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"Un tesoro nascosto di 150 miliardi ecco i capitali all´estero degli italiani", di Maurizio Ricci

Tra Cayman e Bermuda, proliferano titoli e depositi anche dopo lo scudo. Uno studio di Bankitalia quantifica l´esportazione illegale di soldi. Ci sono 150 miliardi di euro sui conti clandestini che tuttora gli italiani detengono illegalmente all´estero, al riparo dagli occhi del fisco. Un centinaio è investito in azioni, fondi, obbligazioni e titoli pubblici. Il resto in depositi e conti bancari. Lo scudo Tremonti, insomma, è servito a poco: nel 2009 sono rientrati, nonostante i termini favorevoli offerti, solo fra metà e un terzo dei soldi fuori legge investiti in titoli. E´ la stima contenuta in uno studio appena pubblicato da due ricercatori della Banca d´Italia, che hanno messo a confronto una lunga serie di dati statistici. I due ricercatori – Valeria Pellegrini ed Enrico Tosti – si sono concentrati, in particolare, sugli investimenti di portafoglio, cioè in titoli, perché qui era possibile mettere a confronto i dati dei paesi che hanno emesso i titoli e sui loro acquirenti, con i dati all´altro capo della catena, cioè in Italia. Il divario che ne risulta equivale ai capitali non dichiarati. A fine 2008, prima cioè che Tremonti varasse la normativa per il rimpatrio autorizzato dei capitali, corrispondevano ad un ammontare fra 124 e 194 miliardi di euro.
I capitali illegali all´estero non sono un fenomeno solo italiano. A livello globale, dice lo studio, il divario fra attività e passività dichiarate è pari ad un po´ più del 7 per cento del Pil mondiale. L´Italia, però, va oltre: i titoli non dichiarati, nel 2008, equivalevano ad una quota fra il 7,9 e il 12,4 per cento del Pil nazionale, appunto fra 124 e 194 miliardi di euro. Negli anni, gli italiani hanno portato questi soldi all´estero con metodi ben noti. Gonfiando le spese per importare e dimagrendo gli incassi delle esportazioni, se sono imprese. Con i contanti portati dagli spalloni, se sono privati. Oppure, servendosi di un buon commercialista e di qualche finanziaria svizzera, con sistemi più raffinati: un investimento dichiarato e legale, all´inizio, in paesi al di sopra di ogni sospetto. Da qui, l´investimento in paesi con legislazioni meno stringenti, in società fittizie che poi falliscono o false transazioni. I soldi così disponibili vengono poi investiti in obbligazioni di paesi sicuri o, soprattutto, in fondi in Lussemburgo o nei centri off shore come le isole Cayman o Bermuda.
Lo scudo ha limato quelle percentuali. Nei dati ufficiali, il grosso dei rientri origina da conti e depositi bancari, ma i due ricercatori ritengono che si sia trattato del passaggio finale, dopo aver liquidato gli investimenti in titoli. Perciò ricalcolano i dati ufficiali dello scudo, attribuendo al disinvestimento di titoli circa 60 dei 97 miliardi di euro rientrati. Se, dunque, i capitali in titoli, inizialmente non dichiarati, erano pari a 140 miliardi di euro – la cifra intermedia fra 124 e 194 miliardi che lo studio della Banca d´Italia assume come riferimento – mancano all´appello, oggi, 80 miliardi di euro che gli italiani continuano a detenere clandestinamente all´estero: un ammontare pari al 5,5 per cento del Pil nazionale. Il dato si riferisce al 2009. I due ricercatori calcolano che, nel 2010, questa quota sia ulteriormente salita al 6,8 per cento, cioè a poco meno di 100 miliardi di euro.
Accanto agli investimenti illegali di portafoglio – in azioni, fondi, obbligazioni, titoli pubblici – ci sono gli altrettanto illegali conti correnti nelle banche estere. Basandosi sulle statistiche della Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, Valeria Pellegrini ed Enrico Tosti calcolano che i depositi all´estero non dichiarati ammontassero, a fine 2009, ad una cifra fra i 45 e i 50 miliardi di euro.

La Repubblica 30.07.11

"E Napolitano rinvia la partenza per le ferie", di Umberto Rosso

Il presidente della Repubblica, visto il delicato momento, non vuole lasciare Roma e dà un nuovo segnale tagliando le spese del Quirinale. Casini condivide e rilancia: “Questa estate è bene che il Parlamento resti aperto”. Napolitano taglia le sue vacanze. E taglia anche le spese del Colle, con ulteriori misure di risparmio sul bilancio che saranno rese note nel dettaglio oggi. Due segnali alla politica, e ai costi della politica, in un clima di scontro fra i partiti e di crisi dei mercati che preoccupa molto il Quirinale. Con la ferita istituzionale sui ministeri al nord che resta aperta: allo stop del capo dello Stato ancora nessuna risposta, silenzio di Berlusconi e di Bossi, nessun contatto e telefonate di spiegazioni con l´inquilino del Colle. La Lega, riunita d´urgenza in via Bellerio a Milano, non fa marcia indietro ma annuncia una lettera per «non rompere» con Napolitano.
Che dunque ha deciso di rinviare la partenza per le ferie, che trascorrerà come sempre a Stromboli ospite in casa di amici, quando tutto era già pronto per oggi. Con l´imbarco, insieme alla moglie Clio, sul “solito” traghetto di linea che fa la spola fra Napoli e l´isoletta delle Eolie. Cambio di programma dettato dalla decisione del presidente della Repubblica di non allontanarsi da Roma per seguire anche gli ultimi, delicati passaggi parlamentari prima dello stop dei lavori di Camera e Senato. Non ha voluto lasciare “sguarnito” il Colle nel giorno in cui il governo affrontava la prova del fuoco del ricorso alla fiducia sul processo lungo, un sì incassato a Palazzo Madama fra le dure proteste dell´opposizione. Alla Camera, invece, si annuncia scontro per martedì prossimo, quando arriva in aula l´affaire Milanese: si vota il via libera all´apertura delle cassette di sicurezza dell´ex consulente del ministro Tremonti, con la commissione che ha già dato parere favorevole. E dovrebbe anche essere approvato il bilancio interno di Montecitorio, passaggio non proprio semplice nel bel mezzo delle polemiche sulla stangata chiesta ai cittadini e i privilegi mantenuti invece dai parlamentari. Il Colle ha deciso di dare l´esempio. E così oggi, dopo aver già presentato i conti per il 2011 con molti tagli, saranno ufficialmente annunciate nuove misure su alcuni capitoli di spesa per contenere ulteriormente i costi dell´amministrazione del Quirinale.
Da lunedì, con la riapertura dei mercati, riparte una nuova settimana di passione e di paura per le speculazioni sulla nostra economia, altro motivo di “sorveglianza speciale” del capo dello Stato che ha invocato «uno scatto» e fatto proprio l´appello-discontinuità lanciato dai firmatari del patto per la crescita. Solo dopo la chiusura dei lavori alle Camere Napolitano dovrebbe lasciare Roma. Ferie corte che il leader dell´Udc Casini apprezza. Quest´anno, spiega, non si può pensare ad una chiusura delle Camere in termini tradizionali, «se il governo ha qualche provvedimento da proporre è bene che il Parlamento rimanga aperto. Se ci sono misure da presentare, l´opposizione deve essere sempre presente».

La Repubblica 30.07.11

"Il decreto salva-Pompei toglie 5 milioni a Pompei", di Giuseppe Salvaggiulo

Non c’è pace per Pompei. Come se non bastassero Domus crollate, scavi fermi, intonaci scrostati, allarmi dell’Unesco, ignobili lastroni di cemento sul teatro grande (sequestrato dalla magistratura) e sprechi faraonici, il sito archeologico che il mondo ci invidia subisce ora un taglio di fondi. La beffa è ancor più atroce pensando che il salasso nasce da un intervento istituzionale promosso per aumentarli.

«Merito» del decreto legge varato dal governo quattro mesi fa, denominato «Disposizioni urgenti in favore della cultura…» e presentato con plateale autocompiacimento come provvedimento salva-Pompei. Bel salvataggio: sul bilancio di quest’anno quasi 5 milioni di euro in meno, il 25 per cento circa. Un’eterogenesi dei fini tipicamente e maledettamente italiana, perché colpisce anche i beni archeologici di Roma e serve a mettere una pezza sugli scandalosi buchi contabili di un’altra soprintendenza napoletana.

Accade questo. Primavera 2011: il governo si mobilita dopo i crolli dei mesi precedenti. E inserisce una norma rubricata «Potenziamento delle funzioni di tutela dell’area archeologica di Pompei». Il diavolo si nasconde nell’ultimo comma, che prevede per il ministero dei Beni culturali la possibilità di spostare fondi da una Soprintendenza a un’altra, in caso di necessità. Pare un toccasana: ora potranno finalmente arrivare i sospirati nuovi finanziamenti. Al contrario, nei giorni scorsi il ministero ha comunicato al CdA della Soprintendenza che sì, intende avvalersi di quella norma, ma per decurtare il bilancio di Pompei, non per rimpinguarlo. E dunque, dice il ministero, rifate i conti e arrangiatevi. La Soprintendenza ha già avviato le riunioni operative per distribuire i sacrifici, facendo i conti con le rimostranze di chi lavora sul campo.

Le conseguenze del taglio di budget sono presto spiegate: stop anche a progetti già deliberati, blocco di attività di tutela in corso, possibili danni al patrimonio. Un autogol che rischia di allontanare non solo gli imprenditori francesi che hanno offerto 20 milioni di euro per Pompei a patto di avere un piano chiaro e definito, ma anche i partner privati che già ci sono. Per esempio la Fondazione Packard, che su Ercolano ha adottato un modello lodato dall’Unesco (ma ignorato in Italia). Gli americani mettono un euro per ogni euro speso dal ministero e non gradiranno che la controparte se ne riprenda qualcuno a metà dell’anno.

Ma il ministero ha altre urgenze. I soldi tolti a Pompei servono a ripianare i debiti di un’altra Soprintendenza napoletana, il Polo museale che gestisce tra l’altro il museo di Capodimonte con risultati tutt’altro che memorabili (non figura tra i 30 musei statali più visitati, superato da realtà minori come Trieste, Ravenna, Sirmione).

Un carrozzone creato nel 2003 tra le perplessità degli addetti ai lavori e che garantisce prestigiose poltrone, stipendi maggiorati (un soprintendente speciale guadagna il 30 per cento più di uno ordinario) e un ricco budget da gestire direttamente. Il Polo museale sta affondando in un buco spaventoso: 12 milioni di euro di debiti accumulati in pochi anni. Tanto da indurre il ministero a svenare non solo Pompei, ma anche l’altra Soprintendenza archeologica speciale, quella di Roma che cura un patrimonio immenso, dal Colosseo all’Appia antica. Altri 5 milioni di euro sottratti da un giorno all’al- e direttori dei musei non resteranno tro. Nella capitale si fermano dunque i che amuleti e scongiuri. lavori per il quarto lato di Palazzo Mas- Che le soprintendenze ricche (Pomsimo. Un progetto a cui si lavora da an- pei e Roma sono considerate le galline ni e destinato a ospitare una caffetteria dalle uova d’oro) aiutino quelle povere, a concessione privata, abortito proprio è naturale e s’è sempre fatto. Ma per in vista del traguardo per mano dello esigenze tecniche e di tutela, con capistesso ministero che ha puntato tutto toli di bilancio preventivati e spalmansu valorizzazione e gestioni esterne. do i benefici su diversi enti. Non in que-

Non solo: la scure si abbatterà per ste dimensioni. Non intervenendo con 1,7 milioni anche sul fondo destinato l’accetta in corso d’opera. E non per riagli interventi «di somma urgenza», pianare i debiti di un solo ente sprecoaccantonato per crolli, danneggia- ne, alimentando «in modo affrettato e menti, maltempo. La riduzione è di opaco» quella che Italia Nostra definicirca il 50 per cento. Dunque per que- sce «una guerra tra poveri». st’anno a soprintendente, archeologi Le beffe per Pompei non finiscono qui. Il decreto di marzo prevedeva anche un piano straordinario di salvaguardia, il dirottamento di 105 milioni di euro presi dal «bancomat» dei fondi Fas per le aree sottosviluppate, le nuove e agognate assunzioni di personale.

Tutte misure positive. Peccato che dopo quattro mesi siano ancora sulla carta. Il piano straordinario è molto contestato e va nella direzione diversa rispetto a quanto richiesto dai tecnici dell’Unesco. I fondi Fas non sono arrivati, la procedura per sbloccarli è lunga. E le assunzioni restano un miraggio. La richiesta al ministero è chiara: servono subito 25 nuovi tecnici, di cui 14 archeologi.

A Pompei oggi lavora un solo archeologo, mentre l’ultimo mosaicista andato in pensione nel 2001 non è mai stato sostituito. Gli operai per la manutenzione quotidiana sono scesi da 98 a 8. Spiegano gli esperti che senza personale adeguato i piani di tutela sono chimere: chi li attua?

Ma prima delle assunzioni, sono arrivati i tagli.

La Stampa 30.0711

"Sorpresa! L’indulto non era sbagliato Le recidive calano", di Luigi Manconi

L’indulto venne approvato con 245 sì, 56 no, 6 astenuti. In cinque anni solo il 33,92% dei detenuti beneficiati dal provvedimento è rientrato in cella. Mentre la quota di chi non ne ha usufruito è al 68,45%. Gli italiani tornati a commettere reati superano di 13 punti gli stranieri. se, alla resa dei conti, il tanto bistrattato indulto del 2006 si rivelasse un provvedimento parziale, ma – oltre che sacrosanto – assai utile? Una misura, gravata da limiti e carenze, ma efficace e, soprattutto, molto meno nociva sul piano sociale di quanto si sia detto e scritto. In effetti, quel provvedimento di clemenza è stato uno dei più controversi e diffamati dell’intera legislazione repubblicana. Approvato, come prescrive la norma da i due terzi del Parlamento (oltre l’80%), è stato misconosciuto dalla gran parte di coloro che lo votarono. Mai una legge che aveva avuto tanti padri e madri era stata così repentinamente rinnegata dai legittimi genitori. Molte le ragioni. In primo luogo, il carattere parziale del provvedimento, non accompagnato da una contestuale amnistia (che avrebbe potuto ridurre il numero dei procedimenti e alleviare il lavoro dei giudici), e non sostenuto da adeguate misure di accoglienza e di integrazione per gli scarcerati. Ma, soprattutto, a pesare sull’opinione pubblica e a determinare quel ripudio da parte del legislatore furono due fattori: l’incapacità di reggere l’impatto che i reati commessi dagli indultati avrebbe avuto sul senso collettivo di insicurezza e la contestuale e irresponsabile campagna mediatica.
È decisivo ricordare che, dal 2006 al 2007 (periodo che comprende i mesi successivi all’approvazione dell’indulto) l’informazione televisiva nazionale sulla cronaca nera passa dal 10,7% al 23,7% (come ha documentato il centro di ascolto di Gianni Betto). Inevitabilmenteun simile affollarsi di “notizie criminali” crea una sensazione di ansia collettiva e di allarme sociale, tali da esigere l’individuazione di una causa (l’indulto, appunto) e la demonizzazione di quanti avrebbero contribuito a determinarla (sia i parlamentari che vollero quella misura sia chi di essa beneficiò). Ma, a distanza di 5 anni, una ricerca condotta da Giovanni Torrente e da chi scrive per conto di A Buon Diritto onlus, mostra una realtà tutt’affatto diversa: e quanto quella percezione di insicurezza generalizzata fosse alterata e frutto di manipolazione. La premessa è che indulto e amnistia sono, per loro stessa natura, misure di eccezione per un tempo d’eccezione. Ovvero provvedimenti di emergenza per una situazione estrema, in attesa che si ponga mano alle riforme strutturali: le uniche, come è ovvio, che possano risolvere davvero le grandi questioni dell’amministrazione della Giustizia e dell’esecuzione della pena. Ma intanto esaminiamo le conseguenze del provvedimento d’eccezione del 2006, con riferimento al principale allarme allora diffuso: «escono dal carcere e tornano a delinquere». La ricerca prima ricordata affronta di petto proprio questo nodo, permettendo di verificare come quella misura, pur con tutti i suoi limiti, ebbe un esito positivo. L’indulto ridusse l’entità della popolazione detenuta per un periodo di tempo sufficiente a impedire che il disastro si traducesse in una tragedia e che, dai quasi 62mila reclusi, si arrivasse a 80mila.Ma il risultato più significativo è forse un altro. La recidiva dei beneficiari dell’indulto si attesta sul 33,92%. Una percentuale elevata ma da confrontare con quella relativa alla recidiva tra quanti non hanno beneficiato dell’indulto. L’unica rilevazione sul lungo periodo al riguardo è quella dell’Ufficio Statistico del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, che ha mostrato come il 68,45% dei soggetti scarcerati nel 1998, nei successivi 7 anni, sia rientrato in carcere una o più volte. Siamo dunque a una percentuale più che doppia. E questo conferma una tesi avanzata verso la fine degli anni ’70 dal Centro Nazionale di prevenzione e difesa sociale, presieduto da Alfonso Beria d’Argentine: i provvedimenti di clemenza approvati in quegli anni non avrebbero provocato un aumento della recidiva.
Ma la nostra ricerca riserva altre sorprese. Intanto va notato (pur se si tratta di dati ancora parziali) che la recidiva cala ulteriormente tra coloro che beneficiano dell’indulto mentre si trovano sottoposti a una misura alternativa al carcere. In altre parole, scontare la pena in condizioni meno afflittive e meno disumane può contribuire alla riabilitazione sociale (e a non reiterare il reato). Ancora. Il tasso di recidiva fra gli italiani è di circa 13 punti percentuali superiore a quello degli stranieri. Quest’ultima circostanza svela, in maniera inequivocabile, quanto gli stereotipi – e le campagne politiche fondate sugli stessi – possono avere le gambedavvero corte.
P.S. Per riprendere il discorso sulle riforme strutturali, che vadano oltre lo stato d’emergenza, è utile partire dall’intervista rilasciata dal nuovo ministro della Giustizia Francesco Nitto Palma al Corriere della Sera. Il ministro affermala necessità di «un programma di depenalizzazione dei reati minori e contro l’ «eccessiva criminalizzazione»: il fatto, cioè, «che le leggi prevedono la sanzione penale per violazioni» che andrebbero punite con «sanzioni amministrative o civili». Parole sante. Che coincidono puntualmente con quanto è stato raccomandato, con inappuntabili argomenti, dalle relazioni conclusive delle Commissioni per la riforma del Codice penale, presiedute prima da Carlo Nordio (centro destra) e poi da
Giuliano Pisapia (centro sinistra), su incarico rispettivamente del governo Berlusconi (2001-2006) e del governo Prodi (2006-2008).
Ma è impossibile non far notare al ministro Nitto Palma che il governo del quale entra a far parte ha operato in senso esattamente opposto. Valga un esempio: illeciti amministrativi, quali erano fino a
due anni fa, ingresso e soggiorno irregolari in Italia sono stati trasformati in fattispecie penale, con relativa detenzione. Il che ha portato in cella migliaia e migliaia di stranieri, responsabili di «violazioni» che andrebbero punite, al più, «con sanzioni amministrative o civili». Ecco una manifestazione di «eccessiva criminalizzazione» che, oltre a gridare vendetta davanti a Dio e agli uomini, incrementa il sovraffollamento del sistema penitenziario. Con esiti che sono sotto gli occhi di chi li vuole vedere.

L’Unità 29.07.11

"Questione morale", di Michele Prospero

Chi l’avrebbe mai detto che il colloquio di Berlinguer sulla questione morale sarebbe diventato il manifesto dell’antipolitica? In quell’intervista a Scalfari di trent’anni fa la denuncia della degenerazione dei partiti era molto forte. Per certi versi, il leader comunista recuperava una linea sotterranea, sempre presente nella cultura politica italiana dell’Ottocento, che, già con Minghetti, temeva una inevitabile frizione tra il partito e l’amministrazione. A un governo degli onesti contro il malaffare si appellavano spesso nel secondo dopoguerra alcuni ambienti politici ed economici vicini ai repubblicani. Soprattutto Visentini vi faceva affidamento, trovando talvolta orecchie sensibili anche a sinistra allorché essa ammiccava a governi “diversi”. Ma Berlinguer non era un epigono della destra storica e nemmeno una quinta colonna di influenti minoranze
tecnocratiche. Il suo grido contro l’invasività della politica non era certo un invito a sbarazzarsi dei partiti in nome della autonomia del potere economico. Quello che su Repubblica descriveva a tinte fosche la ormai degenere realtà di partito era un Berlinguer in
difficoltà e costretto sulla difensiva. La politica della solidarietà nazionale si era arenata. La convergenza tra la Dc del preambolo (anticomunista) e il nuovo Psi (craxiano) era solo agli inizi ma già metteva fuori gioco il Pci. Quel rapporto di arido controllo del potere, che diede vita al pentapartito, in effetti approfondì la crisi storica della prima repubblica. La Dc conservava il suo potere coalizionale cedendo però la guida del governo a formazioni molto minoritarie. Il Psi acquisiva una centralità sistemica ben remunerata ma l’onda lunga dei consensi tardava a produrre effetti. Quella convulsa fase determinò, con la deroga esiziale alla regola aurea che vuole Palazzo Chigi appannaggio del partito di maggioranza relativa, anche una mutazione genetica dei socialisti, come snaturati per un eccesso di potere in confronto alle forze effettive raccolte nelle urne. Rispetto a questo sistema politico, Berlinguer cavalcava la carta della ripulsa totale dei rapporti di complicità stretti da partiti sempre più onnivori. Oggi si dimentica che, a sorreggere il radicale smascheramento della decadenza etica dei partiti quali protagonisti di un modello clientelare-collusivo di modernizzazione, era la
categoria più negletta e respingente del berlinguerismo, cioè quella di diversità. Contro i partiti di mero potere, Berlinguer evocava la nobiltà della causa ideale che solo un militante rivoluzionario poteva avvertire. Chi presenta oggi un improbabile Berlinguer teorico della politica leggera, cioè alfiere di un partito che si occupa solo delle regole e non della gestione del potere, occulta che per lui solo il militante comunista poteva cogliere, nelle insidie di un presente inospitale, il carattere sublime di una causa elevata di cambiamento da servire con uno spirito quasi religioso. Fino all’ultimo Berlinguer ha rivendicato la fertilità di una concezione leninista del partito
che rifiutava ogni omologazione a pratiche deteriori che l’avrebbero sì legittimato rendendolo però uguale alle altre formazioni politiche. Come è curiosa la cultura politica italiana. Proprio chi, e con più sdegno, ricusa la nozione quasi antropologica di diversità rilancia poi le ingiallite pagine sulla questione morale trascurando che la identità
comunista e la questione morale erano intrecciate irreversibilmente. Non si poteva prendere l’una e lasciar cadere l’altra, come pretende qualche maldestro macchinista dell’odierna antipolitica che fa di
Berlinguer un inerme paladino della politica debole da espellere da ogni postazione di comando per riverire possenti oligarchie economiche, giudiziarie e mediatiche.

L’Unità 29.07.11

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“Quando Berlinguer era comunista”, di Francesco Cundari
Con le polemiche sui casi Tedesco e Penati, a vent’anni esatti dalla sua pubblicazione, si torna a discutere della famosa intervista di Enrico Berlinguer sulla questione morale. Una riflessione che continua a dividere oggi, tutte le principali battaglie combattute all’interno della sinistra si sono svolte entro i confini di un identico canovaccio, un immaginario spazio della legittimità nel quale ciascuno, come in una danza, ha compiuto i suoi passi e le sue giravolte, senza mai uscirne. Una sorta di capoeira politico-culturale che ha al centro l’intervista di Enrico Berlinguer sulla questione morale, pubblicata su Repubblica il 28 luglio 1981. Intervista rievocata ancora in questi giorni su tutti i maggiori quotidiani, sull’onda delle inchieste che hanno toccato, questa volta, il Partito democratico, come in tutte le occasioni in cui scandali di qualsiasi genere ed entità hanno coinvolto, lambito o sconvolto gli eredi del Partito comunista italiano. Una specie di nemesi.
Quando il muro di Berlino e il Pci erano ancora in piedi, all’evocazione della questione morale (nel Paese) seguiva regolarmente la rivendicazione della (propria) «diversità comunista» e sempre più spesso la denuncia di un’irreparabile «mutazione genetica» (nei socialisti, colpevoli di avere scelto l’accordo con la Dc). Dall’altra parte, nel corso degli anni, si sarebbe replicato con l’accusa di moralismo, strumentalizzazione politica delle vicende giudiziarie, demonizzazione stalinista dell’avversario (e soprattutto dei partiti concorrenti nel campo della sinistra, come i socialisti). Questo canovaccio, con pochissime modifiche e ancor minori aggiornamenti, sarebbe sopravvissuto alla caduta del muro di Berlino, del Pci e del Psi. Persino il concetto di «diversità comunista», all’apparenza così inseparabile da quel tempo e da quel partito, sarebbe invece sopravvissuto (eccome!) alla fine del comunismo e alla conseguente perdita del corrispondente aggettivo.
Tanto che oggi, a difendere la trincea della «diversità» del Pd dagli attacchi di avversari e alleati sulla nuova questione morale che coinvolgerebbe il partito, in prima fila si possono trovare, per dire, Rosy Bindi o Dario Franceschini. In fondo, era ancora a questo antico copione che si riferiva implicitamente Pier Luigi Bersani nella sua recente lettera al Corriere della Sera, quando spiegava di non rivendicare, di fronte alle polemiche suscitate dai casi Tedesco e Penati, una «diversità genetica» del suo partito, ma di voler dimostrare una«diversità politica».
Il cuore della denuncia berlingueriana, in quella famosa intervista a
Eugenio Scalfari, consisteva nella denuncia della «occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti». Col tempo, da una rievocazione all’altra, sarebbe stata raccontata come un atto d’accusa contro i partiti in generale, quindi contro quel «consociativismo» di cui proprio Berlinguer fu additato come il massimo responsabile per buona parte della sua vita, infine direttamente contro l’invadenza della politica. Quasi che il segretario del Partito comunista italiano potesse essere una sorta di liberista ante litteram, un seguace di Ronald Reagan e Margaret Thatcher, un fautore della separazione tra politica ed economia, delle privatizzazioni e del non-intervento dello Stato. L’obiettivo polemico di Berlinguer erano invece i partiti di governo e il loro sistema di potere. Quello che poneva era, innanzi tutto, un problema democratico. La causa della degenerazione, per lui, era la mancanza di ricambio, il blocco del sistema, il veto (di origine internazionale) all’accesso dei comunisti al governo.
«Le cause politiche che hanno provocato questo sfascio morale: me ne dica una», lo incalza Scalfari. «Le dico quella che, secondo me, è la causa prima e decisiva: la discriminazione contro di noi», risponde seccamente il segretario del Pci. In ogni caso, quell’intervistan avrebbe suscitato molti dubbi anche nel partito, e persino tra i dirigenti più vicini a Berlinguer. «Le cose sono dette in modo irritante – annotava in quei giorni nel suo diario Alessandro Natta – gli altri sono ladri, noi non abbiamo voluto diventarlo!
C’è una verità sostanziale,ma il tono è moralistico, settario, nel senso di una superiorità da eletti, da puri». E ancora: «Il rischio che la critica delle pratiche in atto possa divenire critica della funzione dei partiti c’è, che la condanna appaia generale e sommaria, che il metro di giudizio risulti quello morale e non quello politico… che la contrapposizione tra gli altri e noi diventi così profonda danon lasciare margine a nessuna politica, da isolarci, da alimentare una intransigenza morale, una denuncia radicale ma sterile». Difficile negare, comunque la si pensi nel merito, che molto di queste previsioni si sarebbe rivelato azzeccato.
Anche oggi. D’altra parte, la discussione sulla figura di Berlinguer, sulla necessità di riscoprirlo o invece di «dimenticarlo», per usare l’urticante espressione adottata da Miriam Mafai in un suo saggio (Dimenticare Berlinguer, Donzelli), sarebbe rimasta sempre legata a quella intervista e alle relative polemiche. Probabilmente anche più del giusto, per un leader politico che per formazione, volontà e prestigio fu innanzi tutto un leader internazionale, le cui prese di posizione eterodosse all’interno del movimento comunista finivano
sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. Un leader impegnato prima di ogni altra cosa nell’impossibile impresa di favorire un’evoluzione democratica del socialismo reale. Di qui il tentativo fallito dell’eurocomunismo, l’impegno nella distensione, la costante oscillazione tra strappo e rivendicazione del proprio legame internazionale. Un leader che proprio per questo sarebbe stato sempre ricordato come un punto di riferimento essenziale, da tutti coloro che quel sistema volevano cambiarlo, a cominciare
da Mikhail Gorbaciov.

L’Unità 29.07.11

BONUS BEBE': Pd, parole di Giovanardi chiudono il contenzioso. Ghizzoni: “speriamo che non siano smentite”

“E’ apprezzabile che il sottosegretario Giovanardi si sia rivolto con toni concilianti alle famiglie alle quali è stato richiesto di restituire il bonus bebè, dopo i toni minacciosi dell’avviso inviato dal ministero del Tesoro. Speriamo che non siano smentite: infatti, ancor più significativo è che la sua lettera chiarisce che il contenzioso ‘potrà venire sanato con la restituzione dei mille euro, senza interessi e se necessario anche a rate’”. Così Manuela Ghizzoni, capogruppo Pd nella commissione Cultura di Montecitorio, dopo la lettera del sottosegretario Carlo Giovanardi pubblicata sul sito web del Dipartimento delle Politiche per la Famiglia.

“A togliere il sonno a queste famiglie – ricorda Ghizzoni – non era solo e non tanto la restituzione dei 1000 euro ricevuti nel 2006 bensì la procedura penale e la relativa sanzione di ben tremila euro che si sarebbe attivato nel momento del riconoscimento che quei 1000 euro erano stati riscossi senza averne i requisiti. A questo punto – conclude Ghizzoni – ci aspettiamo che il governo faccia chiarezza in modo definitivo in occasione della discussione – ci auguriamo prima della pausa estiva – della nostra risoluzione, sottoscritta da tutte le forze politiche, con la quale chiediamo che la vicenda sia chiusa con la sola restituzione del bonus e si riconosca che la buona fede delle famiglie è stata tratta in inganno dalla superficialità con cui il governo ha presentato l’iniziativa”.

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Di seguito la lettera dell’On Giovanardi

Lettera del sottosegretario Giovanardi alle famiglie a cui è stata richiesta la restituzione del bonus bebè

Cara mamma e caro papà,

sei anni fa vi arrivò una lettera firmata dal Presidente Silvio Berlusconi che vi avvertiva della possibilità di incassare un assegno di mille euro per la nascita di vostro figlio, nel caso in cui il vostro reddito complessivo fosse stato inferiore ai 50 mila euro.

Su oltre 700.000 assegni inviati e incassati dagli aventi diritto purtroppo circa 8.000, ad una verifica fatta dagli uffici sull’autocertificazione, sono risultati non in regola con quanto stabilito dal Parlamento.

Come delegato per la Presidenza del Consiglio dei Ministri alle politiche per la famiglia, innanzitutto mi scuso per i toni sgarbati e minacciosi della lettera che gli uffici del Ministero dell’economia vi hanno inviato per richiedere la restituzione di tale somma.

Come ho già dichiarato alla Camera dei Deputati giovedì 21 luglio 2011 rispondendo ad interpellanze dei Parlamentari, chi ha ricevuto la lettera può prendere contatto con gli uffici che vi hanno scritto per dimostrare la correttezza dell’autocertificazione e non procedere alla restituzione.

Se questo non fosse possibile, perché per esempio c’è stato un equivoco fra reddito lordo e reddito netto, tutto potrà venire sanato con la restituzione dei mille euro, senza interessi e se necessario anche a rate.

In sostanza, è come se una banca vi avesse prestato sei anni fa mille euro e oggi ne richiedesse semplicemente la restituzione senza nessun interesse.

Posso concordare con voi che la cosa sia spiacevole ma bisogna anche tener conto delle centinaia e migliaia di coppie a cui è nato un figlio e che i mille euro non li hanno incassati perché hanno interpretato correttamente la norma di legge.

Nell’augurare ogni bene a voi e alla vostra famiglia, colgo l’occasione per salutarvi con viva cordialità.

Sen. Carlo Giovanardi

Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio

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di seguito la risoluzione

La V Commissione,
premesso che:
la legge finanziaria 2006 (legge 266 del 23 dicembre 2005, articolo 1, commi 331-334) ha disciplinato la corresponsione del cosiddetto «bonus bebè» del valore di 1.000 euro per ogni nuovo nato e adottato nel 2005. Tra i requisiti la legge ha previsto il limite di 50.000 euro di reddito complessivo per il nucleo familiare;
la comunicazione alle famiglie è avvenuta mediante lettera firmata dall’allora Presidente del Consiglio dei ministri Berlusconi. Il messaggio personalizzato e il contenuto stesso, rivolto direttamente al nuovo nato citandolo per nome, nonché il tono colloquiale e amichevole utilizzato, hanno indotto le famiglie destinatarie a credere di rientrare nei parametri richiesti per la riscossione del suddetto bonus. Per questo motivo, molti genitori – felici per la possibile provvidenza in arrivo – hanno ritenuto in buona fede perché tratti in errore, che il requisito del limite di reddito fosse da riferirsi all’importo «netto» e non al «lordo»; peraltro, la lettera non suggeriva alle famiglie di servirsi di un CAAF o di un commercialista per verificare il possesso dei requisiti richiesti in merito al reddito;
il contesto descritto ha pertanto indotto circa 8.000 famiglie destinatarie della lettera del Presidente del Consiglio a compilare un’autocertificazione che riportava il reddito netto come putativamente ritenuto, senza consapevolezza alcuna di poter incorrere in una indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato;
nelle scorse settimane – a distanza di cinque anni dai fatti descritti – sono state recapitate alle suddette 8.000 famiglie lettere che contestano l’indebita riscossione del bonus bebè – la missiva, inviata dal MEF – dipartimento della ragioneria generale dello Stato, intima la restituzione dei 1.000 euro «illecitamente» riscossi, oltre al pagamento della sanzione amministrativa (3.000 euro) nel caso sia accertata la violazione del citato articolo 316/ter del codice penale. A tale proposito, la lettera informa che il pagamento dell’importo «a titolo di sanzione amministrativa dovrà essere effettuato solo dopo che il giudice penale si sarà pronunciato in merito alla punibilità della falsa autocertificazione»;
le famiglie coinvolte stanno vivendo giorni di grave ansietà per il rischio di incorrere in un reato penale e relativa sanzione, sebbene abbiano agito in totale buona fede;
le condizioni economiche delle famiglie italiane sono progressivamente peggiorate a causa della crisi internazionale;
la risposta del Sottosegretario Giovanardi, resa in Commissione affari sociali in data 21 luglio 2011, all’atto di sindacato ispettivo 5-05150, precisa che «tali famiglie sono tenute a restituire esclusivamente la somma indebitamente percepita, senza alcuna maggiorazione a titolo di interesse o di sanzione, salvo che il fatto abbia determinato una condanna penale»;

il presunto reato riferito all’articolo 316-ter del codice penale è in procinto di essere prescritto (e in alcuni casi lo è già),

impegna il Governo:

tenuto conto delle circostanze accertate di fatto, che avvalorano l’errore putativo sopra descritto, ad assumere ogni iniziativa utile affinché gli uffici territoriali della ragioneria generale dello Stato provvedano alla acquisizione dei soli 1.000 euro.
(7-00664)
«Baretta, Ghizzoni, Tenaglia, Ferranti, Ciccanti, Baccini, Bitonci, Marinello, Samperi, Borghesi, Della Vedova, Lenzi, Toccafondi, Traversa, Gioacchino Alfano».

Sui ticket tensioni e rinvio. Le Regioni: «Inapplicabili», di Marco Tedesco

Prosegue lo scontro tra Regioni e governo sull’introduzione dei ticket sanitari «iniqui e inapplicabili». L’incontro di ieri, reclamato dai governatori, si è concluso con un nulla di fatto. Se ne riparla lunedì. Tanto attesa quanto tesa, si è conclusa senza esito ieri la riunione tra governo e regione sui ticket sanitari. Per sapere come andrà a finire lo scontro sull’introduzione dei nuovi balzelli prevista dall’ultima manovra di Tremonti si dovrà attendere lunedì, quando riprenderà il tavolo che nell’incontro di ieri non ha sortito nulla. «Proseguirà il confronto tecnico – ha spiegato il ministro degli affari regionali, Raffaele Fitto – Intanto continua la riflessione per cercare di capire
i problemi che stanno ponendo le Regioni sull’applicabilità del super-ticket».
MERITO E METODO
I governatori sono sulle barricate, «abbiamo sempre sostenuto che la scelta del ticket è iniqua e dannosa per i sistemi sanitari regionali», ha ribadito ieri il presidente della Conferenza delle Regioni, Vasco Errani. «Un giudizio che – prosegue – diventa più evidente nel momento in cui si guarda al recente decreto attuativo dell’applicazione dei ticket proposto dal governo. Le Regioni contestano il merito e il metodo di tale provvedimento che spalmando il ticket fra le Regioni crea profonde sperequazioni e diverse iniquità». Bisogna correre ai ripari: si trovi un accordo entro martedì, si trovi la copertura dei 381,5 milioni di euro che basterebbero, quest’ anno, a scongiurare l’introduzione dei ticket. Un’altra richiesta è l’introduzione dal prossimo anno di una nuova forma di compartecipazione ma non l’applicazione del 10 euro di ticket per la specialistica che, come ha spiegato Errani, «non riuscirebbe a raggiungere l’obiettivo che si propone, ovvero ottenere i 381,5 milioni di euro mancanti» per coprire i 5 mesi scoperti del 2011. Se ne riparla lunedì e martedì, la convocazione c’è già. «Le Regioni pongono un problema sull’applicabilità del decreto tecnico e dei ticket – continua Fitto che con il collega alla Salute, Ferruccio Fazio ha preso parte all’incontro – Lunedì proseguirà il confronto
con un tavolo tecnico. Nel frattempo è stata avviata una riflessione politica sui temi delle coperture che proseguirà nei prossimi giorni, concordando con le Regioni eventualmente un nuovo incontro per martedì». Fitto ha precisato che le Regioni «contestano nel merito il criterio di attuazione e che il tavolo politico sarà sulla questione in tutta la sua complessità».
TRASVERSALITÀ
I governatori non mostrano segni di cedimento nello stroncare i ticket e il decreto per la loro applicazione. E sono compatti. Per il presidente del Piemonte, il leghista Roberto Cota, «il decreto ministeriale è inapplicabile, e ciò vale per tutte le Regioni. Quel decreto – ha spiegato Cota – stabilisce cifre che non corrispondono al gettito che porteranno i ticket. In Piemonte da domani introdurremo un ticket “modulare” , più equo, speriamo comunque che sul ticket ci sia un ripensamento da parte del governo». Anche se, ha precisato il presidente della Regione Piemonte, «ancora non ci sono ipotesi di soluzione in vista». Netto anche il governatore del Veneto, Luca Zaia, anche lui della Lega: «Il Veneto non applicherà nuovi ticket sanitari. Se ci obbligheranno, ricorreremo nelle sedi opportune».

L’Unità 29.07.11