. Ci piacerebbe che potessimo farlo anche assieme a voi perché pensiamo che i nostri connazionali che hanno votato per il Movimento Cinque Stelle chiedano, come tutti, un Paese più semplice ed efficace.

Attendiamo le Vostre considerazioni.

Un saluto cordiale,
per il Pd

Alessandra, Debora, Matteo, Roberto

www.partitodemocratico.it

"Lavoro, sprofondo rosa: boom di donne disoccupate", da L' Unità

Attestata nel nostro Paese su livelli record ormai da mesi, la disoccupazione non accenna minimamente ad un’inversione di tendenza. Anzi, come certificato dai dati diffusi ieri, il costo della vita ritorna persino a salire, un andamento che per Susanna Camusso dimostra «come in assenza di politiche per la creazione di lavoro è difficile pensare che la disoccupazione si riduca». Ed un’ulteriore brutta notizia sta nell’incremento del numero di donne prive di un posto di lavoro, un dato in netta controtendenza rispetto a quello maschile, tanto da attestarsi nel mese di maggio su livelli da primato.

Dunque, il tasso di disoccupazione a maggio è lievemente cresciuto, atte- standosi sul 12,6% (12,5% in aprile), con un incremento dello 0,1% su mese e dello 0,5% su anno. In questo modo l’indice è tornato ai livelli di marzo, vicino ai massimi storici del 12,7% registrati sia a gennaio che a febbraio. Numeri diffusi dall’Istat che ha quantificato in 3.222.000 il numero dei disoccupati, in aumento dello 0,8% su mese (pari a 26mila in più) e del 4,1% su base annua (in crescita di 127mila unità). Nel dettaglio, i disoccupati tra i 15-24enni sono 700mila: l’incidenza dei giovani senza lavoro sul totale dei cittadini della stessa classe di età (compresa la maggioranza che è ancora impegnata negli studi) è pari all’11,7%, cioè più di uno su dieci non svolge alcun mestiere, in crescita di 0,2% su mese e di 1,1% su anno. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi, occupati e non, è invece pari al 43%, in calo di 0,3% su mese ma in aumento del 4,2% su anno. Ed ancora, a maggio gli occupati risultano essere 22.360.000 (+0,2% su mese pari a +52mila, -0,3% su anno pari a -51mila). Il tasso di occupazione è al 55,5%, in crescita dello 0,1% su mese e in calo dello 0,1% su anno.

Continuando ad esaminare i numeri forniti dall’Istituto nazionale di statistica, si nota come il numero di inattivi tra i 15 e i 64anni è in calo dello 0,5% rispetto al mese precedente, e dell’1% nel paragone con un anno prima. Il tasso di inattività è così attestato al 36,3%, in calo di 0,2 punti percentuali su mese e di 0,3 punti su base annua. A maggio, poi, la disoccupazione cala per la componente maschile dell’1,6% ma cresce per quella femminile addirittura del 3,8%; su anno il numero dei disoccupati cresce sia per gli uomini, +2,2%, sia per le donne, +6,3%. Continuando a ragionare per genere, il tasso di disoccupazione maschile si attesta all’11,7%, in calo di 0,2 punti su mese e in aumento dello 0,2 punti su anno; di contro, quello femminile è pari al 13,8%, in crescita di 0,5 punti su mese e di 0,8 punti su base annua. In quest’ultimo caso si tratta dell’indice più alto dall’inizio delle serie storiche risalente al 2004 e, considerando i dati trimestrali destagionalizzati, dal secondo trimestre 2000.

DIFFERENZE RILEVANTI

Del resto, la differenza fra uomini e donne in tema di opportunità lavorati- ve emerge pure da ulteriori dati. Infatti, l’inattività, sempre a maggio, diminuisce dello 0,8% fra gli uomini e solo dello 0,3% fra le donne; in calo anche a livello tendenziale dell’1,8% fra gli uomini e dello 0,6% fra le donne. I giovani inattivi sono invece 4.355.000, in calo dello 0,9% su mese, pari a 40mila in meno, e dello 0,6% su base annua, ossia 28mila in meno. Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni si attesta così al 72,8%, in calo dello 0,6 punti su mese e stabile su base annua. L’occupazione, sempre a maggio, è aumentata dello 0,6% fra gli uo- mini ma è calata dello 0,3% fra le donne, ed anche su base annua l’occupazione registra un incremento dello 0,3% fra gli uomini e diminuisce dell’1% fra le donne. Netta la differenza fra i sessi in relazione al tasso di occupazione maschile, che è al 64,8% (+0,3 punti su mese, +0,2 punti su anno) mentre quello femminile è ancorato al 46,3% (-0,2 punti su mese, +0,3 punti su anno). Infine, a maggio nella fascia dei giovani tra i 15 e i 24 anni gli occupati sono 928mila, in aumento del 2,7% rispetto ad aprile, pari a 24mila in più, ma in calo del 7,7% su base annua, cioè 77mila in meno. Il tasso di occupazione giovanile è così fissato al 15,5% (+0,4 punti su mese, -1,2 punti su anno).

Per il segretario generale della Cgil, come detto, per invertire il trend sulla disoccupazione bisogna investi- re nel lavoro. «È evidente che le difficoltà del Paese continuano ad esserci – ha dichiarato Susanna Camusso a margine di un seminario al Cnel – e siccome non sono state fatte politiche per la creazione di lavoro è difficile pensare che la disoccupazione si riduca». Per la leader della Cgil «o si investe direttamente nella creazione di lavoro e si inverte la tendenza, o saremo costretti a registrare mese dopo mese un peggioramento della disoccupazione». Secondo Camusso va quindi ripensato «il modello di sviluppo e di coesione sociale. La crescita non può essere solo legata all’export di beni».

******

«Mancano politiche sociali per sostenere le lavoratrici», di Chiara Saracebi

«Da un lato c’è questo dato allarmante – commenta la sociologa Chiara Saraceno -, ennesimo effetto della crisi, con la disoccupazione femminile che torna ad aumentare ben di più di quella maschile. Dall’altro c’è l’evidenza di un problema cronico, per risolvere il quale non può bastare la capacità delle donne, per quanto ammirevole, di organizzarsi, di cercare di conciliare la famiglia con l’attività lavorativa». Vuole dire che fra vent’anni potremmo essere qui a fare la stessa intervista?

«Il rischio c’è, anche perchè la via maestra per risolvere il problema della diversa incidenza della disoccupazione femminile sta nelle politiche sociali. Un argomento, questo, che tornando all’attualità non mi sembra la principale preoccupazione dell’attuale governo».

Che cosa rimprovera all’esecutivo?

«Mi limito a constatare che nell’agenda di Renzi la questione delle politiche sociali e quella dei servizi sono sparite, e questo dopo anni di tagli continui che hanno messo in enorme difficoltà le tante donne che devono dividersi fra casa e lavoro. Guardi, facendo riferimento alle ultime rivelazioni dell’Istat, c’è un dato che sintetizza bene la situazione».

Quale?

«Quello che evidenzia come per la prima volta da molto tempo a questa parte è diminuito il tasso di occupazione delle madri. Dopo anni di una crescita continua, seppur molto lenta, delle donne impegnate in famiglia e al lavoro, rischiamo in pochi mesi di tornare al punto partenza. La spiegazione è molto semplice e sta in quanto ho detto prima. Di fronte ai tagli alle politiche sociali ed al costo eccessivo dei servizi offerti in alternativa dai privati, pensiamo ad esempio al costo degli asili nido, sempre più donne sono costrette a mollare il lavoro per occuparsi ancor più dei figli».

Insomma, questo andamento nettamente divergente dell’occupazione femminile e maschile non la sorprende affatto. «No, anche se poi i numeri vanno letti con attenzione. Facendolo ci si accorge che le dinamiche del lavoro femminile sono influenzate anche da un fenomeno particolare».
A cosa si riferisce?
«A molte donne che decidono di uscire dal grande gruppo della popolazione inattiva e segnalano la loro necessità di trovare un impiego. Necessità che se non viene soddisfatta finisce con l’ingrossare il dato percentuale relativo alle donne senza lavoro, anche senza una corrispondente perdita di occupazione femminile. Se poi aggiungiamo che quest’ultima c’è, eccome, allora la netta differenza con il mercato del lavoro maschile si spiega molto più facilmente».
In questi mesi si è molto parlato, e si è anche fatto, in tema di presenza femminile nei posti di elevata responsabilità dirigenziale, ad esempio nei consigli di amministrazione delle grandi aziende. Un segnale in controtendenza?

«Fino a un certo punto. O meglio, si tratta di una tematica su cui bisogna evitare di fare confusione. Io giudico senz’altro positivamente il dibattito sulle quote rosa, così come il riequilibrio a favore delle donne nei più importanti organismi decisionali di aziende ed istituzioni. Ma non bisogna però utilizzare questo argomento, che riguarda pur sempre poche posizioni di vertice, per sviare in qualche modo l’attenzione».

Vale a dire?

«Che non ci sono vasi comunicanti. Che per una donna che entra in un grande consiglio di amministrazione, non ci sono migliaia di madri che trovano un posto di lavoro riuscendo a mantenere l’organizzazione della vita familiare senza andare incontro a spese ed orari insostenibili».

L’Unità 02.06.14

"Buone domande cattivi pensieri", di Michele Ainis

Diceva Craxi: quando non è possibile risolvere un problema, si nomina una bella commissione. Oggi invece s’indice una consultazione. È più trendy, e almeno in apparenza trasforma ogni elettore in un legislatore. Sarà per questo che gli ultimi tre governi ne hanno profittato a mani basse. Con la consultazione di Monti, nel 2012, sul valore legale della laurea. Con quella battezzata nel 2013 da Letta su «Destinazione Italia» , per attrarre investimenti dall’estero. O dal suo ministro Quagliariello sulle riforme costituzionali (131 mila risposte online). Infine con le consultazioni promosse da Renzi sul Terzo settore (che ha incassato meno di 800 email), nonché sulla riforma della pubblica amministrazione. 
Adesso tocca alla giustizia: 12 punti sottoposti al verdetto telematico, che spaziano dal divorzio breve al processo lungo, dalla carriera dei giudici a quella dei cancellieri, e via via intercettazioni, prescrizioni, informatizzazioni, buone intenzioni. E allora, dove sta il problema? Non nel metodo, ci mancherebbe: è sempre cosa santa e giusta testare gli umori del popolo votante. Dopotutto, in Francia la legge Barnier del 1995 stimola il giudizio dei cittadini sulle grandi opere pubbliche, e così succede in varie altre contrade, su varie altre materie. In Italia però non c’è nessuna legge che regoli queste forme di consultazione, sicché ciascun governo fa un po’ come gli pare. E questo sì, è un guaio. Specie se c’è di mezzo la giustizia, che è forse la più grave emergenza nazionale. 
Da qui un problema di merito sul metodo, mettiamola così. Perché in primo luogo, se ci chiedete un’opinione, dovete poi tenerne conto. Per esempio: a Bologna, nel maggio 2013, si è celebrato un referendum consultivo sui fondi alle scuole private. Hanno vinto i no, ma il Consiglio comunale ha detto sì. Ovvio che poi ti senti buggerato. Ma in secondo luogo un’opinione pesa quando è libera, ed è libera quando ha di fronte alternative chiare, specifiche, puntuali. Meglio ancora se poste in successione progressiva, come hanno fatto i grillini con il loro progetto di legge elettorale. Lì, semmai, il limite era nel limite d’accesso, consentito a pochi congiurati. 
Le domande, quindi. In ogni referendum (elettronico o cartaceo) contano più delle risposte, come osservò a suo tempo Bobbio. Perché le orientano, e spesso le prefigurano. Ma in questo caso, quali domande ci domanda il domandante? Per esempio, se intendiamo premiare i meriti nel cursus honorum dei magistrati. Certo che sì, ma come? Silenzio tombale: più che una domanda, è un quiz. Oppure se siamo o no d’accordo sulla riforma delle intercettazioni; tuttavia l’esecutivo confessa di non avere alcuna idea circa il da farsi. Ancora: le correnti giudiziarie, chi le compra? Probabilmente nessuno; ma il problema, di nuovo, è come venderle, come liberare il Csm dalle loro unghie rapaci. E la separazione delle carriere? Qui manca del tutto il quesito, magari per un eccesso di discrezione, di bon ton . 
Diceva Oscar Wilde che le domande non sono mai indiscrete; però lo sono, talvolta, le risposte. Ecco perciò la nostra domanda: qual è la linea del governo in materia di giustizia? Perché il silenzio, si sa, alimenta i cattivi pensieri. Come il sospetto d’una trattativa sottobanco con l’Anm; e sarebbe imbarazzante la concertazione con il sindacato giudiziario, dopo averla bandita con gli altri sindacati sul lavoro. Ma si fa presto a sbarazzarsi dei sospetti. Basta che la prima consultazione il governo la faccia con se stesso.

da Il Corriere della Sera

"L'autunno di un uomo e di un Paese", di Cesare Martinetti

Nemmeno il più crudele dei suoi nemici avrebbe potuto immaginare Nicolas Sarkozy rinchiuso in una caserma della Police Nationale, a Nanterre, in una di quelle banlieues dove da primo flick di Francia aveva costruito la sua fortuna politica promettendo il pugno duro contro la «racaille», la feccia dei quartie ri. «En taule, en taule», (in galera, in galera), era diventato il suo mantra. Ora che «en taule» c’è andato lui, primo ex presidente della Quinta Repubblica, la sua parabola assomiglia a un grottesco contrappasso. Ma è sull’intero Paese che scendono le ombre di un autunno inoltrato: Sarko in fermo giudiziario, il suo successore Hollande ormai consacrato come il più impopolare della storia. Marine Le Pen ringrazia e sorride.  
 
L’immagine di un ex presidente trattenuto in fermo giudiziario e sostanzialmente sospettato di aver corrotto dei giudici cade come una ghigliottina sulla sacralità della monarchia repubblicana disegnata sulla sagoma di De Gaulle negli Anni Cinquanta. Per quanto possa spiegare, chiarire, aggiustare è davvero difficile immaginare che il «piccolo Nicolas», come veniva chiamato con affettuosa perfidia in casa Chirac, possa rientrare in politica e di nuovo giocarsi la partita dell’Eliseo nel 2017. In casa Ump, il partito erede del gollismo, dilaniato da scandali e rivalità, lo aspettavano come il messia. E lui alimentava l’attesa con piccole messe in scena, come quella di lasciarsi crescere la barba per far credere che era imminente l’annuncio del ritorno in campo. Un tentativo di evocare la discesa in campo di dieci anni fa quando aveva dichiarato la sua candidatura dicendo: «Penso all’Eliseo ogni mattina facendomi la barba…». 
 
E invece, dietro le sue spalle è apparso ora, minaccioso, il fantasma di Gheddafi, come se il colonnello libico stesse consumando la sua vendetta. Tutto l’impazzimento di Sarkozy parte dalla rivelazione di un finanziamento libico per la campagna elettorale presidenziale del 2007. Un sospetto che si è diffuso durante la campagna 2012, grosso modo intorno all’uccisione del dittatore. In effetti il mandato di Sarkozy è stato segnato da una strana relazione Francia-Libia. L’endorsement del colonnello per il nuovo Presidente francese fu immediato e spettacolare. Cécilia Sarkozy (allora ancora moglie del Presidente) andò personalmente ad accogliere le infermiere bulgare liberate dopo anni di prigionia in Libia, per un caso umanitario che aveva fatto discutere il mondo intero che divenne una straordinaria passerella di immagine per la nuova «coppia» dell’Eliseo. Seguì una visita spettacolare e imbarazzante del colonnello a Paris con il solito contorno folkloristico dell’accampamento da beduino installato in un parco della capitale francese. Furono firmate commesse milionarie di tecnologie nucleari. 
 
Ma poi, con uno spettacolare cambiamento di fronte, è stato proprio Sarkozy a decidere l’attacco alla Libia senza consultare gli alleati, come conferma Hillary Clinton nel libro di memorie appena pubblicato. Il Presidente francese ha successivamente arruolato nell’operazione il premier britannico Cameron e trascinato il riluttante Obama infischiandosi delle resistenze italiane, espresse con esitazione e imbarazzo da Berlusconi. Comprensibile che il Presidente francese volesse giocarsela da protagonista nelle primavere arabe (anche se l’esito è quello che sappiamo, soprattutto in Libia); ma le ragioni di tanto accanimento su Gheddafi dopo le numerose manifestazioni di amicizia, interesse politico e business sono evidentemente una storia gravida dei peggiori sospetti e ancora tutta da raccontare. 
 
L’obbiettivo degli inquirenti che per la prima volta hanno tolto la libertà a un ex presidente della République è meno ambizioso. Per ora scoprire quello che in francese si dice «traffico di influenza» e che noi chiamiamo concussione che si sarebbe svolto tra lui, il suo avvocato, due giudici della corte di Cassazione, uno dei quali chiedeva in cambio «un posto a Montecarlo». L’intreccio che questa indagine ha disvelato è devastante per Sarko, che come un piccolo truffatore comunicava con il suo difensore con un telefonino acquistato sotto falso nome, dava dei «bastardi» ai giudici che indagavano su di lui, muoveva le pedine dell’apparato di Stato (polizia e servizi) che lui stesso aveva scelto e nominato per proteggere i suoi segreti e i suoi interessi. 
 
Nella parabola dell’uomo politico c’è quella di un paese che non sa riformarsi e sta decadendo, stretto tra intrighi e scandali della destra e l’impotente paralisi della sinistra al potere. Il grigiore socialdemocratico di Hollande è l’infelice contraltare della pirotecnica politica sarkozista. Il demone del potere ha abbattuto l’unico politico che aveva avuto il coraggio di sfidare i tabù che bloccano il Paese dimostrando così che anche solo per immaginarsi di riformare la Francia bisogna essere matti o mascalzoni. 
 
Da La Stampa

"Populisti senza futuro", di Michele Prospero

La destra estrema di Farage che, in segno di sfida, volta platealmete le spalle, mentre nell’aula di Strasburgo risuonano le note dell’Inno alla gioia, non compie solo un gesto volgare, che stride con quel senso delle istituzioni che sempre dovrebbe scandire la vita dei parlamenti democratici. Annuncia anche che per le accanite forze dell’antipolitica un fronte nuovo si è aperto, ed è dislocato dentro il cuore delle istituzioni europee.

Il vecchio Hegel auspicava la pub- blicità dei lavori parlamentari e cele- brava le sedute descritte dalla stampa come una grande occasione per la crescita della società civile.

Pensava che il potere, sottoposto alla valutazione dell’opinione pubblica informata, operasse come «un grande spettacolo che educava egregiamente i cittadini». Quel sistema che connetteva il funzionamento degli organi della rappresentanza con la vigilanza critica della sfera pubblica, pare sempre più un paradisiaco mondo fantastico, che stride con le infernali cadenze della antipolitica di esportazione coltivata dalle destre europee.

Se per Hegel «la pubblicità è il maggiore mezzo di educazione» (che suppone deputati che parlano tra loro sapendo «che devono servire da modello» per la cittadinanza che sta fuori il palazzo e va depurata da interessi e bisogni troppo angusti), per certi interpreti della antipolitica odierna, abituata al clima focoso della campagna elettorale permanente, quel momento di pubblicità per cui «le camere si connettono con il resto dell’opinione pubblica» cede ad ogni velleità pedagogica ed esalta invece la demagogia più sfacciata, la propaganda più becera, il gesto più rozzo. Un gesto in politica non è mai solo un gesto. Ha anche un significato sintomatico che rivela altre sofferenze che rimangono più nascoste.

Per questo la gazzarra degli uomini di Farage è anche un inquietante termometro del preoccupante livello di guardia cui è giunta in Europa la dialettica politica. E bene ha fatto il movimento di Grillo, che una formazione di destra radicale certamente non è, a dissociarsi dalle trovate degli scomodi alleati inglesi. Il problema di fondo però resta. Che senso ha per un non-partito trasversale (che raccoglie anche fette rilevanti di un consenso di sinistra) accasarsi con certe squallide figure e poi farsi venire gli scrupoli delle anime belle dinanzi alle loro prevedibili intemperanze?

I movimenti populisti d’Europa sono tutti contaminati da un vizio d’origine. È certo lecito inveire contro le élite e aggredire le forme tradizionali della politica. Ma, quando si partecipa alle consultazioni e con il metodo democratico si raccolgono milioni di voti eleggendo schiere di deputati, si fa parte a pieno titolo delle disprezzate élite del potere. E non è più lecito agire dentro il palazzo con la intemperanza dei movimenti di protesta che annunciano il crollo del sistema o simulando la ingenuità dei semplici cittadini che esercitano un controllo sulle azioni del potere senza però sporcarsi le mani con l’onere delle scelte di governo.

Il male oscuro dell’Europa però non è la semplice antipolitica che irrompe come dialetto eccentrico e che a tratti si fa intollerante. Questa rude modalità espressiva, che rompe gli schemi abituali del confronto, è solo una manifestazione sintomatica. Il grande malato europeo rimane la crisi sociale che da sette anni colpisce e non trova le risposte adeguate, possibili ormai solo a livello continentale. La politica è ovunque travolta dal disagio sociale ma non riesce a rintracciare le condizioni culturali della propria autonomia. Eppure un ritorno della politica-progetto è indispensabile per spezzare il paradigma neoliberale che vede proprio nella politica che governa i processi una profonda irrazionalità.

Il liberismo, che vede nella politica autonoma dalle potenze del capitale una completa follia, e il populismo, che combatte contro lo spazio della rappresentanza in nome di spontanei e sempre genuini sentimenti coltivati dal basso, sono atteggiamenti tra loro speculari. Entrambi questi paradigmi lottano per impedire che la politica ritrovi una funzione e riconquisti cioè una autonomia che la riscatti dalla subalternità rispetto alle sentinelle del mercato e della finanza che con la mitologia dello Stato minimo hanno infranto il costituzionalismo europeo dei diritti.

E in questo accanimento contro la ricostruzione di una politica che con autorevolezza torni a governare i processi sociali con misure di giustizia e di eguaglianza, gli euroscettici di piazza non sono poi così diversi dagli euroscettici di palazzo. In comune hanno l’avversione per ogni consolidamento delle istituzioni dell’Europa politica vista come condizione preliminare per uscire dalla crisi e dal malessere sociale sconfinato. Contestando Beethoven l’estrema destra europea fischiava contro il ritorno della politica e voltava le spalle al futuro.

da L’Unità