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Colloquio con Fulvio Esposito, rettore di Camerino: «Altro che teatrino delle cifre. I precari questione morale», di Mariagrazia Gerina

Qualche responsabilità se le cose stanno così ce l’avranno anche i rettori.
C’è voluto un po’ di tempo. Ma il malcontento venato di autocritica sembra cominciare a farsi largo anche tra di loro. «Quello che è mancato da parte dei rettori in questa fase storica è stato far sentire la loro voce forte al paese piuttosto che privilegiare una interlocuzione limitata ai corridoi del ministero», osserva, senza troppi giri di parole, il rettore dell’università di Camerino, Fulvio Esposito: «Senza ricerca questo paese è condannato al sottosviluppo, se costringiamo i nostri talenti migliori ad andare all’estero o a fare altro, quando ci sarà la ripresa, saremo tagliati fuori. E non è con il teatrino della parolina un po’ più dura o della parolina un po’ più morbida che si cambiano le cose». L’università – dice Esposito – in questo momento dovrebbe essere l’oggetto di un discorso alla nazione da parte dei rettori. «Poi il ministro si siede in prima fila e ascolta anche lei».
Una delle parole chiave di questo discorso – spiega il rettore di Camerino – dovrebbe essere «questione morale»: «Non ho paura di usare questa espressione. Alcuni dicono: se il paese è così, perché l’università dovrebbe essere meglio? Io penso che proprio perché siamo l’università dovremmo dimostrare che un altro paese è possibile. Forse non siamo stati peggiori della media. Ma non siamo stati nemmeno la Città del Sole che dovremmo essere». La più grande questione morale che l’università deve affrontare in questo momento? Il precariato. «Ben vengano i meccanismi di valutazione, perché il rapporto di discepolo-maestro è un retaggio del passato. Però a un ricercatore che ho sperimentato e ho visto che vale non posso dirgli: sei stato bravo, si vedrà. Il precariato a vita è immorale. Tutte le università in questo momento stanno impiegando percentuali molto vicine al 100% per pagare gli stipendi di chi è già dentro. Io capisco la riluttanza a impiegare risorse in un sistema che non funziona come dovrebbe ma non si può tagliare di netto una intera generazione».
L’altra parola-chiave è la meno frequentata: «Noi siamo fuori dal dibattito europeo sulla ricerca e sull’università». Prendiamo l’abilitazione: «Rischiamo di perdere tempo a reinventare la ruota, se stiamo mesi a cercare soluzioni che in Europa si sono trovate già. Il criterio di valutazione che va bene per i chimici non va bene per gli architetti o per i filosofi, sento dire. Ma in Europa questo è già stato superato: ci sono quattro livelli – dottorando, ricercatore, associato, ordinario – e per ciascuno sono stati individuati dei profili. Ma se neppure si va sul sito dell’Unione europea…».
Quello che bisogna ridisegnare sono le priorità: «Io credo che mettere un po’ di soldi sul futuro dei giovani talenti migliori dovrebbe essere una priorità per il paese. Sarà semplicistico, ma forse basterebbe un po’ di lotta all’evasione per trovare le risorse». Il finanziamento della ricerca – osserva Esposito – è un «dovere pubblico». In Italia la realtà è un’altra: «Noi rettori le risorse ormai dobbiamo andarcele a cercare e l’esito varia molto da territorio a territorio».
L’ultima parola riguarda i processi di partecipazione. «È un errore non coinvolgere studenti, ricercatori, personale tecnico-amministrativo nelle scelte che riguardano l’ateneo», osserva Esposito, a proposito delle contestazioni che ci sono in molte università sugli statuti. Lui – assicura – nel suo ateneo ha cercato di fare così («Il rettore da noi lo votano anche 60 studenti su 400 votanti»). Ma – ammette – la questione è più generale.
E «forme adeguate per garantire la partecipazione non le abbiamo ancora trovate».
Obiezione: tutto giusto, la nazione può anche condividere, è il governo piuttosto che non ci sente.
«Sì ma il governo ha sempre un problema: il consenso».

da L’Unità

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«Atenei già al collasso Senza risorse che senso ha parlare di merito?», di Mariagrazia Gerina
Parla il presidente della Conferenza dei rettori italiani Marco Mancini: «Con i tagli previsti non riusciremo neppure a pagare gli stipendi di chi è già dentro mentre ci vogliono risorse per reclutare nuovi ricercatori»

Studenti e ricercatori li accusano di non aver levato la voce contro la riforma Gelmini. Ma anche i rettori hanno qualcosa da dire su come il governo sta trattando l’università. Le risorse, già scarse, nel 2012 saranno ancora meno. «Così arriveremo al collasso», avverte il nuovo presidente della Crui Marco Mancini, 54anni, rettore dell’università della Tuscia, che in queste settimane ha voluto incontrare sia il presidente della Repubblica che il ministro Gelmini.

Partiamo proprio dai tagli. Perché questo appello ora?
«Nel mese di luglio si comincia a ragionare sulla legge finanziaria, che immagino sarà presentata a settembre. I conti dicono che la situazione è drammatica: il 2012 si presenta con un taglio del 5,5% rispetto all’anno precedente e del 12% a partire del 2009, senza contare l’inflazione. Così arriveremo al collasso».
Che vuol dire collasso?
«Che il sistema universitario non riesce più a coprire nemmeno gli stipendi. E quindi si trova nell’impossibilità di servire la sua missione: ricerca e didattica. Sono fatti aritmetici. Lo scorso anno ottenemmo un finanziamento aggiuntivo, una tantum, di 800 milioni di euro, che di fatto era un ripristino di ciò che ci veniva tagliato. Quest’anno la somma messa a bilancio è di 500 milioni di euro: 300 di meno della somma delle spese per stipendi sostenuta dagli atenei».
Lei sottolinea il «fatto aritmetico».Ma a una situazione del genere non ci si arriva solo per colpa dell’aritmetica…
«No, certo. Al ministro abbiamo segnalato anche che il fondo per il diritto allo studio che è praticamente azzerato: così si intacca ciò che la Costituzione stessa garantisce ai nostri studenti. Come atenei abbiamo cercato di fare la nostra parte, muovendoci in un orizzonte di riduzione di spesa. Ma con le cifre di cui stiamo ragionando non si potrà parlare di meritocrazia né di niente il prossimo anno. È come se stessimo fabbricando delle nuove automobili sapendo che quando saranno pronte non ci sarà più benzina per farle camminare».
Per fare le auto però vi ritrovate a fronteggiare la contestazione negli atenei sugli statuti.
«Era inevitabile, che in un momento così delicato le dialettiche esterne si prioettassero all’interno dei singoli atenei. Le componenti più fragili, precari e ricercatori, in un momento così drammatico sono i primi ad essere colpiti».
E quali sono stati i vostri antidoti?
«Abbiamo detto che il processo statutario doveva avvenire dentro una dialettica democratica e di partecipazione. Però ogni università ha la sua storia e autonomia».
Più in generale studenti e ricercatori vi rimproverano di essere stati dalla parte del ministro durante la riforma.
«La conferenza dei rettori ha sempre ritenuto che l’università avesse bisogno di una legge di riforma. Quello che mi pare importante è che stiamo rivendicando una azione forte nei confronti del governo per garantire che questo bene prezioso che sono le università non siano cancellate. Io sono diventato presidente da poco. E questo per me è il primo obiettivo. Perciò ho voluto l’incontro con il ministro e con il presidente della Repubblica».
Al ministro però avete chiesto anche di rivedere il tetto che limita al 20 % le entrate dovute alle tasse.
«Quella era una provocazione al ministro. Non abbiamo alcuna intenzione di far pagare una crisi strutturale agli studenti. Oltretutto la legge impedisce di utilizzare la contribuzione per pagare gli stipendi».
Però le tasse sono aumentate…
«Sì ma non superano il tetto del 20%, nel più dei casi».
Lei dice: la questione è la benzina. E la riforma, approvata a dicembre, che cosa sta determinando negli atenei?
«In questi mesi, gli atenei hanno molto discusso spesso con tensioni interne sui propri assetti. Ma il processo è positivo. Anche se i decreti per attuare la riforma sono ancora in itinere. E stanno uscendo con un po’ di fatica, dovuta a passaggi istituzionali e burocratici. Credo che quando questo complesso normativo sarà attuato, la riforma potrà partire con il piede giusto. E potremo occuparci di didattica e di ricerca».
Ma come se nel frattempo i ricercatori precari se ne saranno andati?
«Se le persone vanno via vuol dire che l’università non potrà più avvalersene e nemmeno il Paese. Lo abbiamo segnalato al presidente della Repubblica come problema più drammatico. E si è dimostrato sensibilissimo».
E il ministro?
«Anche lei».
Ma intanto non riuscite più ad assumere neppure i vicintori di concorso.
«Per le assunzioni legate al fondo Mussi le risorse ci sono, per quelle legate ai fondi di ateneo, non potendo spendere più del 90% del bilancio per spese fisse, gli atenei hanno le mani legate. Abbiamo chiesto al ministro di rimuovere questo limite. Per il futuro stiamo seguendo con attenzione i decreti sull’abilitazione e sulla ripartizione dei fondi conseguenti. Molti ricercatori hanno l’aspettativa di potere concorrere per diventare associati. E anche noi ci aspettiamo che il fondo di 13 milioni già stanziato si sblocchi al più presto. Ci vuole ricambio per sostituire i professori in pensione».
Nel frattempo però avete chiesto ai ricercatori di insegnare gratis.
«No, abbiamo solo detto che se volessero la norma lo consentirebbe».
E poi se loro andranno a insegnare la ricerca chi la fa?
«Questo è il punto cruciale. Poter reclutare i giovani per la ricerca. E avere le risorse per farlo. La maniera migliore di reagire alla crisi è formare una generazione di ricercatori che sappiano cambiare il funzionamento dello sviluppo del Paese. Se non lo facciamo non oso immaginare le conseguenze».
Qualcosa da dire sul commissariamento previsto dalla riforma?
«Che è una strada senza ritorno che rischia di uccidere gli atenei».

da L’Unità

"Casa, stangata fiscale da 2 miliardi la cedolare sugli affitti salirà al 25%", di Rosa Serrano

Saranno ridotti i bonus su ristrutturazioni e risparmio energetico. Dai mutui ai lavori alle provvigioni per gli intermediari: tutti gli aumenti di tasse dal 2013-14. Non c’è solo il ritorno dell’Irpef sulla prima casa. Quella che si profila sul fronte immobiliare somiglia a una vera e propria stangata fiscale, che taglierà tutte le agevolazioni e aumenterà dal 21 al 25,2% la cedolare secca appena introdotta sugli affitti. Oltre 10 miliardi di euro di sconti fiscali per la casa saranno “alleggeriti” dalla manovra economica. I tagli arriveranno in due tranches: nel 2013 il 5% in meno, circa 500 milioni di euro; l’anno dopo il 20%: 2 miliardi. Ce ne sarà per tutti: per chi possiede la casa in cui abita, per chi dà in affitto il proprio immobile, per chi fa lavori di ristrutturazione, e infine per gli stessi inquilini. Ma procediamo con ordine.

I proprietari di prime case. Oltre al ritorno dell’Irpef sulla prima casa a partire dai redditi 2013 e 2014, i proprietari subiranno tagli alle agevolazioni, a cominciare da quelle fiscali per l’acquisto della prima casa. Ma sarà ridotta anche la detrazione Irpef per gli interessi passivi sui mutui prima casa (19% su un tetto massimo di spesa di 4 mila euro annui). Limitata infine la detrazione Irpef per le provvigioni pagate ai mediatori immobiliari per l’acquisto dell’abitazione principale (19% su un importo massimo di mille euro annui).

I proprietari che affittano l’immobile. Qui è a rischio la novità fiscale del 2011, ovvero la cedolare secca sugli affitti che, da quest’anno, prevede un’imposta unica del 21% sugli affitti relativi a contratti di locazione di immobili ad uso abitativo (19% per i contratti agevolati che prevedono un affitto inferiore a quello di mercato). Ebbene, con il taglio alle agevolazioni, la cedolare salirà a regime dal 21 al 25,2 per cento. Immediata la richiesta di chiarimenti di Confedilizia, secondo cui a questo punto rischiano di cambiare di nuovo le convenienze fiscali dei proprietari. A rischio anche la deduzione forfetaria del 15% sui redditi da locazione che viene riconosciuta ai proprietari a fronte dei costi sostenuti per l’immobile (manutenzione, imposte, ecc.) e l’ulteriore deduzione del 30% ai proprietari che affittano con canone concordato.
I proprietari che fanno lavori in casa. Qui entra in gioco il ricorso agli sconti Irpef sulle ristrutturazioni e sui lavori di risparmio energetico. Due misure particolarmente amate dagli italiane e che vengono di solito rinnovate di anno in anno. Ebbene, il bonus del 36% sui lavori di recupero edilizio si ridurrà al 28,8, mentre quello del 55% su interventi mirati al risparmio energetico calerà al 44 per cento.

Gli inquilini. Anche le detrazioni fiscali previste per gli inquilini a sostegno del costo dell’affitto di casa saranno investite dal taglio del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014. Si va dalla detrazione di 300 e 150 euro per l’affitto dell’abitazione principale, alla detrazione triennale di 991,60 euro per i giovani inquilini tra i 20 e i 30 anni, per passare, poi, ai 495,80 euro e ai 247,90 euro per i contribuenti intestatari di contratti con affitto concordato. A rischio anche le detrazioni per i lavoratori dipendenti che abbiano trasferito la residenza nel comune di lavoro (991,60 e 495,80 euro per i primi tre anni).

www.repubblica.it

"Bonus bebè, sorpresa di governo", di Marco Ventimiglia

La beffa, il bonus bebè da restituire, e il danno, un procedimento penale per falsa autocertificazione. È quanto stanno vivendo le 8.000 famiglie che hanno ricevuto un’intimazione del ministero dell’Economia. «Scusate sono una mamma di Prato
e in questi giorni ho ricevuto una raccomandata dove mi viene intimata la restituzione non solo dei 1000 euro del bonus bebè ma anche il pagamento di una sanzione amministrativa di 3000 euro perché il reddito risulta superiore ai 50.000 richiesti. Ho controllato sia il mio CUD che quello di mio marito e nel 2005 come reddito complessivo avevamo 50.410 euro… Adesso io sono disoccupata da ben 3 anni e mio marito non sta ricevendo regolarmente lo stipendio da ben 4 mesi. Come possiamo fare?».
E’ una mail, una delle tante, che stanno ricevendo in queste settimane le associazioni dei consumatori. Una storia, una brutta storia, quella della restituzione del bonus per i figli nati del 2005, che sta avvelenando le giornate di circa 8mila famiglie italiane. Una vicenda che sintetizza alla perfezione il populismoe l’inettitudine dei governi guidati da Berlusconi, nel caso in questione l’attuale esecutivo e quello in carica quando fu emanato il discusso “regalo” per i neonati.

TONI DA TELEVENDITA
Due lettere. Sono quelle che scandiscono la tempistica di questo guazzabuglio paradossale. La prima, firmata direttamente da Berlusconi, informava direttamente il bebè del diritto maturato con toni da televendita: «Caro…, felicitazioni per il tuo arrivo! E’ il presidente del Consiglio a scriverti per porti la prima domanda della tua vita: lo sai che la nuova legge finanziaria ti assegna un bonus di mille euro? I tuoi genitori potranno riscuoterlo presso questo ufficio postale. Un grosso bacio». La seconda missiva, spedita adesso dal Ministero dell’ Economia, non contiene invece alcuna felicitazione: «Dagli accertamenti effettuati è emerso che Lei ha falsamente dichiarato di avere un reddito familiare complessivo nonsuperiore a 50.000 euro… Si contesta, pertanto, di avere riscosso illecitamente il bonus bebè utilizzando un’autocertificazione mendace… Si intima la restituzione entro 30 giorni del bonus e il pagamento della sanzione amministrativa pari a 3.000 euro che dovrà essere effettuato solo dopo che il giudice penale si sarà pronunciato in merito alla punibilità della falsa autocertificazione».
Manuela Ghizzoni, deputata del Pd, da tempo si sta occupando del caso. Sul suo sito dialoga con molte delle famiglie coinvolte, ed ha infine “costretto” a rispondere ad una specifica interrogazione il sottosegretario con delega alla Famiglia, Carlo Giovanardi. «La vicenda – dice – è l’emblema della politica di Berlusconi e dei suoi governi. A suo tempo furono stanziati 696 milioni per un provvedimento, quello del bonus bebè, utile soprattutto alla propaganda del centrodestra e che riguardava tanto gli incapienti che le famiglie con reddito fino a 50.000 euro. Insieme alla pomposa comunicazione del premier venne spedito un allegato che indicava le modalità d’applicazione del provvedimento, nel quale però non si specificava se il “reddito complessivo” da considerare era quello netto o lordo. E questo ha tratto in inganno molti, mentre un altro errore frequente è stato quello di non aver aggiunto l’eventuale reddito da fabbricati nel monte complessivo».
Insomma, a sei anni di distanza tante famiglie scoprono di avere sbagliato in buona fede. «Giovanardi – prosegue la deputata democratica – si è limitato a dare delle generiche rassicurazioni mentre il governo deve intervenire per “sanare” una vicenda di cui porta la responsabilità. Dire al cittadino di ricorrere all’autocertificazione senza fornirgli informazioni sufficienti porta a queste conseguenze. L’esecutivo deve eliminare le conseguenze penali mentre è giusto che le famiglie che hanno ricevuto il bonus senza averne i requisiti lo restituiscano». Fra l’altro, come hanno sottolineato le associazioni dei consumatori, in alcuni casi potrebbe essere scattata la prescrizione rendendo nulla la pretesa del ministero dell’Economia.

L’Unità 25.07.11

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«Veniamo trattati come truffatori e rischiamo la denuncia»

Mirko: «Tra me e mia moglie arrivavamo a 49.700 euro lordi:
ma non ho inserito il reddito della casa che è di 700 euro.
50.400 euro in tutto. Quanto è stato speso per inviare le lettere?
Si sentono presi in giro. Beffati, da uno Stato che si finge generoso, per poi spingerti in un angolo. Un angolo da cui non è facile
uscire, se i soldi che arrivano a mese sono quelli che sono. Con l’aggravante di una politica partenalistica e retorica che non ha esitato a speculare sui figli di chi è in difficoltà economiche. Scrive Katia: «Anch’io e mio marito siamo stati indotti in assoluta buona fede a dichiarare il falso, nel senso che abbiamo autocertificato che il nostro reddito non superava i 50 mila euro in quanto abbiamo pensato al reddito netto, cioè quello che effettivamente entra in casa. Risulta ancora più amara la beffa considerando che, andando a rispolverare la denuncia dei redditi del 2005, il lordo superava appena di 110 euro il limite dei 50 mila previsti». È una sottile disperazione la chiave per capire quest’ennesima ferocia del berlusconismo. «Siamo una famiglia di persone perbene – annota ancora Katia nella mail inviata alla deputata pd Manuela Ghizzoni – penso che la nostra fedina penale sia pulita da generazioni, e adesso ci troviamo di fronte non solo a dover restituire 1000 più 3000 euro (non pochi per le nostre tasche),ma addirittura unadenuncia di carattere penale: è incredibile!».
Eh già, parrebbe incredibile se non vivessimo nel paese del bunga bunga. «Se si fanno leggi con testi ingannevoli e poco chiari con che principi si governa?», si chiedono babbo Alberto e mamma Marzia. «Il tenore della lettera che ci è arrivata ci ha dipinti come truffatori con il rischio di trovarsi con la fedina penale sporca, quando tutto quello che dobbiamo e abbiamo sempre dato allo stato (stato in minuscolo è voluto), lo abbiamo dato alla luce del sole». Una malastoria da fine impero, degna di un governo alla disperazione: tra i destinatari della lettera di oggi, c’è chi si ricorda quella firmata «un grosso bacio: Silvio Berlusconi». «Nelle istruzioni della riscossione del bonus si era omesso di inserire l’indicazione di ‘reddito netto o lordo’: se così fosse, ritengo che sia veramente un sopruso da parte dello Stato chiedere dei rimborsi altamente esosi ad una famiglia tratta in inganno da un invito del presidente del consiglio». Così Marco. Scrive invece Mirko: «Ho guardato la lettera che ricevetti allora (quella del Silvio) e dietro ho letto che come requisito bisognava stare al di sotto dei50 mila euro di reddito. Verificando la mia posizione ho guardato nei vari Cud e come somma del lordo, tra me e mia moglie, arrivavamo a 49.700 euro. Però, da quello che ho capito, mi sono sbagliato perché non ho inserito il reddito dell’abitazione principale, che è di 700 euro. La somma dei due redditi è di 50.400 euro, sempre lorde…».
Meno che spiccioli, per il presidente del consiglio. Sarebbe da chiedersi quanto quanto fu speso da Palazzo Chigi per inviare ai neonati del 2005 tutte quelle lettere. Soldi nostri. Chi lo restituisce il maltolto?

L’Unità 25.07.11

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La proposta di una sanatoria per la “beffa” del bonus bebè, per le famiglie che dovrebbero restituirlo oltre a pagare una multa: viene dalle parlamentari del Pd Ghizzoni e Donata Lenzi.

La deputata del Pd chiede al sottosegretario Giovanardi di fare chiarezza Ottomila le famiglie toccate dal problema, a Modena sono quasi trecento. «È insostenibile la vicenda dei rimborsi sui bonus bebè: è auspicabile un provvedimento di sanatoria che possa rimediare in modo tempestivo ad una situazione incresciosa». Lo chiedono due deputate del Pd che hanno sollevato il problema alla Camera – la carpigiana Manuela Ghizzoni e la collega Donata Lenzi, puntando il dito contro il sottosegretario modenese Calo Giovanardi. «Giovanardi non fa chiarezza su bonus bebè del 2005 e per migliaia di famiglie c’è il rischio di dover restituire quattromila euro allo Stato: i mille che erano stati erogati del bonus più la sanzione di tremila euro per aver ottenuto il bonus senza averne il diritto. Tutto questo per colpa di un sistema di attribuzione poco chiaro che ha finito per trarre in inganno le famiglie». Le deputate del partito democratico hanno interrogato in commissione Affari sociali alla Camera il sottosegretario alla famiglia, Carlo Giovanardi sulle 8mila lettere ricevute dalle famiglie che avevano ottenuto nel 2005-2006 il bonus bebè di mille euro e che si vedono adesso chiedere i soldi indietro con gli interessi. Una vicenda che solo a Modena interessa più di trecento famiglie (183 quelle accertate e 125 quelle da accertare). «Il sottosegretario – proseguono le due parlamentari – ha minimizzato i numeri assicurando che le famiglie dovranno restituire solo mille euro e non 4mila come risulta invece dalle denuncie di cui siamo in possesso. Siamo in ogni caso disponibili a raccogliere le testimonianze di chi si trova in questa situazione e a rappresentarle al ministro. In ogni caso – concludono – se le rassicurazioni di Giovanardi dovessero essere smentite, invitiamo il Presidente del Consiglio a scrivere nuovamente una lettera ai bambini nati nel 2005 e gli proponiamo fin d’ora il testo: “Felicitazioni per il tuo sesto compleanno. È il Presidente del Consiglio a scriverti per farti capire come teniamo a te e alla tua famiglia: lo sai che i tuoi genitori dovranno pagare all’erario 4000 euro? Il motivo è dovuto al fatto che nella fretta di scriverti cinque anni fa non avevo spiegato come funzionava il bonus bebè perché ero più interessato al voto dei tuoi genitori». La Ghizzoni ricorda anche come, tramite l’intervento di associazioni di categoria, alcune famiglie siano riuscite ad ottenere la prescrizione del reato di falso in atto pubblico essendo passati cinque anni dalla domanda di ricevimento dell’assegno e quindi dal “reato”. «L’auspicio – aggiungono ancora – è che ora venga fatta una sanatoria in modo da non gravare sulle famiglie con un onore decisamente importante che, oltre al danno suona come una beffa umiliante e inaccettabile».

La Gazzetta di Modena 25.07.11

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“FAMIGLIA E PROPAGANDA”, di Maria Cecilia Guerra

Il bonus bebè ha visto la luce nella finanziaria preelettorale relativa al 2006. Si è trattato di uno strumento a forte impatto mediatico: un dono del governo Berlusconi direttamente nelle tasche dei cittadini. È stato finanziato con il taglio del fondo per le politiche sociali (la quota distribuita dallo Stato alle Regioni e da queste ai Comuni, per il 2005, è stata quasi dimezzata Una bella pensata: i 1000 euro del bonus bebè sarebbero stati considerati merito del governo, i tagli ai servizi locali colpa dei Comuni. Uno strumento una tantum, centralizzato, per massimizzare il ritorno elettorale; tre volte sbagliato.
1) Sbagliato perché distribuito al di fuori di un serio disegno di politiche per la famiglia. Non un incentivo alla natalità, in un Paese con uno dei più bassi tassi di fecondità al mondo, perché in larga parte riservato a bambini già nati o già concepiti. Non uno strumento di contrasto alla povertà, nel Paese europeo con più alto tasso di povertà minorile, perché misura una tantum, che ha poi lasciato il bebè al suo destino.Nonuno strumento di razionalizzazione del disordinato insieme di strumenti di sostegno monetario esistenti: detrazioni familiari che non danno aiuto a chi è troppo povero per pagare imposte; assegni familiari che non raggiungono i nuclei in cui il reddito da lavoro dipendente sia inferiore al 70% del reddito familiare.
2) Sbagliato perché centralizzato, mentre le politiche per la famiglia richiederebbero di concentrare le risorse per costruire una omogenea e articolata presenza di servizi sul territorio (es. asili nido), che aiutino le donne a conciliare il lavoro di cura con quello di mercato, in un Paese in cui, secondo l’Istat, sono il30% le madri, con meno di 65 anni nel 2009, che nel corso della loro vita hanno dovuto interrompere il lavoro per motivi familiari.
3) Sbagliato perchè basato su una comunicazione ingannevole, che ha umiliato tutti quei cittadini che hanno ricevuto la lettera, personalizzata, del premier, che comunicava un dono a cui, a conti fatti, non hanno poi avuto diritto, o perché superavano i limiti di reddito, o perché extracomunitari. Il bonus bebè non veniva infatti riconosciuto ai bimbi dei residenti extracomunitari: perché sprecare dei soldi per gente che non vota? Ora sappiamo che ci sono anche state 8000 famiglie che hanno commesso errori nell’autocertificazione dei reddito. Si poteva evitare: bastava prevedere l’intervento dei Caaf. Si è trattato di una scelta: non spezzare il filo diretto fra presidente e cittadini. Non è stata l’unica volta in cui la propaganda ha fatto premio sulla corretta informazione: basti pensare alla vicenda della social card.

L’Unità 25.07.11

"Province e città metropolitane. Così il Pd ridisegna il Paese", di Roberto Brunelli

Una riforma istituzionale e degli enti locali oltre le polemiche dell’antipolitica: riduzione delle province, comuni sotto i 5000 abitanti associati tra loro, le città metropolitane… parla il responsabile pd per gli enti locali. Ci vuole uno scatto, su questo non
c’è dubbio. E la posta in gioco è alta. Da una parte c’è il crescente distacco dei cittadini dalla politica, dall’altra il bisogno di ridisegnare la fisionomia della «macchina Italia» rendendola al tempo stesso più efficiente e meno costosa. Il Pd ci sta lavorando da tempo, consapevole del fatto che la via è stretta: la crisi corre globalmente, rischia di imporre riforme che invece sarebbe meglio gestire piuttosto che ritrovarsi a subire e porta con sé anche sentimenti irrazionali che spingono a scelte improvvide. È intorno a questo nodo scorsoio che si sviluppa la discussione intorno ai cosiddetti costi della politica e intornoalla riforma degli enti locali. Il Partito democratico, per parte sua, ha presentato una proposta di legge costituzionale, primo firmatario Bersani. Consapevole di un fatto: che non c’è tempo da perdere. Sul piatto c’è l’abolizione delle province sotto i 500 mila abitanti, il loro ridisegno la contestuale creazione delle «città metropolitane». Sull’altro fronte, c’è la discussione intorno alla nascita del Senato federale.
Non è certo una partita semplice. Davide Zoggia, responsabile enti locali del Pd, la spiega così: «Cominciamo da un ragionamento generale: tutto il dibattito che in questo momento viene sintetizzato nell’espressione ‘costi della politica’ contiene in sé anche la necessità di rendere più efficienti le strutture dello Stato, comprese le Regioni e le autonomie locali. L’obiettivo è duplice: semplificare i processi decisionali e diminuire i costi». In pratica, una riforma che fosse presa sottogamba rischierebbe di non centrare nessuno di questi obiettivi, contribuendo ad allontanare ancora di più il distacco dei cittadini dalla politica. Zoggia, che è stato anche presidente della Provincia di Venezia e dunque sa di cosa parla, è d’accordo: «Il Pd pensa la riforma debba essere profonda, e per essere tale non deve partire dall’antipolitica e dalla demagogia, ma da dati di fatti concreti. Per esempio quando parliamo della fine del bicameralismo perfetto e della diminuzione dei parlamentari parliamo di una cosa sperimentata: tutti sono un po’ d’accordo sull’istituzione del Senato federale, che impegnerebbe i presidenti delle regioni e i rappresentanti delle autonomie locali non avendo così costi aggiuntivi rispetto a quello che è già il loro ruolo. Smettiamola di sottrarre competenze alle singole istituzioni, vediamo piuttosto di riorganizzarle con criteri sensati». Vediamole province. Il Pd parte dalla proposta della loro riduzione sotto i 500 mila abitanti, e già questo porterebbe un risparmio notevole.«Maè necessario un ragionamento più profondo», spiega Zoggia. «Una riforma seria si fa se si riconosce che un ente intermedio è necessario, per esempio quando si parla della gestione dei rifiuti, dell’acqua, dei trasporti, che non possono essere gestiti in toto né dalle regioni né dai sindaci». E perché? «Prendete i sindaci: giustamente tendono a difendere ognuno il proprio territorio, per cui spingono verso la propria parte la soluzione dei problemi». Qui le risposte possono essere due: portare i comuni sotto i cinquemila abitanti ad associarsi, come già prevede la legge 142 del ‘90 e la creazione delle città metropolitane. «L’idea è di sperimentare qualcosa di completamente nuovo, una sorta di fusione tra il comune capoluogo, i comuni con termini e la provincia, creando un unico ente, con precisi meccanismi di coinvolgimento. Dico che è una forma innovativa perché metterebbe queste aree in gradodi competere seriamente con l’Europa». Certo, più efficenza, ottimizzazione dei processi decisionali, riduzione dei costi. «È anche un modo per dare dei segnali. Ed è pure una questione di credibilità. Quando chiedi sacrifici al paese devi essere in condizioni ottimali, devi essere in grado di dare l’esempio». Cosa che questo governo ovviaovviamente non è in grado di fare: anzi, si attorciglia intorno ai costi della politica, «ma finora non ha fatto altro che colpire proprio gli enti locali». Ma c’è una cosa sulla quale Zoggia insiste: «Noi siamo disposti ad una discussione ampia e senza pregiudizi. Maunarisposta è necessaria subito. Altrimenti
il distacco tra gli italiani e la politica sarà sempre più grande».

L’Unità 25.07.11

"Il cuore nero dell'Europa", di Bernardo Valli

VenerdÌ pomeriggio, la notizia dell´esplosione nel centro di Oslo ha provocato in molti un immediato riflesso condizionato. Si trattava con tutta probabilità di un´autobomba e quindi di terrorismo di origine islamica. Niente di più classico. Esasperante, tragica routine.
Poi, col passare delle ore, sono arrivati i dettagli della strage sull´isolotto di Utoya ed è emerso quel giovane biondo, con lo sguardo azzurrino. Alla certezza iniziale sulla natura jihadista dell´attentato è succeduto un momento di incredulità. Il terrorista era un puro scandinavo. Un norvegese aveva ammazzato decine di ragazzi norvegesi a sangue freddo. L´assassino era di incontestata origine europea, era un cristiano e fiero di esserlo. Se il pensiero che si trattasse di un arabo, di un musulmano, era stato un riflesso condizionato, la scoperta che il criminale era “uno dei nostri” ha suscitato sgomento. Il terrorismo può dunque essere europeo. La sorpresa ha stordito non solo i norvegesi.
I primi sospettati, supposti jihadisti nostalgici di Bin Laden, sono via via scomparsi dai telegiornali e dalle prime pagine dei quotidiani (e speriamo che non vi ritornino) ed è affiorata la tesi dell´attentato neo nazista, poiché il giovane biondo, identificato come Anders Behring Breivik, 32 anni, di professione agricoltore, è subito risultato “anti marxista, anti Islam, anti multiculturale”.
La polemica delle attribuzioni contrapposte, tra chi sosteneva la natura islamica dell´attentato e chi sosteneva quella di un´azione concertata di estrema destra, non ha avuto il tempo di svilupparsi, perché (con la riserva che nel corso delle indagini emergano complici e con loro una qualche organizzazione), il giovane biondo con gli occhi azzurrini appare sempre più un assassino solitario, un uomo psichicamente anormale, un individuo affetto da paranoia.
Ma anche se questa diagnosi venisse confermata, essa non ridurrebbe comunque la strage norvegese a un´azione compiuta da un pazzo, quindi a un affare di competenza dei soli psichiatri. Anders Behring Breivik è un tumore annidatosi e sviluppatosi nella nostra società europea, dove la crescita dei gruppi di estrema destra ha creato un´atmosfera che può spingere persone psichicamente disturbate a gesti di illimitata violenza. Lo sostiene Hajo Funke, professore alla Libera Università di Berlino e studioso dei fenomeni di estrema destra. E con lui sono d´accordo non pochi altri esperti nella materia.
Non c´è del resto bisogno di ricorrere agli specialisti per rendersi conto che l´opposizione all´immigrazione, in particolare a quella musulmana, alla globalizzazione, al multiculturalismo, e a tutto quello che lo favorisce, Unione Europea inclusa, rafforza i movimenti populisti solerti nel presentarsi come difensori dell´identita nazionale o dei particolarismi regionali. Ed anche se quei partiti non predicano la violenza, essi creano un clima di odio che la favorisce, anche a livello individuale. Una violenza non riservata alla Norvegia, giudicata una contrada, a torto o a ragione, tradizionalmente tollerante, ma anche possibile in tanti altri paesi, con tradizioni meno virtuose.
La lotta al terrorismo di origine islamica è stata e resta giusta, indispensabile, e dopo l´11 settembre non poteva che mobilitare la quasi totalità delle varie intelligences occidentali. Ma si può sostenere, come il New York Times, che probabilmente si è sottovalutato il pericolo del terrorismo di estrema destra. L´attentato alle Torri Gemelle ha fatto ad esempio dimenticare, lo ricorda sempre il Nyt, quello avvenuto sei anni prima, nel 1995, a Oklahoma City, dove un estremista di destra uccise 168 persone con un ordigno a base di fertilizzanti, come quello piazzato nel centro di Oslo da Anders Behring Breivik.
È stato dato, ad esempio, scarso rilievo a quel che è accaduto lo scorso novembre nella città svedese di Malmo, dove un uomo è stato arrestato con l´accusa di avere aggredito una dozzina di immigrati. In un caso con esito mortale. Sempre in Svezia un partito di estrema destra, quello dei Democratici svedesi, ha ottenuto il 5,7 % dei voti ed è entrato per la prima volta in Parlamento. In Danimarca il Partito del Popolo danese ha venticinque seggi su 179 e in Olanda il partito di Geert Wilders, il Partito della Libertà, ha ottenuto il 15,5 per cento alle ultime votazioni. Sono nuovi e vistosi coefficienti elettorali che provano la crescita dell´estrema destra nell´Europa del Nord, le cui società sono ritenute aperte, accoglienti con gli immigrati.
Nell´Europa del Sud gli esperti dedicano ovviamente particolare attenzione al Front National francese, del quale Nicolas Sarkozy cerca di contenere la crescita, a un anno dalle elezioni presidenziali, sottraendo non poche idee al limite della xenofobia, a Marina Le Pen, nuovo leader e pericoloso concorrente. La Lega di Umberto Bossi, con una schietta tendenza anti immigrati, è addirittura al governo a Roma.
In molti scritti l´assassino norvegese si dichiara difensore della “cultura nordica” e condanna il multiculturalismo, in particolare la contaminazione araba. Con un altro stile, ben inteso, tre grandi leader europei hanno sostenuto tesi identiche. Il primo ministro del paese europeo più rispettoso dei diritti degli immigrati, l´inglese David Cameron, ha condanato il multiculturalismo. E lo stesso ha fatto a chiare lettere Angela Merkel, anche se la cancelliera tedesca non si è poi risparmiata nell´enfatizzare la necessità dell´immigrazione. In quanto al presidente francese ha promosso una campagna sull´identità nazionale, rivelatasi sfortunata. E comunque per Parigi l´assimilazione resta un dogma, e si guarda dall´ammettere il comunitarismo, e quindi il multiculturalismo.
Sarebbe troppo sbrigativo, anzi assurdo, affermare che l´assassino di Oslo e Utoya ha espresso con la bomba e il mitra i propositi di eminenti dirigenti europei. Non mi permetto di dirlo. Né lo penso. Ma l´atmosfera europea risente di quelle idee. Anders Behring Breivik era, a quel che sembra, un cane sciolto negli ultimi tempi. L´estrema destra norvegese non ha un vero leader, è un mosaico di tanti gruppi, sempre più numerosi, i quali traducono in discorsi fanatici, i normali propositi della società politica democratica. E Breivik si abbeverava a quelle fonti.

La Repubblica 25.07.11

"La scuola del duemila, poche risorse addio equità", di Benedetto Vertecchi

La funzione di mobilità ascendente dell’istruzione sempre più compromessa dagli ultimi interventi. Gli interventi sul funzionamento del sistema scolastico che hanno caratterizzato i governi della Destra (non solo quello attuale, ma anche il governo che è rimasto in carica fra il 2001 e il 2006) hanno perseguito una medesima linea di contenimento della spesa per l’istruzione, giustificata dalla necessità di razionalizzare l’organizzazione del servizio e al tempo stesso di migliorarne la qualità. Con tali argomenti sono stati diminuiti gli organici, rivista la distribuzione territoriale delle scuole, ridotti gli orari delle lezioni (e, purtroppo, anche quelli già limitati di funzionamento complessivo delle scuole), diminuita l’offerta di sostegno specializzato per allievi con speciali esigenze e via lamentando. L’obiettivo di una più elevata qualità degli studi si è ridotto per lo più a richiami ideologici al merito, che sono serviti solo a nascondere la crescente incidenza del condizionamento sociale sull’educazione di cui gli allievi fruiscono. Sotto questo aspetto, c’è stato un vero e proprio ribaltamento fra gli orientamenti prevalenti nello sviluppo del sistema educativo dalla riforma della scuola media del 1962 e la fine del Novecento e quelli che hanno prevalso nel primo decennio del nuovo secolo. Non che in precedenza tutto fosse da condividere, ma è innegabile (e tanti dati derivanti da rilevazioni internazionali lo confermano) che il sistema scolastico tendesse al conseguimento di una maggiore equità, che si esprimeva nella riduzione della differenza tra gli allievi che conseguivano risultati migliori e quelli che dovevano accontentarsi di esiti più modesti. Oggi (sono sempre i dati delle rilevazioni internazionali e porlo in evidenza) gli allievi migliori non hanno ottenuto risultati di livello più elevato, ma gli altri ne hanno ottenuti di assai più modesti. È venuta meno quella funzione di strumento della mobilità ascendente della popolazione che la scuola aveva lungamente assunto nella storia della società italiana dopo il raggiungimento dell’unità nazionale. Ci si trova di fronte ad una sistema disgregato, che dà qualcosa a chi già possiede molto, e priva gli altri della possibilità di raggiungere quei traguardi elevati di istruzione che la Costituzione della Repubblica aveva solennemente affermato. Nelle condizioni in cui siamo, l’unica reale riduzione che i governi della Destra sono riusciti ad ottenere è stata quella della produttività del sistema educativo. In altre parole, i tagli scriteriati hanno avuto come conseguenza una peggiore utilizzazione delle risorse investite: in pratica, sono state create le condizioni per uno spreco di risorse, che si è cercato poi di contrastare con altre misure di contenimento, avviando in tal modo la spirale perversa che è sotto gli occhi di tutti. Rompere questa spirale è un’esigenza che non può essere rinviata. La ripresa di una linea di sviluppo per la società italiana non può prescindere da una scuola capace di svolgere la sua funzione di progresso. Ma per procedere in tale direzione occorre qualificare la spesa, promuovere l’innovazione, impegnarsi nella ricerca per sostenere il lavoro degli insegnanti.

L’Unità 24.07.11

"Beni culturali senza guida e senza custodi", di Vittorio Emiliani

Un recente rapporto stima il fatturato della cultura, nella Ue, sui 650 miliardi di euro, contro i 250 dell’industria dell’auto. E però, da noi, la cultura è sotto lo zero rispetto alla Fiat. Secondo lo stesso rapporto, la cultura produce il 2,6% del Pil europeo, contro il 2,1 delle attività immobiliari. E però – grazie all’immobiliarista
Berlusconi – da noi la politica edilizia pesa tanto e la cultura niente. Nonostante 3500 musei, 500.000 complessi storici (il dato è del segretario generale del MiBAC, Roberto Cecchi), 95.000 fra chiese e cappelle, 2.100 aree archeologiche, ecc. Che muovono un terzo di tutto il turismo il quale, da solo, contribuisce al Pil quasi come la
tanto esaltata edilizia. Nella crisi in atto, Francia e Germania hanno accresciuto gli investimenti nella cultura considerata motore di creatività e di sviluppo. Da noi il governo li ha assurdamente tagliati: dal 2004 a oggi la spesa del MiBAC è scesa dallo 0,34 (ed era già poco) allo 0,21% del bilancio statale, ultimo posto nella Ue.
Al non-governo generale si è sommata la latitanza, anche fisica e quindi decisionale, del ministro Sandro Bondi, tardivamente sostituito. Con nuna serie di commissariamenti straordinari, egli ha però espropriato le Soprintendenze (dall’Aquila a Pompei, alla
Domus Aurea), con crolli, manomissioni e/o paralisi. La dissennata politica di esodi di dirigenti di alta professionalità ha disossato la tutela. Ben 31 Soprintendenze sono gestite “ad interim” da titolari di altre aree. Aggiungeteci la drastica diminuzione di risorse già misere, e avrete un Belpaese ferito e allo stremo. Tornano i turisti stranieri e non ci sono i custodi. C’è un (costoso) direttore generale alla Valorizzazione… Gli “interim” riguardano otto Soprintendenze ai Beni architettonici. Come volete che possano contrastare abusi
edilizi, irregolarità di ogni sorta, quanto erode, ogni giorno, un pezzo del nostro ammirato Paese? Bondi aveva giurato di dar corso ai piani paesaggistici Stato-Regioni. Non ha fatto nulla: con grande
sollazzo per gli speculatori e con danno enorme per tutti noi. Poi c’è il grande capitolo dello spettacolo dal vivo, anche questo svenato dal taglio feroce di risorse (dallo Stato ai Comuni costretti a loro volta a ridurre) e dal non-governo. Qui, malgrado un modesto recupero del Fondo Unico per lo Spettacolo, la scure è calata sui teatri lirici più efficienti e più dotati di fondi propri come su quelli immersi in un clientelismo disperante. Senza vero rispetto per i meriti. Il teatro di prosa – che negli ultimi anni aveva incrementato
biglietti e spettatori – sta prendendo una autentica mazzata.
E che dire della multimedialità contagiata dalla crisi produttiva, creativa della Rai sempre meno competitiva, avvilita da spartizioni partitiche sempre più al ribasso? Nella sola Roma, anni fa, c’erano
oltre 100mila addetti al multimediale. Col non-governo, anche qui
la crisi morde, sacrifica nuove professionalità. Una mattanza.

L’Unità 24 07.11