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Terrorismo, le famiglie delle vittime ancora aspettano la legge «dimenticata», di Gioia Salvatori

Tra le disposizioni previste dalla legge 206 del 2004 (e disattese) il collocamento lavorativo agevolato, la liquidazione del tfr rivalutato del defunto, borse di studio, l’assistenza sanitaria gratuita e gli sgravi fiscali sull’Irpef. Nelle stragi di Stato e negli attentati degli anni di piombo hanno perso figli, mogli, mariti, amici. Oppure li
hanno visti restare disabili, incapaci di lavorare, segnati per sempre. Era il 1969 e la bomba in piazza Fontana a Milano inaugurava gli anni del terrorismo. Oggi, a più di 40 anni, i familiari delle vittime e i superstiti, sono ancora costretti in prima linea per il riconoscimento dei loro diritti. A pochi giorni dal 31° anniversario della strage di Bologna (2 agosto), l’Unione vittime per stragi e l’associazione italiana vittime del terrorismo e dell’eversione contro l’ordinamento costituzionale dello Stato (Aiviter), dicono basta alla retorica dei «siamo con voi» o «l’Italia non dimentica».
UNA LEGGE DIMENTICATA
Perché l’Italia non solo dimentica ma spesso non sa, e la politica nel processo di copertura ci mette il suo. Dopo sette anni, è la denuncia delle associazioni, la legge 206 del 2004, quella che regola i diritti a provvigioni pensionistiche o assistenziali per vittime del terroristmo e loro famiglie, è largamente inattuata. Su centinaia di cittadini che avrebbero diritto a misure come il collocamento lavorativo agevolato, la liquidazione del tfr rivalutato del defunto, borse di studio, assistenza sanitaria gratuita, sgravi fiscali sull’Irpef ecc., in molti, a seconda della propria posizione, vantano crediti con lo Stato. Su 630 pensioni, 60 risultano non lavorate, cioè senza maggiorazione. «La legge, nonostante il mare di ordini del giorno da noi sollecitati e approvati in Parlamento con voti trasversali, è ampiamente inattuata», è la denuncia. Le associazioni chiedono al governo di trovare i soldi utili a pagare questi debiti: 17 milioni circa, poi 8 milioni ogni anno.
«IL GOVERNO CI HA PRESO IN GIRO»
Per Paolo Bolognesi, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime del 2 agosto, il movente è politico: «Questo governo ci ha preso in giro. Berlusconi prima di insediarsi nel 2008, ci ha ricevuto e ci ha detto che avrebbe risolto tutti i sospesi. Ci ha rimandato a Gianni Letta. Lo abbiamo incontrato, ci sono stati tavoli tecnici ma niente di sostanziale è cambiato. C’è la volontà politica di colpirci, per ripicca, per la nostra battaglia contro il segreto di Stato».
L’INERZIA BUROCRATICA
«La politica colpevole – per dirla con le parole di Manlio Milani che in piazza la Loggia perse la moglie e oggi è un anziano coi capelli bianchi che ancora lotta – dà una sponda all’inerzia burocratica». Nel rimpallo dei «chi paga?» tra casse previdenziali e ministero, ad esempio, solo da poco è stato stabilito che il tfr dei lavoratori dipendenti che sono stati vittime, comprensivo dell’aggiunta di 10
anni di contributi, lo paga il ministero dell’Interno. Ci sono voluti 40 anni. Code burocratiche che per i familiari sono come sale sulle ferite; perché se sei un superstite di piazza della Loggia (strage del ’74) e lì hai perso il coniuge, fa male che il riconoscimento della tua invalidità arrivi nel 2009 e non sia mai allegato alle carte del processo. Fa male anche sapere che non puoi andare in pensione quando vuoi, come dice la legge 206, se la mattina del due agosto 1980 eri un bambino di sei anni che aspettava il treno alla stazione di Bologna e la nonna ti è morta davanti. Eppure lo Stato te lo
aveva promesso con una legge che saresti potuto andare in pensione col 100% dell’ultimo stipendio quando volevi, se avevi un’invalidità uguale o maggiore all’80% e il giorno della strage eri minorenne.
GLI ARRETRATI
E poi ci sono gli arretrati sulla riqualificazione delle pensioni che
non arrivano, il collocamento agevolato con priorità rispetto alle altre categorie che non si fa per assenza di fondi, l’assistenza sanitaria gratuita in tutte le regioni e non solo nella propria che è un miraggio. Non si tratta solo di soldi, ma «di rinsaldare un rapporto tra cittadini e istituzioni che lo Stato pare voler affossare, piuttosto che recuperare – dice Manlio Milani, presidente dell’associazione familiari vittime di piazza della Loggia. Ricorda della medaglia al valore negata alle vittime di piazza Fontana, e la famiglia del poliziotto ucciso nel 1979 che come riliquidazione pensionistica ha avuto 1200 euro. Da spartire tra gli eredi».

L’Unità 22.07.11

"L'etica e i partiti", di Alfredo Reichlin

Non si tratta di una questione morale ma di un tema politico di prima grandezza. Un partito come il Pd, che ha l’ambizione di portare il Paese fuori dalla crisi della Seconda Repubblica e contribuire alla ricostruzione di un tessuto civile e democratico, deve usare verso se stesso il massimo di rigore e di trasparenza. E deve tornare ad agire come un organismo collettivo, come una comunità.
Quando uno dei sui diritenti viene accusato di reati gravi, o comunque incompatibili con il sereno esercizio di un ruolo pubblico, questi deve compiere quel passo indietro che consenta a se stesso la piena libertà nell’azione giudiziaria e al partito di riprendere la propria battaglia secondo le priorità che si è dato. Non è un cedimento al vento giustizialista. E neppure all’antipolitica. È anzi la ribellione nei confronti dei partiti personali e dei troppi personalismi che stanno logorando le reti di solidarietà politica e persino la tenuta istituzionale. Il centrosinistra, i progressisti non possono pretendere una diversità antropologica. Sarebbe questo un sentimento elitario. I partiti democratici sono partiti popolari. Che devono rafforzare i principi dell’etica pubblica e l’onestà dei comportamenti nell’azione quotidiana. Le divisioni manichee tra il bene e il male sono invece funzionali a soluzioni oligarchiche, che temono l’irrompere di soggetti portatori delle istanze dei ceti più deboli e dei nuovi esclusi. La serietà di un partito, e diciamo pure la sua diversità, sta allora esattamente nella serietà e nel rigore con cui è capace di applicare per sè le regole che vuole estendere alla società e alla vita pubblica.
Non si tratta di affidare ad un magistrato un ruolo politico indiretto. La rappresentanza politica deve comunque assumersi la propria responsabilità nel giudicare la fondatezza di un’accusa o di un’indagine. Ma la risposta non può essere condizionata dall’interesse all’autoprotezione di un singolo o di un gruppo. Rompere la gabbia del partito personale è parte dell’impresa politico-culturale volta alla costruzione di partiti moderni, democratici, espressione di interessi sociali e di speranze
di cambiamento. Quelle speranze che tanti vogliono reprimere, a cominciare da chi oggi cerca di negare legittimità ad un’alternativa di governo di fronte al mesto declino della stagione berlusconiana.

L’Unità 22.07.11

"Il vuoto di leadership e l'azione costante del Quirinale", di Stefano Folli

Il piccolo ritardo con cui Berlusconi si è presentato alla colazione del Consiglio europeo di Bruxelles, con gli altri commensali già seduti a tavola, ha un suo valore simbolico. Fotografa la scarsa rilevanza dell’Italia in un consesso dove Germania e Francia esibiscono un duopolio che non ha nemmeno bisogno di salvare le apparenze.
Così la borsa di Milano è risalita ieri in modo travolgente, grazie al nuovo piano di salvataggio della Grecia, ma tutti capiscono che il governo di Roma ha un ruolo davvero minimo nel processo decisionale. Il problema è la credibilità della leadership. In Europa ne sono convinti da tempo, in Italia la percezione si è diffusa di recente anche in una certa opinione pubblica vicina al centrodestra. Il logoramento del rapporto Pdl-Lega, che il caso Papa ha fatto esplodere, ha messo davanti agli occhi di tutti e in forme abbastanza drammatiche questa crisi alla testa del governo. Non sappiamo quanto durerà, se settimane o mesi. É probabile che gli strappi della Lega siano destinati a proseguire, dai rifiuti di Napoli al finanziamento delle missioni militari. Ed è vero, peraltro, che il Carroccio non ha interesse a far precipitare le cose. Il punto è che i terremoti politici non sono sempre controllabili.

É evidente a tutti che stiamo vivendo le fasi convulse e tormentate che chiudono una lunga stagione. Anche dal punto di vista fisico, l’impressione è plastica: da un lato un Berlusconi distratto e silenzioso, oppure iracondo e sfiduciato; dall’altro un Bossi che non arriva a Roma per il consiglio dei ministri e se ne resta al Nord, magari per giustificati motivi. Il binomio “B&B” che ha segnato un’epoca sembra evaporare un giorno dopo l’altro.

Eppure sappiamo che un’assenza di leadership come quella che l’Italia sta sperimentando, sia in Europa sia all’interno della nazione, non potrà essere sopportata a lungo. La politica tende sempre a colmare i vuoti e accadrà così anche in questa circostanza, benché in forme e modi ancora sconosciuti.

Del resto, la presenza costante, persino quotidiana del presidente della Repubblica sulla scena ha anche questo significato: rassicurare e garantire. Dare il segnale preciso, si potrebbe dire, che al vertice delle istituzioni c’è chi ha in mano il timone. In altri termini, non siamo all’8 settembre. Anche se forse ci avviciniamo al 25 luglio (e non solo per via del calendario). Ieri Napolitano ha inteso mettere un freno allo scontro distruttivo fra politica e magistratura. Lo ha fatto all’indomani dell’arresto di Papa, ammonendo i magistrati a restare nei limiti e quindi a non alimentare le inquietudini anti-politiche. In una parola, a non destabilizzare.

Qualche rischio che il gioco sfugga di mano c’è e il capo dello Stato ha voluto tranquillizzare le forze parlamentari. Certo, il ’92 è lontano e dovrebbero esserlo anche i fantasmi di una nuova Tangentopoli. Eppure la paura serpeggia nelle due Camere, incrocia i fermenti di cui le cronache sono piene, rischia di diventare una psicosi soprattutto in qualche ambiente della maggioranza. La psicosi delle «monetine», il timore di essere bollati come Casta e trattati di conseguenza.

Anche questo è il prodotto della politica debole, di scelte non fatte quando era necessario, di promesse non mantenute. Come quella, recentissima, di tagliare sul serio e non a parole i costi del cosiddetto Palazzo. L’estate è calda e forse continuerà a esserlo.

Il Sole 24 Ore 22.07.11

Gerardo D’Ambrosio «Troppi protagonismi, in gioco la democrazia», di Roberto Brunelli

Il magistrato di Mani Pulite «Ha ragione il presidente Ma è chiaro che per ricostruire un rapporto sano tra le istituzioni bisogna cominciare dal principio di legalità». Ne sa qualcosa, Gerardo D’Ambrosio, dei rapporti non esattamente idilliaci tra la magistratura e un bel pezzo di classe politica. In questi giorni capita spesso che qualcuno, soprattutto a destra, evochi lo spettro di Tangentopoli, ma certo non è solo questo il motivo per cui uno dei maggiori protagonisti del pool di Mani Pulite è oggi ben disposto a commentare le parole del capo dello Stato: in ballo ci sono alcune delle questioni più controverse della giustizia in questo ultimo scorcio di berlusconismo. Non a caso l’anziano magistrato sceglie le proprie parole con estrema cura.
Dottor D’Ambrosio, il presidente Napolitano è tornato a chiedere la fine di quello che lui definisce «lo sterile scontro tra politica e magistratura». Lei che ne pensa? «Un’istituzione non può aggredire un’altra istituzione: è chiaro che su questo non si deve discutere. Gli attacchi gratuiti non possono essere giustificati in nessun modo: scontri a livello istituzionale non possono che provocare danno alla democrazia. Fa bene il presidente a richiamare ciascuna istituzione al proprio ruolo. Naturalmente, per quanto riguarda la magistatura, occorre innanzitutto che si evitino occasioni per attacchi da parte di altri istituzioni dello Stato ne questo si fa non venendo meno a propri doveri nell’esercizio delle proprie funzioni, a cominciare, certamente, dalla dovuta serietà e riservatezza.
Però non c’è dubbio che anche le altri istituzioni debbamo rispettare l’operato della magistratura, sapendo che i magistrati possono anche sbagliare:non è un caso che sono previste le impugnazioni, che esistono i tribunali del riesame, i tre gradi di giudizio, la presunzione di non colpevolezza…
Insomma, la legge ha i suoi strumenti. D’altra parte, è altrettanto chiaro che da parte di tutti via sia il rispetto assoluto della legalità…». Non è esattamente il nostro caso… «Appunto. In Italia, la degenerazione del sistema è evidente, tanto da preoccupare anche il governatore della Banca d’Italia ai fini della stessa tenuta democratica: ebbene, alla luce di tutto questo credo che l’azione della magistratura non possa essere considerata così inopportuna».
Il capo dello Stato fa anche un accenno al protagonismo di alcuni magistrati…
«Guardi, il protagonismo nasce dal fatto che la nostra è una società in cui l’informazione pubblica ha un rilievo sempre più grande e non rimane inerte di fronte a episodi di un certo clamore. In questi casi non mi meraviglia che un magistrato possa essere protagonista suo malgrado, trovandosi oggetto di un’attenzione continua. Altrettanto certamente il magistrato non deve fare niente per esagerare, per travalicare».
Napolitano parla anche delle intercettazioni… Uso o abuso?
«Le regole ci sono ma sono regole a cui è semplice sfuggire,come abbiamo visto anche di recente. Regole che andrebbero rispettate e che cercano di tutelare la riservatezza di persone o fatti che non hanno niente a che fare con le indagini. A meno che, s’intende, non emergano fatti di tali gravità e rilevanza da imporsi anche se non riguardano direttamente l’indagine. Comunque, sono problemi che sono all’attenzione del parlamento e che prima o poi dovranno essere affrontati e risolti».
Il richiamo del presidente arriva il giorno dopo il sì della Camera all’arresto di Papa. Pensa che quel sì risponda ad un fervore giustizialista o è un’affermazione di rigore dinnanzi alla delegittimazione della politica dinnanzi ai cittadini?
«Quello che le posso dire io è che l’autorizzazione a procedere c’era già nello Statuto Albertino. Sono naturalmente dell’idea che un magistrato che procede alla carcerazione preventiva debba stare accortissimo a non fare errori, d’altronde gli atti sono stati esaminati dalla Camera con molta attenzione. Evidentemente se è lo stesso parlamento a valutare che non vi è stato fumus persecutionis da parte del magistrato nei confronti del deputato, allora non v’è motivo per cui quel deputato non venga trattato come qualsiasi altro cittadino».
Il tema, più profondo, è quello dell’equilibrio tra i poteri dello Stato e di un rapporto sano tra questi ed i cittadini.
Ci sono molte macerie:è ancora possibile rimuoverle e ricostruire?
«Io credo che un rapporto sano tra le istituzioni e tra queste e i cittadini si costruisce se si comincia ad affrontare anche il problema etico. È chiaro che a questo punto è necessario che ciascuno faccia il proprio dovere, in funzione del bene comune e rispettando il principio di legalità. È solo da qui che si può cominciare».

L’Unità 22.07.11

""Via gli ebrei". Sul web tornano le liste nere", di Marco Pasqua

Nel mirino professori universitari, magistrati e commercianti. Il sito subito oscurato. La preoccupazione della comunità: “Nomi che possono diventare obiettivi da colpire”. Professori, magistrati e commercianti. Nomi e cognomi, spesso accompagnati dagli indirizzi e dai loro numeri di telefono. Personalità che vanno «allontanate dagli atenei» e «dalle procure», mentre i loro negozi devono «essere boicottati». Tornano le blacklist di ebrei, ospitate da due blog di chiara ispirazione antisemita e neonazista. Nel primo, si ripropone una lista di 162 docenti italiani, membri di una cosiddetta «lobby ebraica». Molti sono della Sapienza di Roma, ma la lista cita tutti i principali atenei italiani. E ci sono anche quattro magistrati, accusati di «strumentalizzare politicamente le istituzioni giuridiche utilizzando la persecuzione giudiziaria contro i nemici dell´entità sionista comunemente definita Israele».
Il sito che pubblica una delle blacklist si chiama “Rumors”, ed è ospitato sulla piattaforma del Cannocchiale. Ai 162 docenti viene attribuita l´appartenenza ad una lobby il cui fine è quello di «sostenere gli interessi politici di uno stato estero». L´anonimo estensore del blog, la cui identità potrebbe presto venire rivelata dalla Polizia postale, auspica che i professori (che manipolerebbero «le menti degli studenti») vengano immediatamente allontanati dalle loro università. Stesso auspicio riservato a quattro magistrati, la cui presenza nelle procure «è un cancro da estirpare». Riccardo Pacifici, presidente della comunità ebraica di Roma e oggetto di alcuni post insultanti nello stesso blog, ha già presentato, nei giorni scorsi, una denuncia alla Postale. Nella serata di ieri, il sito era stato oscurato, e buona parte dei suoi articoli non erano più consultabili.
Ha, invece, un nome l´autore del blog sul quale è apparso un invito a boicottare le attività commerciali gestite da ebrei: è Dagoberto Bellucci, neofascista livornese trapiantato in Libano dopo la conversione all´Islam. Noto per i suoi numerosi scritti antisemiti (oltre che per aver avuto una relazione con la pornostar Eva Henger), invita i lettori a «fare buon uso» di quei nominativi, visto che «le ditte ed i nomi dei responsabili delle ditte ivi riprodotte sono ancora presenti e operative nel tessuto commerciale ed economico nazionale». Sul Forum neonazista Stormfront vengono riportati molti indirizzi di negozi gestiti da ebrei. Un particolare che preoccupa Stefano Gatti, ricercatore del Centro di documentazione ebraica contemporanea: «Questa non è più una polemica antiebraica. Qui si indicano delle persone, che diventano degli obiettivi. E non puoi sapere cosa può accadere. Le liste arrivano da ambienti radicali, nei quali c´è il culto della violenza. Chi ci dice che qualcuno non possa prendere una mazza e andare a colpire?».
Pacifici evidenzia la facilità con la quale si muovono sul web questi nemici degli ebrei: «Si chiude un sito, in Italia, e lo si apre in altri Paesi. Purtroppo c´è un vuoto legislativo. Bisogna comunque individuare e condannare i responsabili, e, soprattutto, non rimanere indifferenti: serve una condanna unanime».

Bersani: «Chi è indagato faccia un passo indietro», di Simone Collini

Il giorno dopo la notizia di Filippo Penati indagato con l’accusa di aver ricevuto tangenti nel 2001 e il giorno dopo il voto in contemporanea alla Camera e al Senato sull’autorizzazione all’arresto di Alfonso Papa e Alberto Tedesco, Pier Luigi Bersani lancia due messaggi. Uno una più corta e uno a più lunga gittata. Il primo, che cade nei confini democratici o giù di lì (Tedesco prima di passare al gruppo Misto quando è scoppiata la bufera sulla sanitopoli pugliese è stato eletto al Senato con la lista Pd): «Le regole devono valere per tutti, politici, cittadini e amministratori. Se uno è indagato è corretto che faccia un passo indietro, anche se è innocente, per non coinvolgere le istituzioni ».
Il secondo, a beneficio di chi addossa al Pd la responsabilità di aver salvato Tedesco dagli arresti domiciliari, forze del centrodestra e non solo: «Noi siamo abituati a tutti i mea culpa, però questa volta non ne dobbiamo fare perché siamo stati lineari e coerenti. Abbiamo detto alla Camera e al Senato che i deputati sono uguali agli altri cittadini». Bersani sa che il no all’autorizzazione all’arresto del senatore pugliese rischia di far pagare al Pd colpe non proprie, almeno finché non verrà dimostrato quello che Anna Finocchiaro definisce il «trucchetto » della Lega (annunciare il sì e votare poi a scrutinio segreto no), o finché non ci sarà una svolta nella vicenda. Svolta che ci potrebbe essere con le dimissioni da parte di Tedesco: «Non è più nel gruppo del Pd, poi bisogna riconoscere che ha fatto un discorso di grande dignità e ci si può aspettare che faccia un passo indietro dalle sue funzioni».

Bersani non intende aprire un processo a chi ha votato in modo diverso da quanto deciso nel corso dell’assemblea dei senatori Pd, anche se sottolinea che chi lo ha fatto «se ne prende la responsabilità». E se non lo fa è perché a impensierirlo è altro.

UN FULMINE A CIEL SERENO
La vicenda che coinvolge Penati preoccupa un po’ tutti, nel partito. Bersani la definisce «un fulmine a ciel sereno», sottolinea che si tratta di «una cosa di dieci anni fa su cui non abbiamo nozione» e ribadisce la formula di rito: fiducia che Penati dimostrerà la sua estraneità» e rassicurazione sul fatto che il Pd mantiene un «atteggiamento semplice e rigoroso»: «Non abbiamo mai messo un ostacolo alla magistratura, né mai parlato di complotto », dice arrivando alla Festa dell’Unità di Roma. Ma sul concetto insiste anche a un seminiario organizzato dal centro studi del Pd sotto il titolo «Democrazia, populismo e la risorsa partito».

Dice Bersani: «Sul tema della legalità serve trasparenza, onestà, sobrietà, bisogna dire parole chiare, essere intransigenti e rigorosi. Un deputato o un senatore o un amministratore non deve essere diverso da un marocchino. O cambiamo la legge per tutti o per nessuno. Ciascuno si prende le proprie responsabilità e la politica si deve prendere le sue». Concetti su cui il Pd da sempre insiste per combattere il centrodestra, e che ora non devono perdere di credibilità se pronunciati da esponenti di centrosinistra. Per questo nel partito ora tutti auspicano che la giustizia faccia in fretta il suo corso. Anche perché la fase che si apre andrà gestita senza sbagliareunamossa: «Avremo davanti mesi drammatici, crucialissimi e questo Paese non ha tante carte da giocare. Soprattutto guai pensare che basti buttar giù Berlusconi per risolvere i nostri problemi e uscirne. Dobbiamo farlo capire alla gente sennò passiamo ad un berlusconismo senza Berlusconi». Non a caso già l’altro giorno Bersani aveva detto all’intero gruppo dirigente riunito al Nazareno che il Pd è «una sorta di bene pubblico»: «Stiamo attenti a maneggiarlo con cura».

L’Unità 22.07.11

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“IL DIRITTO A RIVELARE IL VOTO”, di Claudio Fusani

Il centrosinistra Bersani: «Chi è indagato faccia un passo indietro»
Per Bersani non serve nessun «mea culpa» da parte del Pd. E poi: «Le regole devono valere per tutti. Se unoè indagato è corretto che faccia un passo indietro, anche se è innocente, per non coinvolgere le istituzioni». «Va invalidato il voto su Papa. È stato violato il principio e il diritto del voto segreto». Quello del capogruppo Pdl
Fabrizio Cicchitto è un tentativo tardivo e un po’ disperato di recuperare una verginità persa per sempre: per la prima volta il Parlamento ha dato il via libera all’arresto di un deputato per fatti non di sangue, omicidio e terrorismo, ma per concussione e favoreggiamento. Precedente «gravissimo perché apre le porte del parlamento alle procure». Cicchitto se la prende con «la militarizzazione del voto segreto». È la storia – rivelata da Franceschini nell’intervento in aula – del voto con il dito indice della
sinistra, per disincentivare possibili franchi tiratori di una parte e dall’altra.
Il tentativo di Cicchitto dura una manciata di ore. E muore intorno alle 5 del pomeriggio quando il presidente della Camera Gianfranco Fini precisa: «Ogni deputato ha il sacrosanto diritto di votare in
segretezza, ma ogni deputato ha anche la facoltà, se lo ritiene, di far sapere come ha votato. L’unica cosa che conta è che l’aula in piena autonomia e sovranità si è espressa sulla carcerazione di un deputato».
La segretezza è tale solo se un deputato se ne vuole avvalere. Lo avevano già detto due precedenti presidenti della Camera: Scalfaro e Bertinotti.

L’Unità 22.07.11

"Quando la questione tocca il Pd", di Stefano Menichini

Dimissioni, tuona Gad Lerner, e si riferisce a Filippo Penati. Dimissioni, chiede a grande maggioranza la rete, e si riferisce ad Alberto Tedesco. Credibilità perduta, scrive Pigi Battista, e anche qui il bersaglio è il Partito democratico. Si poteva pensare che la batosta subita da Berlusconi, il tracollo della sua maggioranza e la epocale novità sulla leadership leghista avrebbero messo mediaticamente e politicamente in secondo piano il coinvolgimento di un dirigente democratico di primissimo piano, ex braccio destro di Bersani, e anche il salvataggio (impossibile da nascondere) operato in senato in favore di un altro dirigente discusso e discutibile.
Non va così, meno male che non va così, è giusto che non vada così. Il Pd deve fare i conti fino in fondo con una contiguità fra politica e affari che, al di là di questi casi personali tutti da verificare, non lo risparmia. Il tirarsi indietro rispetto ai propri incarichi è una prima misura di salvaguardia, anche personale, e sarebbe opportuna sia per Penati (che ieri si è autosospeso da vicepresidente del consiglio regionale lombardo) che per Tedesco. Bersani lo sa.
Ma questa è solo una parte del problema. C’è anche nel Pd chi ha paura dell’invadenza delle procure, dell’aggressione dei pm a politici e pubblici amministratori, e non vuole cedere le armi dell’autonomia della politica? C’è qualcuno che sottoscrive il sacrosanto avvertimento di ieri del presidente Napolitano sugli eccessi di intercettazioni, sull’esposizione mediatica di certe inchieste, sulle tensioni tra politica e magistratura?
Eccoci qui, i primi siamo noi. E queste preoccupazioni dovrebbero essere condivise, almeno da tutti coloro che hanno memoria del passato recente e rispetto per se stessi. C’è però un modo solo per “tenere” rispetto a questi pericoli. Rigore interno, selezione feroce, semplificazione delle procedure (nelle cui complicazioni si annida il virus della corruzione) e soprattutto mai, mai, anteporre l’appartenenza politica o di gruppo nella valutazione dei casi singoli.
Nessun dirigente politico sensato, proprio di nessun partito, può nutrire l’illusione che avvelenò i primi anni di vita del Pds, e che alla lunga si rivelò autolesionista: quella di vincere la partita politica sulla base di una differenza etica data per presupposta, acquisita. Non ci sono i migliori e non ci sono i peggiori, non geneticamente almeno. Lo diventano se lo dimostrano, e se vengono riconosciuti come tali. Quelli che urlano più forte la questione morale degli altri, o sono invasati che strumentalizzano oppure presto devono pentirsene, come è successo a Di Pietro coi suoi Scilipoti.
Quello che serve al paese è altro. Gesti pacati ma fermi, seri. Impegno tangibile per riformare la malapolitica. Riformarla, contenerla. Perché di cancellarla dalla faccia della terra può prometterlo solo un pazzo, o chi non vuole in realtà cambiare nulla.

da Europa Quotidiano 22.07.11