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"Genova, la sfilata dei 30mila che non vogliono dimenticare", di Jolanda Bufalini

Tramutare il doppio incubo in festa è stato l’obiettivo del corteo di Genova, dieci anni dopo. Sono venuti in tanti, da Milano e dalla Val di Susa, dalla Liguria e da Torino e dal resto d’Italia, dovevano essere 10mila nelle previsioni degli organizzatori, sono molti di più, forse 30mila, si snodano lungo lo stradone che da Sampierdarena si snoda fino a Caricamento, al porto antico di Genova, reso chic dal restyling di Renzo Piano. Doppio incubo e ferite aperte, della città che non ha creduto ai segnali di pace e che ha chiuso le saracinesche dei negozi lungo il percorso di quattro chilometri. E delle migliaia di persone che vissero quella incredibile «notte cilena». «Festa» dice la Questura che ha organizzato una presenza discreta delle forze dell’ordine, festa quella del concerto conclusivo, o del gruppo di ragazzi con i capelli rasta che tirano due calci a un pallone, aspettando che si formi la testa del corteo. O di Giacomo e Alba, arrivati da Milano, avevano 20 anni nel 2001, sono tornati finalmente contenti, perché a Milano un po’ di vento di cambiamento si sente. Ma in realtà, per quanto ci si sforzi, non è ancora tempo di gioire, troppo lutto e troppi traumi che non hanno ancora avuto dallo stato democratico le scuse, le risposte che aspettano. Haidi e Giuliano Giuliani, Paolo Fornaciari, Lorenzo Guadagnucci, giornalista picchiato nel sonno, alla Diaz, Arnaldo Cestaro, classe 1939, con la fotografia che lo mostra sulla sedia a rotelle, dopo le botte alla Diaz, si tengono sottobraccio e aprono il corteo, subito dopo viene lo striscione con lo slogan collettivo della manifestazione: «Loro la crisi noi la speranza».

LE BANDIERE CORSARE DEI NO TAV
Poi la selva delle bandiere “corsare” No Tav, sullo striscione della «Valle che resiste» c’è Obelix mentre si chiama Max l’Obelix valliggiano che lo sostiene, con pancia e treccine d’ordinanza, più una bottiglia di vino bianco a fare compagnia. La Val di Susa ha in questo momento l’onere e l’onore di rappresentare coloro che pensano «che un altro mondo è possibile». Claudio Gasparro fa il falegname a Torino, da anni recupera, per lavorare, il legno buono, non usa truciolati, «mi pigliavano per matto, ora qualcuno comincia a darmi ragione». La storia della Val di Susa la conosce molto bene, dice: «Non è un caso di Nimby, non nel mio cortile». Il problema è che «quell’investimento di 20 miliardi deciso negli anni Ottanta oggi è incomprensibile». «Quei soldi non ci sono, tutto sembra finalizzato a intascare i 640 milioni di finanziamento che potrebbero finire nelle tasche di non meglio identificate lobby, magari mafiose o ’ndranghetiste» e tutto questo con uno sconvolgimento ambientale gigantesco, 20 anni di cantiere, Cita gli studi di importanti docenti trasportisti, «Marco Ponti del Politecnico di Milano, Tartaglia del Politecnico di Torino che contestano l’ipotesi di un aumento esponenziale del trasporto di merci e persone previsto nel 1985», oltre tutto «non è nemmeno chiaro se si tratti di una linea merci o una linea passeggeri, che richiedono binari diversi». In compenso «Chiomonte è diventato un fortino militarizzato, con il filo spinato, ora arrivano 140 alpini dall’Afghanistan, e lì non esiste cantiere, c’è la zona archeologica, insediamenti neolitici, della Maddalena, il museo usato come base».
QUELLI CHE NON C’ERANO Dietro al folto gruppo della Val di Susa lo striscione di giovanissimi anarchici milanesi, loro non c’erano 10 anni fa, hanno 15, 14, 16 anni. E sono i più arrabbiati, «Nessun rimorso, Milano non dimentica», dice il loro striscione. C’era invece Danilo Oliva, del Cap, l’autorità portuale genovese, accompagna il camioncino dei migranti organizzato dall’Arci: «Io c’ero anche nel 1960», ricorda. 30 giugno 1960, quando Genova, città medaglia d’oro della resistenza, insorse contro il congresso del Msi e il sostegno neofascista al governo Tambroni. «Ci furono scontri duri allora, ma ciò che è accaduto nel 2001 fu molto più brutto, la notte della Diaz, la morte di Carlo Giuliani sono un caso unico nella storia di Genova, nemmeno nel ’60, quando c’era la famosa celere si è visto qualcosa di simile».
IL CONTRIBUTO DELLE PIAZZE
Sfila Legambiente, sfilano organizzazioni cattoliche, c’è il movimento «noi siamo Chiesa», c’è Flavio Lotti, della Tavola della pace. Ci sono gli striscioni dei comitati delmovimento dell’acqua pubblica, arrivano dalle piazze tematiche che nel primo pomeriggio si sono svolte nelle piazze di Sanpierdarena. Oggi ci sarà l’assemblea conclusiva, quella che cercherà di stabilire una connessione fra le diverse istanze che sono confrontate qui a Genova nel mese di luglio, migranti e rivolte sull’altra sponda del mediterraneo, sindacati e ambientalisti, giuristi del Legal Forum e teorici del km 0, per vedere se, con il vento che cambia, un movimento c’è.
Cammina solitario Evandro Fornasier, psicologo, che allora fu portato a Bolzaneto, tenuto ore in piedi con le mani alzate, insultato, picchiato. «Ero venuto come tanta gente libera che in quel giorno venne a Genova, eppure ancora oggi dobbiamo subire la criminalizzazione, l’identificazione con i black bloc, come se ciò che è accaduto fosse colpa nostra». Le verità su quei giorni, dice, «sono state sostanzialmente raggiunte, sentenze importanti hanno condannato il capo della polizia e i vertici di tutti i corpi», eppure «non c’è un percorso di risarcimento, le parole si consumano nel
vuoto». Le scuse mai arrivate dallo Stato sono, probabilmente, «fuori tempo massimo». «Noi abbiamo dovuto imparare a convivere con ferite rimaste aperte» ma la cosa più grave è che le «nebbie di Genova», quella «catena di comando che non si è mai chiarita», si allungano su un paese che «ha maturato altri gravi problemi». Quella in cui viviamo è «un’Italia che soffre, dove è aumentata la precarietà e la disuguaglianza, dove sono state fatte leggi sulla prescrizione ma non è stata fatta la legge che vieta la tortura».
UN PAESE NON ANCORA NORMALE
Quello in cui viviamo, pensa chi è stato a Genova nel 2001, non è ancora un paese normale, un paese che ha riconosciuto e superato le sue difficoltà, «è un paese che va alla deriva».Dove sono state raggiunte delle verità magari parziali ma importanti, ma «non è stata tratta nessuna conseguenza».

L’Unità 24.07.11

"Croci celtiche e Odino l´ultra-destra del Nord", di Carlo Bonini

Per raccontare la tenebra da cui è uscito Anders Behring Breivik e che altri come lui incuba, per definire il bolo di odio che avvelena la Norvegia e un pezzo di Europa, bisogna dimenticare la storia del Novecento e le sue categorie politiche.
E convincersi che persino parole come “Destra”, “Fascismo”, “Nazismo” possono risultare vuote, quantomeno inadatte. Bisogna immaginare una subcultura nazionalista contagiosa, cresciuta all´ombra di un Pantheon impazzito che tiene insieme la Bibbia e il rock Black Metal, il Compasso e le Crociate, il “paganesimo Odinista” con le sue reminiscenze di miti nibelungici. Tolkien con John Stuart Mill. Che ha in odio i religiosamente diversi – musulmani ed ebrei – i socialmente assistiti, i padroni della globalizzazione mercatista (le banche), la solidarietà marxista e laburista. Ugo Maria Tassinari, tra i più attenti studiosi dell´evoluzione delle destre in Italia e in Europa, spiega: «Lo sterminio di Oslo è l´espressione di un integralismo nero da terzo Millennio. Che esalta l´identità, nell´odio della modernità. E che ha rimesso al centro la Croce. Si badi bene, non il cattolicesimo. Ma un cristianesimo declinato in chiave ideologicamente violenta, intollerante».
Non è storia di ieri. Ma di almeno un decennio, ormai. Almeno in Norvegia. Dove a metà degli anni ‘90 si fa strada un uomo che organizza “conferenze antisioniste”, parla con l´enfasi del messia e la violenza verbale dell´angelo vendicatore: Alfred Olsen. Il tipo, descritto come “mentalmente instabile” e che ha per altro legami di nascita con l´Italia, battezza il “Movimento di Resistenza Popolare. L´alternativa Cristiana”. Ne definisce il manifesto. Dove, tra l´altro, si legge: «È necessario lottare contro il capitalismo di stato marxista, iI capitalismo liberale, la massoneria e altre idee anti-cristiane. Combattere l´infiltrazione di agenti stranieri nel nostro governo. Opporre la disseminazione di propaganda razzista-sionista in occidente, propaganda tesa a influenzare i cittadini contro la tradizione cristiana. Svelare e combattere la propaganda sovversiva nella scuola, nella stampa, nella radio, nella televisione, nel cinema e nella educazione in genere». Sono parole che trovano terreno fertile, soprattutto che suonano familiari, perché incrociano una subcultura giovanile nera che, in Norvegia, proprio in quegli anni, la metà dei ‘90, e di lì in avanti, si divide tra forme di neointegralismo cristiano e un neopaganesimo satanista che pesca a piene mani nel mito della fratellanza di sangue tra i popoli di origine germanica.
Di questa seconda “famiglia nera” è massimo interprete Varg Vikernes, cantante di “black metal”. Nel 1991 ha fondato il progetto musicale “Burzum” (termine che significa “tenebra” e che Vikernes mutua dal “Signore degli anelli” di Tolkien) e ha assunto il nome d´arte di “Conte Grishnackh” (anche questo ispirato alla letteratura di Tolkien). Il “Neo-Volkish Heaten Front”, formazione neonazi, lo adotta e ne succhia la popolarità. Anche da galeotto, perché Vikernes finisce in carcere per aver ucciso Oystein Aarseth, suo compagno di band. Dietro le sbarre, “il Conte” si fa filosofo e comincia a mettere mano a un manifesto che battezza “Vargsmal”, “il discorso del lupo”, dove il mito di Odino incrocia le fondamenta ideologiche del Nazismo, l´abbraccio ai temi dell´eugenetica diventa appassionato e il Paganesimo viene declinato in pochi e riconoscibili valori: «lealtà, coraggio, saggezza, disciplina, amore, onestà, intelligenza, bellezza, responsabilità, salute, forza». Vikernes finisce di scontare la pena nel maggio di due anni fa, ma appena sei anni prima, durante un breve permesso di uscita dal carcere, si fa sorprendere in fuga su un´auto rubata dove la polizia trova un fucile semiautomatico da guerra, una pistola, numerosi coltelli, maschere antigas, un sistema di rilevamento di posizione gps e tute mimetiche.
Tutto ciò che si muove fuori da questo perimetro “iniziatico” e “suprematista” bianco (da questo punto di vista c´è più di un´assonanza tra l´orrore di Oslo e la strage di Oklaoma City di Timothy Mc Veigh, 19 aprile 1995, 168 i morti), sia nella sua declinazione “cristiana”, che in quella “pagana”, non ha diritto di cittadinanza politica. Neppure se si tratta di partiti di destra come il “Fremskritt Partiet”, il Partito del Progresso. Colpevoli di una “correttezza politica” che ne snatura l´afflato ideologico e mistico. «Evidentemente c´è uno specifico nord-europeo in quel che è accaduto e accade in Norvegia – spiega ancora Tassinari – ma non c´è dubbio che una parte almeno di questa eco nera che in generale definirei scandinava, ha in questi anni contagiato buona parte dell´Europa, dove assistiamo a dinamiche molto simili con il progressivo distacco e polverizzazione di culture di destra xenofobe che assumono quasi il tratto di sette, esercitando una forte attrazione su chi, i più giovani, vive lo smarrimento di un tempo difficile, socialmente ed economicamente». Qualche sigla. In Italia, con “Militia Christi” e “Forza Nuova”. In Inghilterra, con l´English Defence League (EDL). In Olanda, con il movimento xenofobo “Partito della Libertà” guidato da Geert Wilders e la “Dutch defence league”. In Francia, con la “Ligue Francaise de Defence”. Per non dire dei Paesi dell´ex Blocco sovietico e della ex Yugoslavia, dove la pressione nazionalistica resta fortissima e diventa un significativo moltiplicatore di ricerca identitaria.
Quella cui il “Conte” Vikernes, dal carcere, invitava i suoi adepti. Con queste parole: «È giunto il momento di bandire il fantasma nazista che per 60 anni ha spaventato l´Europa, per cominciare a occuparci delle cose che ci sono care».

La Repubblica 24.07.11

«La destra coltiva l’antipolitica per negare la questione sociale», intervista a Vasco Errani di Simone Collini

Il presidente della Regione Emilia Romagna: «Le inchieste su dirigenti Pd? La nostra diversità si vede dal rispetto del ruolo della magistratura». È in atto un attacco contro la politica, in generale, senza distinzioni», dice Vasco Errani paventando gli effetti negativi di un’operazione che «favorisce inevitabilmente la destra» e mette a rischio la «qualità della democrazia». Per il presidente della Regione EmiliaRomagna, gli esponenti della maggioranza che citano i casi riguardanti Alberto Tedesco e Filippo Penati per denunciare una questione morale nei confronti del Pd hanno l’obiettivo di «nascondere la grave questione sociale di cui è responsabile il governo».
Ma c’è o no una questione morale nel Pd, presidente Errani?
«Non c’è. Ci sono singoli casi».

Che pongono o no un problema?
«Il punto fondamentale è che la nostra diversità non ha un carattere genetico. La diversità si definisce nei comportamenti. La nostra differenza rispetto alla destra è che il Pd, sia sul caso Tedesco che nell’inchiestariguardante Penati, ha detto che non c’è fumus persecutionis e che la magistratura deve svolgere il suo lavoro. E su questa linea ha poi tenuto comportamenti coerenti».
Dice che è stato un comportamento coerente anche nonvotare a favore della soppressione delle Province, mentre si fa un gran parlare di costi della politica?
«Guardi, è giusto che la politica, a tutti i livelli, affronti con chiarezza questo tema e dia un segnale coerente di sobrietà. Noi come Emilia Romagna lo abbiamo fatto, eliminando i vitalizi per i consiglieri regionali, ed è stata una scelta giusta. Sulla questione delle Province il Pd ha avanzato proposte chiare proponendo una riforma istituzionale organica, che punta a ridurre i costi ma anche a garantire un efficace esercizio dei poteri istituzionali. La demagogia, l’attacco alla politica, senza distinzioni, la delegittimazione generale, hanno come unico esito quello di favorire la destra. Una destra, del resto, che sta facendo di tutto per nascondere la grave questione sociale di cui è responsabile il governo».
Perché sostiene che l’antipolitica giova alla destra?
«Perché una politica totalmente delegittimata dà spazio a un modello populista e proprietario delle istituzioni. E così facendo colpisce la qualità della democrazia. Il Pd su questo deve condurre una energica battaglia culturale».
Come, in concreto?
«Il Pd deve costruire, come sta facendo e come ha fatto con il referendum, un rapporto molto stretto con la società civile. Anche continuando la sua azione di innovazione del partito. Bersani giustamente ha lanciato la conferenza sul partito, che dovrà portare a una costruzione dal basso del Pd e a un rinnovamento della classe dirigente. Con i partiti personali e con il populismo non si compiono di certo passi avanti ma rischiamo di costringere l’Italia ad un pericoloso passo indietro».
Sul federalismo, secondo le iche è presidente della Conferenza delle Regioni, abbiamo fatto passi avanti o indietro?
«Con questa manovra è stata messa la parola fine al federalismo fiscale. Questa è una responsabilità grave del governo, che ha approvato soltanto misure socialmente inique e assolutamente centraliste. Tanto che è stato messo discussione non solo il federalismo fiscale ma un’esperienza autonomista che storicamente, pensiamo in primo luogo ai Comuni, ha dato moltissimo all’Italia. Ma soprattutto con questa manovra non è stata compiuta nessuna scelta su una questione decisiva per l’Italia, la crescita e il problema del lavoro per i giovani».
Teme che gli amministratori locali, costretti a imporre ai
cittadini tagli e nuove tasse, siano anch’essi colpiti da un sentimento di antipolitica?
«Il rischio c’è ma noi dobbiamo trovare il modo di costruire un rapporto serio con i cittadini, per spiegare come stanno effettivamente le cose. Bisogna fare precise scelte per ridurre i costi di gestione, ma è necessario anche evidenziare le responsabilità del governo sul fatto che dopo questa manovra sono in discussione servizi fondamentali, come l’assistenza, la sanità, le politiche giovanili e sociali».
Dal suo osservatorio bolognese, cosa dice dei ministeri al Nord voluti dal Carroccio? «È il segno drammatico delle difficoltà e delle contraddizioni della Lega. Prima bisognava smontare i ministeri per dare funzioni al territorio. Oggi non trovano di meglio da fare che mettere i pattini sotto i ministeri nel tentativo di nascondere la crisi di governo e il fallimento sul federalismo. Ma penso che questo fallimento sia chiaro a tutti, compresi gli elettori leghisti».
Sarà chiaro,ma la maggioranza in Parlamento c’è: non c’è niente che possa fare l’opposizione per accelerare la
crisi?
«La battaglia principale del Pd è liberare il Paese da questo governo al più presto. Prima il governo Berlusconi se ne va, meglio è per la nostra società. Il primo problema è il governo, che non ha credibilità internazionale né politiche per la società italiana».
Per il Terzo polo e anche per personalità del Pdl come Pisanu sarebbe auspicabile un governo di larghe intese: secondo lei?
«La via maestra sono le elezioni politiche, per ridare la parola ai cittadini. Salvo, se ci sono le condizioni, dar vita a un governo che abbia in primo luogo l’obiettivo di approvare una legge che dia agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti in Parlamento e anche da chi essere governati».

L’Unità 24.07.11

Il PD provinciale di Modena partecipa alla "LasciateCIEntrare”

Mobilitazione nazionale davanti al Centro di Identificazione ed Espulsione di Modena. Manuela Ghizzoni e Cécile Kyenge Kashetu visiteranno il CIE nella giornata di Lunedì. Già in tanti hanno confermato la loro adesione, oltre a liberi cittadini , associazioni di migranti, parteciperanno i consiglieri provinciali Bergamini Serena, Baracchi Grazia, Elena Gazzotti , Fausto Cigni ed i parlamentari Manuela Ghizzoni, Mariangela Bastico, Giuliano Barbolini e Ivano Miglioli. ci saranno inoltre CGIL Modena, ARCI Modena, PRIMO Marzo Modena, ACLI, SEL Modena, Associazione Interculturale DAWA, Diaspora Africana Center e, come dice Elena Gazzotti, responsabile Forum provinciale immigrazione “ci aspettiamo che nei prossimi giorni le adesioni aumentino ancora.”

Lunedì 25 luglio alle ore 11.00, si ritroveranno in tutta Italia davanti a 14 Centri di Identificazione ed Espulsione (ex CPT) e CARA (Centri di Accoglienza per Richiedenti Asilo) parlamentari di numerose forze politiche, consiglieri regionali, giornalisti, sindacalisti, associazioni e attivisti della società civile per reclamare il diritto ad accendere i riflettori su queste strutture e sulle persone che vi sono trattenute. La scelta di questa iniziativa avviene a seguito del pronunciamento del Parlamento che a fine giugno ha prolungato i tempi di permanenza all’interno dei CIE da 12 a 18 mesi, aumentando lo stato di disagio e sofferenza di persone che senza aver compiuto nessun reato si trovano a vivere in condizioni di vita inaccettabili a causa della violazioni dei diritti umani. Inoltre, come conseguenza della circolare del Ministero dell’Interno, la n. 1305 del 1 aprile 2011, emanata per far fronte all’emergenza nordafricana è stato ulteriormente ristretto l’accesso a CIE e CARA per giornalisti, sindacati, esponenti di associazionismo antirazzismo umanitario nazionale e internazionale.

Riteniamo che questi due atti siano inaccettabili e che per questo sia giusto condurre una battaglia di civiltà tutelando il diritto delle persone migranti ad essere informate e assistite da legali, associazioni e sindacati, così come sia diritto dei cittadini italiani venire a conoscenza di quanto avviene in questi luoghi. Per questo, come Forum Immigrazione-Integrazione del PD provinciale, abbiamo aderito alla manifestazione che si terrà a Modena, lunedì 25 luglio davanti al CIE e invitiamo amministratori, iscritti, cittadini e associazioni a partecipare numerosi a questa giornata.

La giornata di mobilitazione è stata promossa da:

FNSI, ORDINE DEI GIORNALISTI, Art. 21, ASGI, PRIMO MARZO, OPEN SOCIETY FOUNDATION, EUROPEAN ALTERNATIVES e i Parlamentari Jean Leonard Touadi, Rosa Villecco Calipari, Savino Pezzotta , Livia Turco, Fabio Granata, Giuseppe Giulietti, Furio Colombo, Francesco Pardi.

"Forse la grecia si salverà ma l´italia non crescerà", di Eugenio Scalfari

Costerà 160 miliardi il salvataggio della Grecia e dell´euro all´Unione europea e in particolare ai diciassette membri dell´Eurozona. Ma finalmente tutto torna a posto, venerdì la Borsa di Atene è risalita, tutte le Borse europee si sono posizionate attorno al pareggio tra offerta e domanda, lo «spread» nei confronti del Bund tedesco è peggiorato di poco.
Tutto a posto.
L´ha detto Christine Lagarde a nome del Fondo monetario internazionale, l´ha detto il presidente della Commissione di Bruxelles, Manuel Barroso, il presidente dell´Ue, il presidente dell´Eurozona, il presidente della Bce. E l´hanno confermato la Merkel e Sarkozy.
Tutto a posto, ma niente in ordine. E perché? Perché l´agenzia di rating Fitch, la più piccola e di solito la più prudente delle tre agenzie di rating americane, ha pronunciato la parola «default» a proposito del salvataggio della Grecia. Per essere esatti: ha definito l´operazione da 160 miliardi un “selective default”. È mai possibile che nonostante la contentezza di tutte le autorità europee, la buona accoglienza dei mercati e la dimensione delle risorse mobilitate, basti la dichiarazione di un “rater” a frenare entusiasmi così generalizzati e autorevoli?
È bastato. Non ha invertito il “trend” ma ha suscitato allarmi e riflessioni. Si vedrà domani se il giudizio dei mercati rilancerà le aspettative positive oppure le investirà con nuovi attacchi.
ilvio Berlusconi è tornato da Bruxelles molto tonico e ha detto l´altro ieri che «non esiste un caso Italia».
Strano. Esiste ancora un caso Europa e il caso Italia è scomparso? Il nostro Parlamento può tornare alle sue consuete operazioni per bloccare il processo Ruby e per imporre il “processo lungo” in favore del premier? Perché al resto ci ha pensato e ci penserà la signora Merkel? Ma state sognando ad occhi aperti o volete ancora una volta prendere in giro gli italiani?

* * *
L´operazione di salvataggio da 160 miliardi delinea allo stato dei fatti un quadro generale, i dettagli del quale non sono ancora stati definiti. Infatti i commenti degli osservatori divergono uno dall´altro. Secondo alcuni hanno vinto Trichet e la Bce, secondo altri hanno vinto le istituzioni politiche della Ue, secondo altri ancora non ha vinto nessuno perché tutto è ancora incerto.
Alcune certezze tuttavia ci sono e non possono essere messe in dubbio. Anzitutto la dimensione della manovra di salvataggio: 109 miliardi del Fondo europeo di stabilità, 37 miliardi dall´aiuto volontario di banche e società di assicurazioni internazionali, 14 miliardi di operazioni di riacquisto di titoli pubblici greci.
La seconda certezza riguarda i maggiori poteri conferiti al Fondo europeo di stabilità, che potrà d´ora in poi acquistare titoli sul secondo mercato quando la situazione d´un paese lo richiedesse. La terza certezza riguarda la Bce che accetterà titoli greci che le venissero offerti dalle banche come collaterali di garanzia per operazioni di risconto, applicando a tali operazioni le stesse condizioni di prezzo e di durata che le banche hanno volontariamente convenuto con le banche greche. Infine la quarta certezza è che un terzo del debito greco è stato venduto dalle banche greche che ne erano imbottite a prezzi notevolmente inferiori a quelli di emissione e con tempi di rimborso molto più lunghi. Questo è appunto il «selective default» segnalato dall´agenzia Fitch.
Dal punto di vista italiano ci sono due aspetti da segnalare, uno positivo e l´altro negativo. Quello positivo consiste nell´effetto di contagio che nelle scorse settimane si era propagato dal debito greco verso il debito italiano. L´intervento del Fondo europeo di stabilità e i maggiori poteri che gli saranno conferiti riduce fortemente il contagio, specie se l´ammontare delle risorse che gli saranno affidate sarà opportunamente aumentato.
L´aspetto negativo riguarda l´aumento delle garanzie che anche l´Italia è tenuta a dare alle operazioni del Fondo di stabilità. Il maggiore onere italiano è di 13 miliardi. Non si tratta d´un versamento effettivo ma d´una garanzia, quindi un debito di firma come si dice in gergo bancario, che tuttavia entra a far parte del debito italiano sia pure soltanto dal punto di vista contabile.
Questo è il quadro del salvataggio greco. è il caso di avvertire che esso entrerà in funzione a settembre e sarà applicato gradualmente fino al 2014 seguendo le scadenze dei titoli greci. Di qui a settembre non avverrà nulla per ragioni tecniche. è auspicabile che anche i mercati in questa fase si addormentino. Auspicabile ma non certo.
Resta ora da vedere se l´operazione di salvataggio greco assorba interamente i guai dell´economia e della finanza italiana per la parte manchevole della nostra manovra approvata in due giorni dal nostro Parlamento.

* * *
Si è detto autorevolmente nei giorni scorsi, dopo l´attacco della speculazione e le reazioni negative dei mercati nei confronti del nostro debito sovrano nonostante la severità della manovra voluta da Giulio Tremonti, che il nocciolo del problema non era italiano ma europeo. Se l´Europa avesse dato risposte efficaci, noi con la manovra tremontiana ormai approvata non avremmo avuto null´altro da temere, a parte i disagi sociali che colpiscono alcune fasce di reddito e alcune categorie sociali.
Questa diagnosi contiene soltanto mezza verità. È certamente vero che il salvataggio greco contiene alcuni elementi importanti che prefigurano una maggiore unità fiscale europea e altri elementi che diminuiscono le possibilità di contagio tra i debiti sovrani. Ma è del pari vero che per eliminare il contagio occorre che ogni paese predisposto a contrarre la malattia contagiosa deve fare quanto è necessario per immunizzarsi. La cancelliera Merkel ha dichiarato che «la manovra italiana è buona, ma l´Italia deve fare altro e di più»; dal canto suo il Fondo monetario internazionale ha anch´esso giudicato positivamente la manovra italiana osservando però che «è indispensabile rilanciare la crescita se si vuole che il paese esca dallo stallo in cui ristagna la nostra economia».
Ecco perché affidare la cura nei nostri malanni all´Europa contiene soltanto una mezza verità. La frase di Berlusconi che abbiamo riportato all´inizio e cioè che «non esiste un caso Italia» è una madornale bugia. Non è la prima e non sarà l´ultima, ma sarebbe ancora più grave se fosse accreditata da osservatori seri e oggettivi. Il caso Italia esiste, eccome, non fosse altro per lo schiacciante peso del nostro debito che continua ad aumentare mese dopo mese.
Manuel Barroso non se ne cura, ma Trichet se ne preoccupa molto. Secondo noi il primo ha torto e il secondo ha ragione.
La «macelleria sociale» contenuta abbondantemente nella manovra di Tremonti complica notevolmente la sua applicazione, lede alcuni diritti e penalizza ingiustamente il sociale. Questo è un grave aspetto negativo politicamente ma non tecnicamente.
Sono due gli aspetti tecnicamente negativi. Li abbiamo più volte segnalati e lo facciamo ancora. La manovra scarica il grosso degli investimenti di risanamento sugli esercizi 2013-14, limitando il peso dell´operazione nel biennio 2011-12 agli aspetti socialmente più odiosi ma finanziariamente poco rilevanti a cominciare dai ticket sanitari e dalle accise. Aggiungo: si tocca molto poco la spesa ma si opera soprattutto sul fisco con conseguenze negative sul potere d´acquisto delle fasce più deboli.
Il secondo aspetto tecnicamente negativo è l´assoluto silenzio sulla crescita economica. Non solo mancano i provvedimenti necessari, ma l´aumento della pressione fiscale gioca a comprimere consumi e investimenti. La manovra così come è stata concepita deprime la domanda e quindi peggiora il «numeratore» cioè il prodotto interno lordo. Se il Pil non aumenta in termini reali sarà difficile difendere il debito, lo «spread» e le azioni delle banche italiane imbottite di titoli di Stato. Quale che sia la politica economica dell´Europa, quella italiana resterà altamente vulnerabile.
Berlusconi e Tremonti sono ormai due entità politicamente separate da un odio vero e duraturo ma sono legati l´uno all´altro indissolubilmente. Questo è lo stallo in cui il paese si trova. Strano a dirsi: chi se n´è reso conto ed ha denunciato pubblicamente questa circostanza ha un nome assolutamente imprevisto: si chiama Roberto Maroni, nuovo vero leader della Lega e ministro dell´Interno.

* * *
In un´intervista di ieri a Francesco Verderami del «Corriere della Sera» il ministro dell´Interno leghista solleva un caso che del resto è sotto gli occhi di tutti.
Dice: «In Italia ci sono due presidenti del Consiglio. Uno è Berlusconi, l´altro è Tremonti. Ma il potere del superministro dell´Economia è di gran lunga maggiore di quello di Palazzo Chigi. Il superministro controlla la spesa con il Tesoro, l´entrata con le Finanze e la politica economica con il dipartimento del Bilancio. Ha a sua disposizione l´Agenzia delle Entrate, la Ragioneria dello Stato, la Guardia di Finanza, la Cassa depositi e prestiti, la Banca del Sud, il Fondo d´intervento sulle imprese strategiche, la Consob. Tiene in esclusiva i contatti con l´Unione europea. In realtà Palazzo Chigi è ormai soltanto uno sportello che invia a destinazione alcune delle decisioni del superministro».
Questa è la diagnosi di Maroni, come si vede realistica e al tempo stesso impietosa verso uno dei punti di riferimento politico della Lega bossiana. Ma ancor più impietosa è la terapia del ministro dell´Interno: «Bisogna spacchettare il ministero dell´Economia e bisogna farlo presto. Tremonti deve restare ministro del Tesoro, chi meglio di lui? Ma poi ci dev´essere un ministro delle Finanze, un ministro del Bilancio, un ministro dello Sviluppo economico, che rispondono tutti e quattro a Palazzo Chigi il quale coordina tra loro le politiche dei ministeri economici».
Come mai Maroni vuole proprio adesso spacchettare Tremonti? Ne teme la concorrenza nella guerra di successione in corso nella Lega? Oppure è un modo efficace per dare una scossa ai fondamenti dell´alleanza Berlusconi-Bossi che ha in Tremonti il suo architrave, con l´obiettivo di far venire giù l´intero edificio dell´alleanza?
La mossa di Maroni è quanto di più imprevisto e andrà seguita con la massima attenzione.

La Repubblica 24.07.11

La civiltà dalla parte di Oslo

Lapo Pistelli, Responsabile Esteri e Relazioni Internazionali PD: “I democratici italiani sono al fianco della Norvegia, del suo governo, delle famiglie oggi colpite da un lutto inaccettabile e sono consapevoli che la maturità di questo grande Paese con la sua piccola popolazione consisterà proprio in questo. Nel non accettare il ricatto del terrorismo, nel non chiudersi nel pacifico mondo del Nord, nel continuare a spendersi per un mondo più giusto”. La Norvegia è giustamente considerata fra i Paesi più pacifici, civili e aperti al mondo. E alla causa di un mondo migliore si è sempre dedicata con passione, competenza e generosità. Dalle cause globali degli Obiettivi del Millennio allo sviluppo sostenibile, dal conflitto israelo-palestinese alla difesa della libertà politica e religiosa, (per non menzionare l’importante macchina del premio Nobel) i norvegesi, i laburisti lì al governo – nonostante la geopolitica non li obblighi in alcun modo verso latitudini lontane – si sono sempre spesi sulla base del principio di giustizia e di uguaglianza.

Eppure, proprio una società così aperta e gentile ha covato al suo interno un virus oscuro e letale, un incrocio malefico fra una forma di terrorismo fai-da-te, un atto di follia nello stile del massacro di Columbine. Questa violenza assurda colpisce proprio uno dei governi di riferimento del progressismo europeo e un campo estivo con 700 ragazzi, organizzato dal movimento giovanile del partito, al quale in passato hanno partecipato anche i giovani democratici italiani.

Nelle prime ore, e ancora sulla maggior parte dei quotidiani di oggi, campeggiava la pista jihadista. In fondo, basta essersi spesi nella grande coalizione internazionale contro l’Afghanistan di Osama Bin Laden o essersi offerti per proteggere i civili di Bengasi dalla follia di Gheddafi o, peggio ancora, avere creato una società libera e serena che sa sorridere con le proprie vignette anche delle questioni religiose per entrare nel mirino folle di uno dei tanti gruppuscoli della galassia jihadista. E una sigla sconosciuta si era pure affrettata a rivendicare il massacro.

Con il passaggio delle ore, il quadro si è chiarito nella sua forma più tragica: le vittime non erano né 5, ne 15 ma sono salite (ad ora) a 91 per la maggior parte ragazze, adolescenti indifesi. Inoltre il volto del male era quello di un ragazzo di 32 anni, biondo, alto, norvegese, l’immagine più lontana dallo stereotipo allevato in questi anni di lotta globale al terrorismo: un estremista dell’ultradestra, sedicente cristiano, islamofobico, un frutto avvelenato di una stagione politica che ha galoppato sulle paure, sui nervi scoperti delle società ricche, sulle ansie da globalizzazione. Una matrice e un movente che rendono priva di senso la sospensione temporanea di Schengen, una misura figlia della legittima paura del momento.

I democratici italiani sono al fianco della Norvegia, del suo governo, delle famiglie oggi colpite da un lutto inaccettabile e sono consapevoli che la maturità di questo grande Paese con la sua piccola popolazione consisterà proprio in questo. Nel non accettare il ricatto del terrorismo, nel non chiudersi nel pacifico mondo del Nord, nel continuare a spendersi per un mondo più giusto, nell’impegnarsi in conflitti lontani quando sono in gioco i più deboli, nel non barattare una minor libertà con una maggior sicurezza.

Anche se, in questo mondo, chi non riconosce né capisce la libertà e la diversità è sempre pronto a colpire vilmente alle spalle.

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"Macelleria sociale", di Stefano Rodotà

Un abisso di diseguaglianze si è spalancato davanti alla società italiana, negli stessi giorni in cui veniva certificato un drammatico ritorno della povertà, di cui ha scritto su queste pagine, con i toni giusti, Adriano Sofri. La povertà è certo la condizione che più rende visibile la diseguaglianza. Ma quel che sta avvenendo, soprattutto dopo la manovra finanziaria, è una vera e propria costruzione istituzionale della diseguaglianza che investe un´area sempre più vasta di persone, ben al di là di vecchi e nuovi poveri.
La distribuzione dei “sacrifici” è rivelatrice. Uno stillicidio di balzelli che incide su chi può essere più facilmente colpito, che lima i già ristretti margini dei bilanci familiari. Si è calcolato il peso che avranno gli aumenti di imposte, tariffe, prezzi. Peso insostenibile per taluni, quasi non influente per altri. L´effetto complessivo della manovra peserà per il 13,3% sui redditi bassi e per il 5% su quelli più alti. La rappresentazione della spinta istituzionale verso la diseguaglianza non potrebbe essere più netta.
è così tornata, in ambienti insospettabili, la vecchia espressione “macelleria sociale”. Ma è una macelleria ben selettiva, vista la cura con la quale si è voluto tenere lontano da alcuni ceti anche un contributo poco più che simbolico al risanamento dei conti pubblici. Rivelatrice è la cinica dichiarazione di un ministro della Repubblica che, di fronte alla proposta di un significativo aumento della tassa per le automobili di maggiore cilindrata, ha esclamato: «Ma quelli votano per noi!». Il suo grido di dolore è stato prontamente raccolto, e la platea dei colpiti da quella misura è stata drasticamente ridotta. Mentre troppi diritti vengono messi in discussione, sembra che il solo al quale si deve continuare a dare piena legittimazione sia quel “diritto al lusso”, che fa bella mostra di sé nella pubblicità di alcuni prodotti. Demagogia? O registrazione di una situazione di fatto nella quale si manifestano segni inquietanti di un ritorno della “democrazia censitaria”, dove l´accesso anche a diritti fondamentali è sempre più condizionato dalle risorse di cui ciascuno dispone?
Il caso che illustra più direttamente lo stato delle cose è quello dei ticket sanitari, che rivela una doppia diseguaglianza. La prima nasce dal fatto che il ticket di 10 euro per le prestazioni specialistiche, sommato all´eliminazione della franchigia di 36,15 euro, colpisce pesantemente i redditi più bassi, riguarda impiegati, lavoratori, cassintegrati e, malgrado alcune esenzioni, introduce un pesante filtro selettivo che, ovviamente, produce discriminazione. La seconda diseguaglianza nasce dall´appartenenza regionale. Alcune regioni hanno già deciso di non applicare il ticket, scelta possibile solo nelle regioni più ricche. Si dirà che questo è l´effetto della cattiva amministrazione in materia sanitaria di molte regioni. Ma tutto questo produce una distorsione gravissima. Si trasforma l´accesso al diritto alla salute, il “più fondamentale” tra i diritti fondamentali, in una variabile che lo subordina al reddito e all´appartenenza regionale. A una prova così impegnativa, il federalismo “all´italiana” conferma una delle più serie critiche che erano state avanzate, la costruzione di un paese a velocità variabili in materia di diritti, dunque proprio sul terreno dove l´eguaglianza deve essere massima.
Questa progressiva cacciata dei più deboli dall´area dei diritti non consente la considerazione, consolatoria, che così sempre accade per i provvedimenti generali, che hanno effetti diversi a seconda del reddito delle persone. L´ultima manovra, infatti, avviene in una fase in cui la tutela dei diritti è stata già pesantemente ridotta dalla crisi economica, come mostra uno studio dell´Agenzia europea per i diritti fondamentali del dicembre 2010. Il congiungersi di questi diversi fattori sta creando una situazione in cui si mette in discussione “il diritto all´esistenza”, e si ricacciano le persone in una condizione che le obbliga alla quotidiana ricerca di una precaria sopravvivenza. Non più “l´esistenza libera e dignitosa”, di cui parla l´articolo 36 della Costituzione, ma una esistenza subordinata a una contribuzione diseguale imposta dallo Stato, alle pretese di imprese che svuotano il lavoro di umanità e diritti.
I nostri, infatti, sono i tempi della vita precaria, della sopravvivenza difficile, del lavoro introvabile, delle rinnovate forme di esclusione legate alla condizione d´immigrato, all´etnia. In questo clima, dove massimo dovrebbe essere lo sforzo per produrre quella coesione sociale di cui tanto si parla, si moltiplicano invece i meccanismi di esclusione e di divisione. Poveri e diseguali: questo il nostro destino? La pura logica dei tagli offusca la capacità di progettare, di riflettere ad esempio sulla possibilità di riordinare l´intera materia dei sostegni legati alla disoccupazione per trasformarle in un reddito di base di cittadinanza, come sta accadendo in diversi paesi, mettendo al centro dell´attenzione proprio il diritto all´esistenza come diritto fondamentale della persona (lo ha fatto la Corte costituzionale tedesca).
Tornare a prendere in considerazione l´eguaglianza, la dignità, i diritti fondamentali. Non è un lusso, è la via della saggezza politica in un tempo in cui, altrimenti, i conflitti sociali si trasformano in rifiuto, rivolta. È quel che sta accadendo con la denuncia quotidiana della inaccettabilità dei privilegi di ceti, non solo quello politico, che hanno sempre più legato il loro modo d´essere a una vantaggiosa diseguaglianza. La costruzione oligarchica della società ha trovato la sua base materiale in retribuzioni sproporzionate, in franchigie per concludere qualsiasi affare, in vertiginose crescite della distanza tra i salari dei dipendenti e quelli dei dirigenti (nel caso Fiat è di 1 a 423: non è demagogia, ma informazione, ricordarlo). La questione è al centro delle discussioni di questi giorni, e la ricordo perché, muovendosi con inconsapevolezza, si può dare origine ad un´altra diseguaglianza. Penso, in particolare, a quel particolare costo della politica rappresentato dal finanziamento dei partiti. Innumerevoli vergogne lo hanno accompagnato in questi anni. Ma si torna sulla via maestra cancellandolo? John Rawls, tra i tanti, sottolinea come le risorse pubbliche siano indispensabili per evitare che la politica diventi prigioniera degli interessi privati. Riformiamo profondamente questo strumento, ma evitiamo che l´accesso alla politica sia riservato agli abbienti, per non ricadere nella radicale diseguaglianza della “cittadinanza censitaria”.

La Repubblica 24.07.11