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"Sorpresa: i nostri laureati sono bravissimi, e trovano perfino lavoro. Ma sono troppo pochi", di Maurizio Ricci

Più bravi, seri, studiosi, motivati, efficienti. Ma dannatamente pochi. Il quadro dei laureati italiani fornito dalla consueta indagine Almalaurea dà un’immagine confortante che, però, svanisce in fretta. Dopo il boom a cavallo del millennio dove, forse, fin troppi si sono buttati nelle aule universitarie, la qualità degli studenti è migliorata. Cala nettamente la quota dei fuoricorso, aumenta la partecipazione alle lezioni, resta la voglia di perfezionarsi all’estero o in stage e tirocini paralleli allo studio. Nel 2003 i giovani che si laureavano nei tempi previsti erano il 15 per cento. Oggi sono il 43. Cosa chiedere di più? Semplice: più laureati. La qualificazione ai massimi livelli è uno dei prerequisiti indispensabili per la crescita delle economie moderne e noi siamo indietro. Fra i giovani nella fascia 25-34 anni, i laureati sono solo il 21 per cento, contro il 39 per cento della media dei paesi industrializzati. Più o meno, siamo al livello della Turchia. L’obiettivo comune fissato dalla Commissione di Bruxelles – il 40 per cento di laureati fra i giovani di 30-34 anni entro il 2020 – per noi è già sfumato. E irrecuperabile: oggi, solo tre diciannovenni su dieci si iscrivono all’università.

Pesa, in questa fuga di massa davanti all’università, la diffusa convinzione che la laurea, in realtà, non serva a nulla. Tanto meno a trovare lavoro. E’un rovesciamento di 180 gradi, rispetto alla fede cieca di dieci anni fa, quando sembrava che, invece, la laurea fosse un lasciapassare garantito per una vita professionale gratificante. Ma è giustificata questa sfiducia? O è, invece, l’ennesimo caso di leggenda metropolitana assurta a senso comune? Il dubbio viene leggendo i risultati di un sondaggio che la Fondazione Nord Est ha condotto all’università di Padova, su oltre 200 laureati in Scienza delle Comunicazione, quasi tutti quelli che hanno concluso gli studi negli ultimi dieci anni. Non è una scelta casuale, perché Scienze delle Comunicazione è una facoltà di recente istituzione, che ha avuto all’inizio un vero boom di iscrizioni, perché sembrava moderna, anzi modernissima, per trasformarsi rapidamente, nella percezione comune, in un flop assoluto: un vicolo cieco che non avvicinava neanche al mercato del lavoro.

Be’, il messaggio che arriva da Padova è assolutamente diverso. I laureati degli ultimi dieci anni se la stanno cavando benissimo e- forse – questo non è solo merito del modello veneto. L’88 per cento, infatti, lavora attualmente con regolare busta paga e solo il 4 per cento non ha mai trovato (o cercato) un posto. Tutti figli di papà o, almeno, “dell’amico di un amico”? Niente affatto. Solo il 6 per cento dei laureati in Scienze delle Comunicazioni degli ultimi dieci anni dichiara di avere trovato un posto, grazie ad una raccomandazione. Quella che sembra una maledizione parafeudale del mercato del lavoro italiano, lì in Veneto è, a quanto pare, una rarità. Si trova lavoro come avviene comunemente all’estero: con uno stage (8 per cento), un concorso (7 per cento), finanche quella specie di Fortezza Bastiani da Deserto dei Tartari che è l’ufficio di collocamento (8 per cento). Ma i veri motori sono altri due: l’invio, puro e semplice, di un curriculum (32 per cento) o, anche con i social network (14 per cento). Neanche fossimo in America. Perché sono andati all’estero? No, solo il 5 per cento. Perché si sono infilati nel ventro caldo dell’impiego pubblico? Neppure: l’81 per cento lavora nel settore privato. Sotto casa, per giunta: quasi l’80 per cento è rimasto nel Veneto.

Rassegnandosi ad una vita di superprecario? Niente affatto. Anche se non parliamo di esperti di software, ingegneria o biotecnologie, ma di tecnici di una cosa apparentemente opzionale come la comunicazione, i co.co.co sono solo l’8 per cento, i freelance l’11, quelli dei finti stage altrettanti. Il 35 per cento ha un regolare contratto a tempo indeterminato, di quelli che sembravano scomparsi e un altro 31 per cento a tempo determinato. Due su tre, comunque, con regolare contratto. In nove casi su dieci a tempo pieno. E’ l’immagine di un mercato del lavoro che non sembra Italia, ma lo è.

da www.ildiariodellavoro.it

"Donne, qualcosa è cambiato ecco i conti delle quote rosa", di Maria Novella De Luca

Nel cuore del potere. Mai così tante. Curriculum eccellenti, testarda bravura, ma anche l’onda d’urto delle quote rosa. Per l’Italia è la prima volta. Una parlamentare su tre è donna. E mentre la legge Mosca-Golfo imponeva sempre più donne ai vertici delle aziende, (dal 7% di presenze nei Cda nel 2011, al 25% di oggi) il nuovo premier Renzi ha lanciato la formula del governo fiftyfifty, ben sapendola gradita all’Europa. Nel cuore del potere. O almeno molto vicine. Mai così tante. Curriculum eccellenti, testarda bravura, ma anche l’onda d’urto delle quote rosa. Per l’Italia è la prima volta. Una parlamentare su tre è donna. Nei Cda la presenza femminile sfiora il 25%. La squadra di governo è formata da otto ministri e otto ministre, simmetria perfetta ma soprattutto simbolica. Maria Angela Zappia, una carriera in ascesa nella diplomazia italiana, è stata nominata ambasciatrice per il nostro paese alla Nato: «Cosa provo? Il grande orgoglio di un incarico così importante, ma anche la consapevolezza di non aver lasciato indietro nessuno…». Né i figli, Claire e Christian, cresciuti con lei in giro per il mondo, né il marito, conosciuto in missione a Dakar. Anche il linguaggio cambia: nessuna cesura, vita e carriera sono una cosa sola. Era soltanto la scorsa estate, quando a Cernobbio l’ex premier Enrico Letta sobbalzava davanti ad una platea di grisaglie grigie. «In questa sala siamo tutti uomini, è insopportabile…». Dov’è l’altra metà? La risposta è arrivata pochi mesi dopo. Mentre la legge Mosca-Golfo imponeva tra mille malumori sempre più donne ai vertici delle aziende, (dal 7% di presenze nei Cda nel 2011, al 25% di oggi tra pubblico e privato) il nuovo premier Renzi ha preso abilmente il potere e il pallottoliere insieme, lanciando appunto la formula del governo fiftyfifty, ben sapendola gradita all’Europa. Con ministeri anche “pesanti”: agli Esteri Federica Mogherini, alla Difesa Roberta Pinotti. E proprio Pinotti tra due giorni in un convegno organizzato da “Valore D”, racconterà la sua storia umana e politica, ma anche il lavoro prezioso e spesso nascosto delle donne dell’esercito, dalle comandanti alle soldatesse.
Adesso è dunque il tempo di riflettere, come spiega l’economista Daniela De Boca. Per capire se davvero qualcosa muterà nel sistema del potere, aprendo un vero cammino di parità, o se il gioco resterà congelato ai vertici della piramide. «Il cambiamento c’è, ed è il frutto di una pressione fortissima da parte del mondo femminile, quote comprese. Che là dove sono state applicate bene, in Norvegia ad esempio, hanno scardinato la misoginia dei vertici. Ma in Italia quello che vedo invece è il rischio di una polarizzazione: nella fascia alta le donne conquistano ruoli forti, un tempo maschili. Nella fascia media, nella vita di tutti i giorni le donne invece stanno peggio. Diritti che sembravano acquisiti, i congedi per maternità, la parità salariale sono oggi fortemente intaccati».
Dunque cautela. Però le nomine ci sono state, non poche e tutte insieme. Ad aprile scorso un gruppo di qualificatissime manager, scienziate e imprenditrici conquistano i Cda delle più grandi aziende di Stato: Emma Marcegaglia all’Eni, Luisa Todini alle Poste, Patrizia Grieco all’Eni, ma anche Catia Bastioli a Terna, Rossella Orlandi a capo dell’Agenzia delle Entrate.
E Maria Angela Zappia, ambasciatrice italiana alla Nato a Bruxelles. I titoli parlano naturalmente di “valanga rosa”. Lo spoil system di Renzi impone ancora nomi femminili. Il messaggio è chiaro: l’argine è caduto. Ma Luisa Todini, a capo del consiglio di amministrazione di Poste, una figlia adolescente, da anni alla testa dell’azienda di costruzioni di famiglia, invita a guardare le cose dal lato giusto. «In queste nomine hanno contato i curriculum e le esperienze, non le quote. Vengo da una famiglia modesta, che si è fatta da sé, dove mia madre lavorava ed era naturale che anche le donne lavorassero. Mi sono mossa in ambiti fortemente maschili, ma oggi invece sono entrata in una azienda, le Poste, dove la pink revolution è in atto già da tempo».
Certo, aggiunge Todini, «le quote servono, seppure modo transitorio, noi abbiamo vent’anni di ritardo sul fronte dell’occupazione femminile, dunque una spinta è ancora necessaria, perché tutto questo abbia una vera ricaduta sul processo di parità». Un processo favorito oggi «anche da una nuova generazione di mariti, padri e compagni non più nemici della carriera delle loro partner…».
I numeri però raccontano un’Italia ancora profondamente “asimmetrica”: l’occupazione femminile è al 49,9% contro il 70% di quella maschile, gli stipendi restano più bassi del 15%.
Alessia Mosca, parlamentare Pd, insieme a Lella Golfo (oggi presidente della Fondazione Bellisario) ha scritto la legge 120 del 2011, le famose quote rosa nei Cda. Una legge che scadrà tra sette anni. «Perché a quel punto ci renderemo conto se è stata un’operazione di maquillage o se ha davvero ha inciso nella vita reale delle donne. Il cambiamento per ora è soltanto nella parte “apicale” della piramide, e non basta un gruppo di top manager donne per contaminare in modo positivo una situazione ancora arretrata. Ma è un inizio, la rottura di un meccanismo inerziale sempre uguale a se stesso». E duro a morire se si ascolta la testimonianza di una giovane manager, Valentina Saffiotti, 36 anni, direttore della Comunicazione di AstraZeneca, che racconta di essere dovuta fuggire a Bruxelles, per essere valutata soltanto per i suoi meriti, senza più il pregiudizio dell’essere femmina. «A 30 anni le aziende ti guardano con sospetto, perché potresti decidere di diventare madre. E nelle piccole e medie realtà è ancora peggio. E infatti dico sempre: non sono a favore delle quote rosa, ma contro le quote azzurre…».
Catia Bastioli, neo presidente di “Terna” (infrastrutture elettriche) scienziata manager, ex Montedison, in prima linea sulla bioeconomia, punta tutto sul merito. «Attenzione, le quote possono essere una trappola, e così gli slogan. Oggi il nostro paese ha unicamente bisogno di merito, al di là dei generi e l’Italia è spesso più avanti di come viene raccontata. Le donne — dice Bastioli — hanno già un posto forte nelle aziende, con quella visione più ampia delle cose che le rende preziose ovunque. Ma perché possano fare carriera è fondamentale la conciliazione. Proprio io che ho dedicato tutta la mia vita alla ricerca vedo quanta concentrazione ci vuole: e senza supporti da parte dello Stato, asili, welfare, come si possono portare avanti una famiglia e una carriera?». Ed è infatti l’amaro bivio davanti al quale si trovano brillantissime e determinate studentesse, e che spesso si traduce in un rinvio sine die della maternità. Ma Barbara Saba, vicepresidente di “Valore D”, direttore generale della Fondazione Johnson and Johnson, è invece ottimista. «Più donne ci sono nella politica, nel business, nella ricerca, più donne ancora saliranno sull’ascensore sociale. Il cambiamento è epocale anche se non ancora visibile. Ma per ognuna di noi che ce l’ha fatta è fondamentale la restituzione: aiutare cioè le più giovani a sviluppare i loro talenti. Solo così possiamo sperare che l’ascensore non si fermi».

La Repubblica 01.07.14

"Senza prove. E non dice perché rifiuta la sperimentazione", di Pietro Greco

La vicenda Stamina ha molte facce. Tra queste ve ne sono tre – una giudiziaria, una sanitaria e l’altra scientifica – che riguardano direttamente Davide Vannoni, il fondatore di Stamina. Non affrontiamo la dimensione giudiziaria ma solo quella scientifica e sanitaria. La prima si fonda su due affermazioni di Vannoni, una laurea in lettere e filosofia e nessuna esperienza di ricerca in medicina o biologia. Primo: è possibile trasformare cellule staminali mesenchimali in neuroni mediante una tecnica precisa, basata sull’esposizione ad acido retinoico. Secondo: le cellule staminali mesenchimali così trattate possono curare gravi malattie neurodegenerative, come l’atrofia muscolare spinale, la distrofia muscolare o il Parkinson.
Ebbene, la dimensione scientifica della vicenda stamina si consuma tutta qui. Vannoni non ha fornito alcuna prova che queste affermazioni siano vere e verificabili. Non ha scritto alcun articolo scientifico sull’argomento. Non ha superato alcuna prova per brevettare la sua tecnica. Non ha fornito mai ad alcuno un qualche tipo di dimostrazione. Continua a trincerarsi dietro la necessità del segreto. Se divulgo la mia tecnica, dice, se ne approprierebbero gli altri. Uno dei valori fondamentali della scienza è, però, il disinteresse. C’è di più. Nessun ricercatore, che si sappia, è finora riuscito a ottenere quanto la Fondazione Stamina sostiene di poter garantire. Nessuno è riuscito a dimostrare che le cellule staminali mesenchimali si trasformano in neuroni mediante esposizione all’acido retinoico. E, men che meno, si è riuscito a dimostrare che le infusioni di un preparato a base di cellule mesenchimali abbiano un qualche effetto terapeutico su un qualsivoglia tipo di paziente. In realtà molti contestano persino che esistano prove fondate che nelle cellule raccolte dai membri di Stamina ci siano le staminali mesenchimali.
In definitiva, le affermazioni di Vannoni sono scientificamente prive di ogni fondamento. Se Vannoni è convinto delle affermazioni, non deve far altro che andare in un laboratorio, svelare i suoi segreti e consentire una sperimentazione indipendente, pubblica e trasparente. L’occasione gli è stata offerta più volte e a spese del contribuente. Ma lui l’ha sempre lasciata cadere. La dimensione scientifica della vicenda Stamina è tutta qui. Ed è una dimensione che Vannoni non sa risolvere.
Rispetto al passato questa volta non ci troviamo di fronte a una delle periodiche fluttuazioni miracolistiche che come meteore si affacciano nella storia della medicina, brillano di luce intensissima per poi subito dopo sparire senza lasciar traccia. Vannoni e Stamina sono una componente – come spiegano su Nature Paolo Bianco, biologo esperto di cellule staminali che ha contribuito a individuare le magagne scientifiche di Stamina, e Douglas Sipp, capo dell’Office for Research Communication presso il Riken Center for Developmental Biology di Kobe, in Giappone – di un fenomeno più vasto e più pericoloso. Non a caso, rilevano Bianco e Sipp, ci sono oltre 360 tentativi di applicazioni con cellule staminali mesenchimali (le cellule di Vannoni) oggi nel mondo. Il fenomeno è a scala globale e, in nome del mercato, rivendica la «deregulation» in medicina.
Le aziende che operano in sanità – a iniziare da quelle farmaceutiche – hanno difficoltà crescenti a introdurre novità sul mercato. Produrre un farmaco nuovo e innovativo, per esempio, comporta investimenti enormi, che superano il miliardo di dollari. E impegna una serie di procedure – necessarie per la sicurezza – che durano anni. Negli ultimi tempi la globalizzazione dell’economia ha allargato il mercato (chiamano così l’universo dei pazienti), ma ha aumentato molto di più la concorrenza. Sulla scena sono apparse agguerrite aziende cinesi, indiane, coreane. Di qui il tentativo di «salto del cavallo». E se, invece di dimostrare che un farmaco non solo non è dannoso ma è anche efficace, ci appellassimo alla libertà di cura e mettessimo sul mercato preparati che, superato un primo stadio di non immediata tossicità, potessero essere liberamente acquistate da «pazienti speranzosi»?
Il pericolo è che la medicina cesserebbe di essere una pratica che persegue solo il benessere delle persone, per diventare una sorta di lotteria dove gli ammalati vengono munti senza ritegno, mentre vince sempre e solo il banco.

da http://scienzaesocieta.comunita.unita.it/

"Dai campi di grano e i papaveri rossi alle sfide del nostro tempo: anche l'America si preoccupa dei paralleli con 100 anni fa", di Mario Platero

Foto tratta da “The New York Times”

Cominciate con il guardare questa foto con cui il New York Times celebra la Prima Guerra Mondiale. Papaveri rossi in un campo di grano. Sembra l’illustrazione della “Guerra di Piero” di Fabrizio de Andre’. Sono i campi dove ci fu la grande battaglia della Marna: in questi campi bellissimi e struggenti furono uccisi 300.000 uomini. Campi e morti celebrati, ci ricorda il New York Times, anche dal poeta canadese John McCrae, ufficiale medico durante la Grande Guerra in un rapido verso che divenne simbolico, lui parlava di papaveri al vento e croci per soldati.

In questi giorni, un secolo dopo l’assassinio dell’Arciduca Ferdinando a Sarajevo il 28 di giugno del 1914, quando si gettarono i semi della Prima Guerra Mondiale, i media americani rievocano battaglie epiche e intrighi politici, pubblicano articoli di Margaret McMillan grande storica, autore del libro guida :”La guerra che pose fine alla pace”. Oggi ne parlero’ anche nel mio programma America 24 su Radio 24.

Molti si chiedono se ci sono dei paralleli fra allora e oggi. Se le provocazioni in Ucraina, in Irak, in Siria o in remoto arcipelago conteso fra Cina e Giappone non vi siano i focolai per una fine della nostra “pace” che dura dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.
Businessweek Bloomberg ad esempio scrive “Siamo più vicini oggi al mondo del 1914 di quanto lo siamo stati durante la Guerra Fredda, che durò dal 1950 al ’80, o durante il decennio in cui gli Stati Uniti sono emersi come superpotenza”.
Le notizie di questi giorni preoccupano: ieri, con l’avvio del Ramadan, L’Isis, formato da sunniti islamici, ha proclamato conquistando territori fra Siria e Irak, il primo Califfato Islamico dalla caduta dell’Impero Ottomano.

Vladimir Putin ha annunciato l’invio di aerei in Iraq per proteggerlo, giocando d’anticipo sugli Stati Uniti. Per l’Ucraina non vi e’ ancora accordo fra Russia, Stati Uniti, Kiev e l’Europa. Obama minaccia nuove sanzioni contro Mosca. Si parla di declino americano, di vuoto di potere, di disordine e di mancato rispetto del diritto internazionale cosi’ come e’ concepito dalla Carta dell’ONU. La Russia è in declino economico e demografico ma il presidente Vladimir Putin va avanti per la sua strada.
E BW Bloomberg scrive : “Nel 1914 il lungo declino dell’Impero Ottomano aveva creato una corsa all’acquisizione del territorio e dell’influenza politica nei Balcani che ha coinvolto anche Italia, Serbia, Austria-Ungheria, Grecia, e altri. L’Europa ha legato il destino dell’intero continente a un conflitto nel suo angolo più instabile”.

Il mondo è multipolare. La deterrenza delle armi nucleari sembra aver perso il suo potere dissuasivo. La potenza cinese sta crescendo, alimentata alla stesso tempo dalla sua forza di produzione e dal risentimento per una storia di colonialismo straniero. Gli alleati degli Stati Uniti si stanno emancipando: il Giappone vuole riarmarsi e il confronto con la Cina sulle isole Senkaku porta sfide impensabili solo una generazione fa. L’ordine costituito 93 anni fa dagli inglesi in Medio Oriente, dopo la Prima Guerra Mondiale con mappature squadrate che tenevano insieme, ad esempio in Irak, Curdi Sunniti e Shiiti si sta sgretolando. In Siria – de facto divisa in staterelli reciprocamente ostili – ma in tutto il Medio Oriente o Nord Africa, le forze centrifughe scatenate dalle rivolte arabe del 2011 continuano ad erodere le strutture politiche e le frontiere create dopo il crollo dell’Impero Ottomano.

David Fromkinf, professore di relazioni internazionali, storia e diritto all’Università di Boston autore del saggio sulla Prima Guerra Mondiale e di un altro saggio proprio sul Medio Oriente: “Peace to End All Peace: The Fall of the Ottoman Empire and the Creation of the Modern Middle East” ha detto: “Il medio-oriente dei nostri giorni può essere diviso in tre gruppi di stati: gli imperi eterni come Egitto e Persia che sono sempre stati lì e sempre lo saranno e di cui nessuno mette in questione la legittimità come stati; poi ci sono gli stati creati da personaggi locali molto carismatici come ad esempio la Turchia (creata da Kemal Ataturk) e l’Arabia Saudita (da Ibn Saud) e anche in questo caso nessuno mette in discussione la loro esistenza; poi c’è un terzo gruppo di stati creati dall’impero britannico come Israele, la Giordania e l’Iraq (questo risale ad un epoca di splendore per l’impero inglese, che alla fine del XIX secolo poteva contare su un milione di soldati in medio oriente). E qui si può fare un parallelo con il monopolio di potere degli Stati Uniti dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Qui è quando cominciano i guai”.

E Margaret McMillan, che insegna storia a Oxford e ha scritto il saggio “The War that ended the Peace: the road to 1914” ha aggiunto: “Lo stato iracheno è stato creato dagli inglesi e dai francesi, senza un vero approfondimento della situazione. Francia e Inghilterra si erano accordati segretamente prima della guerra per dividersi i territori arabi. Il medio oriente aveva un’importanza strategica per entrambe le potenze che se lo sono diviso con l’Inghilterra che si è presa l’Iraq mentre la Francia si è presa la Siria e il Libano”.
Secondo la McMillan, tra i motivi della fragilità del vecchio ordine c’è lo sgretolamento del vecchio sistema imperiale con i suoi reggenti tra cui Kaiser Guglielmo II di Germania, lo Zar Nicola II di Russia, e il re Edoardo V d’Inghilterra.

La storia è essenziale per aiutarci a capire a vedere piu’ chiaramente e a decidere con lucidità. Cosa che non fece l’Europa di un secolo fa. Lo faremo oggi? L’aspetto rassicurante e’ che i grandi si parlano direttamente in modo molto più pratico e facile. La questione non e’ scatenare una guerra totale, ma capire fino a dove ci si puo’ spingere senza scatenarla. Ma il confine è sottile. Un altro storico Christopher Clark, autore di “The Sleepwalkers, una storia della diplomazia fallita che precedette la prima guerra mondiale” scrive: “i protagonisti del 1914 erano sonnambuli, vigili ma ciechi, ossessionati da sogni, ma ciechi alla realtà dell’orrore che stavano per portare nel mondo.”
Oggi i fanatismi umani restano, ma le linee telefoniche e le comunicazioni sono più agevoli di quelle del 1914. La Carta dell’Onu è ancora in piedi e il palazzo di Vetro è aperto. Soprattutto gli intrecci economici sono talmente forti da non poter suggerire una propensione all’autodistruzione. Ma è sempre meglio rifletterci, perché non si sa mai.

da Il Sole 24 Ore

"Costruire un’Europa più solidale ispirandosi alla «teoria dei giochi»", di Mauro Magatti

Dopo giorni di trattative convulse, l’esito del vertice europeo è lontano dalle aspettative dei giorni scorsi: la sostanza del patto di stabilità non cambia, l’apertura di una fase più centrata sulla crescita genericamente affermata. Nemmeno sulla questione migratoria il vertice ha segnato un significativo cambiamento di agenda. L’impressione è che, scampato il pericolo delle recenti elezioni — dove i partiti antieuropeisti non hanno fatto saltare il banco — i decisori politici non siano riusciti a cambiare la logica che li ha guidati negli ultimi anni.
Il problema sappiamo qual è: l’Unione Europea è e rimane una forma istituzionale di secondo livello. Il che comporta che il legame esistente tra il cittadino e i suoi rappresentanti — già molto usurato sul piano nazionale — finisce per diventare sottilissimo. Condizione che si coglie plasticamente guardando la trattative di questi giorni: dove, con un Parlamento appena eletto su base universalistica, i veri attori in campo restano i primi ministri dei governi nazionali.
In questa cornice istituzionale, la ratio dell’azione politica è chiara: si affrontano le questioni europee pensando alle elezioni nazionali. Ciò spiega perché l’Europa — che pure si è data il vincolo di una moneta unica e di una politica monetaria centralizzata — finisce per essere la combinazione tra una tecnocrazia che tende a diventare autoreferenziale e equilibri politici, precari e contingenti, costruiti tra interessi non solo diversi — il che è normale per una società avanzata — ma troppo spesso incapaci di riconoscere presupposti comuni.
Dietro la discussione sulla flessibilità circa l’interpretazione dei trattati si nasconde la questione che, ancora in questi giorni, è accuratamente evitata: come è possibile fare reali passi in avanti per concretizzare l’idea che sottende la stessa idea di Unione, e cioè che «il tutto è superiore alla parte» nel senso che esistono vantaggi — di ordine materiale e spirituale — che derivano dallo stare insieme?
La teoria dei giochi ci aiuta a capire la natura del problema. Ci sono situazioni, come quella nella quale si trovano gli Stati europei, in cui una razionalità guidata dal proprio interesse immediato produce un risultato sub-ottimale. La teoria ci dice anche che è la mancanza di comunicazione tra i giocatori ad impedire di adottare quella modalità cooperativa che produce vantaggi per tutti. Ed in effetti, anche se si parlano, i capi di Stato europei sembrano non intendersi. Ciascuno preoccupato delle conseguenze che le decisioni prese producono nel breve termine presso la propria opinione pubblica. Ma in questo modo, oltre ad alimentare la reciproca diffidenza — i tedeschi pensano che i Paesi indebitati siano poco affidabili mentre questi ultimi sospettano che la Germania voglia approfittare della sua posizione di forza — si finisce per perpetuare la situazione così come è, con tutti gli squilibri che ben conosciamo.
Se ne esce solo cambiando lo schema di gioco, secondo la strada indicata da Jurgen Habermas, il più importante filosofo europeo vivente. È da qualche mese che Habermas denuncia con forza il gravissimo deficit politico di cui soffre oggi l’Europa.
L’idea della politica nasce nella polis , cioè nella città. Ci può essere politica, tanto più politica democratica, solo se si riconosce una comunanza. Per questo, come ammonisce Habermas, per uscire dalla trappola in cui si è infilata, l’Europa ha urgentissimo bisogno di riconoscere che non c’è politica a prescindere dal principio di solidarietà. Un tale termine significa in solido. Proprio da qui viene l’idea moderna di società, derivante da socius — che decide liberamente di assumersi, in solido con altri, una comune responsabilità, al di là dei vincoli affettivi e di sangue. Habermas è esplicito nel dire che non ci può essere società europea se non si riconosce una solidarietà originaria come base necessaria per quella politica di cui tutti denunciano la mancanza. Se si prescinde, cioè, da un bene comune che non è generico buonismo, ma la capacità di tradurre in azioni concrete l’idea declamata retoricamente che il legame che abbiamo deciso di assumerci è capace di tradursi in vantaggio per tutti. Se non parlano di questo, i vertici tra i capi di Stato negano nei fatti i principi che affermano.
Siamo all’inizio di una legislatura europea. Lo spettacolo di questi giorni dà ragione, una volta di più, a Habermas: non è possibile compiere i passi in avanti che i cittadini e la ragionevolezza chiedono senza dotarsi di un principio guida di natura politica. Che impegni tutti: i Paesi forti e quelli più deboli. E verso cui vengano modellate le graduali innovazioni istituzionali e politiche di cui abbiamo bisogno.
Storicamente non si conoscono forme politiche nate senza riferimento a un’idea di solidarietà. Se non quelle sorte attraverso la guerra o la conquista. Come insegnano tante vicende storiche, tale principio è tutt’altro che astratto: proprio come nel dilemma del prigioniero, il gioco nel quale l’Europa è intrappolata può essere sbloccato solo includendo l’altro come una opportunità, per arrivare là dove, da soli, non si riesce a giungere.

dal Corriere della Sera

"Gli abusivi della cattedra", di Giovanni Belardelli

Sono ancora i professori ad avere la responsabilità pedagogica dell’insegnamento nelle nostre scuole? È in fondo questa la domanda che nasce dalla lettura di una recente sentenza del Tar del Lazio, che ha annullato la bocciatura di uno studente di un liceo classico romano il quale aveva riportato alcune pesanti insufficienze: 3 in matematica, 4 in fisica, 3 in storia dell’arte. Al di là delle motivazioni più tecnico-giuridiche della sentenza, spicca il rimprovero del Tar agli insegnanti per non avere adeguatamente valutato la preparazione complessiva dello studente, all’interno della quale — secondo i giudici amministrativi — un 3 in matematica e un 4 in fisica sarebbero meno gravi trattandosi di un liceo classico. Anche a prescindere dall’opinione che si può avere su un’argomentazione del genere (personalmente, la reputo una sciocchezza), a lasciare di stucco è il fatto che in questo modo il Tar salga, letteralmente, in cattedra. Finisce infatti per sostituirsi agli insegnanti in quell’attività chiave della loro funzione pedagogica che consiste nella valutazione di uno studente: una valutazione che può fare a ragion veduta (o almeno così credevamo) solo chi lo abbia avuto in classe per un anno scolastico.
Una sentenza del genere va inserita in quella tendenza generale — comune a tutti gli Stati democratici contemporanei, ma in Italia più accentuata che altrove — che vede la magistratura amministrativa (e non solo) intervenire in un numero sempre maggiore di ambiti della vita sociale, dagli scrutini scolastici alle cure mediche. È il fenomeno che il politologo Alessandro Pizzorno ha definito come «resa dell’autorità sociale alla legge» (Il potere dei giudici , Laterza): in sostanza, le figure che un tempo fissavano regole e le facevano rispettare (dall’insegnante al medico, dal capofamiglia al dirigente d’azienda) si rivelano non più in grado di svolgere questa funzione. Da parte sua, chi un tempo accettava le decisioni di un’autorità sociale oggi — se non è d’accordo — ricorre sempre più frequentemente alla magistratura.
Dunque, dietro la sentenza del Tar che ha annullato una bocciatura, come dietro altre pronunce consimili, c’è il fenomeno, da tempo sotto gli occhi di tutti, della perdita di autorità e di credito sociale degli insegnanti. Oggi, di fronte alla bocciatura di un figlio, a molti rischia di apparire normale andare direttamente dall’avvocato (per non parlare dei casi limite di chi, come la coppia di genitori di Cosenza di cui ha parlato giorni fa il Corriere, ha letteralmente aggredito la vicepreside). Quella perdita di autorità e di credito non è certo un fenomeno solo italiano; ma da noi appare tanto più forte per il fatto stesso che — nonostante i continui, vacuamente retorici, riferimenti al merito — una parte del Paese pensa ormai che valutare il merito di qualcuno (non soltanto attraverso il voto, certo, ma a volte anche con un voto) voglia dire discriminarlo, escluderlo, porlo ai margini della società. È la nostra cultura che, in preda a una deriva pseudobuonista (pseudo, perché la possibilità della scuola di contrastare le differenze legate alla diversa provenienza socioculturale si lega anche alla sua capacità di valutare il merito di ciascuno), dietro ai voti e alle insufficienze non sa vedere altro che un atto illegittimo. Contro cui chiedere dunque l’intervento di qualche tribunale amministrativo disposto a sostituirsi agli insegnanti.

dal Corriere della Sera

"Ecco la squadra per la quale voto", di Ilvo Diamanti

L’eliminazione dell’Italia dai mondiali ha rarefatto l’esibizione di bandiere alle finestre e sulle terrazze. Eppure i tricolori resistono, almeno nel mio quartiere. Non ne avevo visti tanti il 2 giugno, festa della Repubblica, né, tanto meno, il 25 aprile, anniversario della liberazione .
Ma I mondiali di calcio hanno, da sempre, la capacità di sollevare l’entusiasmo nazionale. Anche in quest’area, nel cuore del Nordest, con una tradizione leghista di lunga durata. Dove si incontrano alcune bandiere della Serenissima Repubblica di Venezia, che evocano l’indipendenza veneta. Issate, talora, accanto a quelle dei forconi. Ogni manifestazione secessionista, d’altra parte, ha prodotto, per reazione, una vampata di orgoglio nazionale. Lo ha ben compreso il nuovo leader leghista, Salvini. Che ha rilanciato i consensi elettorali al partito mettendo fra parentesi lo spirito separatista e l’identità padana. E ha, invece, puntato sul messaggio antieuropeo e sul contrasto all’immigrazione. Procedendo, dunque, accanto al Front National di Marine Le Pen. Iper-nazionalista.
D’altronde, il tricolore è stato utilizzato ed esibito, a livello di massa, nel 2011, in occasione del 150enario dell’Unità, proclamato e sostenuto in modo “militante” dal Presidente Napolitano.
Così, è divenuto parte dell’iconografia urbana e domestica. Come i fiori e le decorazioni, nei giorni di festa. E, in molti, lo espongono, in alcune, specifiche, occasioni. Per rammentare, a se stessi e agli altri, un elemento di unità e di coesione, in una società sempre più dispersa e frammentata. Dove è difficile chiamare per nome chi ti sta accanto e nel palazzo di fronte – non dico a 100 metri di distanza – perché non lo conosci. Non sai chi
sia, che mestiere faccia e da dove venga. Per questo, i tricolori invadono il quartiere, quando gioca l’Italia. Ma resistono, per qualche giorno ancora, mentre in tivù passano le immagini e le cronache di altre nazionali – Brasile, Francia, Algeria, Olanda. Costarica… Sono il segno di un’identità leggera, eppure persistente, che si nutre di memoria. E di emozioni. Come dimenticare le “notti magiche” del mondiale del 2006? Oppure, per chi ha un’età più avanzata, del 1982? Quando tutte le strade e tutte le piazze del paese si riempirono di gente, festante – e di tricolori?
D’altronde, le fonti di identità e di riconoscimento, che uniscono e dividono gli italiani, sono ormai poche. La politica lo è sempre di meno. Perché è attraversata da un distacco generalizzato. Contro tutto e tutti. Partiti e politici, istituzioni. Sindacati e organizzazioni di categoria. E quando la sfiducia è totale, le identità e le appartenenze diventano deboli. Resistono, appena, le distinzioni più generali. Moderati e progressisti. E soprattutto: destra e sinistra. Ma, anch’esse, a fatica. Il forum promosso da Repubblica.it, presso i propri lettori, nei mesi scorsi, per identificare le parole e i concetti di Sinistra, ha delineato, infatti, un catalogo ampio e frastagliato. Circa trenta definizioni, nessuna delle quali è andata oltre il 10% di condivisioni (su oltre 65 mila rispondenti). Così, diviene arduo “cementare” le fedeltà politiche e dare continuità alle scelte di voto. Non per caso, una quota ampia e crescente degli elettori cambia schieramento da un’elezione all’altra. Oltre il 40%, nel 2013. Oltre il 30% alle ultime elezioni europee. E il 20% decide nell’ultima settimana. Il 10-12% all’ultimo minuto. “Per chi” e, prima ancora, “se” votare (Sondaggio Demos-LaPolis, giugno 2014). Fino al 2008, il “movimento” elettorale da un polo all’altro non superava il 10% (Sondaggi Itanes). E l’incertezza era molto più limitata.
Così non si vota più per appartenenza. Ma, piuttosto, come suggerisce Arturo Parisi, per “abitudine”. E le abitudini sono resistenti, ma non come la fedeltà.
Non ci resta, quindi, che il calcio. Perché ormai tutto si può cambiare. Partito, schieramento e leader di riferimento. Ma non la squadra per cui si tifa. D’altronde, oggi il 47% degli italiani (sondaggio Demos, giugno 2014) si sente “tifoso” di una squadra di calcio. Nel settembre 2013, la quota era inferiore di oltre 10 punti. Il clima del campionato, finito da poco, ha alimentato la passione. Ancor più i mondiali. Non a caso, l’80% degli intervistati si dice tifoso della Nazionale. Il calcio sembra, dunque, l’ultimo e unico segno rimasto di un’identità comune. In grado di unire, ma anche dividere. Il 22% degli italiani, infatti, in base all’intensità del tifo, può essere definito un tifoso “militante”. E un altro 15%: “caldo”. Disposto a esporsi in pubblico. Molto più difficile, invece, dichiararsi militanti di partiti che cambiano nome e leader con crescente velocità. È, infatti, complicato affezionarsi al PD quando si è stati comunisti, poi del PDS, dei DS, oppure Popolari, Democratici e della Margherita, passando per l’Ulivo. Fino a sfociare nel PdR: il Partito di Renzi. E che dire di chi è stato forzista e leghista? I forza-leghisti, come li ha definiti Edmondo Berselli, che maglia indosseranno oggi?
Cercate, invece, qualcuno disposto a cambiare la propria maglia e la propria bandiera, quando si tratta di calcio. Qualcuno disposto a passare dalla Juve all’Inter. Oppure al Milan (con qualche eccezione, per “fede” aziendale…). Dalla Roma alla Lazio. Al Napoli. Oppure ad abbandonare la Fiorentina, il Toro. L’Atalanta, il Verona oppure il Chievo. Il Cagliari oppure l’Ascoli. “Quando” e “se” non vincono. Cambiare squadra non è possibile. Significherebbe tradire se stessi. Più facile, semmai, contaminare il calcio con la politica. Sovrapporre una bandiera di partito a quella di club. Gridare: Forza Italia! Oppure, per i leader, esibire il proprio tifo. Allo stadio o in tivù. Perché la “fede” calcistica dura molto più di quella politica. E la mediatizzazione, invece di dissolverla, riesce perfino a rafforzarla. Giusto, per questo, guardare con attenzione al “tifo”, in questo tempo e in questo Paese, dove le identità sono frammentarie e deboli. E possono, per questo, dissolversi. Oppure, al contrario, venire spinte “in curva”. Fino, talora, a radicalizzarsi. In modo estremo.
È il tempo della post-politica e dei post-partiti. Senza passione e senza bandiere. Senza mobilitazione e senza fiducia. Nel quale i principi non negoziabili dell’identità sono affidati al calcio. Io, che per vocazione e per professione, agisco da osservatore disincantato, ammetto, per una volta, di sentirmi fuori luogo e fuori tempo.

da La Repubblica