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Sostegno scolastico, la proposta della Fish ispirata alla Costituzione

La Federazione italiana per il superamento dell’handicap lavora a un ddl basato sull’inclusione e non sulla “privatizzazione”, in risposta al deposito alla Camera di un nuovo disegno di legge a firma Giovanni Dima (Pdl). Si rianima la polemica contro i provvedimenti del governo che vorrebbero “privatizzare” il sostegno scolastico agli alunni disabili nelle scuole italiane, ma stavolta lo si fa inoltrando proposte: è su questo che la Fish (Federazione italiana superamento dell’handicap) intende lavorare nelle prossime settimane. Scopo: rispondere sulla base della Costituzione e delle norme contenute nella Convenzione Onu sui diritti delle persone disabili ad un nuovo disegno di legge in tema di privatizzazione del sostegno scolastico. Depositato alla Camera il 7 giugno scorso a firma di Giovanni Dima (Pdl) e altri, il testo è stato assegnato ora alla Commissione Cultura della Camera per l’avvio dell’iter parlamentare. Dopo il tentativo di aprile scorso al Senato (disegno di legge Bevilacqua – Gentile), le associazioni a difesa dei diritti delle persone disabili tornano sul piano del confronto con il governo e lo fanno con delle proposte, proposte di inclusione scolastica.

“Dopo la presentazione, nel marzo scorso, del disegno di legge (Senato 2594) da parte degli Onorevoli Bevilacqua e Gentile, si erano sollevate numerose critiche – scrive infatti la Fish – contro l’ipotesi sintetizzata, forse semplicisticamente, come “privatizzazione del sostegno scolastico alle persone con disabilità”. Le polemiche erano state tanto forti che lo stesso sottosegretario all’Istruzione, Onorevole Pizza, aveva rassicurato le Federazioni delle persone con disabilità che il governo non avrebbe sostenuto quell’ipotesi normativa”.

“Ignorando le diffuse e circostanziate critiche, il 7 giugno scorso alla Camera è stato presentato un altro disegno (Atti Camera 4405) pressoché identico, a firma dell’Onorevole Dima (Pdl) e altri. Il testo è ora assegnato alla Commissione Cultura e può iniziare il suo iter parlamentare. Il contestuale deposito di due disegni di legge uguali presso entrambi i rami del parlamento tradisce – è il commento della Fish – una evidente strategia con finalità sulle quali si possono esprimere solo supposizioni: interessi di parte sulle consulenze per i disturbi specifici dell’apprendimento per i quali è stata di recente approvata una nuova norma? Contenimento della spesa per il sostegno ai disabili? Restringimento delle competenze delle Asl?”.

“Ad ogni buon conto, al di là di quanto effettivamente affermano letteralmente i disegni di legge, e al di là di quelle che sono le sue reali finalità – ha poi commentato Pietro Barbieri, presidente della Fish – il testo non produrrebbe, nella migliore delle ipotesi, alcun reale cambiamento positivo nella qualità didattica e dell’inclusione scolastica”. Il timore evidente è che nell’ambito scolastico entrino figure professionali prive di competenza e di formazione specifica e che le scuole rimangano comunque con risorse limitate. Infatti, i DdL non prevedono alcuna copertura economica aggiuntiva.

Non è un caso, quindi, che la Fish stia per presentare una propria proposta. Sul testo raccoglierà l’adesione bipartisan per il deposito presso Camera e Senato. “Non è certo una controproposta ai due disegni di Legge presentati – ha anticipato Pietro Barbieri – ma qualcosa di più ampio e approfondito. I nostri principi ispiratori non sono certo in quei disegni, ma nella Costituzione e nella Convenzione Onu sui diritti delle persone con disabilità. Vogliamo davvero nuove regole che impongano qualità e competenza nel sostegno e nelle attività di supporto, essenziali alla reale inclusione scolastica”. Sono proprio i principi di qualità, di competenza, di motivazione, di formazione, di investimento nelle capacità professionali degli operatori scolastici, i cardini della nuova proposta elaborata dalla Federazione. (Redattore Sociale)

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"Quando la politica è debole", di Stefano Folli

La politica italiana sarà «debole e divisa», come dice Giorgio Napolitano parlando al convegno dei radicali sulla condizione carceraria. Ma riesce a serrare i ranghi per votare la fiducia al Senato sul cosiddetto «processo lungo». Sarà debole e divisa, ma la maggioranza si aggrappa sempre ai suoi numeri nei momenti cruciali.
Peraltro la debolezza generale non impedisce a Umberto Bossi – ministro in carica – di replicare in modo ruvido al Quirinale sui ministeri al Nord. Strana vicenda. Il capo dello Stato invia una lettera piuttosto ferma al presidente del Consiglio e non riceve una risposta formale (almeno fino a ieri sera). Solo una frase generica («ne terremo conto») pronunciata da Berlusconi nel Consiglio dei ministri. In compenso Bossi butta lì, davanti ai giornalisti, che «la Costituzione non c’entra niente», quando il punto del Quirinale riguardava proprio il profilo costituzionale di Roma capitale. Per non dire della bizzarria di uffici aperti a Monza senza neanche un decreto pubblicato dalla Gazzetta ufficiale.

Siamo a una sfida istituzionale, come qualcuno ieri ha pensato? In realtà, no. Per questo ci vorrebbe una politica forte, determinata su certi suoi obiettivi. Qui siamo ai piccoli gesti simbolici, sgradevoli ma fine a se stessi. Il tema della «devoluzione» al nord si è immiserito in qualche stanza nella Villa Reale di Monza, chiuse subito dopo l’inaugurazione (riapriranno forse a settembre).
È la fotografia un po’ deprimente, bisogna ammetterlo, di una politica che vorrebbe gonfiare i muscoli, anche davanti al presidente della Repubblica, ma che non riesce a essere convincente. Debole, appunto, e alquanto sfilacciata. C’è fermento nella Lega e c’è inquietudine anche nel Pdl, come sempre quando non si vede una prospettiva sicura. Il caso Tremonti, nei suoi contorni indefinibili, acquista un sinistro valore emblematico: la prova che gli attuali equilibri scricchiolano. Nella sostanza più che nei numeri, almeno per ora.

I mercati finanziari restano minacciosi, i famosi «spread» con i titoli tedeschi crescono, il sentimento generale è l’incertezza. Berlusconi garantisce di voler andare avanti fino al 2013, ripartendo da un grande piano di riforme, ma ha l’aria di credere poco alle sue stesse parole: almeno per quanto riguarda le riforme. Però si vota sul «processo lungo», per quanto la fiducia su una discutibile legge pro-Berlusconi provochi qualche sofferenza alla Lega. Ma tant’è.

Siamo alla fine di luglio e fra poco si andrà in vacanza. Mai come quest’anno la pausa estiva, se davvero sarà tale, coinciderà con un quadro di generale nervosismo. Da cui non è esente l’opposizione, come sa chi ha seguito il segretario del Pd nel suo crescendo polemico: dalle lettere ai giornali, molto riflessive, alla minaccia di una «class action» a carico di chi ha esagerato nelle critiche sui casi Penati, Tedesco, eccetera.
È un sistema turbato e semi-paralizzato in cui nessuno ha in mano il bandolo della matassa. Forse solo il capo dello Stato che non a caso si mantiene saldo al centro della scena. Il richiamo alla politica debole e divisa vale, sì, come invito a una maggiore coesione nazionale. Ma è anche un modo per ricordare a tutti, in quest’estate 2011, chi conta davvero nella politica e nelle istituzioni. In attesa di un autunno che non sarà di ordinaria amministrazione.

Il SOle 24 Ore 29.07.11

Amalfi; Il Partito Democratico si prepara al dopo-Berlusconi

Per il leader di Sel, Nichi Vendola “la fine del berlusconismo non è detto che finisca in gloria per il centrosinistra perché il mix di crisi sociale e politica e dell’impoverimento delle classi medie rischia di portare ad un’ulteriore regressione autoritaria”.
In occasione di un dibattito ad Amalfi con il leader di Area.Dem, Dario Franceschini, il governatore della Puglia dice che “il Pd ha inopinatamente vinto referendum e amministrative senza fare un granché ” soprattutto “i partiti del centrosinistra non avrebbero mai fatto le scelte” che sono state imposte dai referendum su acqua e nucleare”.Franceschini ribatte che il Paese sta vivendo momenti di “vera e propria emergenza democratica” nei cui confronti è necessario tenere alta la vigilanza. Accanto a lui c’è Benedetto Della Vedova per Futuro e Libertà.

“Stiamo tutti a discutere del dopo Berlusconi come se il berlusconismo fosse finito- dice Franceschini- invece dobbiamo guardare alla destra e bisogna tenere altissima la vigilanza democratica perché quello che abbiamo visto fino ad ora è solo la punta dell’iceberg”.

Quello che è successo ieri, con la richiesta di fiducia nello stesso giorno in cui le parti sociali reclamavano un intervento del governo è “terribile”. Per Franceschini “il problema della destra italiana non si risolverà togliendo Berlusconi: i vari Cosentino, i Caliendo, sono sempre lì, e quella destra che immaginate di fare voi è un percorso ancora lungo” dice rivolto a Della Vedova.
Per Franceschini “le macerie lasciate dal berlusconismo si vedranno soltanto dopo, e non si tratterà solo della devastazione del sistema economico, finanziario, delle diseguaglianze sociali: ci sarà da ricostruire quello che é stato smontato in questi anni, valori – ha concluso – che prima appartenevano a tutti”.

www.salernonotizie.it

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«Grande alleanza, chi se ne frega se Fini è diverso»

Alle prossime elezioni serve una grande alleanza di tutte le opposizioni, come si fece durante la Resistenza, perché bisognerà ricostruire il paese e perciò «chi se ne frega» se Fini è diverso da noi. Dario Franceschini ribadisce la necessità che la prossima sia una «legislatura costituente» che dovrà essere composta da uno schieramento il più ampio possibile e che perciò veda insieme Pd, Idv, Sel, ma anche il Terzo polo. «Attenzione perché nel 2006 eravamo avanti di 12 punti e abbiamo vinto per soli 24mila voti – ricorda il capogruppo del Pd alla Camera intervenendo al seminario di Area democratica -, discutevamo su chi faceva questo e quell’altro, con questa legge elettorale rischiamo che chi vince col 38% ottiene il premio di maggioranza ed elegge il capo dello Stato. Questo rischio giustifica la necessità di alleare tutte le opposizioni per battere Berlusconi». Secondo Franceschini quindi bisogna «imparare dalla storia. Chi faceva la Resistenza non si chiedeva a quale partito appartenesse e il Pd deve tenere aperta questa proposta che serve per ricostruire il paese dalle macerie del berlusconismo». Il capogruppo del Pd si rivolge a Nichi Vendola, presente al dibattito insieme a Benedetto Della Vedova di Fli: «Sappiamo che ci sono distanze eccome, ci sono problemi eccome, ma chi se ne frega dele differenze di fronte alla gravità della situazione e all’esigenza di ricostruzione. Tutte queste forze devono stare insieme in una legislatura costituente e solo dopo potranno tornare a scontrarsi con nuovi leader in modo normale e democratico». A chi gli ricorda che le coalizioni ampie e diverse hanno già fallito con l’esperienza dell’Unione, Franceschini replica: «L’Unione era fatta di undici partiti pieni di contraddizioni, il nostro compito per la nostra legislatura è avere un’area sociale la più ampia possibile», perciò «noi insisteremo» anche perché «ci sono ragioni numeriche a sostenerci. Se in Puglia l’Udc fosse andato con la destra – dice rivolto a Vendola – non è detto che avresti vinto».

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Nessun ministro al Due Agosto, Merola: "Mancanza di rispetto"

Il Governo ha delegato il Prefetto di Bologna, Angelo Tranfaglia. Il sindaco: “Una posizione miope, che non riesce a vedere la coesione civile di una città che in questa ricorrenza si unisce”. Bolognesi: “Quella dell’Esecutivo è una fuga”. “Una posizione miope”, una decisione irriguardosa e irrispettosa dei bolognesi. Così il sindaco Virginio Merola commenta la decisione del Governo di non mandare alcun proprio rappresentante alla commemorazione della strage alla stazione del 2 agosto 1980 e per il secondo anno consecutivo di farsi rappresentare dal prefetto cittadino, Angelo Tranfaglia.

L’ultima apparizione di un rappresentante dell’Esecutivo risale al 2009: il ministro Sandro Bondi fu sommerso dai fischi, costretto più volte a interrompere il suo discorso. Il titolare della Difesa Ignazio La Russa aveva anticipato nei giorni scorsi: “Né soldati né ministri alla commemorazione, per evitare i fischi”. L’anno scorso, nel trentennale della strage, sul palco di piazza Medaglie d’oro in stazione salì il prefetto Angelo Tranfaglia. Sarà così anche quest’anno.

“In realtà, l’assenza di un governo è purtroppo nota in questi giorni a mezzo mondo”, ribatte Merola. “L’assenza di membri del governo alla cerimonia del 2 agosto torna a segnalare tuttavia una mancanza di riguardo e di rispetto per la città. E’ una posizione miope, che non riesce a vedere la coesione civile di una città che in questa ricorrenza si unisce, per fare del ricordo delle vittime del 2 agosto e della richiesta di piena giustizia e verità sulla strage, un elemento fondamentale del senso di appartenenza ad una comunità”. Il sindaco cita Saint-Exupery: “Non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi’. Questo segreto i bolognesi lo conoscono.”

Bolognesi: fuga e ritorsione. La mancata presenza di un ministro “è una ritorsione e una fuga nei nostri confronti”, ripete Paolo Bolognesi, attribuendo il forfait all’insistenza dei familiari delle vittime del terrorismo “su mandanti, P2 e segreto di stato. Il piano di rinascita democratica (il documento redatto dal capo della loggia eversiva, Licio Gelli, ndr) sembra ispirare le mosse di questo governo per quanto riguarda le leggi- afferma il presidente dell’associazione dei familiari ricordando le condanne per depistaggio a carico di esponenti piduisti- parlare della strage di Bologna e della P2 è parlare di un’attualità presente, visto che il presidente del Consiglio è (stato, ndr) iscritto”.

La Repubblica/Bologna 29.07.11

Processo lungo, via libera con fiducia Csm: "Così andiamo contro l'Europa"

Al Senato passa il ddl che permette di allungare i testi a difesa. Il governo ottiene la 48esima fiducia. Pd, Udc e Idv protestano. Adesso Il provvedimento torna alla Camera. Anm: “In pericolo la sicurezza di tutti”. Vietti: “Va in direzione opposto rispetto all’Europa”. Senza sorprese. Il Senato vota la fiducia (per la 48esima volta) sul ddl del “processo lungo 1”. Con 160 voti a favore, 139 voti contrari e nessun astenuto, palazzo Madama concede il via libera ad un provvedimento che l’opposizione definisce l’ennesima legge ad personam per il presidente del consiglio. Norme che, sempre secondo l’opposizione, i suoi legali potranno utilizzare nel processo Mills e in quello Ruby. Il provvedimento adesso torna alla Camera. Tra le proteste dell’opposizione, del Csm e dell’Associazione dei magistrati.

L’articolo unico di 9 commi, contiene alcune novità. Si conferma la possibilità per la difesa di presentare lunghe liste di testimoni e di non considerare più come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato in un altro procedimento, anche se, in quest’ultimo caso, le modifiche del governo precisano che da questa norma sono esclusi, ad esempio, i reati di mafia e terrorismo.

Altra modifica introdotta dal governo corregge la possibilità per un imputato di interrogare nel corso del dibattimento un testimone che rende dichiarazioni a suo carico. Qui si specifica che l’imputato potrà sì farlo, ma “a mezzo del suo difensore”. Resta la norma per cui le norme del ddl si possono applicare ai processi in corso e in cui non vi sia stata ancora la sentenza di primo grado.

Confermata la parte in cui si stabilisce che quando deve essere ‘irrogata la pena dell’ergastolo non si fa luogo alla diminuzione della penà prevista nell’articolo 442 del codice di procedura penale. Il condannato al carcere a vita, quindi, non avrà più la possibilità, avvalendosi del giudizio abbreviato, come avviene oggi, di avere la sostituzione dell’ergastolo con la condanna a 30 anni.

Novità vengono introdotte anche con i commi 8 e 9. Il primo prevede una stretta sui benefici: ad esempio per i condannati all’ergastolo per i reati di strage e per sequestro di persona con la morte del sequestrato, questi potranno usufruire dei benefici dopo aver scontato almeno 26 anni di carcere. Infine, si precisa che la legge entra in vigore “il giorno dopo la sua pubblicazione sulla gazzetta ufficiale”.

Dura la reazione dell’opposizione. “Siete espressione di un potere arrogante che protegge il capo assoluto. Volgendo le spalle al popolo italiano dovrete scappare cercando di evitare i meritati e sacrosanti calci nel sedere” dice Luigi Li Gotti dell’Idv. Mentre i senatori dipietristi hanno anche esibito alcuni cartelli con scritto ‘Ladri di giustizia’. “Oggi Berlusconi non è in aula. Non c’era nemmeno quando venne approvata la manovra economica a palazzo madama. Alla sua assenza si rispose che il premier era scivolato su una saponetta in bagno. Mi chiedo se stamattina si sia strozzato con il dentrifricio” attacca il presidente dei senatori pd, Anna Finocchiaro.

www.repubblica.it

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Il Senato approva fiducia sul cosiddetto «processo lungo»

L’Aula del Senato ha approvato la questione di fiducia posta dal governo sul ddl che prevede l’inapplicabilità del giudizio abbreviato ai delitti puniti con la pena dell’ergastolo in cui è stata inserita la norma sul cosiddetto processo lungo. I sì sono stati 160, i no 139. Il ddl torna ora all’esame della Camera.

COSA PREVEDE IL “PROCESSO LUNGO”?

Il testo sul cosiddetto processo lungo accorpa i due articoli che erano stati messi a punto dalla commissione Giustizia del Senato che aveva inserito, rispetto al testo uscito dalla Camera, le norme bollate dall’opposizione come «ad personam» ossia volte a favorire il premier nelle sue vicende giudiziarie.

Il ddl modifica alcuni articoli del codice di procedura penale (articoli 190, 238 bis, 438, 442 e 495) in materia di giudizio abbreviato e di delitti punibili con la pena dell’ergastolo. La norma pomo della discordia prevede la possibilità per la difesa di presentare lunghe liste di testimoni a testimoniare in un processo e stabilisce che non si può più considerare come prova definitiva in un processo la sentenza passata in giudicato di un altro procedimento. Anche se il testo del governo precisa che questa norma non vale ad esempio per i processi di mafia e terrorismo. Rimane poi la misura presente già nel testo approvato alla Camera, che dà il nome alla legge.

Si stabilisce che per chi è condannato al carcere a vita non ci sarà più la possibilità, avvalendosi del giudizio abbreviato, di avere la sostituzione dell’ergastolo con la condanna a 30 anni di carcere. Il testo del governo recepisce un emendamento del relatore Roberto Centaro che prevede per i condannati all’ergastolo per reati di strage e per sequestro di persona, qualora vi sia stata la morte del sequestrato, una stretta di quei benefici di cui i condannati potranno usufruire solo dopo aver scontato 26 anni di carcere. Le norme contenute nella legge si applicano ai processi in corso, tranne quelli già chiusi in primo grado. Il testo del governo precisa, a scanso di equivoci, che la legge entrerà in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta ufficiale.

www.unita.it

"La lunga estate delle leggi ad personam", di Franco Cordero

Il teatro berlusconiano ha movimenti e statue da presepio meccanico. Luglio 2010: Sua Maestà pretendeva che il Senato votasse subito un ddl sulle intercettazioni, emendato dalla Camera; sapendosi seduto sul camino d´un vulcano, temeva l´eruzione; quanta roba bolliva là sotto, dalle serate d´Arcore alla P4. Non c´era più tempo: l´estate porta la scissione nel Pdl; da lì un travaglio chiuso sul filo del rasoio, con l´acquisto d´anime transumanti e sopravvivenza artificiale d´un governo catalettico. Adesso comanda lavori legislativi in settantadue ore, prima che Palazzo Madama chiuda. Nel frattempo pioveva sul bagnato. Annus horribilis: gli votano contro Torino, Milano, Napoli, mentre l´anno scorso aveva nella manica l´asso plebiscitario o almeno credeva d´essere agonista irresistibile; quattro referendum affondano altrettante leggi sue; invocava l´arrocco nel voto sull´arresto d´un parlamentare Pdl (posizione strategica, essendo in ballo la P4) e soccombe ancora, tradito dalla Lega. Non è più lui nella fantasia collettiva e, stando ai casi analoghi, i carismi svaniti non tornano. Questa diversione parlamentare sa d´estremo esorcismo. Vediamola.
Delle due novità una non è tale. Secondo l´art. 238-bis (interpolato dalla l. 7 agosto 1992 n. 356), le sentenze «irrevocabili possono essere acquisite ai fini della prova» dei fatti ivi accertati. Allora notavo come in sé non provino niente: l´eventuale apporto istruttorio viene dal materiale raccolto, comunque l´abbiano usato, bene o male, e sta nei relativi verbali; analisi del discorso testimoniale o argomenti induttivi, presi dalla motivazione, valgono nella misura della qualità logica, poco o tanto; e vengono utili anche detective stories intelligenti, come ne scriveva Edgar Allan Poe (Procedura penale, 8ava ed., 2006, 805 sg.). Insomma, ogni giudice deve risolversi l´equazione storica. Se vogliamo attribuire un senso all´art. 238-bis, intendiamolo così: non è richiesta la copia autentica dei singoli verbali, risultando dalla sentenza il contenuto degli stessi; l´interessato può confutarla esibendoli; resta fermo il diritto d´escutere il testimone ogniqualvolta la parte fosse estranea a quel giudizio. Su tale punto, dunque, l´ennesima manomissione pro Domino Berluscone lascia le cose quali erano.
L´altro fendente confisca un potere senza il quale i dibattimenti diventano teatro dell´assurdo in mano al guastatore. In limine i contraddittori espongono le rispettive prove: spetta al giudice ammetterle, se compatibili col sistema (non lo sono, ad esempio, iudicia feretri, sedute spiritiche, narcoanalisi, lie detector); e devono essere rilevanti, ossia tali che i relativi fatti influiscano sulla decisione. Questo secondo vaglio cadrebbe, stando ai segnali dal laboratorio, con l´intuibile elefantiasi del procedimento. Nell´arte avvocatesca d´Arcore il capolavoro è gonfiarlo, stando sur place, finché la materia penale svanisca, estinta dal tempo: udienze interminabili e manovra a tenaglia; la seconda ganascia scatta appena il tempo perso superi dati termini; il tutto sparisce dal mondo, come mai avvenuto. Sviluppano un freddo farnetichio i processi «lungo» e «breve», correlati nel piano criminofilo, roba negromantica. Nel vizioso codice vigente esiste ancora qualche limite al perditempo: il presidente taglia le liste «manifestamente sovrabbondanti» (art. 468, c. 2); sull´ammissione decide un´ordinanza, escludendo ogni prova «superflua» (art. 495, c. 4). Nel rito futuribile diventa padrona la parte: sfilano quanti testimoni l´interessato ritiene conveniente indicare; B. voleva escuterne 1500, il cui esame, laboriosamente condotto, riempirebbe vari anni. Passatempo costoso, esperibile da chi abbia tanti soldi. Ad esempio, N prospetta un´ipotesi difensiva nel cui contesto assume qualche vago rilievo la condizione climatica, e porta in aula tutti i meteorologi reperibili nei due emisferi, o chiama duemila testimoni sul seguente tema: conoscono bene l´imputato, omicida flagrante; raccontando quel che sanno sul conto suo forniranno dati alla diagnosi della personalità, importante nel quantificare la pena. Sono innumerevoli le possibili diavolerie.
Più delle precedenti, questa ventesima lex ad personam, utile nei casi Mills e Ruby, presenta l´immagine d´un paese sfigurato: decade a vista d´occhio; non ha futuro; e l´uomo che da 17 anni v´imperversa (ma l´azione tossica ne conta almeno trenta), ordina alla troupe d´allestirgli una sporca via d´uscita dai giudizi penali, noncurante della figura. Da come gli ubbidiscono, vediamo a che punto sia l´insensibilità morale. I reggicoda definiscono «sacrosanto» il diritto d´allungare i tempi d´una macchina al collasso. Non stupisce che il Pdl gli corra dietro: perdurando le rendite, lo seguiranno alla porta dell´inferno, con un salto laterale in extremis perché da queste parti la tragedia ha poco sèguito, né valgono fedeltà assolute; ogni domestico misura il padrone a occhiate fredde. Non se le sente addosso? Aspettiamo le scelte leghiste: andargli dietro sarebbe perdita secca, qualunque corrispettivo offra; era gesto astuto votare l´arresto del parlamentare Pdl mercoledì 20 luglio; ricadendo nell´abito servile, mascherato da insofferenze inconcludenti, il Carroccio perderebbe ogni credito. Corre un tempo climaterico. L´ultima mossa conferma quel che sapevamo: l´Olonese non ha freni, né morale né estetico, e nemmeno l´elementare prudenza con cui agivano famosi scorridori. A proposito, viene in mente un caso tedesco 1938: Werner von Fritsch, comandante dell´esercito, deve dimettersi sotto false accuse fabbricate dalla Gestapo; poche settimane dopo risulta innocente ma cosa fatta capo ha; ormai, scrive in una lettera, il popolo tedesco è inseparabile da Hitler, finiranno nell´abisso. Speriamo superfluo lo scongiuro: gl´italiani sanno sopravvivere e Re Lanterna non è «der Führer», sebbene così lo chiamasse sei anni fa un´operosa emissaria Mediaset nella Rai, né sa cosa significhi Götterdämmerung; auguriamogli lunghi ozi in uno dei suoi paradisi, dove non mancheranno le odalische.

La Repubblica 29.07.11

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“Fiducia sulla legge salva-premier”, di Liana Milella

Per bloccare le 11 questioni pregiudiziali al cosiddetto “processo lungo” presentate ieri da Pd e Idv, il governo Berlusconi ha posto la fiducia sul ddl che sarà votato stamattina alle 10 al Senato. L´Anm parla di «effetti devastanti» sulla giustizia. Il Pd: «Siamo al regime».
Processo lungo, il governo forza i tempi. Oggi la fiducia. L´opposizione accusa: nuova legge-vergogna per Berlusconi. Finocchiaro: il neo ministro Palma venga in Senato a spiegarci questa mossa
«Devastante» dice l´Anm. «Processo lungo significa non arrivare mai a sentenza». Parola di Luca Palamara, il presidente. Ma il “processo lungo” oggi passa, con tanto di voto di fiducia, la 48 della serie, al Senato. Perché, denuncia con forza il centrosinistra, «è l´ennesima legge per bloccare i processi del premier». Pd e Idv studiano come manifestare in aula il proprio dissenso. Uscire al momento del voto, portare cartelli, occupare l´emiciclo. «È una vergogna» dicono Finocchiaro, Zanda, Casson in una riunione dei vertici Pd. «Mossa banditesca» sentenzia il dipietrista Belisario. Ma il governo approva la fiducia in consiglio dei ministri. Tocca ad Elio Vito farsene portavoce a palazzo Madama. Seguito da una “ola” di protesta.
Un blitz. Assente il neo Guardasigilli Nitto Palma, che giura al Quinale e si chiude in via Arenula per un incontro con l´omologo messicano e per incontrare la squadra che eredita da Alfano. Sul “processo lungo” né parole, né presenza in aula. Evita, nonostante scalpitino i giornalisti messicani, un incontro stampa che si risolverebbe in domande sulla nuova creatura ad personam. Lo criticano la Pd Anna Finocchiaro («Venga qui e spieghi una noma giustificata solo dalla necessità di salvare il premier») e Antonio Di Pietro («Se il buongiorno si vede dal mattino siamo messi male»). Battesimo di fuoco oggi. Si vedrà come concilia le dichiarazioni d´esordio, «lavorerò per riforme condivise», col primo voto di fiducia sul “processo lungo”.
Barricate a sinistra. «Vergogna. Un´altra fiducia per un´altra norma ad personam» tuona Rosy Bindi. Passo «da irresponsabili» per Finocchiaro. «Mossa da regine» per Luigi Zanda. L´Anm spiega perché è contro. «Queste norme – scrivono Palamara e il segretario Giuseppe Cascini – avranno effetti devastanti e determineranno la paralisi di tutti i dibattimenti oggi pendenti».
Sì, è questa la contraddizione. Tra quello che ragione e raziocinio consigliano di fare e ciò che viene fatto perché serve al premier. Per caso, complice un convegno sul carcere contemporaneo e a pochi metri dall´aula, il contrasto esplode nelle parole del presidente del Senato Renato Schifani. Dice che il processo penale è troppo lungo e «occorre individuare correttivi che lo rendano più spedito». Da palazzo Giustiziani si trasferisce di fronte e lì prende atto della fiducia su una norma che allungherà spaventosamente i tempi del dibattimento. Con tre mosse. La prima. Cambia l´articolo 190 del codice di procedura sul «diritto alla prova». Oggi il giudice può escludere quelle «superflue e irrilevanti», domani dovrà respingere solo le «manifestamente non pertinenti». Idem per i testi. Seconda mossa. La regola entra in vigore subito per i processi in primo grado. Compressi quelli di Silvio. Terza mossa. Muta l´articolo 238bis: le sentenze definitive non si possono più usare nei nuovi processi. La Lega spunta un compromesso e ingoia la fiducia. Anche se Bossi dice «adesso basta». La norma non varrà per i reati gravi, come mafia e terrorismo. Almeno una parte del principio introdotto da Falcone è salvo.
Tre mosse «devastanti». Che il pidiellino Enrico Costa difende perché contro vengono dette «gigantesche falsità e considerazioni demagogiche». Al Senato minimizzano Quagliariello e Gasparri. Ma gli esempi negativi dell´opposizione piovono copiosi. Cosa rispondere a Pancho Pardi (Idv) che denuncia un futuro «processo di classe» in cui saranno i ricchi e potenti avvocati alla Ghedini a dettare legge? E ancora. Non ci sono argomenti contro chi, come l´Anm, sostiene la possibilità di citare come testi migliaia di cittadini qualora l´imputato voglia avere la prova che non era in quella città, a quell´ora, quando il delitto fu commesso. O se, accusato di uxoricidio, vuole portare in aula una schiera di parenti e amici. Irridono il governo i senatori-magistrati. Felice Casson, Silvia Della Monica, Alberto Maritati, Gerardo D´Ambrosio, Gianrico Carofiglio. E ancora l´avvocato dell´Idv Luigi Li Gotti. Fanno esempi. Casson sventaglia l´elenco delle escort di Milano, e sono centinaia, che Berlusconi potrebbe pretendere per Ruby. Gli altri citano un delitto alla stadio, uno in un caseggiato affollato. Non c´è niente da fare. La finiana Giulia Bongiorno considera il “processo lungo” un ddl «inaccettabile. Dario Franceschini «una vergogna soprattutto con la crisi che aggredisce il Paese». Andrea Orlando: «Cambia il ministro, non cambia la musica».

La Repubblica 29.07.11

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Salvagente per le cause del Cavaliere a rischio Mills, Mediaset e Mediatrade

Per il processo Mills si potrebbe già suonare la marcia funebre. Per quello Mediaset, significherebbe probabilmente dilatare talmente i tempi da non essere certi di raggiungere nemmeno il verdetto di primo grado. Per i presunti fondi neri Mediatrade, le possibilità di evitare la prescrizione del 2014 potrebbe invece essere meno evidente. Nessuna conseguenza apparente, infine, per il Rubygate. Ecco come il ciclone «processo lungo», approdato ieri al Senato, potrebbe abbattersi sui quattro processi milanesi in cui è imputato il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Per il caso Mills, in cui il premier è accusato di corruzione giudiziaria, la speranza di arrivare alla sentenza di primo grado, è bene dirlo, già adesso appare davvero ardua. A gennaio scadono i tempi della prescrizione. Allo stato mancano otto testimoni della difesa, prima di dare la parola al pm Fabio De Pasquale per la sua requisitoria e la richiesta di pena. Alla ripresa del processo dopo la pausa estiva, il 19 settembre, se il processo lungo fosse legge, gli avvocati-onorevoli del premier, Niccolò Ghedini e Piero Longo, potranno chiedere alla Corte di riaprire la loro lista dei testimoni. Prima della riforma, ne avevano chiesti 82 (15 quelli ammessi dai giudici). In un processo normale, in meno di dieci udienze, con la riforma, potrebbero essere ascoltati tutti. Ma gli impegni istituzionali consentono all´imputato di presenziare solo il lunedì a tutti e quattro i dibattimenti. La prescrizione sarebbe, in pratica, cosa certa.
Simile il percorso che sarebbe costretto a subire il caso Mediaset, in cui il premier è accusato insieme a un gruppo di suoi manager di frode fiscale. L´asticella della prescrizione, in questo caso, si alza al 2014, ma se il pool difensivo si avvarrà della nuova riforma un´altra quarantina di testimoni sarebbe costretta a fare capolino in tribunale. Il problema è che molti dovrebbero arrivare da paesi come il Giappone, gli Stati Uniti, o da quelle nazioni storicamente sede di società offshore del Centro America. E l´ingolfamento sarebbe inevitabile.
Per Mediatrade, ancora in fase di udienza preliminare, il discorso è a parte. La prescrizione, come per Mediaset, arriverà nel 2014. In caso di rinvio a giudizio, bisognerà vedere quale lista testi presenterà in un ipotetico dibattimento, la difesa Berlusconi.
Con la riforma del processo lungo, infine, non ci dovrebbero essere effetti immediati sul cosiddetto Rubygate, in cui il presidente del Consiglio è imputato di prostituzione minorile e concussione. La prescrizione arriverà solo nel 2025. Ghedini e Longo, in questo caso, hanno già chiesto al collegio di convocare come testimoni 78 persone, tra cui molti ministri in carica. Un numero elevato, ma che oltre a dilatare di alcune settimane il processo di primo grado, di sicuro non impedirà al collegio presieduto da Giulia Turri di arrivare comunque alla sentenza di primo grado.
(e.ran.)

La Repubblica 29.07.11

"Giovani e disoccupati, Napolitano inascoltato", di Luigi Bartone e Rosario Oliverio

Giovani e disoccupati, Napolitano inascoltato
Nel mondo «civile» li chiamano Neet, «Not in Education, Employment or Training». Sono i giovani tra i 15 e i 29 anni che non sono iscritti né a scuola né all’università, che non lavorano e che non seguono corsi di formazione o aggiornamento professionale.Un esercito invisibile di ragazzi in fila davanti ad una porta, in attesa che qualcuno apra.
La disoccupazione giovanile in Italia è un fenomeno che ormai assume dimensioni non più trascurabili. Quasi il 30% dei giovani italiani, secondo i dati Istat, è disoccupato contro una percentuale dell’8-9% della media europea. Il fenomeno assume cifre a dir poco preoccupanti se si guarda al Sud.
La crisi ha accentuato ancora la distanza tra le regioni del Nord e quelle del Mezzogiorno. Il 46% delle donne residenti al Sud non lavora. Un dato che, già catastrofico di suo, è comunque contenuto dai fenomeni di scoraggiamento che hanno spinto molti lavoratori ad interrompere le azioni di ricerca, finendo classificati fra gli inattivi.
Le generazioni più giovani passano dalla precarietà alla disoccupazione, senza speranza. Ma non è solo una questione di numeri. La platea è talmente eterogenea da mettere in dubbio l’efficienza dell’intero sistema statale. Tra questi ragazzi ci sono i giovanissimi che hanno terminato la scuola dell’obbligo e lavorano in nero; ci sono i demotivati, che hanno smesso di cercare un impiego perché dopo il diploma non sono riusciti a entrare subito nel mercato; e, infine, ci sono i laureati che hanno acquisito competenze risultate subito obsolete per le richieste delle imprese. A questa fila di ragazzi si aggiungono, inoltre, coloro i quali un lavoro teoricamente l’avrebbero pure ma sono bloccati nella spirale degli stage, dei contratti a progetto, del lavoro interinale o, i più «fortunati», incastrati in un contratto di formazione e lavoro, che formazione non fa.
In Italia, il ragazzo che finisce le scuole medie non è libero di scegliere quale percorso intraprendere. Nella realtà, infatti, si trova davanti ad una scelta ben precisa: fare o meno l’università; i suoi coetanei europei possono scegliere quale liceo o quale scuola professionale frequentare e rimandare la scelta dell’università alla fine di questi percorsi, la cultura del nostro paese, invece, impone che solo i peggiori elementi siano avviati alle scuole professionali.
A 14 anni si è già predestinati: serie A o serie B. Anche dopo il liceo il ragazzo dovrà rassegnarsi a scegliere la facoltà meno richiesta o quella per la quale non esiste lo scoglio del numero chiuso. Finita l’università, invece, si inizia con la lotteria degli ordini professionali.
Ma come può uno stato costretto ad una manovra economica di oltre 70 miliardi permettersi uno spreco così importante di risorse? La risposta è semplice: non può. Il governo Berlusconi, nonostante l’ampio consenso ricevuto alle elezioni politiche del 2008, si è rilevato totalmente incapace di effettuare le riforme necessarie a garantire un futuro ai più giovani.
Tre anni fa Berlusconi e Tremonti sostenevano che la crisi in Italia non esisteva; il nostro paese, quindi, ha fatto meno dei suoi vicini europei, adottando misure che già nel breve periodo si sono rivelate inefficaci tanto a rilanciare l’economia quanto a difenderci dalla speculazione finanziaria. Oggi, invece, ci dicono che grazie a loro l’Italia non correrà il rischio di fare la fine della Grecia.
Puntiamo alla salvezza, la Coppa Campioni ce la possiamo scordare. Nel calcio quando un squadra non vince cambia allenatore. Questo governo e questa maggioranza non sono in più grado di portare alla vittoria questo paese. La crisi avrebbe dovuto incoraggiarci a fare di più, a tagliare la spesa pubblica e non ad aumentarla finanziandola con nuove tasse, a riformare gli ordini professionali, a cambiare il sistema pensionistico, a mettere in campo nuove liberalizzazioni, a ridurre il debito e non a scaricarlo sulle spalle delle giovani generazioni. Ma non solo: la crisi doveva essere occasione di far riavvicinare i giovani al terreno della politica, alla politica sobria, quella che risolve.
Doveva essere l’occasione per un nuovo patto generazionale che consentisse al nostro paese di ritrovare quell’unità che ha saputo dimostrare nei momenti più difficili della sua storia. Doveva essere l’occasione per investire sui più giovani consentendogli di fare la loro parte e non rilegarli al ruolo di spettatori paganti.
Poteva e doveva essere l’occasione per seguire, ancora una volta, il monito del presidente Napolitano: «Se non apriamo a questi ragazzi nuove possibilità di occupazione e vita dignitosa, nuove opportunità di affermazione sociale, la partita del futuro è persa non solo per loro, ma per l’Italia: ed è in scacco la democrazia». Era il 31 dicembre 2010, ormai un altro campionato.

da Europa Quotidiano 29.07.11