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"La diserzione del 2 agosto" di Vittorio Emiliani

Non è ancora certo se il presidente Berlusconi si presenterà alla Camera – come chiedono le opposizioni – per parlare della crisi angosciosa in cui siamo impantanati e per la quale una trentina di sigle imprenditoriali e sindacali reclamano una politica vera. Sarebbe grave se non ci andasse.
È gravissimo però che abbia già deciso di non inviare alcun rappresentante del governo alla commemorazione del 31° anniversario della strage fascista alla stazione ferroviaria di Bologna.
Tre giorni fa, la neo-ministro dei Rapporti con l’Europa, la bolognese Anna Maria Bernini, ha annunciato la latitanza, per il secondo anno, dell’esecutivo. Con parole che sanno di compitino: la cerimonia è stata negli anni scorsi «palcoscenico di insulti molto politici e poco commemorativi», «momento più che di riflessione comune, di propaganda di parte» e via banalizzando.
In realtà Berlusconi ha ormai paura di tutto. Paura di esporsi al dibattito parlamentare dove pone sempre e comunque la fiducia. Paura di comparire sulle piazze. Paura di sostituire Tremonti, che pure gli è sgradito e ingombrante. Paura della democrazia che è confronto, ma anche conflitto. Lo stesso comportamento tengono i suoi, come il sindaco di Parma barricato nel palazzo pacificamente assediato dai cittadini.
In Spagna il governo Zapatero, il Psoe, pur nel vento della crisi, va al voto anticipato per ottenere una verifica chiara: o maggioranza o minoranza. Da noi Berlusconi pretende di navigare a vista con un governicchio sostenuto da voti ottenuti con posti e prebende, il cui ministro più importante, quello dell’Economia, fa affermazioni inaudite sulla propria condizione di pedinato e di spiato. Tutto ciò mentre il braccio destro di Tremonti, un deputato del Pdl, rischia a settembre l’arresto e sono in corso inchieste allarmanti sulla nuova versione della P2 (evocata anche per la strage di Bologna).
Ma il ministro Bernini non sa nemmeno tacere. Non sa dire altro che la cerimonia del 2 agosto è stato «teatro privilegiato di inutile polemica politica». Per cui sarà il prefetto a rappresentare il governo Pdl, Lega e accoliti. A quella polemica di piazza non si sono mai sottratti i governi di centrosinistra, esponendosi alle contestazioni.
Che possono dispiacere, che non piacciono neppure ai parenti delle vittime. Ma che rientrano in un dissenso parte integrante della democrazia. Ha ragione il sindaco di Bologna, Virginio Merola, quando parla «di mancanza di rispetto per Bologna».
«Un atto di ritorsione e di fuga», lo definisce il presidente dell’Associazione familiari, Paolo Bolognesi. Fuga anche dal dovere elementare di dare risposte in merito alla totale inattuazione della legge 206 del 2004 che stabiliva provvidenze a favore delle vittime del terrorismo. Fuga dal dovere storico di esprimere – ed è l’aspetto più grave – una forte, convinta coesione civile di fronte allo stragismo nero che ha flagellato a lungo il nostro Paese, colpendo in modo tragico Bologna, i collegamenti ferroviari sull’Appennino, e mai fiaccando tuttavia la resistenza popolare.
Impossibile dimenticare quel 2 agosto, quell’orologio fermo all’ora della bomba, in una stazione dove siamo tutti passati tante volte, dove a me capitava di dover lavorare, fra un treno e l’altro, vicino alla sala d’aspetto sventrata. Berlusconi ci ripensi, o almeno uno dei suoi ministri trovi in extremis il coraggio di presentarsi a Bologna. Sarebbe semplicemente un atto di civiltà.

da L’Unità

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“Bologna, governo assente. Altro affronto ai familiari”, di Giulia Gentile

Anche quest’anno nessuna risposta. In occasione del trentennale dalla strage alla stazione di Bologna, il 2 agosto 2010, il governo Berlusconi scelse di non inviare alcun ministro. E anche domani, sotto le due Torri non arriverà nessuno da Roma. Né alla cerimonia in Comune, tradizionalmente riservata all’incontro fra le istituzioni e i famigliari delle 85 vittime e degli oltre 200 feriti. Nè, tantomeno, sul palco di piazzale Medaglie d’oro davanti alla stazione. Perché lì, come già l’anno scorso e proprio per evitare gli ormai classici fischi di piazza, non ci sarà nessuno a portare la solidarietà del governo ad una città straziata. E così, anche domani sotto
le due Torri non arriverà nessuno da Roma. Né alla cerimonia in Comune, tradizionalmente riservata all’incontro fra le istituzioni e i famigliari delle 85 vittime e degli oltre200 feriti. Nè, tantomeno, sul palco di piazzale Medaglie d’oro davanti alla stazione. Perché lì, come già l’anno scorso e proprio per evitare gli ormai classici fischi di piazza,non ci sarà nessuno a portare la solidarietà del governo ad una città straziata. E così, anche domani a rappresentare ufficialmente l’esecutivo ci sarà il prefetto cittadino Angelo Tranfaglia. «Avevamo creato tutte le condizioni per far sì che il rappresentante del governo non avesse problemi a parlare – attacca il presidente dell’associazione famigliari delle vittime, Paolo Bolognesi -. Il tutto per poterci finalmente concentrare sulle questioni importanti: abolizione del segreto di Stato, ricerca della completa verità sui mandanti, insufficiente applicazione della legge 206 sui benefici per chi è stato colpito daunattentato terroristico. Invece nulla, segno del fatto che si tratta di una ritorsione contro di noi».
per la strage nel 1995 la Cassazione ha condannato in via definitiva gli ex terroristi neri dei Nuclei armati rivoluzionari Valerio Fioravanti e Francesca Mambro. E, dodici anni dopo, Luigi Ciavardini, ancora minorenne nel 1980. Furono loro, per i giudici, a sistemare la miscela di tritolo e T4 nella sala d’attesa della stazione. Ma per l’associazione che da 31 anni tiene viva la memoria e la ricerca di verità sull’attentato, c’è ancora molto da fare per completare il quadro. Invece, anche domani il governo riuscirà a dribblare le domande dei famigliari.
Forse, sottolinea ancora Bolognesi con amara ironia, «perché nella strage alla stazione è implicata anche la loggia massonica P2, a cui il presidente Berlusconi era iscritto. Non vogliono incontrarci? Nel mio discorso in piazza avranno quello che si meritano». Proprio sui temi ancora aperti, negli anni si era sempre scaldato l’umore della piazza. Ma già in occasione del trentennale la cerimonia era scivolata via nella più totale compostezza dei partecipanti.
Ieri intanto in città sono già iniziati gli appuntamenti in memoria della strage, con l’inaugurazione nel parco di villa Toschi di un monumento in ricordo dei sette bimbi morti. E domani, ad accompagnare il corteo silenzioso da piazza Maggiore alla stazione, ci saranno anche 85 bambini di Marzabotto, comune sull’Appennino bolognese straziato nell’autunno del ’44 dalla strage nazifascista costata 775 vite. Un modo per collegare vecchie e nuove generazioni, vecchie e nuove violenze, con un unico filo rosso sangue. Ma ciò che più brucia, per l’associazione famigliari, sono le promesse mai mantenute.
«Dire, come ha fatto Berlusconi nel giorno della Memoria per le vittime del terrorismo, che sarebbero stati aperti documenti e armadi sulle stragi e poi scoprire che dopo mesi nulla di ciò è avvenuto, è una presa in giro. Tanto più grave se consideriamo che si sta parlando alle vittime di tutte le stragi e non solo di quella del 2 agosto ’80». Almeno sotto le due Torri, conferma la Procura di Bologna,nonè arrivato nessun documento, nonostante una prima presa di contatto con Roma. Intanto, a breve il pm Enrico Cieri chiuderà l’inchiesta “bis” sulle piste alternative per gli esecutori della strage. Indagine al momento priva di colpi di scena, e nata dagli incartamenti prodotti dalla Commissione parlamentare Mitrokhin. Ma soprattutto, dopo la chiusura di quell’inchiesta la Procura dovrebbe iniziare a lavorare sulla nuova memoria prodotta, nei mesi scorsi, dall’associazione dei famigliari.
Documento nelle cui conclusioni si chiede l’acquisizione di atti contenuti in processi celebrati tra Milano, Brescia e Palermo, a caccia dei mandanti della bomba. Scampoli di verità che potrebbero trasformarsi in nuovi elementi d’accusa.

da L’Unità

"Bari, la rivolta dei rifugiati: scontri e feriti. Lampedusa, barcone con 25 migranti già morti", da unità.it

Scontri a Bari tra alcuni richiedenti asilo e le forze dell’ordine a Bari dopo la protesta inscenata questa mattina dagli immigrati che hanno bloccato la tangenziale e la line aferroviaria Bari-Foggia con pesanti ripercussioni sulla circvolazione. A quanto si è appreso, sono circa 150 gli immigrati che hanno partecipato ai blocchi. La polizia avrebbe utilizzato anche idranti per disperdere i manifestanti. Da almeno due mesi si registrano proteste e tenzioni all’interno del Cara, il centro di accoglienza per i richiedenti asilo di Bari Polese che ospita oltre 1.200 immigrati, prevalentemente provenienti dal Nord Africa.

«Vogliamo i documenti»: così Mohamed, uno degli immigrati che partecipa alla protesta, ha risposto alla domanda di un cronista dell’emittente Telenorba che gli chiedeva i motivi della manifestazione degenerata in scontri. Mohamed ha aggiunto di essere ospite del Cara di Bari da sette mesi e di non sapere ancora nulla della sua richiesta di asilo. «Se abbiamo i documenti lasciamo la barricata» ha aggiunto un altro manifestante. Le forze dell’ordine, in tenuta antisommossa e utilizzando anche gas lacrimogeni, hanno costretto i manifestanti ad indietreggiare e stanno cercando di riportarli nelle vicinanze del Centro di accoglienza richiedenti asilo.

Con una serie di cariche le forze dell’ordine, polizia e carabinieri in assetto antisommossa, stanno facendo retrocedere i manifestanti verso l’area del Cara e sono riusciti a liberare la statale 16 e la linea ferroviaria. Gli immigrati continuano però ad opporre resistenza e si sono armati con sbarre di ferro e pietre.

LAMPEDUSA, 25 MORTI ASFISSIATI
Venticinque cadaveri sono stati trovati a bordo del barcone, carico di 271 migranti, che era stato soccorso ieri sera dalla guardia costiera e che stamani era giunto a un miglio da Lampedusa. Lo si apprende dal comando generale delle Capitanerie di Porto, secondo cui non sono ancora chiare le cause dei decessi.

Erano stipati come sardine nella stiva che funge anche da sala macchine i 25 migranti morti nel viaggio della speranza dal Nord Africa verso Lampedusa. Da una prima ricostruzione, effettuata anche ascoltando alcune dichiarazioni di altri africani, sembrerebbe che le vittime siano state le prime persone a salire sull’imbarcazione lunga 15 metri prendendo posto nella parte inferiore della barca: unico accesso, una botola larga appena 50 centimetri. Subito dopo, sono saliti sul barcone gli altri migranti. Dopo poche ore di viaggio i gas provocati dal motore della vecchia imbarcazione avrebbero reso l’aria irrespirabile nella stiva della barca e le persone nella stiva avrebbero tentato di uscire dalla botola ma gli occupanti che si trovavano nella parte superiore della barca non l’hanno consentito perchè non ci sarebbe stato sufficiente spazio nel ponte. Il viaggio, sempre secondo le prime indicazioni, sarebbe durato oltre tre giorni e i cadaveri sono stati ritrovati in stato di parziale decomposizione dai vigili del fuoco di Lampedusa che li hanno recuperati.

I cadaveri erano nella stiva del natante. Le persone molto probabilmente sono morte asfissiate perchè il barcone era stracolmo di migranti. A Lampedusa, dopo le operazioni per lo sbarco e il soccorso delle persone, i cadaveri vengono composti sul molo, coperti con dei teli per essere portati nell’obitorio dell’isola.

Sono tutti maschi, in gran parte giovani, i 25 migranti trovati morti a bordo del barcone che era stato soccorso ieri al largo di Lampedusa. L’imbarcazione, di circa 15 metri, aveva lanciato l’allarme ieri sera, quando si trovava a circa 35 miglia dall’isola. Sul posto si sono subito dirette due motovedette della Guardia costiera e da una della Guardia di Finanza, che l’hanno raggiunto e accompagnata verso il porto. Il barcone, che procedeva molto lentamente, stamani all’alba ha però avuto un guasto, quando si trovava a circa un miglio da Lampedusa. I migranti sono stati quindi trasbordati sulle motovedette della Guardia costiera, ma a bordo il personale delle Capitanerie di porto ha fatto la macabra scoperta: 25 i cadaveri trovati durante l’ispezione del barcone. I migranti tratti in salvo, la cui provenienza è ancora imprecisata, erano 271 (non 268, come appreso in un primo momento), tra cui 36 donne e 21 bambini.

da www.unita.it

"Camera e Senato, battaglia sui risparmi", di Giovanna Casadio

Pd all´attacco: Palazzo Madama paga ancora personale “ereditato” da Dc e Psi. Entro domani voto sui bilanci. A Montecitorio dismessi altri uffici. La Finocchiaro propone l´impegno a varare una stretta-bis alla ripresa d´autunno

Sette sono ereditati dal defunto Psi, due dal Msi, uno dal Pli, e poi ancora quattro sono gli assunti al Senato quando c´era il gruppo di Rifondazione, tre provengono dal gruppo dei Verdi e due sono sopravvissuti alla Democrazia cristiana. Certo, non è facile abbattere la scure dei “tagli” sui posti di lavoro, ma il pd Pietro Ichino dice che l´operazione-trasparenza va fatta anche su questi, sugli “ereditati”, lavoratori cioè «in soprannumero sostanziale», in parte inutilizzati, sopravvissuti a gruppi e partiti scomparsi da Palazzo Madama e che però continuano a pesare su quel bilancio. Anzi. I costi per il personale dei gruppi («Voce di bilancio già anomala, dal momento che c´è quella per il funzionamento dei gruppi», fa notare il senatore Ichino) sono lievitati di un milione di euro circa: da 12,96 milioni a 14,05. E quindi, sulla «eredità dei partiti defunti» è previsto un ordine del giorno che già divide i Democratici, riuniti stamani in assemblea. È uno degli scogli nel voto sul bilancio del Senato che, come quello della Camera, si discute oggi e domani.
In Senato, una cosa è certa: la “sforbiciatina” con spese ridotte appena dello 0,34%, (meno di 2 milioni rispetto al 2010) non piace all´opposizione. Troppo poco. Più della metà del gruppo democratico ha già annunciato che, se non cambia qualcosa, il bilancio di Palazzo Madama se lo approverà la maggioranza da sola. Sarebbe la prima volta. «Ma ne va della credibilità dei politici, in un momento così difficile per il paese», è il leit motiv del Pd. Dopo il buon esempio del Quirinale, va data una sterzata. Ecco un altro ordine del giorno, preparato da Enrico Morando, che prende in considerazione ulteriori risparmi. Spiega Francesco Sanna – senatore sardo che battagliò in commissione sui costi della politica durante la manovra – che al massimo si può concedere a Schifani di essere rimandato a ottobre. Il secondo ordine del giorno infatti (i bilanci non sono emendabili, ma gli odg sono vincolanti) chiederà un risparmio del 15% nei prossimi due anni e mezzo, ovvero un centinaio di milioni di euro di tagli. Anna Finocchiaro, la presidente dei senatori Pd, è del tutto d´accordo: ci vuole una manovrina di bilancio interno aggiuntiva.
Molto inoltre c´è da verificare: dai 4 milioni spesi per le assicurazioni agli uffici degli ex presidenti del Senato e ai “servizi aggiuntivi” per l´ufficio di presidenza e i presidenti delle commissioni. Schifani aveva promesso 120 milioni di riduzioni in tre anni: e ci sono in bilancio, è vero, mini-stangate, che però vengono “mangiate” dall´aumento di altre voci. E comunque la promessa di Schifani sarebbe di questo passo difficile da mantenere. Lucio Malan, senatore del Pdl, tiene a precisare che il congelamento che il presidente Napolitano ha deciso sul proprio stipendio, in realtà è stato già adottato dai parlamentari: «L´indennità parlamentare resterà bloccata fino al 2013, lo è dal 2008 dopo che era stata ridotta del 10% nel 2006: perché al Parlamento vanno gli insulti?». Sarà che molto ha abusato in privilegi la casta dei nominati?
Così alla Camera tutto è passato al setaccio del risparmio. Fini ha ribadito che i “tagli” nel triennio saranno di 151 milioni di euro (da restituire all´Erario), grazie a ulteriori dismissioni di uffici (14,3 milioni è il risparmio col recesso delle locazioni per gli affitti di Palazzo Marini), “esternalizzato” lo storico servizio di barberia, decurtata la diaria. Resterà l´aereo gratis, però verifica sulla spesa annua. Franceschini e Ventura stanno limando un ordine del giorno del Pd che “stanga” i vitalizi e disegna una “Maastricht della politica” con allineamento delle indennità all´europarlamento.

da La Repubblica

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“Il Parlamento paga l’eredità scomoda dei partiti defunti”, di Carlo Bertini

Denuncia di Ichino: Le spese per i gruppi crescono di un milione. Domani si votano i bilanci delle Camere. Resta il problema dei collaboratori

L’argomento è scabroso, perché tocca uno dei L’ nervi più scoperti degli «onorevoli» di tutti i colori, la gestione economica dei collaboratori, i cosiddetti portaborse. Che al Parlamento europeo vengono assunti e stipendiati direttamente dall’amministrazione e non dai singoli deputati, a cui viene tolta ogni responsabilità sulla gestione contrattuale di ricercatori o giovani documentaristi di cui avvalersi ogni giorno. In sostanza, mentre in Inghilterra i collaboratori vengono gestiti da un’agenzia indipendente, in Germania vengono pagati direttamente dal Bundestag, ma sono legati al deputato da un contratto di diritto privato, in Italia ognuno si regola a modo suo: i senatori del Pd versano ad esempio 1500 euro al mese al gruppo (degli oltre 4 mila euro ricevuti per i collaboratori) per far fronte alle spese di «segreteria», ma gliene restano circa 2500 da impiegare a proprio piacimento. Per assumerne altri nel proprio collegio o a Roma, oppure per intascarli, a scapito anche della propria produttività. Non sorprende dunque che siano pochi gli onorevoli disposti a soffermarsi su una questione oggetto in passato anche di inchieste che hanno fatto rumore, come una serie di servizi delle «Iene» sui portaborse pagati una miseria e senza contratto. Sì, perché nei nostri Palazzi vige pure una giungla retributiva che regola i rapporti di lavoro dei gruppi parlamentari, con disparità di trattamenti fra dipendenti assunti a tempo indeterminato con livelli retributivi elevati e altri assunti a tempo determinato (alcuni con rapporti di «lavoro a progetto») che guadagnano molto meno.

Non a caso a denunciare una costola poco radiografata dei costi della politica nei Palazzi è un giuslavorista noto per il suo rigore, Pietro Ichino, che un mese e mezzo fa intervenne in aula per scoperchiare un esempio «di lassismo e opacità» imbarazzante per il Senato, ribattezzato sul suo blog «l’eredità dei partiti defunti», ascrivibile sempre alla voce «portaborse». Una vicenda che si protrae dal ’93 e che prevede che i dipendenti di partiti estinti vengano riassorbiti dagli altri gruppi, con un rimborso medio a carico del Senato di circa 10 mila euro al mese per ognuno di questi lavoratori. Vicenda che oggi torna di stretta attualità in coincidenza con il voto sul bilancio delle Camere che impegnerà domani le assemblee plenarie di Montecitorio e Palazzo Madama. Perché in questa occasione, oltre ai tagli per l’immediato proposti da Fini e Schifani, in sede di esame degli ordini del giorno si parlerà anche del regime economico cui assoggettare i parlamentari dalla prossima legislatura. E quindi anche di come all’estero si regolano su nodi spinosi come i rimborsi spese, i giustificativi dei viaggi e la gestione appunto dei collaboratori. Un punto sul quale, ad esempio, la bozza di proposta della presidenza della Camera di varare una legge che adegui le indennità e i vitalizi agli standard europei prevede una revisione del meccanismo di rimborso per i collaboratori, ancorandolo all’esistenza di precisi requisiti.

Dopo aver esaminato il bilancio 2011-2013 con i risparmi vidimati da Schifani, il 27 luglio Ichino ha inviato una lettera alla Presidenza per denunciare che la riduzione delle spese dello 0,34%, raccontata giorni fa nei dettagli da Stella e Rizzo sul Corriere, «è molto inferiore a quello che sarebbe stato possibile e doveroso ottenere». Citando tra gli esempi il capitolo «Trasferimenti ai gruppi parlamentari»: in cui, non solo la cifra complessiva aumenta da 6,9 a 7,3 milioni di euro, ma «cosa ben più grave, aumenta pure il contributo per il personale dei gruppi» di oltre un milione di euro (da 13 a oltre 14 milioni), circa due miliardi di vecchie lire. Voce in cui, svela Ichino, si collocano i rimborsi forfettari destinati all’assorbimento di ex dipendenti di gruppi politici non più presenti in Parlamento. Ecco perché tra gli ordini del giorno presentati dal Pd a firma Ichino, Morando ed altri ne figura uno che chiede di abrogare la delibera della Presidenza che risale al 1993 volta ad aumentare «l’assegnazione ai Gruppi di finanziamenti aggiuntivi in funzione dell’assorbimento del personale già dipendente da Gruppi estinti». La radiografia nel dettaglio presentata dal senatore il 22 giugno è impietosa e con la sensibilità che c’è oggi sui costi della politica ha subito sortito l’effetto di una lettera riservata a Schifani, con cui il presidente del misto, Pistorio, avrebbe rinunciato al rimborso per una dozzina di dipendenti, riconoscendo così che il problema esiste, eccome. Dunque il gruppo del PdL dovrebbe, in base al numero dei propri senatori (131), disporre di 21 dipendenti e ne ha invece 30; il gruppo Pd, composto da 106 senatori, dovrebbe averne 18 e ne ha 24; quello della Lega, con 26 senatori, ne ha 10 anziché 9; il gruppo dell’UdC, Svp e Autonomie, composto da 15 senatori, dovrebbe averne 7 e ne ha 12; come quello dell’Idv, che ne ha 12 e non 6. E soprattutto il Gruppo misto, a fronte di 21 senatori, dovrebbe avere 8 dipendenti e ne ha 21. «Risulta che ci siano diversi casi di persone che, pur ricevendo regolarmente da anni lo stipendio, tuttavia non mettono piede in ufficio. E che siano a libro-paga del gruppo misto ex dipendenti di gruppi non più esistenti», del Psi, di Rifondazione Comunista, dei Verdi, della Dc, dell’Msi, del Pli e anche del Pds…

da www.lastampa.it

"Crisi, proposta Bersani-Casini. Il sì di Confindustria e sindacati", di Roberto Brunelli

Di fronte al «governo che non c’è», Bersani e Casini propongono un incontro con le parti sociali per affrontare il dilagare della crisi. Intanto il Terzo Polo rilancia l’ipotesi di un governo di unità nazionale.

Finora l’obiettivo era stanare il «governo che non c’è». Obbligarlo a presentarsi alle Camere. Spingere l’esecutivo a dichiarare quel che intende fare di fronte alla sfiducia dei mercati, al crollo di credibilità dell’Italia, al dilagare della crisi. Insistere nel chiedere di rispondere all’inedito appello di Confindustria, sindacati, cooperative e banche per cambiare drasticamente passo sull’orlo dell’abisso economico. Ma ieri, di fronte allo straordinario e perdurante silenzio di Silvio Berlusconi e con premier, ministri, sottosegretari intenti a partire per le ferie, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini hanno deciso per un’accelerazione netta. Con una nota, il segretario del Pd e il leader dell’Udc hanno annunciato di aver «preso contatto con i rappresentanti delle forze sociali che nei giorni scorsi hannochiesto un patto per la crescita dell’Italia», proponendo a queste un incontro «con tutte le forze parlamentari di opposizione per discutere dell’emergenza economica e delle proposte per affrontarla». Un’iniziativa comune che ha subito trovato l’adesione dell’Idv, sia pur con la specifica «però niente giochi di palazzo», per dirla con Antonio Di Pietro.
E, nonostante che fosse domenica, è arrivata presto la risposta positiva di Confindustria: che esprime «soddisfazione per le proposte avanzate sul tema della crescita e dà immediata disponibilità a un incontro con il governo e l’opposizione». L’appuntamento, dicono ibene informati, è fissato per mercoledì: Bersani e Casini avrebbero ieri avuto contatti sia con Emma Marcegaglia, ma anche con il segretario generale della Cisl Raffaele Bonanni e con il presidente di Abi Giuseppe Mussari. Un intreccio di contatti: l’iniziativa – così i rumours – è stata concordata con Gianfranco Fini.
Insomma, la macchina dell’opposizione sembra registrare un salto di qualità, «anche rispetto alla presentazione degli emendamenti comuni durante il varo della manovra», come spiega Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del Pd. La strategia è limpida: fare quello che il governo avrebbe il dovere di fare ma non fa, «farsi carico del vuoto». Finora era qualche voce sparsa, a questo punto è diventato un coro. Che ieri è sembrato capace di trovare un’intonazione comune. Con anche un altro tema all’ordine del giorno: quello di un nuovo governo di unità nazionale capace di mettere al più presto in campo le necessarie misure anti-crisi. Ipotesi rilanciata sempre ieri sia da Casini che da Fini.
Per il Pd la condizione minima di un sostegno è che non ci siano ministri dell’attuale esecutivo: solo in questo caso, ha detto D’Alema nell’intervista all’Unità, «noi siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità». Di Pietro naturalmente è contrario: «L’Italia dei Valori è pronta a incontrare non solo le forze di opposizione ma anche le rappresentanze sociali e istituzionali, compreso il governo, per affrontare la drammatica crisi economica. Ma una cosa l’Idv non potrà consentire, e cioè che con la scusa della crisi si cerchi di cambiare compagine governativa e non di voltare pagina, in modo forte e definitivo,come accadrebbe con le elezioni anticipate e un nuovo governo voluto dai cittadini».
I democratici, con Bersani, avevano già chiesto sabato che il governo si presentasse immediatamente in Parlamento.
Ieri è stata anche la volta del Terzo Polo, con tre interviste ad altrettanti quotidiani di Casini, Fini e Rutelli.
Esordisce il presidente della Camera: «A mia memoria non è usuale che tutte le parti sociali, a parte la Uil, con un documento unitario chiedano alla politica, e dunquein primo luogo al governo, di tenere i conti pubblici sotto controllo, di adottare misure per stimolare la ripresa. Ed è altrettanto inusuale che il governo faccia finta di nulla ». D’accordo, con accenti diversi, i leader dell’Udc e dell’Api.
Così, mentre i democratici, con il coordinatore della segreteria Maurizio Migliavacca, ribadiscono «l’urgenza di una sessione straordinaria del Parlamento sull’economia», le risposte all’appello di Pd e Udc cominciano ad arrivare, a cominciare da una nota del futurista Italo Bocchino. Bonanni, è «più che favorevole» al vis-a-vis, «perché la speculazione non va in ferie».
Idem il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli: «Prima ci si mette all’opera e meglio è». Beh, certo: il Titanic è già in mare aperto. Solo Berlusconi non se n’è accorto.

da L’Unità

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“Via Tremonti o voto anticipato”, di Francesco Bei e Luca Iezzi

È di nuovo l´economia, come nei giorni caldi dell´approvazione sprint della manovra, a imporsi sulla politica, dettandone i tempi. La parola d´ordine sembra essere diventata: fare come la Spagna, andare a votare Il segretario del Pdl Alfano convoca a sorpresa la Cgil per la sua ricognizione sulla crisi italiana.

Ma stavolta le parti sociali – gli imprenditori, i banchieri, i sindacati, i rappresentanti di categoria – non sono più disposti a fare da spettatori di fronte alla passività del governo. E dettano le loro condizioni, invocando un radicale cambio di scenario. Che passi per lo meno dalla sostituzione di Tremonti, anche se ormai la parola d´ordine sembra diventata un´altra: fare come la Spagna, andare al più presto al voto anticipato.
Berlusconi si fa trovare in ritardo, senza una risposta. Oggi il Cavaliere tornerà a Roma, con un giorno d´anticipo, per partecipare a un vertice a Palazzo Grazioli per decidere che cosa fare. Il premier è tormentato dai dubbi, li ha confidati a un amico: «Vorrei andare in Parlamento, ma a dire cosa? Non possiamo promettere nulla. Eppoi, se ci vado, sembra che diamo ragione ai vari Bersani e Fini». Meglio tacere quindi, a costo di sembrare assente dalla scena. Inoltre, in un dibattito a Montecitorio o a Palazzo Madama, inevitabilmente l´attenzione sarebbe presa dal caso Tremonti e anche su questo fronte il Cavaliere non sa ancora che pesci prendere: sostituire il ministro dell´Economia o tenerselo al governo come un´anatra zoppa? Così, in sua assenza, qualcun altro prova a smuovere le acque. Sono di Maurizio Sacconi gli inviti alle parti sociali per un vertice a palazzo Chigi da tenersi a metà settimana. Tutti gli interlocutori gli hanno ovviamente risposto di sì, ma piazzando delle condizioni capestro che rischiano di tramutare l´incontro in un fallimento totale. La freddezza che ormai accoglie ogni iniziativa è totale, Berlusconi e i suoi pedalano sempre in salita, nello scetticismo assoluto dei protagonisti dell´economia reale. E se a palazzo Chigi qualcuno sogna addirittura un «nuovo patto» come quello del luglio del 1993, basta un giro di telefonate con i “convocati” a smorzare ogni entusiasmo. Intanto la Confindustria. Dopo le rampogne del quotidiano il Sole24ore su Tremonti, da viale dell´Astronomia si pretende che al tavolo sull´economia siedano anche i leader dell´opposizione. Insomma, o si tratta di uno sforzo di unità nazionale, oppure il vertice diventa inutile. La Cgil, va da sé, pone come condizione quella di mettere subito mano alla manovra «recessiva» appena approvata. Ma è forse dal mondo bancario che arriva lo stroncatura più forte: quegli stessi ambienti che avevano fatto da lievito al documento congiunto delle parti sociali in cui si chiedeva «un recupero di credibilità» e una «discontinuità», ora alzano il tiro.
Il problema infatti non è più la politica economica, ma lo stesso governo Berlusconi e, in primis, il ministro Giulio Tremonti. Il quale non avrebbe più «la forza politica per proporsi come garante della stabilità». Le strade, a questo punto, sarebbero soltanto due. O la sua rapida sostituzione «con una personalità di caratura internazionale», difficile da trovare vista la situazione. Oppure la strada maestra delle elezioni anticipate in autunno, «come ha fatto la Spagna, con un gesto di chiarezza, che infatti è stato premiato dai mercati». Così parlano le banche, che si aspettano un rimbalzo positivo dalla notizia delle elezioni a Novembre decise da Zapatero. I vertici dell´Abi sarebbero persino tentati dall´idea di disertare la riunione a Palazzo Chigi.
Di fronte a questa levata di scudi, Berlusconi annaspa nell´indecisione. L´ultima idea è di tirare fuori dal cassetto un vasto piano di tagli ai costi della politica, anche per reagire all´iniziativa già presa da Napolitano (vissuta con fastidio dal premier, che l´ha trovata «demagogica»). L´idea sarebbe quella di andare a tagliare le province per via costituzionale, ma il Cavaliere teme in questo modo di andarsi a scontrare con la Lega. Intanto, mentre il premier sfoglia la margherita, Angelino Alfano inizia a muoversi in maniera autonoma. Nei giorni scorsi il segretario Pdl ha contattato riservatamente le parti sociali e sta lavorando a un suo calendario di incontri. Che comprenderà, ed è il segno dei tempi, anche la segretaria della Cgil Susanna Camusso.

da La Repubblica

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Crisi, lo schiaffo di Confindustria “Tavolo con Governo e opposizione”, di Umberto Rosso

Gli industriali: non vediamo solo l´Esecutivo. Berlusconi: non vado
Bersani e Casini avviano il confronto col “cartello” di imprenditori e sindacati

ROMA – Il governo cede: Palazzo Chigi convoca al tavolo le forze che hanno firmato il patto per la crescita. Dopo giorni di polemiche e di imbarazzo, l´esecutivo decide di uscire dall´angolo con una mossa a sorpresa, anche per bruciare sul tempo Bersani e Casini che hanno avviato il confronto col “cartello” di imprenditori e sindacati (e che sfocerà, mercoledì prossimo, in un incontro con tutta l´opposizione). Anche l´appuntamento proposto dal governo è per la metà settimana, fra mercoledì (giorno in cui però è pure prevista una riunione del Consiglio dei ministri) e giovedì. Dalla Confindustria della Marcegaglia alla Cgil della Camusso, dalla Cisl alla Ugl, dall´Abi alla Confcommercio, al summit sono invitate tutte le sigle che in nome dell´emergenza crisi e della “discontinuità” hanno fatto fronte comune. Ma gli imprenditori, dopo aver fornito massima disponibilità, avanzano una loro condizione: allargare il tavolo anche all´opposizione, per un confronto che sia finalmente il più largo e costruttivo possibile.
A Palazzo Chigi ci saranno sicuramente Letta, Tremonti, Sacconi, ma è ancora incerta la presenza al delicatissimo vertice del presidente del Consiglio. Forse perchè il governo rischia di presentarsi a mani vuote al rendez-vous, circoscrivendo l´incontro ad un primo segnale di attenzione ma rinviando sostanzialmente il tutto alla ripresa autunnale. Nessun pacchetto pronto da offrire. Secondo le indiscrezioni che filtrano dai ministeri economici nelle intenzioni del governo escluse ipotesi come l´anticipo della manovra 2013-2014. Decisamente fuori agenda anche l´idea di una qualche patrimoniale. I propositi di Palazzo Chigi sembrano soprattutto, per il momento, stare ad ascoltare.
Dalla Confindustria spingono a far presto: porte aperte agli incontri immediati con il governo e con l´opposizione. «E´ urgente – insistono gli imprenditori – porre il tema della difficile situazione economica e dello sviluppo al primo posto nell´agenda del paese». Ok anche dai sindacati al confronto. «Non ci tiriamo certo indietro – spiega la Camusso – ma sia chiaro che la manovra deve essere cambiata perché iniqua». Il segretario della Cisl Bonanni: «Stringiamo i tempi, la speculazione non va mica in ferie». E pronto da subito a discutere di sviluppo anche il leader della Uil Angeletti, che pure non aveva firmato il patto per la crescita. Si va dunque verso un confronto anche in agosto, come aveva auspicato il presidente Napolitano.
Il ministro Calderoli lancia l´idea di un “campus estivo” fra politici e forze sociali per discutere dell´Italia nel mirino della speculazione, «non possiamo andare in ferie ora, Tremonti è d´accordo». Proposta però che il Pd boccia («il ministro ha avuto tre anni per affrontare questi problemi») chiedendo invece che il governo vada subito a riferire in Parlamento sull´emergenza economica. Il capogruppo del Pdl Cicchitto frena: «Il presidente del Consiglio parlerà quando sarà opportuno, non perché lo chiedono Fini, Casini o Rutelli». I tre leader del Terzo Polo chiedono un governo istituzionale, con l´appoggio di tutte le forze politiche, con un altro premier («politico, non tecnico») mentre Berlusconi dovrebbe fare un passo indietro. E Massimo D´Alema ribadisce l´interesse del Pd all´operazione.

da La Repubblica

Intervista a Dario Franceschini: «Per ricostruire questo Paese serve un’alleanza larga», di Simone Collini

Il capogruppo Pd alla Camera «È un’operazione titanica e avremo bisogno di tutti per gestire una legislatura di transizione. È pericoloso pensare di aver già vinto. Potremmo ritrovarci con Berlusconi al Quirinale»

L’esperienza di Area democratica, partita con le primarie, sta dimostrando che si può evitare la distorsione del fenomeno correntizio, che provoca soltanto danni quando le componenti sono legate a persone e diventano strumenti di lotta interni, e che si può invece accettare l’idea che un grande partito non identitario come il nostro non deve temere la vivacità di idee e contenuti».

Dario Franceschini ha appena chiuso i quattro giorni di convegno organizzati ad Amalfi da Area democratica. Il capogruppo del Pd alla Camera è soddisfatto, di questa iniziativa e del contributo dato al partito. «Con Areadem abbiamo anche dimostrato che ci può essere gestione unitaria senza rinunciare ad offrire idee al partito».

Avete offerto alle altre forze di opposizione l’ipotesi di un’ampia alleanza, ma la risposta è stata no…
«Il dibattito con Vendola ha dimostrato che se un grande partito ha la responsabilità di proporre una strategia per il futuro non si ferma di fronte a un no tattico ma prosegue nella linea che giudica utile al Paese, e lavora per superare tutte le resistenze ».

La resistenza, le ha detto Vendola, dipende dal fatto che la vostra proposta rischia di “rendere torbido” il quadro.
«Chiariamo. L’esigenza di un’alleanza tra le forze che oggi sono all’opposizione ha due ragioni. La prima, avere la certezza di vincere, perché purtroppo è probabile che nonostante tutto quello che potremo fare per cambiare la legge elettorale, la maggioranza continui a difendere il Porcellum e si vada a votare con l’attuale sistema».

I sondaggi però vi danno in testa anche se alleati alle sole Sel e Idv.
«Dobbiamo fare molta attenzione, vedo serpeggiare pericolosamente l’idea che abbiamo già vinto. Non è così, non dobbiamo già pensare al dopo. C’è il rischio che il centrodestra, con o senza Berlusconi, possa vincere le elezioni, avere una maggioranza in Parlamento di eletti con liste bloccate il cui primo atto sarà eleggere il Presidente della Repubblica. Mi pare che questo rischio da solo già giustifichi l’esigenza di un’alleanza larga tra forze che hanno storie diverse e anche idee per il futuro diverse, ma unite da un’idea di ricostruzione democratica del nostro Paese. Ed ecco la seconda ragione a cui facevo riferimento. Potremmo anche vincere con un’allenza Pd-Sel-Idv, come è probabile, ma possiamo immaginare di gestire un’operazione titanica com’è quella di far fronte a una crisi economica, a un crescente disagio sociale, alla necessità di ricostruire le regole, il rispetto per lo Stato, l’unità nazionale, senza una maggioranza che abbia un larghissimo consenso nel Paese? Avremo bisogno di industriali e operai, giovani e anziani, cittadini del nord e del sud per gestire una legislatura di transizione e riconsegnare il Paese ricostruito a una normale dialettica».

Però in base a questo ragionamento dovreste aprire anche a Pdl e Lega.
«No, perché non si può ricostruire con i responsabili di questo disastro. In tre anni non hanno fatto nulla per affrontare la crisi, che hanno occultato, e oggi hanno perso credibilità. Ora bisogna voltare pagina».

Finché avranno la maggioranza in Parlamento sarà difficile…
«A parte che hanno la maggioranza degli italiani contro, come ha dimostrato il referendum. Ma poi abbiamo visto che non hanno neanche più la maggioranza in Parlamento, che la ottengono solo quando c’è un voto di fiducia, per garantirsi la sopravvivenza. Questo dovrebbe far riflettere tutti su un punto: è opportuno fornir loro uno strumento per far vedere che hanno la maggioranza in Parlamento, anche quando non è così?».

Si riferisce alla mozione di sfiducia presentata da Di Pietro?
«Noi abbiamo un metodo diverso, prima di lanciare un’iniziativa lavoriamo con tutte le forze di opposizione. Non informare gli altri gruppi e non valutare le controindicazioni di ogni mossa è un modo di fare che non ci appartiene».

E allora voi cosa proponete?
«Intanto, insieme ad Anna Finocchiaro abbiamo scritto una lettera ai presidenti di Camera e Senato per chiedere al presidente del Consiglio di venire a riferire in Aula sulla crisi. Berlusconi deve dire in Parlamento cosa intenda fare per il suo Paese».

Non lo ha mai fatto, difficile che si decida ora alla vigilia della pausa estiva…
«Immaginare che il Parlamento chiuda come se non fossimo nel pieno di una grave crisi è terribile. Se Berlusconi si rifiuterà di venire, sarà l’ennesima dimostrazione che a lui interessa solo restare al suo posto, che questo comporta un crescente costo per l’Italia, per ogni singolo italiano, e che questo governo deve dimettersi».

Dopodiché?
«Potrebbe esserci un governo guidato da una personalità di grande credibilità internazionale che cambi la legge elettorale, affronti le emergenze economiche e porti subito al voto».

Fini tra le possibilità mette anche un governo di centrodestra a diversa guida.
«Sarebbe comunque meglio di come stiamo ora, se a guidare questo governo ci fosse una persona che non sia screditata e incapace di operare come è Berlusconi».

Fini dice che il Terzo polo a quel punto non farebbe mancare il proprio contributo. E il Pd?
«Il Pd starebbe ovviamente all’opposizione. Ma potrebbe diventare più facile avere in Parlamento un rapporto di opposizione costruttiva».

Ha ragione Berlusconi a dire che con lui sapete dire solo no?
«È Berlusconi che rende impossibile il confronto, sono i suoi atti. Basti pensare che nel pieno del disastro economico, con le parti sociali che per la prima volta firmano un appello congiunto per chiedere discontinuità e misure per la crescita, con il capo dello Stato che rinvia le vacanze per seguire da vicino la situazione, Berlusconi si è preoccupato soltanto di mettere la fiducia sul processo lungo. È una vergogna»

Bersani e Casini hanno annunciato un incontro con le parti sociali. E’ una sfida al governo?
«Il governo non c’è più, di Berlusconi si sono perse le tracce. È quindi assolutamente giusto che l’opposizione, responsabilmente, si faccia carico di portare in Parlamento le istanze delle parti sociali per una volta unite.»

Teme che le inchieste che coinvolgono personalità del Pd peseranno sulla credibilità dell’opposizione?
«È in corso un tentativo mediatico, alimentato dalla destra ma non solo, di far apparire i politici come tutti uguali, ma basta guardare ai nostri comportamenti per capire la differenza. Il Pd ha votato a favore dell’arresto di Tedesco, Penati si è dimesso, Bersani ha detto parole chiarissime sul ruolo della magistratura. Dall’altra parte hanno votato contro l’arresto di Papa e hanno votato il processo lungo, l’ennesima norma pensata per impedire i processi».

Basta questo per mettere al sicuro il Pd?
«Noi abbiamo il dovere, al di là di queste vicende, di introdurre nuove norme di trasparenza. Però rifiuto l’idea insopportabile che saremmo tutti uguali. È un’offesa a migliaia di persone che lavorano nel Pd, anche come volontari. E poi quando si fa di ogni erba un fascio si apre la porta al populismo. E il populismo chiama sempre risposte di destra, mai progressiste».

da L’Unità

"La deriva del partito personale", di Ilvo Diamanti

Il modello ‘Berlusconi’ ha incarnato il modo di fare politica nella Seconda Repubblica: il leader crea il partito e gli fornisce un senso. Come hanno fatto anche in parte la Lega, l’Idv, Sel e il Terzo polo. Ma ora lo Stato, diventato di fatto presidenziale, si trova di fronte a un futuro senza leader e senza partiti

LA SECONDA Repubblica è ormai alla fine. Vent’anni dopo l’avvio, arranca faticosamente. Insieme agli attori che hanno contribuito a fondarla e a plasmarla. Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, per primi. In particolare, appare logoro il modello berlusconiano, imperniato sulla personalizzazione iperbolica del partito e del governo. Enfatizzata dall’uso dei media.

La Seconda Repubblica: ruota intorno al partito di Berlusconi. “Personale” e non personalizzato. Perché, a differenza di quel che avviene nelle altre democrazie occidentali, il partito non agisce come una macchina per selezionare e sostenere il leader. Viceversa, è il leader a creare il partito. A fornirgli regole e valori. Identità e organizzazione. Un “partito personale”, riassunto nel corpo del Capo (come ha precisato Mauro Calise nella nuova edizione del suo saggio, edito da Laterza nel 2010).

Ne asseconda le scelte e gli interessi. Ne riflette il destino. Un modello vincente, riprodotto da tutti. In base alla diversa disponibilità di risorse – simboliche, mediali e, naturalmente, economiche e finanziarie. Per prima la Lega, l’altra “madre” della Seconda Repubblica. Partito dei ceti medi privati, della provincia produttiva del Nord. Anticentralista e antiromano. Ha ereditato il retroterra elettorale della Dc, assumendo una forma organizzativa simile al vecchio Pci.

Un partito carismatico e personale a basi di massa. Che ha bisogno di Bossi per “stare insieme”. Perché Bossi ne incarna l’identità e la storia, l’immagine e il linguaggio. Anche dopo la malattia. Tanto più dopo la malattia. Bossi ha portato con sé la sofferenza fisica e l’ha esibita come un simbolo. L’icona della Padania promessa (per citare Biorcio).

La Seconda Repubblica fondata da – e su – Berlusconi, nel vuoto politico prodotto da Tangentopoli, è cresciuta a immagine e somiglianza del Cavaliere. Oggi, se ci guardiamo intorno, vediamo solamente imitazioni. Partiti personali, più o meno riusciti. Più o meno realizzati. Non solo la Lega di Bossi. Ma anche l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, cofondatore della Seconda Repubblica, in quanto figura simbolo di Mani Pulite. E Sel. Cosa era e cosa sarebbe senza l’affermazione di Nichi Vendola? D’altronde, la Federazione della Sinistra, la stessa Rc, dopo il “ritiro” di Bertinotti, sono divenute invisibili. Scivolando verso il Terzo Polo: come scindere l’Udc da Casini? Tanto meno l’Api da Rutelli, anche perché è rimasto ormai quasi solo (Tabacci fa storia a sé. Figura di valore, all’inseguimento ostinato della Prima Repubblica proporzionale). Anche Fli: è la Lista Fini. I Radicali, d’altra parte, per primi, hanno importato il modello americano, presentandosi negli anni Ottanta come lista personale, incarnata da Pannella e, poi, dalla Bonino.

Resta il Partito democratico, ultima stazione del viaggio del centrosinistra all’inseguimento di Berlusconi. Condotto, prima, attraverso l’Ulivo di Prodi e Parisi, sostenitori dell’Unione tra diverse culture politiche. Una sorta di Nuova Dc spostata a sinistra. Fino al Pd di Veltroni. Partito “esclusivo” e maggioritario. Fondato sulle primarie, usate non solo per selezionare i candidati alle cariche istituzionali – nazionali e locali. Ma per eleggere le cariche del partito. Una sorta di riproduzione dei vecchi congressi. Necessaria a regalare un’investitura popolare e di massa a “un” leader.

Ebbene, tutti questi esperimenti, realizzati con maggiore o minore successo, oggi appaiono gusci svuotati di senso e consistenza. Per la de-composizione del modello, che segue la crisi del fondatore. D’altronde, se l’identità e la coerenza del partito dipendono dalla figura e dal “corpo” del Capo, come pensare che il partito possa sopravvivere al suo declino? Ciò appare evidente nel caso del Pdl, un non-partito-personale. La scomparsa di Berlusconi – praticamente introvabile da settimane, mentre infuria la crisi interna e globale – ha s-travolto il Pdl. Non basterà l’investitura di Angelino Alfano a salvarlo. Perché è impensabile un partito personale senza l’unica persona che gli dia senso e risorse.

Diverso il discorso della Lega, che dispone di un’organizzazione diffusa sul territorio e di una classe politica sperimentata, a livello centrale e locale. Tuttavia, è attraversata da differenze interne profonde. A livello territoriale, ma anche di identità e cultura. E ancora: personali. È, probabilmente, questo il principale motivo per cui la leadership di Bossi – per quanto vissuta con crescente insofferenza all’interno – non viene ancora contestata apertamente e in modo diretto. Per timore del big bang. Tuttavia, se Berlusconi uscisse di scena, anche Bossi ne seguirebbe la sorte. Non solo, ma in questo caso, l’intero sistema dei partiti personali verrebbe centrifugato. Perderebbe il baricentro.

In fondo, è per questa ragione che il Pd ha dimostrato capacità di ripresa e di reazione, negli ultimi mesi. Perché resta un partito incompiuto e im-personale. Privo di un’organizzazione solida – leggera o pesante, non importa – e di una leadership condivisa. Semmai, divisa. Un partito in-definito, anche dal punto di vista della prospettiva. I recenti scandali, peraltro, ne hanno logorato la legittimazione morale. La pretesa “diversità”, rivendicata, trent’anni fa da Berlinguer, come ha rammentato nei giorni scorsi Eugenio Scalfari.

Da ciò la crisi profonda che scuote e disorienta il sistema politico e le istituzioni di questa Repubblica, modellata da Silvio Berlusconi a propria immagine e somiglianza. Ora che il motore è inceppato, l’intero universo appare disassato. Perché il declino dei leader avviene dopo che la personalizzazione ha logorato i partiti. Così ci avviamo a un futuro-prossimo-già-iniziato: senza leader e senza partiti. Ciò spiega il ruolo assunto dal presidente Napolitano. L’unico leader che goda di fiducia – in questo sistema privo di leader e di partiti. Per propri meriti “personali”, ma anche perché non ha partito.

Da ciò il paradosso della nostra Repubblica – fondata dai partiti e ridisegnata dai partiti “personali”. Oggi è divenuta una Repubblica presidenziale. Di fatto.

Non dobbiamo pensare, tuttavia, a una deriva inevitabile. La crisi dei partiti personali ha, infatti, sollecitato la reazione di molte “persone”, che agiscono nella società civile e sul territorio, ma anche alla periferia dei partiti. Ne abbiamo avuto esempio in occasione delle amministrative e dei referendum. Da ciò la speranza – e qualcosa di più. Che le persone di buona volontà e i mille segmenti del movimento invisibile cresciuto in questi mesi non si rassegnino.

da www.repubbica.it

"Di padre in figlio", di Lucia Annunziata

Inviando i carri armati contro la popolazione della città di Hama, la famiglia Assad si conferma la più capace genia regnante oggi nel Medioriente della Mezzaluna, se per capacità si intende saper conservare il proprio potere con crudeltà e sprezzo di ogni interesse umano che non sia il proprio.

Papà Hafez al Assad, detto anche il Leone di Siria, guarda probabilmente oggi dall’alto con orgoglio la sua progenie, Bashir che è Presidente, e Maher, capo dei gruppi di élite della Guardia repubblicana che guida da mesi la repressione delle proteste. I due rampolli, arrivati sulla scena politica del Paese con la reputazione dei rammolliti (Bashir è dentista e ha conquistato il titolo con molti anni di studi a Londra), si sono rivelati in effetti in questi mesi degni eredi del Leone: la scelta di spianare Hama è del resto un perfetto omaggio a lui, il papà. Fu Assad padre infatti, nel 1982, il primo ad avere l’idea di radere al suolo, novello Attila, la città di Hama, che aveva osato ribellarsi, per farne il monumento alla stabilità e alla forza del suo potere, uccidendo 30 mila islamici. Si capisce bene dunque che oggi i suoi figli inviando i carri armati intendano ripetere l’operazione simbolica di fare di Hama il luogo in cui anche stavolta si è insegnata una lezione a tutto il dissenso siriano che da mesi scuote il Paese.

Il momento, del resto, è perfetto – e tutto si può dire degli Assad meno che non sappiano far di conto e di politica.

Questo inizio di agosto è il festival della distrazione internazionale. Obama è profondamente indebolito dal rischio default, e nel clima che si respira in America è improbabile che Washington si impegni su questioni internazionali. Il presidente turco Erdogan, cui l’Occidente ha affidato il compito di tirare (ogni tanto) le orecchie ai focosi giovani Assad, è in piena crisi da conflitto con i suoi generali dimessisi in massa venerdì per protestare contro l’arresto di 250 ufficiali da parte del governo con l’accusa di cospirazione. Al Cairo fra due giorni dovrebbe iniziare il processo a Mubarak, che rischia di essere la piazza mediatica internazionale su cui si ufficializzerà che i Fratelli musulmani sono quasi riusciti a dirottare e rapire la rivoluzione di Piazza Tahrir. Infine inizia oggi, primo agosto, il Ramadan, il mese di celebrazioni del calendario musulmano, in cui il mondo islamico digiuna, prega e festeggia se stesso – con un antico rito che nel decennio scorso è diventato data simbolica anche per l’Islam radicale di un diverso tipo di festeggiamento, quello delle armi. Proprio ieri l’ammiraglio Usa Mullen, che guida lo staff dei capi di stato maggiore americani, ha proclamato la massima allerta delle truppe in Afghanistan per timori di attacchi taleban durante il Ramadan. E se lo fanno i taleban, perché non farlo in Siria, devono aver pensato gli Assad. Va detto che tutto quello fin qui scritto è solo frutto di osservazioni – tra le altre cose, infatti, il tanto «westernizzato» governo di Damasco, con la sua splendida first lady cresciuta a Londra, le sue portavoce donne, e la sua elegante borghesia che ha ristrutturato il centro storico della capitale, non ha avuto esitazione a buttar fuori (e a tenerli fuori) i giornalisti occidentali.

Riusciranno dunque i fratelli Assad nel loro progetto di radere al suolo Hama? Non abbiamo dubbi. Si è scritto e riscritto (e a questo punto è inutile ripetere) del doppio standard che l’Occidente ha adottato nei confronti della Siria: decisionismo militare per la Libia e chiacchiere di vuote proteste per Damasco. Le ragioni di questa disparità sono state esse stesse descritte numerose volte. La Siria è il cortile di casa di due grandi potenze mediorientali – la Turchia e Israele, ed è dunque area di gioco di quasi tutti i conflitti locali. Attraverso la Siria passa l’aiuto iraniano agli Hezbollah e ad Hamas (che agiscono rispettivamente contro Israele in Libano e a Gaza). La Siria è inoltre una nazione a base etnica molto variegata, con una importante presenza, tra le altre, sia di cattolici che di curdi. Si aggiunga che in Siria non c’è petrolio, e la somma finale è semplice: il timore di una destabilizzazione di questa nazione è più forte di ogni preoccupazione umanitaria.

da www.lastampa.it

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Cannonate sulla folla, strage ad Hama. Gli attivisti: “Almeno cento morti”
Il regime attacca la città martire Sdegno del mondo: “Fermatevi”. Da Frattini un appello all’Onu. Ma Cina e Russa restano fredde

Ha i numeri di un vero e proprio massacro il bilancio dell’offensiva contro i manifestanti anti-governo lanciata oggi dalle forze di Damasco, proprio alla vigilia dell’inizio del mese di Ramadan. I gruppi per i diritti umani parlano di oltre 136 morti, principalmente ad Hama, la città martire contro cui oggi all’alba l’esercito siriano ha lanciato l’attacco con i tank e l’artiglieria pesante, uccidendo almeno 100 persone.

Ma vittime dell’offensiva sono state registrate anche a Harak, nella provincia di Daraa, dove sono state uccise diverse persone, tra le quali una bambina di tre anni. Mentre sono almeno 19 le persone rimaste uccise, e decine i feriti, nella città orientale di Deir el Zour. Due persone sono state uccise nella città di Idlib, nel nord del paese.

I tank di Damasco sono entrati in azione anche nel quartiere periferico di Damasco di Moadamiyya, e le forze di sicurezza hanno lanciato gas lacrimogeni in un altro quartiere della capitale, quello di Daraya, dove un migliaio di persone sono scese in piazza per protestare contro il regime e dimostrare il sostegno alle città sotto attacco militare. E in un altro quartiere di Damasco, Zabadany, otto soldati hanno defezionato dall’esercito.

Davanti al massacro sono arrivate reazioni indignate da tutto il mondo. L’offensiva militare iniziata all’alba ad Hama, secondo gli Stati Uniti, è un segno che il regime è «disperato». Le autorità siriane, ha detto un funzionario dell’ambasciata Usa di Damasco, «pensano di poter prolungare la loro esistenza ingaggiando una guerra aperta contro i loro stessi cittadini». Quella messa in atto dai tank siriani è un’ «orribile repressione», secondo il ministro degli Esteri Franco Frattini che sollecita una «riunione urgente del Consiglio di sicurezza dell’Onu» . «Rivolgo un forte appello per la cessazione immediata delle violenze contro i civili», ha aggiunto il titolare della Farnesina, augurandosi che in Siria «si possa giungere ad una soluzione della crisi», attraverso «l’attuazione delle riforme» e «l’avvio di un dialogo inclusivo». Frattini ha chiesto alle Nazioni Unite «una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza per prendere una posizione molto ferma» sulla Siria.

Si dice «inorridito» il ministro degli esteri britannico William Hague, secondo il quale tanta violenza «non ha giustificazione», mentre tornano a chiedere un «deciso intervento del consiglio di sicurezza dell’Onu», che fino ad ora non si è mai espresso, Parigi e Berlino. Il ministro degli esteri francese Alain Juppè ha definito «particolarmente inaccettabile alla vigilia del Ramadan», ciò che è accaduto in Siria. «Ora più che mai – ha aggiunto – la Francia si augura che il Consiglio di sicurezza dell’Onu si assuma le sue responsabilità esprimendosi con forza e sicurezza, coma ha fatto a più riprese il Segretario generale».

Ancora più diretto l’intervento della Germania, che ha avvertito il regime: «se la violenza non si fermerà immediatamente – ha detto il ministro degli esteri Guido Westerwelle – adotteremo nuove sanzioni con i nostri partner europei». Il governo tedesco, ha aggiunto, chiede ad Assad di porre immediatamente fine alle violenze contro i manifestanti pacifici e «resta assolutamente convinto che il consiglio di sicurezza dell’Onu dovrà reagire a questa violenza». Di più: «non fermeremo mai i nostri sforzi – ha assicurato – per convincere gli stati refrattari».

Il riferimento è a Russia e Cina entrambe piuttosto fredde all’idea di misure contro la Siria: Mosca nei mesi scorsi ha ribadito più volte che intende ricorrere al diritto di veto contro ogni risoluzione Onu nei confronti della Siria. Dall’Unione europea invece nuove sanzioni sono già in arrivo. Bruxelles ha annunciato appena due giorni fa che rafforzerà le misure contro la Siria, dopo aver approvato già tre pacchetti di sanzioni contro il regime di Assad. Con il prossimo – il quarto – i 27 allungheranno la lista delle persone colpite dal congelamento dei beni e dei visti.

da www.lastampa.it