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Letta: «Tedesco salvato dal Pdl, non da noi», di Vladimiro Fruletti

Il Pd non ha «salvato» il senatore Tedesco, ma il voto in contemporanea con quello sul deputato Papa è stato un «errore» che ha danneggiato il Pd. Così il vicesegretario dei democratici, Enrico Letta, che invita Tedesco a dimettersi anche alla luce degli attacchi contro la Bindi. A giudizio di Letta c’è un clima da antipolitica che il governo e i media di Berlusconi stanno alimentando, ma il Pd non deve chiudersi e anzi deve affrontare con serietà il tema dei costi della politica, dando battaglia sui vitalizi. Il vero pericolo comunque è una lunga agonia del berlusconismo. La spina a Berlusconi va staccata subito, anche a costo di vedere un altro governo di centrodestra, perché danneggia il Paese e lascerà dietro di se’ solo macerie.

Onorevole Letta è stato il Pd a salvare il senatore Tedesco?
«Noi abbiamo votato coerentemente sì alla richiesta di arresto al Senato così come abbiamo fatto alla Camera per il deputato Papa. La differenza di risultato è dovuta al fatto che al Senato il Pdl da solo ha la maggioranza, mentre invece alla Camera il Pdl ha bisogno di tutta la Lega. Ergo la scelta di metà della Lega alla Camera è stata determinante, al Senato no. Ma l’atteggiamento del Pd è stato lineare e coraggioso in entrambi i rami del Parlamento».

Molti esponenti del Pd hanno invitato il senatore Tedesco a fare un passo indietro. Lui ha risposto in maniera stizzita, soprattutto contro la presidente del Pd Rosi Bindi. Per lei Tedesco deve dimettersi?
«Sì, e a maggior ragione per il comportamento assunto dopo il voto. Sono atteggiamenti che trovo inaccettabili. Con le sue dimissioni almeno recupererebbe rispetto a questi intollerabili atteggiamenti e uscirebbe in maniera elegante da questa situazione. Però Tedesco non fa parte del gruppo del Pd, è un senatore del gruppo misto. Aldilà di una moral-suasion noi non possiamo andare».

Non è stato un errore mettere in votazione la richiesta d’arresto di Tedesco al Senato in contemporanea con quella di Papa?
«Sì, è stato un errore di tattica parlamentare che ha danneggiato il Pd».

Non crede alla lettura che sia stato fatto appositamente?
«Il danno per il Pd è evidente».

Cosa pensa del caso Penati?
«Voglio dire con grande nettezza che ho piena fiducia nella magistratura e anche nel fatto che Penati sarà in grado di fornire tutti i chiarimenti necessari. Però faccio notare che il Pd gli ha chiesto passo indietro e Penati lo ha fatto. È un atteggiamento nettamente diverso da quelli del Pdl e degli altri partiti di destra. Ma in questa storia il Pd non c’entra nulla».

In che senso scusi?
«È stata montata una campagna di stampa che punta a legare queste vicende al Pd. Ma i fatti risalgono a tempi in cui il Pd non c’era, forse era nella mente di Dio e basta. Siamo di fronte a una pura diffamazione a cui dobbiamo reagire con forza: il Pd è nato quattro anni fa!».

Non c’è una questione morale che interessa anche il Pd?
«Da parte nostra c’è, ci deve essere, la necessità e la volontà di esprimere con comportamenti rigorosi la nostra differenza profonda dalla logica di impunità che guida il Pdl e la maggioranza. Quella è una logica che non ci appartiene. Siamo un partito che fa del rigore e della pulizia la cifra del suo modo di essere».

C’è chi sente un clima da pre-monetine. La crisi economica e sociale sommata a questa crescente disaffezione verso politici e istituzioni e i loro privilegi non rischia di dare vita a un clima di antipolitica che non distingue più niente e nessuno?
«Quel clima è già presente e secondo me è dovuto prima di tutto alla perdita di autorevolezza della politica dovuta anche a una legge elettorale che nomina i parlamentari e non dà al cittadino la possibilità di sceglierli. E poi nel momento in cui chiedi grandi sacrifici a tutti gli italiani non puoi non chiederli anche alla politica. È qui la responsabilità del Governo è pesante perché ha respinto le proposte del Pd per una maggiore sobrietà della politica. Queste scelte della maggioranza di fatto hanno aizzato il clima da antipolitica. Senza dimenticare poi il lavoro che stanno facendo i megafoni mediatici berlusconiani».

Che lavoro?
«Visto che l’ideologia berlusconiana è finita, sono passati dal farne gli aedi a lanciare un attacco alla politica tout-court. Fanno gli arruffa-popolo. Però il Pd deve stare attento».

Attento a che cosa?
«A non chiudersi. Non dobbiamo arroccarci per respingere questi attacchi come se fossero solo antipolitica. L’argomento è vero: se chiedi sacrifici ai cittadini, anche te, politica, devi fare sacrifici».

Non è che su questo il Pd è stato poco coraggioso?
«Dove governiamo abbiamo fatto scelte nette. In Emilia Romagna i vitalizi per i consiglieri regionali sono stati aboliti tre mesi fa. E la stessa decisione sarà presa anche nelle altre regione dove siamo al governo».

E i vitalizi dei parlamentari?
«La proposta di cancellare i vitalizi a deputati e senatori sostituendoli con la pensione Inps come per tutti i cittadini è di Bersani. La prossima settimana, quando si discuterà del bilancio della Camera, il Pd darà battaglia. Ma questo non vuol dire che ci pieghiamo alla demagogia di chi dice che la politica non deve costare nulla. Di chi pensa che la politica sia roba da ricchi milionari alla Berlusconi o alla Grillo. Tutti devono poter fare politica, ma chi la fa deve essere retribuito in maniera congrua e in modo trasparente e senza trascinarsi dietro, una volta che ha finito il proprio incarico, privilegi per tutta la vita. Il Pd non deve seguire chi dice che fare tagli e riforme è inutile perché a chi critica la politica non basterà mai. Già un bel passo in avanti sarebbe ridare ai cittadini la possibilità di scegliersi i propri rappresentanti».

Il governo Berlusconi è sempre più in crisi. Non teme che questa agonia si trascini a lungo e che si tramuti alla fine in una crisi di sistema che travolgerà tutto e tutti, compresi voi?
«Si, ho questo timore. Ed è per questo motivo che la nostra priorità deve essere evitare un altro anno e mezzo di agonia così. Altrimenti alla fine raccatteremo solo macerie».

Quindi che serve?
«Quindi qualunque soluzione è meglio dell’attuale. Arrivo a dire che anche un altro governo di centrodestra con un altro primo ministro è preferibile a questa situazione. Noi siamo per andare alle elezioni o per un governo di passaggio, istituzionale. Ma Berlusconi sta facendo un danno enorme al Paese. Va fermato. Inviterei Maroni e Alfano che per un verso o per un altro oggi hanno un piede in campo e l’altro in panchina, a mettere tutti i due piedi sulla scena, a sostituire definitivamente Bossi e Berlusconi. Sarebbe più utile per tutto il paese piuttosto che veder continuare ancora questa pericolosa agonia del berlusconismo».

L’Unità 23.07.11

"Il cda Rai nell’ «interregno» del peperoncino", di Aldo Grasso

«A Rieti il cda della Rai al peperoncino» , visibile su corriere. it, è il più bel servizio giornalistico targato Rai degli ultimi anni. Peccato che non verrà mai trasmesso né dal Tg1, né dal Tg2 e, presumiamo, nemmeno dal Tg3. Eppure è un ritratto perfetto, uno di quei piccoli affreschi che ti permettono di capire le cose, più di tanti discorsi, più di tante analisi. «Targato Rai» significa, in questo caso, che il filmato ha per protagonisti alcuni vertici di Viale Mazzini in trasferta a Rieti. Il cda ha anticipato la tradizionale riunione del giovedì, in cui si dovevano prendere importanti decisioni su «Report» e su altre nomine, su richiesta del consigliere Guglielmo Rositani (ex finiano convertito a Berlusconi), impegnato nella sua città per la prima Fiera mondiale del peperoncino. Di più: l’ineffabile Rositani (scortesissimo con la stampa) ha pensato bene di invitare alla sagra anche alcuni amici consiglieri, il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani, la governatrice Renata Polverini (arrivata sul luogo in elicottero e oggetto di forti contestazioni cui ha risposto in maniera plateale) e altre eminenti autorità del nostro Belpaese. Da non crederci! Interrogati da un cronista indiscreto, il bravo Luca Chianca, i consiglieri Antonio Verro (ex dirigente dell’Edilnord) e Alessio Gorla (uno dei fondatori di Forza Italia) hanno prefigurato i destini del Servizio pubblico. Verro: «Sono a testimoniare direi anche a nome dell’azienda nella quale ho l’onore di lavorare l’attenzione al territorio» . A proposito di «Report» , con vivido senso del peperoncino, ha poi balbettato: «Onestamente credo che siamo in una fase di interregno nel quale ufficialmente ancora il vertice, e quindi il cda, non ha preso una decisione, quindi non è stata scelta una linea politica» . Per questo si trovavano tutti a Rieti, per via dell’interregno. Tocca poi a Gorla: «È l’amicizia con il collega Rositani che mi ha portato qua… Siamo un gruppo di amici che a volte litigano, ma che quasi sempre trovano poi un’intesa perché è necessaria per portare avanti gli interessi dell’azienda» . Gli interessi della Rai o del peperoncino? La Rai non deve preoccuparsi del suo ruolo nel nuovo scenario mediatico, della concorrenza, delle tecnologie digitali, della linea editoriale, degli ascolti. No, il suo futuro sarà all’insegna del pluralismo fieristico. Un giorno il cda si terrà alla Fiera della porchetta, la settimana dopo alla Sagra del tortellino di castagna, il mese a venire alla Festa dello stufato d’asino: i programmi possono aspettare. E dire che i due membri del cda eccitati dal peperoncino dirigono uno dei più grandi gruppi editoriali d’Europa, la (ex) più grande industria culturale d’Italia. Trionfi il locale, che al globale ci pensano altri!

Il Corriere della Sera 23.07.11

Muro PD contro Tedesco che attacca Rosy Bindi

“Sono inaccettabili e sbagliate le parole usate contro la nostra Presidente Rosy Bindi dal senatore Tedesco in alcune interviste apparse sui quotidiani oggi. È bene che il senatore Tedesco rifletta sul proprio comportamento”. Questa la dichiarazione di Maurizio Migliavacca, Coordinatore della Segreteria del Pd, commentando le pesanti affermazioni del senatore del Gruppo misto, Alberto Tedesco, nei confronti del quale l’aula del Senato non ha autorizzato la richiesta di arresto arrivata dai magistrati pugliesi.

La Presidente del Partito aveva pubblicamente definito opportune le sue dimissioni da senatore e Tedesco per tutta risposta ha dichiarato: “La Bindi? Non sa niente della mia vicenda, parla a prescindere. Il suo moralismo mi fa orrore. E non da oggi. Sono vent’anni che la vedo invocare manette e galera con un livore indegno di una persona civile”.

“ Al Senatore Tedesco, che da mesi non appartiene più al gruppo del Pd, suggerirei oggi maggiore sobrietà e discrezione”, ha affermato Anna Finocchiaro, Capogruppo del Partito democratico a Palazzo Madama. “Il tema delle sue dimissioni è questione che riguarda la sua coscienza. Ma lo inviterei a maggior rispetto nei confronti del Pd e dei suoi dirigenti politici”.

“Difendo convintamente Rosy Bindi dagli attacchi contenuti nelle interviste di oggi, così come trovo fuori luogo le parole nei confronti di Debora Serracchiani, che aveva espresso parere favorevole per le dimissione del senatore”, ha detto Enrico Letta, Vice Segretario PD. “Ci si sarebbe aspettato che il senatore Tedesco, il giorno dopo del voto al Senato, pensasse ai danni pesanti che il Pd in questa vicenda ha già subito e si comportasse di conseguenza”.

Ha invocato “maggiore sobrietà nei confronti del dibattito che si è aperto sul suo caso, che tutti sappiamo destinato a durare sino al termine della vicenda giudiziaria”, il vicepresidente dei senatori del Partito democratico Luigi Zanda. “Ho apprezzato l’intervento svolto in Aula l’altro giorno dal senatore Tedesco – ha aggiunto Zanda – un intervento molto dignitoso sotto il profilo politico e umanamente altrettanto difficile. Ma del tono e dello spirito di quell’intervento ritrovo ben poco nelle dichiarazioni inutilmente distruttive su Rosy Bindi”.

“Quando il Segretario del Partito parla di ‘bene comune’ a proposito del PD e avverte tutti di preservarlo, di ‘maneggiarlo con cura’ perché ‘non è che c’è altra roba in giro così’ dovrebbe essere ascoltato”, ha affermato Marina Sereni, vice presidente dell’Assemblea Nazionale del Pd. “Se da più parti sono venute al Senatore Tedesco sollecitazioni a riflettere sulla possibilità di un passo indietro dopo il voto dell’altro ieri nell’aula del Senato è solo per tutelare quel ‘bene comun’, quella grande risorsa per l’Italia che è il PD, partito di cui peraltro Tedesco non fa più parte. Bindi e Serracchiani hanno semplicemente dato voce al pensiero di tanti militanti ed elettori del nostro partito”.

www.partitodemocratico.it

"Le Province sono davvero inutili o è la retorica dell’antipolitica?", di Valerio Onida

Caro direttore, da qualche tempo, in nome della necessità di ridurre i «costi della politica» , ha ripreso vigore l’idea di abolire le Province come enti locali. Ma davvero sarebbe una buona idea? Naturalmente non basta l’argomento che le Province «costano» . Tutte le istituzioni «costano» . Il problema è se «servono» . Le Province «enti inutili» ? È vero che alla Costituente si era pensato che la creazione delle Regioni le avrebbe reso superflue. Ma poi l’idea rientrò; e l’esperienza successiva ha condotto viceversa ad un progressivo rafforzamento delle funzioni del livello di governo provinciale, pur dopo l’istituzione delle Regioni. Sono lontani i tempi in cui si diceva che le Province servivano solo per strade, manicomi e assistenza agli illegittimi. Le Province continuano ad occuparsi di strade, ma le loro funzioni sono andate crescendo. Nella legge del 1990 sulle autonomie locali e nel testo unico del 2000 la Provincia è definita come l’ «ente locale intermedio tra Comune e Regione» , che «rappresenta la propria comunità, ne cura gli interessi, ne promuove e ne coordina lo sviluppo» . Tra le funzioni delle Province vi sono quelle riguardanti «vaste aree intercomunali o l’intero territorio provinciale» , nei settori della difesa del suolo, della difesa dell’ambiente, dei trasporti, dello smaltimento dei rifiuti, dell’istruzione secondaria di secondo grado. Alla Provincia fanno poi capo rilevanti funzioni di programmazione, in particolare il piano territoriale di coordinamento che determina gli indirizzi generali di assetto del territorio. Chi dovrebbe svolgere queste funzioni, se venissero soppresse le Province? Non è pensabile che compiti di «area vasta» possano essere attribuiti agli oltre 8.000 Comuni (dei quali circa 7.500 con meno di 15.000 abitanti): dunque essi andrebbero in gran parte alle Regioni. In teoria sarebbe anche possibile immaginare un sistema di «enti intermedi» costituiti da associazioni di Comuni, con uffici e strutture condivisi. Ma l’esperienza dice che mettere d’accordo fra loro 20 o 100 Comuni della stessa area per esercitare insieme delle funzioni è assai complicato, e non è detto costi meno che affidare tali funzioni ad un ente autonomo come la Provincia. Né, ovviamente, è proponibile un accorpamento massiccio dei piccoli Comuni: l’autonomia comunale si nutre della storia e del senso di autoidentificazione delle comunità, grandi e piccole, sul quale è destinato ad infrangersi ogni disegno «razionalizzatore» astratto. Sarebbe anche possibile immaginare che la Regione decentri i suoi uffici nel territorio. Le unità organizzative (e il personale) però non diminuirebbero. Si «risparmierebbe» solo l’elezione di presidenti e di consigli: ma siamo sicuri che l’accentramento politico in capo alla Regione, che ne risulterebbe, sia una soluzione soddisfacente? Uno dei timori e dei rischi che da sempre caratterizzano il nostro sistema delle autonomie è quello del «centralismo» regionale. Non è affatto detto che un semplice decentramento amministrativo della Regione sia in grado di soddisfare le aspirazioni di autogoverno delle popolazioni. Il punto, semmai, è un altro. Le realtà regionali non sono tutte eguali. La Lombardia ha 9 milioni di abitanti e oltre 1.500 Comuni: immaginare che tutte le funzioni di «area vasta» siano governate dal Pirellone sarebbe follia pura: provate a dire agli abitanti dei piccoli e grandi Comuni del Comasco o del Bresciano che tutto ciò che è sovracomunale deve dipendere politicamente da Milano! Non è lo stesso se si tratta di una Regione piccola o piccolissima. La Valle d’Aosta (125.000 abitanti e 74 Comuni) non è suddivisa in Province. Si può discutere se davvero il Molise (320.000 abitanti e 136 Comuni) debba essere articolato in due Province. Ma nelle grandi Regioni l’esigenza di avere enti intermedi rappresentativi delle popolazioni è difficilmente negabile. Allora non si tratta di abolire tout court le Province, programma irragionevole e impraticabile. Semmai di limitare le spinte localistiche impedendo che nascano sempre nuove piccole Province (come le otto in cui da ultimo si è frammentata la Sardegna). E, viceversa, di dare vita finalmente, nelle aree metropolitane, a cominciare da Milano, a un vero ente di governo (elettivo) di dimensione corrispondente, che sostituisca la Provincia e riunisca in sé non meno, ma più funzioni rispetto ad essa. È la Città metropolitana, prevista da dieci anni nella Costituzione e mai realizzata (mentre si è costituita la nuova Provincia di Monza e della Brianza). Si eviterebbe così che i problemi del territorio della «grande Milano» — dalla pianificazione territoriale dei grandi insediamenti agli interventi per evitare le periodiche esondazioni del Seveso — restino affidati all’asimmetrico rapporto fra un Comune capoluogo dai confini ristretti ma che ogni giorno è «usato» anche da centinaia di migliaia di abitanti dell’hinterland, e un gran numero di Comuni piccoli o medi privi di voce in capitolo. Meno retorica dell’antipolitica, e più capacità di affrontare i problemi con razionalità: è chiedere troppo, nell’Italia di oggi?

Il Corriere della Sera 23.07.11

Inchiesta su Penati, l’accusa: «È un sistema trasversale», di Giuseppe Vespo

Ci sarebbe un «sistema» dietro il presunto giro di mazzette di cui è accusato Filippo Penati. A sostenerlo sono gli imprenditori coinvolti nell’inchiesta di Monza. Il Pd: nessun finanziamento. I nostri bilanci sono certificati. Finanziamento illecito ai partiti. È l’ipotesi di reato che più fa discutere tra quelle messe in piedi dalla procura di Monza, che indaga sulle presunte mazzette prese dall’ex sindaco di Sesto San Giovanni, e vicepresidente del consiglio regionale lombardo, Filippo Penati, nell’ambito «degli interventi edilizi sulle aree Falck ed Ercole Marelli, e sulla gestione del servizio trasporti Altomilanesi». La bufera giudiziaria scatenata dai pm Walter Mapelli e Franca Macchia svelerebbe infatti «un sistema insospettabile e trasversale, che qualcuno chiama “lobbismo” e che io chiamo “mazzette”, che non riguarda un solo partito, ma una classe politica». A sostenerlo è Piero Di Caterina, indagato e imprenditore nel settore del trasporto pubblico con la «Caronte srl». È uno dei principali accusatori dell’esponente democratico, insieme al consigliere sestese di centrodestra, nonché ex proprietario dell’area Falck, Giuseppe Pasini. Dai verbali secretari delle loro rivelazioni ai magistrati di Milano, poi trasmessi per competenza ai colleghi di Monza, è nata meno di un anno fa l’inchiesta che oltre a Penati mette sotto indagine per finanziamento illecito ai partiti, corruzione e concussione, il suo ex capo di gabinetto alla Provincia di Milano, Giordano Vimercati. In tutto, al momento, gli indagati sono 15, ma solo sette di questi sanno di essere sotto inchiesta, per via degli avvisi di mgaranzia arrivati lunedì con le perquisizioni della gdf. I reati sono contestati dal 2001 al 2010. Nei suoi resoconti, Di Caterina spiega di essere stato convocato mesi fa dai magistrati milanesi, che indagavano sulle irregolarità nella bonifica dell’area Montecity-Santa Giulia, per chiarire alcune questioni riguardanti «un affare immobiliare» con Luigi Zunino.
«Avrei potuto parlare solo di quello – chiarisce l’imprenditore – ma non vedevo l’ora di raccontare ai magistrati per denunciare come questo sistema schiaccia la libertà di impresa non solo a Sesto San Giovanni, ma anche a Milano, come a Segrate e a Cinisello Balsamo, che sono i luoghi dove ho lavorato». Nel mercato degli appalti pubblici, denuncia l’imprenditore, «o si accettano quelle condizioni, che qualcuno chiama lobby e io chiamo mazzette, o si viene buttati fuori».
Sarebbe questo il motivo per cui Giuseppe Pasini, ex proprietario dell’area Falck, avrebbe pagato qualcosa come quasi otto miliardi di lire in tangenti a Filippo Penati. Soldi passati di mano dalla Svizzera e dal Lussemburgo grazie anche allo stesso Piero Di Caterina, indicato da Pasini come uno dei fiduciari dell’ex sindaco di Sesto, Penati. Mentre l’altro fiduciario sarebbe proprio Giordano Vimercati. A beneficiare del «sistema» anche due manager delle cooperative.
Ieri Nerio Diodà, l’avvocato dell’esponente Pd autosospesosi dalla vicepresidenza del consiglio lombardo ma non dalla carica di consigliere, è andato in procura a Monza per un incontro conoscitivo col pm Mapelli. Al momento non sarebbero previsti inviti a comparire da parte della procura né richieste di confronto da parte della difesa. Intanto i magistrati procedono con l’esame dei documenti sequestrati lunedì dalla guardia di finanza. Tra i «gravi indizi di colpevolezza» indicati nel decreto di perquisione ci sono anche i resoconti delle rogatorie sui bonifici che Giuseppe Pasini avrebbe fatto a se stesso in Lussemburgo per poi pagare le tangenti «destinate anche al partito di Penati». Un’accusa che il Pd allontana da sè con il tesoriere Antonio Misiani: «I nostri bilanci sono pubblici e certificati da una società di revisione indipendente». Mentre Rosy Bindi richiama tutti alla «questione morale»: «Auspichiamo che le parole pronunciate da Penati siano vere – dichiara Bindi – che possa dimostrare la sua estraneità.Ma se dovesse risultare in qualche modo compromesso non potremmo che chiedere un passo indietro

L’Unità 23.07.11

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“AFFARI E POLITICA LA CADUTA DEGLI DEI SCUOTE MILANO” di Rinbaldo Gianola

Quando è arrivata la notizia che Filippo Penati e alcuni suoi collaboratori avrebbero raccolto, incassato o anche solo richiesto soldi per operazioni da realizzare sulle aree della vecchia Falck, la
prima cosa che è venuta alla mente non sono state le dimissioni, l’autosospensione, la separazione del destino di un amministratore, di un leader politico dal suo partito in attesa e nella speranza che tutto si risolva per il meglio. Tutto questo è rilevante, ma secondario. C’è qualche cosa di più importante per chi, come chi scrive e tanti altri, è nato e cresciuto in quella vasta area di lavoro, solidarietà e solida umanità che, una volta, dalla Bicocca attraversava la ferrovia e arrivava fino a Sesto San Giovanni delle grandi fabbriche di un tempo. Se abbiamo imparato qualche cosa della vita lo abbiamo imparato in quei prati e in quelle strade.
Il sentimento prevalente oggi è un misto di rabbia e di delusione, anche il solo sospetto sulle bustarelle appare come un’offesa a un pezzo di storia di questa città e del paese, è un insulto a quelli che vivevano nelle casette operaie, che passavano col nonno al Circolo 25 aprile per bere un bicchiere di spuma, che faticavano dalla sera alla mattina in una vita organizzata dalle sirene degli stabilimenti per conquistare un pezzo di futuro, senza scorciatoie. Il valore della politica si misurava con la responsabilità personale e la trasparenza delle azioni, questo bastava a dare il segno della diversità dagli altri.
Forse può non piacere, ma oggi non possiamo parlare dell’inchiesta della magistratura di Monza che ha coinvolto Penati senza inquadrare questa notizia in un più ampio, radicale, profondo cambiamento del panorama dei poteri politici ed economici che travolge Milano in attesa che tracimi nel paese. La città vive la stagione della caduta degli dei, potenti e intoccabili fino a ieri, fragili e sconfitti oggi.
È caduto il San Raffaele di don Luigi Verzè, con il suo retaggio di affari, compromissioni con la politica e gli affari che l’eccellenza clinica e scientifica non ha potuto cancellare. Il suicidio di Mario Cal, capo azienda dell’ospedale, e l’arrivo di professionisti dell’emergenzam con Giovanni Maria Flick ed Enrico Bondi testimoniano la gravità della situazione. È molto instabile Salvatore
Ligresti, altro bastione del potere milanese che da Craxi è arrivato a Berlusconi passando per la Mediobanca di Cuccia. I suoi figli sono stati costretti dalle banche a fare un passo indietro nella conduzione della compagnia di assicurazioni Fondaria Sai ma don Salvatore, quasi a confermare la sua orgogliosa resistenza alle difficoltà, si è
rifiutato di andare in procura dove i giudici vogliono sentirlo sugli ostacoli alla vigilanza che egli avrebbe frapposto in occasione delle trattative per l’ingresso dei francesi di Groupama in Premafin. Forse
Ligresti paga l’abbandono di Cesare Geronzi e l’indebolimento di Berlusconi. Stare dentro il Corriere della Sera, dove è rappresentato da un campione della prima repubblica come Massimo Pini, non offre più protezione alle attuali bufere politiche e giudiziarie. E anche la stessa Mediobanca post-Geronzi pare aver voglia di aprire le finestre a qualche novità. Penati ha rappresentato per tanto tempo un potere amministrativo e politico che, nel regno di Berlusconi, cercava una strada per resistere e battere leforze prevalenti della destra. Per anni è stato il punto di riferimento dell’opposizione, anche perchè era stato l’unico a sconfiggere gli epigoni di Berlusconi. Penati diventa sindaco di Sesto nel 1994, all’epoca della prima ondata di Forza Italia, e dieci anni dopo presidente della provincia di Milano. Il pragmatismo amministrativo è sempre stato centrale nella sua azione politica. Forse era una scelta inevitabile nell’impero della destra e in un mondo troppo moderato, dove molti hanno cercato di emulare il linguaggio del centrodestra per cercare un successo politico lungamente atteso. Ma non era così e Giuliano Pisapia con la sua educata radicalità lo ha dimostrato negli ultimi mesi anche in una città molto
moderata. Penati è stato un pezzo di potere in città, ha cercato di convivere, tra contrasti e alleanze, con un mondo complicato. Ha fatto forse meglio come sindaco di Sesto quando si trovò a fronteggiare il processo di deindustrializzazione più vasto non d’Italia, ma d’Europa, piuttosto che come presidente della Provincia con gli affari dell’autostrada Serravalle. Oggi, come in altri tempi e in altre vicende simili di questo Paese, la coincidenza forse non casuale di inchieste giudiziarie, di sfortune aziendali, di crisi finanziarie colpisce e destabilizza simboli, personaggi, alleanze dell’economia e della politica.
La caduta degli dei può sorprendere, ma continuerà. Non c’è dubbio.

L’Unità 23.07.11

"Università, in autunno si tornerà sui tetti", di Walter Tocci

In parlamento si torna a discutere della legge Gelmini. Giovedi scorso la commissione cultura ha esaminato il primo decreto attuativo relativo alle procedure di abilitazione dei professori universitari.
Arriva con grande ritardo e non è immediatamente attuativo, perché rinvia a successivi provvedimenti proprio le questioni più importanti: criteri di valutazione e settori concorsuali. Un decreto chiama l’altro, ma non sono ciliegie. È una sequela burocratica con l’unico scopo di fare melina e tenere bloccati più a lungo possibile i concorsi – sono passati ormai tre anni – per consentire al sistema di assorbire i tagli di Tremonti.
In commissione il Pd ha votato contro la proposta governativa e ha chiesto la presentazione di un nuovo testo contenente tutti gli elementi necessari per un’immediata attuazione delle procedure di valutazione.
Ben altro impegno ha mostrato la ministra sul fondo per il merito, imponendo una repentina modifica dopo solo tre mesi della legge 240 per creare un altro carrozzone pubblico, una fondazione con relativi presidente e consiglio di amministrazione incaricata della gestione. Per adesso siamo ancora alla fuffa di dichiarazioni di principio, ma già si intravede dove vogliono andare a parare.
I soldi sono pochi per il diritto allo studio, circa 100 milioni, cioè quasi la metà di quanto versano gli stessi studenti con la tassa regionale e pari al 5-6 per cento del finanziamento pubblico stanziato in Francia e Germania, rispettivamente 1,6-1,9 miliardi di euro. Eppure, la ministra intende stornare una quota di questi finanziamenti verso la Fondazione per il merito – che opera a prescindere dal reddito – per estendere i sussidi anche ai figli di papà. Se il figlio di una famiglia ricca va bene negli studi non ha certo bisogno di essere aiutato con qualche centinaia di euro dallo stato, ma semmai a lui e a tutti i meritevoli, a prescindere dal reddito, andrebbero offerte opportunità di alta formazione, ad esempio serie scuole di specializzazione, e in presenza di motivazioni anche attività di ricerca. Il sussidio pubblico, soprattutto se le risorse sono scarse, andrebbe invece concentrato solo sui meritevoli che non ce la fanno a sostenere i costi degli studi. Almeno così dice la nostra Costituzione.
Il sussidio ai figli di papà ha trovato largo consenso nel dibattito, nonostante siano più forti in Italia le differenze sociali nella formazione dei giovani, i quali si trovano esposti ad almeno tre trappole che impediscono il pieno sviluppo delle capacità. C’è innanzitutto una trappola cognitiva poiché la quota di laureati figli di non diplomati è al di sotto degli standard europei. Ormai solo ai figli di avvocati, di imprenditori ecc. sono assicurate le stesse opportunità dei genitori. C’è una trappola territoriale evidenziata, ad esempio, dal fatto che gli studenti idonei senza borsa sono concentrati quasi esclusivamente nelle regioni del Sud. Infine, c’è una trappola sociale e va crescendo sotto i morsi della crisi. Sono i figli delle famiglie più povere e del ceto medio in difficoltà a rinunciare agli studi universitari perché non ce la fanno a sostenere i costi o perché si vanno convincendo che la laurea non garantisce più un’occupazione adeguata. E forse la tendenza è stata aiutata anche dal silenzioso aumento della tasse universitarie del 30 per cento negli ultimi tre anni, praticato dagli atenei senza rispettare l’attuale limite di legge.
Comunque, l’effetto immediato della legge 240 consiste nella paralisi dell’università.
La stretta burocratica e i tagli finanziari convergono nel produrre un sistema universitario più piccolo, più rigido e più sottomesso. E di conseguenza gli atenei diventano sempre difficili da governare.
A tale esito ha contribuito la crisi della leadership accademica, che è, a mio avviso, la ragione fondamentale della crisi dell’università italiana.
Si sono infatti inariditi i processi di formazione della classe dirigente e non emergono più all’interno dell’accademia quelle personalità capaci di convincere la comunità scientifica senza ricorrere alle norme, ma in virtù della propria autorevolezza e del prestigio culturale o morale. I dirigenti accademici ricorrono all’intervento esterno per porre fine alle discussioni accademiche con il sigillo della legge. Ma in questo modo contribuiscono a indebolire il prestigio dell’istituzione che dirigono.
Paradossalmente l’unico tentativo di restituirela credibilità all’università italiana è venuto dagli studenti, dai giovani ricercatori e in generale dai professori meno impegnati nelle burocrazie accademiche.
Sono andati sui tetti, come a dire la volontà di riportare in alto il rango dell’istituzione universitaria.
E allora in autunno dovrà continuare a farsi sentire questa voce. Bisogna riprendere la mobilitazione per fermare i guasti prodotti dal governo e per cominciare a tracciare una via nuova di autentica riforma. E in questo impegno dovranno tornare a darsi la mano la mobilitazione negli atenei e l’opposizione nel parlamento, come avvenne lo scorso dicembre.

da Europa Quotidiano 23.07.11

"Napolitano: attacchi inaccettabili alle toghe", di Umberto Rosso

“Attenti agli umori antidemocratici”. Berlusconi: con Bossi tutto a posto, governo saldo. Il capo dello Stato “bacchetta” il premier: sul nuovo Guardasigilli non sono pronti. Napolitano che sulla finanziaria ha “commissariato” il governo? E che esercita ormai un presidenzialismo di fatto? «Interpretazioni dietrologiche, fanta-istituzionali del mio operato». Il capo dello Stato liquida così le polemiche, ricevendo il tradizionale Ventaglio della stampa parlamentare, spiegando che «non c´è nulla di serio in queste ricostruzioni, perché non ho invaso alcuno spazio o ruolo che non fosse il mio». Un suo preciso «dovere», precisa Napolitano, quello di spingere per far passare in tempi record la manovra, con un´importante «prova di coesione» fra le forze politiche che però non deve restare l´unica. «È indubbiamente servita, come sa bene chi segue l´Eurozona e i mercati finanziari, ma quella prova di coesione non è stata risolutiva perché molto resta da fare». Invito rivolto a tutti i partiti, ma poi a margine della cerimonia, chiacchierando con i giornalisti, il presidente della Repubblica spedisce un messaggio al governo sulla telenovela della sostituzione del ministro Alfano: «Io ero e sono pronto, ma il governo mi pare abbia altre preoccupazioni… ». Rivela: «Non ho ricevuto alcuna rosa di nomi. Quella l´ho vista pubblicata sui giornali, una lista con una dozzina di candidati. E come va individuato il nome giusto? Che facciamo sorteggiamo il numero? L´uno, il tre, il sei oppure il nove?». Non passa molto dalla tirata d´orecchie, ed ecco che Berlusconi assicura che il nome arriverà in settimana, «e sono sicuro che avrà il sì del Quirinale». Il premier garantisce che con la Lega è tutto ok, «sento Bossi al telefono, non c´è nessuna preoccupazione per la tenuta della maggioranza», e annuncia l´approvazione in Consiglio dei ministri della proposta di riforma costituzionale. Però per il dopo-Alfano Berlusconi dovrà tenere conto di quel che Napolitano ha aggiunto spiegando di «aver sconsigliato di scegliere il sostituto fra i ministri in carica, evitando un effetto-domino che si trasformerebbe in un rimpasto di governo: meglio allora per la nomina puntare su una personalità parlamentare».
Ma l´inquilino del Colle torna anche sulle polemiche dopo il suo richiamo ai magistrati, smentendo le letture forzate. E lo fa citando le parole del presidente dell´Anm, secondo il quale tanto più ci sono fatti gravi che coinvolgono il palazzo tanto più i magistrati devono essere inappuntabili e professionali nel perseguire i reati. «Anche così – dice Napolitano – si vanificano attacchi inammissibili alla magistratura e si disinnesca un fuorvianti conflitto tra politica e magistratura». E gela anche l´esultanza di chi, nel centrodestra, aveva letto in quelle parole contro l´abuso di intercettazioni una bordata contro l´inchiesta sulla P4 che ha portato la Camera a dire di sì all´arresto di Papa. «Non commentavo – tiene dunque a precisare il capo dello Stato – libere decisioni del Parlamento che sempre rispetto». E lascia partire una secca replica a Di Pietro, non citato per nome ma chiaramente riconoscibile nei «difensori d´ufficio della magistratura» chiamati in causa da Napolitano. Ai giovani uditori il capo dello Stato ricorda di aver parlato dell´obbligo di intervenire di fronte ad ogni episodio di corruzione, abuso di potere, attività truffaldine. «Come da ciò si possa invece ricavare di aver messo sullo stesso piano chi commette i reati e chi li combatte, lascio a voi giudicarlo». Sui costi della politica, mette in guardia da «pericolosi umori antidemocratici», ma ricorda di auspicare da tempo una semplificazione dell´architettura istituzionale e «tangibili correzioni del costume politico». Comunque, buone vacanze del capo dello Stato ai giornalisti. «Non vedo cose clamorose come l´anno scorso», ovvero quando Berlusconi e Fini ruppero.

La Repubblica 23.07.11

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Ma il Cavaliere sfida il Quirinale “Martedì subito la norma salva-Ruby”, di Francesco Bei e Liana Milella

Nei sondaggi crolla al 25% la fiducia nel premier e al 26 quella del governo. Il Colle sale al 90%. Approvare la norma blocca-Ruby subito, prima della chiusura estiva delle Camere. Per lanciare un segnale preciso sulla giustizia, in controtendenza rispetto alla sconfitta su Alfonso Papa e alle voci insistenti di procure in movimento all´assalto del palazzo. Questo pretende Berlusconi prima delle vacanze. Questo sta chiedendo ai suoi ormai da giorni. «Dobbiamo opporre resistenza e far capire con nettezza che non piegheremo la testa di fronte a questa nuova ondata di giustizialismo dilagante».
Niente di meglio, per riuscirci, che un´altra delle sue leggi ad personam. Quella ribattezzata “processo lungo”, che contiene già due zeppe per rallentare i dibattimenti, in particolare i suoi a Milano, Ruby, Mills, Mediaset, Mediatrade. Più poteri alle difese nell´imporre ai giudici la lista dei testi, divieto di usare le sentenze definitive già nei processi in corso. Ma soprattutto l´assist, quella piccola regola che impone, sempre ai giudici, di fermare le udienze in presenza di un conflitto di attribuzione. Giusto il caso di Ruby e di Mediaset.
La Lega già rumoreggia perché l´originario disegno di legge Lussana sul divieto di ottenere il rito abbreviato per i reati da ergastolo è stato stravolto. Ma anche a costo di andare, come per certo si andrà, a un nuovo scontro con il Quirinale, il Cavaliere ha imposto al gruppo del Pdl di piazzare il “processo lungo” nel calendario d´aula la prossima settimana, da martedì, sfidando il centrosinistra e giusto in tempo per essere approvato prima delle ferie. Il premier non è riuscito, come avrebbe voluto, nell´originaria pretesa di chiudere la partita addirittura anche alla Camera. Gli hanno spiegato che avrebbero dovuto tenere i deputati incollati alla sedia fino a Ferragosto e questo avrebbe prodotto un altro risultato negativo: far chiudere subito anche la partita sull´arresto di Marco Milanese. Berlusconi conta ora sul fatto che l´approvazione del ddl in un solo ramo del Parlamento – palazzo Madama – possa consentire ai suoi avvocati di premere in Tribunale per fermare i processi.
Il braccio di ferro con il Quirinale e con l´opposizione è comunque assicurato, in questo scorcio di luglio caldo. Potrebbe coincidere anche con l´ultima settimana da Guardasigilli di Angelino Alfano. Lui vuole andare via a tutti i costi dal governo. Vuole mani totalmente libere sul Pdl. A Napolitano ha detto «sto per lasciare». Ma la transizione è difficile. La carta giusta ancora non c´è. E ai vertici del Pdl c´è chi assicura che il cambio di guardia si farà all´inizio della prossima settimana (anche perché Napolitano a metà settimana andrà in vacanza) e chi invece è certo di un rinvio a settembre. Potrebbe anche diventare necessario imporre la candidatura a chi, per esempio il vice presidente della Camera Maurizio Lupi, preferisce fare quello che sta facendo e occuparsi del partito. Finisce nel grottesco questa sostituzione. Tutti smaniano solitamente per fare il ministro, ma adesso nel Pdl nessuno vuole diventare un “Guardasigilli breve”, di breve durata se ad ottobre matura la crisi, con più oneri che onori, soprattutto nel pieno di una nuova Mani pulite. E con un governo che, come rivelano gli stessi sondaggi di palazzo Chigi, non ha mai toccato punte così basse di gradimento. L´ultima rilevazione, planata sulla scrivania del Cavaliere tre giorni fa, dà la sua fiducia al minimo storico con il 25 per cento, mentre quella del governo nel suo complesso è scesa al 26%. Numeri da brivido, a cui fa invece da contraltare la popolarità al 90% del capo dello Stato.
In questa situazione il premier non è riuscito, come invece avrebbe voluto, a ottenere da Umberto Bossi alcuna assicurazione circa le intenzioni del Carroccio. Ieri la prevista telefonata tra i due leader non c´è stata e con la Lega resta il gelo. Lo dimostra, da ultimo, la contrapposizione sul disegno di legge Calderoli di riforma della Costituzione. Nel Pdl infatti non ne vogliono sapere, lo ritengono pieno zeppo di errori. I senatori di Berlusconi non hanno alcuna intenzione di dare il via libera a un testo che lascia ai soli deputati il privilegio di votare la fiducia al governo. Con palazzo Madama che, di fatto, sarebbe ridotto a una sorta di Conferenza Stato-Regioni più larga. Per questo ieri in Consiglio dei ministri il ddl è stato approvato «salvo intese», ovvero resta sospeso in un limbo finché non sarà trovato un accordo dentro la maggioranza. Calderoli non l´ha presa bene e si è rifiutato di scendere in conferenza stampa insieme a Berlusconi.

La Repubblica 23.07.11