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"Quelli che amano il lavoro", di Bruno Ugolini

È uno dei testi che sono stati letti durante un’iniziativa della Cgil «Un treno in marcia per il Lavoro», svoltasi lo scorso aprile in Umbria.
E’ apparso su www.precarietainformata.it.

L’autore, Andrea Panfili lavora presso l’Azienda Ospedaliera di Perugia e si è ispirato al duo Fazio-Saviano. Eccolo dunque recitare. Sono parole che fanno a pugni con la diffusa immagine del “fannullone” e descrivono insieme la complessità e difficoltà del lavoro, nonché le deficienze della macchina pubblica. :

«Vado via perché devo considerare i pazienti come dei numeri / Resto perché il sorriso di una persona ripaga la fatica di una giornata di lavoro / Vado via perché i carichi di lavoro aumentano di giorno in giorno / Vado via perché gli orari sono sempre più massacranti / vado via perché sento tanto parlare di equipe, ma spesso lavoro da solo / Resto perché so che le mie fatiche ed il mio tempo sono impiegate per aiutare /Vado via perché quando chiedo al Caposala di prendere un giorno di ferie, lui mi risponde che non c’è personale / Vado via perché non voglio una legge che costringa a mantenere in vita con tecnologie straordinarie o/ sproporzionate chi ha deciso di rifiutarle in modo consapevole / Resto perché voglio lavorare secondo scienza e coscienza / Resto perché ai pazienti devono sempre essere garantite la dignità e soprattutto la decisione finale / Vado via perché mi chiamano fannullone / Resto perché io non mi sento fannullone anzi faccio anche i doppi turni / Vado via perché quando finiscono le siringhe da 2 ml ne devo prendere una da 20 ml / Vado via perché mi dicono di risparmiare, ma non lo sanno che le siringhe da 20 ml costano più di quelle da 2 ml? / Vado via perché il ministro Brunetta mi ha bloccato lo stipendio per tre anni / Resto perché io uno stipendio ce l’ho / Resto perché spero che un giorno i pazienti verranno chiamati per nome / Resto perché penso che un giorno riusciremo a costruire delle equipe che lavorino in armonia / Resto perché prima o poi non mancheranno i farmaci, gli aghi, i cateteri, le flebo e soprattutto le siringhe da 2 ml saranno sempre disponibili ».

Sono strofe che potremmo dedicare al ministro Renato Brunetta, il ministro che aveva promesso di piegare l’esercito degli impiegati pubblici, bloccando gli stipendi, licenziando i precari, vietando le elezioni delle rappresentanze sindacali. Il tutto avrebbe dovuto servire a rendere nuova e fiammante la macchina dello Stato. Tutto è rimasto quasi come prima. Quel che va bene, quando va bene, lo si deve a tanti oscuri “servitori dello stato” che come il nostro “poeta” Andrea Panfili vorrebbero andarsene, ma restano a compiere con dedizione il proprio quotidiano dovere. Chi se ne andrà, prima o poi, è probabile che sia il ministro Brunetta.

http://ugolini.blogspot.com da www.unita.it

"Un patto non dirada la nebbia", di Bill Emmott

L’ accordo quadro sulla manovra fiscale concordato ieri tra democratici e repubblicani al Congresso degli Stati Uniti e la Casa Bianca all’altro capo di Pennsylvania Avenue, non è un granché e non è nemmeno di ampio respiro. Ma quanto meno è un accordo, e assumendo che sia accettato dal Congresso durante i prossimi due giorni eviterebbe alle finanze pubbliche una crisi del tutto superflua, potenzialmente in grado di innescare una nuova crisi finanziaria globale. Anche così, non è la fine della storia, non a lungo termine.

Il direttore di una rivista italiana di recente mi ha chiesto cosa pensassi circa la differenza tra la crisi monetaria dell’Europa e quella dell’America, dicendomi che a suo avviso l’America ha il grande vantaggio di avere un sistema presidenziale. Spero che non lo pensi adesso, ma in ogni caso davvero dovrebbe prestare maggiore attenzione alla Costituzione americana. Perché questo dibattito farsesco sul tetto del debito è tutta colpa dei padri fondatori: Jefferson, Washington e gli altri.

Hanno progettato la costituzione americana, con tutti i suoi pesi e contrappesi, espressamente per ostacolare il potere decisionale di un singolo, in particolare del Presidente che avrebbe potuto rischiare di diventare dittatoriale come il re britannico Giorgio III, e sono certamente riusciti nell’intento in modo spettacolare nel corso della lunga discussione sull’innalzamento del tetto del debito nazionale di 14.300 miliardi di dollari («soffitto di debito», una sorta di limite di indebitamento legale) per evitare un default o una massa di tagli alla spesa, dopo il 2 agosto.

Un fatto degno di nota, di certo, è che in tutto questo processo praticamente nessuno nei mercati finanziari ha finora previsto il default dell’America, o anche il declassamento dalla tripla A del suo rating.

Si metta a confronto l’andamento delle trattative di questo fine settimana con quelle precedenti il vertice di emergenza della zona euro, il 21 luglio: mentre i rendimenti obbligazionari della zona euro, in particolare per la Spagna e per l’Italia, erano saliti per la paura di un default da mini-Grecia, il mercato dei buoni del Tesoro americani è rimasto abbastanza tranquillo. I tassi dei buoni del Tesoro a breve o medio termine sono saliti un po’, ma quelli a 10 anni in effetti venerdì sono caduti. Il dollaro è scivolato, ma non esattamente in modo catastrofico.

Forse i mercati aderiscono alla cinica visione che Churchill aveva dei suoi alleati: «Si può sempre contare sugli americani, fanno la cosa giusta… dopo aver provato tutto il resto…».

Più probabilmente avevano già previsto tutto; i negoziati dell’ultima ora conclusi con un cattivo affare, ma almeno conclusi, e l’apparente accordo di ieri per un presunto taglio di 3000 miliardi di dollari alla spesa in oltre dieci anni sembrano dimostrare che hanno avuto ragione. Più in profondità, la loro impassibilità potrebbe riflettere la sensazione che il vero problema è un po’ più a lungo raggio rispetto a quanto è stato rappresentato da un termine in qualche modo artificiale, come la scadenza del tetto del debito.

Il vero problema comprende un fenomeno a medio termine e una questione a lungo termine, anche se strettamente correlati. Il primo è simboleggiato, ma non circoscritto al gruppo dei conservatori repubblicani dentro e fuori il Congresso che si fanno chiamare Tea Party.

Quel gruppo, le cui eroine sono Sarah Palin e una ardita congressista del Minnesota, Michele Bachmann, è stato il cuore del blocco durante i negoziati sulla riforma fiscale e il limite del debito. Come in ogni Paese, quando c’è una piccola maggioranza parlamentare e del Congresso, un gruppo di fanatici può ottenere un potere di veto che va oltre la sua reale capacità di rappresentanza numerica. Fortunatamente, sembra probabile che il veto ora possa essere superato da un compromesso tra le forze più moderate.

I Tea Party, tuttavia, rappresentano più di un semplice veto temporaneo. La migliore analogia storica è con il movimento isolazionista nato in America durante gli Anni 30. La posizione dei Tea Party sull’ampio debito americano, sembra, di primo acchito, abbastanza ragionevole: quando qualcuno ha preso in prestito troppo, dicono, è sbagliato concedergli di più.

Ma in realtà, cercare di curare i debitori tutto d’un colpo, negando loro ogni prestito e obbligandoli a mancare ai loro obblighi, obblighi che sono stati tutti stabiliti dal precedente voto del Congresso, sarebbe stato irresponsabile e, all’atto pratico, isolazionista.

Isolazionista perché l’America è la più grande economia del mondo così come la sua più grande debitrice, e molti dei suoi titoli di Stato sono detenuti da stranieri. Un default sarebbe sostanzialmente un default sul debito estero. Ma i Tea Party non si preoccupano degli stranieri, o della credibilità internazionale del loro Paese.

Come il movimento America First negli Anni 30 e durante i primi anni della Seconda guerra mondiale, essi sostengono che il Paese dovrebbe lasciar perdere il mondo per risolvere i propri problemi, lasciare che l’America si concentri su se stessa. Peggio ancora, in un certo senso, alcuni nei Tea Party vedono il mondo come una minaccia per l’America: la signora Bachmann, attualmente l’unica dei Tea Party a essersi presentata come candidata alla presidenza per il 2012, due anni fa ha proposto un emendamento costituzionale per impedire che il dollaro venga sostituito da una valuta estera, cosa che in realtà era già illegale e che nessuno pensava di fare. Il suo obiettivo era quello di creare l’apparenza di una minaccia là dove non esisteva.

Quando nel 2008 è scoppiata la crisi finanziaria, molti economisti temevano che avrebbe prodotto un’ondata di protezionismo, soprattutto negli Stati Uniti, e ci sono stati sospiri di sollievo quando questo non è successo. Eppure la nascita dei Tea Party e il voto per il Congresso dello scorso novembre suggeriscono che la vera minaccia è l’isolazionismo, che nel tempo può produrre una nuova ondata di protezionismo commerciale e finanziario.

Sarebbe sbagliato sopravvalutare l’importanza attuale dei Tea Party: rimane una piccola minoranza rumorosa. Ma la grande battaglia di medio termine è per la Casa Bianca e per il controllo del Congresso nelle elezioni del novembre 2012.

Sarebbe rassicurante credere a tutte le persone comuni intervistate dai tg delle tv straniere che si dicono imbestialite dal comportamento irresponsabile del Congresso, in particolare dall’ostruzionismo dei Tea Party, e pensare che nelle elezioni del prossimo anno gli estremisti andranno in sofferenza.

Queste persone sono state intervistate a Washington DC e New York, e possono anche non essere rappresentative della nazione. C’è molto ancora da mettere in gioco per le elezioni del prossimo anno, e i conservatori repubblicani giocheranno in modo assai duro.

Così, la questione a lungo termine al centro della scena sarà: l’economia americana può fare ciò che ha fatto in passato, e rilanciare e riformare se stessa dal basso, nonostante le inutili partite politiche giocate a Washington? E’ notoriamente flessibile, e i veri eroi americani sono sempre stati Google, Wal-Mart, Apple e Boeing, non i lungimiranti visionari politici della capitale.

Ma gli ultimi dati economici, diffusi la scorsa settimana, hanno mostrato un quadro altrettanto stagnante in America come in Gran Bretagna. Questo non è sorprendente, in entrambi i casi: dopo aver fatto troppo affidamento sulle spese dei consumatori e sul boom del credito, entrambi i Paesi erano destinati a passare attraverso un lungo e doloroso periodo di adattamento. Anche con le esportazioni in crescita, che è il caso dell’America e della Gran Bretagna, è difficile superare completamente gli strascichi del dopo crisi, e questo era vero anche prima che i rincari dei prezzi del petrolio e dei generi alimentari facessero sentire i consumatori ancora più poveri.

Questo andrà avanti per molto tempo a venire. In un primo momento la politica fiscale è stata una soluzione, in quanto il prestito ha stimolato l’economia. Ora è un problema, perché i tagli, per quanto necessari, deprimono la domanda. In America, dove i tagli sono comunque stati differiti, c’è una complicazione aggiuntiva: la lunga disputa sulla politica fiscale e l’impostazione del governo, che durerà fino e oltre le elezioni del 2012, sta producendo una fitta nebbia che offusca non solo il futuro fiscale del Paese, ma anche il futuro delle relazioni dell’America e il suo atteggiamento verso il mondo esterno.

In questo contesto confuso e altamente incerto, sarebbe veramente miracoloso se le imprese dovessero decidere per investimenti massicci in America. Quindi la migliore ipotesi, purtroppo, è che non lo faranno. La disputa sul fisco continuerà, la nebbia rimane, e il mondo non può dipendere da una rapida ripresa dell’America.

[Traduzione di Carla Reschia] da www.lastampa.it

"E' tempo dell'unità per uscire dalla crisi", di Stefano Fassina

L’Italia, insieme all’Unione europea, è presa nella morsa di una transizione sistemica. L’esito è aperto. Ogni giorno, guardiamo agli indici di borsa e allo spread, la differenza tra il tasso d’interesse dei titoli di debito pubblico dell’Italia e i mitici Bund della Germania, come risultati di atti di avidità della speculazione finanziaria. Il nostro dibattito insiste sulla situazione di emergenza. Ma non siamo in una difficoltà imprevista. Siamo alla fine di una lunga stagione di scelte sbagliate, carenti, parziali.
Ed è l’insieme delle classi dirigenti italiane a essere stato inadeguato. La politica ha la responsabilità primaria. Nella cosiddetta “Seconda Repubblica”, il berlusconismo e il leghismo, tra i tanti guasti, hanno impoverito il senso civico e la già flebile attenzione all’interesse generale. L’individualismo amorale e il corporativismo di territorio hanno spinto indietro il Paese. Senza dubbio, il centrosinistra ha salvato l’Italia. L’ha agganciata all’euro nel ’96 e ha fermato la deriva sudamericana dieci anni dopo. Ma, non è riuscito a compiere le riforme necessarie. Oggi, per portare l’Italia sul sentiero dello sviluppo sostenibile, del lavoro di qualità per le giovani generazioni e dell’abbattimento del debito pubblico, vanno attuate riforme a vasto raggio. La strada di Berlusconi, Bossi e Tremonti, a danno dei più deboli e delle classi medie, porta a sbattere. Le invocate «proposte alternative» sono note. Sono, tuttavia, ancora disperse le energie etiche e politiche per una credibile strategia riformista.
I soggetti per le riforme sono in campo. I protagonisti – lavoratori, donne, giovani – del risveglio civico dell’anno scorso, culminato nelle elezioni amministrative di maggio e nei referendum per i beni comuni a giugno. Le associazioni del lavoro e delle imprese, tornate insieme, nonostante il ministro Sacconi, per una svolta di rilevante valore politico: il 28 giugno con l’accordo interconfederale sulla riforma del modello contrattuale e delle regole della democrazia nei luoghi di lavoro e mercoledì scorso, a parte la triste auto-esclusione della Uil di Angeletti, con il manifesto per «responsabilità e discontinuità». Non riescono, invece, a riconoscere le specificità del tornante storico importanti culture radicali della sinistra sociale. Ora, è responsabilità della politica, in particolare del Pd, orientare le energie in campo verso un programma di cambiamento progressivo etico, economico e sociale. Nella grande transizione in corso, si illude chi alimenta l’antipolitica per destrutturare il Pd e, così, eliminare l’ultimo ostacolo a una scorciatoia tecnocratica da far puntellare alle forze economiche e sociali riunite. Oggi, a differenza del ’92-93, la rotta non è tracciata. Oggi, siamo in una transizione sistemica e, purtroppo, l’Unione europea, soffocata da governi conservatori senza capacità di leadership su opinioni pubbliche spaventate, è confusa e incerta. È un esile ancoraggio nella tempesta. Oggi, in Italia e in Europa, va definita la rotta. Nel mare da attraversare, serve quindi una guida politica. E il Pd è, piaccia o meno, l’unico pilastro per reggere un’alleanza politica e sociale orientata a dare un futuro progressivo all’Italia.
Oggi, è il tempo per la politica progressista di agire per l’unità, il nome del giornale fondato da Antonio Gramsci per raccordare le forze produttive e intellettuali in un altro decisivo passaggio d’epoca. Unità per ricostruire le fondamenta della dialettica democratica e sociale. Unità per la dignità della persona che lavora. Unità in Italia e in Europa.

L’Unità 31.07.11

"Donne, scelta miope tagliare il welfare", Maria Cecilia Guerra

Lo sviluppo a cui tendere non deve guardare solo alla crescita del Pil, ma al più generale benessere delle persone, uomini e donne, e alla sua distribuzione. In quest’ottica sono tanti i motivi per i quali lo sviluppo ha bisogno di investimenti in tutti i campi del welfare. Il welfare può fornire strumenti di protezione, come gli ammortizzatori sociali, che permettano e accompagnino un uso più flessibile, e potenzialmente più produttivo, del lavoro, e rendano socialmente, oltre che individualmente, meno drammatica l’esclusione, temporanea, dal mondo produttivo.
L’investimento in istruzione, a tutti i livelli, non dà solo vantaggio a chi la riceve, ma si riflette sulla collettività, favorendo l’innovazione e creando un contesto sociale più civile e progredito.
E ancor di più, è proprio nell’ambito dei servizi sociali e del welfare in generale che si possono trovare parte di quelle opportunità di riorientamento dell’offerta produttiva che la crisi economica ha reso
necessarie. Le tendenze demografiche, che riguardano sia l’invecchiamento della popolazione sia i processi migratori, la spinta al miglioramento della qualità della forza lavoro e la necessità/opportunità di una maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro stanno infatti modificando significativamente la
composizione della domanda delle famiglie. Essa sarà sempre più rivolta a servizi di cura, sanità, istruzione, social housing. Si tratta di domanda, quindi di mercati, su cui è importante investire. Tagliare le spese di welfare è una scelta miope. Non significa “risparmiare”,
significa solo fare riemergere come costo privato un costo che ora è sostenuto dalla collettività nel suo complesso.
Ma la risposta privata non sempre è più efficiente (si pensi al caso della sanità negli Stati Uniti), non tiene conto delle ricadute collettive dell’investimento individuale, rischiando quindi di essere sottodimensionata, e sicuramente non è equa, in quanta soddisfa in modo dignitoso solo i bisogni di chi può permetterselo, mettendo a
rischio la coesione sociale.
Finalizzare parte della crescita allo sviluppo dei settori di welfare in cui è alta la domanda, e mantenerne la funzione di regia e la responsabilità ultima in mano pubblica, non significa affatto escludere la produzione privata. Al contrario, in questi settori le imprese possono trovare occasioni importanti di progresso tecnico e
organizzativo in cui investire con profitto. Investire nei servizi alla persona, in cui è alta l’intensità di manodopera, significa inoltre creare
occupazione. Un processo che deve essere accompagnato dalla formazione di figure professionali adeguate.
E’ importante essere consapevoli che il lavoro domestico e la cura dei
bambini e degli anziani sono attività essenziali per la sostenibilità dei processi di vita e di lavoro di donne e uomini e per il loro benessere. Di tutto ciò si sono tradizionalmente occupate le donne, che ancora
svolgono in Italia, secondo i dati dell’Istat, il 72% di questo lavoro non pagato. Investire nel welfare significa, dunque, anche investire in politiche di conciliazione fra lavoro di cura e lavoro di mercato, che responsabilizzino e coinvolgano pure i maschi. Ciò serve a evitare che il lavoro di cura continui ad essere di ostacolo all’inserimento sul mercato del lavoro e alla realizzazione del proprio progetto di vita per le donne, oltre che a incidere fortemente sulle scelte di procreazione e, quindi, sulla felicità che ne deriva per maschi e femmine.
Tutti temi cruciali per uno “sviluppo umano”.

L’Unità 31.07.11

"Crisi, Berlusconi venga in Parlamento" Pd: sedute in agosto. Fini: si può fare", di Giovanna Casadio

Una crisi economica profonda e rischiosa, di cui il premier e il Parlamento non possono disinteressarsi. Per questo il Pd ha deciso di fare un passo istituzionale. Con una lettera dei capigruppo di Camera e Senato, Dario Franceschini e Anna Finocchiaro, ha chiesto formalmente ai presidenti Fini e Schifani che Berlusconi si presenti al più presto a riferire in aula.
Nella lettera si elencano i capitoli dell´emergenza e le ragioni dell´urgenza: «La difficile situazione del paese, le tensioni sui mercati, i segnali di difficoltà che provengono dall´Europa e dagli Stati Uniti e che hanno effetti diretti sulla condizione economica sociale e finanziaria italiana, l´appello al governo venuto dalle forze economiche e sociali del paese – scrivono Franceschini e Finocchiaro – ci impongono di insistere affinché il presidente del Consiglio venga in Parlamento a parlare della situazione del paese e delle iniziative del governo». Invece nelle ultime settimane il Cavaliere – preso da tutt´altri pensieri, anche di salute – non si è fatto vedere neppure per la fiducia su una delle ennesime legge ad personam, quella sul processo lungo, approvata venerdì da Palazzo Madama.
Il presidente Napolitano dà l´esempio rinviando le sue vacanze a Stromboli, e il premier? Fini ha pronta la risposta per le opposizioni. È la stessa data in conferenza dei capigruppo qualche giorno fa: «Il portone di Montecitorio non è ermeticamente chiuso, non viene blindato nel mese di agosto. Conseguentemente l´aula potrebbe essere convocata per ascoltare il presidente del Consiglio in qualsiasi giorno, anche a Ferragosto». Insomma massima disponibilità, la Camera è sempre aperta, ma la decisione spetta appunto al governo.
Casini, il leader dell´Udc, è d´accordo: «Discutiamo subito». Di Pietro si spinge più in là e lancia su suo blog un appello a tutte le opposizioni perché sottoscrivano una mozione di sfiducia all´esecutivo: «Questo governo va fermato, noi di Idv abbiamo approntato la mozione di sfiducia, ora aspettiamo che tutte le opposizioni senza ipocrisie e senza spaccare il capello in quattro, pur di non assumersi responsabilità, la firmino con noi». Quindi, Berlusconi venga in aula e poi però – affermano in una nota i capigruppo di Idv, Massimo Donadi e Felice Belisario – se ne vada a casa.
Nel centrodestra non ne vogliono sapere. Da Palazzo Chigi non ci sono aperture e, per ora, nessun commento. Berlusconi è ad Arcore in convalescenza dopo l´operazione alla mano. Il Pdl invita a guardare il bicchiere mezzo pieno delle cose fatte: la manovra economica e il decreto sviluppo sono le misure giuste – si sostiene – per evitare il tracollo.
In difficoltà è la Lega davanti alle misure impopolari del governo. Bossi perciò dichiara guerra al ticket sanitario: «Non lo vogliamo, piuttosto aumentiamo il costo del tabacco». E il Senatùr gran fumatore di sigari si dice pronto al sacrificio: «Di fronte alla sanità sono disposto a pagare di più un vizio». I democratici polemizzano: «Se ne accorgono ora dell´iniquità del ticket? Il Carroccio tenta una retromarcia, ma il governo è in ferie». Ferie alle quali non sembra per ora voler rinunciare. Fabrizio Cicchitto, capogruppo Pdl, nei giorni scorsi aveva fatto sapere che il premier non si sarebbe fatto mettere sulla graticola parlamentare: «Non ne vedo la necessità». E alle parti sociali che hanno parlato di gravità della situazione e invocato discontinuità, rigira la richiesta: «Discontinuità venga da voi», ad esempio rivedendo l´articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La Repubblica 31.07.11

"Crisi, non si ferma l'onda lunga", di Laura Matteucci

Di nuovo dati pesanti sulla crisi che non finisce mai, e di nuovo conferme di un governo incapace di gestirla. Anzi, che al momento non ha nemmeno risposto all’invito del segretario del Pd Pierluigi Bersani, inviato ai presidenti di Camera e Senato e rivolto direttamente a Berlusconi, di riferirne in Parlamento. «La difficile situazione del Paese, le tensioni sui mercati, i segnali di difficoltà che provengono dall’Europa e dagli Stati Uniti, l’appello al governo venuto dalle forze economiche e sociali, ci impongono di insistere », dice l’invito. Persino un pidiellino di ferro come Osvaldo Napoli, presidente pro tempore della stessa Associazione dei Comuni, fortemente contraria alla manovra, invita il governo «ad accettare la sfida».Mal’esecutivo si va consumando per autocombustione: adesso pure Bossi ha deciso che i ticket sanitari non s’hanno da fare, e il governo sta cercando la copertura per congelarli. Intanto gli indicatori convergono, e anche la seconda parte dell’anno si prospetta assai complicata. Con «l’onda lunga della crisi», rileva Confindustria, l’emorragia di posti di lavoro rallenta ma non si arresta. I timidi segnali di ripresa di inizio 2011 non bastano neanche lontanamente a compensarla. Nel 2010, calcola il Centro studi degli industriali, nelle imprese associate i dipendenti sono diminuiti dell’1,1%, dopo il -2,2% del 2009. E i licenziamenti aumentano. Mentre la Cgia di Mestre prevede tra luglio e settembre 76mila i posti di lavoro a rischio (nello stesso trimestre del 2010 ne sono stati persi 98mila), soprattutto per giovani, donne e stranieri, la mappatura del lavoro più precisa arriva dalla Cgil. «La pausa estiva lascia in sospeso i 187 tavoli di crisi aperti presso il ministero dello Sviluppo», dice un’analisi del centro studi. «È incerto il futuro di circa 225mila lavoratori, 57mila dei quali a serio rischio». Dalla chimica all’Ict, dai mobilifici alla farmaceutica, dalla ceramica alla navalmeccanica: sono tanti i settori delicati di cui parla la Cgil, ricordando che sono ancora 500mila i lavoratori in cig. Senza contare le possibili, nuove future vertenze.Unsettembre difficile, insomma: «Per interi settori portanti non si intravedono soluzioni e si corre il rischio che esplodano le tensioni sociali accumulate», commenta il segretario confederale Vincenzo Scudiere. Sono solo 54 le vertenze con una soluzione individuata, mentre altre 133 sono «ancora da dirimere urgentemente». L’analisi degli economisti di Confindustria rileva segnali di ripresa della fiducia delle imprese nel 2011: il 22%, tra febbraio ed aprile, ha previsto un aumento dell’occupazione. Mail bilancio 2010 è in profondo rosso. Sono diminuite le «uscite», ma non ripartono le assunzioni, ferme ai livelli dell’anno precedente. Sono aumentate le «cessazioni involontarie del rapporto di lavoro», licenziamenti e mobilità (14,2% delle uscite; 6,5% prepensionamenti e incentivi all’esodo; 32,3% scadenze contratto; 25,9% dimissioni). Per i nuovi assunti aumenta il ricorso ai contratti a termine (64,1%)ma anche «la probabilità di stabilizzazione» entro un anno. Ed è «ancora alto il ricorso alla cig». Aumentano i colletti bianchi (55%) e diminuiscono gli operai (45%). Mentre a dare più opportunità agli stranieri è il nord est (sono il 7,3% dei dipendenti). Sempre per Confindustria, nel 2010la retribuzione annua totale lorda ha battuto l’inflazione (+2,7% contro +1,5%). Martedì, intanto, le Regioni incontrano il governo per discutere l’introduzione dei ticket, che definiscono «un errore grave». Ma non saranno le sole a battersi per la sua eliminazione. «Incomincia la retromarcia del governo Berlusconi, Bossi, Tremonti e Scilipoti su un altro pezzo della manovra – dice Stefano Fassina, responsabile lavoro del Pd – Anche Bossi si è accorto che l’innalzamento dei ticket è inaccettabile». «Non possiamo andare avanti con un governo che sbaglia e poi tenta di correre ai ripari. La situazione è troppo seria». A conferma, Fassina ricorda anche che l’aumento dei tassi sui titoli del debito porta la spesa per interessi, per almeno 3 miliardi di euro, ben oltre le stime del Def.

L’Unità 31.07.11

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“Il lavoro non sente la ripresa”, di Marco Sodano

Si scrive crisi, si legge disoccupazione. E anche se con l’inizio del 2011 si registrano i primi segnali positivi, è chiaro che «l’onda lunga» della depressione, come l’ha battezzata Confindustria, ha lasciato un vuoto enorme nel lavoro italiano. Gli stessi segnali «positivi» si limitano a registrare una frenata nella perdita di posti, certo non l’inversione di tendenza che tutti aspettano.

Il centro studi di viale dell’Astronomia ha ultimato il rendiconto sul 2010: nelle imprese associate i dipendenti sono diminuiti dell’1,1%, calo che segue quello ben più pronunciato (-2,2%) del 2009. I licenziamenti sono in aumento, e la Cgia di Mestre (gli artigiani della Cgil) ha pubblicato ieri uno studio nel quale sostiene che tra luglio, agosto e settembre «potrebbero essere 76.000 i posti di lavoro a rischio in Italia». Non sarà un settembre facile, avverte il sindacato guidato da Susanna Camusso: «Per interi settori portanti della nostra economia non si intravedono soluzioni e al rientro dalla pausa estiva si corre il rischio che esplodano le tensioni sociali accumulate». E infatti, visto che «le crisi industriali non vanno in vacanza» Cgil ricorda che la pausa agostana lascia in sospeso i 187 tavoli di crisi aperti presso il Ministero dello Sviluppo economico. Il conto è presto fatto: «resta incerto il futuro di circa 225 mila lavoratori».

Per credere in una schiarita bisogna tornare al documento di Confindustria, nei passi in cui evidenzia i segnali di ripresa della fiducia delle imprese: il 22% delle associate, tra febbraio ed aprile, ha previsto un aumento dell’occupazione nella prima metà dell’anno per il 2011. Passando dalle previsioni ai dati certificati, si scopre perà che l’emorragia di posti di lavoro cominciata l’anno scorso non s’è ancora fermata. Sono diminuite le «uscite» dal mondo del lavoro, ma stentano ancora le assunzioni, che sono rimaste ferme sui livelli dell’anno precedente.

I dati sulle «cessazioni involontarie del rapporto di lavoro», licenziamenti e mobilità, danno un quadro preoccupante del destino di molti precari. Quelle «involontarie» sono il 14,2% del totale delle uscite; il 6,5% sono prepensionamenti e incentivi all’esodo. Il 32,3% scadenze di contratto. Tra le nuove assunzioni, in parallelo, aumenta il ricorso ai contratti a termine (64,1%) anche se cresce di pari passo anche «la probabilità di stabilizzazione» entro un anno con la conversione a contratti a tempo indeterminato. Corre la cassa integrazione, che si sposta dalle fabbriche agli uffici: aumentano i colletti bianchi (55%) e diminuiscono gli operai (45%).

La mecca del lavoro, per gli stranieri, è il Nord Est (sono il 7,3% dell’occupazione dipendente in quell’area). Se non altro gli stipendi sono rimasti al riparo dall’inflazione: la retribuzione annua totale lorda è cresciuta del 2,7% contro il +1,5% dei prezzi al consumo. L’autunno dirà la sua, invece, sulle vertenze aperte: al momento sono 54 quelle «indirizzate verso una soluzione individuata», altre 133 sono «ancora da dirimere urgentemente». Anche i dati elaborati dalla Cgia di Mestre indicano che la diminuzione dei posti di lavoro rallenta ma non si ferma: i 76mila posti di lavoro a rischio questa estate vanno confrontati con i 98.000 persi nel terzo trimestre 2010, e gli 82.000 dello stesso periodo del 2009. Si lavora poco, si consuma meno, la produzione soffre.

La Stampa 31.07.11

"«Tagli della scuola illegittimi» Una sentenza riapre il caso", da Il Corriere della Sera

Tutto da rifare. I tagli agli organici degli insegnanti nella scuola pubblica sono illegittimi. Lo ha deciso il Consiglio di Stato che ha confermato la sentenza emessa dal Tar del Lazio ad aprile: quel provvedimento che ha cancellato in tutta la Penisola 87 mila organici negli anni scolastici 2009/2010 e 2010/2011 «è privo di efficacia giuridica» . Cosa succederà ora? Hanno opinioni opposte il ministero dell’Istruzione e la Cgil-Flc (Federazione lavoratori della conoscenza), sigla che aveva presentato l’iniziale ricorso amministrativo assieme al comune di Fiesole e ad alcuni genitori. «Chiediamo alla Gelmini di ridare gli organici tagliati alle scuole — è il commento del segretario generale del sindacato Mimmo Pantaleo— e più posti per i precari sulla base di un vero piano triennale. Questa è una vittoria per la scuola pubblica» . Una richiesta che però, secondo una nota del ministero, «è priva di fondamento» . Il Consiglio di Stato ha «accolto tutti i decreti presentati — è la spiegazione che viene dal Miur —. Soltanto su uno, ha ritenuto mancasse il parere della Conferenza Stato-Regioni» . Appunto: quello riguardante la definizione degli organici. Una questione «che sarà semplicemente superata — è la previsione che viene dai collaboratori del ministro Gelmini— appena sarà stato acquisito, come è in programma, il parere richiesto» .

Il Corriere della Sera 31.07.11