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"Altro che merito tolgono ai poveri per dare ai ricchi", di Walter Tocci

La politica della Gelmini ha messo in pratica il principio espresso da Roger Abravanel: «Si premiano i migliori indipendentemente dal reddito» (intervista al Corriere della Sera del 11-7-2010). La retorica sulla meritocrazia è stata usata come pretesto per creare un altro carrozzone pubblico – la Fondazione per il merito, con relativo presidente e consiglio di amministrazione – e soprattutto per demolire il diritto allo studio che, secondo lor signori, servirebbe solo a studenti mediocri e figli di evasori. Stiamo ai fatti. Il sistema attuale assegna le borse ai meritevoli anche se privi di mezzi. La misura del merito per avere la borsa è accertata dagli esami sostenuti fin dal primo anno, con un criterio più severo rispetto ai sistemi di Germania e Francia che verificano solo al secondo anno. Applicare esclusivamente – come propone Abravanel nel suo intervento su l’Unità di giovedì scorso – la valutazione del merito con untest standardizzato di ingresso, cosa molto diversa dalle prove di orientamento, sarebbe un’ingiustizia sociale e nessuno in Europa si è sognato di farlo, neppure i governi di destra. Il figlio della famiglia povera che arriva all’università ha già superato ostacoli difficili per l’assenza di borse di studio nelle medie superiori e non può essere inchiodato ai risultati della precedente formazione scolastica, anzi va aiutato con un sussidio proprio per avvicinarlo alle stesse opportunità del figlio di papà. Poi manterrà quell’aiuto solo meritandoselo con buoni risultati negli studi.
Ne si puó pensare di scaricare i costi degli studi sui prestiti da restituire in età da lavoro. Con uno stipendio medio di ingresso di circa mille euro il giovane laureato dovrebbe pagare l’affitto della casa, la pensione integrativa, la restituzione del prestito per gli studi… e poi dovrebbe anche campare.
Oggi in Italia la soglia di reddito per ottenere la borsa è più restrittiva che in Europa e ciò nonostante neppure tutti gli aventi diritto la ottengono effettivamente. Il diritto allo studio è garantito solo al 9% della popolazione studentesca – ben lontano dal 25% della Francia e della Germania – e lascia scoperti non solo i ceti poveri ma anche quote significative del ceto medio. Il fondo statale è di 100 milioni, circa la metà di quanto contribuiscono gli stessi studenti col la tassa regionale del diritto allo studio, e nei prossimi anni tenderà a scomparire con 26 milioni nel 2012 e 13 milioni nel 2013. In questa drammatica penuria di risorse la ministra, raccogliendo il suggerimento del suo ispiratore, vuole estendere il sussidio anche ai figli di papà, diminuendoli di conseguenza agli studenti privi di mezzi. I figli di papà non hanno certo bisogno del sussidio statale per sostenersi negli studi. Semmai a loro e a tutti i meritevoli, in questo caso davvero a prescindere dal reddito, andrebbero offerte opportunità di alta formazione, ad esempio serie scuole di specializzazione, buoni dottorati. Il sussidio pubblico, soprattutto se le risorse sono scarse, andrebbe invece concentrato sui meritevoli che non ce la fanno a sostenere i costi degli studi. Almeno questo dice la nostra Costituzione. E anche il buon senso.
Solo la destra italiana pensa il contrario. Le belle parole sul merito servono a coprire la vecchia politica di togliere ai poveri per dare ai ricchi.

L’Unità 30.07.11

Crisi economica, Zapatero affronta il voto per la Spagna. Berlusconi si arrocca a Palazzo Chigi

Contrasto stridente tra il senso di responsabilità del premier spagnolo e l’egoismo di quello italiano. I commenti di Bersani, Bindi, Letta. Il premier socialista spagnolo José Luis Rodriguez Zapatero ha annunciato lo svolgimento di elezioni anticipate il 20 novembre prossimo. Zapatero, che aveva già detto di non volersi ricandidare alle prossime elezioni lascia anticipatamente il suo incarico a fronte della stagnazione economica del Paese e dei problemi sui mercati internazionali.
Scelte ben diverse da quelle di Silvio Berlusconi che resta attaccato alla poltrona in barba alla crisi e alle bocciature che riceve dai mercati.
Un contrasto che spicca e fa dire a Pier Luigi Bersani che “di fronte ai rischi che l’impasse del governo potrebbe far correre alla Spagna, il premier Zapatero ha deciso di fare un passo indietro e tornare a interpellare il popolo per aprire una fase nuova. C’è qualcuno in Europa che antepone gli interessi del paese ai suoi interessi personali. Noi da mesi chiediamo a Berlusconi di fare un passo indietro, ma è chiaro che il presidente del Consiglio mette il proprio interesse personale prima di quelli degli italiani. Venga almeno in Parlamento a spiegare come intende affrontare questa situazione che ormai è di emergenza conclamata”.

Per il PSOE correrà Alfredo Perez Rubalcaba, ex vicepremier e ministro delle Giustizia nel governo di José Luis Rodriguez Zapatero. Le speranze socialiste per un terzo mandato consecutivo alla Moncloa sono affidate al 59enne Rubalcaba, da sempre uno dei più stretti alleati di Zapatero, mentre gli effetti della crisi economica e la disoccupazione stanno punendo duramente il governo e il partito rispetto al conservatore Partido Popular.
Enrico Letta, vicesegretario del Pd, vede nelle elezioni anticipate “un’opzione possibile per aprire la prospettiva di un governo più forte, giungendo anche per questa via a dare un messaggio di stabilità ai mercati. E’ un comportamento che antepone gli interessi del Paese a quelli propri. Tutto il contrario di quanto fa questo governo che resiste per meri fini personali, come dimostra la fiducia votata oggi sul processo lungo”.

Di professione chimico, ex professore universitario e tifoso del Real Madrid, Rubalcaba ha ricoperto altri incarichi di governo già sotto Felipe Gonzales prima di approdare alla guida del Ministero degli interni nel 2006: viene considerato tra gli artefici della lotta contro l’organizzazione terroristica basca dell’Eta. Un momento cruciale e la scelta torna agli spagnoli, invece in Italia “governo e maggioranza aggrappati al potere rischiano di condurre a fondo tutto e tutti” come nota Rosy Bindi, presidente dell’assemblea nazionale del Pd: “Ormai è chiaro a tutti che l’incapacità del governo Berlusconi di affrontare i problemi e la caduta della credibilità dell’esecutivo italiano di fronte al mondo stanno provocando duri contraccolpi a tutto il paese. L’Italia è esposta più di altri agli attacchi della speculazione anche per questa ragione. La consapevolezza dell’interesse nazionale dovrebbe convincere l’esecutivo e il premier a prendere atto del proprio fallimento. In questo senso non si può non notare la differenza con il comportamento della classe dirigente spagnola”. E’ proprio impossibile.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

"Manovra, i sindaci scendono in campo: ci hanno emarginati" di Marcella Ciarnelli

I sindaci del nord scendono in campocontro la manovra. Si ritroveranno a Venezia il 14 settembre. La protesta scenderà verso il sud facendo tappa a Perugia. E alla fine tutti a Brindisi per l’assemblea dell’Anci. Non ci stanno i sindaci italiani a subire, senza far sentire la loro voce, le conseguenze di «scelte di politica economica che mettono ai margini le autonomie locali su decisioni strategiche e contingenti assunte in totale spregio e violazione anche di norme costituzionali, a partire dall’articolo 114 della Costituzione che proclama il pari ruolo istituzionale di Comuni, Province, Regioni e Stato». Ed allora l’Anci ha deciso di convocare per il 14 settembre un incontro a Venezia cui sono stati invitati tutti sindaci del nord. Scendendo lungo lo stivale l’appuntamento successivo è stato fissato a Perugia per il 23 settembre ed, infine, tutti i primi cittadini si ritroveranno a Brindisi dal 5 all’8 ottobre per l’Assemblea dell’Anci al momento presieduta da Osvaldo Napoli, berlusconiano di chiara fede e accanito difensore della politica del governo, che però davanti al progressivo venirmeno delle risorse non ha potuto che commentare «il federalismo è finito». E mettere il timbro sulla protesta dei primi cittadini. Preoccupazioni giustificate, tagli, necessità di organizzare i servizi proprio mentre nel governo c’è chi perde tempo ad aprire sedi di rappresentanza dei ministeri senza cogliere il malessere che pervade i primi cittadini, ogni giorno alle prese con enormi difficoltà che non possono essere risolte da una targa dorata.

La manovra, pur necessaria e inevitabile in una situazione di crisi che va ben oltre i confini nazionali, farà pagare agli amministratori locali un alto prezzo. I sacrifici che dovranno gestire, è inevitabile, ricadranno su tutti i cittadini ma colpendo in special modo le fasce più deboli, quelle che hanno più bisogno di quei servizi sociali finiti sotto l’inesorabile scure dei tagli. La prospettiva è quella di altri sacrifici con l’arrivo di settembre. Ma a prendere l’iniziativa dovrebbe esserci la politica che invece è «debole e irrimediabilmente divisa», come ha detto solo pochi giorni fa il presidente della Repubblica che da tempo lancia l’allarme e invita ad«un impegno di coesione nazionale di cui c’è bisogno per affrontare le difficili prove che sono all’ordine del giorno». Ed allora se qualcuno che dovrebbe governare perde tempo a Monza nell’imbarazzato silenzio del premier e se il ministro dell’Economia invece di dare risposte a Regioni e Comuni in difficoltà se ne lava le mani delle giuste richieste ricorrendo ad una boutade neanche divertente. «Se uno va a vedere la sede di una Regione non ha l’impressione della sofferenza economica» ha detto in diretta tv partecipando ad Uno Mattina. «Non è il momentodelle battute e il ministro Tremonti dovrebbe esserne ben consapevole» ha commentato il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani. Lo «scatto» auspicato da Napolitano sembra di là da venire. La svolta che sembrava possibile e vicina quando con un’iniziativa senza precedenti banche, imprese e sindacati avevano mercoledì scorso firmato un documento comune, un appello per un patto che porti alla crescita, tale da dare un segnale di discontinuità che contribuisca a portare il Paese fuori dalla crisi. «Così è impossibile il governo del territorio» avevano commentato gli amministratori locali a cui, se tutto resterà invariato, verranno sottratte da qui al 2014 un terzo delle risorse disponibili, davanti ai numeri della manovra di cui nessuno nega la necessità ma che penalizza sempre gli stessi. E che, comunque, va incidere sulla struttura più profonda dello stato sociale e certamente nonappare tale da favorire la crescita, lo sviluppo e quell’uscita dalla precarietà e dall’emergenza che andrebbe a vantaggio innanzitutto di quei giovani che vedono il loro futuro sempre più difficile. L’iniziativa di riunire tutti i sindaci
è stata decisa a Livorno al termine del Consiglio nazionale dell’Anci. C’è la necessità di richiamare la massima attenzione sulla pesante e grave situazione in cui versano i Comuni. Intanto martedì ci sarà un nuovo incontro Governo-Regioni con all’ordine del giorno un aspetto delicato e doloroso della manovra, i tagli ai ticket sanitari.

L’Unità 30.07.11

"Quanto faranno pagare ai precari per la nomina in ruolo", di Osvaldo Roman, Lino Milita e Loredana Massaro

Come è noto la sessione contrattuale realizzatasi martedì 19 luglio presso l’ARAN, per dare attuazione al piano triennale previsto dall’art. 9 del Decreto legge 70/ 11 per la nomina del personale precario della scuola, si è svolta senza l’ atto di indirizzo del Governo previsto dall’art.47, comma 3, del D.Lgs. 165/2001 e i costi economici derivanti dalle nuove nomine a tempo indeterminato, comprensivi delle ricostruzioni di carriera, non hanno tenuto conto delle disponibilità finanziarie presenti in bilancio a seguito dei futuri pensionamenti. Solo per il prossimo anno scolastico si tratta di 27 mila docenti e di 7.000 ATA.

L’intesa si limita a modificare la carriera economia per tutti i neo nominati nel prossimo triennio operando per essi la cancellazione del secondo scalone retributivo previsto dalla tabella del CCNL del 2009.
Di conseguenza i neo nominati permangono nel livello retributivo iniziale per un periodo di durata di nove anni equivalente alla somma delle permanenze attuali nel primo scaglione e nel secondo scaglione.
I costi, in termini di ricostruzione di carriera derivanti della stabilizzazione del personale sui posti disponibili e vacanti, si potranno valutare nella prevista relazione Tecnica dell’Aran.
In attesa della suddetta Relazione Tecnica si può comunque valutare il bilancio di questo “dare ed avere”. La tabella che presentiamo riporta per tutte le categorie quanto dovrà pagare il singolo precario nominato a tempo indeterminato nel corso del triennio confrontando la somma delle retribuzioni tabellari percepite durante nove anni di permanenza al livello iniziale con quelle che avrebbe percepito nel vecchio ordinamento e cioè con tre anni nel primo scalone, sei nel secondo scalone, cancellato dall’accordo e cosi via.
Per ogni qualifica il calcolo riportato nella tabella si riferisce alle diverse ipotesi di ricostruzione di carriera a cominciare dai neo assunti che partono da zero terminando con la ricostruzione relativa ad 8 anni. Ovviamente le ricostruzioni di carriera potrebbero in alcuni casi riguardare anche un numero di anni superiore calcolandosi in base la legislazione vigente (4 anni del totale del servizio preruolo più due terzi del rimanente ai fini economici e giuridici e il rimanente terzo valutato
più avanti nel tempo e in maniera differenziata per qualifiche. A tutti verrà sottratto in questa ricostruzione il triennio 2010, 2011, 2012 ai sensi del comma 23 della legge 122/10 come ribadito dal Circolare del MEF n° 12 resa nota ai primi del mese di luglio di questo anno.
I risultati di questo conteggio sono molto significativi.
Si tratta di una perdita molto alta per chi entra in ruolo senza precedenti servizi direttamente dalle graduatorie. Ciò si verifica in pochi casi ma sicuramente esistenti. Per essi si va da una perdita del collaboratore scolastico di 17.979,19 euro a quella di 31.191,29 per il docente di scuola secondaria superiore.
Ad esempio un Direttore generale dei servizi di segreteria con 8 anni di ricostruzione perde 24.201,90 euro, un docente di scuola media con 7 anni perde 20.058,30 e cosi via.
Se si considera una perdita media pro-capite di 10.000 euro la complessiva rapina a spese del personale precario, nominato nel numero presumibile di 100.000 unità, consiste nei nove anni in circa un miliardo di euro. Ciò contro un valore delle ricostruzioni per il passaggio al primo scalone che, per le stesse centomila unità di nominati, vale circa 50 milioni di euro. Ciò senza contare che con i circa 100.000 pensionati nel triennio si risparmia per ciascuno circa il 50% della retribuzione iniziale della rispettiva qualifica.
Il Piano governativo sul precariato, con tutto il suo carattere ricattatorio, rappresenta un’autentica tassa patrimoniale sul precariato!

DIFFERENZE IN EURO, PER I NEO-NOMINATI, TRA LA VECCHIA E LA NUOVA CARRIERA ECONOMICA CALCOLATE SU UNA PERMANENZA DI NOVE ANNI E IN CORRISPONDENZA AD UNA RICOSTRUZIONE DI CARRIERA DI n ANNI, (CON n CHE VA DA 0 a 8).

da ScuolaOggi 30.07.11

Sud, cresce l´allarme lavoro a spasso due giovani su tre", di Luisa Grion

In Italia c´è una storica questione meridionale e una difficile questione giovanile. E poi c´è la tragica «questione meridionale giovanile», somma di due emergenze che la crisi ha aggravato. Il paese cresce meno della media europea, ma il Sud arranca. Nella fascia d´età che va dai 15 ai 34 anni l´occupazione (dati 2010) – nelle regioni del Mezzogiorno – raggiunge appena quota 31,7 per cento: il che vuol dire che due giovani su tre sono a casa o a spasso. Nello stesso periodo, per le regioni del Nord, il tasso arriva al 56,5 per cento: fra le due parti del Paese, dunque, c´è un divario di ben 25 punti.
A segnalare quella che più che un emergenza è ormai «un allarme sociale» è lo Svimez (l´istituto per lo sviluppo industriale nel Mezzogiorno) che denuncia «una progressiva e crescente penalizzazione dei giovani ad elevata scolarizzazione» e fa notare come a essere messa in crisi, oltre al lavoro e all´indipendenza che garantisce, è la stessa istruzione, università in primis.
Le anticipazioni del rapporto che l´istituto pubblicherà a settembre mettono infatti in chiaro una cosa: disoccupazione e «apatia» non sono più fenomeni legati al basso titolo di studio o al difficile ambiente sociale di provenienza. Il fenomeno ha ormai intaccato anche i giovani meridionali diplomati e i laureati. Nella fascia d´età che va dai 15 ai 34 anni quasi un terzo dei primi e oltre il 30 per cento dei secondi sono andati ad ingrossare le fila dei Neet (giovani che non studiano più, non lavorano ancora e nemmeno fanno formazione). Nelle regioni meridionali, calcola la Svimez, sono almeno 167 mila i laureati a trovarsi in queste condizioni. «Uno spreco di talenti inaccettabili», spiega lo studio. Di più, un pericoloso paradosso: «La parte più avanzata della società meridionale – quella che dovrebbe aver accumulato gli strumenti per partecipare alla competizione globale – è allo stesso tempo la più penalizzata da un sistema chiuso, ad ascensore sociale bloccato». Esclusi dal lavoro regolare, dagli ammortizzatori sociali che prevede e dal reddito. Nel mondo femminile (le giovani occupate sono solo il 23,3 per cento) il paradosso diventa dramma. Ma anche restando al dato medio il tasso di disoccupazione corretto con il dato dei cassintegrati e di quelli che il lavoro non lo cercano più perché scoraggiati la quota del Meridione svetta ad un imbarazzante 25,3 per cento (14,8 nella media nazionale).
Sia chiaro, a pagare in termini di mancato lavoro lo scotto della recente crisi è stata tutta la società italiana. Ma dei 553 mila posti persi in Italia fra il 2008 e il 2010, ben 281 mila sono stati proprio nel Mezzogiorno, la parte del paese che più avrebbe bisogno di crescere e che – secondo Adriano Giannola, presidente Svimez – «nonostante le più disarmanti evidenze può attivamente contribuire alla ripresa e alla crescita del paese». Ma, precisa lo studio «è ovvio che manovre restrittive, in questo quadro, rischiano di frenare» non solo «la crescita nazionale, ma anche di risultare socialmente insostenibili per il Sud».

La Repubblica 30.07.11

Mills, Mediaset, Mediatrade tre colpi di spugna al senato

Clima teso anche sui mercati: il differenziale con i Bund vola a 338 punti Il Pdl forza la mano per l’ennesima volta e impone al senato l’approvazione del ddl sul «processo lungo», un espediente per sabotare i procedimenti giudiziari a carico del premier tranne il Rubygate. Per arrivarci è stato necessario mettere la fiducia, la quarantottesima in tre anni.
La norma consentirebbe alla difesa di presentare lunghe liste di testimoni allungando a dismisura i tempi dei processi provocando la prescrizione del reato. E poi di non considerare più come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato di un altro procedimento, tranne che per i processi di mafia e terrorismo.
Il neo ministro della giustizia Nitto Palma nega che il provvedimento abbia effetti deflagranti, ma il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, parla di «una misura che va obiettivaente nella direzione opposta rispetto all’impegno per diminuire la durata dei processi».
Protesta il Pd (Luigi Zanda parla di «regime»), l’Idv propone una mozione di sfiducia a Berlusconi. Ma Casini prevede: la legge non passerà mai con questo testo. Anche perché, si vocifera, la versione attuale potrebbe non ricevere il disco verde della presidenza della Repubblica. Il ddl deve tornare alla camera dopo le modifiche di palazzo Madama. Se ne riparlerà dopo la pausa estiva, a metà settembre.
Intanto, sui mercati, la tensione non è finita: ieri lo spread tra Btp e Bund ha sfiorato i 340 punti base.

da Europa Quotidiano 30.07.11

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“Processo lungo, fiducia con proteste. Via libera in Senato. No da Csm e sindacato delle toghe”, di Dino Martirano

In un clima da fossa dei leoni, il Senato ha approvato con il voto di fiducia imposto dal governo il ddl sul «processo lungo» : 160 i sì, 139 i no. Durissime le polemiche in aula. La capogruppo del Pd, Anna Finocchiaro, ha parlato di legge ad personam per Silvio Berlusconi e di «piede del padrone sul collo dei senatori del Pdl che almeno in questa occasione avrebbero potuto dimostrare di essere liberi e forti» . Prima che dai banchi dell’Idv spuntassero i cartelli («Ladri di giustizia» ), il capogruppo del Pdl Maurizio Gasparri ha caricato a testa bassa il Pd: «Altro che regime, questa è solo una legge giusta. E se di regime volete parlare guardate in casa vostra, a Sesto San Giovanni dove i sindaci di sinistra di padre in figlio continuano ad alimentare un sistema di illegalità» . Questo, dunque, ha detto Gasparri guadagnandosi l’annuncio di una querela da parte del sindaco di Sesto, Giorgio Oldrini. Eppure, nonostante il caos in aula, quando il governo mette la fiducia la maggioranza (Pdl, Lega, Coesione nazionale) risponde compatta. Ora però il testo torna alla Camera dove verrà calendarizzato a settembre per poi essere discusso e votato a ottobre, il mese in cui riprendono i processo in cui è imputato Berlusconi. A Montecitorio il relatore sarà Carolina Lussana della Lega (la stessa deputata che ha curato il provvedimento in prima lettura) che stavolta avrà forse qualche imbarazzo in più perché, come è noto, il Senato ha aggiunto in corso d’opera le due norme tutte favorevoli agli avvocati. La difesa avrà infatti la possibilità di farsi accettare dal giudice tutti i testimoni che desidera: «Le prove sono ammesse a richiesta di parte. L’imputato, a mezzo del difensore, ha la facoltà davanti al giudice di interrogare o far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova in suo favore» . Inoltre, la pubblica accusa non potrà più contare sulle sentenze passate in giudicato di altri processi come prove acquisite. Con queste due novità, dunque, il testo torna alla Camera da dove era partito con un altro oggetto, l’esclusione del rito abbreviato e dei benefici penitenziari per i reati puniti con l’ergastolo. Per il senatore Francesco Nitto Palma — che ha fatto il suo debutto a Palazzo Madama nel ruolo di Guardasigilli — sul «processo lungo si dicono tante inesattezze perché non avrà alcun effetto deflagrante sul sistema» . Palma difende il suo passato di parlamentare: «Non ho mai firmato leggi ad personam » . E tira il primo fendente ai suoi ex colleghi pubblici ministeri: «I magistrati dicono che queste norme provocheranno una specie di disastro, gli avvocati affermano che non cambierà nulla» . Allora perché sostenere la legge addirittura con la fiducia si domanda indirettamente «Famiglia cristiana» che pubblica sull’edizione online un editoriale duro: «Processo lungo, la mafia ringrazia» . Il vicepresidente del Csm, Michele Vietti, ha sperato fino all’ultimo in un cambio di rotta del governo tanto da aver voluto disinnescare le polemiche rinviando, a un plenum di settembre, l’esame del parere (negativo) sul «processo lungo» . E ancora giovedì Vietti ne aveva parlato a Palazzo Giustiniani con il capo dello Stato, poi però aveva rinviato al momento del voto il suo commento. Che ieri è puntualmente arrivato: «E’ una misura che va obiettivamente in direzione opposta rispetto all’impegno per diminuire la durata dei processi sul quale il Csm è impegnato in modo prioritario, anche per tenere il passo con l’Europa» . E stavolta magistrati e una parte degli avvocati sono d’accordo: «Dopo anni di campagna propagandistica sull’eccessiva durata dei processi questa maggioranza approva norme destinate a renderli ingestibili» , Piergiorgio Morosini di Magistratura democratica. Il concetto viene ripreso da Ester Perifano (Associazione nazionale forense): «C’è un’evidente schizofrenia governativa» . Antonio Di Pietro (Idv) tira le somme: «Per questo presentiamo subito la mozione di sfiducia al governo» .

Il Corriere della Sera 30.07.11

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Addio alla Norma Falcone: le sentenze non sono prove

Il ddl cancella la cosiddetta «norma Falcone» che prevede che una sentenza passata in giudicato possa essere considerata come prova in un altro processo. Così si allungano ulteriormente i tempi per risentire di nuovo gli stessi testimoni

Il Corriere della Sera 30.07.11

"La fiducia smarrita", di Michele Brambilla

Quella di Giulio Tremonti sembra, a prima vista, solo l’ennesima disavventura di un politico finito nel tritacarne delle inchieste della magistratura e dei mass media. Una situazione che ormai in Italia è routine, a causa dello scontro tra i due «partiti» più attivi nel Paese: il partito cosiddetto giustizialista e il partito cosiddetto garantista. Il primo è animato da una visione ultra giacobina del mondo (prima ancora che della politica) e pretende da ogni essere umano una condizione simile a quella dell’Immacolata Concezione. Il secondo – non facendo mai alcuna distinzione tra peccati veniali e peccati mortali, ad esempio tra una corruzione e un affitto, o tra una tangente e una multa – mira a sostenere la tesi autoassolutoria del «tutti colpevoli e quindi tutti innocenti».

Sia i primi sia secondi hanno interesse a passare ai raggi x ogni minimo aspetto della vita, pubblica e privata, dei rivali. Per questo la «macchina del fango», per usare un’espressione ormai condivisa da destra e sinistra, è sempre in azione. Tuttavia, ci mancherebbe altro se la magistratura – e in diverso modo i cittadini – non potessero e dovessero chiedere conto ai politici della loro condotta, soprattutto quando c’è il sospetto di irregolarità.
E dunque è sacrosanto che anche il ministro dell’Economia sia chiamato a chiarire, come sta cercando di fare in questi giorni.

Fino a questo punto, insomma, il «caso Tremonti» avrebbe tutte le caratteristiche per essere catalogato come l’ennesimo capitolo del tormentone politico giudiziario cominciato nel 1992. Ma dicevamo che questa storia è così «solo a prima vista».

C’è infatti qualcosa di ben più inquietante delle «solite» storie di mazzette o di nero. Nella sua autodifesa Tremonti ha detto una cosa che ci ha lasciati di sale. Nella lettera al Corriere delle sera, nella quale ha cercato di assicurare di aver commesso errori ma non reati, il ministro ha detto che scelse la casa di Milanese per una questione di «privacy»; e nel colloquio con Massimo Giannini di Repubblica ha precisato lasciandosi scappare (facciamo finta che gli sia scappata) la «bomba». Ha detto che se ha preferito pagare di tasca sua un affitto piuttosto che alloggiare alla caserma della Guardia di Finanza, è perché là, dalle Fiamme gialle, non era più tranquillo: «Mi sentivo spiato, controllato, in qualche caso perfino pedinato». Ma da chi, e per conto di chi? Alla magistratura Tremonti aveva parlato di strane «cordate» e riferito di aver ammonito Berlusconi, ai primi di giugno, quasi prevedesse una campagna di stampa contro di lui: «Non accetterò che si usi contro di me il metodo Boffo».

Tremonti sta disperatamente cercando di giustificare la casa messagli a disposizione da Milanese? Oppure davvero alla Guardia di Finanza lo spiavano? Quale che sia la verità, c’è da restarne sconvolti.
Caso uno: Tremonti mente. Vuol dire che abbiamo un ministro che getta ingiustamente discredito su un corpo dello Stato e, indirettamente, sul suo presidente del Consiglio.

Caso due: Tremonti dice la verità. E allora vorrebbe dire che le istituzioni dello Stato sono lacerate da una guerra tra bande, che un ministro non può fidarsi neppure di un corpo di cui, peraltro, egli stesso ha per legge il controllo. Le caserme sono da sempre i luoghi più sicuri per i servitori dello Stato: rifugi per le più alte cariche istituzionali, e dimore dei magistrati in prima linea contro mafia e terrorismo. Certo ciascuno aveva le proprie preferenze: è noto ad esempio che Cossiga preferiva i carabinieri alla polizia. Ma non s’è mai sentito un uomo di governo che paga un affitto di tasca sua perché si sente in pericolo in una caserma.

In entrambi i casi è evidente che è in corso una faida tra istituzioni fatta a suon di colpi bassi. In entrambi i casi è evidente che tutto sia ormai fuori controllo, se un ministro che si sente spiato (o che dice di sentirsi spiato) non è in grado neppure di sostituire i vertici di un corpo che cade sotto la sua competenza. In entrambi i casi è lecito per noi porsi una domanda: ma da chi siamo governati?

La Stampa 30.07.11

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Il contrattacco della Finanza “Da almeno sette anni Tremonti non dorme da noi”, di Carlo Bonini

Nel 2004 il ministro dormiva nella foresteria della caserma di via Sicilia a Roma. La rottura nel dicembre del 2010 avviene su Milanese. Sostiene il ministro dell´Economia Giulio Tremonti di essere stato «pedinato» e «spiato» nel suo lavoro. E, a un certo punto, di non essersi più sentito tranquillo nemmeno durante i suoi lunghi anni da ospite di una caserma della Guardia di Finanza. La situazione era così pesante, denuncia il ministro, che l´ultima cosa che aveva voglia di fare «era di tornare a dormire in una caserma». E per questo di aver accettato nel febbraio del 2009, l´offerta dell´onorevole Milanese per l´appartamento di via di Campo Marzio. Adesso la Finanza contrattacca e dà la sua versione. Secondo fonti del Corpo, il ministro Tremonti non avrebbe più dormito in un letto di una caserma delle Fiamme gialle dal giugno-luglio del 2004. Sette anni fa. La Guardia di Finanza che doveva proteggere la sua sicurezza e la sua privacy ha violato l´una e l´altra? E quando? In che circostanza?
Per quanto la Guardia di Finanza è in grado di documentare, «l´ultima volta che Giulio Tremonti fu ospite con cadenza regolare di una struttura del Corpo fu quando, nei primi mesi dell´estate del 2004, alloggiava in una delle foresterie al secondo piano della caserma di via Sicilia». Nemmeno un chilometro in linea d´aria dagli uffici del ministero, in via XX Settembre. Da allora, la sua scorta di finanzieri, nei giorni in cui il ministro si tratteneva a Roma, lo accompagnava altrove. Alberghi, o residenze private. «Naturalmente – spiega una fonte qualificata del Corpo – tenendone traccia, come è normale e come la legge prevede per qualunque personalità sia sottoposta a un massimo livello di vigilanza come un ministro». Dunque, se si sta a quanto la Finanza sostiene di poter documentare, Tremonti, nel febbraio del 2009, quando accetta la proposta di Milanese, si è già liberato da molto tempo degli occhi e delle orecchie da caserma. E la scelta di un appartamento privato, sembra dunque legata al desiderio di una privacy assoluta che, evidentemente, neppure un albergo può garantire.

I due verbali ai pm Napoletani
Il 16 dicembre del 2010, Giulio Tremonti rende un primo interrogatorio alla magistratura napoletana. Due giorni prima, “Repubblica” ha dato conto che il suo consigliere politico Marco Milanese è indagato. Tremonti dunque è conscio di quanto sta accadendo e avrebbe l´occasione per riferire il sospetto sulla Guardia di Finanza che lo tormenta. Ma non ne fa cenno. Neppure indirettamente. La chiacchierata è sbrigativa. Gira intorno ad orologi di pregio che Milanese avrebbe acquistato a scrocco per farne dono al ministro. Passano sei mesi. Il 17 giugno, Tremonti siede nuovamente di fronte ai pm napoletani Woodcock e Curcio. Appena quattro giorni prima, il 13 giugno, Marco Milanese, nel suo ultimo interrogatorio, nel raccontare la guerra per bande che avvelena lo Stato Maggiore della Finanza, ha genericamente riferito che «il ministro aveva la percezione di essere seguito». Ma anche stavolta, Tremonti di pedinamenti e caserme non parla. Soltanto quando viene sollecitato con l´ascolto di un´intercettazione telefonica tra il capo di stato maggiore Michele Adinolfi e il presidente del Consiglio, decide di aprire uno squarcio su quanto accade negli uffici dello Stato Maggiore in viale XXI aprile. «Gli ufficiali, nella prospettiva di diventare comandanti generali hanno preso a coltivare relazioni esterne al Corpo, che non trovo opportune. C´è il rischio di competizione. (…) Ho suggerito al Comandante Generale di dare alcune direttive nel senso di avere un tipo di vita più sobria. Gli ho detto: “Meno salotti, meno palazzi, più caserma». I pm insistono. E Tremonti, allora, evoca l´esistenza di “cordate” nel corpo. E una, almeno, decide di “battezzarla” con il nome del suo capobastone, il generale Michele Adinolfi, intimo di Gianni Letta e del presidente del Consiglio. Nessun accenno a pedinamenti, a spionaggio ai suoi danni. Anzi, a Woodcock e Curcio, il ministro decide di offrire un´interpretazione morbida di quanto ha appena detto. «Ribadisco che non ho mai detto a Berlusconi che lui mi voleva far fuori attraverso la Guardia di Finanza».

Il grande gelo con il generale Di Paolo
16 dicembre 2010, 17 giugno e 28 luglio 2011. I ricordi di Tremonti si “drammatizzano” in assoluta coincidenza temporale con l´aggravarsi della posizione processuale e politica di Marco Milanese, con l´impossibilità di togliersi d´impaccio dalla vicenda di via di Campo Marzio con una scrollata di spalle, o rapide scuse. Soprattutto, dai ricordi del ministro viene cancellata una circostanza di cui, in queste ore, si raccoglie conferma da fonti qualificate del Comando Generale. La “rottura” tra il ministro e lo Stato maggiore della Guardia di Finanza ha una data: dicembre 2010. Un mese cruciale, perché è quello che precipita Milanese nell´abisso dell´inchiesta per corruzione del pm Vincenzo Piscitelli. Raccontano oggi della «furia di Tremonti in quei giorni». Dei modi bruschi che riservò al comandante generale Nino Di Paolo, nella certezza che quell´indagine fosse figlia della macchinazione di Michele Adinolfi, allora capo di Stato Maggiore.

La rottura della pace tra le due cordate
La “pace” tra le cordate di viale XXI Aprile si rompe allora, nel dicembre del 2010. Anche perché, come il ministro riferirà solo il 17 giugno di quest´anno ai pm, le cordate, appunto, sono due. E quella che lui non ha nominato a verbale fa capo proprio a Marco Milanese, nella persona del generale di corpo d´armata Emilio Spaziante, creatura di Nicolò Pollari, suo facente funzioni, già fedele alleato di Speciale nell´agguato a Padoa-Schioppa e Visco, nel loro breve intervallo all´Economia. Come Adinolfi, Spaziante lavora per diventare comandante generale della Guardia di Finanza nel giugno del 2012. E come Adinolfi, con il suo accordo e la benedizione di Milanese, ha convenuto nel giugno del 2010 che il primo Comandante generale proveniente dai ranghi del Corpo debba essere Di Paolo, perché “ufficiale più anziano” e più prossimo alla pensione. I guai di Milanese costringono i due generali a prendere le armi l´uno contro l´altro. E Spaziante, a verbale con i pm napoletani, carica Adinolfi anche di una seconda accusa per fuga di notizie. Quella sugli accertamenti fiscali a Mediolanum.
La guerra non è finita allora. Non finirà domani. Ma agli occhi degli Stati Maggiori, da oggi, il ministro Tremonti, a dispetto della telefonata fatta ieri al generale Di Paolo, non ne è più uno spettatore. Ma un protagonista.

La Repubblica 30.07.11