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"Altro che restauri, l'acciaio incombe sulla Domus Aurea", di Luca Del Fra

La residenza di Nerone, chiusa dal 2005, va in rovina. Un progetto
del commissario Marchetti e dei Beni Culturali prevede 45 pali conficcati tra gli affreschi per reggere un «tetto», 3 ascensori e un museo pensile. La damnatio memoriae rischia di abbattersi nuovamente sulla Domus Aurea di Nerone: se negli anni successivi al suicidio dell’imperatore avvenuto nel 68 d.C. per dimenticarlo i suoi concittadini ne sotterrarono la reggia, stavolta a sommergerla rischia di essere una colata di metallo. È quanto prevede il nuovo progetto di restauro, che porta la firma del commissario Luciano Marchetti e lo sponsor politico del sottosegretario
ai Beni Culturali Francesco Maria Giro (PdL): ben 45 pali d’acciaio confitti nella carne viva delle antiche vestigia, la presenza di tre ascensori e addirittura un museo pensile. Uno stupro archeologico o, se volete, un progetto in stile Las Vegas, dai costi altissimi e non risolutivo dei problemi che hanno portato alla chiusura e al commissariamento del monumento.
Dopo 19 secoli di interramento la Domus è riaperta nel 1999 grazie a uno scavo dal basso, senza alleggerire la collina sopra l’edificio che, svuotato, non è più in grado di sostenerla. L’incongruità strutturale è nota ma si pensa di aprire ai visitatori e in breve di avviare i lavori di alleggerimento, da allora però i cantieri restano chiusi. Presto la legge di gravità e le intemperie bussano alla reggia neroniana, che nel 2005 viene chiusa per le infiltrazioni d’acqua e gli evidenti segni di cedimento.
L’anno dopo l’allora ministro dei Beni Culturali Rutelli commissaria la Domus affidandola alle cure di Marchetti: scelta forse non lungimirante, già direttore regionale in pensione, il commissario comparirà nella lista Anemone, dice di stimare Angelo Balducci, è lambito dallo scandalo della ristrutturazione con fondi Arcus del palazzo di Propaganda Fide a piazza di Spagna – in cui compare la compagna Francesca Nannelli –, e vive al centro storico di Roma in una casa presa in affitto proprio da Propaganda Fide.
Ma il compito di Marchetti appare in discesa: nel 2007 è pronto un progetto del Ministero, approvato da soprintendenze e comitati, che rispondeagli obiettivi del commissariamento: «l’eliminazione di situazioni di pericolo per le cose e le persone». Costo 15 milioni di euro, che vengono anche stanziati. Benché nel giugno 2009 con il solito trionfalismo Giro annunci il progetto appaltato, in un mese l’inizio dei lavori e in due anni l’apertura del sito, l’unica cosa evidente è il crollo nel 2010 di una parte del complesso, la galleria Traianea. Nel 2011 invece della riapertura Marchetti porta una troupe del Tg3 nella Domus e senza volerlo ammette il suo fallimento: dichiara che lì dentro piove ancora e le immagini mostrano lo scorrere dell’acqua sugli affreschi. Negli stessi giorni il direttore per le antichità del Ministero, Luigi Malnati, sottolinea che delle 150 stanze solo 2 sono state impermeabilizzate. Siamo a 5 anni dall’inizio del commissariamento: a questo ritmo vorticoso l’impermeabilizzazione durerà 370 anni. La débâcle del commissario è funzionale a soddisfare appetiti e voglia di visibilità: ecco la nuova mirabilia, con45 pali d’acciaio infilzati nella Domus per sorreggere una copertura, poi ben 3 ascensori, vecchia mania di Marchetti, che da direttore regionale ne ha piazzato uno al Vittoriano causando non poche polemiche poiché sbuca ben oltre il tetto del monumento. Giro già da tempo parla ed esalta il progetto e il 14 luglio assieme a Marchetti dichiara che è cosa fatta, aggiungendo un museo pensile, ma alla stampa non sono presentate planimetrie o simulazioni dell’impatto. Poco importa se tra i compiti del commissariamento non compaiano né coperture, né musei pensili, né ascensori, e dunque Marchetti non avrebbe mandato per realizzarli: il capolavoro siderurgico costerà tra i 35 e i 50 milioni di euro, con un incremento di spesa del 300%. Il tutto avviene prima che la soprintendenza e i comitati ecnico-scientifici del Ministero abbiano espresso il loro vincolante parere, in un chiaro tentativo di forzargli la mano.
Si è scatenata un’aspra polemica col Pd in prima linea: per il senatore Marcucci è «un progetto invasivo da apprendisti stregoni» e presentato un’interrogazione parlamentare, mentre per il coordinatore del settore cultura del Pd Matteo Orfini: «La Domus Aurea è l’ultimo di una serie di scempi perpetrati durante il governo Berlusconi. Per Pompei il ministero aveva garantito risultati inesistenti, è finita nel dramma e nel discredito internazionale».
Nei giorni scorsi con cautela la soprintendenza ha sottolineato come il nuovo progetto non abbia sufficienti consolidamenti e dà via libera solo ai lavori compresi nel primo progetto, rimandando ai pareri dei comitati tecnico scientifici, dove molti prevedono scontri gladiatori. Piuttosto che la salvezza della Domus Aurea, per ora ha prevalso la voglia di appalto – che in regime commissariale avviene senza bando, in stile Protezione civile. Stile che Marchetti conosce bene come vicecommissario per la ricostruzione di l’Aquila con deleghe ai Beni Culturali.

L’Unità 22.07.11

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“LA REGOLA D’ORO? PIÙ KOLOSSAL È L’APPALTO, MEGLIO È”, di Vittorio Emiliani

l Ministero per i Beni Culturali agonizza per mancanza di risorse, di
tecnici, di custodi? Niente paura. Il sottosegretario Francesco Giro – che si è fatto una fama (pensate un po’) durante la latitanza di Sandro Bondi – sostiene il costosissimo progetto di risanamento della Domus Aurea del suo quinquennale commissario, sinora a secco di risultati, ingegner Luciano Marchetti. Sono 35-50 milioni. Da pescare nel solito «tesoro» degli incassi del Colosseo. Che però, per una parte, alimentano il vastissimo bacino archeologico Roma-Ostia. Al quale – notizia di ieri – sono stati sottratti, con un colpo di mano, 5 milioni di euro per esso vitali e che rientrano in un bilancio da approvare, al massimo, entro marzo e che a fine luglio non lo è ancora. Andranno a coprire i debiti del Polo Museale di Napoli… Quello dell’ingegner Marchetti, commissario senza risultati, dal 2006, è un progetto «pesante» (acciaio+cemento). Dall’esito certo? No. Si sa però che installerà nella Domus neroniana, o marchettiana, ben tre ascensori, speciale passione dell’«ingegnere». Suo è quello che da tutta Roma si «ammira», e si maledice, in cima al Vittoriano. Al suo costosissimo progetto se ne contrappone uno della Soprintendenza, più soft e meno costoso, ovviamente. Ma il sottosegretario Giro non ci sta, vuole «chello ca costa ‘e cchiù», forse per passare alla storia. Una volta, nell’Italia dei beni culturali vigevano almeno criteri di dirittura morale e di efficienza tecnica (in Tangentopoli non ci fu un solo Soprintendente
inquisito). Ora, da una parte il Ministero agonizza e dall’altra si varano appalti kolossal. Più kolossal è l’appalto, meglio è.
Ecco la regola. Aurea, è il caso di dirlo. Il grottesco è senza fine. Dal 2006 la Domus Aurea è commissariata con Marchetti. Dal 2009 lo è pure l’intera area archeologica Roma-Ostia, prima con Guido Bertolaso e poi con Roberto Cecchi che è pure il segretario generale del MiBAC.
Chi è che ora ha spostato 5 milioni di euro dall’archeologia di Roma-Ostia ai Musei di Napoli? Lo stesso Cecchi, immagino. Che, in veste di segretario generale, toglie quella cifra importantissima dalla
matrioska Cecchi commissario per l’archeologia romana. Si sperava che il nuovo ministro, Giancarlo Galan, sciogliesse il groviglio, congedando chi aveva avuto – all’Aquila o altrove – rapporti con Angelo Balducci leader della famigerata «cricca». Nulla di tutto ciò. Ognuno resta dov’è. Semmai sono gli uomini di Galan a restare fuori. Giorni fa, nel cuore di Roma, mi si è materializzato davanti, di colpo, il direttore generale che tanto criticammo anni fa, Francesco
Sisinni. Mi ha chiesto secco: «Mi rimpiangete, eh?» E sorrideva, vendicativo e soddisfatto. Già, chi l’avrebbe mai immaginato?

L’Unità 22.07.11

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Dumus Aurea, indietro tutta dopo la denuncia de L’Unità
di Luca Del Fra

I commissariamenti delle aree archeologiche come ha certificato una relazione della Corte dei Conti, sono atti politici. Dunque sfuggono a qualsiasi motivazione che non sia politica».

Il professore Pier Giovanni Guzzo, archeologo già soprintendente a Napoli e Pompei e premiato dai Lincei per il suo lavoro nell’area flegrea, interviene sulla questione della Domus Aurea. Lo fa nel giorno in cui il sottosegretario Francesco Maria Giro del PdL, dopo la denuncia de l’Unità, compie una brusca marcia indietro sul nuovo e fantascientifico progetto di risistemazione della Domus Aurea firmato dal commissario straordinario Luciano Marchetti e da lui sponsorizzato politicamente.

Spariti i pali d’acciaio, spariti gli ascensori, sparito il museo pensile, in un comunicato stampa Giro fa sapere che in settembre saranno avviati due cantieri sperimentali, per la messa in sicurezza di alcune parti della reggia neroniana e di studio per i futuri interventi: poi si vedrà. Il tutto avviene a 5 anni dall’inizio del commissariamento della stessa, affidato a Marchetti, che aveva come motivazione l’urgenza e in cui pochissimo è stato fatto ma una galleria dell’edificio è crollata.

Nel 2008 sono state commissariate anche le soprintendenze di Roma e Ostia, con l’intento di riunire sotto un solo comando aree archeologiche confinanti ma assoggettate da entità diverse. Ma proprio la Domus Aurea è rimasta invece indipendente creando la surreale situazione per cui la parte occidentale dell’edificio ricade sotto la giurisdizione del commissario Roberto Cecchi, e la parte orientale, dove sono avvenuti i crolli, sotto quella del Commissario Marchetti, che usa criteri opposti.

Chiediamo a Guzzo com’è possibile una tale disparità di comportamenti?
«La conclusione della relazione della Corte dei Conti, come dicevamo prima, parla chiaro: se i commissariamenti sono un’ esigenza solo politica è evidente che al Governo vanno bene anche comportamenti così difformi. La Corte ha anche sottolineato che questi commissariamenti, come quello di Pompei, fossero ingiustificati e poco utili».

L’ordinanza di commissariamento della Domus Aurea autorizza la messa in sicurezza, come si giustifica un progetto così pesante come quello di Marchetti?
«Benché si sia parlato parecchio di questo progetto per la Domus Aurea non è stato ancora reso pubblico dunque si può fare un discorso generale. L’unico obbiettivo dei commissariamento è la conservazione che implica la messa in sicurezza, come spiegava l’ archeologo Cesare Brandi, l’intervento può estendersi in certi casi alla ricostruzione di parte di un monumento funzionale appunto alla sua preservazione. Occorre tenere presente però che la percentuale di quanto viene ricostruito e la pesantezza dell’intervento siano funzionali alla conservazione».

In questo caso, invece, si vorrebbero fare altri scavi.
«Per seguire una buona norma il progetto dovrebbe essere pensato ed eseguito dopo che gli scavi sono stati completati e le conoscenze elaborate avendo una base di partenza il più completa possibile. Visto così, non mi sembra un buon metodo».

Quindi la Domus Aurea non è ancora conosciuta completamente?
«Questo è un punto centrale: siamo di fronte a una costruzione assai complessa, con molte stratificazioni successive del periodo imperiale, una specie di grande palinsesto la cui conoscenza dovrebbe essere portata al massimo compimento possibile per decidere come intervenire. Lo studio comunque non impedisce che siano messi in sicurezza i settori dove esistono rischi di crollo, o dove effettuare nuovi scavi».

Quale è il primo grande problema della Domus?
«La storia ci dice che alla reggia aurea di Nerone sono state sovrapposte altre costruzioni per cancellare la memoria di questo imperatore. Nel corso del Medioevo il complesso delle costruzioni imperiali si è andato interrando, tanto è vero che durante il Rinascimento, quando è stata riscoperta, la Domus era una grotta sotterranea: di qui il nome di grottesche per quel tipo di motivi decorativi vegetali. Al suo interno il microclima era un misto di umidità e oscurità che ha conservato le pitture murarie: aprirle senza precauzioni comporta un grave rischio, le pitture si possono staccare dal loro supporto».

Che bisogna fare?
«Oltre alla complessità dell’architettura, gli affreschi sono l’elemento qualificante della Domus Aurea, dunque il microclima andrebbe studiato a fondo, con strumenti il più possibile sofisticati e che consentano di ricrearlo dopo il recupero».

Come si prospetta il progetto coi 45 pali di ferro nella muratura romana, gli ascensori e i pensili, oltreché alle imprese che le realizzano, sono utili?
«Nei monumenti antichi è preferibile usare metodologie adeguate alle tecniche tradizionali antiche: calce, pozzolana, legno e così via, con l’impiego di maestranze abituate alle tecniche tradizionali. Altra cosa è l’impiantistica, dove nell’illuminazione e nel condizionamento del clima la tecnologia ha un ruolo decisivo. Tradizione e innovazione non sono in contrasto».

Nel progetto è pure presente un museo pensile, ma nella Capitale di luoghi espositivi dedicati all’antichità romana ce ne sono già parecchi: ne serve un altro?
«Aggiungerei che la riduzione del personale e delle risorse al Ministero dei Beni Culturali rende sempre più difficile la gestione di un nuovo istituto museale. Inoltre resto perplesso e mi chiedo come questa nuova realizzazione si inserisca nell’ambiente architettonico della Domus Aurea».

L’Unità 23.07.11

"Le famiglie senza welfare", di Chiara Saraceno

Con la manovra finanziaria approvata la settimana scorsa, il reddito delle famiglie con figli è stato preso in ostaggio in vista della futura riforma fiscale e assistenziale. Solo se quest´ultima verrà approvata entro il 2013, infatti, non verranno attuate le previste riduzioni lineari dei regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale di cui possono attualmente godere le famiglie, in particolare quelle con figli.
L´impatto di quelle riduzioni è fortemente regressivo: inciderebbe maggiormente sulle famiglie a reddito più modesto. Ma anche se la riforma fiscale e assistenziale venisse approvata in tempo le cose non cambierebbero molto per le famiglie con figli. La riforma, infatti, ha lo scopo non tanto di razionalizzare e rendere maggiormente equo il coacervo di istituti – oltre 400 – che si sono accumulati senza logica nel tempo. Ha lo scopo pressoché esclusivo di ridurre la spesa, ovvero di determinare un risparmio non inferiore a 4.000 milioni nel 2013 e 20.000 milioni annui a decorrere dal 2014. Un obiettivo solo mascherato dal richiamo alla libertà di scelta dei cittadini. La bozza di delega, infatti, all´articolo 2 recita che il “criterio base della delega” è quello di applicare le nuove aliquote rispettivamente del 20%, 30% e 40% “su di un imponibile per quanto possibile non eroso dai regimi fiscali che nel corso degli anni sono stati introdotti per indirizzare le scelte e i comportamenti del contribuente verso obiettivi che lo Stato considerava costruttivisticamente meritevoli, lasciando invece alle persone e alle famiglie libertà di scelta in ordine all´uso del loro denaro. A questo effetto il governo è delegato ad eliminare o ridurre in tutto od in parte i regimi di esenzione, esclusione e favore fiscale”.
Il fatto è che molte delle misure che si vogliono eliminare sono destinate alle famiglie. E si tratta di misure che si ispirano al principio fiscale della redistribuzione: a parità di reddito riducono il prelievo sui nuclei familiari più numerosi. È il caso delle detrazioni per i figli a carico. Non è chiaro in che consista la libertà di scelta se l´eliminazione di queste facilitazioni non è sostituita da nulla e anzi si auspica un ancor maggiore coinvolgimento della famiglia nel far fronte ai bisogni economici e di cura dei propri componenti. Il potere d´acquisto di un´ampia fetta delle famiglie verrà semplicemente ridotto, comprimendo ulteriormente i consumi e quindi anche le stesse possibilità di ripresa. Non vi è dubbio che occorre mettere mano a una razionalizzazione complessiva del frammentato e carente welfare italiano, riducendo le iniquità per cui, a parità di reddito e bisogno, vi è chi può godere di più misure di sostegno (ad esempio assegni per i figli e detrazioni) e altri di nessuna (gli incapienti e coloro che non hanno un reddito da lavoro dipendente). E certo vi sono persone che godono impropriamente dell´assegno di accompagnamento. Ma ce ne sono molte altre che dovrebbero riceverlo, o avere servizi sostitutivi, ma non ricevono nulla. Così come non vi è un vero reddito minimo per chi si trova in povertà. Il welfare per le famiglie e per chi si trova in povertà è troppo risicato, oltre che ineguale, per pensare di effettuare risparmi in questo settore. Sarebbe già ottimo se si riuscisse a spendere meglio, più equamente e con maggiore efficacia. Ma i risparmi vanno cercati altrove. Sembra che anche i mercati la pensino in questo modo, non ritenendo realistica una manovra e un progetto di riforma non solo rimandati di due anni, ma che, nella loro regressività, tolgono fiato a chi già è in difficoltà. In questo contesto, anche l´opposizione e i sindacati dovrebbero avanzare proposte precise, non limitandosi a evocare la lotta all´evasione come sorta di magica lampada di Aladino che tutto risolverebbe. La lista del possibile è lunga, dalle liberalizzazioni sin qui efficacemente bloccate dagli interessi costituiti, al taglio, da domani e non in futuro, dei privilegi e dei redditi dei parlamentari ed ex parlamentari fino a quelli delle amministrazioni locali, dei grandi dirigenti pubblici e del parastato e, perché no, di alcuni conduttori televisivi. Dalla eliminazione di tutti i privilegi fiscali che favoriscono esclusivamente gli abbienti alla eliminazione tout court delle detrazioni, sempre regressive, a favore di trasferimenti diretti selettivi. Dall´anticipo dell´innalzamento dell´età pensionistica delle donne nel settore privato alla flessibilizzazione dell´età alla pensione per tutti.

La Repubblica 22.07.11

"Università: ricercatori, si salvi chi può. Gli atenei non assumono più", di Mariagrazia Gerina

Sono l’unica speranza dell’università italiana. Ma la riforma Gelmini li sta espellendo in massa. Chi fugge all’estero, chi lascia la ricerca per un lavoro in azienda… Effetto dei tagli e della burocrazia: le assunzioni sono bloccate. Per bloccare l’approvazione della legge Gelmini sono saliti sui tetti, hanno smesso di insegnare, si sono aggrappati ai monumenti simbolo del paese, hanno assediato il parlamento. La storia, nelle aule di Camera e Senato, si sa come è andata a finire. Ma nelle università, a distanza di otto mesi dall’approvazione della riforma che non avrebbero voluto, che cosa sta succedendo? «Sentinella a che punto è la notte?»: lo abbiamo chiesto prima di tutto a loro, ai ricercatori italiani, precari e non, giovani e meno, che sul destino dell’università in Italia hanno vegliato forse come nessun altro. Che «fine» sta facendo l’università? E che «fine» stanno facendo loro, a cominciare dai precari? Con loro che dovrebbero rappresentare il futuro dell’università la riforma Gelmini sta mostrando il volto peggiore. Altro che le 1500 assunzioni per tre anni promesse durante la discussione d’aula. I fondi per quella assunzioni non ci sono. Mentre la paralisi degli atenei, persi dietro ai tagli e alla «nuova» mastodontica burocrazia, ha di fatto determinato il blocco delle assunzioni e dei contratti. E ciascuno si salva come può. Chi fugge in Francia o negli Stati Uniti, quasi in esilio, chi si ritrova senza contratto o dopo dieci-quindici anni si decide ad abbandonare la ricerca per un posto in azienda. Un’espulsione di massa. Chi resta, a cominciare da quei ricercatori a tempo indeterminato, che hanno rappresentato lo zoccolo duro della protesta nell’autunno scorso, continua la battaglia. Assemblee, moti referendari, flashmob. Un conflitto meno visibile, perché dalle piazze si è spostato all’interno dei singoli atenei, alle prese con la riscrittura degli statuti, imposta dal ministero. Ma è solo l’inizio. «Le reti che si sono create in questo anno sono molto forti». Scatta la sua fotografia in mezzo al caos Francesca Coin, la ricercatrice che a Vieni via con me lesse l’elenco delle priorità per lei e per i suoi colleghi sui tetti: «E la situazione è troppo grave, nel paese e nell’università, perché la mobilitazione, che è continuata in questi mesi, non sfoci in autunno in una nuova azione collettiva».
Storie dal disastro Alessandra Contino,35 anni, nove dei quali dedicati alla ricerca sulle malattie tumorali resistenti ai farmaci, ha vinto l’ultimo concorso a tempo determinato, nella sua città, a Bari, proprio mentre la riforma Gelmini approdava in parlamento. Dieci mesi dopo, sia lei che il primo classificato sono ancora senza lavoro. Assunzioni bloccate. E nessuno sa dire fino a quando. L’ateneo di Bari non può spendere nemmeno un euro in nuovi contratti. La legge, quando superi il 90% del budget in stipendi e spese fisse, lo impedisce. Nelle stesse condizioni si trovano altri 35 atenei. Era spasso come Alessandra, che ora sta per partire negli Stati Uniti («vado dove mi viene riconosciuto un po’ di merito per quello che faccio»), sono rimasti molti dei 1300 vincitori di concorso «ante Gelmini». Persino i rettori hanno chiesto una deroga per assumere almeno loro. Ma il governo non sembra intenzionato a concederne. Anche se all’origine dell’affanno ci sono proprio i tagli pesantissimi al fondo di finanziamento ordinario decisi con le ultime finanziarie. Si è passati nel giro di tre anni dai 7,4 miliardi del 2008 ai 6,5 miliardi programmati per il 2012. Un definanziamento senza precedenti. Unito alla decisione di non riconoscere quest’anno, nel milleproroghe, la possibilità di considerare extrabudget alcune voci di spesa, come negli anni precedenti. Se le regole (o le risorse) non cambiano, le porte delle università resteranno chiuse per anni. La legge Gelmini in teoria prevede una lunga trafila di contratti. A tempo determinato per 3 anni più 2. E poi, sempre a tempo determinato, per altri 3 anni. A quel punto il ricercatore senior, si può ben dire, se l’ateneo avesse soldi, dovrebbe essere assunto a tempo indeterminato come professore associato.
Ovviamente, dopo aver ottenuto l’abilitazione: passaggio obbligato del percorso a ostacoli. Peccato che in parlamento il ministro non abbia neppure indicato con quale criterio verranno valutati i candidati e formate le commissioni esaminatrici. Come osserva il parere di minoranza al decreto delegato appena licenziato dalla Commissione Cultura della Camera. Uno su 47: gli altri, necessari all’applicazione della riforma, mancano ancora all’appello. Lentezza burocratica e risorse negate sono due trappole parallele.
«In pratica l’unica cosa che possono proporre in questo momento gli atenei sono gli assegni di ricerca», spiega Luca Schiaffino, quarant’anni. Uno dei ricercatori più attivi del Coordinamento precari dell’università. Fino a febbraio, studiava la «catalisi asimmetrica», passando da un assegno a un contratto a termine. La riforma Gelmini ha segnato per lui uno sparti-acque. Adesso lavora in Banca d’Italia: «E sono uno dei fortunati» (nel tempo libero, collabora con il Pd alla stesura di emendamenti e proposte alternative). Anche Tiziana Nardi, 33 anni, biologa, faceva ricerca. Studiava i processi di fermentazione del vino a Padova. E, visto l’argomento, riusciva ad ottenere anche finanziamenti esterni. Sperava almeno di poter ottenere uno di quei contratti a tempo determinato previsti per i ricercatori dalla riforma Gelmini. Quando ha capito che avrebbe avuto al massimo un altro assegno di ricerca e niente più, ha detto basta. Adesso lavora per una multinazionale canadese. «Sono il prodotto perfetto» dell’università italiana, ha scritto al ministro Gelmini. Perfetto e quindi espulso.
«Da qui al2015 andranno in pensione 12-13mila professori ma non ci sarà nessun turn over: una cupola sempre più ristretta di ordinari e una platea sterminata di ricercatori a tempo determinato, ricattabili, questo è lo scenario che disegna la riforma Gelmini». Lo ha spiegato anche ai suoi studenti Piergo Graglia, 48 anni, biografo di Altiero Spinelli e ricercatore a tempo indeterminato a Milano. È uno dei primi fondatori della Rete 29 aprile. «Avendo un contratto siamo meno ricattabili, per questo forse abbiamo alzato la voce più degli altri. Il presidente della Crui una volta ci ha detto: che dobbiamo fare con voi? Mica possiamo gassarvi».
C’è chi ancora non si è scoraggiato. Ma forse perché è molto giovane. Come Martino Gagliardi, 31 anni, che lo scorso autunno ha portato la protesta anche in Svizzera, sul tetto del Cern di Ginevra. «Gli altri ci guardavano un po’ stupiti, hanno sempre quella faccia quando gli raccontiamo le prospettive che abbiamo in Italia». Borsista al Cern, in Francia gli hanno già offerto un contratto a tempo indeterminato. In Italia, l’università di Torino gli ha dato un assegno di ricerca (1200 euro) che scade a novembre. «Almeno quello dovrebbero rinnovarmelo».
Per ora, in questo paese, non può sperare di più.

L’Unità 22.07.11

"Le macerie del Cavaliere", di Aldo Schiavone

Fino a quando potrà andare avanti così? E cosa ancora ci toccherà di vedere prima che cali il sipario su una situazione non più sostenibile? E´ l´intero Paese a chiederselo, in questa estate di paure e di veleni. Berlusconi e, ogni giorno di più, Bossi con lui – votati allo stesso destino – sono ormai un ostacolo da rimuovere.Dopo quasi vent´anni di interminabile transizione, la nostra vita pubblica è a questo punto. Perché a null´altro ormai s´è ridotta la leadership che una volta aveva saputo conquistare un popolo (quello stesso che chiamava “gente” – una parola vergognosa, che dovremo dimenticare in fretta).
Non altro è diventata che un grumo di macerie e di potere, un impasto denso di seduzione finita e di ostinazione che resiste, senza più rapporto con la realtà del Paese: frantumi di sogni non realizzati e pratiche contagiose di scostumatezza, di dismisura e di arroganza. Null´altro è ormai se non specie di tappo – potremmo davvero chiamarlo il fattore T – che comprime e soffoca un´Italia a rischio e in pericolo. La stessa destra lo sa, ormai, e lo capisce la base leghista: che sente d´essere ostaggio in una partita non sua.
Ma da dove viene un simile stallo, questa fine che non smette mai di finire? La verità è che l´Italia sta scontando la dissoluzione di una tenace lusinga, il dissolversi di un´illusione che ora stiamo capendo quanto micidiale – la fiducia nel “miracolo” berlusconiano – trasformatasi sotto i suoi occhi in un cumulo soffocante di detriti. In questi mesi, appena velata dall´onda delle celebrazioni unitarie, l´idea che il Paese abbia imboccato una irreversibile via di declino ha conquistato consensi sempre più vasti – talvolta persino inattesi. Si tratta, purtroppo, di una percezione per nulla infondata, che poggia su elementi al di là della stessa crisi economica, che pure sta assumendo sempre di più i tratti di una vera e propria svolta d´epoca.
Quando però si passa dalla constatazione della gravità dei fatti alla ricerca delle cause della nostra difficoltà, molti giudizi si fanno elusivi, e aggirano una questione di fondo: il peso determinante del berlusconismo nel declino italiano; il ruolo che esso ha ricoperto, in quasi un ventennio, nel portarci dove oggi siamo: e cioè, precisamente sull´orlo del baratro. Non è per un astratto bisogno di verità, che va sottolineato questo aspetto; per una pur legittima esigenza di non manipolare il giudizio storico, e di esatta individuazione delle responsabilità politiche. No. E´ questione d´altro. E cioè che senza un´analisi rigorosa e spietata della stagione che abbiamo alle spalle, senza una forte presa di coscienza – che deve riguardare anche la destra, il grande schieramento dei conservatori italiani – di quel che è stata veramente l´Italia in questi anni, non troveremo la forza di venir fuori davvero dal disastro che incombe su di noi.
Non bastano gli indicatori economici per descrivere la profondità della crisi italiana. Il dissesto di milioni di famiglie, la disoccupazione che sta devastando le vite di un´intera generazione, il carattere spudoratamente classista di misure di salvataggio varate con l´acqua alla gola dopo aver negato per anni l´esistenza stessa di qualunque problema, l´assenza, nelle nostre politiche pubbliche, di ogni progetto legato a una strategia di crescita e di sviluppo. Tutto questo c´è, ma non è sufficiente a capire. Perché la malattia del Paese è innanzitutto nel senso comune che si è cercato di far passare in questi anni, nella cultura della disgregazione individualistica (chiamiamola così) cui si è cercato di uniformare i nostri comportamenti pubblici e privati; nel modello sociale, successo senza qualità, che è stato proposto presentandolo come la chiave del futuro.
Prima che economiche e politiche, le responsabilità del berlusconismo sono innanzitutto responsabilità culturali. In un´età di smarrimento e di vuoto, il premier ha assecondato la deriva anomica del Paese, giocando istintivamente sull´antica vocazione al disordine dei nostri “animal spirits”, sull´ambiguità del nostro storico e sbilanciato rapporto tra le forme e la vita. Egli non è stato l´autobiografia della nazione. Ha piuttosto cercato di instillare negli umori della nazione la sua personale biografia, sfruttando una congiuntura mondiale favorevole, e facendo del proprio eccezionalismo proprietario il paradigma di una società illimitatamente acquisitiva, senza regole, senza legami, senza pensiero critico (altro che formazione, altro che scuola e ricerca!), e sostanzialmente senza politica, sostituita quest´ultima da un rapporto carismatico fra il leader e un popolo ridotto a “gente”. Ha cercato di moltiplicare il suo permanente stato d´eccezione nello specchio segreto in cui milioni di italiani provavano a ritrovare in piccolo, attraverso l´immagine del leader moltiplicata all´infinito, un riverbero di se stessi. Se Berlusconi ha finora retto, è perché ha costruito intorno a sé una (im) politica il più possibile a lui somigliante, e dunque in grado di ingoiare di tutto in nome dell´eccezionalità del Capo.
Da tutto questo non si uscirà facilmente. Certo, non si possono ridurre al solo berlusconismo le ragioni strutturali del declino italiano. Ma se non si scioglie questo nodo, ora e subito, se non si fa saltare il tappo e si separano le storie, sarà difficile per l´Italia ritrovare la strada della speranza.

La Repubblica 22.07.11

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“Il PREMIER asserragliato”, di Franco Cordero

Nove settimane confermano che l´avventura berlusconiana sia storia naturale. Lo paragonavamo al caimano (Iddio spaventa Giobbe magnificando Leviathan, capolavoro d´ingegneria): ogni impresa gli riusciva come lo scatto delle lunghe mandibole o i colpi d´una coda squamosa, mentre l´animale pensante spende energia in dubbi, calcoli, fatica mnemonica; vi perde tempo e gli complica la vita un´autorità interna, i cui comandi o divieti costano, lasciando sedimenti dolorosi nell´inadempiente. Immune da logica, morale, sensibilità estetica, Berlusco felix disponeva d´una macchina d´alto rendimento: stomaco vorace, riflessi sicuri, una tecnica fraudolenta elementare garantivano vantaggi determinanti; erano partite truccate. L´equazione econometrica presuppone organismi perfetti e ambienti favorevoli (su terreno secco gli alligatori rischiano la morte d´inedia). Ma sopravvengono difficoltà appena i riflessi s´allentino o il contesto muti. Nella guerra giudiziaria, fallito il colpo risolutivo (immunità), ha molto da temere con quel passato. Aveva invaso la ribalta in pose da vaudeville, mago d´una vita comoda godibile da tutti. I fatti suonano musiche terribilmente diverse: abbiamo l´acqua alla gola; forse perde denaro persino lui, affarista supremo, nonostante rendite monopolistiche, mille grovigli societari, paradisi fiscali, uno Stato nel quale mette le mani; e milioni d´italiani distano due dita dalla povertà. La miseria acuisce gli occhi. Lo vedono imbroglione, guitto, falso statista, abile solo nell´accumulare soldi barando.
Qui emergono i punti deboli: a mani vuote, recita vecchie manfrine come fosse martedì sera 8 maggio 2001, quando in «Porta a Porta» firmava il contratto con gli italiani, impegnandosi a desistere se le meraviglie fossero rimaste sulla carta; dopo dieci anni, ormai vecchio, ispessito, cupo, ripete lo stesso motivo. L´arnese ha una sola corda e stride. Biologicamente questo caimano non vale i maiali dell´Animal Farm, così evoluti da eguagliare l´uomo: nel decimo capitolo assumono posa eretta sulle zampe posteriori; impongono alle bestie suddite una disciplina dura, obbligandole a lavorare di più e mangiare meno; ricevono Mr Pilkington e agricoltori dei dintorni; in tale compagnia tengono discorsi, brindano, giocano a carte, litigano (l´ospite e Napoleone, verro dominante, spacciavano simultaneamente due assi di picche). Dissonare dall´ambiente è difetto grave in uno che batta le piazze. La parabola infausta comincia dalla campagna elettorale milanese: sapeva d´essere in calo ma salta nella mischia; il voto amministrativo diventa ordalia politica. Lancia sfide estreme sentendosi irresistibile: sensazioni fallibili; infatti, cade male al primo turno, rovinosamente nel secondo. Due settimane dopo sperava una rivincita dai quattro referendum abrogativi d´altrettante leggi sue. Terzo collasso. È svanito il fluido d´enchanteur, e dev´essersene reso conto perché non nomina più «il popolo», dal quale vantava un´investitura plebiscitaria. Nelle fotografie ha lo sguardo torbido e vacuo.
Le sventure non vengono mai sole su chi le cerca. Era notorio che, quanto a corruzione e analoghi delitti, stiamo sei o sette volte peggio rispetto all´anno cruciale 1992. La Procura napoletana scova del malaffare nei santuari governativi, in lingua giornalistica P4. Provvedimenti cautelari indicano Luigi Bisignani, illo tempore piduista junior, e Alfonso Papa, dirigente nel gabinetto del ministro Alfano, ora deputato Pdl. Malaccorto anche qui, nega i fatti ma la connection consta da dialoghi registrati: e la privacy?, ulula, annunciando riforme radicali; lo lascino fare e gli italiani converseranno sicuri che nessuno li spii. Sia concessa una parentesi sui tentacoli nella Rai: Deborah Bergamini, fattoressa berlusconiana, lo chiamava «der Führer»; «tu sei Eva Braun», risponde Clemente Mimum; Francesco Pionati raccomanda misure epurative coniugando i verbi “impiccare”, “friggere” e simili. Sappiamo con quanta disinvoltura usi le antifrasi, invertendo il senso delle parole. Era attesa la decisione d´appello nella causa sui danni d´una sentenza venduta. Res iudicata: i barattieri scontano o hanno scontato una condanna penale; nei confronti suoi il delitto risultava estinto dal tempo, grazie alle attenuanti generiche benevolmente concesse. Ormai era discutibile solo il quantum. La Corte abbassa a 560 i 750 milioni liquidati dal Tribunale; e lui baccaglia: «rapina a mano armata»; «forsennata aggressione al patrimonio», «vogliono farmi fuori». La sesta gaffe straripa dall´immaginabile. Dopo otto anni d´ipnosi euforica, l´Italia affonda sotto l´enorme debito pubblico: il ministro dell´economia avvia una manovra di almeno 40 miliardi tra tagli e fisco; all´ultimo istante un comma nella coda dell´ultimo articolo ritocca la norma vigente ab immemorabili, stabilendo che le condanne in appello a somme oltre i 20 milioni diventino esecutorie solo in quanto la Cassazione respinga il ricorso. Ennesima fattura, talmente sordida da non passare. La terapia è debole, bisognerà rinforzarla, ma secondo lui, era troppo severa, settima bestialità. Non stupisce che i mercati rispondano picche: a Palazzo Chigi siede un joker impresentabile e finché vi resti, nessuno accorderà fiducia alla sciagurata Italia; il risanamento richiede mani e visi seri.
Votassimo domani, perderebbe male: sapendolo, s´arrocca nelle Camere, forte dei voti venali; notavamo come dalle parole d´ordine sia scomparso «il popolo», mentre risuona lo slogan «parlamento sovrano». L´idea è tenere artificialmente vivo l´ormai inesistente esecutivo fino alla primavera 2013; «non mollo»; nel suo lessico manca la parola “dimissioni”. Bel programma, ricorda macabri fenomeni vegetativi imposti dal dogma ecclesiastico. Infine, mercoledì 20 luglio Montecitorio vota sull´arresto di Alfonso Papa. Esperti d´arie parlamentari davano probabile il rifiuto; i quadri luminosi li smentiscono: 319 sì, 298 no (non accadeva da 27 anni). Inutile dire chi sia il soccombente: fosse uomo politico, domani presenterebbe le dimissioni, ma è prevedibile che s´asserragli nel palazzo; «hic manebimus optime» e sarebbe nel suo stile sbagliare le desinenze.

La Repubblica 22.07.11

Bonus bebè, Pd: per migliaia di famiglie rischio restituzione e pagamento multe

Lenzi e Ghizzoni: Giovanardi non fa chiarezza si parla di 4000 euro. “Giovanardi non fa chiarezza su bonus bebè del 2005 e per migliaia di famiglie c’è il rischio di dover restituire 4000 euro allo Stato: i 1000 euro del bonus più la sanzione di 3000 euro. Tutto questo per colpa di un sistema di attribuzione poco chiaro”. Lo denunciano le deputate democratiche Manuela Ghizzoni e Donata Lenzi che hanno interrogato oggi in commissione Affari sociali alla Camera il sottosegretario alla famiglia, Giovanardi sulle 8.000 lettere ricevute dalle famiglie che avevano ottenuto nel 2005-2006 il bonus bebè di 1.000 euro e che si vedono adesso chiedere i soldi indietro con gli interessi. “Il sottosegretario – proseguono – ha minimizzato i numeri assicurando che dovranno restituire solo 1000 euro e non 4000 come risulta dalle denuncie di cui siamo in possesso. Siamo in ogni caso disponibili a raccogliere le testimonianze di chi si trova in questa situazione e a rappresentarle al ministro in modo che almeno questo impegno del sottosegretario non si trasformi un’altra volta in una promessa elettorale come fu il bonus bebè. In ogni caso – concludono – se le rassicurazioni di Giovanardi dovessero essere smentite, invitiamo il Presidente del Consiglio a scrivere nuovamente una lettera ai bambini nati nel 2005 e gli proponiamo fin d’ora il testo: “Felicitazioni per il tuo sesto compleanno. È il Presidente del Consiglio a scriverti per farti capire come teniamo a te e alla tua famiglia: lo sai che i tuoi genitori dovranno pagare all’erario 4000 euro? Il motivo è dovuto al fatto che nella fretta di scriverti cinque anni fa non avevo spiegato come funzionava il bonus bebè perché ero più interessato al voto dei tuoi genitori. Un grosso bacio, tuo Silvio Berlusconi”. Le due democratiche fanno riferimento alla lettera che Berlusconi inviò a tutti i nuovi nati del 2005 e che diceva: “Felicitazioni per il tuo arrivo. Lo sai che la nuova legge Finanziaria ti assegna 1000 euro? Ti invio i più affettuosi auguri per una vita lunga. Un grosso bacio, Silvio Berlusconi”.

"Non restare sordi", di Lapo Pistelli

Siccità in Africa Orientale. “In un’altra epoca sarebbe stato possibile perdonarsi di non aver saputo cosa accadeva in altra parte del mondo. Oggi non è più così”. La notizia da molti giorni apriva i notiziari televisivi di lingua inglese ma non riusciva a bucare lo schermo di indifferenza della nostra informazione. Poi, domenica scorsa, Benedetto XVI ha lanciato durante l’Angelus un appello commosso alla comunità internazionale accendendo i riflettori sulla tragedia che in Africa Orientale sta colpendo 11 milioni di persone.
La siccità è una piaga antica, che purtroppo torna a riproporsi oggi nella forma più grave degli ultimi 60 anni colpendo direttamente alcuni Paesi del Corno d’Africa ma destabilizzando indirettamente altri, cioè quelli che ospitano i profughi in fuga, Paesi nei quali l’improvvisa pressione sta rapidamente facendo salire il prezzo dei generi alimentari.
La città di Mogadiscio non è più in grado di accogliere nuovi rifugiati e l’ospedale ha esaurito le scorte di medicinali; in altre aree, Al Shabaab ha autorizzato le agenzie internazionali a rientrare nel territorio sotto il proprio controllo per rispondere ad una crisi che li trova disarmati.
Nel campo di Dadaab, in Kenya – già dichiarato pieno nel 2008 – si affollano oggi circa 400.000 persone ma ogni giorno giungono dalla Somalia e dall’Etiopia migliaia di nuovi profughi, esausti per il lungo cammino e per la sete. Il campo registra un costante peggioramento dei tassi di malnutrizione e di mortalità.
Per queste ragioni, le Nazioni Unite hanno segnalato che la crisi alimentare – se non vi saranno interventi più decisi – potrebbe esplodere nelle prossime settimane in una vera e propria carestia. Purtroppo finora la comunità internazionale ha reso disponibili solamente 850 milioni di dollari a fronte di esigenze stimate in 1.8 miliardi. L’Italia sembra non rispondere adeguatamente a questo appello. Ma l’emergenza proseguirà poiché anche nel caso di una buona stagione delle piogge l’ottobre prossimo, i raccolti non sarebbero ovviamente disponibili prima del 2012.

“Nella Rift Valley mi sono sorpreso di fronte a migliaia di ettari di grano e granoturco che a prima vista appaiono come ampie distese pronte alla mietitura. Ma avvicinandomi – ha raccontato Tommy Simmons, direttore di Amref Italia – ho visto che purtroppo le piante non sono più alte di dieci centimetri. Il raccolto, anche in questa zona che è uno dei granai del paese, farà fatica a raggiungere il 10% della media.” Noi siamo consapevoli che il nostro Paese attraversa un momento difficile, che la manovra economica batte sui soliti, che in queste circostanze si attenua la predisposizione alla solidarietà internazionale; tuttavia sappiamo che il Partito Democratico è una grande forza popolare, che gli ideali di giustizia e di umanità sono radicati nei suoi militanti. Perciò la tragedia della siccità in Africa Orientale sarà la prima occasione in cui il PD e Agire metteranno alla prova il protocollo d’intesa appena firmato e che verrà presentato assieme a Bersani la settimana prossima.
In un’altra epoca sarebbe stato possibile perdonarsi di non aver saputo cosa accadeva in altra parte del mondo. Oggi non è più così. Un astronauta arabo di ritorno da una missione dello Shuttle commentò “Il primo e il secondo giorno puntavamo lo sguardo verso i nostri paesi. Il terzo e il quarto giorno cercavamo i nostri continenti. Il quinto giorno acquistammo la consapevolezza che la Terra è un tutto unico.” L’Africa Orientale ci chiama oggi ed è parte di quel tutto.

L’Unità 21.07.11

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“La più grave catastrofe umanitaria del mondo. I più a rischio sono i bambini. Appello Unicef”, di Umberto De Giovannangeli

Un Paese devastato dalla guerra civile e paralizzato da un’agricoltura sottosviluppata. Onu: «In Somalia è carestia» Senza cibo milioni di persone. La più grave catastrofe umanitaria del mondo. È quella in atto nel Corno d’Africa, con l’epicentro in due regioni del sud della Somalia. È la «carestia dei bambini», sottolinea l’Unicef. Il 25 a Roma vertice della Fao. Nel Corno d’Africa siamo di fronte alla «più grave catastrofe umanitaria del mondo». A lanciare l’allarme è Antonio Guterres, l’Alto commissario Onu per i rifugiati (Unhcr). Dopo diciannove anni torna la carestia in Somalia. La dichiarazione ufficiale arriva dalle Nazioni Unite che parlano di 3,7 milioni di persone metà della popolazione somalain crisi, 2,8 milioni delle quali si trovano nelle due regioni del Bakool meridionale e della bassa Shabelle. Secondo l’ufficio Onu per il Coordinamento degli aiuti umanitari per la Somalia i tassi di malnutrizione sono tra i più alti al mondo con picchi del 50 per cento in alcune zone del Paese. A Bakool e Shabelle la malnutrizione acuta colpisce oltre il 30% della popolazione e più di 6 bambini ogni 10mila muoiono ogni giorno.
OLTRE L’EMERGENZA
Valori che eccedono addirittura la soglia che definisce una carestia: tassi di malnutrizione infantile superiori al 30%, due adulti o quattro bambini ogni 10mila morti di fame al giorno e un accesso giornaliero al cibo inferiore alle 2100 chilocalorie. «Se non interveniamo ora la carestia rischia di diffondersi nelle otto regioni della Somalia meridionale nel giro di due mesi a causa degli scarsi raccolti e dello scoppio di epidemie», avverte il coordinatore umanitario dell’Onu Mark Bowden. La situazione somala è peggiorata anche dalla circostanza che le regioni colpite attualmente dalla carestia sono controllate da gruppi armati di islamici, gli affiliati di Al Shabab e Al Qaeda, che hanno bandito nel 2009 ogni aiuto proveniente da Paesi stranieri. Solo recentemente il veto è stato rivisto, ed il territorio è stato reso accessibile, sia pur con delle limitazioni: «A causa di un conflitto in corso è estremamente difficile per le agenzia umanitarie lavorare e accedere alle comunità del sud del Paese», hanno spiegato nella sede locale dell’Onu. In questo scenario drammatico, migliaia di somali fuggono oltre il confine: 166 mila, secondo l’emittente britannica Bbc, sono già scappati verso Kenya ed Etiopia. Un fiume umano, con oltre 1.000 arrivi al giorno, viene segnalato nel complesso di campi profughi più grande del mondo, a Daab. Chi arriva qui, trascinandosi a piedi in cerca di acqua e cibo, spesso non riesca a salvare i propri figli: troppo denutriti e deboli, secondo quanto riferisce Medici senza frontiere, per essere salvati. Il segretario generale Ban Ki-Moon ha lanciato un appello ai Paesi donatori, servono 1,6 miliardi di dollari, dice, per salvare la Somalia. «Adulti e bambini rimarca Ban muoiono ogni giorno ad un ritmo impressionante, e i ritardi (negli aiuti) possono causare ulteriori morti». Anche la Fao si è unita all’appello internazionale a sostegno dei 12 milioni di persone colpite dalla siccità nel Corno d’Africa e, in attesa del vertice 25 luglio, che si svolgerà a Roma, ha chiesto 120 milioni di dollari per fornire un’assistenza agricola d’emergenza. In Somalia la situazione è particolarmente complessa anche per i conflitti permanenti che attraversano il territorio: le regioni colpite attualmente dalla carestia sono controllate da gruppi armati di integralisti islamici, gli affiliati di Al Shebaab e Al Qaeda, che hanno messo al bando nel 2009 ogni aiuto proveniente da Paesi stranieri. Solo recentemente il veto è stato rivisto, sia pure con delle limitazioni. Ieri, uno dei responsabili degli Shebaab ha espresso soddisfazione per l’intervento dell’Onu («il riconoscimento dello stato di carestia è benvenuto») aggiungendo: «Vorremmo vedere gli aiuti».
LA CARESTIA DEI BAMBINI
«La metà dei 3,7 milioni di persone colpite è costituita da bambini sotto i 18 anni e uno su cinque ha meno di 5 anni puntualizza l’Unicef circa 554.000 bambini sono malnutriti. In Somalia, dall`inizio del 2011 sono già morti più di 400 bambini, una media di 90 bambini morti ogni mese, con un tasso di mortalità dell`86% nelle regioni centro-meridionali, nonostante l’Unicef e i partner abbiano già curato nello stesso periodo oltre 100.000 bambini affetti da malnutrizione acuta». Nelle aree maggiormente colpite, appena il 20% della popolazione ha accesso all`acqua potabile, mentre i dati a disposizione indicano che un bambino su nove muore prima di compiere un anno, uno su sei prima del quinto compleanno.
Nei prossimi sei mesi, l’Unicef conta di fornire aiuti e assistenza per la cura di 70.000 bambini affetti da malnutrizione grave, attraverso l`apertura di nuovi centri di alimentazione terapeutica e il sostegno a team mobili, e di raggiungere altri 75.000 bambini con malnutrizione moderata.

L’Unità 21.07.11

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“La carestia del secolo che piega il Corno d´Africa”, di Pietro Veronese

L´Onu ha decretato lo stato di carestia in due regioni meridionali: una decisione politica oltre che umanitaria milioni di dollari in aiuti rischiano di finire agli Shabaab, le bande islamiche che controllano il Sud del Paese Li abbiamo visti arrivare alla spicciolata. Lo scatto di un fotografo, un breve filmato nei tg. Li conoscevamo già, sono tornati: i corpi scheletriti, gli occhi ingigantiti nei volti, lo sguardo muto. Gli affamati sono di nuovo tra noi. Alla fine anche la burocrazia globale delle Nazioni Unite ha apposto il suo timbro e il mondo ha ufficialmente appreso quello che milioni di africani sapevano già. Nel Corno d´Africa è in atto una spaventosa carestia, la peggiore degli ultimi vent´anni e secondo gli esperti «la prima da riscaldamento globale». È probabile che «decine di migliaia di persone siano già morte, nella maggior parte bambini», stando alle parole del coordinatore umanitario Onu per la Somalia, Mark Bowden. Se è così, è difficile capire perché l´allarme venga lanciato solo adesso, quando è da almeno un mese che le ong si sgolano per allertare l´opinione pubblica internazionale. Una logica, sia pure perversa, tuttavia c´è: proclamare uno stato di carestia è una decisione di rilevanza politica oltre che umanitaria, e le Nazioni Unite hanno impiegato ogni cautela. Probabilmente troppa.
L´allarme Onu riguarda per il momento due regioni della Somalia meridionale, il Sud Bakool e il Basso Scebeli. «Ma se non agiamo adesso», ha detto ancora Dowden, «entro due mesi la carestia si estenderà a tutte e otto le regioni della Somalia meridionale. Ogni giorno di ritardo negli aiuti è letteralmente questione di vita o di morte».
E non è tutto, perché la siccità – che della carestia e della morte per fame è la gran madre – è assai più estesa della sola Somalia meridionale. Essa sta infierendo direttamente e indirettamente nel Sud dell´Etiopia e nel Nord e nell´Est del Kenya. Direttamente, perché anche queste altre regioni del Corno d´Africa sono gravemente colpite dalla mancanza di piogge e da temperature più alte della media. Nella zona del lago Turkana, ad esempio, il bestiame è ormai decimato e i granai sono vuoti, con gravi e crescenti sintomi di denutrizione nella popolazione, come testimoniano le ong attive da quelle parti (“Veterinari senza frontiere” e “Medici senza frontiere”). Gli effetti indiretti sono dovuti invece all´enorme afflusso di profughi della fame dalla Somalia, che cercando di raggiungere il Kenya a Ovest – dove sono già arrivati a centinaia di migliaia – e l´Etiopia a Nord, aggravano con la loro sola presenza una situazione già deficitaria in materia di fabbisogno alimentare.
Se ci si limita alla sola Somalia, il numero di persone a rischio della vita è, secondo la stima Onu, di 3 milioni e 700mila, di cui 2 milioni e 800mila nelle regioni meridionali. Portare aiuti alimentari è un vero rompicapo, perché le infrastrutture somale sono devastate da un ventennio di guerra civile, i porti sono in mano ai pirati, gli aeroporti alle più diverse bande armate, le strade derelitte e aperte a predoni di ogni specie. Nell´immediato, la cosa migliore da fare secondo gli esperti è immettere denaro contante, sperando che in tal modo le derrate affluiscano sui mercati locali. E qui entra in gioco la politica.
A impedire l´afflusso di aiuti alimentari non è soltanto la catastrofe logistica. È stato anche, nei mesi scorsi, il divieto imposto dalle feroci bande islamiche che controllano buona parte del Sud della Somalia, gli Shabaab (ovvero “i ragazzi”). Gli aiuti creano dipendenza, avevano proclamato. All´inizio di luglio, vista la situazione, hanno tolto il bando, ma nel frattempo la macchina internazionale era rimasta ferma. Per questo, adesso, l´unica cosa che può arrivare rapidamente è il denaro. «Servono 300 milioni di dollari entro due mesi», ha detto Bowden. La prospettiva, per i donatori occidentali, è dunque quella di mettere una bella quantità di contante nelle mani degli Shabaab.
Non soltanto in Somalia la politica avvelena l´emergenza umanitaria. Anche in Kenya sono in gioco fattori che poco hanno a che vedere con la sopravvivenza degli esseri umani. Il punto d´arrivo dei profughi della fame che a intere famiglie si avventurano a piedi attraverso il deserto verso il territorio keniano, morendo a migliaia lungo il cammino, è una località chiamata Dadaab. Qui sorge da oltre un decennio un vastissimo campo, alimentato dai profughi della guerra civile e diventato negli anni una specie di piccola città di oltre 300mila abitanti. Nelle scorse settimane, vista l´onda di moribondi che si andava abbattendo su Dadaab, le organizzazioni umanitarie hanno allestito in tutta fretta un nuovo campo. Ma per lunghi giorni il governo del Kenya ne ha impedito l´apertura, con una motivazione in parte comprensibile: non voleva trovarsi sulle spalle una popolazione di profughi raddoppiata, accampata alla frontiera con un Paese che è diventato una delle centrali mondiali del terrorismo islamico. Alla fine il Kenya ha ceduto e da qualche giorno il nuovo campo è in funzione. Nel frattempo, il numero dei bambini e degli adulti che non ce l´hanno fatta è aumentato.

La Repubblica 21.7.11

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“Mobilitiamoci per denunciare l’ignavia dei governi”, di Carlo Pietrini

In queste ore un esodo incessante di migliaia di somali stremati dalla fame e dalla siccità sta attraversando il confine con il Kenya. Migliaia di bambini muoiono nel tragitto, mentre nei tre campi profughi di Ifo, Hagadera e Dagahaley mancano cibo e acqua per alleviare le sofferenze di quasi mezzo milione di persone. Le Nazioni Unite non riescono a finanziare un intervento d´emergenza perché la comunità internazionale non risponde con sollecitudine e con mezzi adeguati.
Il cambiamento del clima, causato principalmente dai Paesi industrializzati e da sciagurate scelte di deforestazione, colpisce con spietata violenza questa parte del continente africano. Mi domando se questa non sia una giusta causa per mobilitare la nostra Europa in una missione di pace. Presidiamo con i nostri eserciti “di pace” diverse aree del mondo per garantire la democrazia, mentre le grandi potenze messe insieme non riescono a sfamare un popolo inerme, rassegnato alla morte per fame. Alla violenza di una Natura vilipesa è sempre e soltanto chiamato a rispondere il variegato mondo di organizzazioni umanitarie, missionari, cooperatori e qualche commissariato delle Nazioni Unite. È proprio vero che il pane degli altri ha sette croste!
L´incidenza del cambiamento climatico sull´agricoltura sarà sempre più devastante per l´Africa Subsahariana, che già oggi conta più di 300 milioni di malnutriti su una popolazione di 800 milioni. Questo è il vero fronte che bisogna presidiare per il nostro futuro, per la nostra democrazia. Un fronte difeso non con le armi ma con un nuovo esercito di donne e uomini convinti che la morte per fame si può davvero debellare.
Mi fanno ridere quelli che pretendono di fermare i flussi di migranti africani: con questa politica di assenza dinanzi a tali emergenze umanitarie i flussi s´implementano e non si ridurranno mai. Il vero quesito che bisogna porre con forza alla politica è se il diritto al cibo sia o no un diritto inalienabile per tutta la comunità terrestre. Perché se è tale allora occorre lavorare per una mobilitazione senza precedenti, in grado di smascherare l´ignavia dei Governi.
La Fao ha parlato di 37 miliardi di dollari all´anno per ridurre drasticamente i morti per fame: un´inezia! La verità è che su questa Terra c´è cibo per tutti. È il sistema alimentare che è profondamente ingiusto, che penalizza i più poveri, che depreda le risorse naturali e alla domanda crescente dei malnutriti propone soltanto di produrre di più.
I conflitti negli anni a venire saranno causati dall´accaparramento delle risorse idriche e dei terreni fertili. Mai come in questo momento la battaglia per estirpare la fame è prioritaria rispetto a tutte le altre. C´è da sperare che questo malconcio Governo italiano abbia un sussulto di dignità, mantenga gli impegni presi a livello internazionale e che risponda celermente al richiamo di questa emergenza nel Corno d´Africa.

La Repubblica 21.07.11

Fassina: norma su fisco, iniqua e regressiva

Irpef sulla prima casa, un aggravio pesante sulle famiglie e i giovani. Le profonde iniquità inflitte dalla manovra di finanza pubblica del governo Berlusconi ne appesantiscono gli effetti recessivi e, quindi, ne indeboliscono l’efficacia.
La norma per gli interventi sul fisco, oltre a tassare la casa di abitazione, prevede la tassazione dei contributi pensionistici e sociali obbligatori. Se si attuasse l’improvvisato e irrazionale intervento predisposto da Tremonti, saremmo l’unico Paese al mondo a tassare due volte lo stesso reddito, per altro in modo pesantemente regressivo.
Contestualmente, le rendite milionarie continuano a beneficiare di un’imposta sostitutiva al 12,5%. Il governo Berlusconi non ha alcuna credibilità per andare avanti. Ogni giorno in più aggrava i problemi dell’Italia.
Saranno 24 milioni gli italiani che subiranno il ritorno dell`Irpef sulla prima casa.
Un aggravio pesante che ha provocato una dura presa di posizione del Pd che con il responsabile economico Stefano Fassina ha giudica la norma che riporta l`Irpef sull`abitazione principale «iniqua e regressiva».

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