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"Dalla Domus Aurea al Colosseo è un bollettino di guerra", di Luca del Fra

L’emergenza archeologia sembra un piccolo Vietnam… E il sottosegretario ai Beni culturali Francesco Giro conferma che la soprintendenza ai beni archeologi di Romaperderà 5 milioni di euro.
Martedì 26 luglio, Soriano del Cimino ( Viterbo), unacooperativa di archeologhi porta alla luce una montagna sacra, vale a dire un luogo di culto del 1000 avanti Cristo: lo scavo è per lo più a loro spese. Mercoledì 27 luglio ore 9.30,unadelegazione del Pd prende visione dello stato della Domus Aurea accompagnata da archeologi, restauratori, ingegneri e dal commissario Marchetti. Due ore dopo l’Idv davanti al Colosseo lancia un pesante j’accuse sulla sponsorizzazione di Della Valle per il restauro del grande anfiteatro; nel frattempo il sottosegretario ai Beni Culturali Francesco Giro (Pdl) conferma: la soprintendenza ai beni archeologici di Roma perderà 5 milioni di euro, a favore del Polo Museale di Napoli oramai vicino alla bancarotta. Domani sciopero generale del personale scientifico del Ministero dei Beni Culturali contro il taglio delle missioni. Sembra un bollettino di guerra, invece è l’emergenza archeologia, piccolo Vietnam nel complesso della emergenza cultura divenuta negli ultimi anni una squallida normalità.
I fatti delle ultime ore permettono di seguire l’intera filiera del disastro. La storia della Montagna sacra è esemplare: lavori finanziati
nel 2009 quando la provincia di Viterbo era al centrosinistra, definanziati quando lo stesso ente è passato al centrodestra, ma continuati grazie al lavoro volontario degli archeologi della cooperativa MetMetris 96 in collaborazione con l’Università la Sapienza. Finito lo scavo si porrà il problema di trovare le risorse e le intelligenze per preservare un ritrovamento prezioso e raro.
«Di casi del genere è piena l’Italia» –spiega Matteo Orfini, coordinatore del settore Cultura del Pd, mentre si avvia al sopralluogo della Domus Aurea celeberrima ma non per questo non in pericolo: chiusa dal 2006 per le infiltrazioni e i cedimenti,commissariata per urgenza di lavori nel 2007, dopo il crollo di una galleria lo scorso anno la reggia di Nerone sembrava destinata a un restauro pesantissimo con ascensori, musei pensili, pali di metallo infitti nelle mura. Dopo il grido d’allarme dei giorni scorsi del Pd sembra prevalere un’altra linea: prima di tutto i lavori di sbancamento e consolidamento dell’area: «Siamo orientati a creare una intercapedine che protegga la Domus dalle infiltrazioni d’acqua sostenuta non da pali, ma da sostegni di metallo –spiega l’ingegner strutturista Croci che segue il progetto– . La soluzione sarà definita solo quando, tolta la terra che pesa sul tetto, avremo un quadro completo». Sempre perplesso il senatore del Pd Marcucci:
«Abbiamoconstatato che i problemi sono tantissimi e di non facile e rapida soluzione». Istigato dai giornalisti ci scherza sopra il commissario Marchetti: «Forse avete ragione, la Domus finita la vedranno i nostri nipoti». Per Orfini è motivo di tranquillità «che la situazione sia tornata saldamente nelle mani di archeologi, restauratori e ingegneri, piuttosto che in quelle della politica degli annunci». Tuttavia, conclude Orfini «dopo anni di commissariamento i lavori sono molto indietro e né il governo né il comune di Roma sembrano voler affrontare il problema con decisione».
L’Idv sulla sponsorizzazione di Della Valle per il restauro del Colosseo va giù pesante: Massimo Donadi capogruppo alla camera e GiuliaRodano consigliere regionale promuovono una interrogazione parlamentare per sapere come sia stato assegnato questo contratto, mettono in dubbio che si tratti di sponsorizzazione e la definiscono un contratto commerciale con tutti i rischi di commercializzazione, si chiedono a chi andrannoi servizi aggiuntivi –biglietteria, punto ristoro, ecc. E puntano il dito sul valore della sponsorizzazione: 25 milioni per il Colosseo? Pochissimi, e rilanciano la domanda alla Corte dei Conti. Osservazioni forse non nuove, che aprono a una ulteriore domanda: dopo vent’anni di litania sull’intervento dei privati possibile il Governo non abbia ancora gli strumenti per definire il valore di una sponsorizzazione? E ci sarà lo sciopero generale del personale tecnico scientifico del ministero? Vale a dire di archeologi, restauratori, architetti, ingegneri cui è affidato il controllo del nostro patrimonio, oramai impossibilitati a svolgerlo per il taglio dei finanziamenti alle missioni. Nella serata di ieri infuriavano le trattative tra il ministro Galan e i sindacati. Trattative aperte solo all’ultimo minuto, ennesimo, preclaro esempio della quotidiana emergenza archeologia.

L’Unità 28.07.11

"La questione morale", intervista a Enrico Berlinguer di Eugenio Scalfari (1981)

«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia».La passione è finita?
Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ‘74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio…

…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

La Repubblica 28 luglio 1981

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“La sinistra la morale e la diversità perduta”, di Eugenio Scalfari

Il 28 luglio del 1981 Repubblica pubblicò una lunga intervista con Enrico Berlinguer. Il tema era la questione morale.
Non era la prima volta che il nostro giornale affrontava quell´argomento; gli antecedenti rimontavano a prima della fondazione di Repubblica; la questione morale era stata uno degli elementi fondanti dell´Espresso fin dai suoi primi numeri, con l´inchiesta di Manlio Cancogni sul “sacco di Roma” dei palazzinari in combutta con le grandi società immobiliari e con il Comune. Erano seguite le inchieste sulle frodi alimentari di Gianni Corbi e Livio Zanetti e molte altre fino alla lunga polemica sull´Eni, su Eugenio Cefis e sulla “razza padrona” dei boiardi di Stato.
Per il Partito comunista invece era la prima volta. La questione morale contro i “forchettoni” della Democrazia cristiana faceva parte dello scontro politico-elettorale e veniva ritorta contro il Pci con le impiccagioni di Praga e i rubli che il Partito comunista sovietico inviava regolarmente a quello italiano. Ma non investiva il rapporto tra i partiti e lo Stato.
A quell´epoca del resto non esisteva ancora il finanziamento pubblico dei partiti. Il Pci, oltre che sul tesseramento e sulle “Feste dell´Unità”, era appoggiato finanziariamente al Pcus, la Dc e i partiti di governo dalla Confindustria, dai grandi enti pubblici (Eni, Iri, Enel) ed anche da alcune “agenzie” americane.
Questa era la situazione quando Berlinguer affrontò il tema da un punto di vista del tutto nuovo.
L´incontro avvenne due giorni prima della pubblicazione. A quel colloquio, che durò tre ore e mezza, era presente Tonino Tatò, portavoce e principale collaboratore del segretario.

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Il punto centrale dell´intervista fu questa frase di Berlinguer: «La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell´amministrazione, bisogna scovarli, denunciarli e metterli in galera. La questione morale nell´Italia di oggi fa tutt´uno con l´occupazione dello Stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt´uno con la guerra per bande e con i metodi di governo di costoro».
E più oltre: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali. Oggi c´è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito. Tutto è lottizzato e spartito. Tutte le operazioni che le diverse istituzioni sono chiamate a compiere sono viste prevalentemente in funzione dell´interesse di partito e di corrente e del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se procura vantaggi di clientela, un´autorizzazione viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un´attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi. La situazione è drammatica».
La citazione è lunga ma necessaria. Essa formula la diagnosi del leader comunista sullo stato del Paese e indica la terapia: i partiti debbono ritirarsi dalle istituzioni e tornare alla loro funzione costituzionalmente indicata di centri di aggregazione del consenso popolare. Questo e non altro era il compito che Berlinguer auspicava ai partiti, a cominciare dal proprio.
In quegli stessi mesi, in coincidenza con quell´intervista, Bruno Visentini lanciò dalle colonne di Repubblica il progetto di sottrarre la formazione dei governi alle segreterie dei partiti, affidando la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri al Capo dello Stato come prevede la Costituzione ma come non era mai sostanzialmente avvenuto. Ma la proposta cadde nel vuoto e non fu mai raccolta salvo che dal governo Ciampi del 1992, undici anni dopo quest´intervista.
A rivisitarla oggi si arriva alla conclusione che la terapia abbia funzionato ben poco ed anzi che il malanno diagnosticato da Berlinguer e poi colpito dall´azione della magistratura negli anni dal ‘92 al ‘94, si sia ulteriormente aggravato. Se tanti anni fa la corruzione andava a vantaggio dei partiti e delle correnti, oggi va a vantaggio di semplici individui. C´è stata cioè una personalizzazione della corruzione che emana dal vertice del potere esecutivo con l´acquiescenza di quello legislativo e le leggi “ad personam”. Il resto viene da sé a cascata, con la creazione di un´immensa clientela che partecipa alla spartizione del bottino attraverso il sopruso sul più debole. A qualunque livello della piramide sociale c´è sempre un più forte e un più debole. Il sopruso subito viene trasferito al livello sottostante.
La reazione che ne risulta sbocca nell´antipolitica ed è una reazione malata, anarcoide e aperte a tutte le tentazioni. Il più delle volte l´antipolitica produce forme di tirannia, non importa di quale colore si ammanti. Di destra o di sinistra, il colore d´una tirannia è posticcio. La sostanza è la provocazione, il sopruso, l´abolizione dei diritti e – se necessario – delle libertà private. La libertà pubblica è già stata soppressa.
Questo è l´itinerario inevitabile dell´antipolitica. È molto rara nella storia un´eccezione a questo percorso.

* * *
L´intervista con Berlinguer sulla questione morale provocò alcune domande che sussistono tuttora. Fino a che punto il Pci era esente dal male che il suo leader denunciava? In che modo doveva avvenire il ritiro dei partiti dalle istituzioni? Le attuali forze di centrosinistra sono esenti dal malaffare che ha continuato a contaminare il centrodestra?
La prima domanda noi la ponemmo a Berlinguer. Lui rispose che il suo partito non aveva partecipato al malaffare. Gli fu obiettato che, a causa della guerra fredda, il Pci non poteva accedere al governo nazionale, mancava quindi l´occasione e la tentazione del malaffare. Lui ammise che l´occasione di diventare ladri non c´era stata ed aveva quindi rappresentato in qualche modo una salvaguardia morale e auspicò con maggior forza la necessità di avviare il processo di disoccupazione delle istituzioni prima che la “diversità” comunista venisse a cadere.
Quella diversità è caduta da tempo, le occasioni e le tentazioni ci sono ormai sia a destra che a sinistra. Lo stesso Bersani l´ha riconosciuto. Ha chiesto al senatore Tedesco di dimettersi dal partito e dal Senato; è stato accontentato solo sul primo punto ma non sul secondo. Ha chiesto a Filippo Penati di dimettersi dalle cariche che occupa nella Regione lombarda. È stato accontentato, ma forse avrebbe dovuto chiedergli anche di sospendersi dal partito. Non lo ha fatto ma a nostro avviso dovrebbe farlo: la separazione tra chi è imputato di corruzione e il partito cui eventualmente appartiene non ha niente a che fare col garantismo. La presunzione di innocenza vale sul piano giudiziario ma non su quello politico.
Infine: quale itinerario può evitare il pericoloso scivolamento nell´antipolitica e bonificare democraticamente la contaminazione del malaffare? La risposta è semplice da dirsi e difficile ma non impossibile da attuarsi: il riformismo. Un riformismo di alto livello che cominci appunto con il ritiro dei partiti da tutte le istituzioni a cominciare dalla Rai.
Walter Veltroni propose già un anno fa quel ritiro, affidando la gestione dell´azienda ad un consiglio nominato dal Capo dello Stato, che scegliesse un consigliere delegato. La proposta andava nel senso giusto ma il Partito democratico non si pronunciò su di essa. È auspicabile che lo faccia ed estenda il ritiro a tutte le istituzioni.
Questo è l´inizio del riformismo, il quadro entro il quale le forze politiche possono e debbono operare per modernizzare il paese, affrontare la crisi economica, preservare l´equanimità. La legge elettorale completa il quadro perché, se ben fatta, restituisce al Parlamento la sua funzione di rappresentanza della sovranità popolare riscattandolo dalla soggezione in cui l´ha relegato la legge attuale.
Le forze del centrosinistra e il Pd che oggi ne rappresenta il perno possono e debbono aver l´ambizione di riformare il Paese intercettando il vento nuovo che si è manifestato da qualche mese. La collaborazione delle forze di centro è essenziale all´attuazione di questo percorso.
La destra risorgerà in una versione europea e repubblicana solo quando il berlusconismo sarà stato archiviato. Fino ad allora è inutile aspettarsi un rinnovamento che non ha spazio politico per esprimersi. Ci vorrebbe un Dino Grandi sia nel Pdl sia nella Lega, ma non c´è. Sinistra e centro imbocchino la strada del riformismo. Il resto verrà quando il popolo sovrano deciderà il suo destino.

La Repubblica 28.07.11

"Il bando salva-Fininvest", di Vinicio Peluffo

Per le emittenti locali si profilano momenti difficili. Sventata infatti la norma salva-Fininvest, che avrebbe bloccato il maxi-risarcimento pagato due giorni fa dall’azienda del premier alla Cir, dal governo arriva un altro regalo a Mediaset (pari alla metà della somma sborsata all’Ingegnere) ma a scapito delle tv locali. In autunno, infatti, sono previste due gare per l’assegnazione di frequenze digitali.
La prima è un’asta competitiva riservata agli operatori di telefonia mobile, la seconda un beauty contest per sei super-frequenze digitali: cioè sei cosiddetti multiplex verranno assegnati gratuitamente al concorrente con il punteggio più alto in una graduatoria di requisiti tecnici e commerciali.
Peccato, però, che si sia aperto il bando a tutti, certificando fin da ora la vittoria di Mediaset e Rai sugli editori emergenti. A ciò si aggiunga che i nove segnali, destinati a essere venduti all’incanto agli operatori di telecomunicazione (la base d’asta è di 300 milioni di euro ciascuno), sono al momento tutti occupati da emittenti locali, a cui sono stati assegnati solo sei mesi fa. Per loro il ministro Tremonti ha previsto una buonuscita quasi simbolica, 240 milioni di euro da suddividersi tra tutte. E ha inserito nella manovra correttiva, appena approvata, una norma che in caso di esproprio limita la possibilità delle tv di ricorrere alla giustizia amministrativa.
Se non saranno acquiescenti, la polizia interverrà a sequestrare e blindare gli impianti, con l’avvio di procedimenti penali con reclusione di tre anni, addebito di danni e interessi e privazione del risarcimento.
Una follia. In più, tutto questo, senza contare che sarà disattesa la legge italiana che prevede che un terzo delle frequenze digitali siano utilizzate dalle tv locali. La Ue ci chiede di aprire il mercato, non di introdurre ulteriori elementi distorsivi della libera concorrenza. Perciò, come già chiesto da Paolo Gentiloni, si tolga dal beauty contest il lotto di segnali che andrebbe in pasto agli editori dominanti e si assegnino le frequenze a quegli operatori locali costretti a liberare la banda per l’accesso a internet.
Sono una risorsa preziosa per l’informazione sul nostro territorio: i sacrifici non possono e non devono pesare solo su di loro.

da Europa Quotidiano 28.07.11

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“Frequenze digitali. Dal governo ancora un regalo a Mediaset”, di Roberto Brunelli

A settembre un’asta per sei «multiplex»: ne beneficieranno Rai e Biscione a spese delle televisioni locali. Tremonti s’inventa una norma che blocca i ricorsi al Tar. Peluffo: «Chi non ci sta si vedrà arrivare la polizia». L’eterno Natale di Mediaset porterà ad una strage
digitale. Una strage di tv locali, per la precisione, che subiranno
quello che si configura come un vero e proprio esproprio di frequenze televisive. Non solo. Alle emittenti verrà negato il diritto di ricorrere alla giustizia amministrativa: chi si ribella, si troverà in casa la polizia, con la prospettiva di tre anni di carcere. Autore di questa nuova trovata «ad aziendam» il ministro Paolo Romani, con un meccanismo che de facto risarcisce l’azienda del premier del maxi- risarcimento dovuto alla Cir di De Benedetti con un cadeau da
300milioni di euro, il tutto a scapito dell’emittenza locale. Il meccanismo è semplice (e, a suo modo, feroce): a settembre si terranno due gare per l’ulteriore assegnazione di frequenze digitali, di cui la prima riservata agli operatori di telefonia mobile, mentre la seconda è un beauty contest (cioé un “concorso di bellezza” al posto di un’asta competitiva) per sei super frequenze digitali, in grado di
trasportare ciascuna sei canali televisivi. In pratica, saranno i concorrenti dai punteggi più alti per quel che concerne requisiti tecnici e commerciali ad accaparrarsi (gratuitamente) l’ambito premio: è del tutto evidente che si tratterà di Mediaset e Rai.
«A scapito degli editori emergenti», rileva il deputato Pd Vinicio
Peluffo, membro della commissione di vigilanza Rai. Che mette il dito nella piaga: «Le tv locali sono beffate due volte: i nove segnali destinati a essere venduti all’asta agli operatori di telecomunicazione erano stati assegnati alle tv locali solo sei mesi fa. Un regalo che vale 300 milioni. Pari alla metà della somma pagata all’Ingegner De Benedetti».
FORZE DELL’ORDINE
A fronte dell’esproprio, il ministro Giulio Tremonti – in un’ottima concertazione interna all’esecutivo – ha previsto un indennizzo che Peluffo definisce «poco più che simbolico», ossia 240 milioni da suddividersi tra tutti. E nell’ultimamanovra appena varata il responsabile dell’economia ha pure inserito una norma che blocca la possibilità delle tv di ricorrere al Tar: «E se non saranno acquiescenti – spiega Peluffo – la polizia interverrà a blindare gli impianti, con l’avvio di procedimenti npenali con reclusione di tre anni, addebito di danni e interessi nonché privazione del risarcimento. Una follia. Praticamente non si trattano così nemmeno gli squatter». Appunto.
Ora, secondo le associazioni di settore l’esproprio riguarderebbe circa 200 emittenti. Le quali, nel loro complesso, sono già duramente segnate dal passaggio alle meraviglie del digitale terrestre. La promessa era stata quella di più spazio per tutti, con la magnifica prospettivab di maggiore pluralismo. Figurarsi: Rai e Mediaset hanno occupato l’occupabile, le tv locali sono state spinte nel fondo più buio della galassia digitale, più o meno alle cifre triple del vostro telecomando. Con un conseguente calo di ascolti e, in sovrappiù, una vistosa flessione dei fatturati pubblicitari, fagocitati pur’essi da Publitalia: che, avendo molto più spazio da offrire, spalmato su più canali, evidentemente ha allargato la sua concorrenza agli ambiti che finora erano di pertinenza delle private.
Unastoria di straordinaria sopraffazione. Dove ha un suo ruolo anche un ulteriore convitato di pietra: la legge italiana, che stabilisce con chiarezza che un terzo delle frequenze digitali debbano essere destinate alle tv locali. Peluffo ride amaro: «Certo, è ovvio che così siapra la strada ad una caterva di ricorsi, perché siamo di fronte ad un vero e proprio mostro giuridico. Un’ennesima dimostrazione del conflitto d’interessi e del provincialismo italiano in campo televisivo, a fronte di un’Europa che ogni giorno ci chiede di aprire il mercato, non certo di introdurre ulteriori elementi distorsivi della libera concorrenza. Per questo, come già avanzato da Paolo Gentiloni, chiediamo al governo di assegnare queste frequenze agli operatori locali, già costretti a liberare la banda destinata all’accesso a Internet».
Chissà se Paolo Romani si ricorda dei bei tempi in cui gestiva Tvl Radiotelevisione Libera, la seconda emittente libera d’Italia, e poi quando, dal 1976 al 1985 fu il direttore generale di Rete A, o quando, dopo esser passato da Telelombardia, finì a dirigere Lombardia7 fino al 1995. Oggi, che spesso viene accusato di essere un po’ troppo vicino agli interessi di Mediaset, fa parlare di sé come aspirante strangolatore delle tv libere. Che dire: forse è solo la malattia senile del berlusconismo.

L’Unità 28.07.11

"Quel che Tremonti non ha detto", di Sergio Romano

I pagamenti in nero sono il male oscuro dell’economia nazionale. Quanti italiani possono affermare di non avere mai ceduto alla tentazione, magari per spese modeste e cose di poco conto? Quanti possono lanciare la prima pietra senza peccare d’ipocrisia? Ma la colpa è molto più grave se attribuita a persone che hanno l’obbligo istituzionale di esigere correttezza fiscale, di fissare le regole e di punire coloro che non le osservano. Temo che il caso del ministro dell’Economia, se i sospetti delle scorse ore sui pagamenti effettuati per l’affitto del suo appartamento romano avessero qualche fondamento, apparterrebbe a questa categoria. Giulio Tremonti è stato in questi anni il custode dei conti pubblici, il cane mastino della finanza nazionale. Ha esercitato le sue funzioni con un rigore e una tenacia che hanno suscitato l’approvazione di Bruxelles e contribuito alla credibilità dell’Italia nelle maggiori istituzioni internazionali. Alcuni colleghi di governo lo accusano di averlo fatto con criteri automatici (i «tagli lineari» ) che non tengono alcun conto delle differenze che certamente esistono fra i diversi contribuenti e i diversi organi pubblici colpiti dalla stretta fiscale. Ma chiunque abbia la benché minima familiarità con le abitudini politiche nazionali sa che cosa accade quando un progetto di legge finanziaria diventa materia di negoziati estenuanti e di ritocchi progressivi. Può darsi che Tremonti abbia messo nell’operazione alcuni tratti del suo «cattivo carattere» e una certa dose di narcisismo intellettuale. Ma nessun osservatore in buona fede può dimenticare quali sarebbero in questo momento le condizioni della finanza italiana sui mercati internazionali se la sua volontà non avesse prevalso. Il suo stile, tuttavia, gli ha creato nemici a cui non spiacerà sostenere, nei prossimi giorni, che anche il cerbero dei conti pubblici ha il suo tallone d’Achille. Il caso del ministro che paga in nero per un appartamento forse addirittura al centro di un’imbrogliata vicenda di favori e appalti rischia di diventare l’arma preferita dei suoi avversari. Qualcuno potrebbe persino sostenere che Tremonti è il nostro Murdoch. Se il magnate della stampa anglo-americana pretende di censurare i governi dall’alto della sua cattedra, ma compra le notizie corrompendo la polizia e intercettando le telefonate della gente, che cosa dire di un ministro dell’Economia e delle Finanze che pretende di tassare i suoi connazionali, ma accorda a se stesso un trattamento di favore? Tremonti dovrebbe rompere la spirale dei sospetti e parlare con franchezza ai suoi connazionali. Non deve permettere che questa infelice vicenda diventi l’ennesimo scandalo della vita pubblica nazionale e contribuisca ad accrescere la sfiducia del Paese per la sua classe politica. Ci dica che cosa è realmente accaduto e, se ha commesso un errore di giudizio o un peccato di distrazione, non tema di scusarsi pubblicamente. Lo faccia per se stesso e nell’interesse di un Paese che, soprattutto in questo momento, ha bisogno di un ministro dell’Economia serio e credibile.

Il Corriere della Sera 28.07.11

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“A Milanese 10 mila euro al mese per pagare la casa di Tremonti”, di CARLO BONINI e MARIA ELENA VINCENZI

Le rivelazioni dell´imprenditore Di Lernia nell´inchiesta Enav. Cola mi disse che Milanese parlava così: “Proietti mi dà solo 10 mila euro al mese per pagare l´affitto a Tremonti”. Tremonti voleva Cattaneo a Finmeccanica. Ma Cola gli mostrò le sue porcate e fu confermato Guarguaglini. Dal carcere, dove è precipitato con l´accusa di corruzione nell´inchiesta sugli appalti Enav e finanziamento illecito per aver acquistato lo yacht da 24 piedi di Marco Milanese, un uomo racconta a verbale una «verità de relato» capace, se riscontrata, di travolgere il ministro dell´Economia Giulio Tremonti. L´uomo è Tommaso Di Lernia (nel giro, lo chiamano “er cowboy”). È un ex muratore che si è fatto imprenditore edile e che si trova al crocevia di tre vicende annodate tra loro: Finmeccanica, gli appalti Enav, i rapporti incestuosi tra l´ex consigliere politico del ministro e imprenditori corrotti. Il suo racconto svela tre circostanze. La prima: l´affitto della casa abitata dal ministro in via di Campo Marzio, era pagato non da Marco Milanese ma da un imprenditore, Angelo Proietti, che in cambio avrebbe ricevuto subappalti in Enav. Lo stesso che quella casa aveva ristrutturato gratuitamente e che è oggi accusato di corruzione per gli appalti ottenuti dalla sua impresa, la “Edilars”, con Sogei (società pubblica partecipata al 100 per cento dal Tesoro). La seconda: Tremonti venne ricattato da Lorenzo Cola, uomo del Presidente di Finmeccanica, perché fosse costretto a riconfermare Pierfrancesco Guarguaglini al vertice della holding e la pressione decisiva fu il “dossier” che Cola aveva sulla compravendita della barca di Milanese, sull´affitto della casa, e «sulle sue altre porcate». La terza: Di Lernia chiese a Milanese una pressione sull´Agenzia delle Entrate perché ammorbidisse la verifica sulla sua società “Print Sistem”.
«Ho deciso di parlare»
Il verbale, dunque. È l´11 luglio e alle 13 e 10, nel carcere di Regina Coeli, Di Lernia compare di fronte al gip Anna Maria Fattori per il suo interrogatorio di garanzia. Di Lernia è accusato di corruzione e frode fiscale nell´inchiesta condotta dai pm Paolo Ielo e Giancarlo Capaldo sugli appalti Enav. Nella ricostruzione dell´accusa, la sua società, la “Print sistem” è infatti lo snodo cruciale del Sistema di appalti e corruzione con cui, attraverso un gioco di sovrafatturazioni, la “Selex Sistemi integrati” (Finmeccanica) di Marina Grossi, per la quale Di Lernia lavora in subappalto, è riuscita a creare fondi neri necessari a corrompere il management dell´Ente e i suoi referenti politici. Ma l´11 luglio, Di Lernia ha un nuovo problema. Una seconda ordinanza di custodia cautelare, chiesta e ottenuta dal pm Ielo, lo accusa di aver acquistato nel 2010 lo yacht di Marco Milanese a condizioni capestro che ne svelano le vere ragioni. Convincere l´allora consigliere politico di Tremonti a pilotare la nomina di Fabrizio Testa al vertice di Technosky (società di Enav). È una nuova mazzata che convince Di Lernia a uscire dal suo silenzio. A scrivere e consegnare al magistrato che lo interroga un memoriale (che gli guadagnerà, di lì a qualche giorno, gli arresti domiciliari). «L´indagato – annota il gip – acconsente a rispondere alle domande, consultando degli appunti che vengono sottoscritti e allegati al presente verbale».
«Milanese, Proietti,
la casa di Tremonti»
Di Lernia conferma di aver acquistato lo yacht di Milanese. Le ragioni per cui l´operazione si fece: risolvere un problema al consigliere del ministro, piazzare Testa in “Technosky”. Ma, spiega, la sua non fu una scelta, ma l´obbedienza dovuta a un uomo cui doveva tutto: Lorenzo Cola, il “facilitatore” di Pierfrancesco Guarguaglini, che, per conto di Finmeccanica, governa appalti e subappalti in Enav. «Cola – dice Di Lernia – non mi volle dire chi era il proprietario della barca. Mi disse solo che l´ordine era arrivato dal Palazzo, intendendo Finmeccanica nella persona del Presidente, e dunque che non mi sarei potuto sottrarre. A Cola non si poteva dire di no, e quindi gli chiesi dove avrei dovuto prendere il milione e mezzo di euro per l´acquisto della barca. Lui mi rispose: “Tirali fuori dagli utili che hai dal lavoro che ti diamo”». Quando Di Lernia scopre che il venditore è Marco Milanese, il nome non gli dice nulla. «Confesso la mia stupidità. Poi, tempo dopo, di Milanese mi parlò Cola. Mi disse che era uno che “capiva poco” e “mangiava tanto”. Che era “un problema per Tremonti”, una sorta di inconveniente imbarazzante». Di Lernia impara a conoscere Milanese, ma, soprattutto ne afferra un segreto. «Sentii parlare di Milanese da Guido Pugliesi, amministratore delegato di Enav. Mi disse che era stanco delle pressioni di Milanese per Testa a “Technosky”, ma mi chiese contestualmente di dare lavoro a un certo Angelo Proietti per i subappalti all´aeroporto di Palermo, un lavoro per il quale Cola aveva già deciso che l´affidamento fosse dato alla “Electron”, del gruppo Finmeccanica, e al sottoscritto».
Perché far lavorare questo Angelo Proietti e la sua “Edilars” nei subappalti Enav? Di Lernia non se lo spiega. Ne chiede conto a Cola. «Mi disse che di Proietti gli aveva parlato Milanese, descrivendolo con queste parole: “È il tipo che mi dà solo 10 mila euro al mese per pagare l´affitto a Tremonti”. Aggiunse di dire a Pugliesi di stare tranquillo perché lo avrebbe fatto chiamare da Milanese e comunque aggiunse che, in un immediato futuro, Selex avrebbe dato a Proietti dei lavori a Milano».
Il ricatto a Tremonti. «Un blitz
per ricordargli le porcate»
A giugno del 2010, accade dell´altro. «Mi chiamò Cola e mi spiegò di essere dispiaciuto per avermi fatto acquistare la barca. Mi disse: “Quel verme di Milanese sta sostenendo la candidatura di Flavio Cattaneo a Finmeccanica, invece di Guarguaglini. In più, ho saputo che ha fatto delle estorsioni a delle persone a Napoli. E Tremonti non risponde al telefono a Guarguaglini”». A Di Lernia, Cola confida qualcosa di più, che è pronto a usare anche la storia della “barca” e della casa per vincere la partita su Finmeccanica: «Cola aggiunse che questa storia non la mandava giù e dunque avrebbe organizzato un blitz dal ministro (Tremonti) per mostrargli l´evidenza e la portata delle porcate commesse da lui e dai suoi consiglieri. Che di sicuro avrebbe cambiato idea sui vertici di Finmeccanica. Tanto è vero che poco tempo dopo, Milanese mi fece sapere per il tramite di Testa che Guarguaglini sarebbe stato riconfermato. E fu Cola, poi, a dirmi che il blitz era andato a segno».
«Ammorbidire
l´accertamento fiscale».
Di Lernia incontra Proietti nell´estate 2010 perché, dopo l´arresto di Cola (8 luglio), è diventato lui il suo “canale” con Milanese. Una prima volta lo incrocia in Enav, nell´ufficio di Pugliesi, che lo convoca per sollecitarlo «a chiudere l´acquisto della barca». Una seconda volta, in piazza del Parlamento, per risolvere un suo “problema”. «Portai a Proietti un incartamento riguardante un accertamento dell´Agenzia delle Entrate per il 2005. Gli dissi che volevo “una parola buona” con l´Agenzia, di cui temevo l´accanimento. Tre giorni dopo, Proietti mi diede appuntamento in piazza del Parlamento e mi disse di stare tranquillo perché Milanese aveva interceduto con Attilio Befera (direttore dell´Agenzia)». Ma, a dire di Di Lernia, in senso opposto. «Mi hanno fatto una multa di 18 milioni di euro. Roba carnevalesca. Milanese deve essere intervenuto al contrario, proprio per dimostrare che non esistevano connessioni».

La Repubblica 28.07.11

"Destra, uguaglianza e omofobia", di Carlo Galli

Vi sono numerosi significati politici nella decisione del Parlamento – espressa a maggioranza, in una votazione che ha visto l´opposizione spaccarsi e l´Udc, com´era prevedibile, accogliere l´opinione della destra – che sia giusto non considerare l´omofobia l´aggravante di un reato (non si dice neppure un reato in sé), poiché una tutela speciale per gli omosessuali colpiti da violenza non sarebbe costituzionale, e violerebbe il principio di uguaglianza, cardine della politica moderna e della Costituzione repubblicana.
È questo pathos per l´uguaglianza a suonare falso, stonato. Infatti, la destra non ama l´uguaglianza. Lo dimostra con le manovre inique – che tolgono ai poveri e al ceto medio per non toccare i ricchi (in Italia come negli Usa), e che colpiscono il pubblico impiego in misura nettamente superiore agli altri gruppi sociali; lo dimostra nella ricerca, ossessivamente iterata, della diversità davanti alla legge, a favore dei politici in generale e dei membri del governo in particolare (fino al ridicolo di votare la ministerialità di privatissimi reati ascritti al capo del governo); lo dimostra con il pugno di ferro contro irregolari, clandestini e altre categorie debolissime; con la difesa a oltranza dei più svariati corporativismi; col privilegiare ideologicamente la “famiglia” tradizionale rispetto a ogni altra libera unione. Anzi, chi propugna l´uguaglianza davanti alla legge, chi si scandalizza per preferenze e privilegi – personali o di casta – è tacciato di “relativismo morale”, di “giustizialismo” o anche (crimine orrendo) di “giacobinismo”. Per chi vuole l´uguaglianza sociale, o almeno un po´ di welfare, poi, è pronta l´accusa di “comunismo”.
Eppure, in alcune circostanze, dell´uguaglianza la destra è strenua fautrice. Quando si tratta di togliere autonomia a categorie potenzialmente scomode – ai magistrati come ai professori universitari – ; quando si tratta di operare tagli “lineari” ai bilanci dei ministeri (interventi che trattano in modo uguale ciò che è diseguale, e che esigerebbe discernimento e non ottusità) – ; quando si tratta di togliere ai deboli qualche superstite protezione; allora è “cieca alle differenze”, allora è implacabile come la Nemesi. E unisce la Spada alla Bilancia, il rigore all´imparzialità, come la dea della Giustizia. Tutti uguali davanti alla Maestà della Legge devono essere i cittadini; nessun privilegio; nessuna speciale guarentigia!
In realtà, i conti tornano: non c´è sorpresa né contraddizione. Ci sono soltanto i consueti paradossi della destra, che ne costituiscono l´essenza profonda. Lasciare che i diversi restino diversi, che gli svantaggiati restino svantaggiati, che i discriminati restino discriminati; non correggere col favore lo sfavore; non controbilanciare lo sbilanciamento; non vedere il pregiudizio, considerarlo un´opinione privata e libera, e colpire semmai solo gli eventuali reati che esso genera, senza neppure considerarlo un´aggravante: questa è l´imparziale giustizia della destra; questa è la libertà che difende. La sua uguaglianza è disuguaglianza. Il suo ius è summa iniuria. La sua deferenza alla Costituzione – e al suo impegno a promuovere l´uguale dignità dei cittadini – del tutto strumentale: infatti, il consueto panorama civile e sociale di destra, fatto di burroni e di scoscendimenti, di strappi e di asperità, di differenze e privilegi, è del tutto confermato da questo preteso ugualitarismo. Ciò che sembra moderno – l´uguaglianza davanti alla legge – rafforza, non volendolo neppure vedere, l´eterno passato della discriminazione e della riprovazione sociale.
La verità è che l´ideale della destra non è l´uguaglianza ma la società organica e conformista, benché attraversata da differenze sociali; un ideale opposto a quello della democrazia pluralistica, in cui proprio le differenze sono politiche, prendono la parola, esigono diritti e riconoscimento. La verità è poi che la maggioranza del Parlamento degli inquisiti, e il suo governo fantasma, conservano una disperata vitalità: dall´interno del bunker vengono difese proprio le cause peggiori e più impresentabili. Dapprima, la legge fondamentalista sul testamento biologico, e ora questa ipocrita negazione di ciò che è sotto gli occhi di tutti: ovvero che l´omofobia esiste, che spinge a odiose violenze, e che il sistema giuridico non può ignorarne il potenziale di aggravamento, soggettivo e oggettivo, della violenza.
La verità, infine, è che la falsa e paradossale autonomia della politica – che fa sì che questa impegni la propria forza residua per lasciare che ciò che è storto resti storto, per confermare l´esistente o per assecondarne i difetti – è la più grave malattia del nostro Paese. Il quale ha bisogno di riconciliarsi con la politica, e lo potrà fare soltanto se questa interpreterà la propria autonomia in senso positivo, cioè non come ricerca di scappatoie interessate e furbizie ideologiche ma come piena assunzione di responsabilità davanti a una società che ha bisogno, urgente e radicale, di riforme.

La Repubblica 28.07.11

Parti sociali all’attacco “Un patto per crescere”, di Sergio Giovannini

Le parti sociali vanno all’attacco, chiedono «discontinuità» e misure concrete per evitare che il paese vada sott’acqua travolto dalla speculazione e dalle incertezze dell’Esecutivo. Sotto la spinta – in particolare – di Confindustria e della sua presidente Emma Marcegaglia, ieri pomeriggio, al termine di una nuova giornata difficile in Borsa, è stata diramata una nota congiunta firmata da tutte le principali associazioni imprenditoriali e sindacali del paese: oltre a Confindustria, Cgil, Cisl e Uil, l’Abi, l’Alleanza cooperative italiane (cui aderiscono Confcooperative, Lega Coop, Agci), la Cia, la Coldiretti, la Confagricoltura, la Confapi, Reteimprese italia (che raccoglie Confcommercio, Confartigianato, Cna, Casartigiani, Confesercenti), l’Ugl. Una nota da cui in serata il leader della Uil Luigi Angeletti si dissocia con un pizzico di polemica: non sono state accolte una serie di sue osservazioni e proposte di modifica, il testo è «troppo doroteo». Ma la sostanza non cambia: le parti sociali denunciano l’inazione del governo. Dieci giorni dopo l’approvazione della manovra straordinaria Berlusconi e Tremonti tacciono, e intanto sui mercati fioccano gli schiaffoni. Serve un recupero di credibilità per il paese, dicono: si può fare attraverso un patto sociale che comporti «discontinuità».«Guardiamo con preoccupazione al recente andamento dei mercati finanziari», esordisce la nota congiunta delle parti sociali. «Il mercato non sembra riconoscere la solidità dei fondamentali dell’Italia», scrivono insieme le associazioni di imprese, banche, cooperative, e i sindacati. «Siamo consapevoli che la fase che stiamo attraversando dipende solo in parte dalle condizioni di fondo dell’economia italiana ed è connessa a un problema europeo di fragilità dei Paesi periferici. A ciò si aggiungono i problemi di bilancio degli Stati Uniti». Ma, sottolinea la nota congiunta, «queste incertezze dei mercati si traducono per l’Italia nel deciso ampliamento degli spread sui titoli sovrani e nella penalizzazione dei valori di borsa. Ciò comporta un elevato onere di finanziamento del debito pubblico ed un aumento del costo del denaro per famiglie ed imprese». Per le parti sociali, «per evitare che la situazione italiana divenga insostenibile occorre ricreare immediatamente nel nostro Paese condizioni per ripristinare la normalità sui mercati finanziari con un immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori. A tal fine si rende necessario un Patto per la crescita che coinvolga tutte le parti sociali; serve una grande assunzione di responsabilità da parte di tutti e una discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita del Paese in grado di assicurare la sostenibilità del debito e la creazione di nuova occupazione».
Come detto, Luigi Angeletti dissocia la Uil: «è un comunicato che, in altri tempi,si sarebbe definito in puro stile doroteo». A parte le modifiche non accolte, per il segretario Uil si sarebbero dovute esplicitare le proposte concrete emerse ai tavoli sullo sviluppo avviati da mesi dalle parti sociali, un negoziato congelato dai casi Fiat e mai più ripreso. Dall’opposizione, come ovvio si plaude, a cominciare da Bersani che definisce il comunicato «un segnale di discontinuità». «Da molto tempo – dice da Parma il leader del Pd sto dicendo che non è solo una questione della politica: anche le parti sociali devono pronunciarsi perchè adesso e in prospettiva futura la situazione è molto critica per il nostro paese».Per Maurizio Zipponi, dell’Idv, l’appello «certifica l’incapacità del governo». In serata la risposta del minisro del Welfare Sacconi che minimizza: a sentir lui non si tratta di un attacco al governo: «le parti sociali non invocano conflittualità ma coesione per lo sviluppo».

La Stampa 28.07.11

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Camusso: “Paese depresso, ora una scossa”, di Luisa Grion

Tutti insieme perché la situazione è grave, la depressione che offusca il paese è «insopportabile» e la mancanza di credibilità all´interno e all´esterno esige «un´azione immediata, una svolta». Tutti insieme soprattutto perché ora «non c´è più tempo da perdere». Vedere la firma di Susanna Camusso, leader della Cgil; sotto un documento che chiede «discontinuità» con l´azione di governo, non stupisce nessuno. Ma questa volta il suo nome è in ampia e variegata compagnia.
Segretario Camusso, che effetto le fa questa marea di firme sotto un documento così critico?
«Mi dà il senso della gravità della situazione, una gravità di cui tutte le parti sociali sono consapevoli, ma di cui il governo non si rende conto, visto che ha ripreso a parlare d´altro. Ma mi fa anche pensare che se ci fossimo mossi assieme prima, se non si fosse subìto, accettato e aspettato tanto, non saremmo arrivati a questo».
Nella nota comune si parla di discontinuità. Cosa s´intende di preciso?
«In generale che le politiche finora seguite non vanno bene»
Tutto qui?
«È chiaro che, fosse stato per noi, saremmo stati più espliciti, non è da ora che chiediamo al governo di andarsene. La nota è frutto di una mediazione, ma dà il segnale di quanto sia grave e generalizzata la preoccupazione per questo quadro economico e sociale. Tutti quelli che hanno firmato il documento chiedono un patto per la crescita che non c´è. Come non c´è occupazione e nemmeno credibilità del paese. C´è solo il vuoto: Tremonti, dopo la manovra, è sparito dalla scena. E il governo che dice, che pensa delle azioni della Ue o delle conseguenze della situazione americana?».
D´accordo, ma tutti quelli che hanno firmato la nota pensano o no ad un governo tecnico?
«Su questo punto non c´è unità di vedute, le opinioni sono troppo differenti per fare un discorso collettivo che non è ancora maturato e non so se mai maturerà. Per ora c´è un forte spirito collettivo, la voglia di reagire alla depressione».
Cosa vi aspettate da questa presa di posizione comune?
«Se fossimo un paese normale con un governo normale questo documento aprirebbe un confronto sulle politiche per la crescita e, per quanto ci riguarda, per la ridistribuzione del reddito. Ma temo che paese e governo non siano normali».
E allora?
«Allora riapriremo noi l´agenda. Ci eravamo fermati sugli ammortizzatori sociali, ma riprenderemo il lavoro partendo dalle infrastrutture, dagli investimenti, dalla necessità di evitare la svendita di questo paese. Per quanto ci riguarda partiremo dalla manovra, che oltre a non aver tranquillizzato i mercati, è insopportabilmente depressiva e quindi inaccettabile».
Siete tutti d´accordo su questo giudizio?
«Non è messo nero su bianco, ma è così».

La Repubblica 28.07.11

"Buoni i risultati dei test Invalsi: bene il Nord, migliorano Puglia e Abruzzo", da Tuttoscuola

Ministero dell’Istruzione ha reso noti oggi i risultati delle prove, da cui emerge che sono andate “bene le scuole del Nord”, mentre al “Centro-Sud migliorano Puglia e Abruzzo”. Sono positivi i risultati dei test Invalsi 2011. Il ministero dell’Istruzione ha reso noti oggi i risultati delle prove, da cui emerge che sono andate “bene le scuole del Nord”, mentre al “Centro-Sud migliorano Puglia e Abruzzo”. Ci sono quindi “progressi nelle competenze di base in matematica”, con gli studenti che risultano “più abituati a prove standard: aumenta il numero di domande a cui i ragazzi rispondono”. Bisogna ricordare che gli esiti delle prove Invalsi sono elaborati su un campione di oltre 40 mila studenti, appartenenti a tutte le oltre 140 mila classi oggetto della valutazione. Le rilevazioni, svolte alla presenza di un osservatore esterno dell’Invalsi, hanno coinvolto quest’anno quasi 3 milioni di studenti e, per la prima volta, sono state affrontate anche nella scuola secondaria di II grado.

Nel I ciclo di istruzione è emersa “con chiarezza una sensibile riduzione delle mancate risposte, segno della progressiva abitudine degli studenti a misurarsi anche con prove standardizzate, elaborate in modo coerente con le Indicazioni nazionali dei diversi cicli di studio. Gli esiti positivi, inoltre, si riscontrano soprattutto nelle domande aperte dove i ragazzi devono fornire motivazioni e giustificazioni, mostrando di aver realmente compreso ciò che è stato loro richiesto”.

Per quanto riguarda gli insegnanti, “si conferma la riduzione dei fenomeni di cheating (comportamenti opportunistici) in alcune regioni del Mezzogiorno, con particolare riferimento alla Campania e alla Puglia. L’analisi degli esiti delle prove dimostra che i ragazzi, soprattutto in matematica, rispondono meglio alle domande in cui si fa riferimento a competenze di base, acquisite anche nei cicli precedenti, in cui sono chiari il senso del quesito e la competenza a cui esso si riferisce”.

I risultati delle prove della secondaria superiore “sono perfettamente coerenti con quelli delle rilevazioni OCSE-PISA che accertano competenze non strettamente collegate, come invece quelle Invalsi, al quadro degli ordinamenti scolastici nazionali. In coerenza con i dati Ocse si confermano progressivamente, nel passaggio dal primo al secondo ciclo, i fenomeni di ‘varianza tra scuole’, cioè le differenze nei risultati medi tra scuole e non all’interno della singola scuola, come invece sarebbe fisiologico. Si conferma in linea di massima una tripartizione dei livelli di risultato tra Nord, Centro e Sud, con un significativo trend di miglioramento però in Puglia e, in parte, anche in Abruzzo e Basilicata”.

In particolare nelle regioni settentrionali, “dove gli esiti delle prove sono in genere migliori, si riscontra una sostanziale equivalenza dei risultati di matematica tra i licei e gli istituti tecnici, che smentisce la presunta maggiore efficacia formativa dei licei rispetto all’istruzione tecnico-professionale. Questo risultato è particolarmente positivo perché le competenze in matematica sono più strettamente legate all’azione della scuola, rispetto a quelle linguistiche che risentono maggiormente dell’ambiente familiare di origine. Un risultato positivo, sempre nella scuola del primo ciclo, è il buon uso che i gli studenti dimostrano di saper fare del dizionario, strumento fondamentale per la padronanza scritta della lingua italiana”.

Inoltre, gli esiti complessivi delle prove della scuola secondaria superiore sono perfettamente coerenti con quanto è emerso dalle prove PISA 2009. Questo dato per il Ministero è la conferma della validità dei test proposti dall’Invalsi con la differenza, rispetto alle rilevazioni PISA, che fra qualche mese gli esiti saranno a disposizione di ciascuna scuola. In questo modo ogni singolo istituto potrà iniziare un percorso di analisi e di approfondimento.

Le prove Invalsi dell’anno scolastico 2010/2011 si sono svolte nelle prime settimane di maggio e si sono concluse il 20 giugno scorso con la prova nazionale nell’ambito dell’esame finale della scuola media. A partire dal 2008 l’Invalsi ha progressivamente realizzato il sistema di rilevazioni annuali nelle classi II e V della scuola primaria, nella I e III della secondaria di primo grado e, a partire da quest’anno, nella II classe della scuola secondaria di secondo grado. L’obiettivo è misurare i livelli di apprendimento in due ambiti cruciali per la formazione dei giovani: la comprensione della lettura e la matematica. Quest’anno le prove si sono svolte in tutte le scuole del Paese, statali e paritarie, coinvolgendo oltre 2.800.000 ragazzi.

A commento dei risultati, il ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini ha dichiarato: “Puntiamo con decisione sulla valutazione, così come nei migliori sistemi scolastici internazionali. È l’unico percorso in grado di modernizzare il nostro sistema scolastico. Un percorso lungo, ma necessario. Incoraggianti i dati che emergono da alcune regioni del Centro-Sud”.

da Tuttoscuola 20.07.11