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"Più tasse, meno donazioni: così la manovra colpisce il non profit", da Redattore Sociale

Più tasse, meno donazioni: così la manovra colpisce il non profit
Il taglio delle agevolazioni fiscali sugli utili delle associazioni che gestiscono strutture di accoglienza e sulle donazioni a volontariato e terzo settore rischia di incidere pesantemente su bilanci e servizi. “Si tassa il lavoro dei volontari”. La manovra finanziaria e il mondo del non profit. A pochi giorni dall’approvazione del testo da parte del Parlamento (il 15 luglio scorso), operatori e tecnici fanno i conti e cercano di capire la reale portata della manovra e la sua incidenza sulle casse e, di conseguenza, sull’attività del terzo settore italiano.
A far notizia è, ovviamente, il taglio alle agevolazioni, che incidono sull’attività delle associazioni sia per quel che riguarda le agevolazioni fiscali dirette e sia per quel che concerne le erogazioni liberali, vale a dire le donazioni di cui le stesse associazioni possono usufruire e che, a regime, diventeranno assai meno convenienti per chi le eroga (persone fisiche e aziende). Cerchiamo di capirne di più.
Imposta sul reddito. Per ciò che concerne le agevolazioni in materia di enti non commerciali, i minori introiti per lo Stato si assestano oggi a oltre i 403 milioni di euro. La manovra finanziaria prevede di tagliarne un 20% tra il 2013 e il 2014, vale a dire circa 81 milioni. Una prima voce è quella relativa all’Ires (Imposta sul reddito delle società) nei confronti di enti e istituti di assistenza sociale, società di mutuo soccorso, enti di assistenza e beneficenza ecc. Una voce che incide per ben 168,6 milioni di euro (lo Stato applica la riduzione del 50% dell’agevolazione, fissata per gli enti non commerciali al 27,5%). In questo caso, dunque, un effetto diretto di + 33 milioni di euro sotto forma di imposta.
Utili tassati. Altro blocco è quello relativo ai regimi speciali di cui gli enti non commerciali possono usufruire. Anche qui si tratta di ripercussioni dirette. Parliamo della non commerciabilità delle attività svolte dagli enti associativi e dei proventi derivanti delle attività direttamente connesse. In altre parole: ci sono enti non commerciali, onlus, associazioni che gestiscono magari attività interne, bar, ecc… La manovra dispone che sui proventi di queste attività si dovranno pagare ora l’Iva e le altre tasse. Non solo: le associazioni e le comunità che agiscono in convenzione con gli enti pubblici per l’accoglienza di minori, recupero di tossicodipendenti ecc., adesso vedranno il proprio utile tassato. Anche in questo caso lo Stato prevede un risparmio che dovrebbe aggirarsi attorno agli 11-12 milioni di euro.
“Una scelta strana e ingiusta – afferma Sergio Carducci, commercialista, consigliere d’amministrazione della comunità “La Speranza”, che nelle Marche si occupa del recupero di persone tossicodipendenti -. Queste somme non si possono definire ‘utili’ in senso proprio, essendo relativi ad associazioni ‘senza scopo di lucro’ che quindi devono reinvestire il denaro a scopi sociali coerenti con le proprie attività. Ma non solo: molte associazioni riescono a fare utili perché possono contare sul lavoro dei volontari. Tassarli significa tassare proprio il lavoro dei volontari. Un fatto anche concettualmente assurdo”.
Donazioni. L’ultimo blocco è quello della deducibilità delle erogazioni liberali in denaro delle aziende, vale a dire le donazioni agli enti non profit. Sono toccate praticamente tutte le voci. In questo caso lo Stato prevede un risparmio di circa 17 milioni di euro, come conseguenza della minore possibilità delle imprese di dedurre le somme donate. Ma non è solo questo che preoccupa. A destare allarme è il possibile effetto perverso che questa riduzione potrebbe innescare. Un effetto “moltiplicatore”, per cui i soggetti potrebbero decidere di donare meno, o non donare, e questo comporterebbe un danno enorme per gli enti del sociale, con pesanti ripercussioni sulle loro attività.
Il problema si pone anche per le erogazioni liberali al terzo settore ad opera delle persone fisiche. Il regime è ancora quello della deducibilità e della detraibilità, per un risparmio previsto di 27 milioni di euro.
“L’effetto moltiplicatore è devastante – conclude Carducci -. Stando al risparmio fiscale previsto, si potrebbe ipotizzare una diminuzione corposa delle donazioni! Dunque la manovra incide sull’agevolazione fiscale per le persone, ma non prende in considerazione le conseguenze di questa minore convenienza delle agevolazioni! Che, anzi, rappresentano il volano per l’innesco di un effetto perverso”. Un vero e proprio colpo per il terzo settore, “neanche compensato dal 5 per mille. Anzi, l’impressione è che molti perderanno così quello che ottengono proprio con il 5 per
mille”, precisa Carducci.

Redattore Sociale 23.07.11

"Un paese impoverito e l'erosione della legalità", di Nadia Urbinati

Chi governa un Paese non dovrebbe sottomettere le proprie scelte a nessun´altra autorità che non sia la legge: qui sta il seme della libertà e anche la condizione del benessere, individuale e collettivo. Su questa massima si sono trovati d´accordo conservatori e democratici, i seguaci di Edmund Burke e di Jean-Jacques Rousseau. Nonostante la sua generale condivisione, però, questa massima di prudenza e di buon senso ha trovato forti resistenze. Chi scriverà la storia del nostro Paese e la potrà raccontare senza incontrare diffidenze ideologiche si troverà probabilmente a dover dar conto degli effetti sociali che questa resistenza ha prodotto nel corso degli ultimi decenni, per esempio della correlazione tra impoverimento generale e deperimento del senso della legge, e poi, immancabilmente, tra essa e il declino del senso di giustizia sociale. L´escalation delle manovre economiche è in qualche modo un riflesso e un´indicazione di questa storia.
L´incontro nefasto di questi fattori ha accompagnato il graduale declino economico e sociale, un declino il cui inizio è databile agli anni ´80 e ai governi ispirati o guidati da Bettino Craxi. La sua politica economica a partire dal principio di quel decennio ha implicato l´espansione del debito pubblico con una proporzione rispetto al Pil che, scrivono gli economisti, passò dal 70% al 90% nel giro di pochi anni. Sul debito dello Stato sono cresciuti i guadagni privati ma anche la gestione fallimentare del bilancio pubblico generando quell´asimmetria che grava oggi su di noi e che non è solo economica: asimmetria tra ciò che è nell´interesse del singolo e ciò che è nell´interesse pubblico o della società larga. Innescare la contraddizione tra interesse generale e interesse individuale è stato determinante nel favorire un´altra vicenda collaterale, non meno infelice, quella dell´incremento dell´evasione fiscale, poiché agli squilibri accumulati dai conti pubblici ha corrisposto l´impennata di questo fenomeno per il quale l´Italia è tristemente ai primi posti nel mondo. L´evasione è un documento esplicito del contrasto tra individuo e società, un contrasto che in alcuni casi, anche di recente, è stato alimentato dalle stesse forze politiche per acquistare consensi o abbattere governi (ricordiamo per esempio gli attacchi dell´allora Forza Italia contro la campagna anti-evasione fiscale promossa dal ministro Visco).
Infine, a completare la storia del dissesto dell´interesse pubblico c´è da mettere in conto la pratica trasversale e ormai strutturale della corruzione. Corruzione che deve essere intesa in senso proprio, ovvero come una pratica che genera politiche intenzionalmente volte a favorire alcuni a discapito di altri e della legge – un esempio per tutti, quel “decreto Berlusconi” (un decreto si badi bene che porta il nome della persona che ne beneficia), varato nei primi anni ´80 dopo la decisione dei pretori di Torino, Roma e Pescara di oscurare i canali televisivi della Fininvest di proprietà dell´attuale presidente del Consiglio, allora un imprenditore legato da forte amicizia con Craxi. Al di là del significato di favore e in questo senso di corruzione di quel decreto, è importante osservare che con esso venne suggellato anche il contrasto tra le istituzioni dello Stato poiché con quel decreto la politica stabiliva una contrapposizione diretta con la magistratura e il dettato costituzionale. Se si vuole riassumere in una frase il senso, lo spirito, della storia politica di quegli anni si potrebbe dire che si ebbe un divorzio tra governo della legge e governo delle convenienze, dove per governo delle convenienze non deve intendersi ciò che è prudente o necessario per il bene del Paese, ma ciò che è utile al fine di consolidare o proteggere un determinato legame di potere tra individui o gruppi sociali.
Politica dell´arricchimento privato a spese della stabilità economica e sociale del Paese e politica dell´erosione della legalità sono andate insieme. E non è un caso che proprio negli anni ´80 sia stata praticata in grande stile la pratica fallimentare dei condoni edilizi e fiscali: una catena di sant´Antonio che ha riconosciuto e accettato la violazione della legge, fino a incentivarla. In questa politica del dissesto pubblico e della corruttela si situa la pratica delle “manovre” economiche, una ricorrente pratica che, istituita con i crismi dell´eccezionalità, è diventata quasi ordinaria, figlia anch´essa deli anni ´80 e che ha progressivamente impoverito la nostra società, la sua capacità di crescere e di rischiare per il futuro.
Impoverimento nei servizi prima di tutto con periodiche picconate alla loro efficienza, equa distribuzione e qualità; impoverimento per l´erosione dei risparmi e delle potenzialità delle famiglie e delle persone, soprattutto dei più giovani. La dissociazione tra interesse privato e interesse pubblico che è stata alimentata da quelle politiche di spreco e anche di illegalità ha avuto come conseguenza nemmeno troppo indiretta l´impoverimento generale della nostra società. La corruzione impoverisce, come ben sanno quei Paesi europei (il nostro tra questi) che sono più fragili anche perché più esposti agli effetti di bilanci dissestati e nei quali il bene pubblico è stato oggetto di saccheggio con irresponsabile sistematicità. L´idea balzana che ha dominato in questi decenni è stata quella per cui ciascuno si fa prima di tutto l´interesse proprio, senza comprendere che l´interesse proprio per essere sicuro deve in qualche modo incontrarsi con quello altrui – ma questa filosofia dell´utile richiede una prudenza che soltanto un senso ragionato di giustizia può illuminare. Per questo, i Paesi con i conti pubblici meno in regola sono anche quelli dalla più incerta etica pubblica. L´Italia è tra questi; ed è un Paese a rischio soprattutto per la mancanza di una classe politica di governo che si convinca ad accettare le proprie responsabilità e riconoscere i propri limiti e fallimenti; che insomma non anteponga il proprio interesse a quello generale. Per questo, nonostante tutto, quella italiana è in primo luogo una crisi politica la cui soluzione può venire solo da una svolta nella classe di governo.

La Repubblica 23.07.11

Ministeri a Monza? Due camere e cucina. CdM annuncia riforma, PD “La solita bolla di sapone”

Ministeri a Monza? Due camere e cucina. CdM annuncia riforma, PD “La solita bolla di sapone”
Fassina: “Il governo fa propaganda e non si occupa del Paese”. Ventura: “Berlusconi solo al comando di niente”. Misiani sullo spostamento dei Ministeri: “Bossi-Calderoli hanno perso il senso del ridicolo”. “Anche oggi abbiamo assistito all’ennesima proposta fantasma del governo sotto forma di riforma costituzionale”, questo il commento del responsabile economia della Segreteria del Pd Stefano Fassina, dopo il Consiglio dei Ministri che ha annunciato una riforma costituzionale che sarà varata domenica 4 settembre.

“Con l’economia in difficoltà, l’occupazione che non riprende, la crescita che non c’è e una manovra appena entrata in vigore che metterà le mani pesantemente nelle tasche degli italiani e taglierà servizi e assistenza – ha aggiunto Fassina – il governo si balocca con la ritinteggiatura delle scenografie, con l’inaugurazione dei finti ministeri al Nord, con iniziative che nulla hanno a che fare con i problemi veri del Paese. Questa riforma – ha dichiarato il responsabile economico del PD – ha lo stesso rilievo della famosa scossa all’economia, che sarebbe dovuta arrivare dalla riforma costituzionale dell’articolo 41, o le straordinarie liberalizzazioni che appena messe sulla carta nel decreto della manovra, sono scomparse”.

“L’immagine di Berlusconi da solo davanti ai giornalisti nel post consiglio dei ministri, dá esattamente l’idea di un uomo solo al comando di niente – ha detto Michele Ventura, Vice Presidente vicario dei deputati democratici -. Il loro tempo è scaduto. Non vogliamo entrare nel merito di annunci che forse non vedranno mai la luce, come suggerisce anche la data festiva entro la quale dovrebbe essere pronta quella ‘riforma salvo intese’ presentata al CdM di oggi”.

Ventura ha poi ribadito ciò che il PD ha chiesto ad una maggioranza di governo ormai allo sbando, ovvero “l’immediata calendarizzazione delle proposte già presentate per la riduzione dei parlamentari e come ha annunciato il segretario Bersani nell’ultima Direzione, la proposta di legge elettorale del PD, che sarà pronta entro fine luglio. Gli italiani hanno bisogno di un altro governo – ha concluso- e hanno il diritto di tornare a scegliere i loro rappresentanti”.

“L’ennesima riforma epocale annunciata dal governo Berlusconi rischia di rivelarsi una bolla di sapone per coprire le crepe di una maggioranza sfaldata che non riesce neppure pù a licenziare un testo dal Consiglio dei ministri”, ha affermato Maurizio Migliavacca Coordinatore nazionale del Pd. “A inizio legislatura il Partito democratico ha depositato le sue proposte di riforma, ma da parte della maggioranza abbiamo potuto registrare solo tre anni di ostentato silenzio. Ora presentano una bozza estiva – ha ricordato anche Migliavacca – il cui unico esito al momento è quello di confermare la palude in cui è arenata la maggioranza. Il problema è che in questa palude stanno tenendo tutto il Paese. E’ ora che il governo vada a casa”.

Riguardo l’apertura annunciata per domani a Monza di tre uffici ministeriali, da parte della Lega, che rientra nel fantomatico disegno di spostare i Ministeri al nord, sono intervenuti Antonio Misiani, deputato e Tesoriere del Pd e il deputato democratico Emanuele Fiano, responsabile nazionale Sicurezza.

“Bossi e Calderoli hanno perso il senso del ridicolo e della misura, si apprestano a far passare due camere e cucina come la grande conquista dei ministeri al Nord “, ha commentato Misiani. “Con tutto ciò che sta accadendo in Italia e in Europa dobbiamo assistere alla pantomima dell’inaugurazione di due ufficietti, con l’occupazione di una villa storica, per dimostrare che Bossi e Calderoli hanno soddisfatto la grande promessa agli elettori. Sarebbe perfino divertente, se non fosse che l’incapacità di questo governo di guardare in faccia i problemi veri del Paese e di affrontarli, la stanno pagando drammaticamente tutti gli italiani con i propri soldi, con i propri sacrifici, con l’assenza di una prospettiva per i propri figli”.

“Per adesso il federalismo vale 150 mq – ha detto ironicamente Fiano – la Lega di Bossi e Calderoli è tutta qui, retorica e pareti di cartoni. Il fantomatico spostamento di due ministeri leghisti al Nord, il famoso scambio della chiave di cartone della villa di Monza che il sindaco di quella città ha organizzato sul palco di Pontida, si stanno traducendo in queste ore nella penosa e ridicola apertura di due inutili uffici sottratti al patrimonio artistico pubblico della villa di Monza. Ovviamente non verrà spostata nessuna vera funzione di governo – ha concluso Fiano – ma sicuramente i telegiornali di regime dedicheranno molto spazio a questa barzelletta, mentre intanto fuori dalla villa i cittadini lombardi si preparano a pagare il raddoppio del ticket sanitario e le nuove tasse imposte dal vero governo di Roma ladrona”.

Insomma il governo naviga allo sbando, “Il presidente Berlusconi dice di non essere preoccupato per la tenuta della sua maggioranza”, ha fatto notare Oriano Giovanelli, deputato del Pd e presidente forum Riforma della Pa. “Noi come Pd invece siamo preoccupati perché il governo non esiste più. E oggi dal Consiglio dei ministri è arrivato il solito spot estivo, in quanto l’’approvazione del ddl di riforma costituzionale – ha sottolineato – è stata sostanzialmente rinviata a settembre e a Palazzo Chigi non si è vista traccia dei due ministri padri della bozza. Bossi assente mentre Calderoli neppure si è presentato alla conferenza stampa finale per illustrare la sua epocale riforma. Se non fosse una tragedia per il Paese che aspetta invece certezze sull’economia, sullo stato dei conti pubblici, sulla crescita e sull’occupazione, sarebbe una barzelletta”.

Anto.Pro.

www.partitodemocratico.it

"Il sogno infranto del Paese disarmato", di Adriano Sofri

Quando arrivò a capo della creazione, Dio si frugò nelle tasche e trovò una manciata di granelli di polvere. Rovesciò le tasche, strofinò i polpastrelli, la polvere cadde e fece la Norvegia, mari e monti, isole e fiordi. Nessun posto del mondo è così bello e così civile. Ieri il primo ministro Jens Stoltenberg, bersaglio lui stesso della guerra scatenata da qualche miserabile farabutto, ha detto: «Non ci toglieranno il nostro modo di vivere». Era la cosa più importante da dire, e tuttavia la Norvegia dopo ieri non sarà più lo stesso Paese, prima di tutto per i norvegesi. Non è più stata quella di prima la Svezia, dopo la sera del 1986 in cui il primo ministro Olof Palme, che tornava a casa da un cinema, a piedi, con sua moglie, fu assassinato.
La convivenza e la semplicità di modi riescono a suscitare un odio speciale. La semplicità senza ostentazione segna la monarchia, il cui erede ha sposato un´ottima ragazza madre, cui si attribuivano trascorsi di droga. Ancora ieri, un poliziotto di Oslo ha detto a chi lo intervistava: «Noi siamo disarmati, e spero che non ci costringano mai ad armarci».
I norvegesi tengono la natura come la cosa più preziosa, e più che rispettarla le appartengono. Senza smancerie, perché è spesso una natura durissima. Averci a che fare è impossibile senza contare sui propri vicini, e questa solidarietà va assieme a un riserbo e una sobrietà leggendari. Si scherza, neanche tanto: se una famigliola norvegese arriva a piantare la tenda sulla sponda di un lago e ne intravede un´altra sulla sponda opposta riparte brontolando: «C´è troppa folla qui». L´individualismo coincide con una sensazione invincibile del proprio diritto: non c´è soggezione all´autorità, sfiderebbe il ridicolo il norvegese che dicesse a un altro: «Lei non sa chi sono io».
Il rispetto per la legge dello Stato vale finché il cittadino senta di condividere la morale dello Stato. Anche ora che è molto più americanizzata, la Norvegia conserva un suo sentimento sdegnosamente fiero. Non c´è hytte che non abbia il pennone per la bandiera, issata a segnalare che in quel momento la casa è abitata: un clamoroso segnale a vantaggio dei ladri, in un paese dove si devono temere molto i ladri.
Fra i paesi scandinavi, la Norvegia era la sorella povera, e anche dopo l´indipendenza, nel 1905, gli svedesi la guardavano con una certa condiscendenza. Poi il petrolio del Mare del Nord l´ha resa improvvisamente ricca, ma senza che se ne dimenticasse. A un armatore oggi ricchissimo fu intentata una causa, con l´accusa di aver comprato la patente nautica. La vinse quando il suo avvocato spiegò che uno che era nato pescatore e a 12 anni col primo paio di scarpe era imbarcato sui pescherecci nell´oceano non avrebbe avuto bisogno di comprarsi patenti.
Il petrolio coincide ovunque con la tirannide e l´oscurantismo (con poche eccezioni, ora il Ghana, forse). Siccome il petrolio finisce, i norvegesi ne hanno fatto una risorsa da accantonare largamente per le generazioni a venire, e hanno selezionato i loro partner economici in modo da escludere dittatori e violatori di diritti umani e corrotti.
Oggi la Norvegia resiste alle pressioni congiunte di Usa Canada e Russia sul petrolio nel mare di Barents, per difendere un modo di estrazione non distruttivo e il futuro della pesca: «Il petrolio finirà e noi mangeremo di nuovo aringhe». Il futuro della pesca del resto è spacciato dovunque, e anche alle Lofoten si moltiplicano le annate in cui la pesca del merluzzo è sospesa.
La Norvegia, che non arriva ai cinque milioni di abitanti, non fa parte dell´Unione Europea – ripetuti referendum hanno respinto l´ingresso – e conserva la sua moneta, la corona. Tiene il primo posto nelle graduatorie sui diritti e sulla qualità della vita. Internazionale ripubblicava ieri il servizio di Le Monde sui padri norvegesi – nove su dieci – che vanno in congedo per stare coi figli neonati. Dal 2006 nei consigli di amministrazione deve sedere per legge il 40 per cento di donne, di fatto sono più numerose. Si immaginarono cortei di uomini: «Non siamo panda».
Tutti i cittadini partecipano degli aiuti al mondo povero, per i quali la Norvegia è di gran lunga al primo posto. Lo è anche per le missioni delle Nazioni Unite. Un lettore o uno spettatore italiano resterebbe stupito di fronte all´estrema sobrietà con cui in Norvegia si dà notizia della morte di militari o volontari norvegesi in zone di guerra o di missione. L´accoglienza agli stranieri, specialmente asiatici – a cominciare dai vietnamiti – è stata molto vasta, e ha sperimentato, prima di altri paesi, le difficoltà e anche i fallimenti di programmi di integrazione troppo fiduciosi. Oslo conosce tensioni e paure, ma niente poteva far immaginare una violenza così sfrenata e feroce, se non proprio l´odio speciale che provocano la calma e la bellezza. Mentre scrivo non so quanti morti è costata la giornata di ieri, nel centro della città e sull´isola dei ragazzi. Mi tornano in mente i cimiteri norvegesi, che somigliano a giardini e si chiamano così. Noi iscriviamo nostri ricordi e saluti sulle tombe dei morti. Là sono i morti a salutare chi è rimasto, con tre monosillabi: «Takk for alt». Grazie di tutto.

La Repubblica 23.07.11

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“Addio al mito del paese perfetto”, di LUCIA ANNUNZIATA

Ha guidato per circa un decennio, dal 2000 al 2006, e ancora nel 2009 e nel 2010, il Human Development Index, l’indice che designa i Paesi più evoluti del mondo misurando il livello di eguaglianza, integrazione e opportunità. E’ stata indicata per anni di seguito come la nazione con il più alto livello di vita. Ma anche e soprattutto, ancora l’anno scorso, come il Paese più pacifico del mondo. Sulla bomba che ha fatto saltare gli edifici del centro di Oslo è saltato, ieri, anche il mito della Norvegia come Paese perfetto. Ma questo violento risveglio è davvero una sorpresa? Nulla avviene in realtà mai all’improvviso, e neanche questo attacco del terrorismo all’estremo Nord d’Europa, arriva di punto in bianco.

L’islamofobia è stata in permanente crescita negli ultimi anni sotto la pelle del quietissimo Paese, in cui circa 150 mila islamici su una popolazione di cinque milioni di abitanti, hanno finito con il costituire un permanente elemento di frizione culturale, un esempio tangibilissimo di come l’Islam in un Paese pure laicissimo non sia facilmente assorbibile. E questo ha portato anche a una lenta fine della presunta tranquillità della Norvegia, a un’inesorabile crescita dei controlli in tutte le direzioni.

Infatti il terrorismo e l’Islam non sono assolutamente la stessa cosa, ma l’ondata terrorista – che potrebbe avere un marchio jihadista – non si capirebbe se non si tenesse presente anche il mondo in cui questa si sviluppa. L’arresto di un uomo norvegese lascia aperta la porta del terrorismo interno, ma certo non si possono escludere legami internazionali.

Il terrorismo aveva già inviato i suoi segnali alla Norvegia l’anno scorso. Nel luglio del 2010 vennero arrestati ad Oslo tre uomini legati ad Al Qaeda. Tre uomini, uno dei quali fermato in Germania, accusati di preparare un attacco come quello che nel settembre era stato sventato alla metropolitana di New York. Punto ancora più rilevante, ci sarebbe stato un legame fra il gruppo newyorchese e quello norvegese, ed entrambi sarebbero stati in collegamento con il gruppo che preparava un altro attentato sventato a Londra.

La cattura fu il risultato di una vasta operazione di antiterrorismo internazionale, e, nel suo insieme, portava alla luce l’ennesima evoluzione del qaedismo: la formazione di piccoli gruppi di cittadini residenti o naturalizzati, di origini non omogenee, «comandati» dall’esterno. I tre arrestati esattamente un anno fa in Norvegia erano, ad esempio, secondo le dichiarazioni della polizia norvegese «un cinese uighuro di 39 anni, un iracheno di 37, e un uzbeko di 31».

La varietà etnica dei gruppi è oggi, secondo gli esperti, la vera novità del terrorismo tradizionalmente formatosi all’ombra di comunità omogenee (pakistani, iracheni, afghani). Il primo esempio di questo nuovo modello è, sempre secondo gli esperti, il sanguinoso attacco all’hotel Taj Mahal di Mumbai nel novembre del 2008. La frammentazione etnica rende molto difficile l’identificazione delle cellule; anche per questo, persino l’arresto di un cittadino norvegese non può far escludere alcuna ipotesi.

Meno chiari sono i motivi dell’attacco. In queste prime ore si parla di una rappresaglia per la partecipazione della Norvegia alle operazioni in Afghanistan e a quelle in Libia. Ma anche se fosse così, si tratterebbe di poco più che d’una scusa. La Norvegia ha forze armate che, in piena mobilitazione, contano 80 mila uomini (e donne); la sua partecipazione in Afghanistan avviene in una delle province più lontane dai conflitti, mentre l’intervento in Libia conta otto aerei.
Proprio il fronte antiguerra può aver coagulato vari tipi di estremismi, unendo il dissenso interno con le minacce che arrivano dall’estero.

La Stampa 23.07.11

"ll Pd ai rettori: meglio tardi che mai. Ora uniti per campagna-verità", di Marco Meloni*

Se non fosse per la estrema gravità della situazione che descrive, dovremmo accogliere con soddisfazione la nota di ieri della Conferenza dei Rettori delle Università italiane. Si tratta infatti di concetti e dati che il PD ha ripetuto in questi anni fino allo sfinimento, tra lo scetticismo di quanti si sbracciavano a sostenere in ogni sede le meraviglie della riforma Gelmini, recitando ossequiosi il mantra “risorse in cambio di riforme”. Ad ogni modo, meglio tardi che mai. Purtroppo, nonostante questa nuova consapevolezza della Crui, per l’università italiana sarà difficilissimo riprendersi, dato che le condizioni della finanza pubblica sono ben peggiori rispetto a tre anni fa, quando si avviato il disinvestimento strutturale di cui finalmente ora anche i Rettori prendono atto. Nel frattempo, come nota la Crui, i docenti che vanno in pensione non vengono rimpiazzati (ne avevamo già molti meno del necessario, numeri alla mano), molte migliaia di giovani ricercatori sono abbandonati a loro stessi, con una imperdonabile dispersione di talenti, le risorse per il diritto allo studio sono azzerate. Con esso, è azzerato il futuro di milioni di ragazzi, oltre che ogni principio di equità e mobilità sociale.

Un quadro sempre più drammatico: ci auguriamo che quanti comprendono che senza ricerca e istruzione l’Italia non potrà riprendere alcun percorso di crescita e di giustizia, da domani siano uniti in una grande operazione-verità sull’università italiana: sui disastri provocati dal trio Berlusconi-Tremonti-Gelmini che, mentre prometteva riforme, provava a distruggere il nostro sistema universitario, e sulla necessità di invertire immediatamente la rotta. Che fare? Servono riforme e risorse, mentre questo governo non si è curato né delle une né delle altre. Il PD ha preso un impegno chiaro: a parità di saldi, orienteremo in modo del tutto diverso il peso dei sacrifici e le politiche per la crescita. Per il bene del Paese, speriamo di poterlo fare molto presto.

*Marco Meloni, responsabile Università e ricerca del Partito democratico

"La farsa del bonus bebè", di Manuela Ghizzoni e Donata Lenzi

Tutto è iniziato con una lettera: «Felicitazioni per il tuo arrivo. Lo sai che la nuova legge Finanziaria ti assegna 1000 euro? Ti invio i più affettuosi auguri per una vita lunga. Un grosso bacio». Firmato Silvio Berlusconi. Così, tra il 2005 e il 2006, migliaia di famiglie, con un fiocco rosa o azzurro sulla porta di casa, sono venute a conoscenza del bonus bebè.
“Un regalo che a distanza di anni si è trasformato in un boomerang, con lo Stato che adesso ne pretende 4000 indietro – spiegano le deputate del Partito Democratico Manuela Ghizzoni, e Donata Lenzi, che hanno interrogato questa mattina il Governo sulla vicenda – Le famiglie, per ricevere il bonus, dovevano autocertificare di non superare il reddito di 50000 Euro. L’Amministrazione non aveva però specificato se netti o lordi, e da questa grave trascuratezza è nato tutto il caos. In tanti dichiararono il reddito imponibile e oggi si vedono contestare il bonus ricevuto, il pagamento della sanzione amministrativa pari a 3000 euro e, se dovesse essere accertata la violazione del codice penale, una multa dai 5000 ai 25000 euro. È chiaro che la ‘fretta elettorale’ del Governo Berlusconi nel 2006 ha impedito di realizzare un provvedimento che prevedesse controlli ex ante e non successivi all’erogazione della provvidenza”.
“Sembra una farsa che si ripete, ma invece è la tragedia a cui questo governo ci mette ogni giorno di fronte”, commentano Lenzi e Ghizzoni, che hanno chiesto al Governo quante lettere sono state spedite o stanno per esserlo, e se davvero le famiglie dovranno restituire i 1000 euro ricevuti e, peggio, pagare le sanzioni ed ammende previste.

“Ci aspettavamo dal Governo una risposta positiva per le famiglie italiane, poiché sono state indotte nell’errore dalle generiche indicazioni disposte dall’Amministrazione o dalle informazioni ricevute agli uffici postali o al call center attivato all’uopo. La risposta a “braccio” pervenuta questa mattina del sottosegretario Carlo Giovanardi é stata, invece, di segno negativo, in virtù del presunto “danno erariale” e pertanto della obbligatorietà di recuperare il bonus concesso a chi non ne aveva “diritto”: l’ennesima prova che l’unica famiglia che interessa veramente al Governo è quella che porta il cognome del Presidente del Consiglio – dichiarano le due deputate del PD – Il sottosegretario ha parlato di 8000 lettere inviate alle famiglie, nelle quali ci si “limita” a chiedere solo la restituzione dei 1000 euro e non di 4000 euro. Dati che contrastano con le informazioni raccolte nei giorni scorsi: alle famiglie é stata recapitata una raccomandata con ricevuta di ritorno che impone la restituzione di 3999 euro, mentre le associazioni dei consumatori parlano di oltre quattromila casi soltanto in Piemonte. Sarà nostra cura inoltrare all’attenzione del Sottosegretario Giovanardi le copie delle lettere pervenute alle famiglie, che fanno riferimento a ben altro importo!”
“Le informazioni sul bonus erano generiche e rese ancora più confuse dalla lettera scritta dal Premier in persona e occorre fare piena chiarezza sulla vicenda. Alle rassicurazioni rese da Giovanardi sul fatto che non vi saranno sanzioni devono seguire atti coerenti, annunciati con chiarezza sul sito del Ministero.”
“Se le rassicurazioni di Giovanardi dovessero essere smentite, invitiamo il Presidente del Consiglio a scrivere nuovamente una lettera ai bambini nati nel 2005 e gli proponiamo fin d’ora il testo: «Felicitazioni per il tuo sesto compleanno. È il Presidente del Consiglio a scriverti per farti capire come teniamo a te e alla tua famiglia: lo sai che i tuoi genitori dovranno pagare all’erario 4000 euro? Il motivo è dovuto al fatto che nella fretta di scriverti cinque anni fa non avevo spiegato come funzionava il bonus bebè perché ero più interessato al voto dei tuoi genitori. A questo contributo che chiedo al tuo papà e alla tua mamma, aggiungo i sacrifici e i pesanti tagli alla finanza pubblica del prossimo triennio. Forse avete già preparato le valigie per le vacanze, ma prima di partire verificate se è ancora possibile sul vostro conto corrente. Dimenticavo, quest’anno cominci anche la scuola. Anche per questo ti faccio gli auguri, coi tagli che abbiamo apportato anche lì, ne hai veramente bisogno. Un grosso bacio, tuo Silvio Berlusconi»

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“Bonus bebè da restituire per ottomila famiglie”, di Valentina Melis

Ottomila famiglie sono chiamate dal ministero dell’Economia a restituire il bonus bebè da mille euro ottenuto in seguito alla Finanziaria 2006. Stanno arrivando in questi giorni, infatti, le lettere dell’amministrazione che contestano l’incasso dell’assegno per aver autocertificato in maniera sbagliata il proprio reddito: «Si contesta alla Signoria Vostra – si legge nella missiva – di avere riscosso illecitamente il bonus bebè per avere sottoscritto e utilizzato un’autocertificazione mendace al fine di percepire la suddetta somma (…). Si comunica che di quanto sopra esposto, sarà fatta apposita segnalazione alla Procura della Repubblica».

Il bonus era stato introdotto dalla Finanziaria 2006 (legge 266/2005, articolo 1, commi 331-334) per ogni figlio nato o adottato nel 2005 o per ogni secondo o ulteriore figlio nato o adottato nel 2006. Un bonus annunciato da una lettera del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, inviata ai nuovi nati del 2005, con l’indicazione dell’ufficio postale presso cui i genitori avrebbero potuto riscuotere la somma.

La contestazione arriva dopo le verifiche dell’agenzia delle Entrate sul reddito del nucleo familiare indicato al momento della richiesta dell’assegno, cinque anni fa: la norma prevedeva, infatti, che per beneficiare dell’agevolazione, la famiglia del nuovo nato dovesse avere «un reddito complessivo» non superiore a 50mila euro.

Molte famiglie hanno commesso errori nell’autocertificazione dei requisiti (non era prevista alcuna mediazione dei professionisti o dei Caf per compilare il documento): alcuni hanno indicato il reddito “netto”; altri hanno segnalato il reddito da lavoro dipendente senza considerare l’abitazione principale; altri ancora hanno incluso fra i componenti del nucleo anche familiari non a carico, che non rientrano nella composizione del nucleo fiscale (composto da familiari a carico e coniuge – non separato – del dichiarante). Così, l’amministrazione chiede ora la restituzione entro 30 giorni del bonus da mille euro ingiustamente incassato, e, nei casi in cui il giudice penale accerterà che c’è stata falsa autocertificazione, il versamento di 3mila euro (il triplo del beneficio ottenuto) come sanzione amministrativa.

Secondo Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presisdenza del Consiglio con delega alla famiglia, «su 550mila bambini nati nel 2005, le contestazioni sono 8mila». Intervistato da Radio 24, durante il programma «Salvadanaio», Giovanardi ha precisato che «chi ha ricevuto questa lettera con la richiesta di restituzione, ma pensa di aver avuto il diritto all’assegno, può farlo presente all’amministrazione. Se invece le condizioni di legge non ci sono, basterà restituire i mille euro ricevuti cinque anni fa, senza interessi». Quanto alla sanzione amministrativa da 3mila euro, Giovanardi precisa che «se la mancata restituzione e la contestazione sfociano a livello penale in una condanna, allora la sanzione dei 3mila euro può arrivare, ma sono casi limite».

«Dopo cinque anni dall’incasso del bonus bebè – spiega l’avvocato Maria Stella Anastasi della Lega consumatori – gli utenti potrebbero invocare la prescrizione. In ogni caso, sarebbe necessaria una moratoria per avere il tempo di esaminare ogni contestazione, soprattutto nell’imminenza delle vacanze estive».

dal Sole 24 Ore 22.07.11

"Tagli, donne senza assistenza. Chiudono i centri anti-violenza", di Giulia Cerino

Le strutture di accoglienza e assistenza per le donne vittime di soprusi, costretti a ridurre o chiudere le proprie attività. Su 58 affiliati se ne contano oltre 40 in difficoltà. Quelle più a rischio sono le case rifugio, dove si nascondono le donne in pericolo di vita. Il ministero delle Pari Opportunità ha fatto piazza pulita. L’Italia è un Paese per donne? Pare proprio di no. La conferma arriva oggi dopo un anno di richieste, reclami e proteste: uno dopo l’altro chiudono i battenti i Centri Antiviolenza sparsi su tutto il territorio nazionale, soffocati dai debiti per i tagli e per l’assenza di finanziamenti già stanziati, senza alcun intervento da parte delle istituzioni per salvare le strutture esistenti, che da anni sostengono donne e minori in difficoltà.

Spariti diciotto milioni. Ma che fine hanno fatto i 18 milioni di euro previsti dalla precedente finanziaria e destinati al Piano Nazionale contro la violenza di genere? Risponde Alessandra Bagnara, presidente di D.i.Re, 1 Donne in rete contro la violenza Onlus, associazione che raccoglie in un unico progetto 58 associazione di donne che affrontano il tema della violenza maschile secondo l’ottica della differenza di genere. La presidente la domanda l’ha posta direttamente alla ministra Carfagna, con una lettera a lei indirizzata. “Il denaro – spiega – doveva essere redistribuito sul territorio nazionale e gestito dal ministero”. Peccato che poi questi soldi si siano persi per strada.

Dove sono finiti quei soldi? Prova a rispondere Simona Lanzoni, Responsabile Progetti per la Fondazione Pangea Onlus 2, che conferma: “I soldi erano stati stanziati dal governo Prodi. Poi, la Carfagna, su suggerimento di Tremonti, li ha spostati. Dove non si sa. L’unica cosa certa è che tre di quei 18 milioni sono finiti sull’edilizia, a favore della ricostruzione de l’Aquila”.

Da Nord a Sud. Lo scenario è sempre quello. I centri antiviolenza sono al verde, costretti a ridurre o chiudere le proprie attività. Su 58 affiliati, la D. i. Re ne conta oltre 40 in difficoltà. Quelle più a rischio sono le case rifugio, dove si nascondono le donne in pericolo di vita. Il ministero ha fatto piazza pulita. “A Viterbo il centro Erinna si è visto revocare il suo mandato, rinnovato per tre anni nel 2009, un anno prima della sua conclusione, febbraio 2012, dal presidente della provincia Marcello Meroi, che – pur avendo verificato di persona le condizioni del centro – ha fatto sapere che sarà indetto un bando per permettere anche a altre organizzazioni di partecipare, senza però preoccuparsi né di far concludere il lavoro al servizio già presente sul territorio e senza preoccuparsi del buco che l’utenza avrà nel periodo di transizione, che vedrà spazzato via anni di lavoro e di esperienza sul campo”.

Le città più colpite. “A Messina – spiega la Bagnara – le feste e le sottoscrizioni non bastano più a colmare un sistema in cui gli enti locali sono ormai bloccati e non finanziano più niente a nessuno, e dove le donne violentate e maltrattate vengono considerate secondarie rispetto a altri problemi presenti nel territorio”. Poi c’è Belluno “dove non esiste una legge per i centri antiviolenza e dove anche la casa rifugio è stata chiusa e dove i progetti per i bambini vengono finanziati da privati”. Catania, “dove ormai si vive alla giornata, in quanto gli enti locali fanno finta di non riconoscere il problema, e dove già nel 2007 è stata chiusa la casa rifugio”. Roma, “dove il centro Lisa non ha più i soldi per pagare l’affitto ed è sotto sfratto perché l’Ater non riconosce lo scopo sociale della Onlus e quindi non dà la possibilità di riduzione del canone malgrado la tipologia di lavoro che viene svolto. Gorizia, “dove i finanziamenti sono stati drasticamente tagliati” e, infine, anche Cosenza, “dove l’anno scorso è già stata chiusa la casa rifugio e dove si attende l’esito del bando regionale che è stato presentato dopo un periodo di assenza totale di qualsiasi sostegno pubblico”.

Tra moglie e marito non mettere il dito. Il nodo è nel familismo. “Il governo attuale ha inaugurato una politica volta alla mediazione all’interno della famiglia. Si spinge – spiega Lanzoni – affinché le donne vittime di violenza restino in casa, risolvano i problemi assieme all’uomo. Ma, a quanto pare, non leggono nemmeno le statistiche 3. Una politica così è fallimentare”. Non solo. “Il governo non riconosce più la differenza tra la violenza sulle donne e quella sugli esseri umani in generale. La tendenza – continua la Lanzoni – è ad annullare l’approccio di genere. Vorrebbero parlare di diritti umani in generale, ma non capiscono che il problema femminile è specifico”.

Il problema è politico dunque. Quei 18 milioni sarebbero dovuti servire per implementare gli sportelli già esistenti e costruirne di nuovi nelle Regioni dove ancora mancano strutture di accoglienza per le donne in difficoltà. In Molise, per esempio. Anche in questo caso, si era parlato di progetti, di aprire bandi e destinare parte delle somme a scopi specifici. E invece, “il Governo e gli enti locali italiani continuano a tagliare fondi su un problema che non è né individuale né di sicurezza ma collettivo e di informazione, e su cui lo stesso Parlamento Europeo ha dato chiare direttive sul sostegno degli Stati Membri alle Ong che gestiscono i centri antiviolenza attivi sul territorio”.

Servono risorse. Sì, ma quante? “Dipende dalle dimensioni del Centro, ma per Latina, un piccolo centro rispetto ad altri, direi quasi 200mila euro l’anno”. Il ragionamento però può essere ribaltato. Quanto costa allo Stato non intervenire? “Le donne che cercano assistenza – riprende la Lanzoni – sono spesso pagate in nero, non hanno reddito ma figli a carico. Insomma, sono persone legate all’assistenza a tutto tondo, ai servizi sociali, alle Asl. Il che pesa sul budget statale. Se invece dessero spazio ai centri e agli operatori, parte del lavoro potremmo accollarlo noi. Così anche le spese statali si ridurrebbero”.

Manca il riconoscimento. Invece, oltre ai quattrini, manca il riconoscimento. “Non riconoscono il lavoro degli operatori dei centri anti-violenza. Il governo tende a spostare i compiti dai nostri centri agli istituti di suore. Niente di male, ma qui noi lavoriamo per una causa. Almeno, chiude la Lanzoni, ci facciano sapere se hanno un piano per il futuro”.

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