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"Le riforme che si possono davvero fare", di Stefano Lepri

Forse l’Italia sta rischiando oggi più che nel 1992; pur se questi giudizi storici li dà solo il senno del poi. Allora, almeno, si poteva sperare nei partiti che fino a quel momento non avevano mai governato, o in forze nuove capaci di emergere dalla società civile. Per giunta, inseriti come siamo nell’unione monetaria europea, abbiamo lo sgradevole potere di coinvolgere in un disastro anche altri Paesi. Il 2011 offre meno speranze politiche e molto minori margini di manovra nell’economia.

Nelle ultime ore tutti sembrano essersi convinti che occorra uno sforzo nuovo. Al punto in cui siamo giunti, placare i mercati finanziari sarà arduo; quei mercati che ancora, a quattro anni dall’inizio della grande crisi, conservano l’inquietante forza di avverare sciagure che ritengono probabili. L’Italia deve risalire la china riconquistando una fiducia che i mesi scorsi le hanno fatto perdere. Non basta far meglio le stesse cose che si sono fatte finora.

Ad esempio, come misura per la crescita era stato gabellato a suo tempo lo «scudo fiscale», il cui fallimento sotto questo profilo viene ora riconosciuto perfino da esponenti della maggioranza. Occorre qualcosa che dia l’idea di una svolta netta, come hanno sollecitato, per una volta uniti, i rappresentanti delle imprese e dei lavoratori.

Tutti sono d’accordo che occorrono politiche per lo sviluppo. Non è detto che esistano ricette efficaci, pur se gli economisti gareggiano per dettarne. Al di là delle parole, delle molte scelte possibili non è facile sapere quali funzioneranno; e comunque occorrerà tempo per misurarlo. Nel breve termine, solo la novità e la radicalità possono aiutare. Purtroppo, quando le parti sociali si uniscono per chiedere, in genere sottintendono più spesa pubblica o meno tasse: ovvero ciò che non è possibile concedere adesso. Oggi, le parti sociali dovrebbero dare più che ricevere; possono farlo solo se la politica prende iniziative nuove.

Se pure la Commissione Europea dichiara «piena fiducia» nella manovra di bilancio 2011-2014 appena varata, questo vale per le grandi cifre del quadriennio; ai mercati è chiaro che il punto debole sta nel 2012, anno in cui risultano maggiori tasse per finanziare maggiori spese, mentre il rigore vero è rinviato all’anno dopo. Anticipare qualche misura non sarebbe male. In ogni caso, nell’immediato non c’è nulla da concedere; casomai, se si vuole, si può spostare il peso dei sacrifici dove incide meno sulla crescita.

Occorre dunque puntare su riforme che non costano. Riforme che possano dare speranza ai giovani, aprire nuovi spazi di iniziativa, rompere barriere. Il governo ora promette «una stagione di liberalizzazioni e di privatizzazioni», ovvero ciò che questo centro-destra non ha fatto né dal 2001 al 2006 né dal 2008 ad oggi; sarebbe un segnale ancor più significativo di fronte agli intrecci loschi tra politica ed economia che emergono in questi giorni. Meglio aprire nuovi spazi al mercato invece di continuare a scoprire scandali dove si fa mercato delle nomine negli enti pubblici in cambio di favori.

Perché un Paese vada avanti, occorre motivare i giovani. E’ difficile in una fase in cui i posti di lavoro continuano a calare, eppure sarebbe un’idea rivedere le tutele di chi lavora, un po’ meno a chi ha il posto fisso, di più ai precari dandogli una prospettiva di graduale inserimento e di carriera; come la Banca d’Italia ha suggerito più volte. Qui dovrebbero riflettere i sindacati; mentre gli imprenditori dovrebbero al contrario riconoscere che a frenare la produttività oggi sono spesso normative e prassi che congelano gli equilibri di potere all’interno delle aziende e tra le aziende sul mercato. Ma esiste materia per uno sforzo corale seppur non del tutto unanime – come ci fu nel 1992-93?

da www.lastampa.it

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"Con gli occhi dei bambini", di Giuseppe Caliceti

L’immigrazione vista dal basso, dai minori, è assai diversa da quella che vedono gli adulti.

Il mar Mediterraneo assomiglia sempre di più a una grande bara d’acqua a cielo aperto. I morti ormai non si contano più. Nell’ultima tragedia di Lampedusa sono stati 25, probabilmente uccisi dalla calca nella stiva della nave o forse anche dalle botte ricevute. Tutti innocenti. Con una sola colpa, che poi non è una colpa: sognare un futuro migliore per sé e per le loro famiglie. Tra i 271 sopravvissuti, 36 sono le donne e 21 sono i minori.

L’immigrazione vista dal basso, dai minori, è assai diversa da quella che vedono gli adulti. Me lo hanno spiegato in questi anni, nella scuola primaria italiana, i miei alunni di origine straniera. Provenienti per lo più dal Marocco, dalla Tunisia, dall’Egitto, dall’Albania. «I bambini non immigrano», mi ha detto Aziz, 8 anni, proveniente da un sobborgo di Casablanca. «Non vanno da nessuna parte – ha spiegato – Loro stanno fermi. Sono i grandi che immigrano, i genitori. E allora portano i figli con loro, è logico. Non possono lasciarli da soli. Ma i bambini e i ragazzi sono portati, non sono immigrati». Ha aggiunto Olga, 10 anni, albanese: «Secondo me ogni bambino, ogni ragazzo, vuole vivere e crescere nel paese in cui è nato, vicino ai suoi amici e alla sua famiglia. Ma se i suoi genitori non hanno il lavoro, dopo non hanno neppure i soldi per mangiare, allora è per questo che siamo immigrati: per lavorare, per cercare di fare una vita migliore che in Albania».

D’altra parte, è sempre stato così. Ma pochi se lo ricordano. E tanti fingono di non ricordarselo. A proposito di questa ennesima tragedia Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, ha detto che «evidenzia il senso dell’uomo che decade, che muore proprio nel momento in cui cerca una vita migliore». E auspicando «una riflessione profonda che riguarda tutti, cristiani e non», ha aggiunto: «Quei corpi morti ci devono far riflettere di cosa è un uomo e di quanto infinitamente vale». Già , quanto vale, oggi, in Italia, la vita di un migrante? Molto poco, a giudicare dalla frequenza con la quale si ripetono queste tragedie. La colpa? La fatalità, si sente dire. O la disperazione, che qualcuno cerca di tradurre come un sinonimo di fatalità .

In realtà le responsabilità di chi governa non sono poche. Per prime quelle del governo italiano, che ancora fa fatica a distinguere tra rifugiati, profughi, immigrati, migranti, clandestini, richiedenti asilo politico. Quando sembrava che gli convenisse, ha disatteso le osservazioni dell’Europa contraria ai respingimenti. Quando ci scappano i morti, chiede il suo aiuto. Ricordate quando Maroni, nei mesi scorsi, ha chiesto di smistare cinquantamila immigrati nelle regioni italiane? Contemporaneamente, Bossi consigliò le stesse Regioni italiane di gridare: «Stranieri fuori dalle balle». Le nostre politiche sull’immigrazione sono sbagliate e patetiche. Sono confuse, schizofreniche, contraddittorie, pasticcione. Chiediamo solidarietà all’Europa e, contemporaneamente, incitiamo a non aver alcuna solidarietà parlando di tolleranza sottozero. Con quale autorevolezza, per arginare il crescente fenomeno migratorio, pretendiamo solidarietà dai popoli europei, se noi per primi non ne mostriamo alcuna di fronte a chi oggi vive peggio di noi? E se poi l’Europa dovesse dire «fuori dalle balle» agli immigrati magrebini che arrivano in Francia o in Germania dall’Italia, Bossi e Berlusconi che faranno? Inviteranno i poveracci al casinò di Lampedusa? Quale? Quello in cui si gioca ogni giorno con la vita e la morte di centinaia e centinaia di uomini, donne e bambini?

da L’Unità

"Con la testa già nel dopo-Berlusconi", di Mario Lavia

Giorgio Napolitano ieri sera ha potuto lasciare Roma per l’amata Stromboli con la coscienza di aver fatto quello che poteva fare per rimettere in moto un normale meccanismo democratico e politico. Il governo, missing fino a 48 ore fa, si presenta oggi in parlamento e domani incontra le parti sociali.
La parola torna alla politica. In teoria. In teoria, sì, perché ieri non c’era uno che si attendesse chissà quale novità dalle parole che Berlusconi pronuncerà a Montecitorio.
Nessuno scommette su sorprese. Men che meno i pidiellini. Uno di loro, e non fra i più inesperti, ieri ci ha candidamente confessato che il bandolo della terribile crisi sui mercati non è minimamente fra le mani del premier: l’unica è tenere botta e aspettare che passi la nottata, magari approfittando dell’oscurità per assestare il colpo da ko ad un Tremonti che paradossalmente rischia di essere al tempo stesso il colpevole e il capro espiatorio.
In questa situazione per il Pd i margini crescono. La sensazione è che ci si disponga ad una nuova capacità di “gioco”, a svolgere un ruolo propulsivo in un dopo-Berlusconi che potrebbe aprirsi anche presto. Insomma, con la testa siamo già nel dopo-Berlusconi, seppure nella pirandelliana finzione di un governo che di fatto non c’è più ma formalmente esiste. Certo, il problema non piccolo riguarda la durata dell’agonia: ma anche chi spera di scamparla, complice il generale Agosto, ritiene che alla ripresa le chances del Cavaliere di restare in sella siano molto poche.
L’illusione che, scaricando Tremonti, il problema sia risolto si scontra non solo con la prevedibile resistenza del super-ministro ma con il fatto che è solare che il problema è lui, Berlusconi, privo ormai di forza, inventiva, capacità di azione, è lui, mollato da settori vitali della società, dai sindacati, dalle imprese. Da tutti, come scriveva ieri Enrico Letta su questo giornale.
Giustamente Bersani chiede elezioni, via maestra per il ripristino di una democrazia normale, efficiente, “decidente”. Elezioni che chiudano la Seconda repubblica. Che restituiscano all’Italia un sistema politico ordinato e leadership all’altezza.
Ma di qui a quel traguardo c’è da fare i conti con una crisi che non solo non dà segni di fermarsi ma che probabilmente è destinata a proseguire con pari o maggiore intensità. La domanda sul “che fare”, dinanzi alla tempesta finanziaria e senza più questo governo fra i piedi, si porrà. Il segretario del Pd tiene ferma la barra («elezioni») ma ha parlato ieri di una «soluzione transitoria», senza peraltro impiccarsi alla disputa, che però non è esattamente accademica, sul governo tecnico o governo politico. Conta la sostanza: un esecutivo guidato da una personalità di alto profilo e sicura competenza scelto dal capo dello stato, con un mandato chiaro e delimitato cui assolvere in un tempo ragionevole nonostante la durezza della sfida sul piano economico, e senza tralasciare l’obiettivo di una nuova legge elettorale che cancellando il Porcellum ripristini un limpido rapporto fra eletti e elettori, dando a questi ultimi il pieno potere di scegliere il governo e il suo leader.
A noi continua a sembrare ben difficile l’ipotesi di un governo politico classico, con i rappresentanti di tutti i partiti, in grado di andare nel senso della «discontinuiità» invocata da Bersani. Degli attuali ministri o dirigenti di Pdl e Lega chi c’è da salvare? No, risparmiamo al paese una trattativa fra i partiti con la matita rossa e blu in mano per stilare una lista dei ministri col bilancino: non è aria.

da www.europaquotidiano.it

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“I CONSIGLI DEL COLLE”, di Massimo Riva

L´UNICO punto di luce nell´ennesima giornata nera sui mercati è giunto ieri dal Quirinale. Mentre Piazza Affari affondava di un ulteriore 2,5 per cento e il fatidico differenziale fra i titoli del Tesoro e i “bund” tedeschi schizzava verso quota 4 per cento, Giorgio Napolitano ha convocato d´urgenza il governatore della Banca d´Italia Draghi per la seconda volta in cinque giorni.
Il risultato del colloquio è stata una presa di posizione che suona come una frustata alla silente negligenza dietro la quale il governo si è riparato fino ad oggi pur di fronte agli sfracelli dei mercati e alle disperate sollecitazioni ad agire di tutte le parti sociali, mai così unite come in questo drammatico frangente.
Nel pomeriggio il presidente del Consiglio dirà, finalmente, la sua davanti al Parlamento. A scanso di nuove mirabolanti promesse a vanvera, il messaggio del capo dello Stato sembra così voler dettare i compiti a Silvio Berlusconi.
Si tratta – ecco il punto centrale del comunicato – di compiere scelte «per stimolare la crescita dell´economia e dell´occupazione a integrazione delle decisioni per il pareggio di bilancio nel 2014». Poche parole che dicono, però, moltissimo. Primo, che la tanto celebrata manovra testé approvata dal Parlamento è soltanto una risposta monca e insufficiente per le difficoltà del paese: giudizio che la reazione dei mercati ha già reso inappellabile.
Secondo, che l´avvio di una politica di rilancio delle attività produttive è diventata la priorità assoluta del paese: perché soltanto forzando la crescita del Pil si può sperare di rendere sostenibile nel tempo la sfida di un debito pubblico che sta diventando, di giorno in giorno, più elevato in quantità e insieme più oneroso in termini di tassi d´interesse.
Il presidente della Repubblica non poteva certo scendere in dettagli tecnici, ma è scontato che Mario Draghi deve avergli confermato quale e quanta sia la forza distruttiva degli improvvisi rialzi in corso sui rendimenti dei titoli di Stato. Per il momento si tratta solo di qualche miliardo, ma in autunno il Tesoro dovrà andare sul mercato a caccia di non poche centinaia di miliardi. Se la forbice dei tassi fra Italia e Germania non torna a stringersi il rischio è che ne risulti vanificata quasi la metà dei risparmi che ci si riprometteva con l´ultima manovra. Insomma, se il presente appare già allarmante, il futuro prossimo si annuncia ben più carico di incognite minacciose.
Saprà, per una volta, Berlusconi mostrarsi all´altezza del tema dettatogli dal Quirinale? Al riguardo la posizione del presidente del Consiglio risulta, in realtà, piuttosto paradossale. Perché, in fondo, Berlusconi è chiamato a svolgere un compito che egli avrebbe già dovuto eseguire neanche da mesi, ma addirittura da anni. Almeno da quando nel 2008 è entrato a Palazzo Chigi nel bel mezzo di una crisi finanziaria mondiale che già cominciava a mordere ferocemente sulla congiuntura economica, soprattutto dei Paesi più fragili.
Come non bastasse questo ritardo irrimediabile, pervicacemente nascosto dietro la favola dei conti «messi in sicurezza», il Cavaliere si trova oggi azzoppato da una diaspora interna alla sua maggioranza e dalle polemiche con il suo ministro dell´Economia, che ne fanno un premier dimezzato e sostanzialmente impotente.
È arduo perciò immaginare che con il discorso di oggi possa recuperare quella credibilità che ha sperperato in questi anni dedicandosi molto più agli affari suoi che ai guai del Paese. E ciò non tanto agli occhi degli italiani, che pure sarebbero i più interessati, ma a quelli di chi muove i capitali sui mercati e ogni giorno ormai pronuncia un voto di sfiducia senza appello. In questo scenario c´è almeno da sperare che il monito di Napolitano serva a risparmiarci nelle parole del premier e nel dibattito in aula le fruste giaculatorie contro la perfidia della speculazione internazionale e altri consimili alibi per continuare a fuggire dalle proprie responsabilità.
Già ieri l´Italia è stata precipitata nel grottesco da un´iniziativa della Consob che ha inviato una «nutrita richiesta di informazioni» alla Deutsche Bank per chiederle conto dei suoi recenti e massicci disinvestimenti dai nostri titoli di Stato.
Mossa del tutto improvvida perché l´unica risposta sincera che si rischia di avere è un lapidario: non ci fidiamo più di voi. Parole orrende che ben riassumono, però, l´epilogo politico dell´era berlusconiana.

da La Repubblica

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“L’ultimo show del Cavaliere, oggi sfida suicida ai mercati”, di Francesco Lo Sardo
In parlamento zero misure anti-crisi e vuoti appelli alla responsabilità

«Visto che la discontinuità su Berlusconi non è possibile, ci vuole un atto di discontinuità netto in politica economica. Se non c’è, siamo finiti: questione di settimane», diceva ieri un vecchio notabile forzista, ora Pdl. Ma non ci sarà neppure quello: new deal zero e aria fritta tanta, è il tamtam che echeggia tra le file dei berluscones. Perciò, presumibilmente, la storia del governo Berlusconi si chiude qui e oggi.
Con i contorsionismi di Tremonti che affonda e gli ultimi disperati funambolismi del Cavaliere per tenersi a galla qualche altro mese di tempo, in attesa di un qualsiasi salvacondotto giudiziario. Il parlamento, dove nel pomeriggio il Cavaliere si presenta per un’improbabile informativa sulla crisi economico-finanziaria, farà da palcoscenico per un finale un po’ Bagaglino, un po’ canto del cigno – senza offesa per l’elegante pennuto – un po’ grottesca parodia del discorso di Mussolini del dicembre ’44 al teatro Lirico a pochi mesi della caduta.
«Lo dicevo io che Tremonti ci stava portando in un cul de sac. E adesso eccoci qua…», s’è sfogato con un collega dell’Udc l’economista Antonio Martino, uno dei fondatori di Forza Italia messo all’angolo da Berlusconi e ridotto al rango di un qualsiasi peon del Pdl.
Sconsolato, convinto come molti pidiellini che ormai sia troppo tardi: disillusi e senza alcuna aspettativa per quanto potrà accadere oggi in parlamento. Dentro il “palazzo” non accadrà nulla: non ci saranno voti sulle comunicazioni sulla crisi economico-finanziaria che Berlusconi due giorni fa ha annunciato di voler fare alle camere prima della chiusura per ferie.
Ma fuori, sui mercati, potrebbe accadere di tutto. Anche un finimondo.
Di fronte a sé, dopo la bufera che ha travolto Tremonti e quella gravissima che ha travolto i titoli di stato italiani, Berlusconi aveva due possibili strade. Una era quella di un drastico cambio di marcia rispetto alla linea dei tagli lineari e delle furbizie dilatorie tremontiane sulle riforme strutturali.
L’altra era quella cosmetica, la tattica del make-up per continuare a truccare la realtà e prendere tempo. E dire che sul tavolo di Berlusconi, nelle ultime ventiquattr’ore, sono piovute un mare di proposte per cercare di dare un colpo d’ala e uscire dallo stallo del governo alla paralisi, guidato da un premier pluri-indagato e con un ministro dell’economia la cui credibilità, dopo il “caso” Milanese, ha raggiunto i livelli di quella del Cavaliere.
Ipotesi forti, troppo forti per un Berlusconi debole e un Tremonti ridotto a ricottina. Privatizzazioni degli ultimi gioielli nazionali per 300 miliardi da destinare all’abbattimento del debito, elevazione dell’età pensionabile per tutti, uomini e donne, con decorrenza immediata, condono da 50-70 miliardi da destinare alla crescita…Fantapolitica, fantaeconomia. Come l’anticipazione dei tagli previsti nella Finanziaria, l’abolizione delle province e persino una patrimoniale blanda.
Non ci sarà nulla di tutto questo nelle parole di Berlusconi. Il quale sventolerà una fantomatica riforma del fisco per legge delega, una manciata di 7 miliardi per opere pubbliche e altre quisquilie. Ma soprattutto, appeso a stime di crescita del Pil, ripeterà che la ripresa c’è, testimoniata da incrementi dell’export e dei fatturati industriali e dalla diminuzione della cassa integrazione. Solito repertorio: tutti sono in crisi, noi ce la stiamo cavando persino meglio degli altri.
Più che la base per un appello alla responsabilità alle opposizioni, una provocazione. Non stupisce che al Quirinale si sudi freddo di fronte alla prospettiva di un discorso di questo tenore – un inno alla paralisi – che rischia di scatenare l’assalto finale degli speculatori e di accentuare l’offensiva di Deutsche Bank contro i titoli italiani sempre meno affidabili.
Ieri Napolitano ha incontrato per la seconda volta nel giro di pochi giorni Draghi per un esame della situazione. Ma il nodo politico rappresentato da un governo che non agisce e che parla senza dire, resta insolubile. Berlusconi e Tremonti, in questo senso, sono due facce della stessa medaglia.
Oggi, nonostante i funambolismi di entrambi, si certificherà che il governo è al capolinea: andrà definitivamente a casa in autunno, una volta approvato il processo lungo che salverà Berlusconi dai suoi processi. Sempre che i mercati finanziari, quest’estate, abbiano pietà dell’Italia.

da www.europaquotidiano.it

"Premier, la fiducia crolla al 23%", di Jacopo Iacoboni

Gli ultimi numeri: quasi alla pari con Sarkozy soli due punti più di Zapatero. Potenza e Nemesi dei Sondaggi. Loro che l’hanno creato, non riconoscono più l’Unto del Signore.

Tre anni fa, a inizio agosto del 2008, Silvio Berlusconi ostentava a Palazzo Chigi i dati dell’ultimo sondaggio di Euromedia, «sono il premier più amato d’Europa», diceva, 62,8 per cento di gradimento. Era il pieno della seconda luna di miele, i primi cento giorni del suo secondo governo, di là da venire l’intervista di Veronica Lario, l’estate di Noemi, lo scandalo Ruby. E comunque ancora un anno fa, a marzo, si poteva vantare, «io sono il recordman delle democrazie occidentali, come si può pensare che un leader al 61% sia in declino? Obama è al 40…». Oggi l’ultima rilevazione dell’Istituto Piepoli – confermata da Euromedia e Ispo – dà l’indice di fiducia nel governo al record storico negativo, il 23%. Per capirci, José Luis Zapatero, che si dimette avviando il processo che porterà la Spagna al voto, viene dato da Eurobarometro al 21.

Anche conoscendo questi numeri, che sono arrivati sulla sua scrivania, il Cavaliere ha deciso l’azzardo di presentarsi oggi in aula per riferire sulla crisi, smarcarsi da Giulio Tremonti e dare un segnale il più possibile convincente di esistenza in vita, come gli chiedono nel partito, e come spera ricevano i mercati. La situazione d’opinione che lo riguarda è però complessa, e l’operazione appare rischiosa, comunque vada. Secondo questi numeri, in una classifica europea di fiducia il governo italiano occupa mestamente la diciottesima posizione su ventisette. È vero, come va ripetendo il premier in queste ore, che «sono in difficoltà tutti i governi, anche quello dell’avvocato Sarkozy» (Sarkò in effetti è al 22, e notoriamente se la passa abbastanza male. La Merkel però regge, al 32). Mentre da qualche tempo Silvio ha smesso di fare l’esempio di Zapatero, e se ne intuisce il perché; ma è altrettanto difficile consolarsi con l’argomento che la Grecia di Papandreu è al 21, o il Portogallo al 19: sono quelli che gli anglosassoni bollano come pigs, i Paesi più devastati dalla speculazione, che in queste ore tanto fa tremare i nostri investimenti. Né il Cavaliere può citare l’Irlanda, dove il governo Kenny s’è insediato da poco, e il dieci per cento di fiducia – record negativo europeo – è l’effetto palese dell’ondata di ribassi che gli irlandesi sopportano da mesi.

Sono solo sondaggi, naturalmente; e oscillano anche di molto. Barack Obama, per dire, era precipitato al 38, ma con la morte di Osama Bin Laden è risalito oltre il 50 (in questo preciso istante è ridisceso al 41, secondo Gallup). Il guaio, osserva Renato Mannheimer, è che «non si vedono all’orizzonte eventi così potenzialmente favorevoli per il premier italiano». Ad addolcirgli la pillola c’è che «a questo crollo di fiducia non corrisponde un innalzamento dell’immagine di un potenziale competitore come Bersani». Ma è difficile consolarsi con il mal comune mezzo gaudio. Non era entrato in politica per questo, un asso come lui. E anche la recente storia politica italiana lo metterà abbastanza in allarme.

Nel gennaio 2008 Romano Prodi, dopo un logoramento inarrestabile della sua immagine che l’aveva portato a incassare i fischi al Motor Show a Bologna, e una serie di eventi assai negativi come l’intero affaire-Mastella (l’inchiesta sul Guardasigilli, le controaccuse mastelliane al pm Gianni De Magistris, quindi le dimissioni del ministro), cadde in Senato nel momento in cui la fiducia del Paese nel suo governo era scesa al 25 per cento. Tra parentesi, con percentuale analoga (intorno al 26) già una volta il Professore s’era dimesso, ricevendone però un reincarico da Giorgio Napolitano. Considerando adesso il caso Zapatero, dimissionario col 21, e la vacillante presidenza di Sarkò, che ha risvegliato persino i socialistosauri della Martine Aubry, capirete per quale motivo la soglia del venti per cento è da sempre considerata funesta. Un limite al di sotto del quale è difficile resistere. Ci si riesce, magari, dal punto di vista parlamentare; ma si è sostanzialmente caduti nell’Italia reale. Tra l’altro è interessante quello che osserva Piepoli quando dice che «le due dimensioni, il palazzo e la società reale, non sono poi così staccate come si crede». Salvo eccezioni.

Quando a fine ‘94 il primo Berlusconi andò a casa, godeva ancora di un consenso più che rilevante, nonostante la rottura con Bossi. Certo il cosiddetto decreto «salvaladri», in luglio, costò salato: Silvio ci perse diciannove punti in una settimana; ma partiva da 60, e arrivò a 41. Il Paese, quandoil Cavaliere cadde la prima volta, sostanzialmente lo amava. Nonostante tutto: gli errori, le diatribe con Bossi che lo chiamava «Berluskaiser», le promesse mirabolanti disattese. Era l’Unto del Signore, l’uomo del Càrisma che poteva lamentare «non mi hanno fatto lavorare», ma la prossima volta… Oggi le cose appaiono diverse.

Alessandra Ghisleri, che tanti dati ha sfornato sulla scrivania del premier, osserva però che anche la stella di Giulio Tremonti, «al 50 per cento a inizio giugno, è caduta di più della metà in un mese». E naturalmente il Silvio che si presenta alla Camera lo sa bene. Sa anche, tuttavia, che l’unico punto di riferimento in questa situazione rimane Giorgio Napolitano, al quale s’affida il 90 per cento degli italiani. Non a caso, l’unico che possieda le chiavi per immaginare un dopo.

da www.lastampa.it

"Agosto, paese mio non ti conosco", di Adriano Prosperi

AGOSTO, chiuso per ferie. “Nella Roma deserta di un Ferragosto qualunque”: così cominciava il film di Dino Risi, Il sorpasso. Si era nel 1962: città deserte, spiagge stracolme, milioni di italiani al volante e code interminabili sulle strade delle vacanze. Le ferie di Augusto non furono mai festeggiate con più entusiasmo. Una stagione oggi remotissima che più non si potrebbe. Quest´anno un fatto è certo ed evidente: non si chiude più, le città non sono più deserte, nei giorni da “bollino nero” c´è posto senza problemi in autostrade. Gli italiani stringono la cinghia, restano a casa.
Guardano le notizie sull´andamento della Borsa non da investitori ma da investiti; la Borsa è per loro come il cielo che i loro antenati contadini scrutavano per timore delle grandinate sui raccolti. Al posto dell´Italia del sorpasso c´è un´Italia sorpassata ogni giorno da nuovi concorrenti nelle statistiche della crescita e della produttività, della salute economica e sociale. Viviamo giorni di grande preoccupazione. C´è la sensazione diffusa che questo sarà un mese importante, decisivo per il Paese.
Il presidente della Repubblica ha come al solito bene inteso e interpretato questo stato d´animo generale e ha risposto dando un segno inequivocabile. «C´è bisogno di un impegno di coesione nazionale per affrontare e superare le difficili prove che sono all´ordine del giorno», ha detto. Ha chiesto uno scatto, ha invitato a reagire d´impulso, per istinto di sopravvivenza.
Ma l´istinto che è scattato sembra essere piuttosto una specie di riflesso pavloviano, un ricordo irriflesso degli anni folli del sorpasso. Non si spiega altrimenti l´unanime, tranquilla decisione collettiva dei capigruppo della Camera dei deputati di chiudere per agosto e di andare in vacanza fino al 12 settembre. C´è stato, invero, un pentimento tardivo: a decisione presa e ratificata è stata fatta la proposta di rientrare prima, il 5 settembre. Niente più di una commedia per salvare la faccia; qualcuno ha percepito forse quanto questa decisione fosse impresentabile agli occhi di un´opinione pubblica inquieta e allarmata in un momento drammatico della vita del Paese. Tra scandali e inchieste e conti in tasca, mai l´indice di gradimento è stato così basso per i palazzi romani e per i signori del Parlamento: e anche di questo umore si è nutrita l´iniziativa dei ministeri a Monza, di per sé così ridicola.
Oggi è di moda levare gli scudi contro l´antipolitica, come se fosse lo strano virus di un´epidemia da scongiurare: no, non è un rifiuto della politica, è solo il rifiuto di “questa” politica. Quello che urge nel Paese è proprio una domanda di politica come assunzione franca e consapevole delle responsabilità di governo, come senso della dignità, dell´onore e dell´onere di chi, eletto come rappresentante del popolo, dovrebbe trasmettere ai cittadini la sensazione che nella Roma capitale d´Italia c´è chi resta al suo posto perché il momento è grave.
Il Parlamento dovrebbe essere il nostro tempio di Giano che in tempo di guerra non chiudeva le porte. Oggi c´è una guerra invisibile, insidiosa, che si combatte con le armi della finanza ma che si può vincere, solo che la fiducia del Paese torni a crescere. Forse è in previsione di quei tristi momenti finali e pensando all´anima che 170 deputati e senatori faranno un pellegrinaggio in Terrasanta dal 3 al 9 settembre. Settembre andiamo, dunque: è tempo di pellegrinaggi. Intorno a quel viaggio, a chi ci va, a chi paga le spese, si è svolto un siparietto assai edificante. E va dato atto all´onorevole Lupi che l´organizza di essersi dichiarato disposto ad anticipare il pellegrinaggio se il Parlamento dovesse anticipare l´apertura. Le sorti del Paese saranno certamente ricordate nelle preghiere dei pellegrini. Ma come starà a settembre il Paese non possiamo saperlo. Agosto, Paese mio non ti conosco.

da La Repubblica

"Africa, non bisogna chiudere gli occhi", di Mario Calabresi

Più di quarant’anni fa il mondo scoprì le immagini del Biafra: bambini denutriti, scheletrini con il pancione gonfio. Erano le grandi carestie a cavallo degli Anni 60 e 70 che sconvolsero l’Occidente.

Quelle prime foto in bianco e nero portarono nelle nostre case il significato della morte per fame, della malnutrizione cronica, della siccità che distrugge ogni possibilità di sopravvivenza. Quelle stesse scene le avremmo riviste vent’anni dopo in Somalia, poi in Etiopia e pochi anni fa in Sudan. Allora l’Africa era lontana dalle nostre vite e molte volte in questi quattro decenni il mondo si mobilitò commosso portando aiuti e inviando dottori e medicinali.

Oggi l’Africa arriva ogni giorno sulle nostre coste, la fame la potremmo leggere guardando i volti di chi attraversa il Mediterraneo stipato in un barchino e spesso perde la vita nel lungo viaggio, ma non sempre ci riusciamo: la paura dell’immigrazione, l’eccesso di immagini e la nostra crisi economica ci chiudono gli occhi.

Ho parlato con un medico che ha combattuto la grande carestia del Corno d’Africa nel 1972 e ’73, ricorda bambini rovistare nella spazzatura per cercare bucce di banana, ricorda famiglie che cercavano di sfamarsi con le foglie o mangiavano crudi i semi che erano stati appena distribuiti per la semina. Ricorda l’inedia e gli occhi vacui di chi ormai non ce la fa più e mi ha spiegato che vediamo solo donne e bambini perché gli anziani se ne sono andati per primi.

Oggi sappiamo che sta succedendo di nuovo e in proporzioni e con una violenza che non si vedeva da molto tempo. Gli abitanti di interi villaggi sono tornati a percorrere a piedi piste di terra lunghe centinaia di chilometri nella speranza di incontrare acqua o cibo. Sono migrazioni – come vi raccontiamo in queste pagine e come testimoniano i primi operatori umanitari che riescono a lavorare laggiù – in cui si abbandona per strada ogni avere e si cerca soltanto di sopravvivere.

Tre anni fa ho incontrato una famiglia che era fuggita dalla guerra del Ruanda, avevano vissuto per anni in un campo profughi prima di ottenere lo status di rifugiati e approdare in America. Arrivarono all’aeroporto di Newark nel New Jersey – padre, madre e quattro figli – solo con una busta in mano. Gli chiesi dove fossero i bagagli e loro mi risposero che non avevano più nulla da quattordici anni, ma il padre serio aggiunse: «Però pensiamo di essere fortunati, molto fortunati, perché abbiamo ancora la vita». E’ la frase che più mi risuona in testa ogni volta che parliamo delle nostre difficoltà quotidiane e perdiamo di vista ciò che conta davvero.

In questo momento nel Corno d’Africa ci sono 12 milioni di persone che sono colpite dalla carestia e non hanno cibo, oltre un milione di bambini rischia la vita. Per questo abbiamo pensato che fosse arrivato il momento di permettere a chi desiderasse fare qualcosa di potersi muovere, di sentirsi utile. Abbiamo ricevuto numerose sollecitazioni negli ultimi giorni e prima di lanciare una sottoscrizione abbiamo voluto individuare un progetto serio in cui i soldi dei lettori della Stampa potessero fare davvero la differenza ed essere ben spesi. Adesso lo abbiamo trovato: è un reparto pediatrico che si sta costruendo in Somalia proprio per assistere bambini denutriti. Lo sta costruendo un’associazione torinese, ma non ha fondi sufficienti. Grazie a Specchio dei tempi siamo sicuri che si farà in fretta a terminarlo. Ma se la vostra generosità e le sottoscrizioni saranno tante, allora siamo pronti a trovare altri progetti e altre iniziative pratiche e ben fatte da sostenere. Grazie a tutti quelli che saranno con noi.

da www.lastampa.it

"Il Consiglio di Stato ha annullato il decreto interministeriale n. 35 del 6 luglio 2010", di Mario Piemontese

La sentenza del Consiglio di Stato del 29 luglio 2011 si conclude così:
“Il Consiglio di Stato in sede giurisdizionale, Sezione Sesta. definitivamente pronunciando sull’appello n. 4209 del 2011, lo accoglie nei termini di cui in motivazione e, per l’effetto, respinge le censure accolte in primo grado; accoglie in parte l’appello incidentale e, per l’effetto, annulla il decreto interministeriale n. 35 del 6 luglio 2010.
Spese del doppio grado compensate.
Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall’autorità amministrativa.”

Il decreto interministeriale n. 35 del 6 luglio 2010 è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 45 del 24 febbraio 2011, e definisce gli organici del personale docente per l’a.s. 2010/2011, quello che tra meno di un mese si concluderà.
Prima di emanare il decreto, MIUR e MEF non hanno sentito la Conferenza Unificata, così come previsto dal comma 4, dell’articolo 2, del DPR 20 marzo 2009, n. 81:
“La determinazione e la distribuzione delle dotazioni organiche tra le regioni tengono conto, sentita la Conferenza Unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, dei criteri e dei parametri di cui ai commi 2 e 3.”

Della sentenza del TAR Lazio del 14 aprile 2011 sopravvive quindi in appello solo la questione dell’assenza del parere della Conferenza Unificata sul decreto interministeriale n. 35/2010. Assenza che comunque è stata determinante perché ha indotto il Consiglio di Stato a confermare la sentenza di primo grado e di conseguenza a annullare il decreto in questione.
La sentenza è da ritenersi definitiva perché non ci sono gli estremi per un ricorso da parte del MIUR alla Corte di Cassazione, visto che ciò potrebbe accadere solo per “motivi inerenti alla giurisdizione”. In altre parole il MIUR non potrà appellarsi ulteriormente perché il Consiglio di Stato né ha deciso su materie estranee alle sue attribuzioni, né ha negato la propria potestà di decidere, pur essendo legittimato a esercitarla.

A questo punto spetta al TAR Lazio, che ha emesso la sentenza di primo grado, ordinare al MIUR e al MEF di annullare il decreto interministeriale n. 35 del 6 luglio 2010.
Il MIUR pensa di salvarsi e mettere tutto a tacere acquisendo con più di un anno di ritardo il parere della Conferenza Unificata. Sarà così?

Il TAR Lazio non si è ancora espresso sul ricorso analogo a quello in questione relativo all’a.s. 2011/2012, in attesa della sentenza del Consiglio di Stato e soprattutto del decreto interministeriale relativo agli organici del personale docente per l’a.s. 2011/2012, che il MIUR ha detto che avrebbe consegnato, ma del quale non si hanno notizie.
Ancora una volta ci troviamo davanti all’ennesimo decreto fantasma, senza dimenticare il decreto interministeriale n. 62 del 6 luglio 2009, relativo agli organici del personale docente per l’a.s. 2009/2010, del quale nessuno è in grado di dire quando sia stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, e ricordando comunque l’inghippo “55 o 35?”.

Per il MIUR agire fuorilegge sta diventando la regola. Potrebbe essere utile quindi che i giudici smettessero di farsi prendere in giro e chiudessero la partita una volta per tutte.

da Retescuole