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"Le diverse sensibilità istituzionali", di Marcello Sorgi

C’era da aspettarselo, l’intervento di Napolitano e la richiesta di chiarimenti sullo spostamento dei ministeri al Nord. Almeno dalla scorsa settimana, quando Berlusconi era salito al Colle per discutere di rimpasto e sostituzione del ministro di Giustizia, senza fare alcun accenno alla programmata iniziativa leghista. Qui viene allo scoperto la diversa sensibilità formale del Capo dello Stato e di quello del governo. Per Berlusconi, infatti, il trasloco è solo uno dei tanti capricci di Bossi, e neppure dei più importanti, pensando al calvario che il Senatùr ha inflitto al governo in questa inquieta stagione di declino.

Per Napolitano, invece, trovarsi una bella mattina con quattro ministri che, sia pure senza riuscire a trattenere i sorrisi per il ridicolo, inaugurano i loro ministeri a Monza, è del tutto inaccettabile. Specie se questo comporta l’emissione di decreti che devono passare per la scrivania del Presidente della Repubblica.

In realtà la mossa dei ministeri è solo l’ultima iniziativa di propaganda di un partito che si sente minacciato sul proprio territorio e che non sa più a che santo votarsi.

Siccome, appunto, l’anno prossimo si vota a Monza e le probabilità che il sindaco leghista Marco Mariani possa essere riconfermato sono davvero poche, ecco, per rafforzarlo, la messa in scena del trasferimento dei ministeri. Alla quale tuttavia non si sono sottratti due ministri del Pdl come Tremonti e Brambilla: si può immaginare la sorpresa di Napolitano nel vedere il titolare dell’Economia, negli stessi giorni in cui va e viene da Bruxelles per puntellare l’affidabilità economica dell’Italia, prendere parte a una commedia in cui tra l’altro era costretto a consegnare a Bossi un mazzetto di banconote, ufficialmente per pagare a spese proprie il costo del trasferimento degli uffici. A ciò si aggiunga che per quanto sia stato annunciato che le nuove sedi ministeriali non comporteranno costi aggiuntivi per il bilancio dello Stato, è già stato ampiamente dimostrato, nella pratica, come questo sia impossibile. Delle due l’una: o una volta aperti gli uffici di Monza al solo scopo di farli filmare dalle telecamere, li si richiude; oppure, se davvero si vuol renderli operativi, com’è inevitabile dal momento che il pubblico prima o poi vi affluirà, sarà inevitabile dotarli di strumenti di lavoro e di personale. Con nuove spese nel momento meno adatto, visto che è appena stata varata una manovra di tagli e di riduzione dei costi dell’apparato statale.

Meglio sarebbe stato sicuramente per Pdl e Lega interrogarsi sulle responsabilità del suddetto sindaco Mariani per l’insoddisfazione ormai evidente della popolazione monzese, che, solo per fare un esempio, ha visto il proprio primo cittadino difendere il tradizionale Gran Premio di Formula Uno dall’ipotesi di uno spostamento a Roma dicendo che era pronto ad allearsi con Al Qaeda e disposto a far saltare il Colosseo sulla testa dei romani. Una sorta di caricatura dell’originale bossiano. Che adesso, per rimediare alle stranezze di questo sindaco, il centrodestra pensi di trasferire i ministeri a Monza, Napolitano, buona parte dei cittadini monzesi, e forse non solo loro, non riescono a convincersene.

La Stampa 27.07.11

"La politica del disgusto", di Stefano Rodotà

Dobbiamo purtroppo continuare a subire le prepotenze di una maggioranza parlamentare lontana dalla percezione stessa di che cosa significhi rispetto per i diritti civili. È passato appena un giorno dalla severa lezione impartita dalla Corte Costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il divieto di sposarsi per gli immigrati senza permesso di soggiorno, perché così veniva negato un diritto fondamentale della persona.
Ed ecco che la Camera dei deputati ha subito voluto smentire questo segnale di civiltà che, per un momento, ci aveva fatto sentire vicini ai Paesi che praticano il buon diritto, quello che ha la sua bussola nel rispetto dell´altro, nell´accettazione della diversità come fondamento dell´eguaglianza. Nell´aula di Montecitorio si è bloccata la possibilità di approvare una norma contro l´omofobia, usando addirittura, in maniera del tutto distorta l´argomento di una sua incostituzionalità. Il mondo capovolto. È il trionfo degli spiriti beceri, dell´alata parola dei ministri che indicano al pubblico disprezzo i “culattoni” e poi trovano alleati in chi continua a praticare un fanatismo ideologico in nome della morale e della “natura”. Una volta di più, miseramente, la politica del disgusto ha vinto sulla politica dell´umanità, per usare le parole di Martha Nussbaum, sui cui scritti mi ero permesso di richiamare l´attenzione pochissimi giorni fa. Parole al vento.
Conosciamo le ragioni che avevano indotto a proporre una norma contro l´omofobia. Bisognava reagire a un clima omofobico, non più strisciante, ma dichiarato, grazie al quale alle parole si sono aggiunte le aggressioni fisiche. La regressione culturale che ci circonda, il cui linguaggio ci dà quotidiane testimonianze, è stato l´ottimo terreno di coltura di questi atteggiamenti. In questi casi la norma giuridica, al di là dei suoi aspetti punitivi, ha un elevato valore simbolico. È il segno di una società che non dà cittadinanza a specifici comportamenti, che rifiuta istituzionalmente ogni loro legittimazione.
Nessuno degli argomenti portati a sostegno della pregiudiziale di incostituzionalità è convincente. Alcuni, anzi, sono davvero segno di un´imbarazzante modestia giuridica, per non dire una malafede che si traduce nel peggior cavillare. Proprio per evitare alcune obiezioni, dopo il voto contrario del 2009, si era rinunciato ad introdurre un vero e proprio reato di omofobia, limitandosi a prevedere una semplice aggravante. Neppure questo è bastato. Si è detto che il riferimento all´”orientamento sessuale” è troppo generico, sicché la norma mancava della necessaria chiarezza e tassatività, lasciando troppo spazio alla discrezionalità dei giudici. Ma dell´orientamento sessuale parlava già il Trattato di Maastricht, su di esso è tornato il Trattato di Lisbona e la Carta dei diritti fondamentali dell´Unione europea ne parla all´articolo 21 tra i casi di illegittima discriminazione (tutti documenti a suo tempo votati dal Parlamento italiano). Si tratta di un concetto tutt´altro che inafferrabile, i cui contorni sono stati definiti non solo culturalmente, ma attraverso un´ampia casistica giurisprudenziale. Nessun rischio di incertezza o di arbitrio, dunque. Per quanto riguarda, poi, la tesi secondo la quale si tratterebbe di un trattamento di favore per gli omosessuali che avrebbe creato una disparità di trattamento in altri casi o per altri soggetti, siamo di fronte ad un´altra sgrammaticatura giuridica.
Dovremmo sapere che l´eguaglianza consiste certo nel trattare in modo eguale situazioni simili, ma anche nel trattare in modo differenziato situazioni tra loro sostanzialmente diverse, come più volte ha detto la Corte costituzionale. E questo è proprio il caso dei comportamenti omofobici. Questa brutta giornata parlamentare è stata comunque segnata da qualche divisione all´interno della maggioranza.
Diciotto deputati del Pdl si sono astenuti (tra questi i ministri Carfagna e Romani) e uno, Versace, ha votato contro le pregiudiziali di costituzionalità. Qualcosa comincia a muoversi, e questo induce ad insistere perché si possa giungere ad una legge civile. Ma questa vergognosa vicenda impone due considerazioni politiche. Quale ragionevole dialogo sulle riforme in materia di giustizia e diritti può essere avviato con una maggioranza che al Senato cerca di imporre l´ennesima legge ad personam ed alla Camera sbarra sempre la via all´incivilimento del sistema giuridico? Quale alleanza politica è possibile tra le forze di centrosinistra e una Udc che appoggia la legge contro il testamento biologico, affossa la norma sull´omofobia, continua ad inveire contro il risultato dei referendum sull´acqua?
Paola Concia, relatrice alla Camera, ha proposto di avviare l´iter per una legge di iniziativa popolare. Bisogna farlo subito, utilizzando anche la spinta civile che viene dai movimenti attivi nella società. Le persone vive contro le anime morte del Parlamento. Su questo bisognerà tornare, perché la vicenda di ieri ha confermato l´esistenza di un gravissimo problema di rappresentanza. Le istituzioni non possono reggere quando ogni giorno i cittadini sono costretti a registrare incapacità di cogliere le dinamiche sociali, disprezzo per le minoranze, sacrifici di diritti civili e sociali.

La Repubblica 27.07.11

"Merci Silvio, i francesi ringraziano", di Raffaella Cascioli

Chissà se anche ora i figli di Berlusconi «farebbero il loro dovere», se glielo chiedessero. Era il marzo del 2008 quando un Cavaliere in piena campagna elettorale tuonava contro l’offerta dei francesi di Air France ad Alitalia e assicurava la disponibilità di Marina & Co. a scendere in campo perché un «Paese non può svendere la sua compagnia di bandiera».
Chissà se quell’offerta sarebbe valida anche oggi che la maggior parte dei soci della cordata è pronta a mollare nonostante il vincolo a non vendere la propria quota prima del gennaio 2013.
Oggi che Air France di fatto è pronta a rilevare per pochi spiccioli una compagnia che agli italiani è costata 4,5 miliardi di euro. Che Alitalia continua a perdere un milione di euro al giorno, come ai tempi di Cimoli, nonostante i dipendenti siano molti di meno.
Oggi che l’amministratore delegato Rocco Sabelli è dato in uscita già da qualche mese a causa di insanabili dissidi con alcuni azionisti. Che il commissario straordinario della vecchia Alitalia Augusto Fantozzi si è dimesso in polemica con il governo.
Oggi che la compagnia di bandiera, nonostante la professionalità di chi vi lavora e l’esiguità dei mezzi con cui opera, ha perso il primato in Italia. In vista del falò (definitivo?) della Fenice, è infatti Ryanair a festeggiare il sorpasso avvenuto su Alitalia. Il vettore low cost irlandese, che vanta 364 rotte nel Belpaese oltre a 10 basi e 22 aeroporti, diventa con 25 milioni di passeggeri trasportati la prima compagnia per traffico operante in Italia.
Una crescita, quella di Ryanair, in Italia perseguita con investimenti nella flotta (8 miliardi), sulle rotte (da novembre il network italiano conterà su 7 nuove tratte), sui passeggeri. Non è da oggi che la nuova Alitalia, che pure lo scorso anno ha più che dimezzato le perdite a 107 milioni di euro, perde quote di mercato nazionale nei confronti di compagnie low cost (Ryanair e Easyjet) riuscendo invece a fare meglio del previsto nei voli internazionali e intercontinentali al punto da ricevere il premio “Euro Annies 2011”.
Il tramonto del berlusconismo rischia di travolgere la confusa e concitata battaglia in nome dell’italianità che questo governo e il ministro dell’economia, seppure a corrente alternata, hanno ingaggiato con un incrociare di spade soprattutto con i cugini d’oltralpe. A cominciare da Edison il cui riassetto consentirà ai francesi di Edf di assumere un ruolo tutt’altro che secondario con il beneplacito del tesoro.
Senza dimenticare Parmalat e il fondo pubblico per investire direttamente nel capitale delle imprese. E così mentre per far fronte a un debito pubblico sempre più imponente il governo dovrà fare i conti nel prossimo futuro con un piano di privatizzazioni in un paese ridotto allo stremo, sembra riecheggiare quell’ironico Merci Silvio che qualche anno fa campeggiava sulla stampa francese per aver reso Alitalia una preda priva di debiti.

da Europa Quotidiano 27.07.11

"La farsa del centrodestra", di Guido Crainz

Il richiamo del presidente Napolitano al premier sul decentramento dei ministeri segnala con opportuna gravità che le farse possono aprire la via a crisi gravi. Non sono mai ammissibili se coinvolgono le istituzioni e sono ancor più intollerabili nei momenti di difficoltà di un Paese.
Sono assolutamente illecite se chiamano in causa questioni generali e costituzionali. Dalla meditata iniziativa del presidente Napolitano viene anche un monito a non sottovalutare le conseguenze del concitato e sempre più dissennato dibattersi di una maggioranza in agonia. Concitato e convulso anche in quella Lega che fino a un anno fa sembrava ancora in ottima salute: le elezioni regionali del 2010 la avevano fortemente irrobustita, proiettandola oltre i suoi tradizionali confini. Proprio quel successo le avrebbe imposto di riesaminare radicalmente una politica di cortissimo respiro e priva di prospettive reali (in primo luogo europee) per gli stessi “interessi del Nord”, oggi ridotti alla mascherata dei finti ministeri di Monza (patetico approdo, in realtà, dei parlamenti padani di quasi vent´anni fa). Così non è stato.
Il confuso e pericoloso dibattersi della maggioranza costringe a riflettere a fondo sulla fase che attarversiamo, e molti interventi hanno evocato la crisi di Tangentopoli e il crollo del sistema dei partiti che essa inescò. A spingere in questa direzione non è solo il crescere della corruzione e il discredito del ceto politico ma la sensazione che siano crollati progressivamente gli architravi di una lunga stagione. L´ultimo atto, una manovra finanziaria pesantissima e socialmente iniqua, ha smentito un´intera politica basata sulle menzogne e sulla irresponsabilità economica. Ed è stata resa ancor più iniqua dall´immunità garantita agli sprechi e agli sperperi della politica: in questo scenario è apparsa ancor più intollerabile l´impunità penale dei singoli. È solo l´ultimo atto, come s´è detto: la fiducia nel “nuovo miracolo italiano” è un ricordo lontanissimo e il fallimento della “politica del fare” ha la sua conferma più drammatica nelle perduranti sofferenze e nella dolorosa incertezza di futuro dell´Aquila. E il premier che aveva più volte garantito la fine dell´emergenza a Napoli non è in grado di imporre alla Lega neppure misure elementari e doverose di provvisorio ripiego. Per questa via, come ha scritto Aldo Schiavone, la leadership di Berlusconi è diventata ormai «un grumo di macerie e potere, un impasto denso di seduzione finita e di ostinazione che resiste», mentre si intravede sempre più chiaramente sullo sfondo quell´infittirsi di reti illegittime di cui la P3 e la P4 sono state espressione. Il crescere degli scandali privati e pubblici, dunque, ha fatto solo risaltare meglio la fine annunciata di una fascinazione politica.
Volge dunque al termine su tutti i versanti un rapporto del centrodestra con il Paese che si è consunto da tempo. Qui vi è certo qualche significativa somiglianza, ma anche qualche differenza, con lo scenario dei primi anni Novanta. La corruzione aveva superato da tempo, allora, i livelli di guardia ma a far esplodere l´indignazione contribuì in modo decisivo la fine di quel “patto di tolleranza” fra governanti e governati che negli anni Ottanta aveva progressivamente sostituito il consenso. Era basato, in buona sostanza, sul prevalere degli interessi degli uni e degli altri (leciti o illeciti che fossero) sul bene comune. Tolleranza dell´evasione fiscale, condoni, e uso sempre più innaturale della spesa (non solo al Sud) ne erano stati gli strumenti, ed era proceduta di pari passo l´occupazione e la spartizione dello Stato da parte dei partiti di governo. Quella politica portava inevitabilmente al disastro ma la sua fine fu accelerata da una crisi economica profonda e dal processo di unificazione europea, che ci imponeva di invertire quella spirale. Ci impediva di ampliare ulteriormente un debito pubblico giunto al 120% del prodotto interno lordo. Ci “costringeva” ad essere virtuosi. La rivolta antifiscale di chi temeva più seri controlli fu la prima reazione degli interessi colpiti (e di più generali illegalismi), il Mezzogiorno divenne il simbolo negativo dell´abuso della spesa pubblica e la corruzione politica apparve sempre più intollerabile: la Lega cavalcò tutti questi umori e prosperò su di essi, costruendo il primo pilastro di un nuovo inganno.
Oggi come allora, e sia pure in forme diverse, una fase più lunga è al termine e la sua fine coinvolge culture, o inculture, profonde. Giuseppe De Rita ha osservato che, assieme al “governare facile” del berlusconismo, sono oggi in crisi tutti i miti della “seconda repubblica”, incentrati su «improbabili e taroccate innovazioni delle istituzioni e delle classi dirigenti», e volge al termine anche «il primato dell´individualismo e del soggettivismo etico». Già in precedenza, negli straordinari risultati elettorali recenti e nello spirito collettivo che essi hanno fatto emergere molti avevano visto la vera fine della stagione iniziata negli anni ottanta, basata appunto sul dispregio delle norme e delle regole collettive, e su un “rampantismo” sempre più avido di puntelli e sussidi (spesso illegittimi).
Andrebbe compreso meglio, però, perché le culture, o inculture, degli anni ottanta hanno potuto durare così a lungo. Perché hanno potuto sopravvivere a quello stesso crollo che avevano provocato vent´anni fa, e riproporsi poi in altre forme. Le ragioni sono indubbiamente molte, e rimandano anche al Paese, ma un dato non va rimosso: nella bufera di Tangentopoli e nel crollo di un sistema politico ormai screditato la sinistra non seppe avanzare fino in fondo, in alternativa, proposte e modelli di buona politica. Più ancora, non seppe proporre una nuova idea di Italia, e sperperò anche le potenzialità che era riuscita a metter in campo con il primo governo Prodi. Al termine di esso prevalse il ritorno a una politica vecchia e destinata alla sconfitta (lo ha ricordato benissimo, di recente, Umberto Eco). C´è da sperare che la storia non si ripeta, ma i segnali non sono confortanti: e non solo sul versante della corruzione, che vede esponenti del Partito democratico sul banco degli accusati per episodi di rilievo e che impone una riflessione non episodica. Più in generale, il Pd non ha dimostrato sin qui di essere all´altezza della ventata di speranza alimentata dai recenti pronunciamenti elettorali. Non ha ancora dimostrato di essere capace di rinnovarsi profondamente, come essa richiedeva: di qui una sostanziale immobilità e la permanente assenza di una visione lucidamente alternativa. Con molte, infelici conseguenze quotidiane.
C´è da sperare con forza che il centrosinistra sia in grado di invertire una stanca e logora consuetudine mettendo in campo con urgenza energie e progetti nuovi, adeguati al momento. Programmi e figure di altissimo profilo e di grandissima credibilità, in grado di contrastare il gravissimo deterioramento della situazione. E di permettere agli elettori di sperare ancora. È una condizione assolutamente necessaria per chiudere definitivamente una fase e aprirne con fiducia una nuova. Ma sembra ancora tutta da costruire.

La Repubblica 27.07.11

Legge elettorale. Dal PD una buona medicina per il sistema

Approvata a larghissima maggioranza la proposta di riforma elettorale nella riunione dei gruppi parlamentari di Camera e Senato. Lo schema prevede anche la parità di genere nella composizione delle liste e una serie di incompatibilità e ineleggibilità
“Una buona medicina per il sistema, norme veramente salutari”: così il segretario del PD, Pier Luigi Bersani ha definito la proposta di riforma elettorale messa a punto dal Partito democratico che stamane è stata approvata a larghissima maggioranza (3 astensioni e 5 referendari che non hanno partecipato al voto) nella riunione dei gruppi parlamentari di Camera e Senato riuniti nella Sala della Regina di Montecitorio.

La proposta che verrà depositata entro questa settimana al Senato è leggermente diversa da quella iniziale, nel senso che viene accresciuta la quota maggioritaria. All’inizio si prevedeva un sistema misto con il 65% dei collegi uninominali assegnati con doppio turno, una parte proporzionale pari al 30% e un diritto di tribuna del 5% dei seggi. La proposta approvata oggi semplifica il sistema prevedendo un 70% di maggioritario a doppio turno e un 30% di proporzionale.

Lo schema prevede come ulteriori norme, la parità di genere nella composizione delle liste e una serie di incompatibilità e ineleggibilità.

“Il punto dirimente è superare il porcellum” ha spiegato Bersani sottolineando che la proposta verrà presentata alle altre forze politiche, di opposizione e di maggioranza, in modo da “vedere chi si attacca al porcellum e chi è pronto a muoversi”.

“Oggi – ha spiegato ancora – abbiamo approvato la proposta elettorale con 2-3 astensioni e abbiamo depositato le leggi sulla incompatibilità e ineleggibilità, adesso ci mettiamo a lavorare con lo stesso metodo della legge elettorale su una legge per i partiti, in applicazione dell’articolo 49 della Costituzione. Tema per il quale sono già depositate alcune nostre proposte ma adesso vediamo di presentarne una a nome di tutto il PD, con una elaborazione anche nuova. Stiamo, quindi, via via componendo il nostro progetto di riforma della Repubblica, avendo già presentato all’inizio della legislatura il disegno di riforma costituzionale e istituzionale”.

“Per quanto riguarda la legge elettorale -ha proseguito Bersani – ci mettiamo a disposizione al confronto delle forze politiche. Penso che il punto dirimente sia superare il porcellum e liberare i cittadini nel scegliersi i loro rappresentanti. Noi lo facciamo con un privilegio del territorio, con un meccanismo a doppio turno, con la parità di genere, 50 e 50, e con il divieto a formare gruppi parlamentari per chi non si è presentato col proprio simbolo alle elezioni. Credo che queste norme sarebbero veramente salutari, una medicina per il sistema, una vera medicina”.

Per quanto riguarda le proporzioni del sistema misto, Bersani ha spiegato che si tratta di “70 e 30, cioè 70% maggioritario con collegi a doppio turno e 30% di proporzionale. Poi si discuterà con gli altri, vedremo”.

Sul confronto con le altre forze politiche, Bersani ha confermato che la proposta di legge è stata già mandata in bozze. Una proposta, ha sottolineato, “che dovrebbe coinvolgere tutti. Vediamo, ci interessa misurare la temperatura alle forze politiche e vedere chi si attacca al porcellum e chi è pronto a muoversi. Questo ci interessa adesso”.

www.partitodemocratico.it

Omofobia, affossata la legge. Fischi e urla a Berlusconi

L’aula di Montecitorio ha approvato, con 293 voti a favore (250 i contrari, 21 gli astenuti), le questioni pregiudiziali di costituzionalità presentate da Pdl, Lega Nord e Udc sulla proposta di legge per introdurre il reato di omofobia. L’assemblea ha dunque respinto per la seconda volta in due anni il testo del Pd.
BERSANI: «UNA VERGOGNA»
«È una vergogna, una delle pagine più brutte e spero che non passi inosservata», commenta il segretario del Pd. «Hanno tirato fuori un argomento inaccettabile contro una norma che combatte ogni tipo di discriminazione. Mi aspettavo che da parte del centrodestra ci fosse un po’ più di coscienza».

Il Pdl non vota compatto a favore delle pregiudiziali di costituzionalità al disegno di legge contro l’omofobia. Santo Versace si unisce alle opposizioni e vota contro. Alcuni deputati si astengono e tra di essi due ministri – la responsabile delle Pari opportunità Mara Carfagna e il titolare dello Sviluppo economico Paolo Romani – e inoltre Claudio Scajola e altri 15 parlamentari (Abrignani, Barani, Bergamini, Carlucci, Cazzola, Cicu, De Girolamo, De Luca, Fallica, Gava, Golfo, Nirenstein, Russo, Scandroglio e Terranova). Anche tra le file dei ‘finiani’ non tutti seguono Flavia Perina, che aveva preannunciato in aula il voto contrario di Fli: votano per le pregiudiziali di costituzionalità di Pdl, Lega e Udc Roberto Menia, Francesco Proietti e Daniele Toto. Voto a favore anche dell’Api Donato Mosella. Votano infine contro le pregiudiziali il ‘responsabile’ Maurizio Grassano e, a differenza della gran maggioranza dell’Udc, Pierluigi Mantini e Lorenzo Ria, entrambi ex Pd, mentre si astiene Anna Teresa Formisano.

FINI: AVREI VOTATO CONTRO LE PREGIUDIZIALI
«Se avessi potuto votare come un semplice deputato, avrei votato convintamente contro le pregiudiziali» di costituzionalità», dice il presidente della Camera, lasciando l’Aula, dopo che l’assemblea ha ‘affossato’ il provvedimento.

CARFAGNA SI ASTIENE
Il ministro alle Pari opportunità si dice convinta che una legge contro l’omofobia «sia giusta» e auspica che in parlamento «il dialogo continui». Al termine delle votazioni in aula alla Camera sulla proposta del Pd, interpellata dai cronisti, spiega che «pur non condividendo il testo Soro» si «è astenuta sulle pregiudiziali di costituzionalità» di Pdl, Lega e Udc «perchè interrompere il dialogo non è positivo». Il governo, aggiunge, non presenterà un suo testo «perchè è il parlamento che deve confrontarsi». Il testo Pd, aggiunge, «introduce un reato di opinione» invece «la strada più giusta è una aggravante specifica».

Il testo, voluto fortemente da Paola Concia (Pd), è stato dunque ‘affossato’. Si è ripetuto quanto già accaduto a ottobre 2009 quando venne approvata una pregiudiziale di costituzionalità dei centristi. Il Pd ripresentò una nuova proposta e ora, dopo due anni di esame in commissione, era tornato all’esame dell’assemblea.

FISCHI E URLA A BERLUSCONI
Contestazione, al suo arrivo a palazzo Chigi, per il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Quando il corteo delle auto è giunto nella sede del governo, infatti, sono partiti i fischi e le proteste di una cinquantina di persone. In particolare da una parte c’era un gruppo di disoccupati napoletani del progetto ‘Bros’ e dall’altra alcuni rappresentanti delle associazioni gay che protestano contro l’affossamento della legge sull’omofobia. Questi ultimi esponevano le bandiere del circolo Mario Mieli di Roma, dell’Agedo, del Dì Gay project e dell’Arcigay e del Milk di Milano.

Il Pdl oggi in aula ha depositato anche una richiesta di sospensiva dell’esame. Carolina Lussana, a nome della Lega, ha spiegato che il suo gruppo è contrario al prosieguo dell’esame della proposta «ma solo per motivi di incostuzionalità». Lussana ha premesso che il Caroccio esprime «la più severa condanna nei confronti di ogni forma di discriminazione sessuale e quindi di ogni condotta violenta e offensiva che abbia come motivazione l’orientamento sessuale della vittima. Dico ciò – ha continuato – per evitare che la nostra contrarietà al provvedimento venga strumentalizzata». Poi spiega che le «motivazioni» con cui nel 2009 la prima proposta di legge contro l’omofobia venne bocciata con le pregiudiziali dell’Udc «restano per noi ancora valide: stiamo introducendo – dice – norme che presentano diversi profili di violazione della Costituzione, in particolare si viola il principio di uguaglianza». Nell’introdurre questa aggravante, conclude Lussana, riserviamo «un trattamento diverso nel sanzionare delitti non colposi. Perciò, con la scusa di evitare discriminazioni se ne introducono altre». Lo stesso reato «commesso contro un omosessuale – ha aggiunto Rocco Buttiglione (Udc) – verrebbe sanzionato in maniera diversa rispetto allo stesso reato commesso contro un eterosessuale».

PAOLA CONCIA: ‘UNA PARTE DEL PARLAMENTO STA CON I VIOLENTI E NON CON LE VITTIME’
«Una parte di questo Parlamento oggi ha deciso di stare dalle parte dei violenti e non delle vittime». Così Anna Paola Concia commenta l’approvazione delle pregiudiziali di costituzionalità.

CICCHITTO:’CALENDARIZZAZIONE PREGIUDIZIALI VOLUTA DAL PD’
«A chiedere la calendarizzazione delle pregiudiziali sull’omofobia non è stato il gruppo del Pdl ma quello del Pd. Nel merito noi non abbiamo nessun atteggiamento omofobo e la nostra posizione di fondo è quella di considerare i gay come dei cittadini uguali agli altri e proprio per questo contestiamo ogni trattamento giuridico specifico e differenziato che come tale ammetterebbe e accentuerebbe una diversità, sostanzialmente incostituzionale», dichiara in una nota il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto.

GAY CENTER: ‘BOICOTAGGIO ALLE PROSSIME ELEZIONI’
«La bocciatura della legge contro l’omofobia di oggi è un atto vergognoso di questo parlamento, che pone chi l’ha votata fuori dal dettato costituzionale. per la seconda volta i partiti anti-gay affossano un provvedimento utile per contrastare le discriminazioni e si coprono di ridicolo verso l’Europa e il resto dell’Occidente. La comunità lesbica, gay e trans risponderà non ammainando le bandiere e, in occasione delle prossime elezioni politiche, lavoreremo per un vero e proprio boicottaggio di quei parlamentari che hanno votato a favore delle pregiudiziali di costituzionalità», dichiara in una nota Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center.

www.unita.it

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Intervento del Capogruppo Dario Franceschini alla Camera dei Deputati contro la pregiudiziale della Lega

DARIO FRANCESCHINI. Signor Presidente, vorrei un attimo richiamare un’Assemblea, che, come spesso capita, è abbastanza distratta, sull’oggetto di questa pregiudiziale e su quello che purtroppo quest’Aula sta per fare.
La proposta di legge a prima firma onorevole Soro, in quel momento capogruppo del Partito Democratico, è stata presentata dopo una serie di episodi ripetuti, che le cronache hanno riportato, di violenza e di aggressione contro persone colpevoli soltanto di essere omosessuali, aggredite o insultate esattamente per questo.
Non sto a ricordare l’episodio che ha coinvolto la nostra collega, onorevole Concia, aggredita vicino alla Camera e il fiume positivo di solidarietà e di parole ed impegni – quello veramente trasversale – che è seguito a quell’aggressione. E, anzi, vorrei cogliere l’occasione per ringraziare l’onorevole Concia per tutto il lavoro che con molta tenacia e determinazione (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Italia dei Valori) ha portato avanti su un problema che riguarda migliaia e migliaia di persone e che deve interessare la nostra attività di legislatore.
La legge è stata per molto tempo in Commissione, è stata discussa, è stata dibattuta, è stata affrontata in tutti i suoi aspetti, è approdata in Aula nel dicembre 2009 e in quell’occasione è stata approvata una pregiudiziale di costituzionalità, presentata anche in quel caso, perché veniva contestata la previsione di una fattispecie di reato legata all’orientamento sessuale.
Il lavoro che è seguito a quella bocciatura, di nuovo in Commissione, ha portato – vorrei che i singoli parlamentari della maggioranza almeno questo lo sapessero e lo conoscessero come elemento di valutazione – a un nuovo testo che non prevede una fattispecie di reato, ma prevede una circostanza aggravante, e cioè il fatto molto comprensibile anche per i non giuristi e i non addetti ai lavori che, se viene commesso un reato di violenza, di percosse, di omicidio, di lesioni nei confronti di una persona che viene percossa o aggredita per ciò che è nella sua vita e, quindi, con un intento palesemente discriminatorio (ti picchio perché sei omosessuale, ti picchio o ti aggredisco perché sei nero, ti picchio per il tuo orientamento religioso), per motivi di razza, di etnia, di religione, di orientamento sessuale, in questi casi scatta nel nostro ordinamento una aggravante.
Ciò è in linea assoluta con la legislazione straniera: i dossier della Camera riportano in modo puntiglioso che le norme che prevedono aggravanti o reati legati alle diversità di orientamento sessuale ci sono in Germania, ci sono in Spagna, ci sono nel Regno Unito: norme molto puntuali e precise.
La norma, così com’è stata riscritta, recepisce integralmente l’articolo 19, paragrafi 1 e 2, del Trattato di Lisbona ratificato all’unanimità nel 2008 da questa Camera.

Quindi abbiamo già unanimemente votato una norma che contempla esattamente la previsione di norme «per combattere discriminazioni fondate sul sesso, la razza, l’origine etnica, la religione o le convinzioni personali, la disabilità, l’età o l’orientamento sessuale». Sono norme del Trattato di Lisbona già ratificate da questa Camera. La norma prevista nell’ultimo testo bocciato in Commissione prevede esattamente la trasposizione letterale nel nostro ordinamento del Trattato di Lisbona. Allora perché votare contro, chiedo ai deputati. Non c’entra nulla con il tema che pure è stato affrontato delle coppie omosessuali, delle adozioni e via dicendo, non c’entra nulla. Qui si tratta soltanto di prevedere una giusta aggravante per intenti discriminatori nei confronti non soltanto delle persone per il loro orientamento sessuale, ma di carattere generale, come ha ricordato il Ministro Carfagna, che ha invitato quest’Assemblea ad un voto positivo e trasversale.
Chiedo – e concludo – perché almeno non lavorare per migliorare il testo, respingere le questioni pregiudiziali e poi lavorare sul testo per cambiarlo, se si ritiene che la norma possa essere scritta in modo migliore. Per questo motivo il nostro voto è ovviamente contro le questioni pregiudiziali e l’invito è a respingere, a votare, a far sentire un voto di coscienza come è stato annunciato molte volte sulle agenzie e sui giornali da parte dei parlamentari di maggioranza, per poi entrare nel merito. Comunque questo voto farà chiarezza e spazzerà via le tante ipocrisie e le tante parole sprecate e contraddette poi in quest’aula (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

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Bonus bebè, "Serve una via d'uscita credibile per le famiglie"

L’on Ghizzoni risponde al sottosegretario Giovanardi:”Le famiglie hanno agito in buona fede,sarebbe ingiusto farle incorrere in procedimenti penali e pesanti sanzioni”. “A questo punto della vicenda, occorre fare un po’ di chiarezza. Le famiglie che hanno indebitamente riscosso nel 2006 il fatidico bonus bebè – indotte in errore dalla stessa lettera dal Presidente del Consiglio Berlusconi, scritta con parole amichevoli e rivolta direttamente al nuovo nato, riportandone il nome – stanno spontaneamente restituendo la somma allora ricevuta. Rifiutano invece la procedura penale (e relativa sanzione di 3000 euro) che verrà loro contestata per aver compilato erroneamente, seppur in buona fede, l’autocertificazione sull’ammontare del reddito. Del resto la lettera ricevuta da Berlusconi non suggeriva di avvalersi della competenze di un CAF o di un commercialista! Sarebbe stato sufficiente applicare gli ISEE e questo pasticcio non sarebbe successo”, dichiarano le deputate democrtiche Manuela Ghizzoni e Donata Lenzi, rispondendo al Sottosegretario Giovanardi.

“Sorprendono le parole dure e ostative pronunciate dal Sottosegretario Giovanardi, soprattutto perché sono di segno diametralmente opposto a quelle del suo collega di partito, l’on. Baccini, che ieri – in una trasmissione radiofonica – ha dato ampie rassicurazioni sulla volontà del Governo di intervenire in favore delle famiglie coinvolte da questa assurda vicenda. Due le ipotesi: o Baccini ha fatto melina per rassicurare gli ascoltatori senza avere mandato dal Governo, oppure Giovanardi è all’oscuro delle decisioni dell’Esecutivo. Resta comunque un fatto: le famiglie hanno agito in buona fede e sarebbe ingiusto che incorressero in procedimenti penali e in pesanti sanzioni. Se il Governo ha davvero a cuore gli interessi di queste famiglie, si impegni con noi nella ricerca di una credibile via di uscita dal tunnel nel quale sono entrati seguendo il pifferaio Berlusconi”.

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da la Gazzetta di Modena di oggi 26.07.11

Giovanardi: sul bonus bebè non ci può essere sanatoria

«La richiesta dei deputati del Pd Manuela Chizzoni e Donata Lenzi di una sanatoria per i genitori che hanno indebitamento incassato 1000 euro di bonus bebé non è accettabile». Lo afferma il senatore Carlo Giovanardi, che spiega: «Su 700 mila assegni erogati, circa 8000 sono risultati non dovuti in quanto l’autocertificazione di avere un reddito inferiore ai 50mila euro complessivi, è risultata non veritiera. A queste 8000 persone la maggior parte delle quali ha certamente confuso in buona fede i 50mila euro, che dovevano essere lordi , per netti, l’amministrazione chiede (e se non lo facesse sarebbe abuso d’ufficio) di restituire la somma indebitamente percepita, senza interessi, anche a rate. Posso convenire che il funzionario estensore della lettera ha usato un linguaggio aridamente burocratico, ma doveva pure mettere in guardia gli indebiti percettori che in caso di condanna penale (in alcuni casi ci potrebbe essere la mala fede) si rischiano ulteriori sanzioni. Riassumendo: sei anni dopo viene chiesto a chi non ne aveva diritto di restituire una somma indebitamente percepita come è giusto anche nei confronti dei 400mila che rispettando la legge, avendo redditi superiori ai 50mila euro,non presentarono la domanda».