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"Il rischio del disordine globale", di Mario Deaglio

Il volto teso del presidente Obama che si rivolge ancora una volta ai suoi concittadini perché facciano pressione sul Parlamento e consentano, con una legge, all’amministrazione pubblica di funzionare normalmente può essere ben considerato come l’icona del possibile tramonto degli Stati Uniti quale Paese leader dell’economia mondiale. E, al tempo stesso, dell’incapacità della politica nei Paesi avanzati di fornire all’economia il supporto necessario per tornare a crescere, fornire sufficiente ricchezza e rilanciare la speranza nel futuro.

Il vuoto legislativo creato dalla risoluta volontà di una minoranza di parlamentari repubblicani di impedire l’innalzamento del tetto del debito che il governo americano è autorizzato a contrarre è infatti molto più che un tatticismo da guardare con indulgenza. Altre volte in passato quest’arma è stata usata nelle schermaglie americane di Washington, ma ora segnala un non riconoscimento o uno stravolgimento della posizione internazionale degli Stati Uniti, una grave, colpevole noncuranza per il ruolo del dollaro nel sistema internazionale.

Se anche alzeranno il «tetto» del debito che il governo federale è autorizzato a contrarre, i parlamentari repubblicani pensano di alzarlo di poco, in modo da poter tornare di qui a qualche mese a riproporre fortemente la loro concezione – si potrebbe dire il loro «ricatto» – di uno Stato minimo e di una ricchezza privata quasi priva di imposte. Siamo così di fronte al paradosso per cui il resto del mondo non avrebbe difficoltà ad acquistare, come ha sempre fatto, titoli del Tesoro degli Stati Uniti nonostante il deficit stia aumentando molto velocemente; tranne il piccolo particolare che una legge potrebbe impedire al Tesoro degli Stati Uniti di pagare gli interessi e rimborsare il prestito. Un brivido scuote così nuovamente, in questo agitato fine settimana, il castello di carte della finanza internazionale.

Il paradosso si aggrava considerando che il resto del mondo ricco non è in condizioni di dare alcun aiuto. Quasi in contemporanea al discorso di Obama, il primo ministro spagnolo Zapatero annunciava lo scioglimento del Parlamento e le elezioni anticipate. Tra i leader europei Zapatero era quello che, con maggior coerenza, lucidità e determinazione si era impegnato contro la crisi. Il ricorso alle urne, e la sua contemporanea dichiarazione di non volersi ricandidare, è un’ammissione chiara di sconfitta di fronte al malumore degli spagnoli per i sacrifici da affrontare.

Nel resto d’Europa, il governo inglese è alle prese con una delle crisi peggiori degli ultimi decenni che chiama in causa istituzioni sacrosante quali la stampa e la polizia; il Cancelliere tedesco e il Presidente francese devono affrontare una crescente impopolarità che li ha portati a una sconfitta dopo l’altra nelle elezioni locali e a una clamorosa perdita di consenso nei sondaggi di opinione. Per non parlare del Belgio senza governo, dei Paesi Bassi e della Svezia con governi di minoranza, del «pasticcio» libico, del terrorismo norvegese.

In quest’impotenza generale si colloca la specifica impotenza italiana che è inutile ricordare nei dettagli a lettori che la vivono quotidianamente. Ci si sarebbe potuti aspettare una vibrante presa di posizione del ministro dell’Economia che denunciasse le massicce vendite, di marca chiaramente speculativa, di titoli del debito pubblico italiano da parte di pochi grandi operatori, tra cui alcune banche tedesche. Grazie a queste vendite, si assiste a un secondo paradosso, ossia che il debito pubblico italiano, da tutti definito solido fino a un paio di mesi fa, sia divenuto debolissimo sui mercati senza che nulla sia cambiato nella struttura e nella congiuntura dell’Italia.

La denuncia – che è mancata anche per le difficoltà personali del ministro – avrebbe dovuto essere accompagnata da forti limitazioni, da attuare di concerto con gli altri Paesi della zona euro, nel tipo di contrattazioni ammesse, magari circoscritte ai soli contanti. C’è stato invece un quasi completo silenzio italiano: le meschinità della politica spicciola hanno monopolizzato l’attenzione di tutti e azzerato la nostra azione internazionale.

I Paesi non toccati dalla paralisi della politica, come la Cina e l’India, non hanno forza sufficiente per avviare un’azione di contrasto alla crisi. La Cina vede con timore la propria economia andare fuori controllo, non rispondere più ai freni monetari, più volte azionati senza successo negli ultimi mesi, e teme lo scoppio di una bolla edilizia che metta fine a una crescita che, per oltre un decennio, è stata guardata dal resto del mondo con meraviglia e con invidia. L’India è alle prese con corruzione e inflazione, entrambe elevate. Brasile, Russia, Turchia e Sudafrica, Paesi dove l’economia e la politica sembrano «tenere», sono complessivamente troppo piccoli per fare massa critica.

In queste condizioni il rischio di un disordine monetario globale che porti con sé una grave debolezza dell’economia globale è sicuramente elevato, anche se vi sono ancora margini per azioni di contrasto. Come atto di normale prudenza, le banche centrali, i governi più lungimiranti e l’Unione Europea dovrebbero cercare di mettere a punto un «piano B», ossia un piano di emergenza da tenere nel cassetto. Nel caso di gravi perturbazioni nei mercati finanziari, tale piano potrebbe comportare la graduale e parziale sostituzione del dollaroccon una moneta «artificiale», un «paniere» di monete di cui il dollaro costituisca la parte prevalente ma senza l’indipendenza e la libertà di manovra di oggi. Naturalmente, le regole valutarie mondiali dovrebbero essere riscritte; del resto, successe nell’agosto di quarant’anni fa, quando gli Stati Uniti sganciarono il dollaro dall’oro senza alcuna consultazione. Potrebbe essere giunto il tempo di «riagganciarlo» a qualche cosa, di metterlo dentro un paniere, appunto.

La Stampa 31.07.11

"La cultura e la scuola per progettare il futuro", di Benedetto Vertecchi

Per quanto l’attenzione sia in questi giorni sollecitata soprattutto dalle notizie inquietanti sullo stato dell’economia, non si deve perdere di vista uno scenario più ampio, nel quale la ricchezza di un paese è definita non solo dalla quantità dei beni fisici di cui dispone, ma nella stessa misura, ed anzi in misura più ampia se si considerano gli scenari che potranno presentarsi nel seguito, dai beni immateriali. Occorre tener conto del patrimonio culturale, dell’educazione, dell’accumulazione conoscitiva. E se ne deve considerare non solo la consistenza in un momento determinato, ma la sua evoluzione attraverso il tempo anche per effetto delle decisioni politiche che incidono sulla conservazione di quanto sia già parte del patrimonio immateriale del paese e sul suo incremento. Tale incremento investe i cittadini come singoli e il paese nel suo complesso. L’istruzione è un bene immateriale che arricchisce il profilo di ciascuno, come l’elaborazione culturale e il progresso delle scienze determinano condizioni favorevoli alla crescita civile ed economica dell’intera comunità nazionale. In questi anni è prevalsa una concezione grettamente contabile della ricchezza del paese e non è stata tenuta in alcuna considerazione l’acquisizione di beni immateriali. La riduzione dell’offerta di educazione scolastica, le condizioni di difficoltà in cui versano i musei e le biblioteche, le angustie che dominano l’organizzazione della ricerca, la trascuratezza nei confronti delle arti (dalla musica al teatro, al cinema, alle arti figurative) sono state giustificate con l’esigenza di contenere la spesa. Quel che si è avvenuto è sotto gli occhi di tutti: il paese vede diminuire la sua capacità di svilupparsi non solo sul piano della produzione dei beni fisici, ma ancor più su quello dei beni immateriali. Occorre rovesciare questa tendenza, prima di tutto sul piano delle interpretazioni. Si deve essere consapevoli della necessità di progettare la crescita per il lungo periodo, e non per rimediare ai vuoti di bilancio prodotti dall’insipienza dei governanti. Per cominciare, è necessario rovesciare le linee di politica scolastica imposte dai governi della destra. L’offerta di educazione scolastica deve essere incrementata in qualità e in quantità. La scuola deve diventare il contro di riferimento per le esperienze di bambini e ragazzi, e non limitarsi ad essere la sede in cui si impartiscono lezioni. Le istituzioni culturali (i musei, le biblioteche, i teatri) devono essere rivitalizzati, e assumere nella vita quotidiana un rilievo non inferiore a quello che oggi è riconosciuto ai santuari del consumismo. Una politica orientata alla valorizzazione e all’incremento dei beni immateriali costituisce un passo necessario per ricostruire l’immagine del paese, devastata dalla pochezza dei governanti, troppo poco contrastata proprio sul piano culturale. In assenza di un’accumulazione originale, finiscono col prevalere atteggiamenti subalterni e provinciali. Si assumono dall’esterno modelli e contenuti culturali che non sono passati attraverso un vaglio critico e che spesso non sono neanche completamente compresi, ma solo imitati. Subalternità e provincialismo possono, bene che vada, offrire qualche beneficio contingente. Ma per un cammino di ripresa della creatività e dell’innovazione c’è bisogno di una cultura originale: è questa la direzione verso cui bisogna procedere.

L’Unità 31.07.11

"Gli aiuti negati all’Africa che muore", di Romano Prodi

Caro direttore, ho seguito con profonda attenzione quanto il Corriere ha scritto sulla terribile carestia del Corno d’Africa. Condivido quindi il vostro appoggio all’iniziativa di «Agire» e delle associazioni non governative ad essa collegate per la raccolta delle risorse necessarie a fare fronte all’immensa catastrofe.
Non voglio in questa sede soffermarmi sulle dimensioni e le caratteristiche di questa carestia. I lettori hanno potuto leggerle in tutti gli aspetti analitici e ne hanno potuto vedere le drammatiche immagini. Abbiamo tutti di fronte ai nostri occhi i bambini che muoiono di fame in mezzo alle carcasse degli animali e i profughi che non riescono ad arrivare ai pochi luoghi di soccorso. I nostri dati sulla mancanza di acqua, cibo, assistenza sanitaria e alloggio sono purtroppo condivisi da tutti gli organismi internazionali e da tutte le Ong operanti nel Corno d’Africa. Il richiamo ad un atto di solidarietà è reso inoltre più urgente dalla constatazione che le risorse pubbliche mondiali impegnate (e non ancora raccolte) raggiungono a mala pena la metà dei mezzi già oggi necessari, mentre la carestia peggiorerà almeno fino a gennaio prossimo e fatalmente prolungherà le proprie nefaste conseguenze per molti anni. L’iniziativa di solidarietà è quindi urgente ed indispensabile, ma lo è ancora di più per noi italiani, data la particolare responsabilità che deriva dalla lunga storia dei rapporti fra il nostro Paese e il Corno d’Africa e soprattutto fra l’Italia e la Somalia, che è oggi al centro di questa tragedia. Nell’ambito del disarmo di tutta la nostra assistenza governativa all’estero abbiamo infatti totalmente abbandonato il Corno d’Africa e lo abbiamo fatto nonostante che, da parte dei popoli che lo abitano, il richiamo ad un rapporto forte e diretto con l’Italia sia particolarmente sentito. È vero che questo rapporto è reso difficile da situazioni politiche complesse ma è purtroppo altrettanto vero che stiamo attuando una politica di totale irresponsabilità sia riguardo alle relazioni governative dirette sia nel supporto delle numerose associazioni non governative (laiche e religiose) che eroicamente continuano ad operare nell’area. L’appello del Corno d’Africa all’Italia riceve una risposta colpevolmente sempre più debole. Vorrei tuttavia aggiungere un’ultima riflessione che riguarda particolarmente Milano. La città del Corriere ha opportunamente scelto come punto di riferimento della prossima Expo il cibo e l’acqua. Tutti ci rendiamo conto che, se non si interviene con una grande iniziativa mondiale, la mancanza di cibo e di acqua sarà non solo causa di immense tragedie umanitarie ma sarà all’origine delle nuove guerre. L’acqua dei grandi fiumi del mondo, come è oggi utilizzata, non basta più a sfamare i popoli che vi vivono attorno. Il Nilo arriva sostanzialmente secco al Mediterraneo mentre i Paesi a monte dell’Egitto e del Sudan, a cominciare dall’Etiopia, reclamano maggiore acqua per il proprio sviluppo e per la propria agricoltura. Problemi analoghi esistono per il Tigri e L’Eufrate e l’elenco poterebbe allungarsi verso un infinità di fiumi maggiori e minori. Nello stesso tempo gli attuali sistemi di irrigazione usano dieci volte (o anche più) la quantità di acqua che potrebbero usare con sistemi più aggiornati. Non parlo delle tecnologie all’avanguardia ma di metodi appena un poco più moderni. Nessuno oggi riflette in modo operativo su questi grandissimi problemi. L’Expo di Milano deve quindi essere la grande occasione per approfondirne gli aspetti tecnici e le soluzioni politiche. La bella battaglia per l’Expo di Milano l’abbiamo vinta non pensando a un’impossibile concorrenza alla inarrivabile grandiosità di Shanghai e nemmeno per accrescere il valore di alcune aree fabbricabili, ma per dare un contributo alla soluzione del più grande problema dell’umanità, che è quello di garantire cibo e acqua per tutti. Lo sforzo di solidarietà straordinaria di cui il suo giornale si è fatto oggi protagonista insieme alle Ong deve perciò legarsi ad un progetto che, nella storia dell’umanità, sarà più importante e duraturo della torre Eiffel, che ancora oggi ci ricorda l’Expo celebrata a Parigi più di un secolo fa.

Il Corriere della Sera 31.07.11

"La bandiera nera di un governo in agonia", di Eugenio Scalfari

Bisogna evitare che le banche italiane, solide e liquide, siano considerate una propaggine del nostro debito pubblico. Bisogna evitare che il nostro Paese conquisti sui mercati agli occhi degli investitori e delle forti mani della speculazione la palma della fragilità a causa di un quadro politico logorato dal suo maxi-debito pubblico e da una malattia ormai strutturale qual è quella della debole crescita.
Queste parole i nostri lettori le conoscono ormai a memoria per averle lette infinite volte su queste pagine, ma quella qui sopra riportata è una citazione: le ha scritte ieri il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, nell´articolo di fondo del suo giornale. È il giornale della Confindustria e Napoletano non è certo un giornalista di sinistra e tuttavia sono nette e impietose e altrettanto impietoso è il seguito dell´articolo. A nostro avviso sono l´esatta rappresentazione dello stato d´animo dei cosiddetti ceti moderati che ormai non esprimono più soltanto disagio ma una vera e propria disperazione.
Un´altra prova di quella disperazione ce la fornisce Sergio Romano in un articolo sul Corriere della Sera con il quale risponde alla lettera che Giulio Tremonti gli aveva indirizzato per giustificarsi sulla questione dell´appartamento a lui affittato dal suo amico e collaboratore Marco Milanese.
Romano non è certo un bolscevico, ma l´asprezza del tono e il merito dei suoi giudizi nei confronti del ministro dell´Economia sono tali che Berlusconi l´avrebbe sicuramente ascritto alla genia del Comintern se non fosse che il Cavaliere è animato da un vero e proprio odio verso il suo ministro che vorrebbe veder morto ma del quale non può disfarsi senza mettere a repentaglio il suo governo sempre più traballante.
Questo complicatissimo rapporto, politico e psicologico, tra il presidente del Consiglio e il suo superministro dell´Economia è un altro dei tanti nodi che costringono il nostro Paese ad una assoluta immobilità salvo i pochi provvedimenti che servono a mettere al riparo Berlusconi dalle sentenze della magistratura.
Se cade Berlusconi cadrebbe anche Tremonti che dopo lo scandalo Milanese (che tende ad allargarsi giorno dopo giorno) non ha più alcuna “chance” di potergli succedere a Palazzo Chigi. Ma se cade Tremonti comincerebbe a sussultare l´intero edificio governativo. Perciò «simul stabunt, simul cadent» con gli effetti che questa convivenza forzosa proietta sul governo: un gruppo di naufraghi su una zattera senza timone né timoniere.
Il Paese deve affrontare un mare sempre più tempestoso in queste condizioni, dove ad una situazione economica obiettivamente difficilissima si affianca una crisi di credibilità che coinvolge con la stessa intensità il “premier” e il superministro, avvinghiati l´uno all´altro dall´odio e dall´istinto di sopravvivenza.
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Ma perché le banche italiane, solide e solvibili come abbiamo più volte scritto, sono ritenute “propaggini del debito pubblico” e ne sopportano ogni giorno le conseguenze sui mercati finanziari? Al punto di registrare una capitalizzazione di Borsa che in situazioni normali stimolerebbe numerosi tentativi di Opa nei loro confronti?
Secondo stime ufficiali la percentuale dei titoli di Stato nel loro portafoglio e in quello di privati cittadini e imprese italiane affidabili raggiunge il 56 per cento mentre la percentuale dei titoli del nostro debito in mani straniere non supera il 44, un rapporto che dovrebbe evitare la qualifica di “propaggini”.
Purtroppo però le cose non stanno propriamente così. Da un rapporto analitico della Morgan Stanley i titoli italiani in mano a istituzioni, banche e investitori stranieri ammontano a 790 miliardi contro 787 in mano a banche, imprese e investitori italiani. Il rapporto sarebbe dunque del 50 per cento.
Ma, osserva la Morgan Stanley, se si aggiungono ai detentori stranieri anche i titoli intestati a italiani ma gestiti dall´estero, la quota “straniera” sale al 56 per cento del totale.
Questa proporzione è del tutto anomala ed accresce il rischio che i fondi monetari e le banche d´affari internazionali vendano titoli italiani per alleggerire i portafogli e sostituirli con “asset” più affidabili.
Sorge la domanda del perché l´affidabilità dei titoli italiani sia diminuita. Molto dipende dal nostro “spread” con il Bund tedesco che viaggia ormai dai primi di luglio intorno ai 300 punti-base e nelle ultime settimane si colloca al di sopra dei 330.
In più la situazione politica italiana è giudicata universalmente volatile, la credibilità del governo è minima, il tasso di interesse delle nostre emissioni è salito al 6 per cento e tale sarà in autunno quando il Tesoro dovrà emettere una massa notevole di titoli. In queste condizioni l´onere del debito pubblico a carico del Tesoro si è già mangiato un terzo della manovra appena votata dal Parlamento. La crescita è zero. Le previsioni della Confindustria parlano addirittura di un Pil negativo nel 2012.
Speriamo forse che i mercati dormano sonni tranquilli fino alla fine dell´anno?
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È evidente che queste analisi tecniche e politiche che servono a spiegare le reazioni negativi dei mercati finanziari si intrecciano con la questione morale.
Il declino della moralità pubblica è ormai un dato oggettivo, testimoniato dalle iniziative della magistratura inquirente e da quella giudicante.
Coinvolgono il presidente del Consiglio, il ministro Romano, il deputato Papa, il deputato Milanese, il giudice Capaldo, l´ex capo di Stato Maggiore della Guardia di Finanza, Adinolfi. Lambiscono Giulio Tremonti. Investono anche l´ex capo della segreteria di Bersani, Filippo Penati.
Le reazioni di Bersani e del Pd sono state molto ferme. Manca la sospensione di Penati dal partito. Abbiamo già scritto che a noi sembra necessaria e urgente. Ma sull´altro lato dello schieramento i comportamenti sono ben diversi e le iniziative legislative sono vergognose, tanto più perché rappresentano il solo soprassalto di vitalità di un governo morente.
Processo lungo e prescrizione breve: questi sono gli scatti del governo. Sembrano gli ultimi segnali, più automatici che vitali, d´un corpo che si disfà. Il Presidente Napolitano è ben consapevole di quanto sta accadendo. Ha incontrato tutte le parti sociali firmatarie del documento che invoca «discontinuità». Ha incontrato i partiti di maggioranza e quelli di opposizione. Aspetta che anche Bossi si metta a rapporto. Ma il clima è estremamente pesante.
Enrico Berlinguer, nel luglio del 1981, descrisse la questione morale che stava erodendo lo Stato. Abbiamo rievocato giovedì scorso la sua intervista a «Repubblica» e il significato che ebbe allora la sua denuncia. Oggi tuttavia la condizione della moralità pubblica è molto più grave.
Il malaffare di allora serviva a pilotare consensi ai partiti; quello di oggi serve invece a procurare benefici personali a chi inalbera la bandiera del Re. Ricordiamo ancora le parole della Minetti quando aspettava una candidatura al Parlamento che fu poi trasformata nella sua partecipazione al consiglio della Regione lombarda: «Potrei rendere gli stessi servizi a Lui e pagherebbe lo Stato».
Hanno privatizzato i benefici pubblicizzando la corruzione: questi sono i frutti avvelenati del berlusconismo. Nel contratto con gli italiani stipulato a «Porta a Porta» nel 2001 non erano previsti ma aveva già avvelenato le radici del partito azienda dalle quali è nata la Seconda Repubblica.
L´intreccio è dunque perverso: questione morale, questione politica, errori e manchevolezze d´una manovra finanziaria che ha il solo effetto di comprimere il potere d´acquisto del ceto medio-basso, penalizzando consumi e investimenti.
In realtà l´anomala accoppiata Berlusconi-Tremonti dovrebbe andarsene a casa lasciando al Capo dello Stato il peso delle necessarie decisioni. Ogni indugio aumenta il costo che peserà sulle spalle degli italiani.

La Repubblica 31.07.11

"Un'economia che produce poca innovazione", di Emanuele Felice e Michelangelo Vasta

Nella letteratura economica esiste oggi un ampio consenso sulla stretta relazione tra i livelli di istruzione di un paese e la sua attitudine verso l’innovazione da un lato, e la capacità di crescere dall’altro. Anche la prospettiva di lungo periodo offre numerose conferme: lo straordinario successo della Germania sul finire dell’Ottocento, all’epoca della Seconda rivoluzione industriale, rispetto all’allora declinante Inghilterra; o più recentemente, l’affermazione dei paesi asiatici che contrasta con la stagnazione dell’Africa. El’Italia?Da quando esiste come stato unitario, il nostro Paese non ha mai brillato in quanto a livelli di istruzione. Nel 1861, al momento dell’unificazione, oltre tre quarti della popolazione era analfabeta: nel 1911 il tasso di analfabetismo era ancora del 40%, livello incommensurabilmente più elevato rispetto ai principali paesi europei. Allo stesso tempo, all’interno delle università prevalevano gli studi umanistici, mentre le scuole tecniche rimanevano relativamente poche. Le classi dirigenti preferivano formarsi nella cultura giuridica e nell’ambito delle professioni, non di rado garantite nei redditi da privilegi corporativi; nella nascente industria, la scarsa domanda di ingegneri era soddisfatta, al più, dai pochi politecnici del Nord. Anche l’Italia di oggi investe molto poco nel capitale umano. Soltanto il 13% degli italiani fra i 25 e i 64 anni è laureato, la metà della media Ocse. La percentuale di iscritti alle facoltà scientifiche è circa un quinto del totale, meno che nelle facoltà umanistiche (23%), o in giurisprudenza e scienze politiche (25%). Questa condizione si riflette nella scarsa attitudine a innovare: la spesa in Ricerca e Sviluppo (R&S) si mantiene intorno all’1% del Pil, meno della metà della media dei paesi avanzati, e l’Italia è agli ultimi posti in Europa come numero di brevetti realizzati. Nel secolo scorso, l’Italia è diventata ricca perché è riuscita a importare e riutilizzare la tecnologia prodotta altrove, dai paesi europei prima e poi soprattutto dagli Stati Uniti. Nonostante qualche lodevole eccezione, con il tempo la specializzazione di lungo periodo del nostro sistema produttivo si è saldamente imposta: oggi la nostra industria è concentrata in settori tradizionali a basso contenuto innovativo (tessile, abbigliamento: il cosiddetto made in Italy), un dato alquanto anomalo per un paese avanzato. Un sistema produttivo di questo tipo genera a sua volta poco “mercato” per l’istruzione, ancor meno per le competenze di più alto livello. Se si accetta una visione statica dell’economia, le scarse spese nell’istruzione e nella ricerca possono apparire addirittura una risposta razionale alle condizioni di contesto. Perfino i tagli all’istruzione avrebbero una loro motivazione economica: ladomandadi capitale umano per un paese orientato sui settori tradizionali e con una ridotta dotazione tecnologica è necessariamente limitata. A che serve sfornare tanti laureati se poi non trovano lavoro? L’emigrazione di tanti nostri cervelli all’estero troverebbe così una giustificazione quasi fatalistica, in un dato strutturale della nostra economia e con essa del nostro sistema di istruzione. Ma forse le cose non stanno proprio così. Alcuni economisti, ad esempio Daron Acemoglu, hanno infatti dimostrato che non bisogna semplicemente rispondere alla domanda di competenze che un sistema esprime: in una visione dinamica dell’economia, l’elevato livello di capitale umano è necessario per introdurre e utilizzare nuove tecnologie, cioè per migliorare la propria specializzazione promuovendo la crescita economica. Per un paese come l’Italia, risulta quindi vitale aumentare l’offerta di competenze indipendentemente dalla domanda. La nuova specializzazione verso i settori più avanzati (oggi la telematica, le biotecnologie, l’aerospaziale) aumenta la domanda di competenze e innesca un circolo virtuoso. È quel che accade ad esempio in Germania, la locomotiva d’Europa, le cui spese in R&S in percentuale sul Pil sono quasi il triplo di quelle dell’Italia. Il nostro paese appare invece prigioniero di un circolo vizioso. Il suo declino è accentuato dal fatto che le condizioni di contesto che in passato l’hanno favorito oggi non sussistono più. In primis, l’avvento dell’euro, che pure costituisce una garanzia per la tenuta del paese, ci impedisce di giocare sulla svalutazione per rendere più competitive le nostre esportazioni a basso contenuto innovativo. Ma a ben vedere, è quella della Germania la ricetta per diventare o rimanere un paese prospero: innovare, investendo nell’istruzione e nella ricerca, specializzandosi così nelle produzioni più vicine alla frontiera tecnologica. La strada per tornare a essere un paese povero è invece quella disgraziatamente imboccata dall’Italia. Piuttosto che innovare, migliorando i prodotti e i processi produttivi, cercare di competere riducendo il “costo” del lavoro: la produttività migliora ugualmente, ma chissà perché il nostro tenore di vita peggiora.

L’Unità 31.07.11

"Uno strano Paese", di Lorenzo Mondo

Dai resoconti dei viaggiatori, siamo informati che esiste uno strano Paese, mimetizzato tra quelli normali, in cui non vorremmo vivere, anche se ci lusinga con le avvincenti testimonianze di una perduta civiltà e le impareggiabili bellezze naturali. A essere di troppo sono gli abitatori, tra i quali si conta un numero inaudito di lestofanti. Imperversano i ladri, in tutta l’estensione del termine e in tutti i ceti sociali. Non suscitano stupore ma un tetro umorismo gli incalzanti bollettini delle forze dell’ordine che segnalano casi estremi di illegalità: qui è l’arresto di trenta affiliati alle sette criminali, là la denuncia di mille, opulenti evasori fiscali (trenta e mille sono i numeri che ricorrono con maggiore frequenza).

Cambiando scenario, scendendo cioè a livelli più popolari, impressiona la quantità spropositata dei falsi invalidi e quella dei morti che continuano, per anni, a fruttare pensioni ai fraudolenti eredi. Quanto alle carceri, rigurgitano di detenuti, i tribunali sono intasati e il solo rimedio proposto per sfoltire i ranghi è l’amnistia: invece di processi più celeri ed equi o di nuove prigioni.

Il Paese risente di una grave crisi economica, anche se la povertà è occultata da una frenesia di consumi, i ristoranti sono sempre pieni e le vacanze appaiono irrinunciabili: forse al mal’acquisto della ricchezza, a una superstite fascia di agiatezza, va aggiunta la spensieratezza dei giovani che danno fondo ai faticati risparmi dei genitori.

Le istituzioni, i rappresentanti politici, esortano alla sobrietà e impongono sacrifici, con una insolenza che dovrebbe apparire intollerabile, poiché si astengono in blocco dall’intaccare i propri privilegi, dal contrastare a tutto campo i fenomeni di corruzione. Perduti in fumose astrazioni ideologiche, in risse senza costrutto che non risparmiano alleati e affini, danno l’impressione di avere smarrito il senso della realtà, di condurre una danza insensata su una nave senza nocchiero.

Ad agitarsi sono soltanto i ribelli di professione che, rivestendo il teppismo con l’orpello di rivoluzioni defunte, scelgono a caso i loro bersagli. Assistiamo alla schizofrenia per cui, al Nord del Paese, si scende in campo contro la costruzione di una ferrovia ad alta velocità, che ha le sue ragioni, mentre al Sud avanza il progetto di un ponte faraonico, di dubbia utilità, tra sponda e sponda. Sono brandelli appena della realtà inamena che si presenta agli occhi dei viaggiatori. E non possiamo impedirci di consentire al loro perplesso, amaro disincanto.

La Stampa 31.07.11

Da Unipol-Bnl alla strage di Viareggio le cause a rischio per i testimoni "infiniti", di Liana Milella

La protesta del segretario di Md, Morosini: “Sarà un colpo mortale alla giustizia italiana”. La norma concepita per salvare il premier avrà conseguenze su una moltitudine di altri processi. Per un Berlusconi libero dai processi, che di dibattimenti in primo grado, perché solo a quelli si applica la nuova legge, ne vadano pure in malore a migliaia. Nomi? I più famosi, in questo momento, nelle aule giudiziarie italiane. Eccoli. A Milano la famosa scalata Unipol alla Bnl. Quella dei furbetti del quartierino. Ma pure i meno noti, ma assai gravi crac Burani e Cit. Clamoroso a Torino: potrebbero tornare i 9.841 testimoni chiesti dai difensori per i morti dei veleni della Eternit. I giudici ne hanno concessi due a persona, ma adesso tutto potrebbe riaprirsi. A Viareggio. Ancora di scena il dibattimento per la strage del treno deragliato in stazione. Stimano i pm che i 38 indagati delle Ferrovie potrebbero pretendere di sentire decine di testimoni a testa. E a Roma? Potrebbe andare in crisi il processo Cucchi, il detenuto morto per le percosse ricevute, perché gli avvocati sarebbero legittimati a presentare una lista testi in cui figurano tutti coloro che si trovavano nel penitenziario e in questura e in ospedale in quei drammatici momenti. A Palermo sarebbe la fine dei processi di mafia. Un esempio? Franco Mineo, deputato regionale del transfuga Pdl Micciché, indagato per essere un prestanome dei boss dell’Acquasanta, potrebbe far chiedere dai suoi avvocati una sfilza di testi che comprende l’intero quartiere dove ha vissuto. E a Bari rischierebbero l’impasse inchieste ormai in aula o prossime ad esserlo come quelle sul ministro Raffaele Fitto e sul re della sanità pugliese Giampaolo Tarantini. Idem a Bologna per la bancarotta fraudolenta della società Victoria 2000 che controllava la squadra di calcio o per le morti all’ospedale Sant’Orsola.

Potrebbero essere davvero “devastanti”, come da due giorni vanno dicendo disperati i vertici dell’Anm Luca Palamara e Giuseppe Cascini, gli effetti concreti della legge sul “processo lungo”. Com’è sempre avvenuto nelle leggi cucite addosso a Berlusconi, ritagliate dai suoi casi giudiziari, praticamente scritte sopra con l’antica carta carbone, i guai cominciano quando si applica la norma a tutto il resto. A tutti gli altri processi in corso in Italia. È accaduto, appena qualche mese fa, con la prescrizione breve per gli incensurati. Si calcolò che potevano finire al macero 15mila dibattimenti. Adesso il drammatico calcolo ricomincia. Ma stavolta, di primo acchito, con gli uffici che sono già o stanno per andare in ferie, l’impressione è che l’impatto, proprio per la natura della norma, potrebbe essere ben più invasivo e devastante.

In queste ore, si stanno facendo le prime valutazioni. Ci ragionano l’Anm, ma anche il Csm. Pronti, a settembre, a dare battaglia con i dati alla mano. L’opposizione già scopre la sua strategia. La dichiara Donatella Ferranti, la capogruppo del Pd in commissione Giustizia alla Camera, che del Csm è stata segretaria generale: “Non è una stima facile, intendiamoci. Ma è del tutto imprescindibile. Ci comincerò a lavorare subito, da lunedì. Ed è chiaro che questo costituirà la base della nostra opposizione. Vogliamo sapere nel dettaglio quanti processi cadranno pur di salvare Berlusconi”. “Impatto”, magica parola, da cui in questa legislatura si sono tenuti sempre lontano gli strateghi giudiziari del premier. E il governo con l’ex Guardasigilli Alfano. Fanno le leggi, ma non danno i numeri. Perché sanno che sono catastrofi.

Di Berlusconi e dei suoi processi s’è detto. “Morte” certa per Mills, “morituro” Mediaset, in zona salvezza Mediatrade, senza rischi Rubuy. Questa previsione la ammette pure Niccolò Ghedini, l’avvocato del Cavaliere, che parla del “processo lungo” come di “una norma di civiltà giuridica” e di “semplice traduzione dell’articolo 111 della Costituzione”. Abbiamo visto che effetti produce in giro per l’Italia questa norma. Un primo sondaggio attraverso gli uffici rivela una prossima e sicura catastrofe. Un “colpo mortale per la giustizia italiana”, come dice il segretario di Md Piergiorgio Morosini. Quello per cui un omicidio come quello del tifoso laziale Gabriele Sandri sull’autostrada giustificherebbe la convocazione di centinaia di automobilisti in veste di testimoni.

www.repubblica.it

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“A cosa serve il processo lungo”, di Fabio Chiusi

Il Senato ha approvato la norma che consente alla difesa di portare in aula un numero illimitato di testimoni. Obiettivo: far scattare la prescrizione per B. Ma gli effetti andranno molto oltre. Dieci domande e dieci risposte per capire l’ultimo fronte del Cavaliere
(29 luglio 2011)
Con 160 voti a favore, 139 voti contrari e nessun astenuto, il Senato ha approvato venerdì mattina la fiducia posta dal governo sul cosiddetto “processo lungo”. Dopo l’estate il provvedimento passerà all’esame della Camera. Di che cosa si tratta? Ecco dieci domande e dieci risposte per capire che cosa c’è in gioco.

Come e quando è nato il ‘processo lungo’?
Il testo del ‘processo lungo’ è stato concepito come emendamento al disegno di legge 2567 della senatrice della Lega Nord Carolina Lussana sulla ‘Inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo’. L’emendamento è stato presentato dal capogruppo del Pdl in commissione Giustizia del Senato, Franco Mugnai, ad aprile 2011. Paradossalmente, proprio mentre la Camera discuteva l’approvazione del ‘processo breve’.

Che cos’è il ‘processo lungo’?
E’ una norma che modifica alcuni articoli del codice di procedura penale (190, 238-bis, 438, 442 e 495) per consentire alla difesa di portare in aula un numero illimitato di testimoni oltre all’«acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore».

Il giudice non può opporsi?
No, pena la nullità del processo. Il giudice può non ammettere solamente le prove ritenute «manifestamente non pertinenti» e quelle vietate dalla legge.

C’è dell’altro?
Sì, l’emendamento prevede anche che non si possa considerare più come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato di un altro procedimento.

Perché ‘lungo’?
Lo spiega il procuratore Gian Carlo Caselli con una immagine molto efficace: «E’ come se un imputato per un reato avvenuto allo stadio chiamasse a testimoniare tutti gli spettatori presenti». Secondo l’Associazione nazionale magistrati, ciò sarebbe possibile perché con la norma sul processo ‘lungo’ «verrebbe eliminata la possibilità per il giudice di escludere l’ammissione di prove manifestamente superflue o irrilevanti». Così «il difensore dell’imputato potrebbe chiedere e ottenere l’ammissione di un numero indefinito di testimoni sulla medesima circostanza, purché non manifestamente ‘non pertinente’».

A quali processi si applica?
A tutti i processi in corso, tranne quelli di cui «sia stata già dichiarata la chiusura del dibattimento di primo grado».

Perché allungare i processi? Il problema non era, al contrario, accorciarli?
Ci sono due risposte a questa domanda. Quella dell’opposizione è che la norma non si curi affatto della salute del sistema giudiziario nel suo complesso, per cui sarebbe dannosa, ma di quella di una persona sola: il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. In particolare, il ‘processo lungo’ sarebbe l’ennesimo trucco ad personam per salvare Berlusconi dai processi in cui è imputato. In particolare, quello per la corruzione dell’avvocato David Mills e il processo Ruby, in cui è accusato di prostituzione minorile e concussione. Allungando i tempi del processo, si arriverebbe più facilmente alla prescrizione. A favore di questa posizione, l’opposizione porta altri due argomenti: la straordinaria coincidenza per cui la norma si applichi ai processi che non si siano già conclusi in primo grado, come quelli del Cavaliere; l’accelerazione imposta al provvedimento tramite la decisione di imporre il voto di fiducia al Senato il 29 luglio, in un momento in cui il Paese avrebbe altre priorità.

E la seconda risposta, quella della maggioranza?
La maggioranza replica che, al contrario, la norma sia «una diretta conseguenza del principi che regolano il nostro processo penale». Come argomenta il capogruppo del Pdl in commissione Giustizia alla Camera, Enrico Costa, «se il giudice, terzo e imparziale, all’inizio del dibattimento non conosce gli atti processuali, come può effettuare un corretto giudizio in ordine alla sua superfluità e rilevanza, o sovrabbondanza delle prove richieste dalle parti?». Nel dubbio meglio ammetterle tutte, è la logica del provvedimento. Quanto alla presunta innaturale accelerazione, secondo Maurizio Gasparri l’iter della legge al contrario sarebbe stato «corretto e trasparente, senza alcun sotterfugio». Semmai, dice il Pdl, la decisione di porvi la fiducia è stata dettata dalla necessità di porre fine all’ostruzionismo dell’opposizione.

Come è stata accolta questa decisione?
Molto male dall’Anm, il sindacato dei magistrati, che ha parlato di modifiche che «avranno effetti devastanti sul funzionamento dei processi penali, determinando di fatto la paralisi di tutti i dibattimenti attualmente pendenti». Altrettanto male dalle opposizioni, per una volta all’unanimità. Il vicepresidente della commissione Antimafia e deputato di Fli, Fabio Granata, le ha definite norme «vergognose» che «rappresentano un altro tassello di ‘dialogo’ con cricche e organizzazioni criminali». Infatti, oltre a portare a prescrizione i processi di Berlusconi, ila norma in questione renderebbe molto più difficile far arrivare a sentenza migliaia di altri processi. Per il leader Udc Pier Ferdinando Casini la questione di fiducia sul ‘processo lungo’ «è il segno che il governo Berlusconi è paurosamente distaccato dai problemi del Paese». Per Antonio Di Pietro si tratta di norme che «impediranno alla giustizia italiana di funzionare». Nel Pd, Pierluigi Zanda ha parlato apertamente di «regime».

E la Lega?
Umberto Bossi è stato sibillino: «Io ho sempre pensato che meno fiducie si mettono meglio è». Di certo il ‘processo lungo’ non figurava tra le priorità dettate al governo a Pontida, per esempio. Chissà.

l’Espresso 29.07.11