Latest Posts

Rifiuti, governo battuto alla Camera poi il decreto torna in Commissione

Passa la mozione dell’Idv e del’Api. Il Centrodestra e l’esecutivo votano diversamente dalle indicazioni del ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. L’opposizione urla “dimissioni”. Bersani alla Lega: “Scambio per il voto segreto su Papa”. Rissa tra Cicchitto e Brambilla. Governo e centrodestra in confusione alla Camera. L’esecutivo va due volte sotto sulle mozioni dell’opposizione, vota non seguendo le indicazioni del ministro dell’Ambiente e alla fine indirizza il decreto sui rifiuti (sgradito alla Lega) in Commissione. Tanto che il segretario del Pd Pier Luigi Bersani parla apertamente di uno scambio Lega-Pdl, tra lo stop al decreto e il voto segreto per il deputato del Pd Alfonso Papa.

Governo battuto due volte. Con i voti della sola opposizione nell’aula della Camera è passata una parte di una mozione dell’Idv sui rifiuti, su cui il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, aveva espresso parere favorevole, ma contro cui hanno votato i deputati di maggioranza e tutti i ministri. Prestigiacomo si è astenuta mentre tutti i membri del governo in aula votavano no. Il testo dell’Idv, su cui comunque il ministro aveva espresso parere favorevole, è passato con 287 no, 296 sì e sei astenuti. Successivamente, su altre mozioni, come quella dell’Udc e del Pd, a fronte del parere favorevole del governo, ministri, sottosegretari e deputati della maggioranza hanno espresso un voto di astensione. Infine l’esecutivo è andato sotto nuovamente su una mozione dell’Api. A questo punto dai banchi di opposizione si è ripetutamente urlato: ‘Dimissioni, dimissioni’.

Tensione nel Pdl. Il capogruppo del Pdl Fabrizio Cicchitto si è più volte recato al banco del governo a parlare con il ministro Prestigiacomo ed è stato più volte invitato dal presidente Fini a tornare al proprio banco. Alcuni ministri si sono avvicinati alla Prestigiacomo, primo fra tutti Ignazio La Russa, per comprendere il significato del suo atteggiamento.

Rissa Cicchitto-Brambilla. Una vera e propria scenata tra il capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto, e il ministro Michela Brambilla. Subito dopo il rinvio in commissione del decreto rifiuti, Cicchitto in transatlantico si è scagliato contro la collega. A separarli, prima che il confronto degenerasse, il coordinatore del partito Denis Verdini che ha letteralmente spostato di peso e trascinato via il ministro del Turismo visibilmente scossa.

La replica della Prestigiacomo. “Non mi sento sconfessata – dice il ministro – Oggi è una giornata di particolare confusione ed è evidente che ci sono stati voti pasticciati, di cui mi rammarico, ma non mi sento sconfessata perchè non posso certo cambiare idea sul parere ad una mozione che chiede che i soldi per la Campania siano spesi con trasparenza”

Opposizione attacca. “Nonostante il parere favorevole del ministro Prestigiacomo l’intero governo ha votato contro e per dissociazione mentale lo stesso ministro si è astenuto. Fate ridere” attacca Roberto Giachetti del Pd. “Quello che sta accadendo in aula – rincara Walter Veltroni – non l’ho mai visto. Il parlamento non è un luogo dove si può giocare. Tantopiù in assenza di una maggioranza e di una divisione che oggi è verificabile. Il governo dovrebbe trarne le conseguenze”. “Il governo è vittima di un colpo di sole. Non vorremmo che questa sceneggiata patetica fosse il frutto di un patto scellerato tra Lega e Pdl che prevede l’affossamento del decreto rifiuti per compiacere la Lega in cambio del voto contro l’arresto di Papa” afferma il capogruppo Idv alla Camera Massimo Donadi.

Decreto torna in Commissione. L’aula della Camera ha approvato la proposta del relatore di rinviare in commissione il decreto legge sui rifiuti in Campania. Su un’analoga proposta ieri la maggioranza era stata battuta. Viste le divisioni nella maggioranza 1, il provvedimento sembra a questo avviarsi verso un binario morto, fino alla decadenza, a settembre. Irata la reazione del Pd: “Dietro il rinvio c’e’ un prezzo da pagare: è il voto di questo pomeriggio. Lo scambio è tra i rifiuti di napoli e il voto della Lega sull’arresto di Papa” dice Dario Franceschini. “Il governo è in stato confusionale. Vedo che vuole andare avanti, ma così fa male al Paese” commenta il leader Udc Pier Ferdinando Casini.

www.repubblica.it

"Attenti all’antipolitica", di Piero Fassino

Nel momento in cui sto per lasciare la camera dei deputati, desidero innanzi tutto rivolgere un ringraziamento affettuoso ai presidenti Scalfaro, Ciampi e Napolitano, che mi hanno onorato della loro amicizia e della loro fiducia.
Il mio ringraziamento va naturalmente al presidente Fini e ai suoi predecessori – gli onorevoli Pivetti, Violante, Casini e Bertinotti – che, lungo il mio mandato, ho avuto l’onore di avere come presidenti di questa assemblea. Così come manifesto la più sincera gratitudine a tutti i colleghi parlamentari – di questa legislatura e delle precedenti – con cui ho condiviso un’appassionante esperienza politica e umana.
E un ringraziamento particolare ai deputati dei gruppi parlamentari – del Pds, dei Ds, dell’Ulivo, del Pd – di cui ho fatto parte nell’arco di cinque legislature. E rivolgo un augurio di buon lavoro alla dottoressa Francesca Ciluffo che mi subentra nel seggio e che porterà in questa sede la ricchezza di un’esperienza professionale e politica che tutti i colleghi avranno modo di apprezzare.
Lascio questa camera in un momento difficile per il paese e le sue istituzioni e mentre il rapporto tra cittadini e politica conosce una nuova acuta criticità.
Non sfugge a me – come ad ogni collega – quanto la democrazia rappresentativa sia sottoposta oggi, e non solo in Italia, a tensioni e passaggi critici. La globalizzazione muta anche il tempo e lo spazio dell’agire politico. Si riduce la esclusività delle sovranità nazionali a vantaggio di istituzioni sovranazionali e globali. E nella società del tempo reale e della comunicazione in presa diretta, si è accelerata enormemente la domanda di decisioni rapide e tempestive rispetto alle quali tempi e procedure parlamentari appaiono spesso lente e inutili.
Mutazioni che hanno inciso e incidono ogni giorno sul funzionamento del parlamento, sulla sua efficacia e – agli occhi dei cittadini – sulla sua utilità.
Talché accade di pensare che se per avventura il parlamento cessasse di esistere, una parte di opinione pubblica non ne avvertirebbe la mancanza.
Anch’io – come tutti voi – vivo con fastidio e sofferenza la campagna antipolitica che spesso rappresenta in modo offensivo e caricaturale il parlamento e l’attività dei parlamentari. Un’immagine che suona offensiva anche per migliaia di amministratori locali, di dirigenti politici di base e di tanti cittadini che, senza nulla chiedere, dedicano ogni loro migliore energia al bene del paese e dei loro concittadini.
Chi, come me e come tanti, ha fatto della politica una scelta di vita, ispirata unicamente da passione civile e democratica, sa quanto lontana dal vero sia una rappresentazione della politica come affare, intrigo, interesse personale.
Sostenere che ogni costo della politica sia infondato, illecito e dannoso per i cittadini è con tutta evidenza una demagogia perché al pari di qualsiasi altra attività umana anche la politica ha dei costi. Ma proprio per questo la politica ha il dovere della sobrietà, dell’equità, del rigore, della trasparenza.
Valori in cui una società vuole riconoscersi e che invece troppo spesso in questi anni sono stati negati da comportamenti e modi di governo che sempre più spesso hanno mortificato l’interesse generale, il senso di comune appartenenza e la coesione sociale, il rispetto della legalità e l’eguaglianza dei cittadini.
Ed è lì la radice di quel diffuso malcontento e disagio popolare che oggi si manifesta in modo radicale e clamoroso tanto più a fronte dei sacrifici che ai cittadini vengono richiesti. A nessuno sfugge che su questi sentimenti di sincera indignazione di molti si sovrappone una campagna alimentata e cavalcata da chi teme un cambiamento nella guida del paese e per sbarrarvi la strada punta con brutalità sulla destabilizzazione e la delegittimazione di poteri democratici a vantaggio di poteri assai più elitari e assai meno trasparenti, quando non pericolosamente opachi.
Il modo migliore per contrastare gli umori antipolitici non è volgere la testa dall’altra parte, ma mettersi in sintonia con il paese, con le sue ansie e le sue paure, le sue speranze e le sue aspettative e soprattutto dar corso a misure concrete, visibili, efficaci che restituiscano sobrietà, credibilità e autorevolezza a istituzioni che oggi appaiono a troppi cittadini distanti e insensibili.
Io resto convinto che un parlamento debole è sinonimo di democrazia debole. E anzi, tanto più in un mondo più grande e più rapido, le funzioni di indirizzo, di legislazione, di controllo e di rappresentanza a cui il parlamento assolve sono insostituibili.
Ma perché i cittadini in esso si riconoscano è necessario che il parlamento, senza timidezze e incertezze, abbia la determinazione e la capacità di varare quella riforma di sé e dell’assetto istituzionale da troppi anni evocate senza che mai se ne veda compiuta realizzazione.
Caro presidente, ho deciso di lasciare questo parlamento per dedicare ogni mia energia alla guida di Torino i cui cittadini mi hanno eletto sindaco. Un incarico di cui sento tutta la responsabilità perché Torino è la mia città e per il ruolo che Torino ha rappresentato e rappresenta nella centocinquantennale storia unitaria di questo paese, ma anche perché sono convinto che – tanto più in tempi di federalismo – la classe dirigente di una nazione non è costituita soltanto dalle funzioni dirigenti concentrate nella capitale.
Governare una grande città, così come guidare grandi Regioni, è compito altrettanto impegnativo e di responsabilità nazionale quanto lo è ricoprire incarichi istituzionali a Roma. E, anzi, penso – e per questo ho scelto di candidarmi a sindaco – che sia compito anche di chi, come me, ha ricoperto incarichi politici e di governo nazionali misurarsi in prima persona con il governo di grandi realtà territoriali, le cui dinamiche economiche, sociali e istituzionali influiscono in misura crescente sui destini dell’intero paese.
E certamente l’esperienza accumulata in tanti anni di impegno parlamentare e di governo mi consentirà di affrontare con maggiore solidità le nuove sfide. E sono sicuro che lungo questo nuovo cammino potrò contare sulla vostra vicinanza e avrò molte occasioni di impegno con tutti voi.
Con questi sentimenti rivolgo a lei, a tutti i colleghi di ogni gruppo parlamentare, ai dirigenti e ai funzionari della camera dei deputati, un saluto affettuoso e di amicizia.
Lo faccio con l’animo pervaso da emozione, ma con altrettanta serenità per una scelta compiuta nell’interesse del paese e della mia città.
Questo discorso, il commiato di Fassino dalla camera dei deputati, è stato accolto ieri dagli applausi di tutta l’aula e dai riconoscimenti di colleghi e avversari. Un omaggio pienamente meritato, al quale Europa si unisce volentieri: di questi tempi, è importante e fa piacere dirlo.

da Europa Quotidiano 20.07.11

«La responsabilità è parola chiave per il cambiamento», intervista a Don Luigi Ciotti di Massimiliano Amato

Dobbiamo saldare le parole ai fatti, le speranze ai progetti, la memoria al fare, i diritti alle opportunità, la conoscenza alla responsabilità», dice don Luigi Ciotti al termine di una giornata intensa: mattinata a Palermo, per ricordare Paolo Borsellino e gli angelidella scorta, serata a Roma, in piazza del Pantheon, per una fiaccolata organizzata da Libera “contro tutte le mafie” con i giovani del Lazio. Una regione al sesto posto in Italia per beni confiscati alle cosche (199 immobili e 111 aziende), «a testimonianza cheRoma è diventata terreno di conquista perché c’è posto per tutti».
Lei parla di rassegnazione come malattia mortale: ne vede parecchia in giro?
«Ho fatto un richiamo alla responsabilità, parola svuotata di ogni significato. Se lo vogliamo veramente, il cambiamento dobbiamo viverlo in noi stessi. Altrimenti le cose resteranno immutabili. Si guardi in giro: cresce l’impoverimento delle famiglie, cresce il penale a scapito del sociale, e la gente ha smarrito profondità. Siamo nell’epoca del pensiero sbrigativo».
E le mafie ingrassano.
«Ingrassano perché riescono a dividere. Le ultime operazioni di magistratura e forze di polizia nelle regioni del Sud aggredite dalla criminalità organizzata hanno portato alla luce un dato inquietante. Molti degli arrestati non facevano parte del circuito familistico delle mafie, ma erano giovani reclutati dalle organizzazioni perché senza lavoro, senza orizzonti. Dove sono finite le politiche sociali in questo Paese? Dove sono le politiche per il lavoro? Dov’è la responsabilità?».
È questa la parola d’ordine della nuova stagione antimafia?
«Deve diventarlo. La responsabilità viene prima della legalità, che non può e non deve essere l’obiettivo, che resta la Giustizia. Stamattina mi sono raccolto in preghiera davanti all’Ulivo di Palermo. È cresciuto, me lo ricordo piccolo. Sotto quell’albero nel ‘96 consegnammo alla Presidente della Camera Pivetti le 500mila firme necessarie per la legge sulle confische. Come l’Ulivo di Palermo, quel testo ha dato buoni frutti. Ma guai ad abbassare la guardia.
Appunto: l’aggressione ai patrimoni mafiosi c’è, ma poi?
«Ci sono dei dati di positività il cui impatto reale è ridimensionato dalle criticità. I beni sottratti alle consorterie criminali sono solo in parte riutilizzati. Il 45% di essi si trova sotto ipoteca bancaria. È un problema enorme per le associazioni. Si è creato un nodo che è tecnico e politico al tempo stesso. L’Agenzia per i beni confiscati ha lavorato bene, ma adesso c’è un avvicendamento in atto che rallenta molte operazioni».
Le coop promosse da Libera stanno innescando rivoluzioni nei territori controllati dalla malavita.
«In questi giorni, e per tutta l’estate, avremo 4500 giovani provenienti da tutta Italia che trascorreranno le vacanze lavorando nelle cooperative sociali che gestiscono attività economiche sui beni confiscati. Potevamo averne almeno il doppio, abbiamo dovuto dire molti no perché non c’erano più strutture a disposizione. Siamo stati costretti a stabilire delle turnazioni, riducendo il periodo di permanenza dei gruppi all’interno delle aziende».
Qual è l’identikit di questi giovani?
«Età media sui vent’anni e grande entusiasmo. Ragazzi che fanno un investimento forte sulla loro vita, sull’impegno sociale. Si mettono in gioco, dedicando le loro vacanze al lavoro».
Ha seguito la polemica sul 41 bis, con Palazzo Chigi che prima ne ha auspicato un affievolimento e poi ha fatto marcia indietro?
«Continuo a vedere atteggiamenti schizofrenici. Annunciano guerra alle dipendenze e poi per fare cassa ampliano la sfera del gioco d’azzardo, che genera dipendenza. Il problema più grave delle carceri resta il sovraffollamento. Ma solo perché migliaia di persone non dovrebbero stare lì. E invece, la Bossi – Fini, la legge sulla droga, la ex Cirielli hanno dilatato la sfera del penale.
E in carcere ci finiscono solo i poveracci».

L’Unità 20.07.11

"Il crollo parallelo dei patriarchi milanesi", di Gad Lerner

L´improvviso crollo parallelo dei due patriarchi milanesi don Verzè e Ligresti, fornisce la risposta più chiara a coloro che non avevano saputo prevedere il fenomeno Pisapia. Assuefatti per cinismo all´idea di eternità del potere, non avevano compreso che Pisapia era l´antidoto al berlusconismo sprigionatosi dall´interno della medesima società che lo aveva generato. Pure a sinistra suscitava incredulità, solo la primavera scorsa, uno slogan veritiero come “Milano libera tutti”. E ora fa tremare i polsi di chi ha l´onere di ridisegnare il futuro della metropoli lombarda, immaginarla a prescindere dai colossi con i piedi d´argilla che vi hanno fatto il bello e il cattivo tempo per oltre un quarto di secolo. Trovando in Berlusconi non solo il garante che gli ha fatto oltrepassare indenni la bufera di Tangentopoli, ma, più ancora, il garante culturale e materiale della loro continuità dalla Prima alla Seconda Repubblica.
Con modalità non così dissimili, il San Raffaele e l´impero immobiliare di Ligresti simboleggiavano l´egemonia di una destra capace di sottomettere la finanza e la politica, presentandosi come l´unica forma possibile del potere contemporaneo. L´Ospedale San Raffaele, con i suoi reparti d´eccellenza e con la sua università che esibiva come fiori all´occhiello intellettuali del calibro di Massimo Cacciari, esprimeva l´ambizione alla supremazia in campo scientifico della sanità privata. Una leggenda metropolitana narra che grazie al polo ospedaliero di don Verzè, Berlusconi abbia ottenuto che gli aerei in atterraggio a Linate non sorvolassero la limitrofa area residenziale di Milano 2, suo primo business vincente. Oggi suona tristemente beffardo notare che l´ufficio in cui si è tolto la vita Mario Cal, il braccio destro di don Verzè, è sito nella medesima via Olgettina dove Berlusconi alloggiava le ragazze selezionate per i suoi festini.
Meno appariscente, ma altrettanto disperata, è la situazione debitoria (due miliardi!) in cui versa il gruppo Ligresti, nonostante la singolare prodigalità mostrata da Unicredit nel tentativo di soccorrerlo. Dimezzato in pochi mesi il suo valore in Borsa, nessuno può escludere un crac imminente. Vent´anni fa Enrico Cuccia aveva già salvato dal lastrico il compaesano di Paternò, un costruttore che godeva della protezione speciale di Bettino Craxi. Lo accolse nel salotto di Mediobanca, lasciando intendere che si trattava di una pedina imprescindibile dell´economia di relazione. Nel frattempo Ligresti ha ingigantito la sua influenza, acquistando terreni in tutta l´area milanese e creando il suo polo assicurativo. Non c´è scelta urbanistica che abbia potuto prescindere dai suoi interessi, fino a lasciare intendere che il destino familiare dei Ligresti e il destino di Milano fossero indissolubilmente legati. Non solo il frettoloso piano di cementificazione votato in extremis dalla giunta Moratti, ma perfino le primarie cittadine del centrosinistra furono condizionate dal confronto con quella figura ingombrante: Stefano Boeri addebita la sua sconfitta nelle primarie a maldicenze dovute a incarichi professionali per il gruppo Ligresti.
Non è solo una coincidenza se entrambe le realtà finite nell´estate 2011 nell´occhio del ciclone si erano ritrovate vent´anni fa coinvolte nelle inchieste di Mani Pulite. Come Salvatore Ligresti, anche il suicida Mario Cal conobbe allora il disonore del carcere, accusato di aver corrotto dei funzionari dell´Ufficio imposte. Ciò non ha impedito loro, nella Milano di Berlusconi, di consolidare una supremazia dovuta anche all´impunità.
Oggi i nodi vengono al pettine. Si scopre la dissennata spregiudicatezza della contabilità del San Raffaele, e i laudatores di don Verzè cercano di spiegare il miliardo di debiti accumulati come mera conseguenza della sua “santa” megalomania, quando invece si è trattato di dimestichezza nel ricevere finanziamenti sempre per via privilegiata. E allo stesso modo si scopre che Salvatore Ligresti coltivava interessi familiari, con tendenza allo sperpero, che nulla avevano a che fare con gli interessi della collettività.
Pensare una Milano senza don Verzè e senza Ligresti, fino a ieri, risultava impossibile a chi concepiva la subalternità ai potenti come l´unica via praticabile dalla politica, se voleva aprirsi la via del governo. Così, insieme ai due vecchi patriarchi, e al loro condottiero Berlusconi, giunge al capolinea un´intera classe dirigente milanese che ha fatto dell´affarismo la sua unica cifra distintiva, depredando la città e comprimendone le energie produttive. La Milano di domani ritroverà la via dello sviluppo creativo facendo felicemente a meno di loro.

La Repubblica 20.07.11

Bersani vuole evitare il ’92. «Una politica più sobria», di Rudy Francesco Calvo

I Democratici sono preoccupati del clima di antipolitica che monta nel paese. Non c’è parlamentare che non lo lasci intendere nei suoi discorsi e, inevitabilmente, la direzione che si è riunita ieri mattina ha cercato di trovare le contromisure, per evitare che si riproponga il temuto scenario del ’92.
Tra i più allarmati c’è proprio Pier Luigi Bersani, il cui obiettivo numero uno è «difendere la buona politica», non certo la casta, dal «fango» che la destra sta mettendo nel ventilatore «per mandare tutto allo sfascio». Il segretario del Pd ha dunque proposto, in una relazione che è stata approvata da una amplissima maggioranza, una linea chiara che, a partire dall’analisi della crisi in Italia e in Europa, pone come condizione fondamentale le dimissioni dell’attuale governo. «La strada maestra è il voto», per Bersani, che non si oppone comunque alla «formazione di un governo di breve transizione per fare la riforma della legge elettorale».
Il leader dem, e con lui tutto il partito, rivendica la scelta di aver permesso un’accelerazione sulla manovra economica, altrimenti «il lunedì nero lo avrebbero attribuito a noi», ma non cambia il proprio giudizio sul merito di un provvedimento «sbagliato e iniquo». E spiega: «Se toccherà a noi governare, garantiamo che i saldi resteranno invariati, ma correggeremo il senso della manovra». I punti su cui intervenire, per Bersani, sono il risparmio nella pubblica amministrazione, il fisco, le liberalizzazioni e la politica industriale.
Il Pd ne sta ragionando in tavoli tecnici istituiti insieme a Idv e Sel. È soprattutto sui costi della politica, però, che Bersani chiede un’accelerazione, «perché effettivamente il problema esiste», ma «non accettiamo che si spari nel mucchio». Il rischio è che si ripresentino «altre derive come quelle che abbiamo già conosciuto», con l’avvento del berlusconismo dopo Tangentopoli.
I dem hanno già presentato il proprio decalogo (dalla riduzione del numero dei parlamentari e delle loro retribuzioni all’accorpamento delle province e dei comuni più piccoli, solo per citare alcune delle proposte), integrato ieri in direzione da un ordine del giorno avanzato dall’area Marino e approvato all’unanimità, nel quale si prevede di adattare il modello italiano a quello in vigore nel parlamento europeo, soprattutto per quanto riguarda la gestione dei servizi (affidata agli uffici istituzionali, con relativa sottrazione ai deputati del rimborso destinato agli assistenti) e la connessione tra l’entità della diaria e le presenze del parlamentare in commissione, oltre che in aula.
Una serie di proposte che «si può trasformare in fatti concreti entro luglio», fa notare Enrico Letta che su questo lancia la sfida al governo, visto che invece il “pacchetto” presentato qualche giorno fa dal ministro Calderoli «non si può realizzare immediatamente» e per questo, secondo il vicesegretario dem, «non è la risposta giusta».
Dopo la riunione della direzione, Bersani si è fermato a parlare per qualche minuto nel cortile di Montecitorio con Pier Ferdinando Casini, accompagnato dagli sherpa Migliavacca e Ventura (per i centristi assisteva Bosi). Più tardi, è stato anche ricevuto al Quirinale dal capo dello stato. Bocche cucite sul contenuto della conversazione, ma il segretario del Pd aveva già ribadito pubblicamente la «sensibilità » del suo partito di fronte ai problemi del paese. Ma ha anche aggiunto che il principale di questi è proprio la resistenza a oltranza del governo Berlusconi. «Noi siamo in parlamento ogni giorno con proposte nuove – ha spiegato Bersani – e siamo pronti a discuterle lì. Ma pensiamo anche che questa situazione politica non consente al paese di fare passi avanti».

da Europa Quotidiano 20.08.11

******

“La proposta del Pd in aula già a settembre”, di Rudy Francesco Calvo

«Non possiamo continuare a tirare la palla in avanti. Se abbiamo una proposta, dobbiamo fare di tutto perché venga discussa in aula, a costo di occupare il parlamento. Poi sarà la maggioranza ad assumersi la responsabilità di dirci di no».
La direzione di ieri ha visto l’offensiva di quella parte del Pd che, più o meno direttamente, sostiene il referendum per il ripristino del Mattarellum: veltroniani, ma anche Castagnetti, Parisi, Bindi e i parlamentari a loro vicini. «Esponenti del Pci», li ha definiti ieri con un lapsus il segretario.
Un’offensiva che, alla fine, ha visto anche alcuni di loro votare contro (Parisi, Santagata e Zampa) o astenersi (quattro, tutti veltroniani) sull’ordine del giorno specifico sulla legge elettorale, mentre la relazione di Bersani ha contato nove astensioni (anch’esse di area prodiana e veltroniana) su 175 votanti.
«Forse potevamo anche votare a favore, come ha fatto lo stesso Veltroni – ammette un deputato di MoDem – ma i toni di Bersani nella replica hanno provocato in alcuni di noi una reazione d’istinto».
Un lungo lavoro di mediazione, condotto da Castagnetti e da Violante, ha comunque portato alla fine a un risultato che soddisfa la stragrande maggioranza dei dem. Bersani ha accolto la richiesta di un sostegno più deciso alla proposta Violante- Bressa, che sarà definita nei dettagli entro questo mese (già ieri sera i direttivi dei gruppi hanno avviato l’esame) per poi essere presentata nei due rami del parlamento. E il Pd chiederà che venga calendarizzata al senato già entro il mese di settembre, inserendola nella quota di proposte di legge che spetta di diritto all’opposizione.
Proprio i dettagli, se così si possono definire, tornano però in discussione. «Abbiamo chiesto alla direzione che si votasse nell’ordine del giorno solo la parte riguardante i principi – spiega Giorgio Tonini – e che venisse stralciata quella più analitica».
Quest’ultima, infatti, è stata allegata semplicemente come traccia di lavoro per i gruppi parlamentari. «È un’indicazione chiara, che comunque va seguita», dicono al Nazareno. «Ma non può essere vincolante», replicano dal MoDem. Dalla minoranza, ma anche tra gli altri “mattarelliani”, insistono infatti affinché la proposta dem abbia un carattere più chiaramente maggioritario.
Per Bersani è già così, visto che il 60 per cento dei deputati verrebbe eletto in collegi uninominali a doppio turno e il 40 per cento con sistema proporzionale (compreso il diritto di tribuna per le forze più piccole che non superano il quorum, al momento fissato al 4 per cento).
Ma per molti questo non basta: anche Piero Fassino ha messo in guardia dal rischio di una frammentazione del sistema politico. Sul tavolo rimangono le pistole puntate dei referendum, nonostante per Bersani essi non siano «coerenti con le proposte del Pd». «Siamo pronti a ritirarci se anche Passigli lo fa», ripetono i mattarelliani, già soddisfatti per il fatto che tra i dem il ritorno del proporzionale conta sempre meno sostenitori. Alle feste democratiche, comunque, non si raccoglieranno le firme per i quesiti, bensì per il testo Violante-Bressa, che sarà presentato simbolicamente anche come proposta di legge popolare.

da Europa Quotidiano 20.07.11

"La trasparenza di uno scandalo", di Bill Emmott

Gli scandali inglesi, ora dovrebbe essere abbondantemente chiarito, funzionano in modo diverso da quelli italiani. In Italia gli scandali iniziano con una rivelazione apparentemente enorme ed enormi quantità di attenzione, ma poi diventano sempre più piccoli e l’attenzione svanisce. In Gran Bretagna è il contrario: i nostri scandali partono in sordina ed emergono lentamente, ma poi diventano sempre più grandi. E così non possiamo ancora prevedere quanto si allargherà ancora lo scandalo, ormai di ampia portata, che ha investito i giornali di Rupert Murdoch e la polizia di Londra.

Quello che appare chiaro è che Rupert Murdoch, 80 anni, architetto e forza trainante del più grande gruppo mediatico del mondo, ieri ha interrotto la testimonianza del figlio James davanti alla commissione parlamentare ristretta per dire: «È il giorno più umiliante della mia vita». Non possiamo giudicare quanto fosse sincero quando l’ha detto. Ma possiamo dire che lui, la sua famiglia e la sua compagnia hanno sofferto sia una grande umiliazione sia un colpo mortale per il loro potere politico. E’ molto probabile che lo scandalo causerà anche un vero e prolungato danno commerciale.

News Corporation ha già dovuto chiudere il suo giornale più redditizio in Gran Bretagna, News of the World, e abbandonare l’offerta per acquistare i due terzi di British Sky Broadcasting che non possiede. I restanti quotidiani nazionali – Sun, Times e Sunday Times – appaiono vulnerabili per l’abbandono degli inserzionisti e dei dirigenti e della redazione. E c’è un rischio, piccolo finora, che le indagini si estendano anche alle operazioni americane di News Corporation.

A lungo termine, e nel più ampio interesse nazionale, i problemi di Rupert Murdoch e della sua compagnia non sono le questioni più importanti in questo scandalo. Le questioni più importanti riguardano le accuse di corruzione della polizia da parte dei giornalisti, la regolamentazione per i media in Gran Bretagna, e il rapporto tra politici e mezzi d’informazione. Eppure anche così, lo spettacolo di uno tra i più potenti magnati dei media a livello mondiale interrogato in Parlamento in merito allo scandalo, era estremamente avvincente. Verrà ricordato per molto tempo a venire.

La cosa più memorabile, per questo spettatore, è la percezione di quanto all’oscuro sembri o pretenda di essere il signor Murdoch dell’operato dei suoi giornali in Gran Bretagna, dei casi legali che coinvolgono queste aziende, e persino delle strutture che si immagina gestissero quei giornali.

L’immagine che passava era quella di un uomo che aveva perso i contatti con un impero mediatico diventato troppo grande e troppo complesso per essere gestito da una sola famiglia. Immagine rafforzata dai frequenti silenzi che seguivano una domanda, a cui spesso Rupert Murdoch rispondeva semplicemente «no». Era come se questo uomo d’affari una volta grande e potente stesse lottando per capire la domanda e trovare almeno una risposta. Naturalmente, i suoi avvocati gli avranno consigliato di stare molto attento e di dare risposte il più brevi possibile, ma l’impressione data andava oltre la prudenza.

In Gran Bretagna è ormai diffusa la sensazione che Rupert Murdoch sia uomo del passato: che né lui né la sua famiglia torneranno a essere potenti o influenti nei media o in politica. Cosa che non si può dire degli Stati Uniti, dove Fox Tv e le aziende cinematografiche e il Wall Street Journal gli danno ancora un’enorme potenza commerciale e qualche influenza politica. Ma in Gran Bretagna stiamo entrando in una nuova era.

Quello che ancora non si sa è in che modo sarà nuova o diversa quest’era. Il motivo per cui non lo sappiamo è che ogni giorno emergono nuovi elementi dello scandalo: in questa sola settimana, a parte la testimonianza di Murdoch, i più importanti sviluppi hanno incluso le dimissioni di due tra i poliziotti più in evidenza della Gran Bretagna e la morte di un giornalista che era stato ampiamente citato perché aveva denunciato la condotta illegale del suo ex datore di lavoro, il News of the World, e del suo ex direttore, Andy Coulson, diventato poi responsabile della comunicazione per il nostro primo ministro David Cameron.

E, in parallelo alle indagini, sono state avviate due pubbliche inchieste indipendenti per riferire sul comportamento dei media e su quello della polizia. Rimane aperta la questione di quanto questo scandalo possa danneggiare seriamente David Cameron, alcuni membri del suo partito hanno addirittura iniziato a parlare apertamente della possibilità di sue dimissioni. Che allo stato delle cose appaiono improbabili.

La sua decisione di assumere il signor Coulson, nonostante il suo passato come direttore di un giornale accusato di attività illegali, è stata chiaramente pessima, soprattutto per averlo tenuto in servizio così a lungo. Ma fin qui questa è una prova di cinismo piuttosto che di corruzione o di illegalità, e non vi è nulla di nuovo nel cinismo dei politici. Le sue dimissioni richiederebbero nuove rivelazioni su di lui che svelassero che sapeva più di quanto non abbia ammesso finora sul coinvolgimento del signor Coulson in atti illegali, o rivelazioni su qualche altro comportamento illecito.

Lo sviluppo più importante riguarda proprio la polizia. Questo è importante in senso immediato: il fatto che due alti ufficiali si siano dimessi significa che quegli uomini personalmente, e molti dei loro colleghi, possono ora avere un motivo per svelare nuove informazioni o nuove prove che potrebbero danneggiare News Corporation, altri giornali o anche il signor Cameron e altri politici. Ma è anche importante in un senso più profondo: la polizia è sotto inchiesta, come istituzione, sia per non aver applicato correttamente la legge sulle intercettazioni telefoniche, sia perché accusata di essere stata pagata da giornalisti e investigatori privati per avere informazioni, cosa che è illegale.

Queste indagini sono scioccanti ma non del tutto nuove. La Gran Bretagna ha già avuto in passato scandali e indagini sulla corruzione nella polizia. Quelli precedenti riguardavano tangenti versate da bande criminali. Lo shock di queste accuse è l’idea che la polizia possa aver venduto informazioni private su gente comune, persone che dovrebbe proteggere.

Alla fine, questo scandalo svanirà e guariranno le ferite che ha prodotto. Un punto di forza della Gran Bretagna è che ha vigorosi anticorpi nella sua democrazia, grandi risorse che faranno piazza pulita delle infezioni e degli abusi di potere. Certo, non sappiamo ancora quando questo accadrà, né quanto possa dilagare lo scandalo.

Ma nel caso che noi giornalisti ci eccitassimo troppo al riguardo, dovremmo prendere nota di un sondaggio che è stato pubblicato ieri sul quotidiano Guardian: diceva che, nonostante lo scandalo, il partito conservatore ha riacquistato vantaggio sui laburisti, e i loro partner nella coalizione, i liberaldemocratici, hanno pure riguadagnato popolarità. Può essere che il pubblico inglese si preoccupi di questo scandalo meno di quanto fanno i media.

Traduzione di Carla Reschia

La Stampa 20.07.11

"Irresponsabili al governo", di Guido Crainz

L´opposizione della Lega al decreto sui rifiuti, insieme al voto di oggi sull´arresto di Papa, non è solo l´ennesimo colpo di mano di un partito ormai allo sbando e privo di bussola.Forte solo per la debolezza e l´irresponsabilità civile del partito con cui governa, il Pdl. Intorno al voto segreto su Papa si intrecciano i sussulti di un centrodestra in agonia. La difesa estrema del parlamentare imposta da Berlusconi ha già fatto crollare nel ridicolo il “partito degli onesti” evocato da Angelino Alfano. La Lega vacilla e barcolla fino all´ultimo, senza una bussola riconoscibile, e Bossi stesso è ormai un elemento di crisi.
Il no del Carroccio al decreto sui rifiuti in Campania, d´altro canto, non è solo un tentativo indecente di recuperare elettori delusi facendo appello ai loro peggiori istinti. È un intollerabile vulnus alla nazione, reso ancor più intollerabile dall´ipotesi che la maggioranza nel suo insieme ceda al ricatto. È un attacco alle ragioni che fanno di un Paese una collettività: attraversata da contrasti e tensioni, ma una collettività. Un insieme di sofferenze, di speranze, di destini condivisi. Un intreccio di storie, di passioni, di appartenenze differenti, tenute saldamente insieme dalla speranza di un futuro comune.
Il vulnus inferto dalla Lega è ancora più grave perché avviene oggi. Avviene nel momento in cui il Paese è esposto a rischi gravissimi e deve accettare una manovra economica pesantissima per farvi fronte. Nel momento in cui deve attingere a tutte le sue forze per non precipitare nel baratro in cui lo stava trascinando l´irresponsabilità del governo. Un governo che fino a ieri ha negato la gravità della crisi economica e ha irriso chi metteva in guardia dai pericoli. E che poi, costretto a dare risposte reali ai problemi, lo ha fatto in maniera socialmente iniqua: colpendo cioè le fasce medie e basse degli italiani, infierendo su pensionati e malati, e cancellando al tempo stesso dalla manovra quelli che pudicamente vengono chiamati i “costi della politica”. Ha esentato dal rigore, per dirla in buon italiano, anche gli sprechi più assurdi, anche i privilegi più anacronistici della politica. Questo ha fatto il governo di propria mano, e al tempo stesso la sua scarsissima credibilità sul piano internazionale rischia di rendere insufficienti anche gli enormi sacrifici chiesti al Paese.
Queste sono le ore che stiamo vivendo, e in questo scenario sono stati centrali – come altre volte in passato – i richiami alla responsabilità del presidente Napolitano. Ed è stata straordinaria la responsabilità con cui l´opposizione ha consentito l´approvazione a tempo di record di una manovra che pure giudicava iniqua: sacrificando anche la legittima esigenza di rendere chiara fino in fondo la propria critica e di rendere pienamente visibile il proprio voto contrario. Una prova assoluta ed estrema di responsabilità, legittimata in primo luogo o solo dalla gravità del momento.
Per tutte queste ragioni, per lo scenario generale in cui l´Italia è immersa, la sorte del decreto sui rifiuti di Napoli non è l´ennesimo e inverecondo incidente di percorso della politica ma riguarda il modo di essere del Paese. Anche questo ha compreso da tempo il presidente Napolitano, e non sono mancati i suoi richiami, puntuali e netti, all´insieme delle forze politiche.
Quasi vent´anni fa Gian Enrico Rusconi aveva scritto un bel libro che aveva un titolo amaro e lucidissimo, “Se cessiamo di essere una nazione”: con questo nodo dobbiamo fare i conti anche oggi. Lo devono fare in primo luogo le forze politiche. Sarebbe un vero segno di serietà se voci di dissenso rispetto alla indecente posizione della Lega venissero dal suo stesso interno. Venissero da quanti, all´interno della Lega, non considerano l´unità nazionale un disvalore e non hanno considerato il centocinquantesimo anniversario dell´Unità un appuntamento da disertare o da dileggiare. Ma sarebbe una lacerazione profondissima se le altre forze della maggioranza non rispondessero alla provocazione della Lega con la massima fermezza, portando comunque in porto il decreto.
Non vi sono però solo le responsabilità delle forze politiche. È in causa il Paese nel suo insieme, che ha un significato e un senso solo se fa sentire in modo forte la sua voce ogni volta che una sua parte è in difficoltà o in pericolo. Oggi deve farlo per Napoli, così come deve farlo per la sofferente e martoriata realtà dell´Aquila. E´ un dovere. Un obbligo civile.

La Repubblica 20.07.11