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"La via d’uscita costituzionale", di Gianluigi Pellegrino

Doccia scozzese per l’immunità. Ieri pomeriggio il voto in commissione che la reintroduce per intero anche nel Senato non elettivo e competenze ridotte. Ma poi a sera la lettera di Renzi ai 5S che riapre a una migliore soluzione.
La scorsa settimana era apparsa una commedia degli equivoci. Grottesca, ma anche facile da risolvere. Era avvenuto infatti che negli emendamenti era improvvisamente sbucata lo scudo. E però tutti rinnegavano la norma. Figlia di nessuno. Spuntata come una improvvida Minerva dalla testa di Giove.
L’esecutivo ribadiva la sua assoluta contrarietà. Non solo i grillini urlavano allo scandalo ma anche dal Pd a Forza Italia, respingevano sdegnati ogni addebito. I relatori reagivano addirittura offesi. Il cerino girava a velocità vorticosa. Più del proscenio di una importante riforma istituzionale, sembrava, come ha scritto Massimo Giannini, la trama di Agatha Christie dove colpevole è solo il maggiordomo. Nella conseguente rissa surreale, strafalcioni contrapposti si inseguivano. Gli uni gridavano “per Camera e Senato, o per nessuno”. Senza però considerare che a funzioni e investiture diverse ben può connettersi una diverso regime di guarentigie. Gli altri ribattevano con il rifiuto di privilegiare i nuovi senatori, scelti tra sindaci e consiglieri regionali, rispetto ai colleghi locali. Dimenticando però che è l’incarico aggiuntivo a giustificare la diversità e che l’insindacabilità, i consiglieri regionali già la hanno garantita dall’attuale Costituzione.
In tanta confusione Anna Finocchiaro e con lei tutto il Pd, avanzavano la proposta migliore. Immunità va bene nella divisione dei poteri, argine ad ogni pericolo di abuso del “giudiziario”; e però, questa giusta guarentigia, perché conservi una funzione qualificante e non deprimente di una democrazia costituzionale, non può essere affidata alla domestica gestione dei suoi stessi beneficiari ma alla Corte costituzionale, che già oggi è il giudice dei conflitti.
Una soluzione perfetta, se mai ve ne fu una. Autenticamente riformista. Non cede alle contingenti ondate demagogiche. Si fa giusto carico dei ricorrenti scandali che colpiscono la politica, e dell’esigenza di restituire la guarentigia alla sua più alta credibilità. A ben vedere nell’interesse stesso del Parlamento se solo alzasse lo sguardo dalla punta dei propri piedi. Perché è evidente come la gestione domestica rischia l’effetto paradosso di imporre sempre a furor di popolo la prevalenza del “giudiziario”.
Soluzione perfetta ma ieri nuovamente sparita. Scomparsa nel nulla. In commissione, guidata dalla stessa Finocchiaro, è passato infatti l’emendamento originario con l’immunità piena e completa, senza se e senza ma, e col voto favorevole di tutti. Parere positivo del governo compreso.
Il nuovo scaricabarile di palazzo insinua che sarebbe la Consulta a declinare l’invito. Ne saremmo sorpresi e comunque non ve ne sarebbe ragione. Giusto che la Corte respinga ipotesi pasticciate come quelle di prevedere il suo intervento in funzione di improprio giudice di “appello” su decisioni che resterebbero in prima battuta alle Camere. Perché questo fomenterebbe gli scontri.
Ma un esame diretto della Consulta sulla sussistenza o meno del fumus persecutionis è soluzione del tutto fisiologica per il giudice naturale sui conflitti tra i poteri. In realtà fondato è il sospetto che ancora una volta sia la scelta di tutti su cui però nessuno vuol mettere la faccia. Uno spiraglio però si è riaperto ieri sera. Perché alla questione fa esplicito riferimento la lettera di Renzi ai Cinquestelle. Non sfugge del resto al governo l’esigenza di evitare che un Senato in larga parte composto da componenti dei consigli regionali macchiatisi degli scandali più odiosi, appaia al di là delle intenzioni un improprio rifugio per i furbi. Una Camera non delle autonomie ma delle impunità. Sarebbe un triplo errore e una nuova grande occasione perduta, per una svolta nel rapporto tra elettori, politica e giustizia, lontana insieme dalle solite demagogie e da rinnovate furbizie.  

da La Repubblica

Rai, Ghizzoni “Stop alle richieste di canone per i pc delle aziende”

La deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni ha interrogato il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi affinché ribadisca, come già avvenuto nel 2012, che aziende e professionisti non sono tenuti al pagamento del canone speciale Rai per l’utilizzo di computer, tablet, smartphone e sistemi di videosorveglianza. In queste settimane, infatti, sono arrivate alle aziende e ai professionisti bollettini per il pagamento di cifre che vanno dai 200 ai 6mila euro l’anno.

Era già successo anche nel 2012, ma poi era intervenuto il Ministero competente che con una nota del Dipartimento delle comunicazioni aveva fatto chiarezza sul caso. In queste settimane, senza che nulla fosse mutato nella legislazione vigente, la Rai sta di nuovo inondando le imprese e i professionisti di richieste per pagare il cosiddetto abbonamento speciale, quello a cui sono tenuti coloro che detengono, fuori dall’ambito familiare, uno o più apparecchi, atti o adattabili alla ricezione delle trasmissioni radiotelevisive. “Molti imprenditori e responsabili di associazioni di categoria mi hanno contattato – spiega la deputata modenese del Pd Manuela Ghizzoni – e io ho deciso di scrivere direttamente al ministro dello Sviluppo economico Federica Guidi affinché cessi questo comportamento illegittimo della Rai”. L’on. Ghizzoni, infatti, nella mattinata odierna, ha presentato una interrogazione a risposta scritta in Commissione al Ministero dello Sviluppo economico. Nel documento si descrive la situazione attuale e si ricorda che già il Ministero, a suo tempo, aveva ben chiarito che gli abituali strumenti di lavoro per professionisti e imprese, quali personal computer, tablet e smartphone, non devono essere sottoposti al pagamento del canone, poiché consentono l’ascolto e/o la visione dei programmi televisivi via Internet e non attraverso la ricezione del segnale terrestre o satellitare. “Nonostante i chiarimenti espressi dallo stesso Ministero – spiega l’on. Ghizzoni – la Rai ha reiterato la richiesta di pagamento del canone speciale a migliaia di utenti possessori di computer, tablet, smartphone e di sistemi di videosorveglianza: la cifra richiesta varia secondo la tipologia dell’impresa e va da un minimo di 200 a un massimo di 6mila euro all’anno”. E’ per questo che la deputata Pd Manuela Ghizzoni chiede al ministro Guidi “quale iniziative intenda assumere affinché non sia più richiesto illegittimamente il pagamento del canone speciale Rai a professionisti e imprese”.

"Falso in bilancio, Csm e civile «La giustizia non è più un tabù»", da redazione Unità

Aule parlamentari affollate. Di decreti e provvedimenti di legge su materie che scottano. Della grande riforma della giustizia, quindi, se ne riparla a settembre. Per ora se ne conoscono i temi e i confini, ma per la loro realizzazione si può aspettare ancora un po’. «Almeno quei due mesi per dare tempo a cittadini e professionisti del settore di poter dire la loro» dice il premier Renzi. Una consultazione on line aperta a tutti all’indirizzo rivoluzione@governo.it come era già successo per la pubblica amministrazione. La parola chiave, rivendica Renzi, è «partecipazione, contro tutti quelli che dicono che questo governo decide da solo». L’importante è rispettare dodici linee guida. Dodici paletti insuperabili ma già di per sè rivoluzionari perchè toccano santuari inviolabili come il Csm e le intercettazioni. E li toccano in un modo per cui lo stesso Renzi è «molto curioso di vedere cosa scriveranno i giornali e come reagiranno gli interessati». In un modo nell’altro, però, il governo vuole dire basta «ai magistrati che fanno carriera grazie all’appartenenza a una corrente della magistratura» mentre è l’ora delle «carriere basate solo sul merito». Ba- sta anche al meccanismo perverso per cui «chi giudica non può nominare e chi nomina non può giudicare». E basta alla pubblicazione sui giornali delle intercettazioni. Si tratta dei punti 4-5 e 10 della lista. Ora, ci si può girare intorno quanto si vuole, ma l’unico modo per ottemperare a questi principi è impedire ai giornali di pubblicare le intercettazioni, indebolire il peso delle correnti durante l’elezione del Csm e creare una sezione disciplinare specia- lizzata e a se stante. Miele per le papille di Silvio Berlusconi che da venta’anni insegue questi principi.

Il grande giorno della giustizia di- venta un giorno scandito da grandi im- pegni e linee guida ma pochi fatti e ze- ro provvedimenti legislativi. Il consiglio dei ministri inizia con due ore e mezzo di ritardo per via della correzione, leggi aggiustamento, di bilancio che deve essere firmato tassativamente entro il 30 giugno, cioè ieri. Alle 19 e 30, quando finalmente i ministri si riuniscono intorno al grande tavolo, tra il premier Renzi e il Guardasigilli Orlando è già stato tutto chiarito in precedenti riunioni, l’ultima delle quali a fine mattinata. Il ministro della Giusti- zia ingoia a fatica il fatto di dover rin-

viare ancora una volta provvedimenti già pronti come il falso in bilancio, l’au- toriciclaggio, le nuove norme per rendere più efficaci sequestri e confische, la responsabilità civile dei magistrati e più di tutto il provvedimento, che doveva andare per decreto, per dimezzare numeri e tempi dell’arretrato del processo civile («5 milioni e 200 mila cau- se – ha precisato il premier – e circa 900 giorni per il primo grado, tre volte in più della media europea. Ma ci rendiamo conto!!!») prevedendo nei fatti modi alternativi, con l’assistenza di avvocati, per risolvere i contenziosi fuori dalle aule dei tribunali. Si tratta di un handicap per lo sviluppo che rende tut- to il sistema paese inaffidabile, alla vo- ce giustizia, per gli investimenti.

Al tavolo del consiglio dei ministri si è molto insistito sul fatto che «il nodo giustizia è stato deideologizzato e non è più ostaggio degli interessi di una parte politica». Adesso, finalmente, «un tema che per vent’anni è stato tabù può essere affrontato senza il timore di violare santuari o riserve ideologiche». Si punta sul «valore culturale» di quello che il governo sta per fare. Perchè anche questo, a suo modo, fissa la fine di un’epoca. E l’inizio di un’altra. Dopo di che, visto che è tutto pronto e da settimane, la nuova epoca poteva cominciare anche ieri. E la consultazione estiva sa tanto di un modo per prendere tempo, per non affollare il Parlamento mentre è impegnato con le riforme istituzionali e non stressare gli alleati. Primo fra tutti Berlusconi.

L’elenco delle cosiddette linee guide è lungo e realmente rivoluzionario: i processi civili devono durare al massimo un anno in primo grado; l’arretra- to di 5 milioni e 200 mila deve essere dimezzato («cause di divorzio e altre che non riguardano la persona saranno decise fuori dalle aule e davanti agli avvocati» ha precisato poi Orlando); saranno rinforzati i tribunali specializzati su famiglie e imprese. Ai punti 4 e 5 le due norme sul Csm. Il punto 6 affronta un altro nodo delicato, quello sulla responsabilità civile dei magistrati. «Vogliamo fare riferimento al modello europeo per cui chi sbaglia per dolo o per colpa grave, deve pagare». Per essere chiari, ha aggiunto il premier, «la norma Pini (già approvata dalla Camera e ora al Senato, ndr) non va bene». Il modello è europeo prevede la responsabilità indiretta dei giudici. Un testo è già pronto al Senato.

Le linee guida comprendono la riforma del disciplinare sia nella giustizia civile che in quella amministrativa. E, al punto 8, le norme contro la criminalità economica. «Vogliamo il falso in bilancio e l’autoriciclaggio » ha aggiunto il ministro Orlando «in una cornice complessiva anche il nodo della prescrizione e della accelerazione del processo penale». Queste norme sarebbero già pronte e scritte dal legislativo di via Arenula. Ma si è preferito attendere un po’.

Al punto 10 sono previste le intercettazioni. Nessuna modifica allo stru- mento investigativo, molte limitazioni invece alla loro diffusione prima del processo «nell’ottica di una necessaria tutela della privacy». Si tratta quindi di far sì che i giudici per le indagini preliminari che firmano gli atti preliminari di ogni indagine – ordinanze, decreti di sequestro o di altri misure preventive – non consentano più la trascrizione integrale o anche solo per parti delle intercettazioni ma la loro sintesi.

da L’Unità

"Se l’Italia resta da sola a fronteggiare la marea", da redazione Unità

Da una parte una contabilità che si fa ogni giorno più preoccupante, dall’altra una Unione Europea che al massimo si è limitata a qualche buon proposito espresso sempre e soltanto a parole. Da una parte un impegno concreto, oneroso, che ha permesso di salvare migliaia di vite umane anche a costo di spendere milioni di euro sottratti a bilanci che non tornano mai in tempi di crisi e spending review, dall’altra istituzioni continentali che hanno già spiegato di non essere disposte ad aprire i cordoni della borsa, come se il problema immigrazione riguardasse soltanto l’Italia e non la frontiera meridionale dell’Unione. Sullo sfondo, quell’allarme sollevato un mese fa dal direttore centrale dell’immigrazione e della polizia delle frontiere, Giovanni Pinto, ascoltato in audizione dalle commissioni Difesa ed Esteri riunite del Senato: «Un nostro esperto immigrazione a Tripoli parla di 800mila presenze in territorio libico pronte a partire verso l’Europa» ha detto Pinto, sottolineando che i migranti sono «eritrei, somali, sudanesi, senegalesi, gambiani». Un esodo potenziale favorito dal fatto che «in quel paese c’è la percezione di assoluta mancanza di controllo e rischiamo in prospettiva di vedere aumentare sensibilmente il nu- mero di clandestini. In Libia non c’è un primo ministro, non c’è alcuna compagi- ne governativa, non ci sono ministri».

Ci vorranno ancora diverse settimane prima che la nuova commissione europea venga costituita e per verificare se eventualmente possa esserci un cambio di linea, per ora la linea di Bruxelles è quella ribadita nei giorni scorsi dal Commissario europeo uscente agli Affari Interni, Cecilia Malmström, in una intervista al Wall Street Journal: «sono piena di ammirazione per il piano Mare Nostrum che ha salvato migliaia e migliaia di vite umane – le sue parole – Ma sostituire questo piano d’intervento con Frontex è impossibile. Non abbiamo i soldi». Tradotto in parole semplici, l’Europa non ha intenzione di destinare ulteriori fondi per il rafforzamento dell’agenzia europea fondata nel 2004 il cui compito, da statuto, sarebbe quello di «agevolare e rendere più efficace l’applicazione delle misure dell’Ue, esistenti e future, relative alla gestione delle frontiere esterne, assicurando il coordinamento delle azioni degli stati membri» e di fornire «il sostegno tecnico e le conoscenze specialistiche di cui necessitano» e soprattutto promuovere «la solidarietà tra i paesi membri».

Discorso che evidentemente non sembra riguardare l’Italia visto che dall’ottobre scorso, l’Unione Europea non ha di fatto battuto un colpo a sostegno del nostro paese e del suo impegno nel canale di Sicilia. Eppure i numeri fotografano senza ombra di dubbio il lavoro delle nostre forze armate: dal momento del suo varo ad ottobre scorso, dopo la strage in cui persero la vita quasi 400 persone, le navi impegnate nell’operazione Mare Nostrum hanno recuperato in mare 55.915 persone (i dati sono aggiornati a ieri) di cui 43.463 uomini, 6.003 donne e 6.449 minori assicurando alla giustizia più di 200 scafisti. Risultati ottenuti attraverso l’impie- go costante di sei unità navali, due elicot- teri e tre velivoli (di cui uno senza pilota di tipo Predator) a costante monitoraggio di un tratto di mare ampio circa 71mila metri quadrati, un’estensione pari a circa tre volte quella della Sicilia. Uno spiegamento di forze che all’Italia costa fra i6 e 19 milioni di euro al mesee che negli otto mesi di servizio ha già impiegato risorse quasi pari al bilancio di Frontex per l’anno in corso, fissato a 98 milioni di euro. Solo che se i risultati di Mare Nostrum sono sotto gli occhi di tutti, quelli di Frontex sono tutti da verificare. Anche per questo, tre settimane fa, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, in una telefonata con il Commissario europeo uscente agli Affari Interni, Cecilia Malmström, aveva espresso la «necessità di una exit strategy da Mare Nostrum, che preveda tempi e scadenze certi, in un’auspicabile collaborazione con l’Unione Europea». E la risposta, come abbiamo visto, è stata negativa su tutta la linea.

Come se il fenomeno migratorio in arrivo dall’Africa del Nord e dal Medio Oriente fosse solo un problema italiano. Un problema che, peraltro, sembra destinato ad aggravarsi vista la crescente instabilità dell’area. E lo dicono ancora una volta i numeri: da gennaio ad aprile, secondo i dati forniti dal vicedirettore di Frontex Arias Fernandez, i migranti approdati in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo sono stati 26.220. Ciò significa che rispetto allo stesso periodo del 2013 gli sbarchi sono aumentati dell’823%. Il numero sale poi a 36mila, secondo quanto riferito dal ministero dell’Interno, se si considera il periodo gennaio-maggio. Numeri che sono tornati ad aumentare, quindi, e che hanno già raggiunto dimensioni paragonabili a quelle del 2011 quando l’emergenza si fece insostenibile sulla scorta dell’instabilità causata dall’esplosione delle cosiddette primavere arabe. Nel 2002, infatti, i migranti che avevao raggiunto le nostre coste erano stati 23.719, dato poi sceso nel 2003 a quota 14.331 per e a 13.635 nel 2004. Un picco è stato registrato ancora nel 2005 quando sono sbarcati 22.939 persone. Gli sbarchi sono rimasti pressoché costanti sulle 20mila presenze sia per il 2006 che nel 2007 mentre nel 2008 la cifra è schizzata a 36.971 persone. In questi dodici anni il minor numero di sbarchi è quello relativo al 2009 e 2010 quando sono arrivati rispettivamente 9.573 e 4.406 migranti. Ma se il fenomeno sembrava essersi fermato o comunque aver rallentato il flusso di sbarchi, nel 2011 ha raggiunto il picco maggiore: 64.261 migranti sbarcati in Italia da gennaio e dicembre contro i 13.267 del 2012. Ma già nel 2013 il trend si è invertito precipitosamente per un totale di 42.925 ingressi via mare.

da L’Unità

Non dovrà essere un semestre di «routine», di Alberto Quadrio Curzio

Il semestre italiano di presidenza europea non potrà portare ad innovazioni radicali ma non dovrà essere di routine perché così si sprecherebbe il successo elettorale di Matteo Renzi, con danni per l’Italia e per l’Europa. A nostro avviso il presidente del Consiglio dovrebbe puntare sulle «continuità innovative» che piacciono anche al cancelliere Merkel, sulle quali Draghi si muove magistralmente e dove Renzi non avrà vita facile come dimostra anche il recente Consiglio europeo che non ha mancato di richiamare alle riforme strutturali tutti i Paesi che non le abbiano fatte adeguatamente.
Le continuità innovative (Ci). Il dosaggio tra questi due elementi dipende dalla tattica politica ma l’accentuazione innovativa del quinquennio europeo entrante dovrebbe prevalere al più presto su due linee almeno. Con riferimento ai vincoli di bilancio e all’uso dei fondi europei, le Ci devono assicurare che le eventuali maggiori flessibilità siano connesse a veri obiettivi pro-crescita che abbasserebbero anche i rapporti sul Pil. Il “decalogo” pubblicato sul Sole domenica va in questa direzione su cui proporremo un «Compact Industriale, scientifico, infrastrutturale (Isi)». Con riferimento all’organizzazione della Commissione europea ci vuole una sua ristrutturazione con migliore gerarchizzazione dei “dicasteri” ai quali vanno preposti commissari che non devono essere i terminali degli Stati membri ma “ministri” della Ue. Proporremo qui un «Compact organizzativo (Co)».
Compact industriale, scientifico, infrastrutturale. Per bilanciare il Compact fiscale ci vorrebbe il «Compact Isi» verso il quale orientare sia la eventuale maggiore flessibilità nei vincoli di bilancio di singoli Paesi sia le risorse del Quadro finanziario pluriennale europeo (Qfp) 2014-2020, sia altre risorse. La Commissione europea uscente ha elaborato un buon progetto «Per un rinascimento industriale europeo» (Comunicazione del gennaio 2014) apprezzato anche dal Consiglio Europeo di marzo. Il progetto punta a riportare la quota dell’industria sul Pil della Ue dal 15% attuale al 20% entro il 2020 operando in varie direzioni che hanno un riscontro preciso nel Qfp 2014-2020 nel capitolo «crescita intelligente ed inclusiva» che ammonta a 506 miliardi in 7 anni.

Nel suo sottocapitolo di spesa «competitività per la crescita e l’occupazione» rientrano gli investimenti infrastrutturali tra cui le reti energetiche, dei trasporti, del digitale, delle telecomunicazioni. Nella direzione più industriale degli investimenti rientrano quelli sulla base scientifica, sulla tecnoscienza per l’innovazione, sulle qualificazioni professionali. I programmi europei enfatizzano giustamente l’innovazione e il progresso tecnologico quali fonti principali di produttività e competitività per l’industria ed è per questo che gli Stati membri dovrebbero arrivare entro il 2020 al 3% di spesa in R§S sul Pil della Ue. Il che sarà impossibile a molti Paesi dati i vincoli di bilancio. Gli investimenti in R§S (a gestione diretta della Commissione) tramite Horizon 2020 saranno di 80 miliardi (più forse altri 60 di fondi strutturali). I fondi europei per il Compact Isi sono però modesti, pari a 142 miliardi su 7 anni ovvero 20,3 miliardi all’anno (lo 0,16% del Pil della Ue a prezzi correnti 2013). Il totale per tutta la «crescita intelligente ed inclusiva», che comprende anche la «coesione economica, sociale e territoriale» è di 509 miliardi di euro su 7 anni ovvero 72,7 miliardi annui (lo 0,56% del Pil 2013 della Ue). La clausola di flessibilità sulle voci di bilancio anche rispetto ai troppi fondi destinati alla agricoltura potrebbe perciò essere utilmemte usata.
Il finanziamento del Compact Isi. Con le risorse citate non si va infatti molto lontani per il Compact Isi e perciò bisogna trovare altre risorse con riferimento alle quali ci sono (almeno) due possibili soluzioni. La prima è quella «regola aurea» che toglierebbe dal calcolo dei deficit nazionali gli investimenti nel Compact Isi, almeno per la parte di cofinanziamento dei fondi europei. Per garantire il buon uso di questi fondi ed anche per non consolidarli nei debiti pubblici si possono costruire dei contenitori che passano dalle Casse depositi e prestiti nazionali, utilizzando come modello la cassa tedesca Kwf che è detenuta dallo Stato e dai Länder che la garantiscono e che ha in atto prestiti, in prevalenza all’economia reale, intorno ai 430 miliardi. La seconda è quella degli EuroUnionBond proposti da Romano Prodi e dallo scrivente (ed ai quali si è anche riferito ieri il sottosegretario Delrio) che oltre alla finalità del Compact Isi hanno anche quella di rafforzare il presidio comunitario dei debiti pubblici nazionali sulla base di specifiche garanzie reali dei singoli Stati. In ogni caso solo con una forte collaborazione di partenariato tra pubblico e privato e con il ricorso al mercato dei capitali (dove la liquidità è enorme come dimostra anche l’afflusso verso i titoli di Stato periferici delle Uem alla quale si associa l’eccessiva forza dell’euro) la Ue e la Uem potranno attuare il Compact Isi e riprendere la crescita competitiva e sostenibile che sarà in gran parte trainata da una domanda extraeuropea.
Compact organizzativo (Co). Per affrontare la sfida delle crescita competitiva e sostenibile la Commissione europea dovrebbe riorganizzarsi evitando lo sfilacciamento. La Commissione Barroso era partita con 25 commissari ed è arrivata a 28. Il Trattato di Lisbona prevedeva che dal 1° novembre 2014 i commissari fossero, con una rotazione, meno degli Stati membri ma il Consiglio europeo ha deciso il contrario. Ci vogliono allora dei commissari che, assumendo un “dicastero cardine”, abbiano anche un ruolo sovraordinato rispetto ad altri. È una impostazione (alla quale ci pare avesse pensato Romano Prodi da presidente della Commissione) non preclusa dai Trattati europei che dipende però dalle volontà politiche. I commissari che sovraintendono al Co non dovrebbero superare i 7 o 8 e due di questi andrebbero preposti rispettivamente al Compact Isi e al Compact fiscale. I quattro grandi Stati della Uem sarebbero i più titolati ai maggiori Co dove il nostro potrebbe puntare, anche per la sua vocazione industriale, al Compact Isi dove un commissario di esperienza, competente e determinato servirebbe molto all’Italia e all’Europa.

Il Sole 24 Ore 01.07.14

"La pace è più lontana. Una tragedia nata dalla mancanza di un confine netto", di Abraham B. Yehoshua

L’uccisione brutale dei tre ragazzi rapiti è una tragedia che allontana la pace ed evidenzia la necessità di un confine chiaro, riconosciuto, fra Israele e Palestina. La pace è più lontana perché le conseguenze di quanto avvenuto vedranno il governo israeliano di Benjamin Netanyahu tentare di schiacciare Hamas e Hamas scivolare su posizioni sempre più estreme, rintanandosi nell’angolo del terrorismo.

Per chi, come me, aveva creduto, serbato grande speranza, nel governo di unità nazionale palestinese di Abu Mazen, con Fatah e Hamas assieme, è un giorno triste. Credevo che questa intesa a lungo perseguita da Abu Mazen, potesse costituire una svolta e avvicinare la soluzione dei due Stati ma ora questo orizzonte si allontana nel tempo. Anche se, in realtà, sappiamo ancora molto poco di quanto è avvenuto: mancano le informazioni su come sono stati uccisi i tre adolescenti, su chi li ha uccisi e dunque anche certezze sulla matrice politica ovvero se si è trattato di un crimine commesso da Hamas oppure da gruppi isolati di criminali che rispondono solo a se stessi.

Israele ha già vissuto purtroppo, in passato, molte tragedie simili, nel centro di grandi città come Gerusalemme e Tel Aviv, pagando un prezzo di vite molto alto all’assenza di pace. Ma questa tragedia possiede un elemento in più: i tre ragazzi, studenti di scuola religiosa, quando sono stati rapiti si trovavano in un’area che in realtà non appartiene a nessuno ed evidenzia le conseguenze negative dell’assenza di una pace duratura fra Israele e Palestina.

Si tratta infatti dell’Area C della Cisgiordania che, in forza degli accordi siglati a Oslo, si trova in Cisgiordania e in territorio palestinese ma è controllata solo dagli israeliani. Questi tre ragazzi pensavano di trovarsi in Israele ma in realtà erano in Palestina. C’è qualcosa di ancor più drammatico in questa tragedia perché vivere in un luogo pensando che sia un altro è la conseguenza dell’assenza di un confine. Se la frontiera fra Israele e Palestina non c’è, e l’Area C è una zona grigia indefinita, è per l’assenza di un accordo di pace duraturo fra i due Stati, nel rispetto di pace e sicurezza per entrambi. L’assenza di frontiera fa venire meno la responsabilità: se fosse formale, inequivocabile, l’appartenenza alla Palestina anche il governo palestinese sarebbe più responsabile.

Ci troviamo davanti a una spirale di conseguenze negative che accomuna ebrei ed arabi, portandoli sempre più a fondo come evidenziato da quanto sta avvenendo in queste ore con le forze israeliane che hanno sigillato la città palestinese di Hebron in Cisgiordania, peraltro da giorni sottoposta a coprifuoco. Anche per questo mi identifico completamente con la reazione che il presidente palestinese, Abu Mazen, ha avuto davanti al sequestro dei tre ragazzi israeliani, condannandolo come un «evento terribile» guardando anche alle «conseguenze che potrà avere» allontanando ancora una volta la speranza di pace per questa terra dove si confrontano le ragioni, entrambe legittime, di israeliani e palestinesi.

La Stampa 01.07.14

"Il diritto di respirare", di Gad Lerner

Il groviglio di corpi accatastati nei barconi fino a provocare la morte per soffocamento di chi sta sotto, è la diretta conseguenza del monopolio sul trasporto marittimo dei migranti che noi europei abbiamo concesso alle organizzazioni criminali. Stiamo uccidendo migliaia di innocenti e stiamo arricchendo le nuove mafie transnazionali. Noi che ci indigneremmo se in simili condizioni venissero stipati gli animali destinati al macello, accettiamo che degli umani vengano caricati sui battelli a cinghiate come bestiame.
Quello che i sopravvissuti tra di loro chiamano pudicamente “il viaggio”, ma solo in pochi avranno il coraggio di rievocarlo, è la cruna dell’ago del mondo contemporaneo. Chi lo intraprende sa cosa rischia: ormai depredato di tutto, imbarcandosi è come se entrasse per sua volontà in stive le cui pareti metalliche possono trasformarsi in camere a gas, fatale ultimo azzardo dopo un’infinità di torture subite.
Uomini, donne e bambini muoiono sotto i nostri occhi in uno stretto braccio di mare per disidratazione, per affogamento e ora anche per mancanza d’aria. È grottesco pensare di disincentivarli inasprendo i controlli o negando loro accoglienza. Le sofferenze che li hanno sospinti a partire e le violenze già subite lungo il tragitto, sono incommensurabili col nostro potenziale dissuasivo.
Meritano il nostro rispetto le unità della Marina militare che con scarsità di mezzi si prodigano nei salvataggi, riscattando il disonore dei giorni in cui eseguirono l’ordine dei respingimenti. Ma è evidente che Mare Nostrum è solo un palliativo, là dove andrebbe creato subito un corridoio umanitario, ovvero un servizio civile di traghetti e voli charter per smistare razionalmente i migranti in varie destinazioni europee.
Nel recente Consiglio dell’Ue è stato ancora una volta eluso l’imperativo di un “mutuo riconoscimento” delle decisioni di asilo. Si perpetua l’assurdità per cui tale diritto di asilo viene riconosciuto solo nello Stato membro che l’ha concesso. Ne deriva una prassi ipocrita: le autorità italiane evitano tacitamente di procedere all’identificazione dei migranti approdati sulle
nostre coste ma desiderosi di farsi riconoscere lo status di rifugiati in nazioni più accoglienti. Così, per favorire la loro ripartenza, dopo quello degli scafisti incrementiamo pure il trasporto illegale via terra dei passeur. Siamo apprendisti stregoni, favoriamo il riciclo di enormi profitti spesso destinati all’acquisto di armi con cui verremo minacciati e poi forse aggrediti.
Sappiamo bene che la tragedia storica delle migrazioni dalla sponda sud del Mediterraneo divide lo nostre coscienze. Il leader del principale partito di opposizione si è dichiarato contrario a aiutare i migranti perché altrimenti «finiremmo con percentuali di voto da prefisso telefonico ». L’estrema destra impersonata da Salvini resuscita la fandonia dell’«aiutiamoli a casa loro» dopo che per anni i governi che appoggiava hanno tagliato i fondi della cooperazione, favorito l’esportazione di armi, sostenuto gli aguzzini di quei popoli.
Lo stesso disimpegno europeo, che Juncker non rimedierà certo con la nomina di un commissario ad hoc , rischia di far solo da foglia di fico perché maschera inadempienze tutte italiane. Come non riconoscere un segno plateale del declino che ci affligge nel nostro essere contemporaneamente un paese sempre più vecchio e un paese restio a aggiornare le sue normative per l’integrazione dei flussi migratori. Matteo Renzi, un maestro nella conquista del consenso popolare, ha una spiccata tendenza a eludere le questioni che dividono l’opinione pubblica. Lo testimonia il dirottamento a Strasburgo di Cécile Kyenge, forse la principale novità del governo precedente. E lo conferma la messa in sordina della cittadinanza per i bambini stranieri residenti in Italia.
Eppure il cataclisma euromediterraneo in cui si trova immerso il nostro paese, per quanto difficile da gestire, ne rappresenta anche l’unica prospettiva futura di rinnovamento. Viviamo in un’epoca che ha visto schizzare a 51,2 milioni nel 2013, secondo l’ultimo rapporto Global trends dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i profughi, il numero dei migranti forzati. Molti di loro sono sfollati interni che aspirano a fare ritorno non appena possibile alle proprie case. Ma i fuggiaschi sono aumentati di ben 6 milioni nel giro di un solo anno. La Siria, la Repubblica Centrafricana e il Sud Sudan si aggiungono all’Eritrea, alla Somalia e in parte al Maghreb come luoghi in cui vivere è quasi impossibile. Gli apolidi sono circa 10 milioni, di cui solo un terzo effettivamente censiti.
Di fronte a un tale sommovimento neanche se lo volesse l’Europa potrebbe trasformarsi in una fortezza. Del resto, nella prima metà del secolo scorso, furono gli europei a emigrare in decine di milioni verso le Americhe e l’Australia. Ora al vecchio continente tocca gestire un flusso inverso, riconoscendo a noi prossima l’umanità dei miserabili in cammino. L’osmosi è un destino ineluttabile, da programmare con lungimiranza. Tanto per cominciare, abbiamo gli strumenti civili, tecnologici e militari per debellare le organizzazioni criminali che lucrano sul commercio di vite umane. La Libia, anche per nostra colpa, è caduta nelle mani di signori della guerra cui va sottratto il potere territoriale di smistamento dei migranti. Creare delle enclaves per il soccorso, l’identificazione e il trasporto sicuro è meno pericoloso che subire il loro predominio.
Il semestre europeo dell’Italia ci assegna un compito strategico, da assolvere con pietà e efficienza. Traghetti subito. Mutuo riconoscimento delle domande d’asilo. Monitoraggio comune e equo smistamento. Affinché nessuno muoia più soffocato dal corpo di un padre o di un fratello.

La Repubblica 01.07.14