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"Cie, viaggio tra gli stranieri parcheggiati", di Silvia Bonacini

Un’ora di visita per la Deputata Manuela Ghizzoni (Pd) e Cècile Kyenge (1 marzo) al Cie nell’ambito della protesta “LasciateCIEntrare” promossa in opposizione alla circolare di Maroni che ne vietava l’accesso e alla Direttiva rimpatri che prolunga la permanenza fino a 18 mesi degli immigrati non identificati nei Cie. Alcuni dati del Cie. 58 presenze: tunisini, maschi. Il Questore Pinto: «si può temere la formazione di uno zoccolo duro perché la presenza è monocolore. Recepiamo la direttiva ma ne possiamo rimpatriare 5 in tutto il nord e 3 da qui: è convenienza di tutti diminuire i tempi di trattenimento». Fra maggio e giugno 99 trattenuti: 49 tunisini, 29 marocchini, altri da Albania, Algeria, Bangladesh, Ecuador, Ghana, India, Macedonia, Mali, Moldavia, Nigeria, Pakistan, Perù, Ucraina. In media fra i 26-30 anni. 24 provenivano dal carcere, 75 da irregolarità della Bossi Fini. Un tentativo di suicidio . Cie: una struttura carceraria divisa in sei blocchi con diversi ambienti interni comuni, totalmente spogli, dove anche i programmi televisivi, per ragioni di sicurezza, possono essere seguiti solo dietro ad un vetro protettivo. Per lo più si aspetta che il tempo passi, fissando il vuoto. Anche durante la notte: la metà dei reclusi, infatti, richiede sonniferi per riuscire a dormire. Non vi sono attività ricreative e i corsi d’italiano recentemente organizzati dagli operatori sono stati rifiutati perché la maggioranza parla perfettamente la nostra lingua. La prima cosa che vedono al loro ingresso, aprendo la porta sulla sala adibita a colloqui psicologici e legali, è l’accettazione dove gli operatori della Misericordia li dotano d’indumenti, richiedono loro le generalità, avviano la visita medica e il colloquio psicologico che può essere attivato in modo costante su richiesta: non esiste uno specifico protocollo in materia né la determinazione di un profilo psicologico dei soggetti perché i tempi di permanenza sono in media di un mese. Dopo i due episodi di suicidio del 2007 la presenza degli psicologi è garantita 3 volte la settimana, affiancati dai mediatori. Sono infatti 140 gli operatori della Misericordia, 5 per turno su1400 ore settimanali. 60 fra polizia, carabinieri ed esercito che ruotano su più turni. Ad ogni ospite irregolare viene aperto un conto di 2,50 euro giornalieri ed accumulabili per acquistare tessere telefoniche o sigarette: a scelta. Attualmente nelle camerate da due a quattro letti, affiancate da servizi igienici di cui i residenti lamentano la rottura della tubazione dell’acqua e la mancanza di porte, risiedono 58 persone, in prevalenza tunisini, per una capienza stimata a 60. Una decina circa si proclamano libici. Il più anziano in quanto a permanenza è un marocchino arrivato a fine marzo: il suo caso pare problematico per la mancanza di rilascio dell’identificazione dal paese d’origine. Sono solo uomini perché da più di un anno le donne vengono alloggiate al Cie bolognese: stessa gestione. Sui muri diverse scritte in arabo o francese lamentano il trattenimento e la noia che li accompagna nelle loro giornate. All’esterno l’unico spazio d’aria e cielo è delimitato da grate in ferro alte 4 mt che chiudono il perimetro dei quattro cortili ad uso dei detenuti. C’è Bouthouri, tunisino, da 18 anni in Italia con moglie e figli e un percorso dentro e fuori dai Cie negli ultimi 3 anni. Rientrato da 12 giorni dice «aspetto il lasciapassare che questa settimana mi mandino via: sono stanco voglio tornare al mio paese. Lui invece sta male – traduce Bouthouri per l’amico- è caduto sulla colonna vertebrale nello sbarco da Lampedusa, ma non gli fanno le radiografie». Soihail, invece, che ha vissuto anche un’esperienza in carcere per 20 giorni dice «Lavoravo in nero a Trapani 6 mesi fa, poi mi hanno preso e sono scappato e ora mi hanno riportato nel Cie – dice- ma voglio restare in Italia perchè non riesco ad andare in Francia dove ho i parenti». E ancora Satori marocchino, da 24 anni in Italia con famiglia, dentro, afferma «per 0.03 grammi di hashis» per cui segue un programma al Sert. Poi Adil, arrivato nel 2006 dal Marocco in modo regolare con lavoro a tempo indeterminato «l’ho perso perché dopo un incidente mi hanno fatto firmare un licenziamento e non ho trovato un nuovo lavoro entro 6 mesi, ma vivo a Vignola e ho carta d’identità valida» «Per i casi d’irregolarità amministrative o di prima immigrazione serve solo una partnership più efficace con i paesi d’origine che accelleri le risposte, per chi ha compiuto reati gravi identificarli in carcere – ha detto Manuela Ghizzoni all’uscita – è un’occasione per riflettere sul futuro di queste strutture avviando politiche più efficaci sui flussi migratori coordinate a livello europeo e internazionale». Per Cècile Kyenge, primo marzo «è un carcere di massima sicurezza con persone trattenute per una detenzione amministrativa: una vergogna dal punto di vista sociale e una sconfitta dal punto di vista umanitario».

La Gazzetta di Modena 26.07.11

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«Bravi gli operatori, ma l’impatto è da carcere di massima sicurezza», di Gabriele Casagrande

Ieri la manifestazione davanti al Centro adiacente al S.Anna organizzata da Fnsi e Ordine dei giornalisti. Visita all’interno di Manuela Ghizzoni (Pd). Giornalisti, sindacati, associazioni
e politici davanti al Centro di Identificazione ed Espulsione
di Strada Sant’Anna con una sola richiesta: “LasciateCIEentrare!”. Anche a Modena, nella mattinata di ieri, ha partecipato alla manifestazione nazionale promossa dalla Federazione Nazionale della Stampae Ordine dei Giornalisti per chiedere trasparenza e, soprattutto, consentire ai professionisti dell’informazione di entrare in queste strutture e raccontare cosa vivono le persone qui ospitate.
Svoltosi in un clima di cordiale collaborazione, all’incontro davanti
ai cancelli di Strada Sant’Anna hanno partecipato anche il Vicedirettore del Cie Silvano Bertacchi, il dirigente per l’immigrazione Michele Morra e il Questore di Modena, Giovanni Pinto: durante il confronto sono stati sono stati forniti dati relativi a numero, genere, provenienza, tipologia d’infrazione amministrativa o reato degli ospiti. Inoltre, sono state illustrate dettagliatamente le modalità di organizzazione della struttura, dei servizi offerti (ricreativi, assistenza medico-sanitaria e psicologica, servizi di mediazione culturale e traduzione), dei costi (75 euro a persona al giorno), dei tempi d’identificazione (in media entro i 30 giorni) e l’eventuale rimpatrio dei trattenuti. Al termine del colloquio, il deputato Pd Manuela Ghizzoni ha effettuato un sopralluogo nei 6 blocchi interni al Cie, dialogando direttamente con i 58 uomini, in prevalenza tunisini, in stato di fermo alloggiati in spartane camerate da 2, 3 o 4 letti. Cècile Kyenge, consigliere provinciale e responsabile regionale del Pd per le politiche dell’immigrazione era alla sua prima visita in un Cie : «L’impatto è quello di un carcere di massima sicurezza, con persone trattenute per una detenzione a volte solo amministrativa – ha commentato a caldo – è una vergogna dal punto di vista sociale, una sconfitta dal punto di vista umanitario. Lo spazio angusto in cui sono costretti a vivere gli ospiti della struttura, nonostante la buona volontà degli operatori, non aiuta le relazioni sociali, aumenta il disagio e la diffidenza nei confronti del Paese di accoglienza. Dopo questa visita, credo che sarebbe necessario ripensare alla funzione di queste strutture. Forse erigere muri invalicabili non è la ricetta giusta: servono piuttosto politiche per l’integrazione». L’Associazione Stampa Modenese ha partecipato attivamente all’iniziativa con diversi consiglieri del direttivo provinciale.

L’Unità/Emilia Romagna 26.07.11

I consigli dell'Ocse ai prof "Non bocciate, è dannoso", di Anais Ginori

L’Organizzazione contesta il vecchio sistema di far ripetere l’anno scolastico: rafforza le diseguaglianze e pesa sui bilanci. L’Austria vuole abolirlo, la Francia discute la riforma. L’Italia ventiduesima nella classifica dei Paesi più severi. Tutti promossi. Non è il nuovo slogan degli studenti fannulloni ma il suggerimento, molto serio, dell’ultimo rapporto Ocse sull’organizzazione dei principali sistemi educativi nel mondo. Lo studio conferma quello che molti esperti vanno dicendo ormai da anni. Ripetere un anno di scuola non sempre serve a recuperare il ritardo sul programma. Anzi, spesso è un modo di penalizzare ancora di più l’alunno in difficoltà. Numeri alla mano, l’organizzazione internazionale dimostra che laddove esistono molti “ripetenti” peggiorano i risultati complessivi delle classi e, in finale, anche la percentuale degli alunni che riescono a diplomarsi. Se anziché bocciare si organizzano corsi di recupero personalizzati o altre misure di sostegno (succede per esempio in Finlandia o in Gran Bretagna), allora l’efficienza nello studio migliora e il ritardo didattico può scomparire.

Come il voto e le pagelle, la bocciatura fa parte di una scuola “all’antica” oggi rimessa in discussione. In Europa, alcuni paesi si stanno già distaccando dal vecchio modello. L’Austria ha annunciato che abolirà le bocciature dall’anno prossimo mentre in Francia, con record di “ripetenti” sul continente, si discute una possibile riforma. E pazienza per chi sostiene, come il ministro Gelmini, che ci sia il rischio di essere troppo “buonisti”. “Sono contraria ad una scuola modello ’68 che non distingue chi si impegna e merita dai lavativi, che promuove tutti senza differenze”.

“Nei paesi in cui un maggior numero di studenti ripete gli anni scolastici – osserva l’Ocse – la performance globale tende ad essere inferiore, e il background sociale ha un impatto maggiore sui risultati di apprendimento”. Ovvero: la bocciatura rafforza le disuguaglianze, emargina ancora di più quei bambini o ragazzi con problemi scolastici. I ragazzi che devono ripetere l’anno non vengono quasi mai seguiti individualmente, perdono fiducia in se stessi e si allontanano dallo studio. Eppure, nonostante le tante critiche, continua a essere una tendenza diffusa. Secondo la classifica Pisa – che valuta i sistemi educativi nell’area Ocse – più di uno studente su dieci (il 13%) è stato bocciato almeno una volta nel suo percorso di studio. Il 7% alle elementari, il 6% alle scuole medie e il 2% al liceo. L’Italia si colloca appena al di sopra della media Ocse, con una percentuale di allievi bocciati del 18%. I ricercatori danno inoltre un giudizio negativo su un’altra pratica comunemente utilizzata per trattare gli studenti che vanno male a scuola, o hanno un comportamento inadeguato: il trasferimento in altre strutture scolastiche. Un metodo che, scrivono, “tende ad essere associato con una segregazione nel sistema scolastico, in cui gli studenti che provengono da contesti avvantaggiati finiscono in scuole con risultati migliori mentre quelli di origini svantaggiate finiscono in scuole peggiori”.

L’Ocse raccomanda anche maggiore elasticità da parte dei dirigenti scolastici sulla valutazione di fine anno, in base a criteri meno rigidi. Laddove i presidi hanno infatti più autonomia nel decidere la promozione, spesso vengono agevolati percorsi di accompagnamento che incentivano gli alunni più in difficoltà. Ultimo argomento: bocciare costa. Oltre a non garantire il progresso educativo, far ripetere un anno scolastico pesa sui bilanci dell’Istruzione pubblica, proprio in un momento di crisi economica e tagli alle scuole. Ogni bocciatura, hanno calcolato gli esperti dell’Ocse, costa in media tra i 10 e i 15 mila dollari annuali. In paesi come la Spagna, il Belgio o l’Olanda, i “ripetenti” incidono sul 10% del budget complessivo per l’educazione. Un altro effetto di lungo termine, registrato dall’Ocse, è il ritardato ingresso dello studente nel mondo del lavoro e la diminuzione di manodopera qualificata. Se le bocciature si ripetono nel ciclo scolastico, gli alunni tendono ad abbandonare lo studio, già prima del diploma. Un fallimento. Non solo per loro.

La Repubblica 26.07.11

"Il fiato corto dei Licei Musicali e il requiem della Musica nei licei", di Pippo Frisone

Il prossimo anno scolastico riserva ben poche sorprese ai Licei Musicali in Lombardia. Ai sette licei musicali già avviati nel 2010/11, Tenca e Verdi a Milano, Gambara a Brescia, Secco Suardo a Bergamo, Ciceri a Como, Stradivari a Cremona, Cairoli a Pavia si aggiungono il liceo Manzoni a Varese e Grassi a Lecco. Restano ancora in lista d’attesa, pur se previsti nel Piano regionale, il liceo Quasimodo a Magenta, Zucchi a Monza, D’Este a Mantova, Olivelli a Darfo. Saranno nove in tutto su tredici a funzionare complessivamente in Lombardia nel 2011/12.

I docenti di educazione musicale, titolari nei vari istituti comprendenti i licei musicali, saranno utilizzati a domanda con priorità, rispetto a quelli provenienti da altri istituti della provincia e/o fuori provincia.
In attesa della definizione dei titoli d’accesso, i nuovi insegnamenti prevedono titoli specifici, non sempre di facile reperibilità, come ad es.:
-Esecuzione e Interpretazione richiede come requisito indispensabile, oltre all’abilitazione (A031- A032 o A077) il diploma di conservatorio nello specifico strumento , almeno 180 giorni di
servizio(strumento) nei corsi di sperimentazione musicale della secondaria superiore
-Storia della Musica , oltre all’abilitazione nella A031 è richiesta la laurea in Musicologia e il diploma di conservatorio.

Le ore complessive della sezione specifica musicale dei licei ammontano complessivamente a 60,6h settimanali. Ogni singolo insegnamento non supera le 15h settimanali a partire da Teoria e
composizione , Laboratorio Musica d’insieme 13 h, Esecuzione e Interpretazione 12 h, Storia della Musica 10h, Tecnologie Musicali 10h.
Quando i licei Musicali andranno a regime nel 2013, la formazione delle cattedre non sarà di facile soluzione.
Se l’organizzazione dei licei musicali rimanesse bloccata come adesso su un unico corso di 5 classi, nessuna cattedra andrà a completamento con almeno 18h settimanali.
D’altronde di difficile formazione si presentano anche le cattedre orario esterne, data la distante dislocazione nel territorio provinciale dei licei musicali fin qui autorizzati.
Analogo problema di formazione delle cattedre nella altre province della Lombardia con un solo corso e nel resto d’Italia.
A Milano al liceo Tenca, tutt’al più salteranno fuori 3 cattedre a regime, solo mettendo assieme diversi insegnamenti affini per arrivare a 18h . Nell’altro liceo Verdi, i docenti della sezione
musicale, sono forniti direttamente dal Conservatorio.
Diventa essenziale a questo punto far partire almeno tutti i licei musicali previsti nel piano regionale, autorizzando man mano ove le iscrizioni lo consentissero il raddoppio dei corsi attivati, magari aprendo succursali o sezioni staccate in altre zone del territorio. Solo così nel breve periodo sarà possibile utilizzare nei licei musicali tutti gli esuberi della A031-Educazione Musicale II grado.
Delle 16 cattedre originarie della A031 a Milano, ben 10 sono già saltate e i rispettivi docenti sono stati trasferiti d’ufficio in esubero sulla DOP.
L’Educazione Musicale è andata in esubero a Milano sia alle medie sia alle superiori. In attesa che i licei musicali autorizzati e autorizzandi vadano a regime, diventa essenziale non disperdere il patrimonio culturale e professionale degli insegnanti di educazione musicale che man mano andranno in esubero, in quanto tale disciplina sarà cancellata del tutto nelle superiori entro il 2013 dalla riforma Gelmini.
I Collegi utilizzino nel frattempo il 20% dell’autonomia per far sopravvivere l’educazione musicale almeno laddove storicamente c’è sempre stata, cioè negli ex istituti magistrali.
I Licei musicali devono uscire dal loro splendido isolamento in cui sembrano relegati dalla riforma Gelmini, raccogliendo, rilanciando e riqualificando il patrimonio culturale e della divulgazione musicale che altrimenti andrebbe disperso.
Solo così si potrà riaprire il dibattito sull’insegnamento dell’educazione musicale nei licei e la cultura musicale potrà sopravvivere nelle superiori nonostante la riforma Gelmini.

da Scuola Oggi 26.07.11

"L’antipolitica virale della Rete", di Fiorello Cortiana

Pensare che il crepuscolo di Silvio Berlusconi sia una faccenda sua e della sua coalizione, i cui esiti sono consegnati al triangolo Alfano-Maroni-Scilopoti, mentre chi è oggi all’opposizione ricaverà una rendita di posizione automatica, da condividere o da contendersi, costituirebbe un’irresponsabile velleità. Berlusconi non è la causa del disastro della politica italiana bensì il suo prodotto più probabile, colui che della reazione politica se ne è avvalso, confermando e formando l’individualismo furbo degli italiani attraverso le sinergie di un sistema mediatico pervasivo.
Il senso comune dell’agire collettivo non cambierà per il solo venir meno della figura simbolica e di potere di riferimento.
Occorre un salto, occorre produrre una discontinuità, un registro mediatico e una architettura istituzionale che rovescino la deriva personalistica e plebiscitaria fondata sul populismo.
In Italia l’afasia autoreferenziale di un premier impegnato nelle sue vicende giudiziarie e sorpreso dalla disobbedienza civile, che ha prodotto il quorum ai referendum, ancora fa velo ad un montante sentimento antipolitico che non si limiterà all’astensione elettorale e ai neotribalismi dei patrioti padani.
Mentre le scelte finanziarie avvengono in chiave extrastatuale: con la soggettività politica del piano Marshall europeo o con il modello globalizzato messo in campo da Marchionne. Insieme all’esilio dei giovani laureati e alla precarietà di chi rimane, l’estraneità alla qualificazione e alla dignità professionali si accompagna ad una estraneità alla politica come espressione di una cultura della cittadinanza condivisa, dell’ascolto, della mediazione, dell’assunzione di responsabilità.
Invece di preoccuparci dell’identità di SpiderTruman e della veridicità del suo video mascherato su You Tube dovremmo guardare le diverse centinaia di migliaia di persone che in pochi giorni hanno affollato la sua pagina su Facebook e vedere i commenti e i giudizi che la Rete raccoglie nei blog e nei siti più diversi. Non si tratta di uno sfogo di tante singolarità nella dimensione virtuale ma della definizione di una indignazione collettiva virale, che va ben oltre la rete digitale e obbliga il resto del sistema mediatico a cavalcare l’onda: de Kerckhove ha parlato di “inconscio connettivo”.
Due cose devono preoccuparci: la natura antipolitica dell’indignazione che mette insieme i privilegi della Casta nominata e gli istituti della politica democratica e l’illusione che la caduta dei dinosauri broadcast come Berlusconi e Murdoch resetterà il sistema e si ripartirà dalla situazione precedente.
Questo disordine disintermediato non avrà un esito antidemocratico se si praticherà un modello fondato sulla partecipazione informata, se procedure di democrazia deliberante consentiranno alla riserva di intelligenza presente in tante esperienze della sussidiarietà, accademica, imprenditoriale e associativa, di condividere responsabilità pubbliche. La Rete racconta anche di queste esperienze, scegliere di connetterle con la dimensione pubblica, fuori da fedeltà e appartenenze che non siano quelle della Costituzione repubblicana, è un atto di discontinuità che consente di risignificare la politica. Nel laboratorio milanese una finestra per la consapevolezza connettiva si è aperta, ogni scorciatoia porterebbe altrove.

da Europa Quotidiano 26.07.11

"Il governo aiuta le famiglie con più tasse e meno servizi", di Marco Ventimiglia

La paradossale vicenda della restituzione del bonus bebè è l’ultimo “colpo” del governo alle famiglie. Dalla promessa non mantenuta del quoziente familiare allo smantellamento dei servizi e delle agevolazioni. Non accennano ad esaurirsi lo sconcerto e le polemiche relativi alla paradossale vicenda della restituzione del bonus bebè per i nati del 2005, innescata dalle lettere inviate dal ministero dell’Economia alle famiglie che non avrebbero avuto titolo a riceverlo poiché percepivano un reddito complessivo superiore a quello massimo previsto, 50.000 euro.
Una missiva che non solo chiede la restituzione dei mille euro ma intima il pagamento di una sanzione amministrativa tremila euro da effettuarsi solo dopo «che il giudice penale si sarà pronunciato in merito alla punibilità della falsa autocertificazione». Un salasso, accompagnato dalla spiacevole prospettiva di subire un procedimento giudiziario, che riguarda ben ottomila famiglie, anche se sulla cifra crescono i dubbi. Sull’argomento basta una rapida navigazione sulWeb, ancora una volta motore della protesta, per rendersi conto che i numeri potrebbero essere maggiori.
Vicenda paradossale, si è detto, anche perché riaccende i riflettori sul
provvedimento in modo ben diverso da quello a suo tempo utilizzato dal centrodestra a fini propagandistici ed elettorali. Una lista, quella delle misure varate dagli esecutivi guidati da Berlusconi a beneficio dei nuclei familiari, davvero misera e con un denominatore comune, quella parola bonus che sottende un’elargizione contenuta ed una tantum senza alcun effetto di lungo periodo. Una breve lista a cui fa invece da contraltare il lungo cahier de doléances relativo ai danni che il centrodestra ha provocato negli stessi anni alle famiglie italiane.
Bastano le vicende dell’ultimo triennio per fornire un quadro inequivocabile. La promessa elettorale di introdurre un quoziente familiare sul modello francese, formulata dall’attuale premier e regolarmente non mantenuta,non rappresenta nemmeno il danno principale, anche perché a seconda della sua formulazione il provvedimento avrebbe potuto rappresentare un enorme aggravio per le casse dello Stato piuttosto che un beneficio a vantaggio soprattutto dei redditi più alti. A questa promessa, nel 2008 il centrosinistra replicò conla cosiddetta “Dote per i figli”, ovvero l’unificazione delle detrazioni e degli assegni familiari che si proponeva fra l’altro di spostare i benefici anche alla vasta platea degli “incapienti”, circa 11 milioni di persone, ovvero coloro che dichiaravano un reddito troppo basso per godere delle agevolazioni fiscali. Al governo andò poi il centrodestra, che non solo ha cancellato la parola incapienti dal suo vocabolario, ma ha di fatto rovesciato i termini del problema considerando la famiglia non più un soggetto da aiutare, quanto un limone da spremere per assicurarsi quelle risorse economiche non più garantite da altre entrate tributarie. Una politica che si è concretizzata non solo sotto il profilo fiscale, con nessuna detassazione per le famiglie e semmai maggiori imposte come quelle previste dall’ultima manovra, ma anche su altri fronti cruciali, quello dei servizi e delle politiche di conciliazione.

SORRISO BEFFARDO
«Con i 696 milioni stanziati per il bonus bebè avremmo potuto riempire l’Italia di asili nido”, dice Manuela Ghizzoni, la deputata democratica che sta seguendo in prima persona l’incresciosa vicenda della restituzione. E quello dei servizi negati alle famiglie è in effetti parte importante del problema. L’aveva affrontato l’allora ministro del governo Prodi, Rosi Bindi, con il cosiddetto “Piano Nidi”, scaduto nel 2010 e non riproposto dall’attuale governo. Quello stesso esecutivo di centrosinistra varò nel 2006, a sostegno degli anziani, il “Fondo per la non autosufficienza”, anch’esso scaduto e non rifinanziato dall’attuale governo… Quanto alle politiche di conciliazione, vengono descritte puntualmente nel sito governativo delle Politiche per la famiglia: «Rappresentano un fattore di innovazione dei modelli sociali, economici e culturali e si ripropongono di fornire strumenti che, rendendo compatibili sfera lavorativa e familiare, consentano a ciascuno di vivere i molteplici ruoli che gioca all’interno di società complesse». A fianco la foto del
ministro Giovanardi con un sorriso che a taluni appare beffardo. Sono le mamme ed i papà che a causa dell’ abolizione del tempo pieno a scuola hanno dovuto abbandonare le attività lavorative pomeridiane per accudire i figli.

L’Unità 26.07.11

"Una legge sui bilanci dei partiti", di Pier Luigi Bersani

Caro Direttore, ci si chiede se i recenti fatti giudiziari mettano in discussione qualcosa della natura del Partito democratico. Voglio rispondere con chiarezza. Noi non rivendichiamo una diversità genetica. Noi vogliamo dimostrare una diversità politica. In primo luogo, a proposito dell`inchiesta di Monza così come in ogni altra occasione, noi diciamo: la magistratura faccia serenamente e fino in fondo il suo mestiere.
Abbiamo fiducia nella magistratura. Confidiamo che Penati possa vedere presto riconosciuta l`innocenza che rivendica con forza. Intanto, Penati ha fatto con correttezza e responsabilità un passo indietro.

Questo è infatti il nostro secondo criterio: in caso di inchieste le istituzioni e il partito, in attesa che le cose si chiariscano, non devono essere messi in imbarazzo e devono poter agire in piena serenità.

I nostri principi sono dunque: fiducia nella magistratura, rispetto assoluto delle istituzioni, presunzione di innocenza secondo il principio costituzionale.

Teniamo altresì fermo ii principio secondo il quale, verificata l`assenza di “fumus persecutionis” un parlamentare è un cittadino come gli altri.

Se le leggi vanno cambiate, si cambiano. Finché ci sono esse valgono per tutti, per un immigrato come per un deputato o un senatore. Così ci siamo comportati sia nel caso Papa sia in quello Tedesco, per il quale abbiamo indicato l`opportunità di un passo indietro.

Chiediamo una legge sui partiti che garantisca bilanci certificati, meccanismi di partecipazione e codici etici, pena l`inammissibilità a provvidenze pubbliche o alla presentazione di liste elettorali.

A differenza di altri, noi abbiamo già fatto molto per predisporci autonomamente a quella prospettiva.

Abbiamo in vigore un codice etico più restrittivo rispetto alle garanzie del percorso giudiziario.

Abbiamo recentemente approvato un codice da sottoscrivere da parte dei nostri amministratori per garantire trasparenza dei loro redditi e nelle procedure di appalto e di gestione del personale.

Abbiamo applicato per i candidati alle recenti elezioni il codice suggerito dalla commissione Antimafia. Unico fra tutti i partiti italiani, fin dalla sua nascita il Partito democratico sottopone il proprio bilancio ad una primaria società indipendente di certificazione.

Il Partito democratico (e non solo perché nella vicenda principale non esisteva ancora!) è totalmente estraneo ai fatti oggetto di indagine a Monza e altrove. Ci tuteliamo e ci tuteleremo in sede legale contro chiunque affermi o insinui il contrario.

Infine, abbiamo predisposto nel nostro programma un elenco di norme da cancellare e di riforme da fare per dare limpidezza alla gestione pubblica, per evitare gli eccessi di intermediazione amministrativa, per abolire procedure speciali e opache oggi in vigore per la gestione della spesa pubblica. Bisogna approvare la legge anti corruzione, da troppo tempo insabbiata dal governo in Parlamento.

Tutto questo, appunto, per togliere l`acqua in cui la corruzione può nuotare.

A prescindere dalle loro conclusioni, non neghiamo dunque il turbamento che ci viene dalle indagini in corso. Sappiamo, anche per il futuro, di non poter essere immuni da sospetti più o meno fondati e da rischi.

Sappiamo che anche noi dobbiamo aprire quattro occhi e fare tutto quanto ci è possibile per migliorare procedure di garanzia ed evitare che venga oscurata la nostra missione.

I principi ispiratori all’origine del Pd sollecitano comportamenti civici esigenti, sobrietà e rigore nell`azione di governo e sensibilità verso il problema e i rischi della corruzione.

La sfida quotidiana della buona amministrazione sta nell’applicare canoni severi anzitutto verso se stessi e i propri amici.

Questo è ciò che pensiamo. Sia altrettanto chiaro tuttavia che tuteleremo con ogni energia e in ogni direzione il buon nome del Partito democratico.

Lo dobbiamo innanzitutto ai grandi valori ai quali ci riferiamo, che ci sono stati consegnati dal sacrificio di tanti e che ci impegniamo a non tradire.

Lo dobbiamo alle centinaia di migliaia di donne e uomini che ci sostengono con onestà e convinzione, come si può vedere fisicamente in questi stessi giorni nelle feste che organizziamo ovunque; donne e uomini fortunatamente sensibilissimi ai temi del civismo e dell`etica pubblica.

Lo dobbiamo in particolare al nostro Paese che ha bisogno perla sua riscossa di una forza politica responsabile, aperta e pulita. E per questo che niente potrà scoraggiarci e nessuno potrà intimorirci.

Al di fuori di una politica che sappia migliorarsi e farsi rispettare, c`è forse un`altra strada per l`Italia? Vogliamo forse continuare sulla strada di soluzioni eccezionali e sconosciute alle altre democrazie del mondo?

Vogliamo affidarci ad ulteriori scorciatoie dopo quello che abbiamo visto in questi anni? Sarebbe disastroso. Tocca a noi evitarlo, certamente.

Ma non solo a noi. Non c`è bisogno di negare i problemi della politica, in ciascuno dei suoi lati.

C`è solo bisogno di non spargere sale sul buono che già vive o che sta nascendo. C`è bisogno che nessuno si senta esentato dal compito di contribuire, in ogni campo, in ogni situazione, alla riscossa civica del Paese.

Il Corriere della Sera 26.07.11

"Lacrime e sangue la manovra ingiusta", di Nadia Urbinati

Quante manovre ancora e per giungere dove? Qual è la direzione delle politiche economiche delle democrazie occidentali più o meno consolidate? I livelli di riflessione che queste domande suggeriscono sono due, uno relativo ai caratteri delle specifiche scelte nazionali e uno relativo alla dimensione globale o, se si vuole, sovrannazionale. A proposito del primo livello, osserviamo che le manovre si ripetono a scansione regolare perdendo il carattere di eccezionalità con il quale sono proposte, giustificate e approvate. Inoltre, si assomigliano un po´ tutte. Se si va a rileggere quanto scrivevano quotidiani e riviste specialistiche nel giugno 2010 a commento della manovra economica del governo per i successivi due anni e mezzo, ci si accorge che anche allora si usava l´espressione “lacrime e sangue”.
Come allora, anche in questi giorni in occasione della nuova manovra “lacrime e sangue”, si è assistito a un dualismo altrettanto e forse più radicale con un “gioco” che ha certamente agevolato la velocità della decisione. Come allora, anche questa volta, la manovra ha dosato sacrifici in proporzione alla forza politica dei settori sociali interessati: colpire genericamente tutti significa colpire chi è già più debole e, inoltre, senza lobby protettive. Come allora, anche in questa occasione la manovra è depressiva e non tonica rispetto alle potenzialità di crescita della società, le quali sono affidate alla speranza in una provvidenziale congiuntura favorevole dell´economia internazionale e alle libere forze del mercato – si “spera” che queste ultime non scaglino la loro maledizione inappellabile come divinità dell´Olimpo. Oggetto di una fede che rassomiglia più a un talismano psicologico che a una previsione ragionevolmente realistica.
In sostanza i governi, il nostro tra questi, si stanno da diversi anni allenando a fare manovre economiche e a mettere in campo le strategie giustificative più sicure con lo scopo di scongiurare l´ira funesta di potenze senza volto. La differenza consiste essenzialmente nella decisione di chi far più pagare, quanto e come. I governi italiani di questi ultimi anni si sono specializzati a sacrificare il futuro, forse perché non ha lobby o forse perché sperano che la proverbiale capacità degli italiani di farcela in qualche modo farà il miracolo. Ecco allora che i tagli sulla scuola e l´umiliazione di chi è portatore forzatamente inattivo di forza lavoro sono i due pilastri consolidati sui quali si costruiscono le manovre economiche.
Se è difficile riconoscere l´identità di una manovra rispetto all´altra poiché tutte si assomigliano nei caratteri essenziali ancora più difficile cercare di comprendere quale sia il corso degli eventi che con queste manovre si intende proporre o evitare, suggerire o scongiurare. Il livello di riflessione si dovrebbe spostare a questo punto oltre gli stati nazionali. Fino a quando ancora il nostro come gli altri Paesi dovranno fare “manovre lacrime e sangue”? Qual è l´obiettivo e a che cosa esattamente si aspira? La manovra, questa come le altre che l´hanno preceduta, non si limita solo a togliere e tagliare ma anche a promettere privatizzazioni nella proprietà e nella gestione di servizi pubblici: dall´elettricità ai trasporti, ma non solo. Servizi e beni che fino ad ora erano stati con più o meno successo tenuti al riparo dal mercato si chiede prepotentemente che siano dati in toto al mercato. Sembra che i mercati non sopportino la concorrenza del pubblico su beni che possono essere generatori di ricchezza e profitto. Tutto ciò che è economico è per ciò stesso oggetto del mercato libero. Si tratta di decidere, ovviamente, che cosa mettere nel paniere “economico”.
Fino a qualche decennio fa sarebbe per esempio risultata una bestemmia, in Europa almeno, che la salute fosse trattata come bene economico. Oggi la maggioranza degli Stati europei sembra meno convinta che questa distinzione valga ancora (del resto la tecnologia e la farmaceutica, settori che afferiscono a multinazionali potentissime, impongono al governo della sanità pubblica limiti notevoli). Lo stesso vale per altri settori. Negli Stati Uniti perfino la repressione e le carceri sono diventati beni economici gestibili dalla “società civile” e fonte di guadagno (le multinazionali fanno grandi profitti con il lavoro asservito dei detenuti mentre le congregazioni religiose si alimentano gestendo parte dei servizi carcerari).
La lotta tra mercato libero e bene pubblico sembra sia la vera protagonista di questo permanente stato di default contro cui le democrazie di tutto il mondo stanno combattendo. Con uno svantaggio nemmeno troppo implicito: non possono, se è vero che sono bastioni di libertà, sconfessare o anche solo limitare la libertà di mercato. Soprattutto non possono più definire che cosa debba restare fuori del mercato – un potere che la politica si era arrogata nei decenni della ricostruzione postbellica e che andava sotto il nome di “stato sociale”. La democrazia è ora invitata senza nemmeno troppa gentilezza a ritirarsi dalla società; il potere della scelta politica deve autocircoscriversi in quei settori che tradizionalmente sono dello Stato: la sicurezza individuale (della vita e della proprietà) e la sicurezza delle frontiere. Le ambizioni di usare lo Stato per creare una società democratica devono fermarsi qui. E le manovre che di anno in anno vengono imposte (preferibilmente in estate quando tutti siamo un po´ più distratti e smobilitati) sono come tasselli di questo mosaico in formazione di ridescrizione dell´identità delle società democratiche. La critica giusta sul carattere della manovra per l´ineguale e quindi iniqua distribuzione dei sacrifici e dei costi dovrebbe fare uno sforzo ulteriore ed estendere l´obiettivo oltre i confini dei singoli Paesi e delle singole manovre per farci vedere, se possibile, la mutazione epocale in corso.

La Repubblica 26.07.11