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Borghezio: «Breivik? Condivisibile». La Lega chiede scusa alla Norvegia

Quelle espresse da Anders Behring Breivik «sono posizioni sicuramente condivisibili». Sono le parole shock dell’eurodeputato leghista Mario Borghezio, in un intervento alla trasmissione ‘La zanzarà di Radio24, secondo il quale «sostenere una necessità» di una «crociata» «è sacrosanto». Parole che scatenato il finimondo persino in casa Lega, al punto che spetta a al ministro Roberto Calderoli dire: «La Lega chiede scusa alla Norvegia».

Per Borghezio sono «buone alcune delle idee espresse» da Breivik «al netto della violenza, in qualche caso ottime». «Certo», insiste il leghista. «L’opposizione all’islam – continua – l’accusa all’Europa di essersi già arresa prima di combattere, sono cose che pensiamo in molti». Per Borghezio, che nel 2005 è stato condannato in via definitiva per l’incendio, nell’ambito di una ronda padana del luglio 2000, delle masserizie di alcuni immigrati che dormivano sotto un ponte a Torino, Breivik è «magari in buona fede». «Ho paura – spiega – che questo personaggio sicuramente esaltato sia stato strumentalizzato». Le sue, prosegue, «sono posizioni che collimano al cento per cento con molte delle posizioni che sono state prese da questi movimenti che ormai vincono le elezioni tutte le volte che si vota in Europa. Prendono sempre il 20%. Il che vuol dire che in Europa un 100 milioni di persone la pensano così». Perciò, conclude, «sostenere una necessità di una forte risposta cristiana, anche in termini di crociata contro questa deriva islamista, terrorista e fondamentalista della religione islamica e di questo progetto di conquista dell’Europa e del califfato in Europa è sacrosanto».

Borghezio non è nuovo a queste posizioni. Il 27 maggio scorso, commentando l’arresto del generale serbo Ratko Mladic’, accusato di genocidio e presunto responsabile del massacro di Srebrenica in cui persero la vita oltre 8.000 civili, aveva detto: «Non ho visto le prove, i patrioti sono patrioti e per me Mladic è un patriota. Quelle che gli rivolgono sono accuse politiche. Sarebbe bene fare processo equo, ma del Tribunale dell’Aja ho una fiducia di poco superiore allo zero».

Dopo le sconcertanti dichiarazioni di questa mattina, Borghezio è nuovamente tornato sull’argomento per puntualizzare: «Sono intervenuto perchè ho avuto come l’impressione che questa strage sia servita a qualcosa. Io non penso che lo squilibrato abbia agito con queste finalità, ma chiediamoci: come è possibile che uno così noto alla autorità possa girare così? Se noi facciamo due più due e capiamo che questa strage viene utilizzata per condannare posizioni come quelle di Oriana Fallaci, io non ci sto»:, è intervenuto a Radio Ies sulla strage di Oslo. «Non sono nella testa nello squilibrato di Oslo, ma i cristiani non devono essere bestie da sacrificare. Dobbiamo difenderli, questo è il mio messaggio. Ovviamente non con le modalità dallo squilibrato di Oslo, ma vanno difese», ha aggiunto. Borghezio ha poi parlato del suo rapporto con Roma e con l’Italia: «Io rappresento la Padania in Europa, non rappresento l’Italia. Sono secessionista, sono sempre stato votato solo da padani e in liste padane. Mi sento italiano? Mi sento padano, ma ho la carta d’identità italiana e rispettoso delle leggi della Repubblica italiana. Io sono contro quelli che magnano a Roma. Io a Roma ce magno? Io a Roma ce magno molto poco perchè ci vado poco e malvolentieri. Le poche volte che ci vado cerco di starci poco. Ma tanta gente di Roma mi chiede di creare sezioni padane a Roma! Mi hanno candidato a Roma, ho cercato di nasconderlo. Senza distribuire un santino ho preso 1100 voti. Io non odio i romani, che sono bravissima gente, odio la politica romana!».

«Condivido in pieno» le valutazioni del ministro Roberto Calderoli sulle parole di Mario Broghezio a proposito del terrorista norvegese Anders Behring Breivik. Lo dice il ministro dell’Interno, Roberto Maroni che, interpellato in commissione alla Camera sulle parole dell’eurodeputato leghista, cita la nota stampa già diffusa da Calderoli: «Le considerazioni espresse da Mario Borghezio rispetto alle idee del folle criminale responsabile della terribile strage di Oslo sono da ritenersi assolutamente espresse a titolo personale e da valutare come delle farneticazioni. Condivido in pieno le parole di Calderoli», dice Maroni.

«Spiace sentir qualificare come ‘farneticazionì le stesse idee forti, sulla realtà del pericolo islamista, che – ovviamente al netto della violenza e più che mai di quella contro persone innocenti come le vittime della strage di Oslo – per non fare che un solo straordinario esempio, persone coraggiose e lungimiranti come Oriana Fallaci hanno espresso con grande chiarezza». Lo scrive, in una nota, l’europarlamentare leghista Mario Borghezio, dopo che il ministro per la Semplificazione Roberto Calderoli ha definito le sue parole sulle idee del responsabile della strage di Oslo come «farneticazioni». «Resta – prosegue Borghezio nella nota – per chi voglia vedere un pò più in là del proprio naso, la ben motivata domanda: ‘a chi giova questa strage? Forse proprio a quelli che hanno interesse a criminalizzare, attraverso il gesto di un folle, queste idee?’».

Ma la polemica non cessa. Così poco dopo La Lega Nord ufficialmente chiede scusa alla Norvegia. E lo fa con Calderoli, che sottolinea: «La Norvegia già così duramente colpita dai folli attentati di venerdì scorso, e soprattutto ai familiari delle vittime, per le terribili e inqualificabili considerazioni espresse a titolo personale da Mario Borghezio, considerazioni che ho già definito come farneticazioni e che ribadisco essere tali».

da www.unita.

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“Tolleranti quindi colpevoli”, di Lapo Pistelli
di Lapo Pistelli, pubblicato il 27 luglio 2011 , 15 letture
L’onorevole Borghezio della Lega ha detto esplicitamente di non condividere il gesto ma di condividere integralmente le motivazioni costringendo il Carroccio a chiedere scusa al governo norvegese
attentato norvegia
Scendo dall’ottovolante dell’informazione dedicata alla terribile strage di Utoya con lo stomaco sottosopra, la convinzione radicata che l’arma della parola si consuma con poco ma lascia danni permanenti, la necessità di connettere cervello e penna prima di mettere in moto la mano.
Il mondo intero ha espresso lo sdegno, il cordoglio, la solidarietà a questo popolo pacifico e globale, che ha costruito una forma esemplare di convivenza civile, praticata con politiche di promozione dello sviluppo nel sud del mondo e adesione sincera alle campagne globali delle organizzazioni internazionali.
Il primo giorno, complici le notizie frammentate, l’emergenza delle ore che passavano e soprattutto una rivendicazione via web, i media mondiali hanno puntato la pista jihadista, lo scontro di civiltà riproposto proditoriamente nella più mite delle società.
Lo shock del norvegese, islamofobo e cristiano, giovane e biondo – da qui la facilità con la quale molte vittime sono cadute nelle mani del carnefice – ha girato di 180 gradi il faro, che ha illuminato con la stessa sicurezza il disagio delle società scandinave, il sessismo intra-familiare, la violenza sottile che promana dalle pagine di Larsson e dagli altri giallisti nordici.
Al terzo giorno, nuovo giro, nuova corsa. Fioriscono sui giornali della destra italiana le analisi che legano funambolicamente i due filoni, cercando di dimostrare che una società aperta, troppo aperta, dunque multiculturale, crea un ambiente così plurale da scatenare pulsioni violente di rifiuto. Non siamo al “se la sono cercata” come si diceva delle ragazze violentate quando indossavano gonne troppo audaci, ma poco ci manca.
Ieri, intervenendo ad una trasmissione radiofonica di successo, l’onorevole Borghezio della Lega ha detto esplicitamente di non condividere il gesto ma di condividere integralmente le motivazioni costringendo il Carroccio a chiedere scusa al governo norvegese.
La società contemporanea è ossessionata in generale dalla paura dell’anonimato, della mediocrità e dalla conseguente ricerca di un’emozione, di una scarica di adrenalina, di una ribalta che riscatti una vita altrimenti all’ombra. Ne sono riprova i contenuti di violenza succhiati in tenera età nei videogiochi, i formati tv del talent show declinati in tutte le salse, i GF, le piattaforme virtuali di socialità, perfino i suicidi e i massacri annunciati (da Columbine ad altri episodi meno conosciuti ed altrettanto cruenti). La motivazione addotta dall’assassino di Oslo («sarò ricordato come il mostro più grande») non sfugge alla regola.
Sarei tentato di dire che la politica c’entra quasi per caso, che qui c’è una psicopatologia grave che cerca una causa da sposare. Sarei tentato, se non fosse che populismi ed estremismi hanno drogato la fonte prima della politica – la parola appunto – intossicando le sorgenti con nemici immaginari, con capri espiatori, con un frasario declinato sempre nella sua forma superlativa. Si diceva in Italia, trent’anni fa, che dietro ogni violenza politica c’erano sempre dei cattivi maestri.
La diffusione della rete, delle tecnologie di comunicazione ha abbassato la soglia di ingresso nel mercato dei cattivi maestri: chiunque, con poco, può introdurre nel sistema parole, immagini, slogan, capaci di produrre effetti (in)desiderati a distanza globale. Lo sa bene Al Qaeda che utilizzò in modo macabro la rete nei primi anni della guerra in Iraq. Ma esiste sempre un’alternativa, anche per chi produce politica e informazione.
Il governo norvegese – grazie anche per questo – ha chiamato a una manifestazione di massa impressionante, silenziosa e composta, come composti erano i volti dei governanti di quel paese e delle famiglie segnate dal lutto. Ci saranno pure state pulsioni legittime per condannare Andres Breivik al più atroce dei supplizi, ma nessuno ha messo il megafono in mano ad un Borghezio norvegese.
Perché in certe circostanze non è vero che “the show must go on”. Talvolta la giostra si può e si deve fermare.

da Europa Quotidiano 27.07.11

"Amato: uno sforzo per la ricchezza di tutti. Penso all’una tantum", di Aldo Cazzullo

«È un avvio di ferie tra i meno sereni che io possa ricordare. Si incrociano i dubbi sul piano di salvataggio per la Grecia, il clima di nervosismo che viene dagli Stati Uniti, le difficoltà che l’Italia ha comunque, a prescindere dagli effetti del contesto in cui ci muoviamo» . Presidente Amato, si evoca il ’ 92. «Non è così. Le situazioni non si ripetono mai. Infatti questa è diversa. Mi colpisce che forse non c’è nel Paese una sufficiente consapevolezza sulle dimensioni del rischio che corriamo» . Sta dicendo che la situazione è più grave rispetto a qualsiasi precedente? «Il grande cambiamento di questi anni è che il debito sovrano, una volta sinonimo di debito garantito, non è più ritenuto affatto tale. Vale per gli Stati quello che vale per le banche: ce ne sono alcuni che forse sono troppo grandi per fallire (e ciò nondimeno c’è qualcuno che ha cominciato a chiedersi se anche gli Stati Uniti non possano fallire); e comunque per quelli di piccole e medie dimensioni il rischio esiste. Vent’anni fa, di una società posseduta dallo Stato si diceva: non può fallire. Oggi è lo Stato stesso che viene visto come un possibile candidato al fallimento. Questo cambia enormemente le cose. Allontana non solo i fondi di investimento, ma anche i piccoli risparmiatori dai titoli di quegli Stati per i quali c’è questo timore. Sono certo che la manovra che è stata fatta, giusta o ingiusta che sia sul piano sociale, fino al 2014 ci fa stare tranquilli. Ma i mercati sono diventati sempre più esigenti e ansiosi e anticipano il futuro con una velocità che non avevo mai visto in passato. Se cominciano a ritenere che noi comunque al di là del 2014 non saremo in condizione di essere solvibili, la danza contro di noi può partire in ogni momento» . Qual è lo scenario? «I nostri titoli si svalutano. I punti base che segnano la distanza tra noi e i titoli tedeschi arrivano alle centinaia. A quel punto noi siamo sotto una soma che può diventare più forte della nostra schiena» . E la via d’uscita? «Io sono quello che ha detto, tempo fa: se un’imposta sulla ricchezza una tantum può abbattere il nostro debito per qualche decina di punti e tranquillizzare i mercati, non possiamo sottrarci» . Lo disse nel dicembre scorso al «Corriere» , e si scatenò una polemica sulla «patrimoniale di Amato» . «Continuo a pensare che, prima di arrivare a questa medicina da cavallo, dovremmo ritrovare l’impegno che in certi grandi momenti della nostra storia abbiamo avuto di lavorare pancia a terra e far produrre al Paese tutto quello che può produrre. La Grecia non ha molte risorse: ha i turisti; ha beni da privatizzare. Noi siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa dopo la Germania, noi abbiamo risorse di produzione di beni e servizi che pochissimi hanno. Se noi li sfruttiamo al massimo e riusciamo a portare il ritmo di crescita al 2%, diventiamo debitori assolutamente solvibili. Nessuno ne dubiterebbe più» . Certo. Ma come far ripartire la crescita? «Quando siamo cresciuti, come abbiamo fatto? Abbiamo lavorato. Do una risposta che è di una banalità unica. Uno si chiama le parti sociali e dice: che possiamo fare di più tutti insieme? Come vogliamo lavorare? Quanto siamo in grado di lavorare? Quanti ordini ci sono? Che potenziale non sfruttato di export abbiamo? Cosa può fare lo Stato per consentire a chi ha uno svantaggio competitivo sull’export di colmarlo? So che non sono cose facili. Oggi lo spread che colpisce i titoli di Stato colpisce anche le imprese finanziate o assicurate in Italia rispetto ai loro concorrenti. Varrebbe la pena di dire: colmiamo questo svantaggio competitivo. Sulla Stampa, Benedicta Marzinotto ha proposto l’uso dei fondi sociali europei per dare incentivi sul lavoro agli imprenditori» . Lei invece sul «Sole 24 Ore» , a proposito di misure per la crescita, ha parlato di “solite banalità”. A cosa si riferiva? «Vedo che l’indice di chi propone la crescita parte sempre da privatizzazioni e liberalizzazioni. Ma non sono affatto sicuro che siano questi gli snodi principali per noi. Le privatizzazioni che ancora restano da fare danno poco sia alla crescita sia alla riduzione del debito. Non è che l’Enel diventa improvvisamente produttivo il doppio di quello che è, se lo Stato ne colloca le azioni sul mercato. Se le liberalizzazioni sono quelle che abbiamo visto, tipo togliere l’ Ordine degli avvocati, siamo convinti che contribuiscano alla crescita? Serve caso mai liberalizzare le generazioni e dare responsabilità a chi ha sufficiente futuro da credere al futuro e da lavorare di più per produrre di più» . Lei pensa che si possa chiedere ai lavoratori un ulteriore sacrificio? «Un Paese con un debito come il nostro e con un ritmo di crescita così basso può chiudere il giovedì sera e riaprire il lunedì? Di Vittorio nel piano del lavoro della Cgil propose più lavoro, anche pagato a parità di salario, se gli altri avessero fatto la loro parte. Certo, una cosa del genere presuppone un clima, un impegno collettivo per la salvezza e lo sviluppo del Paese. Presuppone che chi lo chiede sia credibile agli occhi di coloro a cui viene richiesto. Presuppone un élite dirigente, non solo politica, che sappia smuovere il Paese» . L’Italia ha un’élite così? «Questa è la vera domanda. Quando sento alla mattina la rassegna stampa che sembra far dipendere il destino da Tremonti o da Monti, io con la stima che ho per entrambi i personaggi penso tra me e me: qui non è questione di Monti o Tremonti, qui è un’intera classe dirigente chiamata in causa e che se c’è deve battere non uno ma tre colpi. Dobbiamo fare appello a tutte le risorse di cui un Paese dispone, per far sentire tutti partecipi del destino comune, di una missione nazionale. Questo implica significativi cambiamenti» . Ad esempio? «I precari. Troviamo una terza via nei rapporti di lavoro, in modo che chi lavora in un’impresa partecipi della missione, e non faccia sentire l’impresa prigioniera di rigidità normative che la inducono a non assumere stabilmente nessuno e continuare la manfrina così umiliante di migliaia di contratti di lavoro per 8 mesi anziché per 12. Così priviamo una generazione della chance di assumersi responsabilità; e le nostre aziende restano troppo piccole, sen- za riuscire a esportare sui mercati extraeuropei. La soglia dei 15 dipendenti la teniamo in vita con disincentivi legali e fiscali. Come mi è capitato di dire l’altro giorno al Cnel, nel nostro mondo industriale sopra la panca la capra non campa ma crepa; essendo la panca quota 15» . Tagliare i costi della politica non gioverebbe alla credibilità delle élites? «È una cosa utile. Io credo ci sia molta panna montata nella presunta ostilità degli italiani per coloro da cui si fanno rappresentare. Non è così. C’è forse più fiducia di quanto queste vampate possono far pensare. È vero però che ogni volta che si chiama il Paese ai sacrifici vi sono problemi di giustizia distributiva che vanno assolutamente affrontati e risolti, altrimenti si alimentano queste vampate. È assolutamente giusto che le pensioni più elevate — la mia compresa — paghino un contributo di solidarietà per evitare che paghino le pensioni più basse. Questo tipo di tagli deve essere fatto anche per la politica. Ma la politica non diventi pavida e irrazionale» . Si riferisce all’abolizione delle Province? «La penso come Valerio Onida: non è vero che le Province vanno abolite. Un ente intermedio tra Comune e Regione serve. Solo che ce ne sono troppi: ci sono Province talmente piccole da essere intermedie non tra Comune e Regioni ma tra Comune e frazioni di Comune. La politica non deve farsi sommergere da questo coro che ha ragioni giuste ma arriva poi magari a risposte sbagliate. Se continua a essere ingigantito, mi toccherà scrivere al Corriere per proporre il ritorno all’elettorato attivo e passivo per censo, come unico modo di garantire grazie alla proprietà privata che non ci sia spesa di denaro pubblico per mantenere i parlamentari» . Sta scherzando, vero? «Certo. Capisco che ciò che non
si vuole è un sistema parlamentare di strapagati. Ma si sta spingendo talmente sull’acceleratore che, mi chiedo, se fosse vivo Marx, forse individuerebbe nel deputato il nuovo nemico di classe?» . Un governo tecnico non sarebbe forse più credibile di questo? «Non lo so. In politica vale il fattibile più che non il desiderabile. Il governo si sta rivelando affaticato. Però ha una maggioranza parlamentare che sembra continuare a sostenerlo. Ciascuno può ritenere utili soluzioni diverse, certo. Ma la situazione è questa» .

Il Corriere della Sera 27.07.11

Bonus bebè. Il ministero e l’Unità a confronto

Gentile Direttore, mi riferisco all’articolo pubblicato sul Suo giornale il 25 luglio 2011 sotto il titolo “Bonus bebé, sorpresa di governo: rivuole i mille euro con la penale”. Al riguardo, reputo opportuno precisare quanto segue. I beneficiari del “Bonus bebé” sono stati circa 700 mila. L’erogazione del bonus è stata effettuata sulla base dell’autodichiarazione, da parte del beneficiario, con la quale veniva attestato il possesso dei requisiti per la fruizione.
Tra i predetti requisiti era previsto anche un limite di tipo reddituale. Non si aveva difatti diritto al bonus se il reddito della famiglia era superiore a 50 mila euro annui lordi. L’Amministrazione ha effettuato,
doverosamente, i prescritti controlli di legge per verificare il possesso dei requisiti. All’esito di detti controlli è emerso che, in poco più di 8 mila casi, il bonus è stato erogato a soggetti che in sede di autocertificazione per il bonus hanno dichiarato un reddito inferiore a 50.000 euro, ma che all’opposto in sede di dichiarazione fiscale hanno essi stessi invece dichiarato un reddito superiore. Si è, quindi, dato inizio al procedimento di recupero del bonus, con l’invio di una comunicazione individuale agli interessati, ai quali è stato segnalato che essi hanno comunque la possibilità di far valere eventuali errori in cui fosse incorsa l’Amministrazione. In questi termini il recupero del bonus è doveroso e gli uffici stanno semplicemente svolgendo il proprio dovere a norma di legge. In ogni caso, si valuterà la possibilità di destinare a finalità sociali le somme che verranno recuperate.
ALBERTO GIORGETTI Sottosegretario all’economia

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risponde Claudio Sardo direttore de L’Unità

Ringrazio il sottosegretario Alberto Giorgetti per la lettera inviataci. Ma mi permetta di dire che ci pare tutt’altro che convincente. Per almeno tre ragioni. La prima sta nel carattere ingannevole della comunicazione, fornita dal governo Berlusconi al momento dell’erogazione del bonus bebè. Eravamo nella lunga campagna elettorale che ha preceduto il voto del 2006. Ai genitori dei neonati venne recapitata a casa una missiva autografa del presidente del Consiglio. Non solo: la lettera, con spericolata demagogia, era indirizzata addirittura al neonato. Nel breve testo era scritto poco più di questo: “Lo sai che la nuova legge finanziaria ti assegna un bonus di mille euro?”. Il tutto corredato dall’indirizzo dell’ufficio postale più vicino, dove la somma era già disponibile. È vero che la lettera autografa fu affiancata da un allegato con l’indicazione dei requisiti per il bonus, ma ammetterà il sottosegretario Giorgetti che il primo a voler confondere le acque, per far apparire il governo più generoso di quanto in realtà non poteva essere, fu proprio Berlusconi. Del resto – e veniamo alla seconda ragione – se il governo avesse davvero voluto comportarsi in modo serio, non si sarebbe affidato all’autocertificazione, ma avrebbe previsto, come per anologhi adempimenti, l’intervento dei Caaf. Invece, come ha scritto per noi Maria Cecilia Guerra, si voleva generare confusione e “non spezzare il filo diretto tra il presidente e il cittadino”. In questo clima populista ottomila contribuenti hanno chiesto e ottenuto un bonus che non spettava loro. Una parte di questi, certamente, avrà agito con furbizia. Tuttavia neppure gli allegati alla lettera brillavano per chiarezza. Se la decisione viene rimessa ai singoli (perché il primo a voler abbattare ogni filtro di verifica e controllo è lo stesso governo), come lamentarsi se poi qualcuno non
iesce a distinguere tra reddito complessivo, reddito imponibile e reddito netto? Peraltro il tetto a 50 mila euro era fissato per il reddito familiare mentre invece le dichiarazioni dei redditi sono individuali. È troppo facile oggi scaricare tutte le colpe su chi ha incassato il bonus e discolpare un presidente del Consiglio a cui, in quella occasione, premeva innanzitutto la propaganda.
Ma c’è ancora una terza ragione. Il sottosegretario ora dice che quanti hanno percepito del bonus di mille euro senza averne i titoli devono restituirlo. Il rispetto del principio di legalità impedisce a chiunque di sostenere il contrario. Tuttavia ciò che Giorgetti non dice è che il recupero dei mille euro è accompagnato da una sanzione di tremila euro. Il che francamente è una beffa intollerabile. Quantomeno il governo cancelli le sanzioni. Non può cavarsela destinando a “finalità sociali” le somme.
La vera sanzione dovrebbe essere comminata a chi usa il proprio ruolo di governo, non già per amministrare le scarse risorse, ma per carpire il consenso con metodi che tendono all’inganno.

L’Unità 27.07.11

Bersani: Siamo gente perbene, ci metto la faccia

Caro Direttore, il Fatto Quotidiano, peraltro in buona compagnia, mi attribuisce la tattica o l`imbarazzo del silenzio sul caso Penati. Per la verità, sono stato il primo a parlarne giovedì scorso alla festa de l`Unità di Roma trasmessa in diretta da Rai News e da YouDem, intervistato da Corradino Mineo davanti a 4000 persone. Qualcuno evidentemente mancava e non ha letto i resoconti delle agenzie di stampa. Quello che ho detto e scritto in questi giorni mostra forse una sottovalutazione del problema? Spero di no. Noi non possiamo certo dividere il mondo mettendo i cattivi da una parte e i buoni dall`altra.

Con ben altri mezzi si provvederà a questo nella valle di Giosafat. A noi tocca inderogabilmente rispettare la magistratura, pretendere che le istituzioni non siano esposte nel disagio e chi è coinvolto faccia un passo indietro, affermare la parità dei cittadini davanti alla legge, applicare la presunzione di innocenza, anche quella di Penati che la rivendica con forza.

A noi tocca produrre riforme che tolgano possibilità alla corruzione. A noi tocca allestire nei partiti meccanismi di garanzia e di limitazione del rischio.

Sfido qualsiasi altro partito italiano a paragonarsi con gli istituti che il Partito democratico ha allestito e sta allestendo.

Fin dall`inizio il Pd ha sottoposto il proprio bilancio alla certificazione di una società esterna; abbiamo un codice etico giustamente più stringente di un normale percorso giudiziario; chiediamo agli amministratori eletti nelle nostre liste di firmare un codice di responsabilità.

Ma su questo ho già detto e non voglio scrivere oltre. Rispondo piuttosto alla domanda di Travaglio, reiterata in questi anni da lui stesso, da Albertini e da qualche testata della destra e che allude a una suggestiva triangolazione Gavio-Bersani-Penati.

Ho già detto in altre occasioni ciò che ribadisco qui. Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani.

Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati.

Così feci, via telefono. Nell`evocare questo episodio si intende forse alludere a una combine poco chiara o addirittura a illeciti che mi coinvolgerebbero?

Se è così (e lo dico in tutte le direzioni!) si illustri chiaro e tondo qual è la tesi e si abbia il coraggio di affrontare una sonora querela.

Mi dispiace inoltre dover constatare molte inesattezze nelle affermazioni di Travaglio su Pronzato. Ho saputo dai giornali che Pronzato era “un mio uomo”. Non è mai stato mio consigliere alle Attività produttive.

Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro.

Divenne consigliere ENAC parecchi anni dopo. Non fu mai responsabile dei trasporti; ha avuto la responsabilità tecnica sul trasporto aereo nel dipartimento trasporti del Pd diretto da Matteo Mauri.

Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna, ne convengo, e da non ripetere in casi analoghi. Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che la vicenda fosse messa nelle giuste dimensioni.

Non dovrebbe essere troppo disagevole peraltro considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa.

Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene.

Travaglio infine si è chiesto nei giorni scorsi se io sia la persona giusta per rappresentare il centrosinistra.

Non tocca certo a me dirlo. Per le sue valutazioni Travaglio provi comunque a tener conto di una cosa, per quanto ai suoi occhi possa risultare poco credibile: sono talmente provinciale e paesano da mettere il buon nome che ho ricevuto davanti a qualsiasi cosa e a qualsiasi ruolo.

www.partitodemocratico.it

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Questione morale, Bersani attacca. “Macchina del fango contro il Pd”

Il segretario del Pd risponde alle critiche mosse al partito in relazione alle vicende di Tedesco e Penati, e all’accostamento tra il partito e la ‘ndrangheta. “Le critiche le accettiamo ma le aggressioni no”. “Le macchine del fango che girano, se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso. Noi abbiamo capito quello che sta succedendo. Lo abbiamo capito”. Così il segretario del Pd Pier Luigi Bersani risponde alle critiche mosse al partito dai giornali (soprattutto Libero e il Giornale) in relazione alle vicende di Tedesco 1 e Penati 2, e all’accostamento tra il partito e la ‘ndrangheta.

“Le critiche le accettiamo, ma aggressioni, calunnie e fango no. Da oggi cominciano a partire delle querele e delle richieste di danni”. E’ duro l’intervento del segretario Pd: “Sto facendo studiare la possibilità di fare queste richieste di risarcimento come class action – dice Bersani – perchè essendo il partito una proprietà indivisa, se viene paragonato alla ‘ndrangheta, ebbene in questo c’è un insulto a ciascuno dei suoi componenti”.

“Penati è stato corretto”. “Penati ha fatto un passo significativo. Mi piacerebbe lo facessero anche altri, visto che questi problemi non riguardano solo noi”. “Gli riconosco la correttezza di aver fatto un passo indietro necessario, in Regione e nel partito”, dice ancora Bersani. “Questo vale per chiunque rappresenti una funzione: lo abbiamo fatto da Delbono in poi. Io riconosco la correttezza del passo indietro, ma rimane anche la presunzione di innocenza”.

Letta. “Bersani rappresenta l’intero Pd quando reagisce alle accuse per le inchieste che riguardano esponenti democratici – commenta il vice-segretario Enrico Letta – la reazione di bersani è quella di tutto il pd, un partito di gente pulita, in cui la militanza e la partecipazione sono i valori di un impegno a servizio del paese. Nessuna macchina del fango potrà distruggere questi sentimenti e questo impegno”.

Milanese. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, infine, ha rinviato a domani mattina la decisione sulla richiesta di acquisire i tabulati telefonici di Marco Milanese e sull’apertura di alcune cassette di sicurezza da lui utilizzate. Sul tavolo della giunta anche la richiesta avanzata dallo stesso deputato di acquisire ulteriori documenti e la conseguente possibile valutazione di una proroga per arrivare alla decisione relativa alla richiesta di autorizzazione alla custodia cautelare avanzata dalla Magistratura napoletana. Lo slittamento sarebbe a settembre ma Pd e Idv si sono detti contrari.

www.repubblica.it

SOS Padania: crescita senza direzione (e senso apparente)

In un collage di problemi e grandi opere in vario stato di decomposizione un’immagine desolante fra piste, bretelle, corsie, e cittadini scavalcati dal sito www.eddyburg.it
“Malpensa non decolla, battaglia sulla terza pista”, di Ettore Livini
Decolla nella bufera il sogno della terza pista a Malpensa. I 2.400 metri d´asfalto più “caldi” di Lombardia sono per ora solo un disegno su una mappa topografica, parcheggiato al Ministero dell´Ambiente per l’ok alla valutazione di impatto ambientale. Ma il fronte del no al progetto («partirà solo se e quando ci saranno le condizioni per giustificarlo» mettono le mani avanti alla Sea) si sta rivelando ben più ampio e agguerrito del previsto. Ci sono gli ambientalisti, in trincea per proteggere 400 ettari di bosco nel Parco del Ticino, Succiacapre e Averla minore; molti sindaci – uno schieramento che va da Pdl e Lega fino al Pd – in difesa di un territorio che all’espansione (e poi alla crisi) dello scalo ha già pagato un pedaggio salatissimo. E ora persino le compagnie aeree convinte che l’opera da 300 milioni sia – per dirla con il direttore generale di Assaereo Aldo Francesco Bevilacqua – «di dubbia utilità».

IL NODO DELLA DOMANDA

È il quesito di tutti, come confermano le migliaia di pagine di obiezioni piovute sul tavolo di Stefania Prestigiacomo. Perché fare una nuova pista a Malpensa quando le due attuali sono sotto utilizzate e l’aeroporto, orfano di Alitalia, è una cattedrale nel deserto? La risposta della Sea, la società di gestione, è semplice: «Nel 2025 nell’aeroporto transiteranno 42,4 milioni di passeggeri contro i 18,9 di oggi». Lo confermano i dati della Bocconi – dicono – assieme alle stime di Iata, Airbus e Boeing. È vero? La storia, sostiene il fronte del no, dice il contrario: Malpensa aveva 23,8 milioni di passeggeri nel 2007, il 23% in più del 2010 e dopo l’uscita di scena di Alitalia e Lufthansa Italia il sogno di un hub a Milano è svanito. Qualche dubbio, come testimonia il verbale di una riunione all’Enac, ce l’ha persino Easyjet, la compagnia leader a Malpensa: «La Iata ha rivisto al ribasso le sue stime – ha detto Enzo Zangrilli, numero uno in Italia del vettore – e per questo va ripensata l’opportunità della terza pista».

IL REBUS DELL’OFFERTA

Quanti aerei possono atterrare nell’aeroporto bustocco? Perché Heathrow con due piste muove 60 milioni di passeggeri l’anno (il triplo di Milano), Monaco 34 e Londra Gatwick con una e mezza ne gestisce 31,3? Malpensa è nata male, spiega Sea. Le due piste sono troppo vicine (808 metri) e non si possono gestire atterraggi paralleli come a Londra e in Baviera. Allontanarle è impossibile. Ergo, quando il traffico crescerà sarà necessaria la terza pista. «Storie – dice Bevilacqua a nome delle compagnie iscritte a Confindustria – . Le strutture attuali bastano per gestire i volumi in aumento previsti. Servono solo pochi miglioramenti tecnologici e procedure più efficienti».

«I numeri sono chiari», dicono i sette sindaci dell’area che si sono messi di traverso alla “Grande Malpensa”: l’aeroporto ha un limite normativo di 70 movimenti (decolli e atterraggi) l’ora, pari a 840 al giorno e 300mila l’anno. Ma in realtà non riesce a farne più di 55-60 («per problemi d’inquinamento acustico», dicono in Sea). Nel 2007, l’anno dei record, è arrivata a gestirne oltre 800 al dì mentre nel 2011 la media è poco sopra i 512. Come dire che c’è spazio per aumentare del 56% la capacità senza gettare nuovo asfalto.

Non solo: su ogni volo che atterra nello scalo bustocco ci sono in media 120 passeggeri contro i 170 di Parigi e i 180 di Londra. Certo, non si può costringere le compagnie a far volare mega-jet su uno scalo “regionale”. Ma la matematica, calcola il Consorzio del Parco del Ticino, non è un’opinione: 300mila movimenti possibili l’anno per 120 passeggeri l’uno significano una capienza di 36 milioni, quasi il doppio di oggi. E se si riuscisse a salire a 150 «Milano potrebbe gestirne 45 milioni» senza interventi strutturali.

L’INCOGNITA AMBIENTALE

La terza pista andrà a cancellare un pezzo di brughiera e un insediamento abitativo in zona Tornavento. Ma la valutazione di impatto ambientale – dice la Sea – serve proprio per stabilire le compensazioni. Ai 500 cittadini che dovranno traslocare e al bosco da ripiantare. Ma l’operazione, per gli ambientalisti, non è indolore. «La perdita dell’esempio più esteso di brughiera italiana non è risarcibile», dicono, perché non si può riprodurlo in nessun’altra zona della Regione.

Qualcuno timidamente suggerisce di ripensare la gestione di tutti gli aeroporti del Nord. In fondo il governo Cameron ha appena bloccato la costruzione di nuove piste a Londra (dove gli scali sono saturi) per redistribuire i voli sulle altre infrastrutture inglesi, potenziando i collegamenti ad alta velocità. Milano è a due passi da Linate, Bergamo, Brescia, Parma, Verona e Torino. Ma la pianificazione è un’arte sconosciuta in Italia dove ogni aeroporto è un campanile.

La partita comunque è aperta. La valutazione d’impatto ambientale è solo il primo passo. Alla prova dei fatti i difensori del brugo, l’erica lombarda che dovrà lasciar spazio alle ruote degli aerei, si sono rivelati una pattuglia meno brancaleonesca delle attese. E la strada della terza pista dell’aeroporto milanese, oltre che lunga 2.400 metri, pare più in salita del previsto.

La Repubblica 26.07.11

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Le associazioni: vogliamo un ruolo nella gestione dei parchi lombardi
di Franco Vanni

Coinvolgere le associazioni ambientaliste nella gestione dei parchi lombardi. È la richiesta che Wwf, Fai e Legambiente avanzano alla Regione, che si appresta a varare la legge di revisione della governance delle aree protette. «Serve una vera riforma – dice Paola Brambilla, presidente di Wwf Lombardia – si faccia per ogni area quel “consorzio di gestione nazionale” previsto dalla legge sui parchi del 1991, con il coinvolgimento delle associazioni e di un rappresentante del ministero dell’Ambiente al fianco di Comuni, Province e Regione». Oggi i parchi sono gestiti da Comuni e Province del territorio, che eleggono un cda. Il testo licenziato della commissione Ambiente del Pirellone, che giovedì andrà al voto del consiglio, prevede nel cda (massimo 5 membri, presidente compreso) anche un uomo nominato dalla Regione. Le associazioni sarebbero invitate solo a un “tavolo sull’ambiente” senza poteri.

La partita sulla governance dei parchi, che interessa 21 aree verdi in Lombardia, è terreno di scontro fra maggioranza e opposizione, ma anche nello stesso centrodestra, con la Lega che un mese fa bocciò in aula la proposta di legge del Pdl. A due giorni dal nuovo voto, le associazioni tentano di bloccare l’approvazione. Giulia Maria Mozzoni Crespi, presidente onorario del Fai, in una lettera al governatore Formigoni e al consiglio, scrive: «Lo scopo della legge è accentrare nel governo regionale il sistema delle aree protette». Dopo avere definito la bozza «punitiva per gli enti locali», a cui resterebbe l’ordinaria amministrazione, ma non le scelte strategiche, la Crespi fa un appello: «Queste norme sono destinate a creare un progressivo degrado delle aree protette, si chiede pertanto di non approvarle». A spaventare è in particolare la norma che prevede la possibilità per i Comuni di rivedere i confini dei parchi, con il rischio che le aree vicine all’abitato possano essere edificate.

Un’altra questione sollevata dagli ambientalisti è quella dei finanziamenti: «Se la Regione conterà di più nelle decisioni – si legge nel documento unitario di Fai, Wwf e Legambiente – garantisca le risorse per il funzionamento dei parchi, che oggi gravano sui bilanci di Comuni e Province, o avremo enti privi di mezzi. La Regione spende ogni anno per i parchi l’equivalente del costo di costruzione di 200 metri dell’autostrada Brebemi». Un ultimo fronte aperto è quello della necessità stessa del varo della legge. La Regione sostiene che la norma sia un adeguamento al decreto Milleproroghe, che prevede il riordino degli “enti inutili”. Una visione a cui si oppone il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky, che definisce il decreto «un ingenuo espediente per sostenere la necessità delle innovazioni, trascurando invece quanto previsto dai principi della legge quadro sulle aree protette». Cioè quella stessa legge del 1991 che prevederebbe un ruolo nella gestione dei parchi per le associazioni ambientaliste.

La Repubblica/Milano 26.07.11

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“La Brebemi diventa inutile se il governo non sblocca la Tem”
di Andrea Montanari

A due anni dall’apertura del cantiere della Brebemi è di nuovo allarme sulla nuova autostrada direttissima Milano-Brescia. A mettere a rischio la prima infrastruttura stradale interamente finanziata dai privati, questa volta, non sarebbero i costi quasi raddoppiati pari a oltre 1,6 miliardi di euro, le associazioni ambientaliste o i comitati di cittadini contro l’asfalto, ma addirittura il governo. Lo hanno detto a chiare lettere ieri il governatore Roberto Formigoni e il presidente di Brebemi spa Francesco Bettoni durante un sopralluogo organizzato a Calcio, in provincia di Bergamo, per fare il punto sullo stato dell’arte. quasi metà del tracciato è già stato realizzato. Assenti, anche se annunciati, sia il premier Silvio Berlusconi che il ministro alle Infrastrutture Altero Matteoli, quest’ultimo colpito da un grave lutto familiare.

Se il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) non darà il via libera entro pochi giorni al progetto definitivo della Tem, la nuova tangenziale esterna che collegherà la Milano-Brescia alla metropoli, slitterà l’apertura della Brebemi. «Non apriremo se non avremo la Tem – ha annunciato Bettoni – . Il rischio è reale. La nuova tangenziale esterna è essenziale. Non possiamo pensare di portare un flusso di traffico di 60/70mila veicoli in uscita dalla nuova autostrada nei campi di Melzo. Fosse per noi potremmo addirittura anticipare l’inaugurazione al dicembre 2012. Non capiamo perché il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, mentre noi siamo qui a soffrire, non dà il via libera a un’opera che non costa nulla allo stato. Francamente questo ritardo non si giustifica. È incredibile quello che sta succedendo».

Proprio ieri è stato raggiunto l’accordo tra il pool di banche, oltre al gruppo Banca Intesa, che coprirà l’intero costo dell’opera.
Anche Formigoni ha attaccato sia il governo che l’Unione europea. «Se finalmente il ministero competente convocherà il Cipe – ha sentenziato dal palco il governatore – potremmo accelerare i tempi. L’Unione europea, che delle volte è un mostro di burocrazia, ci ha già fatto perdere due anni». Il presidente della Regione non cita il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, ma è a lei che si riferiva quando ha aggiunto: «C’è stato un ministero che ci ha fatto perdere un altro anno perché ha voluto effettuare dei controlli ambientali che, come sempre, avrebbero potuto essere realizzati più rapidamente dalla Regione».

Al viceministro alle Infrastrutture Roberto Castelli, che non ha chiarito se il Cipe si riunirà questa settimana, non è rimasto che ammettere che «la Lombardia e la Brebemi viste da Roma sono molto lontane. Vedremo cosa fare. Il Cipe risponde a logiche vaste. Spesso si assiste a episodi incomprensibili. Non si capisce perché ci sia indifferenza verso quest’opera che crea posti di lavoro e sviluppo».
Lunga 61,1 chilometri, la nuova autostrada avrà sei caselli, quattro viadotti, due gallerie artificiali, quattro aree di servizio e sei chilometri in trincea.

La Repubblica/Milano 26.07.11

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Brebemi al bivio burocrazia Il rischio? Finire in un prato

Di Claudio Del Frate

La Brebemi è un’autostrada, ma a suo modo è anche una strettoia: il nuovo nastro d’asfalto che unità Brescia a Milano è atteso a un passaggio sul quale incombono i tempi lunghi della burocrazia e i tempi stretti imposti dalla finanza. E il combinato tra i due fattori rischia di far lievitare i costi della prima infrastruttura d’Italia costruita interamente con capitali privati. Ieri mattina a Calcio, dove è ben visibile uno dei viadotti della nuova Brebemi, il presidente della società Francesco Bettoni ha fatto il punto della situazione che può essere sintetizzata in pochi numeri: il costo finale dell’opera comprensivo di Iva e oneri finanziari sarà di 2 miliardi e 400 milioni di euro; l’entrata in esercizio è prevista per il 2013 dopo di che i finanziatori avranno 19 anni e 6 mesi di tempo per ripagare l’investimento. A conti fatti, percorrere i 62 chilometri della Brebemi costerà per l’automobilista un pedaggio di circa 6 euro e 25.

«La cifra può essere perfezionata — ha puntualizzato Bettoni — ma più o meno è quella» . Qualcosa in più dei 5 euro e 60 che oggi si pagano per fare lo stesso percorso lungo la A4 «ma lì il viaggio è più lungo e più trafficato» dicono quelli di Brebemi. Comunque sia, il tempo gioca contro gli investitori della nuova infrastruttura: «Ci sono ritardi inaccettabili — ha denunciato ieri Bettoni — da parte della burocrazia; primo fra tutti il nuovo via libera alla tangenziale esterna di Milano: se quei 7 chilometri di strada non verranno realizzati per tempo, la Brebemi sbucherà in mezzo ai prati di Melzo» .

Il numero uno della società avrebbe voluto dire di persona queste cose al premier Berlusconi, invitato ieri mattina a Calcio, ma il capo del governo ha dovuto declinare l’invito. In rappresentanza del governo c’era il viceministro delle infrastrutture Roberto Castelli: «Di fronte alle banche che si sono esposte per questo investimento gli enti romani restano indifferenti — si è rammaricano l’esponente leghista — ma la Lombardia è diversa dal resto del paese e sono certo che quest’opera verrà conclusa nei tempi previsti» .

Sulla «diversità» lombarda ha insistito anche il presidente della giunta regionale Roberto Formigoni: «Qui i soldi investiti in infrastrutture aumentano mentre nel resto d’Italia calano. Peccato che l’Unione Europea ci abbia fatto perdere due anni per rilievi rivelatisi infondati e un anno un ministero (indovinate quale) che da Roma pretendeva di valutare l’impatto ambientale della Brebemi» . Ostacoli che non fanno perdere l’ottimismo a Bettoni che ieri si è addirittura sbilanciato: «Se la burocrazia non metterà ostacoli noi siamo pronti ad aprire l’autostrada il 31 dicembre del 2012. L’opera è ormai completamente finanziata» .

La società ha infatti raggiunto un accordo con le banche per la copertura di 1 miliardo e 900 milioni mentre gli altri 500 milioni del capitale sociale permettono di raggiungere i 2 miliardi e 400 milioni di costo. «Certo, se i tempi di allungassero il piano finanziario dovrebbe essere rivisto» ha avvertito Bettoni. Ed è questo in definitiva ciò che assilla di più. La Brebemi era partita con un costo ipotizzato di 800 milioni euro; ma poi i cosiddetti costi di compensazione (le opere aggiuntive richieste per acquisire il consenso dei 45 comuni attraversati dalla strada) hanno fatto raddoppiare il saldo, ulteriormente dilatatosi per effetto degli interessi bancari. Ed è chiaro che ogni ritardo farebbe lievitare nuovamente la cifra finale costringendo poi la società di gestione ad aumentare il pedaggio da far pagare agli utenti.

Il Corriere della Sera/Lombardia 26.07.11

"Trent'anni di questione morale", di Umberto Gentiloni

La questione morale «divora i partiti e le istituzioni», «nell’ Italia di oggi fa tutt’uno con l’occupazione dello Stato»; questa frase domani compie trent’anni e non li dimostra, tanto appare legata all’attualità stringente. Tre decenni sono il tempo che ci separa dalla celebre intervista che il segretario del Pci Enrico Berlinguer concesse a Eugenio Scalfari (Che cos’è la questione morale, «la Repubblica», 28 luglio 1981). Un tempo lontano che traspare dalla lunghezza del testo, dal linguaggio di un mondo che non c’è più, dalla descrizione di un’Italia distante, attraversata da narrazioni identitarie e appartenenze contrapposte, segnata dalle ultime pervasive traiettorie della contrapposizione bipolare. Ma è anche un tempo terribilmente vicino per la qualità dell’analisi che si affaccia nella conversazione e per il peso di quella vicenda e del suo riproporsi nelle dinamiche dell’Italia successiva. L’intervista giunge dopo la formazione del governo Spadolini, la breve parentesi di collaborazione tra democristiani e comunisti è ormai al tramonto: il preambolo da una parte e l’alternativa democratica dall’altra mettono nuovamente i due principali partiti in competizione per la conquista di una posizione egemonica. Una sorta di competizione annunciata e consapevolmente proposta ai propri universi di riferimento, tanto da incoraggiare i militanti e rilanciare (per quanto possibile) le ragioni delle appartenenze separate. In questo contesto matura la riflessione di Berlinguer, più complessa e articolata degli utilizzi e dei richiami di cui è stata oggetto; lontana (e non solo per motivi cronologici) dalla stagione di Tangentopoli e dai conflitti tra i poteri dello Stato. La sua analisi ha attratto sguardi diversi, spesso in contrasto tra loro pur non ricevendo al momento l’attenzione che si potrebbe immaginare. Destino non nuovo per lo stesso Berlinguer, spesso ignorato o mal sopportato anche da chi gli stava più vicino; non è casuale l’incalzare dell’intervistatore sui temi legati alla linea dell’austerità e all’inascoltata denuncia che risale a qualche anno prima. «La questione morale è il centro del problema italiano», afferma il segretario del Pci, argomentando sulle caratteristiche di occupazione del potere, sulle trasformazioni dei partiti in «federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un boss e dei sotto-boss» e ancora sullo stravolgimento delle istituzioni in modo patologico e pernicioso: «macchine di potere e clientela, scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali programmi pochi e vaghi, sentimenti e passione civile zero». Una fotografia impietosa e per molti versi profetica. Ma il punto centrale della sua analisi va più a fondo investendo le fondamenta della democrazia e offrendo chiavi di lettura contraddittorie. Il nesso tra questione morale e diversità comunista, un tema emerso più volte durante gli anni che ci separano dalla scomparsa del leader comunista: la diversità quasi antropologica del Pci produce un progressivo allontanamento dalle dinamiche politico-parlamentari chiudendo una forza elettorale così significativa in uno spazio poco utile al confronto e alla ricerca di soluzioni. Ed è così che il tratto della questione morale come asse prevalente di analisi e di denuncia metterebbe in secondo piano il necessario interrogarsi sulle caratteristiche del sistema politico italiano e sui costi di una democrazia bloccata, in assenza di ricambio di classe dirigente. Una posizione difensiva che preserva un patrimonio senza metterlo (come era avvenuto durante gli anni del confronto tra Berlinguer e Moro) al servizio di un progetto politico, di una prospettiva di governo. Di altro significato i ritardi nell’analisi sul mondo comunista, basti il richiamo alle ultime battute con Scalfari dedicate al Congresso del partito comunista polacco e ai buoni segnali che – secondo il segretario del Pci – arriverebbero da Varsavia. Tutto travolto, solo pochi mesi dopo, dai fermenti che scuoteranno la società polacca. Un’analisi articolata e contraddittoria in un passaggio difficile della nostra vicenda repubblicana. «La questione morale fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica»: può apparire un’affermazione senza tempo, o immersa nel tempo lungo e imprecisato della lunga transizione italiana. Difficile interrogarsi sulle eredità di una stagione così lontana e sui lasciti di un’analisi che appare così ravvicinata. Tra tanti eredi e detrattori di Berlinguer, varrebbe la pena recuperare un breve inciso dell’intervista «che la professionalità e il merito vadano premiati», forse trent’anni non sarebbero passati invano.

La Stampa 27.07.11

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L’Articolo fa riferimento a una intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer che pubblichiamo di seguito

La questione morale (1981)

Intervista a Enrico Berlinguer di Eugenio Scalfari, La Repubblica, 28 luglio 1981. «I partiti sono diventati macchine di potere»

«I partiti non fanno più politica», dice Enrico Berlinguer. «I partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia».

La passione è finita?

Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

È quello che io penso.

Per quale motivo?

I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.

E secondo lei non corrisponde alla situazione?

Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.

La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.

In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?

Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

Veniamo alla seconda diversità.

Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

Non voi soltanto.

È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.

Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

Dunque, siete un partito socialista serio…

…nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?

No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?

Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?

Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…

Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?

Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

"Un Ministro senza idee e senza sogni", di Franco Frabboni

Di fronte a un governo illiberale, populista e padronale (è il menù
caro al Premier), il Paese/reale – la “gente” – ha inaugurato la stagione della protesta e della ribellione. Al fianco dei partiti di opposizione e dei sindacati confederali, un rumoroso e spazientito
“girotondo” sta denunciando la sprezzante arroganza del Partito della liberà. A partire dai suoi cinici tradimenti sul fronte delle politiche sociali e civili: il lavoro, la casa, la sanità e i servizi alla Persona (alla donna, ai bambini, agli anziani). Anche la scuola, da un triennio, é flagellata dai venti glaciali della riformicchia/Gelmini (un insieme di spot e di proclami televisivi) che spaccia un’idea di istruzione mille miglia lontana da quella invocata dall’Unione europea: democratica, inclusiva, colta e solidaristica. La sua controriforma strizza l’occhio alla meritocrazia, all’esclusione, al pensiero unico e alla competitività. Con questo bilancio-in-rosso: stampa allievi/Faust costretti a vendere testa e cuore al Mefistofele “aziendale” (via dalla Scuola le conoscenze non-utili all’impresa) e “mediatico” (via dalla Scuola la mente-che-pensa: meglio il pensiero formattato in tv). Di più.
La sua riformicchia (mai transitata in Parlamento) é imposta senza concedere mai forme di dialogo e di confronto con la scuola militante.
Gli studenti e gli insegnanti hanno appreso dai megafoni di Rai/1 e di Mediaset – premendo casualmente il pulsante dei telegiornali di Augusto Minzolini e di Emilio Fede – che stava colpendo a morte la nostra gloriosa Scuola pubblica.

GELMINIANO SARA’ LEI. – Il Ministro viaggia pertanto a occhi chiusi priva della bussola che orienta verso le stelle polari dell’educazione: la Persona e la Cultura. Per questo, si rifugia nella pancia di un cavallo di Troia stracolmo di provvedimenti ad effetto – slogan decerebrati che riversa su un popolo di teledipendenti assuefatti
– che chiama Epocali!
Siamo alla gogna miracolistica della Gelmini. Alla pazza/idea di blindare gli allievi nel banco (in solitudine, in silenzio, immobili) consolati da alcuni specchietti per allodole acchiappacitrulli: il grembiule, il voto in cifre, il cinque in condotta (a chi dissente), la lavagna elettronica, il manuale in rete. Si é detto. Il Ministro sta costringendo la scuola a genuflettersi ai riti pagani delle aziende e delle liturgie televisive.
Contestualmente, impone il bavaglio alla confutazione e al dissenso. Resta l’adorazione coatta del suo totem sconsacrato: una “scuolicchia” posta tra meritocrazia e incultura, tra opzioni antidemocratiche e disvalori, tra saperi/verità e quiz. Sono gli atti impuri diunMinistro che “scippa” al bel/Paese l’originalità e l’aristocraticità dell’abbigliamento scolastico indossato a fine Novecento.

L’Unità/Emilia Romagna 26.07.11