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"L’arma della questione morale", di Giorgio Merlo

Il dibattito che si è aperto nel Pd sul ritorno della cosiddetta “questione morale” non può essere liquidato con superficialità. Certo, anche su questo tema, come su quello della “casta”, è sempre bene non farsi travolgere dall’emotività e dalle parole d’ordine. Servono prudenza, responsabilità, equilibrio. Ma anche chiarezza e trasparenza.
Allora cominciamo a dire cosa non si deve fare. Innanzitutto il Pd non deve’essere un partito moralista, inquisitoriale e vagamente giustizialista. Non si può trasformare un singolo, o più episodi – ancora, comunque tutti da verificare e da accertare – in un’arma decisiva per scassare un partito o distruggere le persone. La presunzione di innocenza, almeno fino a prova contraria, dovrebbe ancora essere una regola e non solo un inciampo. Se c’è qualcuno nel Pd, e purtroppo c’è, che imbraccia la questione morale per trasformarla in un’arma politica sperando di ottenere più spazi personali o di corrente è bene che si ravveda in fretta.
Con il moralismo di bassa lega non si va da nessuna parte né, tantomeno, con un istinto perennemente giustizialista. In secondo luogo, non c’è alcuna “superiorità morale” da rivendicare. Non sopporto chi, nella vita come nella politica, si erge a predicatore incallito o a giudice insindacabile. È meglio prendere atto che, soprattutto nell’attività politica, ci si deve comportare sempre con correttezza e trasparenza rispettando codici e regolamenti che disciplinano la vita di ogni partito e nel rispetto costante e senza intransigenza delle leggi e dei principi del nostro ordinamento.
Ma basta con i “santoni” contemporanei e con tutti coloro che distribuiscono ogni ora pagelle e giudizi sugli altri. Sono personaggi notoriamente insopportabili e che, altrettanto normalmente, nascondono desideri inconfessabili dietro il solito e vecchio paramento del moralismo e dell’integralismo.
In ultimo, la “questione morale” non può mai diventare la base per un efficace e duraturo programma di governo. Gli slogan riassuntivi di questo ipotetico programma “più galera per tutti” o “più manette per tutti” non può essere l’orizzonte entro il quale si costruiscono alleanze e si definisce una cultura di governo. La piena trasparenza e un comportamento politico all’insegna della coerenza e della sobrietà sono e restano gli ingredienti indispensabili per una corretta e credibile attività pubblica.
Ma non possiamo trasformare questo tema in una clava dove qualcuno pensa di dividere il mondo tra i “buoni” e i cattivi” e, come sempre, di trarne un vantaggio personale e politico. Questo moralismo d’accatto va bandito senza attenuanti.
Detto questo, però, è bene anche alzare il coperchio su altri versanti. E, visto che parliamo del Pd e non di altri, di essere altrettanto intransigenti ed esigenti con noi stessi.
Appurata che non c’è una “superiorità morale” nostra, non ci può essere al contempo nessuna difesa “corporativa” o di gruppo o di corrente. Nessuna correità, quindi. Chi sbaglia, nel rispetto delle regole e delle procedure, semplicemente paga. Senza persecuzione, senza patiboli e senza esporli al pubblico ludibrio. Ma paga. Come? Semplice.
Con la sospensione immediata dagli incarichi e dalle funzioni che si rivestono nel partito e senza intralciare minimamente il corso e il lavoro della magistratura. E, in secondo luogo, lavorando affinché la mala pianta dell’intreccio tra economia e politica venga sconfitta alla radice. Troppe volte questo tema, irrisolto e mal affrontato, è la causa concreta della degenerazione della politica e della sua progressiva trasformazione in un luogo – almeno così viene percepito – di malaffare e di possibile arricchimento.
Certo, la politica costa. E anche la democrazia costa. Fuorché pensiamo che la politica, d’ora in poi, debba essere appaltata esclusivamente a chi ha i mezzi. Cioè ai ricchi. Noi arriviamo da una tradizione che ha sempre individuato nel partito “uno strumento democratico per eccellenza capace di trasformare i ceti popolari da classe subalterna a ceto dirigente del nostro paese” – come amava ripetere ossessivamente Carlo Donat-Cattin in tempi non sospetti. E, soprattutto, siamo oggi in un partito che attorno alla questione morale, al rispetto delle regole, alla rigorosa osservanza delle leggi, dei regolamenti e del rispetto delle istituzioni e dei suoi organi, ha costruito la sua identità politica e la sua cifra culturale. Su questo versante nessuna indulgenza e nessun tentennamento. Non possono esistere zone d’ombra o comprensioni pelose ed equivoche.
Anche perché non siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli come alcuni organi della destra cercano di assecondare quotidianamente. Ed è proprio su questo versante che mi permetto di sottolineare, a gran voce, che il Pd può rivendicare una “diversità” culturale nei confronti dei partiti della destra. Per noi il rispetto delle regole e della trasparenza non è moralismo d’accatto o riproporre piccoli tribunali inquisitoriali.
Per noi queste regole sono il preambolo costitutivo della stessa esperienza politica. Adesso si tratta di procedere con coerenza, serietà ed intransigenza.
Perché su questo versante, e lo dico senza prepotenza ed arroganza, sta la profonda differenza con gli atteggiamenti, lo stile e la prassi comune dell’attuale destra italiana.

da Europa Quotidiano 28.07.11

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“Ma quella diversità è nei fatti”, di Federico Orlando

Ieri Europa si è compiaciuta della considerazione di Bersani che nessuno nel Pd possa ritenersi «geneticamente diverso», con ciò chiudendo la questione della “superiorità morale” della sinistra, e quindi della sua differenza antropologica.
Ce ne compiaciamo anche noi, ma con juicio. Infatti, è solo la bolsa retorica del giornalismo di destra, e di quello cerchiobottista, a speculare sull’eredità che al Pd sarebbe arrivata dal Pci, inventore della “diversità” (comunista) dagli altri partiti di massa, nella “questione morale” che s’intravvedeva negli anni Ottanta ed esplose nei Novanta. E a filosofare sul presunto problema di un’antropologia di sinistra, da cui sarebbe derivata al Pci quella superiorità morale.
Insomma, contro la chiarissima posizione di Berlinguer («mai più troveremo un nemico così», lo rimpiangemmo sul Giornale di Montanelli), si confondeva già allora, per bassa bottega, fra un principio tutto politico e tangibile, quello della “diversità” di un partito dagli altri nel quadro di una crescente questione morale, e un principio tutto metafisico, qual era quello di una “superiorità antropologica”: principio oscenamente razzista e intellettualmente sociologico, che non poteva stare nel cervello di un uomo raffinato come Berlinguer e di una cultura di sinistra che, combattuta con asprezza dai democratici liberali e poi dai socialisti, era pur sempre in larga parte di derivazione idealistica e crociana, e faceva dello stato e del senso dello stato il centro di una religione laica. Laddove altri vedevano la politica soprattutto in chiave sociale, clientelare ed elemosiniera.
L’attacco della sinistra movimentista a questa cultura postliberale di Berlinguer ne è la controprova, dal Sessantotto in poi.
Il melting pot italiano, che nei decenni postbellici aveva unificato il paese nella tv e nella cucina, nello sport e nelle vacanze, nella libertà sessuale e nell’autotutela piccolo-proprietaria, con risultati intellettualmente mediocri ma nazionali, non aveva creato analogo melting pot in politica: dove c’era chi rubava in nome del privato e chi non rubava in nome delle leggi o, se preferite, della comunità. Oggi si scopre (ma non solo oggi) che anche fra i comunisti c’erano disinvolti personaggi che manovravano tangenti per sé o per il partito o in jure utroque; e c’erano fra i liberali di Altissimo (anche le formiche, nel loro piccolo…) e i repubblicani di La Malfa, che predicava il “partito degli onesti”.
La differenza tra i partiti più coinvolti e gli altri è che i primi non avevano cultura dello stato, salvo eccezioni positive, e i secondi l’avevano, salvo eccezioni negative. Ma né le eccezioni positive né le eccezioni negative possono essere invocate come l’esistenza di un costume unico e generale: la casta politica era tutta uguale nei privilegi tollerati, non di fronte alle tangenti. E ciò perché diverse erano le classi sociali a cui quelle caste o partiti si rivolgevano: ci vorrebbe Paolo Sylos Labini a rispiegarlo, oggi, quarant’anni dopo il famosissimo Saggio che non piacque al Pci, che vi vide il declino numerico della classe operaia, e non piacque a dc e socialisti, che vi videro la denuncia di una amoralità delle classi sociali numericamente egemoni da cui ricevevano voti: artigiani, commercianti, professionisti, proprietari, redditieri, industriali.
L’evasione fiscale, resa evidente dopo l’entrata a regime della riforma Vanoni, il lavoro nero, l’imboscamento dei patrimoni immobiliari, i fitti non denunciati, il mercato della casa sempre più affluente e sempre più jugulatorio, la mafiosità delle cattedre universitarie e dei posti di alta qualificazione, la ricostituzione della casta militare, l’alluvione dell’affarismo ecclesiastico, creavano, eccome, la “diversità” fra questi italiani e i ceti medi a reddito fisso: i professori, i maestri, gli impiegati pubblici, i preti poveri, gli studenti fuori sede, le famiglie monoreddito, i malati (spesso falsi, ma sempre più marginali), i pensionati minimi (spesso illegittimi, ma sempre “più minimi”), i disoccupati, i non occupati, le donne rassegnate alla mancanza di lavoro, le coppie di fatto senza casa senza previdenza e spesso senza reddito: insomma, tutti costoro, cui per legge era inibito l’accesso al privilegio, all’occasione, al bizantinismo truffaldino, erano, sì, e sono tuttora “diversi”.
Non certo “antropologicamente superiori”, forse neanche “moralmente superiori”, perché a volte il comportamento morale non lo scegliamo ma lo subiamo, ma certissimamente diversi sul piano politico. È questa certissima diversità che spinge una parte maggioritaria dei ceti legibus soluti a stare con Berlusconi fino a sopraggiunto disgusto; e una parte maggioritaria dei ceti “vincolati” a stare con Bersani.
E penso che Bersani, quando dice «Noi non rivendichiamo una diversità genetica, noi vogliamo dimostrare una diversità politica», sappia benissimo che il genetico e il politico sono aggettivi, il sostantivo che conta oggi è diversità. E non è detto che su questa diversità politica non si possa costruire anche una diversità morale: in fondo, cosa fanno – e senza i partiti – milioni di donne che protestano contro la prostituzione dell’immagine femminile; milioni (presto) di contribuenti che bruciano le cartelle esattoriali pensando anche al concittadino che ti ripara la chiave dell’acqua ma non dichiara quanto gli hai dato; centinaia di migliaia di “diversi” cui il centrodestra clericale nega perfino la difesa fisica oltre i riconoscimenti sociali; i milioni di studenti e insegnanti che a settembre ricominceranno come nell’autunno del 2010 la sacrosanta protesta? Una volta si chiamavano blocchi sociali. E perché due blocchi sociali dovrebbero scontrarsi se non fossero diversi?

da Europa Quotidiano 28.07.11

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“E ora Bersani si sente accerchiato”, di Andrea Tognotti

Il caso Penati monta sui giornali, il Nazareno teme un altro 2005 e passa al contrattacco. Palazzo Montecitorio, ore 12. Pier Luigi Bersani ha appena finito di spiegare il senso dell’intesa tra l’Agenzia italiana risposta emergenze (Agire) e il Partito democratico: una mobilitazione per il Corno d’Africa messo in ginocchio dalla carestia.
Chiede se ci sono domande sul tema, precisando che – «siccome so come funziona» – ad eventuali altre domande risponderà dopo. Dunque, nessuna intenzione di sottrarsi ai quesiti dei giornalisti nonostante – o, forse, esattamente per questo – non ci volesse un indovino per immaginare quale sarebbe stato il tema: la questione morale nel Pd.
Assieme a lui, oltre al responsabile esteri Lapo Pistelli, il presidente dei deputati dem Dario Franceschini. Una delegazione di peso. Quando la domanda cade sul «diversamente ladri» con cui il Giornale ha aperto il numero di ieri, la risposta è secca: «Accettiamo critiche, ma non aggressioni, calunnie e fango». Sì, perché secondo il leader del Pd la «macchina del fango» è in piena azione. E non è alimentata solo dalla stampa di destra, dalla quale tutto sommato ci si aspetta un trattamento poco riguardoso. Quello che preoccupa l’entourage bersaniano è che un po’ tutti, anche i quotidiani non schierati con il Cav, inzuppino il pane sulle traversie giudiziarie di Penati, trascurando, per dire, le ultime rivelazioni sul subaffitto pagato da Tremonti a Milanese per la casa di Campo Marzio.
«Due pesi e due misure», dice Bersani, che non vedrebbe male «un editorialino» dedicato agli affari dell’ex braccio destro del ministro dell’economia. Un «editorialino », par di capire, che faccia il paio, ad esempio, con quello di Antonio Polito di ieri che prende di mira il Pd.
Il timore, in definitiva, è che sotto l’ombrellone si parli – come nel 2005, con la vicenda Unipol – della questione morale democratica. Che poi, per i nomi in ballo, rischia di diventare la questione morale degli ex Ds.
D’altro canto il Pdl cerca di cogliere la palla al balzo e chiede, con Cicchitto e Capezzone, di «superare la cultura del giustizialismo», un modo come un altro per chiamare tutti a raccolta contro i giudici.
Dalle parti del Nazareno si ribadisce, invece, che nessuno pensa a un complotto dei magistrati contro il partito. Ma ci si sente un po’ accerchiati, messi nel mirino dai giornali.
Una sindrome che potrebbe concretizzarsi in un’iniziativa senza precedenti, tanto che se ne sta ancora verificando la fattibilità: una class action contro i denigratori. Comunque, assicura il segretario, «non ci faremo intimidire»: ovvero, come dice anche la lettera di martedì al Corriere, nessuna «timidezza» nell’affrontare la questione morale.
A Bersani arriva un sostegno forte dal vicesegretario Enrico Letta, il quale afferma che la reazione del segretario «è quella di tutto il Pd», e da Dario Franceschini, che condivide totalmente l’esternazione bersaniana. Ma non da Paolo Gentiloni di MoDem: l’idea della class action, dice su Facebook, «non l’ho proprio capita: quando in casa nostra ci sono violazioni dell’etica pubblica vanno denunciate con severità, al di là delle forzature dei giornali che se ne occupano. Cerchiamo di non scambiare le cause con gli effetti».
Per Rosy Bindi, invece, è giusto reagire così per evitare che si delegittimi tutta la politica. A complicare le cose una dichiarazione di Filippo Penati che, invece, se la prende con i magistrati osservando che il fascicolo relativo all’acquisto della Milano-Serravalle da parte della Provincia era a loro disposizione «da 6 anni». Come dire: perché esce ora?

da Europa Quotidiano 28.07.11

"Lo spirito del '92 che serve al paese", di Massimo Giannini

Com´è già successo nell´Italia del ´92, in uno dei tornanti finali della Prima Repubblica, di fronte al collasso del sistema politico tocca alle parti sociali propiziare la “svolta”. Oggi la storia si ripete. Di fronte alla crisi irreversibile del berlusconismo, che precipita il Paese nella palude, capitale e lavoro si uniscono e invocano «discontinuità».
Nonostante in Borsa e sui mercati piovano pietre sempre più pesanti, l´irresponsabile propaganda governativa continua a ridimensionare la portata degli attacchi speculativi contro i titoli della nostra piazza finanziaria e del nostro debito sovrano. Di fronte a questa dissennata disinformazione di massa, il comunicato congiunto di tutte le forze della rappresentanza economica e sociale ristabilisce il «principio di verità». C´è un problema europeo di fragilità strutturale dei Paesi periferici. C´è un problema americano legato al rischio-default della nazione guida della produzione e degli scambi. Ma l´Italia, proprio l´Italia, è sotto attacco, e non per caso. La sua economia non cresce, il suo debito non è sostenibile, e soprattutto la sua politica non è all´altezza del compito che la fase gli assegna: innescare un «immediato recupero di credibilità nei confronti degli investitori».
L´iniziativa straordinaria di questo «partito trasversale» dei ceti produttivi ha dunque un doppio significato. Un significato economico: dà la misura della drammatica emergenza che l´Italia sta attraversando. Un significato politico: mette in mora Berlusconi, e di fatto lo «liquida» in nome di un interesse generale che il suo governo non è più in grado di assicurare. Per questo serve una «discontinuità capace di realizzare un progetto di crescita del Paese», che garantisca «la sostenibilità del debito e la creazione di nuova occupazione».
Si potrà discutere a lungo sull´esegesi del termine. Ma evocare una «discontinuità», in questa congiuntura politica, vuol dire invocare la fine di questa disastrosa avventura berlusconiana, che sta scaricando sulla collettività un «costo» ormai proibitivo, tra manovre inique e recessive, differenziale tra Btp e Bund, e quindi aumento del costo del denaro per famiglie e imprese.
Come nel ´92, le parti sociali esigono un cambiamento radicale. Propongono una «supplenza», sostituendo una politica che non ce la fa. In questa chiave va letto il rilancio di un grande «Patto per la crescita» che coinvolga tutte le forze in campo. Esattamente come accadde quasi vent´anni fa, quando gli accordi di luglio sul costo del lavoro tra Confindustria e sindacati risollevarono un Paese distrutto dalle macerie di Tangentopoli.
Ma sembrano proporre anche una «reggenza», alludendo a una politica che ce la può fare. Governo «tecnico», affidato a Mario Monti? Governo di «salute pubblica», affidato a Giuliano Amato? Governo di «emergenza nazionale», affidato a Giulio Tremonti? Non importano la «formula» e il «nome». Quello che importa è che la richiesta delle forze sociali è ormai in campo. E tutti i protagonisti della partita in atto dovranno tenerne conto.
Dovrà tenerne conto il ministro dell´Economia, che a questa «rete» di forze guarda con attenzione e che da questa stessa «rete» di forze è stato spesso sostenuto. Tremonti ha il dovere ormai irrinunciabile di sgombrare il terreno (se è davvero in grado di farlo) dagli equivoci e dalle ambiguità: a proposito dei suoi rapporti con Marco Milanese, del «mercato di nomine» organizzato dal suo ex braccio destro nelle aziende controllate dal Tesoro, del suo presunto «contributo» al canone d´affitto della casa di Via Campo Marzio.
E forse dovrà tenerne conto il presidente della Repubblica, che ha sempre mostrato una sensibilità particolare per tutto ciò che fibrilla e si muove nella società italiana. Napolitano certamente avrà già valutato la portata di questa mossa trasversale, che vede sigle e corpi intermedi, spesso in conflitto tra loro, stavolta riuniti sotto le stesse insegne, quelle della «responsabilità». Organi della rappresentanza che, in questi tre anni, hanno palesato un colpevole collateralismo gregario nei confronti del governo (a partire dalla Cisl di Raffaele Bonanni) e che oggi recuperano tra loro quell´autonomia cercata invano dentro il Pdl.
L´unico che non terrà conto di questa svolta, perché non ne condividerà i contenuti e non ne accetterà le conseguenze, è Silvio Berlusconi. Il presidente del Consiglio, ancora ieri, era totalmente immerso nelle sue consuete «turbe» giudiziarie: la poltrona di ministro della Giustizia affidata al fedele deputato che nel 2001 presentò una vergognosa norma salva-Previti, l´ennesimo abuso di potere architettato con la legge sul «processo lungo» che deve evitargli una sentenza sul Ruby-gate.
Mentre l´Italia cedeva sotto i colpi della speculazione internazionale, la Borsa bruciava 23 miliardi di capitalizzazione, l´allargamento degli spread oltre quota 300 punti ci caricava di un fardello ulteriore (a regime) di 48 miliardi di interessi sul debito, il premier inseguiva i suoi soliti fantasmi. La giustizia, le toghe, i processi… In questo abisso che si allarga, tra le preoccupazioni pubbliche degli italiani e le ossessioni private del premier, c´è la vera cifra del suo fallimento politico.

La Repubblica 28.07.11

"Qualche idea per il nuovo ministro", di Carlo Federico Grosso

Alfano si è dimesso, rinunciando al doppio incarico, ministeriale e politico, che lo assillava. Abbiamo, pertanto, un nuovo Guardasigilli: l’ex magistrato Nitto Palma. Se la legislatura dovesse durare fino alla sua scadenza naturale del 2013, egli avrebbe, al massimo, poco più di un anno e mezzo per lasciare la sua impronta al ministero. Quale impronta, tuttavia, egli potrebbe, davvero, imprimere in questo non lunghissimo lasso di tempo? Noi abbiamo bisogno di riforme incisive in grado di dare nuovi ritmi ed efficienza sia alla giustizia civile che a quella penale. Le carceri stanno d’altronde scoppiando, e anche su questo terreno (più che aprire nuove prigioni come si sta cercando di fare) sarebbero urgenti interventi sulla legislazione penale e penitenziaria in grado di risolvere il problema del sovraffollamento utilizzando un ampio sistema di sanzioni alternative al carcere.

Non credo che un anno e mezzo, o poco più, siano tuttavia sufficienti per realizzare riforme dei codici in grado di fornire risposte convincenti alle esigenze di giustizia della gente e/o risolvere il problema carcerario. Tanto più che nessun progetto di questo tipo è stato elaborato dal Guardasigilli che si è appena dimesso. Tutt’altri erano, infatti, i suoi pensieri.

Per capire che cosa potrebbe succedere, guardiamo dunque, piuttosto, ai progetti elaborati fino ad ora e al dibattito in corso sui temi della giustizia. Il panorama è deludente. Nessuno dei temi di fondo di una riforma utile per i cittadini è stato infatti messo in cantiere dal governo nel corso di questa legislatura, e fra i politici si è discusso, soprattutto, di come risolvere per legge i problemi giudiziari di qualcuno e di come modificare i rapporti di forza con la magistratura. Cercherà, NittoPalma, di modificarequest’impronta?

Egli dovrà, innanzitutto, decidere come affrontare i temi caldi della riforma costituzionale della giustizia (in discussione davanti alle commissioni Affari costituzionali e Giustizia della Camera) e dei numerosi progetti di riforma di legislazione ordinaria che modificano alcuni profili altrettanto caldi del processo penale.

E’ quasi certo che la riforma costituzionale della giustizia, che esige un doppio passaggio in entrambi i rami del Parlamento, non potrà essere approvata nel corso dell’attuale legislatura. Sarebbe, comunque, un bel segnale se il nuovo ministro dovesse in qualche modo frenare.

Sarebbe, d’altronde, un segnale ancora migliore se il nuovo ministro dovesse frenare su altri disegni di legge che pendono in Parlamento: il disegno di legge sulla prescrizione breve, quello, ancora più dannoso, sul processo breve, quello sulle intercettazioni, quello che prevede il divieto per il giudice di sfoltire gli elenchi dei testimoni predisposti dalle parti (che già oggi dovrebbe essere discusso, e forse votato, in Senato).

Non spero ovviamente in tanto. Ciascuno di tali disegni di legge è destinato ad aiutare il premier in uno dei suoi processi, ed è pertanto giocoforza che un ministro indicato dal presidente del Consiglio in sostituzione di altro ministro che, di quei progetti, era stato acceso paladino, segua la linea tracciata con la dovuta dedizione, anche se essa rischia di recare grandi danni all’ordinato esercizio della giustizia quotidiana. Come accadrà, ad esempio, se il progetto che vieta di sfoltire la lista dei testimoni presentati dalle parti dovesse essere approvato, poiché ogni avvocato sarebbe, a quel punto, inevitabilmente spinto a gonfiare la lista, cercando così di allungare i tempi del processo in modo da ottenere la prescrizione del reato di cui è accusato il suo assistito.

Al di fuori dei menzionati settori sui quali si articola ormai da tempo, e in maniera incattivita, il dibattito quotidiano in materia di giustizia, che cosa potrebbe qualificare comunque, oggi, l’attività di un nuovo Guardasigilli che si affaccia sulla scena del governo in un momento assai poco positivo per l’immagine del mondo al quale appartiene? Che cosa potrebbe dare, ad esempio, una grandissima caratura positiva alla sua immagine di ministro di Giustizia?

Io avrei una idea. Perché il nuovo ministro, raccogliendo il dilagare del disgusto della gente di fronte all’esplosione di una questione «corruzione» senza precedenti, peggiore, forse, di quella emersa venti anni or sono, non si fa paladino di qualche iniziativa dirompente? Perché, per esempio, non propone lui stesso, come ministro di Giustizia, di abolire l’autorizzazione per l’arresto dei parlamentari, che, giustificata un tempo, oggi non ha più nessuna ragione per essere difesa? Perché non impegna l’intero ministero a redigere un testo, finalmente efficace, per la prevenzione del malaffare in politica e per la moralizzazione dei partiti? Perché non si fa deciso promotore di una immediata abolizione di ogni privilegio della categoria di cui fa parte?

Sarebbe un modo per riuscire, nonostante il tempo non lunghissimo che egli ha davanti a sé, a lasciare un segno della sua presenza al ministero.

Federalismo, sì a premi e sanzioni. Regioni: "Incostituzionale, così salta tutto"

La Bicamerale ha approvato il decreto legislativo per le Regioni e gli Enti locali, che prevede la rimozione dei governatori che non rispettano i piani di rientro dal deficit sanitario. Errani: “Con la manovra salta l’equilibrio bilancio, federalismo fiscale compromesso”. Il decreto legislativo con premi e sanzioni per Regioni ed Enti locali, che tra l’altro prevede la rimozione dei governatori che non riescono a rispettare i piani di rientro dal deficit sanitario, è stato approvato dalla commissione bicamerale per il Federalismo. A favore del decreto hanno votato la maggioranza e Idv, mentre Pd e Terzo polo si sono astenuti.

Il voto sta già causando polemiche. Le opposizioni parlamentari hanno annunciato infatti che presenteranno a settembre una mozione per portare in aula il governo per discutere sul “fallimento dell’intero processo del federalismo”, come ha detto Walter Vitali, capogruppo del Pd alla Bicamerale per il federalismo dopo il voto. “Vogliamo denunciare il fatto che il governo usi la crisi – ha spiegato – per eludere i meccanismi di concertazione con le Regioni e le autonomie locali, e che usa la legge 42 (che istituisce il federalismo fiscale, ndr) come un ‘menu à la carte'”.

Ma già questa mattina il presidente della conferenza delle Regioni, Vasco Errani, era stato perentorio: “Sullo schema di decreto su premi e sanzioni ribadiamo con nettezza le nostre posizioni. Siamo favorevoli ma il modo in cui si applica non è costituzionale” perché applicato “senza reciprocità con il governo”. Inoltre la conferenza delle Regioni ha sottolineato come “nessuna delle principali indicazioni fornite” dai governatori (con uno specifico documento approvato il 5 maggio 2011) fosse stata presa in considerazione.

Sempre secondo la Conferenza il decreto ‘premi e sanzioni’ del federalismo “mette di fronte a un intervento legislativo che inevitabilmente comprometterà la tenuta del sistema delle relazioni istituzionali”. Il problema resta dunque l’equilibrio del bilancio con cui ogni Regione si troverà a fare i conti: “Le norme prefigurano una situazione in cui per molte regioni sarà difficile, se non impossibile, restare in equilibrio di bilancio”.

Per la conferenza dunque, alla luce delle recenti manovre finanziarie, le disposizioni contenute nei diversi decreti legislativi in attuazione della delega sul federalismo fiscale “sono definitivamente compromesse nell’attuazione”.

Il provvedimento approvato è stato modificato rispetto al testo originale, accogliendo gli emendamenti predisposti congiuntamente dai due relatori, Enrico La Loggia (PdL) e Antonio Misiani (Pd), nonché alcune altre modifiche più di dettaglio presentate da un pò tutti i gruppi. Queste modifiche non sono state però considerate sufficienti al Pd e al Terzo Polo per votare a favore. Le opposizioni stamani hanno tentato di arrivare ad un pronunciamento unanime, con parte del Pd orientato a votare contro, seguendo la linea di Vasco Errani. A fronte del Terzo polo che invece ha deciso l’astensione, il Pd si è orientato tutto verso la stessa posizione, mentre Idv ha optato per il sì ritenendo al contrario soddisfacenti le modifiche.

“Sono anni che invochiamo premi a chi fa sana amministrazione e sanzioni a chi governa male”, ha detto Felice Belisario. Quanto alle affermazioni delle Regioni per le quali il decreto è incostituzionale, Belisario ha commentato: “Questo lo deciderà la Corte costituzionale. Però ci sono molte regioni commissariate per la sanità e non si può andare avanti così in eterno”. Gianluca Galletti (Udc) ha definito “del tutto insufficiente” il decreto anche perché “con i tagli del governo essi non saranno in grado di erogare servizi ai cittadini”. E’ stato evitato il “no” del Terzo Polo perché “il principio” del decreto, cioè premi e sanzioni, è condivisibile.

“Noi condividiamo l’obiettivo di prevedere premi e sanzioni efficaci – ha spiegato Antonio Misiani (Pd) – però il decreto è migliorabile”. E poi c’è una obiezione di fondo, costituita dai tagli della manovra a Regioni e Autonomie locali: “esse pregiudicano il lavoro sul federalismo svolto in questi mesi. La manovra fa sì che il federalismo sia al capolinea”. Diverso il parere di Enrico La Loggia: “è un decreto di grandissimo rilievo, che segna la norma di chiusura del federalismo fiscale: introduciamo la responsabilità degli amministratori di governare con il buon senso del padre di famiglia, e sanzioni verso chi non tiene i conti in ordine”.

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"Basta silenzi, i politici devono agire. C’è troppo odio contro gli immigrati", di Luigi Offeddu

La commissaria Malmström: spiegare i benefici del multiculturalismo. «Breivik è uno squilibrato, certo. Ma i movimenti populisti e anti integrazione, che creano un clima di odio contro gli immigrati stranieri, stanno guadagnando terreno in diversi Paesi europei. Perciò i capi di governo e di Stato, i leader moderati di centrodestra e centrosinistra, devono alzarsi in piedi e parlare forte. Più forte. È venuta finalmente l’ora di farlo» . Cecilia Malmström, svedese, commissaria europea agli Affari interni, sta trascorrendo qualche giorno di vacanza in un luogo dove si trovava anche venerdì sera, quando l’incubo è calato su Oslo: «Ho sentito la prima notizia alla radio, poi ho cercato subito altre informazioni e non mi sono più staccata dalla televisione. Ero atterrita» . Dalla figura di Breivik? «Ancora una volta: quella è una persona molto malata, non è difficile capirlo. È uno che ha preparato la sua azione per tanto tempo, diceva di voler liberare la Norvegia seguendo le idee di una certa estrema destra. Ma ci sono molti altri come lui: che cioè condividono le sue stesse idee intrise di radicalismo xenofobo. Fortunatamente, pochi le traducono poi nei fatti» . Un eurodeputato italiano, Mario Borghezio della Lega Nord, ha detto che Breivik è uno squilibrato, un folle, ma che certi suoi concetti sulla necessità di una crociata per difendere i cristiani si possono condividere… «Conosco la Lega Nord. Non queste dichiarazioni. Ma posso ribadire quello che ho detto: il clima anti immigrazione sta crescendo ovunque, purtroppo. La polizia fa bene il suo mestiere. E i politici condannano tutti la violenza, com’è giusto e naturale fare. Ma tutto ciò non basta, non basta proprio» . Che cosa ci vuole di più? «Ecco: bisogna condannare le uccisioni, ma anche spiegare di più i benefici del multiculturalismo, dell’integrazione. Nella quale molti Paesi hanno fallito. Bisogna spiegarli soprattutto ai giovani. Bisogna dire un grande “no”alto e chiaro alle campagne xenofobe. Se non lo si fa, quei gruppi si rafforzano sempre più» . Accade in Scandinavia più che altrove? «Può accadere ovunque. Nessun Paese è immune. Neppure la “mia”Svezia. Teoricamente, la Norvegia era esposta su più fronti a sussulti terroristici perché impegnata in Libia e in Afghanistan. Però il pericolo vale per tutti» . Ma quando parla di leader troppo timidi nel condannare le idee alla Breivik, avrà pure in mente qualche Paese particolare… «Guardi, il ventaglio degli esempi in Europa è oggi molto ampio: ci sono Paesi dove l’estrema destra è già nel governo; altri, in cui al governo è molto vicina; altri ancora, in cui è fuori e tuttavia mantiene una posizione di influenza decisiva, nella politica e nella società» . Molti dicono che è semplicemente un problema di paura. In certe nazioni, si percepisce come una minaccia culturale ma anche economica l’immigrazione che cresce. A Oslo, c’è chi parla ormai di un 10%di immigrati su meno di 5 milioni di abitanti. E chi dice: prima o poi bisognerà pur tracciare una linea, un limite… «No, non si può tracciare una linea. O fissare una percentuale di immigrati da non superare: basta guardare agli Stati Uniti e alla loro storia, per capirlo» . Ma anche gli Stati Uniti hanno avuto i loro problemi in merito. «In un mondo ideale tutti dovrebbero avere la libertà di trasferirsi ovunque, senza barriere, ma poi è chiaro che nella realtà l’immigrazione va gestita: questo spetta però ai singoli Paesi deciderlo, non a Bruxelles» . Non pensate a nuove regole, nuove direttive europee? «No. Direi che non ce n’è bisogno. Piuttosto, passare subito ai fatti concreti: ogni Stato deve combattere il radicalismo, diffuso soprattutto su Internet; e identificare i giovani che sono a rischio; e pensare a come affrontare al meglio le sfide dell’integrazione» . Per esempio? «Noi per esempio, a settembre, lanceremo un network fra istituzioni culturali, religiose e politiche contro la radicalizzazione delle idee. Poi dedicheremo alla lotta alla xenofobia il Consiglio dei ministri europei degli interni, qui a Bruxelles. Ma la cosa più importante è quella detta all’inizio, che parlino forte i capi di Stato e di governo. Anzi, c’è qualcosa di più che possono fare» . Che cosa? «Possono dimostrare proprio in questo la loro leadership. Lo dicevo già a giugno, prima del loro vertice: “Abbiamo bisogno di più solidarietà, tolleranza e responsabilità nelle politiche migratorie, poi di tradurre questi principi in azioni; e sono certa che i leader proveranno la loro leadership in tempi così difficili”. Oggi, dopo Oslo, è ancor più vero» .

Il Corriere della Sera 27.07.11

"«Preoccupato per i ministeri al Nord». Napolitano scrive a Berlusconi: rilievi sul decentramento del governo nel territorio", di Dino Pesole

Già nelle scorse settimane aveva fatto intendere chiaramente quale fosse il suo punto di vista in materia. Ora la nuova offensiva della Lega, culminata sabato scorso nell’inaugurazione degli uffici di quattro ministeri nella villa Reale di Monza, induce il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano a rendere esplicito il suo punto di vista con una lettera al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

A far scattare l’allarme del Colle sono state anche le dichiarazioni di esponenti leghisti («abbiamo iniziato il decentramento» ha detto Umberto Bossi), e la stessa nota emessa domenica scorsa da Palazzo Chigi in cui si definivano «incomprensibili le polemiche di segno opposto sull’iniziativa avviata da alcuni ministri».

In realtà non si tratterebbe altro che della «realizzazione dell’intesa raggiunta qualche tempo fa sugli uffici decentrati e di rappresentanza di alcuni ministeri sia al nord sia al sud».

Nella lettera a Berlusconi, Napolitano esprime «rilievi e motivi di preoccupazione sul tema, oggetto di ampio dibattito, del decentramento delle sedi dei ministeri sul territorio». Unità nel rispetto delle autonomie, aveva osservato lo scorso 17 giugno a Verona offrendo così la sua interpretazione sul tema del federalismo. Non rientra in tale percorso l’argomento, utilizzato dalla Lega in chiave politica, del decentramento di alcuni ministeri al nord. Richiamo giunto non a caso alla vigilia dell’appuntamento leghista nel pratone di Pontida.

La lettera di Giorgio è stata ricevuta «con grande attenzione e rispetto» dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi fa sapere il suo portavoce Paolo Bonaiuti. Intanto però l’iniziativa di Napolitano trova l’immediato sostegno del Fli, che con il vicepresidente Italo Bocchino definisce l’apertura delle sedi ministeriali a Monza «un’autentica pagliacciata. Mentre si chiedono sacrifici agli italiani, la politica dovrebbe dare al contrario l’esempio riducendo ministeri e poltrone». Per il leader dell’Udc, Pier Ferdinando Casini, la lettera del Capo dello Stato interpreta «un’esigenza di serietà avvertita in tutta la nazione». «Come sempre il presidente della Repubblica interpreta al meglio, in modo puntuale, il sentire comune dei cittadini italiani, stanchi di un governo ostaggio delle pericolose pagliacciate e della propaganda leghista» è il commento di Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del Pd.

Quanto alla nomina del successore di Angelino Alfano alla Giustizia, al Quirinale si fa sapere che al momento non è pervenuta alcuna designazione ufficiale. Napolitano ha chiesto un nome di «alto profilo» che eviti peraltro il valzer delle poltrone tra ministri. Sarebbe preferibile che venisse scelto in Parlamento? Nitto Palma, il candidato che fino a due giorni fa sembrava il più accreditato, corrisponde all’identikit delineato dal Colle? Lo dovrà valutare in primo luogo il presidente del Consiglio, si osserva al Quirinale.

Il Sole 24 Ore 27.07.11

"Decalogo anti stupro, a Roma subito polemica", di Alessandra Paolini

“Evitate strade buie e vestiti appariscenti”. E le donne scendono in piazza a protestare: “Consigli offensivi”. Diecimila copie distribuite nel metrò. Con la pubblicità di un braccialetto gps. Voleva essere un opuscolo per mettere in guardia le donne. Ventiquattro pagine di consigli, semplici e spiccioli, per evitare di essere molestate in strada, sul lavoro o finire sotto le grinfie di uno stalker. Insomma, per sentirsi più sicure in città, dove la violenza in tutte le sue sfaccettature è all´ordine del giorno. Ma il vademecum, pensato da un gruppo di signore e patrocinato dal comune di Roma, si è rivelato un boomerang. A molte non è piaciuto, a cominciare dal sottotitolo “Sicurezza, un lusso che oggi noi donne vogliamo permetterci”. E tantomeno sono stati graditi alcuni suggerimenti: «Non camminate in strade buie e non indossate abiti appariscenti».
Così, distribuito da metà luglio in 10mila copie nel metrò, il “Vademecum per la sicurezza” è finito sotto il fuoco amico della storica rivista femminista online, “Noi donne.org”. E il tam tam di chi pensa che «le donne non siano soggetti deboli da scortare a cui propinare fantomatici braccialetti elettronici con gps per chiedere soccorso», porterà oggi in piazza Trilussa, cuore trasteverino della capitale, una folla di persone, convinte che debba esserci un´altra idea di sicurezza e libertà. «Vogliamo una cultura – si legge nel manifesto ospitato in rete anche dal sito del movimento “Se non ora quando?” – rispettosa delle differenze, non una cultura della paura e dell´odio».
Anna di Lallo è una delle autrici del vademecum. Due figli piccoli e a capo della società “Omniares comunication”, è basita per tanto clamore: «Odio? Ma il mio voleva essere solo un modo per aiutare le fasce più deboli. Sono consigli forse banali, come mettere la borsetta nella busta della spesa. O tenere il cellulare in tasca quando si è da sole di notte, impostato sui numeri del 112 e 113. Consigli della nonna? Forse. Ma sempre validi».
Non ci sta Anna di Lallo ad essere attaccata dalle stesse donne. «Ci ho lavorato un anno su questo libretto, senza guadagnarci un soldo, sull´onda emotiva delle confidenze di un´amica “impazzita” per le continue telefonate e minacce di un uomo. Un anno trascorso ad ascoltare le richieste di tante donne, per capirne paure ed esigenze. Senza tralasciare le informazioni delle forze dell´ordine. Ho trascorso un sacco di tempo all´ufficio anti-stalking della questura». Conclude con un dubbio Anna Di Lallo: «Forse la polemica è indirizzata al Campidoglio, perché l´opuscolo ha il patrocinio del Comune. Ma solo dopo che lo abbiamo realizzato, io l´ho proposto al delegato del sindaco per le Pari Oppurtunità, Lavinia Mannuni». Anche se a pagina 8 è lo stesso sindaco, che sulla questione sicurezza ha vinto le elezioni, a spiegare il perché di questa pubblicazione. Scrive: «Per aiutarvi a sentirvi più sicure, sapendo che non siete sole».

La Repubblica 27.07.11