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Facciamo il miracolo di salvare la Somalia", di Ban Ki-Moon

Il segretario Onu e la carestia: nel Corno d’Africa 12 milioni rischiano la vita. Dappertutto nel Corno d’Africa la gente sta morendo di fame. Una combinazione catastrofica di guerra, prezzi alti e siccità ha lasciato più di 11 milioni di esseri umani in uno stato di bisogno disperato. Per mesi le Nazioni Unite hanno lanciato l’allarme. E se a lungo abbiamo evitato di usare il termine carestia, mercoledì abbiamo ufficialmente riconosciuto lo stato di cose, frutto di un’evoluzione rapidissima. C’è carestia in molte parti della Somalia. E si sta espandendo.

È un avvertimento che non possiamo ignorare. Ogni giorno mi giungono resoconti agghiaccianti dal terreno. Rifugiati somali, con il loro bestiame, le loro capre, morti di sete, si sottopongono a marce di settimane per cercare aiuto in Kenya e Etiopia. Giovani spesso destinati ad arrivare orfani, soli, terrorizzati e sottonutriti, in una terra straniera.

Dalla Somalia giungono storie di famiglie che hanno assistito alla morte dei loro figli, a uno a uno. Una donna è arrivata di recente in un campo delle Nazioni Unite a 140 km a Sud di Mogadiscio, dopo un cammino di tre settimane. Halima Omar, dalla regione di Lower Shebelle, era considerata una donna agiata. Oggi, dopo tre anni di siccità, sopravvive a stento. Quattro dei suoi sei figli sono morti. «Non c’è nulla al mondo di peggiore che assistere impotenti alla vista del proprio figlio che muore perché non puoi nutrirlo. Sto perdendo ogni speranza»: così ha descritto Halima la sua odissea.

Quella speranza che spesso muore perfino per coloro che riescono a raggiungere i campi. Molti sono semplicemente troppo deboli dopo lunghi viaggi attraverso terre aride, e muoiono così, prima ancora di poter essere rifocillati. Mancano farmaci, per quanti abbiano bisogno di cure mediche. Immaginiamo la sofferenza di quei medici che devono assistere impotenti alla morte dei loro pazienti per mancanza di medicine.

In quanto membri della famiglia umana, queste storie ci sconvolgono, e ci chiediamo: come è possibile che tutto ciò accada di nuovo? Dopo tutto, il mondo ha abbastanza cibo. Certo, l’economia mondiale vive tempi duri. Eppure, da sempre, perfino nei periodi di peggiore austerità, l’impulso altruistico di prestare soccorso ai nostri simili non ha mai vacillato.

È per questo che oggi mi rivolgo a tutti voi – per focalizzare l’attenzione mondiale su questa crisi, suonare l’allarme e fare appello ai popoli del mondo per aiutare la Somalia in questo momento di grande bisogno. Per salvare la vita di quanti sono a rischio – in gran parte donne e bambini – abbiamo bisogno di 1,6 miliardi di dollari. Finora, i donatori internazionali hanno stanziato solo la metà di tale importo. Per invertire la tendenza, e offrire speranza in nome della nostra comune umanità, occorre una mobilitazione globale.

Questo significa che dobbiamo mobilitarci tutti. Mi appello a tutte le nazioni – quelle che finanziano il nostro lavoro anno dopo anno, così come quelle che non partecipano tradizionalmente al sistema di aiuto multinazionale – perché intensifichino la sfida. La riunione di questi giorni a Roma delle agenzie Onu si è proposta di coordinare la nostra risposta di emergenza e di raccogliere fondi per l’immediata assistenza.

Nel frattempo, dobbiamo tutti chiederci, in quanto singoli cittadini, come possiamo aiutare. Si possono effettuare donazioni private, come è accaduto in precedenti emergenze umanitarie, in Indonesia dopo lo tsunami o a Haiti dopo il terremoto, o esercitare pressioni sui propri rappresentanti eletti per una risposta più risoluta. Ma anche nelle migliori circostanze, questo potrebbe non essere abbastanza. C’è il reale pericolo di non riuscire a soddisfare tutte le necessità.

La situazione è particolarmente difficile in Somalia, dove il conflitto in atto complica ogni tentativo di soccorso. Inoltre, la brusca impennata dei prezzi alimentari si è riflessa negativamente sui bilanci delle agenzie internazionali e delle Ong. Le condizioni operative sono complicate dal fatto che il governo di transizione nazionale somalo controlla solo una parte della capitale Mogadiscio. Stiamo lavorando per un accordo con le forze della milizia islamica di Al Shabaab per ottenere l’accesso alle aree del Paese sotto il loro controllo. Nonostante ciò, permangono gravi problemi di sicurezza.

Dobbiamo anche riconoscere che Kenya ed Etiopia, che hanno generosamente mantenuto aperti i propri confini, affrontano già di per sé enormi sfide. Il campo profughi più grande del mondo, Dadaab, è già pericolosamente sovraffollato con circa 380 mila profughi all’attivo. Altre migliaia sono in attesa di registrazione. Nella vicina Etiopia, duemila persone arrivano ogni giorno al campo profughi di Dolo, anch’esso in difficoltà. Questo si aggiunge a una crisi alimentare affrontata da quasi sette milioni di kenioti ed etiopi. Anche a Gibuti e in Eritrea decine di migliaia di persone hanno bisogno di aiuto, con numeri potenzialmente in crescita.

Pur rispondendo nell’immediato a questa crisi immediata, dobbiamo trovare modi di risolvere le cause sottostanti. La siccità odierna potrebbe essere la peggiore degli ultimi decenni. Tuttavia, con gli effetti del cambiamento climatico che si fanno sentire sempre di più in tutto il mondo, non sarà di sicuro l’ultima. Ciò comporta la necessità di misure pratiche: sementi resistenti alla siccità, irrigazione, infrastrutture rurali, programmi per il bestiame.

Si tratta di progetti che possono funzionare. Negli ultimi dieci anni hanno contribuito a far crescere la produzione agricola etiope dell’otto per cento l’anno. Abbiamo anche registrato un miglioramento dei nostri sistemi di allarme preventivo. Sapevamo che questa siccità era in arrivo e abbiamo iniziato a lanciare allarmi lo scorso novembre. In prospettiva, dobbiamo assicurarci che questi avvisi siano ascoltati per tempo.

Prima di ogni altra cosa, abbiamo però bisogno di pace. Fino a quando ci sarà un conflitto in Somalia, non saremo in grado di contrastare con efficacia la carestia. Sempre più bambini soffriranno la fame; sempre più persone moriranno inutilmente. Questo circolo d’insicurezza si sta allargando in modo pericoloso.

In Somalia, Halima Omar ci ha detto: «Forse questo è il nostro destino – o forse avverrà un miracolo, e saremo salvati da questo incubo».

Non posso accettare che questo sia il suo destino. Insieme, dobbiamo salvare Halima, il suo popolo e tutti i loro bambini da un incubo davvero terribile.

La Stampa 26.07.11

"La lezione del 1992", di Tito Boeri

Se qualcuno si era illuso che l´accordo trovato in extremis a Bruxelles giovedì scorso ci avrebbe posto fuori pericolo, ieri avrà avuto modo di ricredersi. C´è stato un nuovo pesante allargamento dello spread fra i nostri titoli di Stato e quelli tedeschi, tornato vicino ai 300 punti base. Ai tassi di interesse e di crescita attuali, sono livelli destinati, nell´arco di due anni, a diventare insostenibili. Se dovessero protrarsi nei prossimi dieci mesi, farebbero aumentare di circa un punto e mezzo di Pil la spesa per il servizio del debito.
E in tal modo vanificherebbero più di metà della manovra entrata in vigore la scorsa settimana. Non è colpa del debito statunitense: le difficoltà di Obama non ci possono offrire alcuna consolazione anche perché sono di natura diametralmente opposta alle nostre. L´Europa ci ha già dato una mano ed è bene non contare troppo su ulteriori aiuti. Dobbiamo contare sulle nostre forze sapendo che non ci sono concesse distrazioni di sorta. Vediamo perché cominciando dagli Stati Uniti e per arrivare all´Europa e, infine, a noi.
Il problema affrontato in queste ore da Obama è esattamente l´opposto di quello che stiamo vivendo sulla nostra pelle. Negli Stati Uniti non è legalmente consentito al governo federale indebitarsi al di sopra di una soglia massima, stupidamente fissata in termini assoluti anziché in percentuale al reddito generato negli Stati Uniti. Se entro il 2 agosto non si dovesse trovare un accordo nel Congresso, il governo federale non potrà più emettere buoni del tesoro con cui finanziarsi. Non ci saranno, in altre parole, venditori di nuovi Treasury bills. Mentre continueranno ad esserci moltissimi compratori: i rendimenti che il governo federale deve offrire a chi compra i propri titoli di debito sono rimasti molto bassi nonostante l´avvicinarsi di questa scadenza, a riprova del fatto che non ci sono timori sulla sostenibilità del debito pubblico americano. Nelle ultime settimane noi abbiamo invece vissuto una crisi molto più seria e di segno opposto: il mercato dei nostri titoli di Stato è diventato un mercato con pochi compratori e questo ha fatto schizzare all´insù gli interessi sui nostri Btp. Insomma, mentre da noi manca chi compra, negli Stati Uniti potrebbe mancare, dal 2 agosto in poi, chi vende. Ed è molto probabile che, come tutti i bracci di ferro della politica, nel Congresso Usa si troverà un accordo all´ultimo momento.
All´ultimo momento è stato trovato un accordo anche tra i governi dell´area dell´euro, che rischiava altrimenti il collasso. È un accordo importante, che tampona una situazione d´emergenza facendo anche compiere all´architettura della moneta unica un ulteriore passo in avanti, perché la dota in embrione di una struttura per gestire le crisi di singoli Paesi, un evento tutt´altro che improbabile in un´unione monetaria di Paesi così diversi. Ma l´accordo di giovedì scorso lascia molte, forse troppe, cose in sospeso. Non precisa quale sarà l´entità del fondo di salvataggio. Né chiarisce come verrà gestito, quale ne sarà la governance. Nonostante molti, soprattutto sulla stampa estera, abbiano salutato l´accordo come una vittoria di Trichet, rischia di aprire un dualismo difficilmente gestibile fra la Banca Centrale Europea e il fondo di salvataggio, con sovrapposizioni di competenze e potenziali conflitti. Fin quando questi due nodi cruciali non verranno risolti, l´accordo della scorsa settimana rimarrà solo un annuncio. Come tale, può temporaneamente rasserenare i mercati, ma bisogna essere consapevoli che, alla prossima crisi, bisognerà farsi trovare già pronti. Non basteranno più gli annunci.
I piccoli passi con cui, forse inevitabilmente, procede l´Europa ci obbligano a contare principalmente sulle nostre forze. La buona notizia è che le colpe di questo stato di cose sono principalmente nostre, non di altri. Quindi possiamo farcela anche da soli. Quattro dati lo testimoniano. Primo, fin dall´inizio della crisi del debito greco, i mercati hanno saputo tenere conto delle differenze fra i diversi Paesi: la percezione del rischio Italia è diventata sempre più indipendente dalle sorti della Grecia, che negli ultimi mesi aveva vissuto un drastico peggioramento degli spread senza contagiare il resto dell´eurozona.
Secondo, le nostre banche soffrono non perché abbiano titoli greci, irlandesi o portoghesi in portafoglio, ma perché sono piene di nostri buoni del Tesoro. Non a caso hanno fatto relativamente bene agli stress test, per quanto edulcorati, che prevedevano un allargamento degli spread sui titoli dei Paesi a rischio.
Terzo abbiamo perso tempo prezioso. Un anno fa scrivevamo su queste colonne: “In Italia le assicurazioni contro il rischio di ripudio del debito (i Cds, Credit default swaps), sono più alte per i titoli a lunga scadenza che per i titoli a breve mentre in Grecia avviene esattamente l´opposto; questo significa che i mercati ritengono che i problemi dell´Italia siano strutturali, di lungo termine: l´Italia rischia per la sua bassa crescita”. Oggi i Cds segnalano una valutazione del rischio di default molto più ravvicinata per il nostro Paese. Non è ancora troppo tardi, ma abbiamo molto meno tempo a disposizione.
Quarto, le impennate sia nei Cds che negli spread sui Btp coincidono spesso con parole al vento di politici italiani, come sottolineato a suo tempo da Mario Draghi (“Le polemiche fanno salire gli spread”). Chi chiedeva di ridurre le tasse, ad esempio, ci sta condannando a pagarne più alte per coprire gli oneri del debito. E gli spread sono aumentati anche con le notizie sui faccendieri e le corruzioni di palazzo. Comprare i nostri titoli di Stato significa anche fidarsi delle persone che sono ai posti di comando. Un peso non indifferente nell´allargamento degli spread lo hanno anche avuto una manovra debole e mal congegnata e solo in parte aggiustata in corso d´opera.
Sapendo di camminare su di un crinale molto sottile dobbiamo allora trovare le energie e il consenso per varare misure che stimolino la crescita della nostra economia. Il fatto che si possa intervenire viene documentato dai tempi rapidi con cui è stata potenziata e approvata la manovra. La classe politica può fare molto quando vuole. La nostra, purtroppo, continua a distaccarsi dal resto del Paese, esonerando solo se stessa dai sacrifici che chiede ai cittadini e creando inutili diversivi per far parlare d´altro (come nella grottesca vicenda dei ministeri a Monza). Questo 2011 assomiglia sempre più al 1992. Anche allora eravamo sull´orlo del precipizio e con una classe politica screditata agli occhi del Paese. Possibile che la storia non ci insegni nulla?

La Repubblica 26.07.11

Udu Camp – Marina di Massa

Lunedì 1 agosto, presso il Campeggio annuale dell’Unione degli Universitari:  “La valutazione universitaria” con On. Manuela Ghizzoni (Commissione Cultura, scienza e istruzione camera dei deputati), Prof. Stefano Fantoni (presidente Anvur) e Fernando Miguel Galàn Palomares (membro Academic Affairs Commitee dell’ESU)   

Manuela Ghizzoni e Cècile Kyenge in visita al CIE di Modena

E’ durata poco più di due ore la visita della Deputata Pd Manuela Ghizzoni, accompagnata da Cècile Kyenge del comitato nazionale “primo marzo” al Cie modenese nell’ambito della mobilitazione “LasciateCIEntrare” promossa in opposizione alla circolare n. 1305 del Ministro dell’Interno, dell’1 aprile 2011, e al recente provvedimento in merito alla “Direttiva rimpatri” che prolunga la permanenza degli immigrati non identificati nei Cie da 6 mesi sino a 18 mesi.
La visita è stata l’occasione per un colloquio, svoltosi in un clima di cordiale collaborazione, alla presenza del Vicedirettore del Cie di S.Anna, Silvano Bertacchi, del dirigente per l’immigrazione, Michele Morra, e del questore di Modena, Giovanni Pinto, in cui sono stati forniti dati relativi a numero, genere, provenienza, tipologia d’infrazione amministrativa o reato degli ospiti.

Durante l’incontro sono state anche spiegate in modo dettagliato le modalità di organizzazione della struttura, dei servizi in essa offerti (ricreativi, assistenza medico-sanitaria e psicologica, servizi di mediazione culturale e traduzione), dei costi (75 euro a persona la giorno), dei tempi d’identificazione (in media entro i 30 giorni) ed eventuale rimpatrio dei trattenuti. Al termine del colloquio, si è svolto un sopralluogo nei 6 blocchi interni al Cie, dialogo diretto con i 58 uomini, in prevalenza tunisini, in stato di fermo e alloggiati in anguste camerate da 2, 3 o 4 letti.

Per la deputata Ghizzoni (che visitava il Centro per la terza volta) la mobilitazione odierna è “un’occasione per riflettere sul futuro di queste strutture, anche al fine di avviare politiche più efficaci sui fenomeni migratori coordinate a livello europeo e internazionale. Il Cie è un organismo che cambia velocemente la propria utenza: vi sono persone arrivate in Italia da decenni, trattenute a causa d’irregolarità anche amministrative, che non intendono andarsene perché qui hanno trovato il loro radicamento, o casi in cui il migrante non è più titolare di un regolare permesso di soggiorno perché non ha trovato lavoro entro i 6 mesi stimati. Altri sono di prima immigrazione: per questi non servono strutture di complessa gestione come il Cie, ma una partnership più efficace con i paesi di origine, che accelleri le risposte sull’identificazione per evitare il prolungamento della loro permanenza. – ha detto Manuela Ghizzoni all’uscita dalla visita – Bisognerebbe essere più selettivi ed efficaci nel rimpatrio di coloro che hanno compiuto reati gravi, identificarli eventualmente quando ancora sono in carcere, mentre per gli altri si dovrebbero creare canali di accoglienza. La vicenda degli sbarchi da Lampedusa ha dimostrato chiaramente un cortocircuito grave fra Italia ed Europa: il governo, infatti, ha recepito la direttiva europea in materia, ma l’ha declinata con un inasprimento delle politiche migratorie estendendo a 18 mesi la detenzione nei Cie come se questo potesse davvero tranquillizzare socialmente gli italiani, peraltro trattenendo un numero risibile di migranti. Protrarre tale permanenza è irragionevole, oltre ad avere un costo sociale ed economico elevato e totalmente a carico della comunità”.

Per Cècile Kyenge, del comitato “primo marzo” e responsabile regionale del Pd per le politiche dell’immigrazione (alla sua prima visita in un Cie): “L’impatto è quello di un carcere di massima sicurezza, con persone trattenute per una detenzione a volte solo amministrativa: è una vergogna dal punto di vista sociale, una sconfitta dal punto di vista umanitario. Il sistema dei Cie non affronta il problema socio-culturale di un fenomeno migratorio in crescita e oramai strutturale – sostiene – Lo spazio angusto in cui sono costretti a vivere gli “ospiti” della struttura, nonostante la buona volontà degli operatori, non aiuta le relazioni sociali, aumenta il disagio e la diffidenda nei confronti del Paese di accoglienza. A questo proposito, l’istituzione di un protocollo per l’assistenza e la consulenza psicologica, a riguardo dei traumi da migrazione, sarebbe auspicabile perchè strumento efficace contro il disagio. Dopo questa visita, credo che sarebbe necessario ripensare alla funzione di queste strutture. Forse erigere muri invalicabili non è la ricetta giusta: servono piuttosto politiche per l’integrazione”.

"A proposito dell’INVALSI…", di Donatella Poliandri *

In questi mesi molto si è letto sulle prove INVALSI, e in molti hanno sostenuto come, alle scuole italiane, non possano bastare i risultati delle prove per migliorare. Nessuno si è però soffermato a segnalare quali altre ricerche l’INVALSI svolge e in che modo cerca di esplorare cosa accade all’interno delle istituzioni scolastiche, promuovendo il confronto e il miglioramento.
In questi mesi molto si è letto sulle prove INVALSI, e in molti hanno sostenuto come, alle scuole italiane, non possano bastare i risultati delle prove per migliorare, in quanto gli apprendimenti degli studenti rappresentano l’esito di complessi processi individuali e sociali che i cosiddetti ‘test’ sono in grado di cogliere ‘solo’ in parte. Nessuno si è però – ovviamente – soffermato a segnalare quali altre ricerche l’INVALSI svolge e in che modo cerca di esplorare cosa accade all’interno delle istituzioni scolastiche, promuovendo il confronto e il miglioramento.

Proprio in quest’ottica, grazie al contributo dei fondi strutturali europei, L’INVALSI ha messo a punto il progetto “Valutazione e Miglioramento” (VM) che coinvolge circa 360 fra scuole del 1° e del 2° ciclo, destinatarie dei fondi europei FSE e FESR PON, collocate nelle regioni Obiettivo convergenza (Campania, Calabria, Puglia e Sicilia).
Il progetto VM ha lo scopo di condurre osservazioni in profondità delle singole istituzioni scolastiche in una prospettiva di valutazione sistemica, integrando dati rilevati con tecniche quantitative o già presenti in data-base istituzionali, con informazioni ottenute con tecniche qualitative. Alle scuole coinvolte nel progetto viene restituito un rapporto di valutazione che mette in evidenza punti di forza e di difficoltà del servizio scolastico offerto e che diventa punto di partenza per la realizzazione di azioni di miglioramento con il supporto di esperti esterni.

La struttura del progetto si basa su un vasto studio condotto dall’INVALSI nel 2010, denominato VALSIS (“Valutazione di sistema e delle scuole”), che, a partire dall’esplorazione e classificazione degli indicatori utilizzati da molti paesi per valutare i propri sistemi scolastici, formula una proposta articolata di indicatori e aspetti per la valutazione del sistema scolastico e delle scuole italiane. Il modello di valutazione della qualità delle scuole che emerge considera i risultati alla luce di tutto l’insieme di sollecitazioni, di risorse, di processi attivati in un determinato ambiente, nella consapevolezza che una scuola possa migliorare la qualità del servizio offerto e dei suoi esiti nella misura in cui è capace di confrontare il proprio operato con un riferimento esterno, trasformando i risultati della valutazione in azioni di miglioramento in un’ottica di apprendimento organizzativo.

E’ però importante che coloro che chiedono all’INVALSI di andare oltre le ‘prove di apprendimento’ sappiano che questa sperimentazione così ampia è possibile solo grazie ai finanziamenti europei; a regime, con le sole forze stabili dell’Istituto (22 lavoratori fra l’area della ricerca e quella amministrativa) e la mancanza cronica di fondi, non sarebbe possibile neppure produrre le prove di apprendimento, figuriamoci fare un lavoro di studio approfondito a livello nazionale su ciascuna istituzione scolastica in un’ottica di miglioramento. Oggi infatti è anche grazie alla dedizione e al senso di responsabilità di tutti quei lavoratori precari (circa l’80% della forza lavoro) che è possibile garantire oltre alle attività del Servizio Nazionale di Valutazione anche alcune azioni di ricerca che contribuiscono alla comprensione della cosiddetta’ scatola nera’ dei processi, così indispensabile per poter supportare le scuole.

Bisognerebbe quindi avere il coraggio di chiedere per l’INVALSI risorse economiche e umane almeno simili a quelle dei grandi enti di ricerca che svolgono le stesse attività in Europa e nel resto del mondo. Così sì, avremmo tutti qualcosa in più – e di diverso – su cui discutere.

*Ricercatrice INVALSI

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"La forza dei ragazzi", di Walter Veltroni

Quelle immagini non ci lasceranno mai. Quello che è avvenuto nelle strade di Oslo, sulle rive dell’isola Utoya ci interroga.Pretende da noi una risposta: l’odio ha preso le forme più brutali, quelle della strage,
della caccia contro ragazzi indifesi. Credo che sia nostro dovere dare una risposta immediata, forte e capace di interpretare l’animo degli europei davanti a questa tragedia. Per questo rivolgo un appello ai giovani democratici perché siano promotori di una grande iniziativa di tutti i ragazzi europei proprio sull’isola dove è stata seminata morte. Certo, ora qualcuno parlerà di follia, di crimine isolato. In realtà, in questa terribile tragedia c’è il compendio di tutti i mali di questa epoca: nazionalismo estremista, xenofobia, fondamentalismo.
Breivik è mosso da quel sangue cattivo che emerge qua e la in tutta Europa. Non sopporta gli altri, odia i giovani laburisti perché agiscono con generosità e si dedicano ad una umanità che lui avverte diversa. La parola che aborre è multiculturalismo. Una parola che è, invece, la stella polare di chi vuole un continente aperto al dialogo, capace di far interagire le diverse culture. Per questo i giovani democratici italiani possono essere il motore di una
iniziativa che riguardi il mondo dei progressisti europei. Per una risposta di solidarietà ai tanti ragazzi uccisi e per chiudere la porta ai sentimenti peggiori alimentati da una destra incivile che in tutta Europa accende i fuochi della paura e dell’odio per le sue piccole politiche di potere.

L’Unità 25.07.11

Afghanistan: "Governo riferisca in Parlamento"

Esprimiamo cordoglio profondo per il militare italiano morto da poche ore in Afghanistan e grande apprensione per i due feriti di cui uno molto grave. Il ministro La Russa dovrebbe riferire con urgenza in Parlamento sui livelli di sicurezza delle nostre truppe all’estero. “Esprimiamo cordoglio profondo per il militare italiano morto da poche ore in Afghanistan e grande apprensione per i due feriti di cui uno molto grave. Il militare italiano è la quarantunesima vittima italiana e chi come il Partito Democratico conferma il proprio appoggio, alla partecipazione italiana alle missioni di pace all’estero, non può non porsi anche con forza una drammatica domanda sui livelli di sicurezza delle nostre truppe in quei teatri, su cui il ministro La Russa dovrebbe riferire con urgenza in Parlamento.
Al militare ucciso ai suoi famigliari e ai suoi compagni il nostro pensiero affettuoso e riconoscente”. Così Emanuele Fiano responsabile Sicurezza del PD dopo la morte del militare italiano in Afghanistan.

Il senatore Mauro Del Vecchio e il deputato Antonio Rugghia del Partito Democratico, in visita ai reparti della Brigata Sassari in partenza per l’Afghanistan, hanno espresso grande cordoglio per la morte del militare italiano e solidarietà ai due commilitoni rimasti feriti a seguito di un vile attacco nell’area di Bala Murghab, in Afghanistan.

“Ci stringiamo alle famiglie del caduto e dei feriti”, hanno affermato i parlamentari che sono stati raggiunti dalla notizia mentre portavano il saluto del Pd ai militari in partenza. “Questo tragico evento – hanno continuato i dei parlamentari Pd – impone
una rapida approvazione del decreto di proroga delle missioni di stabilizzazione, senza ulteriori ritardi né strumentalizzazioni, per dare un segnale di sostegno agli uomini e alle donne in uniforme che operano per il superamento delle crisi nel mondo, pagando talvolta tragicamente il loro impegno per la sicurezza e la pace”.

“E’ doveroso esprimere il cordoglio per un’altra vita persa in Afghanistan. Sono addolorato per la morte del caporalmaggiore David Tubini e davvero preoccupato per la sorte dei suoi compagni, feriti durante lo scontro a fuoco. Mettersi al servizio di progetti internazionali di ricostruzione e di pace in territori difficili come l’Afghanistan è certamente un compito che spetta ad un paese industrializzato come il nostro ma, in questo doloroso momento, va anche ricordata la necessità sempre più urgente di una discussione serena e rigorosa. Avviamola seriamente domani in aula al Senato, in occasione del voto sul rifinanziamento delle missioni: parliamo della sostanza, ossia della guerra in cui siamo coinvolti e dell’opportunità di un reale ritiro”. Così Ignazio Marino , senatore del PD, dopo la morte del caporalmaggiore David Tubini in Afghanistan.
“Personalmente – ha aggiunto Marino – domani non voterò il rifinanziamento delle missioni: il Paese si e’ impegnato a spendere ben 29 miliardi per acquistare oltre 300 tra elicotteri e aerei militari, mentre per il 2011, 2012 e 2013 e’ stato azzerato il fondo per la non autosufficienza, ridotto a 36 milioni quello per le politiche per la famiglia e azzerato quello per l’infanzia. La politica puo’ e deve fare delle scelte adeguate e strategiche in questo momento”.

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