Latest Posts

"Il nostro voto compatto", di Alessandro Maran

Trecentodiciannove sì, 293 no. La camera non fa processi. Doveva solo decidere se nella domanda di autorizzazione a eseguire la misura cautelare del carcere per Papa vi fosse o no un intento persecutorio E ha deciso che, no, non c’era. Non c’era persecuzione, Papa aveva cercato di spiegare tutto con le presunte inimicizie nei suoi confronti da parte della procura di Napoli e non aveva fornito alla giunta nessun elemento concreto idoneo a smentire gli addebiti che gli erano stati mossi.
Alfonso Papa, Pdl, ex magistrato, finito nell’inchiesta P4 che ha allarmato l’opinione pubblica rivelando uno scenario inquietante di relazioni istituzionali alterate, di rapporti degradati e corrotti, di uso spregiudicato di ruoli e funzioni teso a ricavare denaro e altre utilità potrà dunque, come chiesto dal giudice per le indagini preliminari, essere arrestato.
Ne è passato di tempo da quando nella seduta del 29 aprile 1993 – si discuteva allora la domanda di autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi, la Lega esponeva il cappio (i retroscenisti vi racconteranno se e quanti padani hanno detto ieri sì all’arresto di Papa e quanti, invece, l’hanno negato).
A differenza di allora non c’è da parte nostra alcun compiacimento nell’erogare una misura detentiva. Privare un cittadino della libertà, è sempre difficile a prescindere dalle motivazioni e dalla loro solidità.
Ma se si fosse trattato di una persona comune e non di un membro del parlamento, questa sarebbe già in carcere, come d’altronde lo sono i coindagati.
Lo statuto giuridico particolare dei parlamentari non può costituire un irragionevole e ingiustificato privilegio, ma deve proteggere il corretto e libero esercizio della funzione legislativa dalle indebite interferenze provenienti dagli altri poteri. E deve comunque convivere con altri principi di rilevanza costituzionale come, in particolare, quello di uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge, disciplinato dall’articolo 3 della nostra Carta.
Se si ritiene che vi sia un uso eccessivo della custodia cautelare, questo va affrontato in sede legislativa, con una misura per tutti e non soltanto per alcuni.
La gente sospetta e intuisce – qualche volta a torto e spesso a ragione – che il gioco sia truccato e che a vincere siano sempre gli stessi. Vi è sete di giustizia. Troppo spesso, in questi anni, i valori di equità, rigore e trasparenza, in cui si riconosce una società, sono stati negati da comportamenti che sempre più frequentemente hanno mortificato l’interesse generale, il senso comune di appartenenza, la coesione sociale, il rispetto della legalità e l’uguaglianza dei cittadini.
È questa la radice del diffuso malcontento e disagio popolare che oggi si manifesta in modo clamoroso, tanto più di fronte ai sacrifici che vengono richiesti agli italiani. Dobbiamo offrire un cambiamento sia nella politica sia nel modo di fare politica.
A nessuno sfugge – come ha detto martedì Piero Fassino – che su questi sentimenti di sincera indignazione di molti si sovrappone una campagna alimentata e cavalcata da chi teme un cambiamento nella guida del paese e, per sbarrargli la strada, punta con brutalità sulla destabilizzazione e la delegittimazione dei poteri democratici a vantaggio di poteri assai più elitari, assai meno trasparenti quando non pericolosamente opachi. Ma il modo migliore per contrastare gli umori antipolitici non è quello di girare la testa dall’altra parte, ma è quello di mettersi in sintonia con il paese, con le sue ansie, le sue paure, le sue speranze e le sue aspettative.
Certo, il parlamento non celebra processi, ma spetta a noi dare corso a misure concrete, visibili ed efficaci, che restituiscano sobrietà, credibilità e autorevolezza a istituzioni che oggi appaiono a troppi cittadini distanti e insensibili. Il voto di ieri è una di queste misure e per questo serve un’assunzione chiara di responsabilità. Per queste ragioni il Partito democratico ha votato compatto per autorizzare l’arresto di Papa.
Perché gli uomini sono tutti uguali di fronte alla legge e di fronte alle sfide che l’Italia deve affrontare.

da Europa Quotidiano 21.07.11

"La maschera del penitente", di Francesco Merlo

Galera è parola difficile da pronunziare ed è sempre meglio non applaudire la galera, anche quando è strameritata. Ma forse l´onorevole Alfonso Papa se l´è conquistata proprio quando alla Camera ieri ha evocato i figli e la moglie, un dolente “tengo famiglia” che è al tempo stesso il tallone di Achille e il punto di forza della politica italiana. In una famiglia ciascuno ha le proprie abitudini, le proprie manie, la propria poltrona.«Bisognerà spiegare loro perché papà non torna a casa». Ma Alfonso Papa è un ex magistrato e dunque ben conosce il confine tra la giustizia e la pietà. E sa che la famiglia è l´unico argomento che mai può essere giudicato. Nelle carceri c´è il vetro o la tavolaccia ad impedire gli abbracci, i sussurri, i bisbigli e i sospiri tra i familiari. E addosso ieri Papa non si portava le immagini della moglie e dei figli ma quella orribile foto con il ricettatore. E c´erano pure quelle terribili intercettazioni quando la sua voce non era così accorata, non era così infelice. Era un altro Papa quello, un Papa con il fuoco nella testa, un Papa che non somiglia all´uomo curvo e tormentato che scrive memoriali strappalacrime e cerca di prendere tutti sottobraccio.
Ma forse il crepuscolarismo è la malattia senile della gente berlusconiana, che una volta era invece tracotante. Di sicuro non ci sono più il ghigno di Previti e la risata di Confalonieri ma c´è la faccia ordinaria da traffichino ordinario di questo Alfonso Papa appunto, che prima è andato a Messa, dettaglio del diavolo: a Messa come Andreotti, a Messa come Cuffaro… Quella del penitente è la maschera estrema, così come quella della famiglia è la risorsa estrema: sono le due trappole retoriche più abusate dai colpevoli. L´innocente invece resta impietrito, come Enzo Tortora nella famosa foto con gli schiavettoni.
Lo sguardo fisso e la camicia bianca delle grandi occasioni, poi Papa è andato avanti e indietro a caccia di pacche sulla spalla, ma nessuno gli è veramente solidale perché è una bandiera sì, ma impresentabile, è il presunto malfattore malfatto: «Ci tocca – ha confessato ieri sera Fabrizio Cicchitto a un giornalista amico – di invidiare al Pd anche Tedesco che, almeno, ha l´aria del malfattore ben fatto». Alberto Tedesco è stato ed è molto più elegante, ma la doppia morale del Parlamento è la sola pena che Alfonso Papa sicuramente non merita.
Persino la radicale Rita Bernardini che difende Caino, che nega l´esistenza dei “mostri” e che, appunto, odia la parola «galera», persino la signora del garantismo italiano non se l´è sentita di mettere la faccia di Papa al posto di quella di Tortora.
E però “galera” rimane una brutta parola. Anche se il Papa che, alla fine, vota per se stesso torna a somigliare al furbo che delinqueva con Bisignani. E certo, si potranno conoscere meglio circostanze e schieramenti di questa dissoluzione, si potrà valutare il voto di questo alla Camera e il voto di quello al Senato, si potrà cercare un senso politico in questa nebulosa che è la maggioranza in rovina, ma rimarrà questo rantolo di vita disperata del berlusconismo che chiede pietà.
Infatti Papa è il patibolare simbolo del viale del tramonto. Con gli Scilipoti e con i Bisignani, con le Minetti e con la combriccola dei manipolatori Rai ha definitivamente sostituito la gigantesca pelata di Galliani, il vecchio mondo di Sandra e Raimondo, di Mike Bongiorno, della barca “Principessa vai via”. Papa in galera è il solito ignoto del berlusconismo di fine epoca, traffica in Rolex, al suo confronto l´avvocato Mills è Arsenio Lupin.
E il dibattito alla Camera non ha certo avuto la grandezza del dibattito che assolse Craxi nella famosa giornata delle monetine. Papa infatti è schiacciato sotto le sue responsabilità e persino l´onorevole Sisto, che pure ha pronunziato la difesa più appassionata, è stato costretto a parlare d´altro, non di Papa ma di quei deputati che il Parlamento aveva già protetto dall´arresto. Ma intanto in privato tutti raccontavano storiacce sul conto di Papa, storiacce vere, colpevolezze grevi, porcherie. E ridevano, e schernivano, e disprezzavano, anche se poi con l´aria più innocente del mondo hanno detto che un deputato non si arresta, non è giusto, «un deputato, qualsiasi deputato» porta in sé e riassume in ogni attimo della sua vita politica tutta la categoria, così come il nobile gentiluomo porta con sé la sua famiglia e i suoi antenati. «Metterlo in galera significherebbe mettere in galera il Parlamento», sintetizzava Sisto. Ma Papa sapeva che mai gli avrebbero lanciato le monetine, sapeva infatti di essere anonimo, di non essere all´altezza di un identikit. «Sono un prigioniero politico» ha dichiarato prima di consegnarsi. Nel dizionario dei luoghi comuni l´italiano sotto processo è sempre indeciso tra le due formule uguali e contrarie: «sono un prigioniero politico» appunto, oppure «ho piena fiducia nella magistratura». Di Papa resteranno le impronte digitali e il Rolex. Mai Berlusconi avrebbe immaginato che dai lustrini e dall´allegria del biscione sarebbe passato al crepuscolo degli anonimi.

La Repubblica 21.07.11

******

Blitz delle Fiamme gialle all´Eni “Caccia ai contratti dell´amica di Papa”, di Dario Del Porto

Un nuovo teste rivela che Berlusconi diffidava del deputato arrestato a Montecitorio: i contatti li teneva la Valanzano. Ha fatto di tutto per salvarlo dall´arresto e ha battuto il pugno sul tavolo quando la Camera ha votato a favore dell´autorizzazione a procedere. Eppure il premier Silvio Berlusconi, secondo quanto riferito dall´ultimo testimone dell´inchiesta su dossier e ricatti denominata P4, non incontrava con piacere Alfonso Papa, il deputato del Pdl per il quale si sono aperte le porte del carcere. Anzi, nutriva «antipatia» nei suoi confronti.
Mentre a Montecitorio si decideva il destino di Papa, i pm Henry John Woodcock e Francesco Curcio coordinati dal procuratore aggiunto Francesco Greco imprimevano una nuova accelerazione all´indagine. I magistrati hanno bussato agli uffici dell´Eni nell´ambito del filone sui rapporti di lavoro intercorsi fra l´azienda e Ludmyla Spornik, la ragazza ucraina amica di Papa e da questi, secondo l´accusa, sponsorizzata. La Guardia di Finanza, hanno spiegato fonti dell´Eni, ha chiesto «alcuni chiarimenti» su documenti «riguardanti la signora Spornik» (che non è indagata) già messi precedentemente a disposizione dell´autorità giudiziaria. I pm hanno poi depositato altri atti alla vigilia dell´udienza di Riesame in programma domani per decidere sulla richiesta della Procura di riconoscere il reato di associazione a delinquere, escluso dal gip, e di applicare la custodia in carcere anche nei confronti del lobbista Luigi Bisignani, attualmente agli arresti domiciliari.
Fra le carte figura il verbale dell´avvocato civilista Santo Emanuele Mungari, sentito come teste il 18 luglio. Mungari ha spiegato di aver conosciuto Papa nell´estate 2009 «tramite Maria Elena Valanzano», già assistente parlamentare del deputato, oggi nello staff del governatore della Campania Stefano Caldoro e sorella dell´attrice Benedetta. «La Valanzano – si legge nel verbale – mi ha sempre detto di avere lei un rapporto diretto con il presidente Berlusconi e che anzi, in più di un´occasione, era stata lei stessa a far ottenere all´onorevole Papa un appuntamento con Berlusconi. La Valanzano mi ha detto diverse volte che lei stessa aveva cercato di accreditare Papa con Berlusconi» perché, afferma ancora Mungari, il premier «non sembrava tenere l´onorevole Papa in grande considerazione, attuando anzi nei suoi confronti un certo ostracismo». Maria Elena Valanzano, già sentita come teste dai pm nella prima fase dell´inchiesta, gli avrebbe inoltre riferito di essersi «lei stessa spesa con il presidente Berlusconi dal momento che Papa teneva alla nomina come sottosegretario alla Giustizia e che pativa l´ “antipatia” mostrata da Berlusconi». L´ex assistente di Papa avrebbe inoltre sottolineato al suo interlocutore di aver fatto «una certa fatica ogni volta che doveva portare Papa da Berlusconi dal momento che il presidente non aveva piacere ad incontrarlo».
Agli atti ci sono anche le foto scattate durante alcuni pedinamenti. Il 5 ottobre 2010 Papa è stato fotografato a Roma mentre incontra il deputato del Pdl Claudio Scajola, estraneo all´indagine. In altre foto appare in compagnia del sottufficiale dei carabinieri Enrico La Monica, sfuggito all´arresto perché all´estero. Il 24 settembre 2010 Papa è stato invece fotografato con Gennaro Giuliano, presunto ricettatore con il quale il parlamentare è stato anche intercettato mentre discute dell´acquisto di orologi ritenuti di dubbia provenienza. In una telefonata del 22 settembre 2010 Giuliano propone al deputato l´acquisto di un orologio modello Royal Oak per 5.500 euro aggiungendo che il prezzo di mercato sarebbe di 16200 euro. In un sms del 4 novembre 2010 il presunto ricettatore scrive: «Se interessato a qualcosa di eccezionale mi fate un colpo di telefono, dotto´, va bene?».

La Republica 21.07.11

"La fine di un'illusione", di Luigi La Spina

Può sembrare un paradosso. In una giornata politica di fortissima tensione, con le aule parlamentari ribollenti di urla, litigi al limite dello scontro fisico, e sintetizzata persino da un pugno sul tavolo sferrato dal presidente del Consiglio, i veri protagonisti sono stati due: una assenza e un lungo silenzio. La prima è stata quella di Umberto Bossi. Il secondo è stato quello che ha accolto il sì della Camera all’arresto di un suo componente. L’assenza certificava l’impossibilità, da parte del leader della Lega, di mantenere quel patto con Berlusconi che ha varato la legislatura e ha sostenuto per tre anni il governo. Il silenzio esprimeva la sorpresa, lo sconcerto, il disorientamento, quasi il panico dei deputati che assistevano alla fine di quell’intesa senza che se ne potesse intravedere un’altra.

Come gli capita troppo spesso negli ultimi tempi, il presidente del Consiglio non aveva capito che gli umori del Paese avrebbero messo alle corde la resistenza del partito di Bossi. Così, i suoi pronostici ottimistici, fondati su un voto segreto che avrebbe dovuto mascherare il tradimento dei leghisti rispetto alle dichiarazioni ufficiali, si sono scontrati, ancora una volta, con una realtà che sembra ormai sfuggirgli.

Eppure, gli sarebbe bastato notare quella mancata presenza e il plateale spostamento di Maroni dai banchi del governo a quelli del suo gruppo alla Camera per comprendere che nella Lega si è chiusa una stagione e, con essa, forse anche una legislatura.

Occorreva un’occasione importante perché l’azionista di riferimento di questo governo, la Lega, mandasse questo segnale di distacco al suo amministratore delegato, Silvio Berlusconi. E la giornata alla Camera, ieri, è stata addirittura drammatica e dall’esito sconvolgente, perché da quasi trent’anni l’assemblea di Montecitorio non spediva un suo deputato dietro le sbarre di un carcere. Ma l’esito non era certo prevedibile per chi si fosse ostinato a seguire solo le liturgie del Palazzo, collaudate in anni di accordi trasversali, tra tutti i partiti, per difendere ad oltranza chiunque, tra quelle mura, fosse indagato anche con gravissime accuse. Bisognava intuire che la pressione dei cittadini contro una classe politica, apparsa inadeguata rispetto alla gravità dei problemi del Paese e indifferente di fronte ai sacrifici imposti, avrebbe sconvolto l’ordinario rito corporativo delle Camere e spezzato l’anello più sensibile della maggioranza, il partito della Lega.

Solo i prossimi mesi chiariranno se l’assenza di Bossi, ieri nell’aula di Montecitorio, abbia avuto anche un altro significato: quello del passaggio di testimone di una leadership così carismatica e, fino a poco tempo fa, del tutto indiscussa. Se sarà Maroni a ereditare la guida della Lega o se la lotta per la successione provocherà una guerra fratricida, con una conclusione, magari, del tutto sorprendente. Ma il motivo di fondo del cambio di rotta clamorosamente annunciato ieri è già abbastanza chiaro: è finita, nella Lega, l’illusione che, pur di conquistare il federalismo, valesse la pena sopportare il sempre più faticoso appoggio a Berlusconi, alle sue leggi ad personam, ai suoi stili di vita, ai suoi metodi di governo. Per una contraddizione evidente e molto concreta: da una parte, gli effetti positivi per il Nord del federalismo fiscale appaiono lontani e molto dubbi, man mano che i decreti attuativi vengono approvati; dall’altra, tutti i tagli e le manovre del governo finiscono per penalizzare soprattutto le risorse degli enti più vicini al territorio, Comuni e Regioni. Con il risultato, reso evidente del voto delle amministrative, di una rivolta degli elettori della Lega, costretti a subire riduzioni dei servizi locali, senza vedere vantaggi da un sogno federalista rivelatosi assai deludente.

E’ difficile prevedere se, in questa situazione di sbando parlamentare e governativo, la maggioranza numerica che sostiene Berlusconi, pur con la clamorosa eccezione del voto di ieri alla Camera, potrà resistere ancora. Certo il segnale lanciato dalla Lega, alla Camera, è molto forte. Ma più determinante per la sorte della legislatura sarà, forse, l’andamento dei mercati nelle prossime settimane. L’esito del vertice europeo, formalmente convocato per il salvataggio della Grecia, ma dedicato soprattutto alla difesa dell’euro, potrebbe aiutare anche il nostro governo, così traballante. Ma il logoramento politico di questi giorni, tra sconfitte parlamentari e dilagante sfiducia dei cittadini, non aiuta a offrire al mondo l’immagine di un’Italia pronta a superare una delle crisi più difficili della sua storia.

La Stampa 21.07.11

"Lo strappo finale", di Massimo Giannini

Chiuso nella trincea di Palazzo Grazioli, ormai trasformata in Palazzo d´Inverno, il premier incassa la sconfitta più amara. In tre anni di sfascismo politico e processuale, la Lega non lo aveva mai lasciato solo sul fronte della giustizia. Aveva coperto ogni sua legge-vergogna, ogni sua intemperanza verbale e costituzionale. Ma con il voto su Papa, il Carroccio consuma lo strappo finale. Il Cavaliere rimane davvero solo. Il moribondo governo Berlusconi-Bossi non esiste più. Resiste solo l´inverecondo sub-governo Berlusconi-Scilipoti.Il primo dato politico forte, che emerge dal doppio voto segreto dei due rami del Parlamento, è esattamente questo. Il Cavaliere esce a pezzi dall´ordalia di Montecitorio, dove le camicie verdi del Senatur, dopo un penoso tira e molla durato una settimana, sparano «fuoco amico» contro l´avvocato pidiellino sotto accusa nell´inchiesta sulla P4. Sono voti pesantissimi. Contraddicono clamorosamente gli appelli lanciati a più riprese dal premier e dalla sua claque. Svelano palesemente l´ormai insostenibile cortocircuito nel quale si avvita la strategia della Lega. La fedeltà personale di Bossi nei confronti di Berlusconi non può più coesistere con l´irriducibilità politica di una base che invoca ad alta voce mani libere. Al Grande Capo della tribù padana, stanco e debilitato, non basta più il carisma sacrale e autocratico per spiegare le ragioni di un´alleanza asimmetrica, dalla quale il Carroccio incassa ormai molti più perdite che profitti.
Esiste un «fattore monetine». La Lega, e l´intera opposizione, ha fiutato il clima che si respira nel Paese, attraversato da una vena antipolitica che (come avvenne ai tempi di Craxi davanti al Raphael) non avrebbe perdonato alla «Casta» l´ennesima guarentigia. In un´Italia bastonata dalla manovra di Tremonti e indignata per i privilegi della nomenklatura che quella stessa manovra ha risparmiato, il no all´arresto di Papa sarebbe stato intollerabile. O per lo meno lo sarebbe stato per i leghisti, che ai tempi di Tangentopoli, fomentati dagli elettori secessionisti delle valli alpine, agitavano i cappi nell´aula di Montecitorio. La Lega è dunque tornata alle origini. Ma la frattura con il Pdl su Papa è in realtà solo un´altra tappa, in un´escalation di autonomizzazione che ormai abbraccia l´intero spettro dell´azione di governo: dai rifiuti di Napoli alle missioni all´estero.
L´unico a non aver compreso la fase, e a ostinarsi a riscrivere la storia a suo abuso e consumo, è il presidente del Consiglio. Urla alla luna, gridando il suo sdegno contro il giacobinismo delle toghe e contro «l´inaccettabile deriva delle manette» dalle quali la politica si deve difendere. La sua ossessione lo tormenta. Lo costringe alle solite nefandezze, come il rilancio dell´inaccettabile legge-bavaglio sulle intercettazioni. Lo induce alle solite menzogne. In un Paese squassato dagli scandali (che vanno dalla Struttura delta alla P4, dalla collusione con la mafia alla corruzione della Guardia di Finanza) il problema non è l´azione penale della magistratura, ma il malaffare della politica. Stigmatizzare la prima, senza vedere il secondo, è un´operazione di pura disonestà intellettuale.
Esiste una «questione morale». La si può chiamare anche in un altro modo, per non scomodare una «formula» impegnativa come quella che coniò a suo tempo Enrico Berlinguer. Ma non la si può nascondere. Lacera il centrodestra, e investe anche il centrosinistra, come dimostrano le inchieste su Pronzato, su Morichini, ora anche su Penati. Per questo ciò che è accaduto al Senato, con il voto segreto parallelo sulla richiesta d´arresto di Alberto Tedesco, deve far riflettere. Se è vero che a votare no, nel segreto dello scranno, è stata anche una parte dei senatori del Pd (in dissenso con la linea del partito concordata sia a Palazzo Madama sia a Montecitorio) allora c´è davvero poco da esultare. Il Partito democratico deve far chiarezza al suo interno. In tutti i sensi. La trasparenza dei comportamenti, sia in Parlamento che fuori, è materia non negoziabile. E comunque non trattabile con le furbizie o le geometrie variabili tra un ramo e l´altro delle due Camere.
In una prospettiva post-berlusconiana, proprio il tema delle geometrie variabili fa emergere il secondo dato politico forte, dello show-down di ieri a Montecitorio. I voti delle opposizioni, sommati a quelli in libera uscita della Lega, hanno prodotto un risultato numerico significativo: 319. Più o meno la stessa «quota» con la quale il Cavaliere governa dal 14 dicembre dell´anno scorso, cioè da quando Fini ruppe il patto e Futuro e Libertà cambiò schieramento.
È nata un´altra maggioranza? Siamo ai primi vagiti di quell´«alleanza costituzionale» che, mettendo insieme Pd, Terzo Polo e Lega, potrebbe sostenere un governo di emergenza nazionale? È difficile capire se, oltre all´ipotesi aritmetica appena dimostrata, possa reggere alla prova anche l´ipotesi politica. Ed è altrettanto difficile capire oggi quale scenario sia migliore per il prossimo autunno, tra un governo di salute pubblica e le elezioni anticipate. L´unica cosa che non può reggere, con assoluta certezza, è il governo Berlusconi-Scilipoti. L´Italia, nel mirino della speculazione internazionale, non se lo può più permettere.

La Repubblica 21.07.11

"Dislessia, da settembre ausili per 70 mila studenti", da www.lastampa.it

Firmato il decreto attuativo della legge che riconosce dislessia, disortografia, disgrafia e discalculia come disturbi specifici di apprendimento. Gelmini: ”I casi potrebbero essere anche 200 mila”. Al via a settembre alle misure a favore degli studenti con Disturbi specifici di apprendimento (Dsa) per scuola e università. A darne l’annuncio questa mattina durante una conferenza stampa tenutasi presso il Senato il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini che ha firmato il decreto attuativo della legge 170/2010 che riconosce la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia come disturbi specifici di apprendimento.

«Un provvedimento importante – ha spiegato il ministro – che va incontro oggi ai 70 mila studenti a cui è stato diagnosticato un disturbo specifico dell’apprendimento, ma potrebbero essere molti di più i casi, intorno ai 200 mila. La scuola deve dare risposte e sostenere le famiglie e questi studenti che sono normodotati, anzi qualche volta con un talento superiore alla media. Hanno solo disturbi particolari per quanto riguarda per esempio la discalculia, la disgrafia, la dislessia».

Secondo le ultime rilevazioni del Miur del febbraio 2011, infatti, gli studenti con disturbi specifici di apprendimenti diagnosticati sono 70 mila, ma le recenti ricerche scientifiche la percentuale della popolazione scolastica interessata dai Dsa va dal 3% al 5%. La legge introduce strumenti innovativi, ma soprattutto prevede una formazione adeguata dei docenti.

«È doveroso da parte del Ministero non solo formare gli insegnanti – ha aggiunto la Gelmini -, ma anche sensibilizzare i dirigenti scolastici affinché vengano predisposti percorsi personalizzati e individuali e ci siano anche gli strumenti adeguati, come la sintesi vocale o sistemi di valutazione differenziati soprattutto per la prova d’inglese, ma non solo. La scuola si deve attrezzare per fare in modo che questa legge venga non solo rispettata, ma anche attuata in tutte le sue parti».

Tra gli interventi anche quelli che riguardano l’università. «Abbiamo sottoscritto un accordo con i presidi di Scienze della formazione per far sì che anche in ambito universitario si tenga conto dei disturbi specifici dell’apprendimento – ha aggiunto il ministro – e quindi anche all’università gli studenti possano essere agevolati».

Altro intervento previsto dalla legge quello dei Cts, 96 centri territoriali di supporto, per cui il Miur ha stanziato tra il 2010 e il 2011 un milione di euro. «Corrispondono ad una Volontà di sostenere anche le famiglie – ha spiegato il ministro -, perché spesso non sono state sostenute nella diagnosi dei disturbi. Si è intervenuto tardi, non c’è una corretta informazione e quindi questi centri territoriali sul territorio nazionale hanno la funzione di uno sportello a sostegno degli studenti e delle famiglie per favorire il dialogo con la scuola e gli insegnanti».

21.07.11

Papa, la Camera dice sì all'arresto. Al Senato la maggioranza vota no all'autorizzazione per Tedesco

Franceschini: “Alla Camera PD compatto, con noi 30 voti dalla maggioranza”. Bersani: “Voto alla Camera coerente, la maggioranza si è rotta”. Finocchiaro. “Al Senato nell’ombra la Lega ha votato no”. “Abbiamo accolto il voto senza esultanza, ma in modo sobrio visto che si tratta di una misura di custodia cautelare. I deputati del Pd erano presenti in 206 su 206 e come gli altri parlamentari dell’opposizione, come mostrano i tabulati, hanno votato compatti. Ci sono stati una trentina di deputati dei gruppi della maggioranza che hanno votato per l’arresto”.
Cosi’ ha commentato il voto su Alfonso Papa alla Camera il presidente dei deputati democratici Dario Franceschini.
“Si è votato in modo serio valutando nel merito. La Camera ha votato con coerenza e questo rassicura perche’ dimostra che i tentativi di richiamo all’ordine hanno dei limiti. C’e’ un risvolto politico in questo voto, la maggioranza rifletta”. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, giudica cosi’ il si’ all’arresto del deputato Alfonso Papa evidenziando che “in altri tempi il richiamo al vincolo di maggioranza avrebbe funzionato ma in questi tempi e’ evidente che qualcosa si e’ rotto”.

“La lettura del voto e’ agevole. La Lega ha annunciato che avrebbe votato per concedere l’autorizzazione all’arresto e invece ha votato con il Pdl. I numeri parlano chiaro, quelli delle opposizioni ci sono tutti. Quelli che mancano sono quelli della Lega”. Così la presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro, commenta il voto dell’aula che ha respinto la richiesta di arresto nei confronti del senatore Tedesco.
Per Finocchiaro in aula c’e’ stato il tentativo, “ben riuscito, di allungare i tempi della votazione al Senato era fatto per attendere l’esito della Camera. Quando i leghisti hanno ottenuto lo scalpo alla Camera allora hanno ricambiato annunciando che avrebbero votato per l’autorizzazione, ma nel segreto dell’urna” hanno fatto diversamente per poter dire le opposizioni hanno salvato Tedesco. Le bugie pero’ hanno le gambe corte. Non e’ nascondendosi nell’ombra del voto segreto, per poter fare questi giochini, che il parlamento ritrova la sua forza”.

Come ha scritto il Corriere della Sera nella sua edizione online la maggioranza dei deputati ha detto sì all’arresto dell’onorevole del Pdl, Alfonso Papa. Su 612 presenti hanno votato a favore 319 deputati. I voti contrari sono stati invece 293. Non si è dunque realizzato il «salvataggio» che secondo molti sarebbe stato attuato grazie all’adozione del voto a scrutinio segreto, richiesto dal gruppo del Pdl e da quello di Popolo e Territorio (gli ex Responsabili). Determinante la scelta della Lega: dopo il tira-e-molla dei giorni scorsi, con posizioni diversificate annunciate di volta in volta dallo stesso Senatùr, il Carroccio si è espresso formalmente per il sì all’arresto, lasciando comunque libertà di coscienza ai propri parlamentari. Già la giunta per le autorizzazioni di Montecitorio, nei giorni scorsi, aveva espresso parere favorevole al provvedimento restrittivo chiesto dalla Procura di Napoli nei confronti del parlamentare pidiellino, indagato nell’ambito dell’inchiesta sulla cosiddetta P4. In aula, al momento della votazione, era presente anche Silvio Berlusconi che poco prima, in un vertice a Palazzo Grazioli con il segretario del partito Angelino Alfano e i coordinatori regionali del Pdl aveva parlato della necessità di fermare «il rischio di una escalation di arresti» perché «perchè di questo passo si rischia di minare i numeri della maggioranza e di tornare al clima del ’92».
Il premier Berlusconi, invece, insieme ad alcuni ministri si è riunito nella sala del governo, probabilmente per fare il punto della situazione e decidere quali contromosse adottare a quella che è indubbiamente una sconfitta di una linea politica. Oltretutto resta il nodo politico del rapporto con la Lega: in aula era presente il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, che ha votato a favore e che al termine della seduta si è limitato a dire: «Noi siamo coerenti».
TEDESCO NO ALL’ARRESTO La votazione è stata preceduta da una giornata di lavori parlamentari particolarmente tesa, culminata nel doppio voto pomeridiano sulle autorizzazioni all’arresto. Oltre al caso Papa era infatti in discussione al Senato anche una richiesta analoga per Alberto Tedesco, senatore del Pd, indagato dalla Procura di Bari per la sanità pugliese. Ma in questo caso l’Aula si è espressa per il no, nonostante lo stesso esponente democratico poco prima dell’inizio della seduta avesse chiesto ai colleghi di Palazzo Madama di votare sì al suo arresto. Anche al Senato il voto è avvenuto a scrutinio segreto: i no sono stati 151, a fronte di 127 sì e 11 astenuti.

Marco Laudonio

www.partitodemocratico.it

Bosco Albergati (mo) – Festa Nazionale Giovani Democratici

intervengono:

Organizzare la conoscenza, mobilitare gli studenti, riformare l’università

Dibattito a cura della RUN

Manuela Ghizzoni, capogruppo PD commissione Cultura Camera dei Deputati
Raffaella Morsia, segretario flc – cgil emilia romagna
Adriana Querzè, assessore comune di modena scuola istruzione univ
Federico Nastasi, coordinatore nazionale RUN – Rete Universitaria Nazionale
Enrico Lippo, CNSU capogruppo UDU – RUN – Liste di Sinistra
interverranno rappresentanze studentesche dell’Emilia Romagna e delle altre regioni del paese