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"Crisi, Camusso rilancia la sfida:cambiare agenda o via il governo", di Simone Collini

Cambiare l’agenda. O cambiare governo. Il giorno dopo che Confindustria, banche, sindacati e rappresentanti di diverse associazioni produttive hanno firmato una nota congiunta per chiedere “discontinuità” e “un progetto per la crescita”, Susanna Camusso spiega a parole quello che la mediazione con gli altri protagonisti dell’iniziativa non ha consentito di mettere nero su bianco. E cioè o il governo – dice il segretario della Cgil arrivando ad Amalfi per partecipare a convegno organizzato dalla componente del Pd guidata da Dario Franceschini Area democratica – «è in grado di immaginare un progetto per il Paese o è meglio cambiare il soggetto che governa».

In realtà non tutti i firmatari della nota diffusa mercoledì sottoscriverebbero pubblicamente la richiesta di dimissioni, foss’anche come una tra le ipotesi in campo. L’operazione infatti è nata da un’iniziativa congiunta Confindustria-Abi, che non sono propriamente due sigle antiberlusconiane. E che però hanno voluto mandare al governo un segnale concreto, più forte di quelli lanciati negli ultimi mesi attraverso semplici dichiarazioni. Il via è stato dato da Giuseppe Mussari mentre due settimane fa si svolgeva l’assemblea dell’Abi. Mussari ha proposto un nuovo tavolo aperto a tutte le parti sociali, dopo che uno era stato avviato ad ottobre senza troppo successo. Subito è arrivato il consenso di Emma Marcegaglia. Idue hanno anche concordato che questa volta, al contrario dell’operazione avviata l’autunno scorso, bisognasse lavorare avendo non solo come punti di riferimento famiglie e piccole e medie imprese, ma puntando di più sulla crescita e il rilancio del Paese. Hanno atteso l’approvazione della manovra di rientro dal debito, e poi non hanno più aspettato perché le misure approvate dal governo non sono state giudicate sufficienti. E allora hanno fatto partire la loro operazione. Con EmmaMarcegaglia che nella giornata di mercoledì si è presa la briga di contattare la gran parte delle sigle la cui firma compare in calce alla nota.

BASTA LAMENTELE Anche Susanna Camusso è stata chiamata dalla presidente di Confindustria. E il segretario della Cgil non se l’è fatto chiedere due volte di firmare. Anche se ora non si fa troppe illusioni sull’efficacia immediata di questa iniziativa (così come prima non si era fatta illusioni sul fatto che Luigi Angeletti sottoscrivesse la nota congiunta: «la Uil finora ha sempre sostenuto le scelte dell’esecutivo »). E infatti il governo ha risposto da un lato mettendo la fiducia sul processo lungo, dall’altro dicendo per bocca del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che si sbaglierebbe a «strumentalizzare» le parti sociali. Camusso non apprezza: «Un governo non in grado di affrontare una situazione difficile e senza autorevolezza sui mercati internazionali, invece di lamentarsi dovrebbe cominciare a ragionare su che progetto ha per il Paese e come intende favorire la crescita. Da tre anni parlano solo di giustizia, sempre nella logica di risolvere i problemi di qualche ministro o del presidente del Consiglio, nella totale indifferenza dei veri problemi della giustizia e del Paese». Le prossime settimane diranno se l’iniziativa partita dall’asse Confindustria- Abi riuscirà a innescare la reazione sperata, ma intanto a far da sponda ci pensa l’opposizione parlamentare. Anche perché, come sottolinea Romano Prodi le parti sociali non possono sostituirsi alla politica. Franceschini, che arriva ad Amalfi per la prima giornata del convegno organizzato da Area democratica, parla a lungo con Camusso e assicura che il Pd in Parlamento farà la sua parte. «È una vergogna che con la crisi che aggredisce il nostro paese e le forze sociali che chiedono al governo un intervento urgente, l’unica cosa che Berlusconi riesca a fare è mettere la fiducia sul processo lungo», dice il capogruppo del Pd alla Camera spiegando che dall’opposizione è già partita la richiesta di far riferire il premier in aula. L’offensiva partirà anche a PalazzoMadama,perché comefa notare il senatore Franco Marini, di fronte alla gravità della situazione economica «sarebbe un segnale positivo per il Paese se fossimo capaci prima delle ferie di un franco confronto alle Camere». L’iniziativa di prendere spunto dalla nota delle parti sociali per chiedere un coinvolgimento del Parlamento è stata concordata col leader del Pd Pier Luigi Bersani, che giudica «una novità importante» l’operazione avviata da Confindustria, banche e sindacati e sfida il premier a un confronto in Parlamento: «Di fronte a ciò che sta accadendo sui mercati, con tutti i rischi che questa tempesta finanziaria comporta per l’Italia, e ai problemi che ha di fronte l’economia del nostro Paese a causa della scarsa crescita e della perdita dei posti di lavoro, è davvero indispensabile che il presidente del Consiglio venga a riferire in Parlamento e accetti che finalmente si apra un dibattito sulla reale situazione dell’Italia e su come uscire dalle difficoltà»

l’Unità 29.07.11

Dal PD proposte in Parlamento e nel Paese per riformare la politica

Bersani: “Ognuno può giudicare la differenza tra il nostro impegno e il comportamento della maggioranza che chiede fiducia sulla legge ad personam”. Quattro proposte per ridurre i parlamentari, cambiare legge elettorale, nuove norme su incompatibilità e disciplina dei partiti. “I Gruppi parlamentari del Partito Democratico, d’intesa con il gruppo dirigente del Pd, hanno deciso di lanciare una forte iniziativa sulla sobrietà e la trasparenza della vita politica. I pilastri di questa sfida sono quattro proposte.

La prima: una drastica riduzione del numero dei parlamentari.
La seconda: una riforma della legge elettorale volta a restituire ai cittadini il potere di scegliere i propri rappresentanti.
La terza: norme più rigorose sull’incompatibilità.
La quarta: una legge sulla disciplina dei partiti, in applicazione del dettato dell’articolo 49 della Costituzione, che vincoli il finanziamento pubblico al rispetto di procedure democratiche interne e alla certificazione e trasparenza dei bilanci.

Queste proposte saranno al centro di una doppia iniziativa, nel Parlamento e nel Paese con una mobilitazione a sostegno delle nostre riforme.

Le proposte sono coerenti con le norme contenute nel Codice etico interno al Pd, che è già più severo del percorso previsto dai normali procedimenti giudiziari, ma che intendiamo rendere ancora più rigoroso nei suoi meccanismi di applicazione. Al Codice etico che vale per tutti gli iscritti il Pd ha affiancato uno specifico Codice per gli amministratori, che tutti gli eletti nelle liste del partito stanno man mano sottoscrivendo. Quest’ultimo prevede tra l’altro l’obbligo di trasparenza su redditi, patrimonio e attività professionale. Quando parliamo di accrescere il rigore nella vita amministrativa noi non facciamo chiacchiere, ma proposte concrete. Ognuno può giudicare oggi la differenza tra questi impegni e i comportamenti di una coalizione di maggioranza e di un governo che in queste ore si apprestano a votare la fiducia sull’ennesima legge ad personam” ha commentato il segretario nazionale del Partito Democratico.

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"A Milano chiude la scuola più multietnica d’Italia", di Michele Brambilla

Troppi gli stranieri: secondo la legge non devono superare il 30%. Hanno deciso di chiudere la scuola elementare più multietnica d’Italia: la statale «Lombardo Radice» di via Pier Alessandro Paravia 83 a Milano. Il motivo: gli stranieri sono troppi. Dall’anno prossimo non ci sarà più la prima elementare, il che vuol dire che fra cinque anni la scuola si estinguerà.
Eppure era ritenuta un modello riuscito di integrazione, più volte premiata dalla Regione. I genitori e i bambini ne erano entusiasti. Le insegnanti avevano preso il loro compito quasi come una missione. Ma sembra che l’Ufficio scolastico territoriale di Milano non voglia sentire ragioni: una lettera, giunta all’istituto la scorsa settimana, ha gelato le speranze di bambini e genitori: «Cercatevi un’altra scuola».

La storia va raccontata dall’inizio. Via Paravia è nel quartiere San Siro. Un quartiere da sempre diviso in due: da una parte una Milano benestante, dall’altra una Milano di immigrati. In un simile contesto, la scuola elementare «Lombardo Radice» è da tempo un luogo di incontro. Negli anni Sessanta e Settanta fra bambini milanesi e bambini napoletani («i figli dei cavalli», li chiamavano, perché i loro padri facevano gli stallieri all’ippodromo di San Siro). Da qualche anno a questa parte, l’incontro è fra bambini italiani e bambini stranieri; e perfino fra stranieri di diverse nazionalità. Nessuna scuola in Italia è infatti più multietnica di questa. Su 93 alunni, 80 sono stranieri, di ben sedici nazionalità diverse. Figli di gente che vive a volte alle soglie della povertà, nelle case popolari dell’Aler di fronte alla scuola.

All’inizio di aprile a scuola arriva un decreto dell’Ufficio territoriale che dice: dall’anno prossimo la prima non si fa più, i bambini vadano o alla Brocchi o alla Cabrini, oppure i genitori si scelgano loro un’altra destinazione. I genitori vengono informati dalla direttrice della scuola alla presenza del consiglio di circolo. La notizia getta tutti nello sconforto. Qualcuno si mette a piangere. La Brocchi è lontana 4,6 chilometri, la Cabrini 2,3. Ma la difficoltà dello spostamento non è la cosa più grave. Quel che preoccupa è la chiusura di una scuola che per i bambini e le famiglie da anni rappresentava l’unica possibilità di un vero inserimento in Italia. Forse l’unica presenza dello Stato nel quartiere.

Alla prima elementare dell’anno scolastico 2011-2012 si erano iscritti diciotto bambini. Per fare una classe ne basterebbero quindici. Ma nel decreto si fa riferimento alla nuova legge che fissa un tetto del 30 per cento di stranieri per ogni classe. Una decisione dunque inevitabile? Domenico Morfino – un genitore, membro del consiglio di circolo – e Diana De Marchi, consigliera provinciale del Pd, assicurano che non è così. Che sono possibili deroghe se i bambini stranieri sono comunque nati in Italia e se hanno frequentato due anni di scuole italiane, anche materne. «Se si adottasse rigidamente la legge, senza dare deroghe, a Milano dovrebbero chiudere 40 scuole elementari, 24 medie e 16 istituti superiori», dice Diana De Marchi. Degli 80 bambini stranieri della scuola «Lombardo Radice», 59 sono nati in Italia.

Ricevuto il decreto di aprile, parte la protesta. Il 7 maggio c’è nel quartiere una manifestazione che è un modello di trasversalità. Partecipano tutti: italiani, stranieri delle più diverse religioni, il parroco don Roberto, le suore della scuola cattolica, il senatore del Pd Ignazio Marino, anche qualche leghista. Tutti vogliono che la scuola non chiuda. In pochi giorni si raccolgono 1081 firme. I bambini scrivono al presidente Napolitano, che risponde con una lettera.

Viene chiesto un incontro con il dirigente dell’Ufficio scolastico territoriale (per capirci: quello che un tempo si chiamava il provveditore) Giuseppe Petralia. «Ci siamo visti ai primi di maggio, è stato molto comprensivo e disponibile», dice Diana De Marchi. «Ha aggiunto che entro un mese ci avrebbe fatto sapere». «Ma da allora – aggiunge Domenico Morfino – non ci ha più risposto, se non con la lettera della scorsa settimana, firmata dal suo ufficio, che sollecita i genitori a indicare quali siano le altre scuole prescelte».

Il provveditore Petralia non ha risposto neppure a noi. Ci ha risposto invece il ministro Gelmini, che così spiega perché non sarebbe possibile una nuova deroga: «Le deroghe si danno se la quota di stranieri è un po’ superiore al trenta per cento. Ma dall’Ufficio territoriale di Milano mi hanno detto che la nuova prima classe sarebbe stata composta al cento per cento da stranieri: e così sarebbe stata una situazione difficilmente gestibile. Non vogliamo discriminare nessuno, ma abbiamo pensato che fosse meglio così per tutti. L’Ufficio di Milano mi ha assicurato che i bambini andranno in scuole vicine».

I genitori andranno ora per avvocati: è già pronto il ricorso al giudice di pace. In via Paravia nessuno vuole rinunciare alla scuola che ha fatto sentire italiani questi bambini.

La Stampa 29.07.11

"Il sistema istituzionale liquefatto", di Gian Enrico Rusconi

Come si permette Umberto Bossi di rispondere al Presidente della Repubblica di rassegnarsi al fatto compiuto del «decentramento» di alcuni ministeri a Monza? «I ministeri li abbiamo fatti e li lasciamo là, siamo convinti che il decentramento non sia solo una possibilità, ma una opportunità per il Paese». Questa non è affatto una risposta alla qualità dei rilievi che il Presidente della Repubblica ha rivolto si noti – al presidente del Consiglio, che si è ben guardato dal rispondere.

A parte la scorrettezza istituzionale e la sceneggiata di Monza, siamo davanti ad un gesto di irrisione istituzionale che umilia i cittadini e ridimensiona di fatto lo stesso Berlusconi. A quando il trasferimento (pardon, il decentramento amministrativo) di Palazzo Chigi ad Arcore?

Non mi pare che la classe politica nel suo insieme – alle prese con il fango della corruzione – si sia resa conto della gravità di quella che l’opposizione si è limitata a chiamare «farsa». In realtà rischia di essere una trappola istituzionale dalle conseguenze imprevedibili. Eppure il presidente del Senato Schifani, con aria finta ingenua, in tv ha parlato di decentramento amministrativo di sedi ministeriali per essere più vicine ai cittadini.

Ma non mi risulta che il Senato, da lui onorevolmente presieduto, abbia mai espresso un parere in proposito! Conta solo il senatùr Bossi?

E’ in atto una subdola liquefazione del sistema istituzionale, che viene interamente subordinato alla logica di potere delle parti politiche che lo gestiscono. Anzi alle persone che lo governano.

Non è chiaro se Berlusconi sia complice di quanto sta accadendo. Sembra aver perso lucidità, ossessionato di non rompere con «l’amico» Bossi o di stare in guardia contro l’ «ex amico» Tremonti che è spuntato, sia pure con l’aria un po’ spaventata, nella foto di famiglia di Monza.

Oppure Berlusconi sta lucidamente facendo lo sporco gioco di logorare con l’appoggio della Lega quello che considera il suo «vero nemico», Giorgio Napolitano?

Nessuno lo sa esattamente, perché la politica italiana sta andando alla deriva, con un solo risultato – il disfacimento del sistema istituzionale esistente. La trappola farsesca di Monza, la risposta irrispettosa al Presidente della Repubblica, l’ambiguità di Berlusconi, tollerata dai suoi sostenitori nella speranza di trarne vantaggio personale, l’impotenza dei cittadini, «indignati» o meno – sono tutti passi che portano al disfacimento istituzionale.

Molto opportunamente il Quirinale ha reso noto nella sua integrità il testo della lettera indirizzata al presidente del Consiglio «sul tema del decentramento delle sedi dei ministeri sul territorio». Con chiarezza in esso parla di «sedi o strutture operative, e non già di semplice rappresentanza, che dovrebbero più correttamente trovare collocazione normativa in un atto avente tale rango, da sottoporre alla registrazione della Corte dei Conti per i non irrilevanti profili finanziari, come affermato dalla sentenza della Corte Costituzionale». E’ un discorso troppo difficile per i leghisti oppure il loro «non capire» è il segnale di quanto sia profonda ormai l’insensibilità istituzionale?

In questa congiuntura il Quirinale è diventato di fatto il baluardo delle istituzioni – al di là del suo ruolo costituzionale. O meglio, questo ruolo diventa sempre più politico nel senso forte e autentico di mostrare competenza e volontà nel dire sì o no – in modo sempre argomentato – alle decisioni che arrivano sulla scrivania del Presidente (o alla sua conoscenza). Non è che Napolitano si sia messo a «fare politica» – come dicono non solo gli esponenti di destra, ma anche alcuni commentatori che si pretendono super partes. Il Presidente difende le istituzioni della Repubblica, che possono essere modificate e riformate secondo le regole previste e condivise (come non si stanca di ripetere), non con i sotterfugi e con i trucchi cui oggi noi assistiamo – impotenti.

La Stampa 29.07.11

"Tutto in suo nome", di Aldo Schiavone

Il Parlamento è prigioniero degli incubi di un uomo che è stato un leader e che ora non riesce a pensare ad altro che alle sue paure e alle sue ossessioni. Non vi sono strategie, non vi sono programmi. La salvezza privata si fa ragion di Stato e diventa l´unico orizzonte in cui muoversi. Allungare i tempi del processo penale con una modifica legislativa che sarebbe un azzardo chiamare riforma, è l´ultima cosa di cui l´Italia avrebbe in questo momento bisogno.
Con una scelta senza precedenti, tutte le forze produttive che tengono in piedi il nostro sistema economico hanno chiesto solennemente una svolta, una “discontinuità” nella politica e nel governo. Ogni giorno appare sempre meglio che la manovra appena votata non basta, e che bisognerà probabilmente impostarne una nuova, probabilmente drammatica. La speculazione finanziaria ha puntato il mirino sulla nostra fragilità finanziaria. Un numero crescente di famiglie sente sul collo il fiato di una povertà che sembrava dimenticata per sempre. Eppure tutto questo non basta. Che l´Italia attraversi la crisi più grave dal dopoguerra non è sufficiente perché la maggioranza, il governo, il Parlamento siano lasciati liberi di occuparsi del nostro destino: verso dove stiamo andando, che cosa è diventata e diventerà l´Italia, come proteggerci dalle minacce che ci circondano. No, il Senato dovrà discutere e votare a rotta di collo la fiducia su un disegno di legge che modifica la struttura del processo penale, prevedendo la possibilità di un suo allungamento illimitato, perché la sua durata possa incrociare più facilmente i tempi di prescrizione dei reati, in una sinergia micidiale che costituisce una vera e propria “denegata giustizia”, e che sta facendo disperare l´Associazione nazionale magistrati.
Ma il governo, la maggioranza, il presidente del Consiglio hanno deciso che questa è la prima urgenza degli italiani: il resto può venire dopo; conta solo allontanare dal Capo l´ombra di (possibili) condanne. Bisogna avere il coraggio civile di ammetterlo: fino a qualche tempo fa – agli inizi stessi del berlusconismo – tutto questo sarebbe stato inconcepibile. Non diciamo la sfrenata deriva personalistica, lo stravolgimento di ogni priorità, la sostituzione più sfacciata dell´interesse privato al bene pubblico. Ma anche la sola idea di intervenire a colpi di maggioranza e di fiducia – al posto di una pacata discussione sui principi e sulle conseguenze – intorno a meccanismi giuridici delicatissimi, dove si fronteggiano e si dovrebbero equilibrare esigenze radicate in millenni di civiltà del diritto, sarebbe apparsa un modo di procedere del tutto impensabile.
E invece oggi se è proprio questo – l´incredibile che diventa realtà – a essere proposto al Paese, a essere presentato come la sua “normalità”, è perché si conta su un tale degrado del nostro discorso pubblico, su un così forte abbassamento patologico della nostra soglia di tolleranza, su un tale ottundimento del senso critico comune, da far sperare a un uomo sempre più disperato, a un governo, a una maggioranza che anche una simile enormità possa essere digerita e dimenticata, e si possa comunque andare avanti, fino alla prossima occasione. Si gioca cioè sull´imbarbarimento del Paese. Ma si tratta di un calcolo terribile e nefasto. E si tratta di un calcolo sbagliato

La Repubblica 29.07.11

Crisi, la Germania ci «scarica» e Prodi s'infuria

Si chiude un’altra giornata di fuoco per i titoli di Stato italiani, con lo spread balzato a oltre 330 punti e i tassi decennali in asta ai massimi dal 2000. È il mercato del debito europeo a soffrire: lo spread dei titoli spagnoli ha sfondato i 350 punti, Irlanda e Portogallo viaggiano sopra gli 800, l’euro è sotto 1,43 dollari. Ma l’Italia – che pure si tiene a distanza di sicurezza dai Paesi europei che hanno ricevuto il salvataggio – è al centro dell’attenzione dei mercati.

Sia per le dimensioni ingenti del suo debito pubblico, che ne fanno un ‘bastione’ di difesa della moneta unica. Sia per i timori contingenti riguardanti la stabilità politica del Paese, alimentati dai voci e indiscrezioni. Il risultato: movimenti speculativi e molti investitori che si allontanano, con lo ‘spread’ sul Btp a dieci anni oggi a 337, un soffio dai 350 punti segnati le corse settimane che rappresentano il massimo da quando esiste l’euro. È in questo contesto che si è svolta l’asta sui titoli italiani di stamani, attesissima dopo che ieri il Financial Times ha scritto che Deutsche Bank ha ridotto a meno di un miliardo di euro i titoli di Stato italiani nel suo portafoglio, dagli otto miliardi di poco tempo fa.

Una scelta – ragiona l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi – che «mi ha sconvolto, vuol dire che è la fine di ogni legame di solidarietà». Il Tesoro ha faticato a collocare i quasi otto miliardi di titoli venduti nell’asta di oggi. Ma è riuscito comunque ad avvicinarsi molto alla parte alta del ‘range’ obiettivo compreso fra 5,5 e 8,5 miliardi. Per convincere gli investitori, però, via XX Settembre ha dovuto concedere rendimenti ai massimi dal febbraio 2000 sul Btp settembre 2021: il tasso ha raggiunto un oneroso 5,77% e i 100 milioni di riapertura riservata alle banche hanno ricevuto zero offerte.

Ai massimi dal luglio 2008 il rendimento del nuovo Btp a tre anni (4,8%). Il Cct 2018 indicizzato all’Euribor è salito al 4,65%, il 2015 al 4,58%. Chiara Manenti, analista di Intesa Sanpaolo, parla di un’asta «incoraggiante, con il mercato che ha tenuto in un momento difficile di tutta la periferia». Di parere diverso Alessandrao Giansanti, analista di Ing: «Si può dire che sono riusciti a piazzare i titoli sul mercato ma il trend sta diventando davvero impressionante» e al Tesoro «non possono permettersi questo tipo di rialzi ogni mese».

Di certo l’asta si è svolta fra numerose difficoltà: l’impasse sul debito americano va ancora avanti, e i mercati sono sempre più convinti che sulla Grecia (bocciata ieri anche da Standard & Poor’s che preannuncia un rating ‘default’) il vertice Ue abbia sì fatto un passo avanti, ma non una svolta. Hanno pesato anche le voci, circolate sui mercati e rimbalzate sulle agenzie internazionali, di dimissioni del ministro dell’Economia Giulio Tremonti, che poi nel pomeriggio ha ironizzato: «Mi sono dimesso da inquilino». A sostenere i titoli italiani ha invece contribuito la voce (non confermata né smentita) di acquisti di ‘carta’ italiana e spagnola da parte della Banca centrale europea. Ma le stesse voci erano circolate due settimane fa, e sono state successivamente smentite dai dati pubblicati dall’Eurotower.

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Processo lungo, il governo ha fretta. E in Senato pone la fiducia sul ddl

Il governo ha posto al Senato la questione di fiducia sul ddl del cosidetto “processo lungo”. Si tratta del procedimento che consente di allungare a dismisura i testi a difesa. Lo ha annunciato in Aula il ministro per i rapporti con il Parlamento Elio Vito. la conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama ha stabilito che la fiducia al ddl si voterà domani mattina intorno alle 10, con la prima chiama dei senatori. Alle 9 cominceranno le dichiarazioni di voto.

Non si fa attendere il commento dell’Associazione nazionale magistrati. “Processo lungo significa non arrivare mai a sentenza – scrive in una nota il presidente Luca Palamara – questo provvedimento è dettato dall’esigenza di risolvere situazioni particolari e non porta ad alcun miglioramento dell’efficienza del processo”.

Le opposizioni reagiscono. Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd al Senato, chiede al neoministro della Giustizia Nitto Palma di presentarsi in Aula per spiegare il perché di una simile accelerazione. “Assolutamente ingiustificata – afferma l’esponente dei democratici – non si spiega se non con la necessità di salvare il presidente del Consiglio da uno dei suoi tanti processi. È una cosa inaccettabile. E tutto questo avviene nel silenzio più totale e nel totale asservimento della Lega ai bisogni del presidente del Consiglio”. Finocchiaro denuncia soprattutto l’infelice tempistica del provvedimento parlando di “maggioranza di irresponsabili”, “in una situazione del Paese gravissima, testimoniata anche oggi dalle notizie sulla Borsa in cui servirebbe un clima politico positivo e costruttivo”.

“Vergogna”, afferma il presidente dei democratici Rosy Bindi, puntando il dito contro “un’altra fiducia per approvare l’ennesima norma ad personam” da parte di “un governo sfiduciato dagli italiani, bocciato dalle parti sociali e dai mercati, incapace di affrontare le vere emergenze dell’Italia”. “E mentre i giornali del premier – prosegue Bindi – si scatenano contro la casta, si umilia il Parlamento, si aggirano la Costituzione e i richiami del presidente della Repubblica a un corretto rapporto tra le istituzioni”

E’ un governo “distaccato paurosamente dai problemi veri del Paese”, attacca il leader Udc Pier Ferdinando Casini. “Noi chiediamo al governo di occuparsi non dei processi lunghi o brevi, ma di impegnarsi per dare ossigeno vero all’economia italiana con un provvedimento per la crescita”. Francesco Rutelli, leader di Alleanza per l’Italia, nel suo intervento al Senato ricorda l’atteggiamento delle opposizioni sulla manovra economica, sul dl di rifinanziamento delle missioni all’estero, improntato al “senso di responsabilità, al senso delle istituzioni, al sentimento di coesione nazionale”. La risposta del governo, denuncia Rutelli, è la fiducia “sull’ennesima leggina ad personam”. E di fronte a questo, si chiede il leader di Api, “nessuno dalla maggioranza si alza per dire ‘torniamo alle priorità’, parliamo della crisi, dello spread tornato a livelli altissimi, delle riforme necessarie al Paese?”.

Per l’Italia dei Valori, la senatrice Patrizia Bugnano entra nel merito denunciando come in Commissione sia stato “stravolto il condivisibile testo licenziato dalla Camera”. “L’emendamento Mugnai – spiega – stravolge la ratio dell’art. 238-bis del Codice di procedura penale rendendo di fatto illimitata la durata del processo. La norma così modificata, per giunta, si potrà applicare ai processi che, pure iniziati, non si siano ancora conclusi in primo grado. La Corte Costituzionale, nel 2009, ha evidenziato come la tutela delle parti sia già garantita dall’attuale sistema procedurale. Allora, non sarà che l’interesse che si persegue con il ddl sul processo lungo è quello di fornire a un unico imputato lo strumento per affossare il suo processo e sferrare alla giustizia l’ennesimo colpo, forse mortale? Per caso quest’unico cittadino si chiama Silvio Berlusconi e il processo in questione è, magari, quello Mills?”.

Antonio Di Pietro chiama in causa direttamente Palma che “nel suo primo giorno da ministro si è reso complice di azioni a tutela della criminalità e non della giustizia”. “Queste norme – sottolinea il leader Idv – permettono a Berlusconi di aggiustare i suoi processi e impediscono alla giustizia italiana di funzionare”. E richiama l’attenzione anche sul fatto che attraverso il ddl viene colpita la norma varata all’indomani della strage di Capaci con la quale veniva fatta salva l’acquisizione delle sentenze definitive, “di modo che, anche nei processi di mafia, si potrà riaprire all’infinito la lista dei testimoni. Di fronte a tale scelleratezza non resta che la mobilitazione di massa, costi quel che costi”.

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Governo, fiducia su processo lungo. Il Pd: «Irresponsabili»

Il governo ha posto la fiducia sul ddl del ‘processo lungo’. Lo ha annunciato il ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito nell’Aula del Senato al termine della discussione generale sul provvedimento. La seduta è stata immediatamente sospesa per consentire la riunione della Conferenza dei Capigruppo di palazzo Madama.

«Se il governo si assume la grave resopnsabilità di mettere la fiducia su un provvedimento di natura parlamentare come quello sul processo lungo, è necessario che il neoministro della Giustizia Nitto Palma venga subito in Senato a spiegare il perchè. Una decisione del genere, assolutamente ingiustificata, non si spiega se non con la necessità di salvare il Presidente del Consiglio da uno dei suoi tanti processi. È una cosa inaccettabile. E tutto questo avviene nel silenzio più totale e nel totale asservimento della Lega ai bisogni del Presidente del Consiglio, Berlusconi». Lo afferma la Presidente dei senatori del Pd Anna Finocchiaro. E continua: «In una situazione del Paese gravissima, testimoniata anche oggi dalle notizie sulla Borsa in cui servirebbe un clima politico positivo e costruttivo, ci troviamo invece di fronte a un governo e una maggioranza di irresponsabili che, per gli interessi di un premier disperato, ancora una volta umiliano il Parlamento, la Giustizia, il nostro Paese».

Anche il presidente della Repubblica è intervenuto sul tema della giustizia: «La questione del sovraffollamento nelle carceri è un tema di prepotente urgenza sul piano costituzionale e civile», ha dichiarato il capo dello Stato intervenendo al convegno organizzato da Marco Pannella e dai Radicali sul tema delle carceri, che si svolge a Palazzo Giustiniani.

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