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"Il premier aggrappato a Scilipoti", di Marcello Sorgi

Il pasticcio in cui ieri il governo è andato a cacciarsi, durante la discussione parlamentare del decreto sui rifiuti di Napoli, non è certo di buon auspicio per la prossima votazione sulla richiesta di arresto del deputato Alfonso Papa, il braccio destro di Luigi Bisignani coinvolto nell’ inchiesta sulla P4. Ancora una volta a bloccare il governo è stata la Lega, contraria alla norma che avrebbe dovuto consentire l’invio dei rifiuti in eccedenza fuori dalla Campania anche senza il consenso delle regioni. Per tener duro sul punto che la monnezza del Sud non deve andare al Nord, il Carroccio, prima ha fatto un po’ di melina, e poi, quando era troppo tardi per far sì che il decreto fosse rinviato in commissione, ha visto soccombere la maggioranza in una votazione in cui appunto è stato deciso di proseguire la discussione in aula.

Ma se sui rifiuti una soluzione in qualche modo si troverà, accontentando la Lega magari in altri campi e in altre trattative aperte, come quella sul rimpasto di governo che dovrebbe vedere un leghista approdare al ministero delle Politiche comunitarie lasciato libero da Ronchi, sul caso Papa un’intesa di maggioranza è più difficile. Bossi ha oscillato parecchio nei giorni scorsi e i suoi tentativi di convincere la base del partito a non rischiare la crisi di governo sull’arresto di uno dei tanti deputati inquisiti non hanno sortito buon esito. Metà del Carroccio, con il ministro dell’Interno Maroni che probabilmente non parteciperà al voto, sarebbe per l’arresto, o almeno per non condividere la responsabilità del salvataggio di Papa. Berlusconi s’è detto convinto di riuscire a convincere il Senatur a non spaccare nuovamente la maggioranza, ma la sensazione è che almeno su questo terreno Bossi non sia in grado di imporre forzature.

Toccherà probabilmente ai Responsabili tirar fuori dai guai il premier, chiedendo, come ha già fatto intendere Scilipoti, il voto segreto. All’ombra del quale, Berlusconi spera di prevalere compensando i voti della Lega che mancheranno con quelli del largo partito trasversale degli inquisiti, che si allarga da destra a sinistra. Votazione con suspence, quindi. E in caso di arresto negato per Papa, prevedibile scambio di accuse tra governo e opposizione.

La Stampa 20.07.11

Da Carpi parte la denuncia sui “bonus bebè”

In attesa della risposta all’interrogazione che verrà posta a Giovanardi, Donata Lenzi e Manuela Ghizzoni sollevano il problema dei rimborsi. È sulle pagine del Tempo di Carpi che una lettrice denuncia il caso dei “bonus bebé” che accompagnati da una lettera del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, recapitata tra il 2005 e il 2006 nelle case delle famiglie italiane, recava la buona notizia: 1000 euro per il nuovo nato. “Ecco, adesso il governo ne rivuole indietro 3999!”. E’ quanto si apprende dalle deputate del Partito Democratico, Donata Lenzi e Maunuela Ghizzoni, che hanno presentato una interrogazione al Presidente del Consiglio per sapere quante lettere sono state spedite o stanno per esserlo e se davvero le famiglie dovranno restituire i 1000 euro ricevuti e, peggio, pagare le sanzioni ed ammende previste.

“Le famiglie per ricevere il bonus dovevano dichiarare di non superare il reddito di 50.000 complessivi. Non era specificato se netti o lordi e da questa grave trascuratezza è nato tutto il caos. In tanti dichiararono il netto e oggi si vedono contestare il bonus ricevuto, il pagamento della sanzione amministrativa pari a 3000 euro e, se dovesse essere accertata la violazione del codice penale, una multa dai 5000 ai 25000 euro. Sembra una farsa, ma invece è la tragedia a cui questo governo ci mette ogni giorno di fronte.

E’ inaccettabile che le famiglie italiane si trovino costrette restituire il bonus ricevuto in buona fede e a pagare sanzioni di cui non sono affatto responsabili. Il Ministro ci spieghi subito come intende rimediare a questo pasticcio provocato dalla smania elettorale del primo governo Berlusconi solo a scopo propagandistico.” Giovedì prossimo le deputate del Partito Democratico interrogheranno il Sotto Segretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, Carlo Giovanardi, avente delega in merito alle politiche della Famiglia, per avere risposte in merito al “bonus bebé”, l’ennesima incredibile vicenda all’italiana.

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Di seguito il testo della interrogazione

INTERROGAZIONE A RISPOSTA IMMEDIATA IN COMMISSIONE
Lenzi, Miotto , Ghizzoni – Al Presidente del Consiglio dei Ministri – per sapere – premesso che

tutto è iniziato con una lettera: «Felicitazioni per il tuo arrivo. Lo sai che la nuova legge Finanziaria ti assegna mille euro? Un grosso bacio». Firmato Silvio Berlusconi. Così, tra il 2005 e il 2006, seicentomila famiglie sono venute a conoscenza del bonus bebè. Un regalo del Governo. Inatteso e gradito, che a distanza di anni si è trasformato in un boomerang;
attualmente, migliaia di famiglie hanno già ricevuto, o stanno per ricevere, un`altra lettera del Governo, dal Ministero delle Finanze, questa volta il tono è meno festoso, dove viene richiesta la restituzione dell`assegno e il pagamento di una sanzione amministrativa pari a tremila euro e, qualora dovesse essere accertata la violazione del codice penale in questo caso l`indebita percezione di erogazioni a danno dello Stato una multa tra i 5 e i 25 mila euro;
a distanza di anni la direzione centrale servizi del Tesoro ha chiesto all`Agenzia delle Entrate di verificare le autocertificazioni, che le stesse famiglie avevano presentato al momento di incassare il bonus, perché non tutti i bambini, a cui la Sogei aveva inviato la missiva del presidente del Consiglio, avevano diritto a ricevere quel denaro;
ogni nucleo, oltre alla cittadinanza europea, doveva confermare di non superare i 50 mila euro di reddito complessivo. Ma quel modulo non spiegava se la cifra era lorda o netta e, proprio questa piccola «dimenticanza» ha generato il caos. In tanti, infatti, hanno dichiarato il reddito netto e, da qui le contestazioni che stanno arrivando in questi giorni;
le famiglie sono state tratte in inganno dalle informazioni poco chiare che il Ministero stesso aveva inviato, in quanto non si specificava se il limite massimo di reddito dovesse essere quello loro o quello netto:
quante siano le lettere inviate, fino ad oggi con cui si richiede la restituzione del bonus di mille euro e quali misure urgenti il ministro ritenga opportuno prendere affinchè le famiglie non si vedano costrette non solo a restituire i mille euro, ricevuti in buona fede, ma anche a dover pagare sanzioni ed ammende di cui non sono responsabili.

"Istruzione, scatta la manovra migliaia di scuole senza presidi", di Salvo Intravaia

Duemila istituti minori non avranno più un dirigente, molti dovranno trasferirsi. Ma già ora, per effetto dei tagli, sono oltre 2500 le sedi gestite contemporaneamente dallo stesso dirigente. E la didattica va in affanno. Il governo colpisce il vertice dell’istruzione pubblica mettendone a rischio la governabilità. Per effetto della manovra, sulle presidenze di tutta Italia sta per abbattersi un vero e proprio ciclone. Quasi 2 mila piccoli istituti rimarranno per sempre senza un preside titolare e migliaia di dirigenti scolastici saranno costretti a fare la spola fra due scuole. Centinaia di colleghi, per effetto della norma taglia-dirigenze, dovranno fare le valigie e cercarsi in fretta e furia un’altra sede e migliaia di scuole non potranno più avere il vicario con l’esonero o il semiesonero dall’insegnamento per affiancare il preside nella gestione della scuola.

L’Andis, l’Associazione nazionale dirigenti scolastici, “rileva la preoccupante situazione di criticità che viene a determinarsi nella gestione delle istituzioni scolastiche”. E “pur nella consapevolezza che il problema del debito pubblico è serio – prosegue il comunicato sulla manovra dell’ufficio di presidenza dell’Andis – auspicando analoga riflessione anche sui costi della politica, l’Andis ritiene indispensabile il coinvolgimento dei dirigenti scolastici in tutte le sedi decisionali, nazionali e regionali, per limitare i possibili danni derivanti da scelte improvvisate e meramente ragionieristiche, che danneggerebbero irrimediabilmente il sistema scolastico nazionale di istruzione”.

E la recente mozione della Struttura nazionale dei dirigenti scolastici della Flc Cgil chiede addirittura “la cancellazione dalla manovra finanziaria delle misure che riguardano la scuola”, facendo “appello a tutti i soggetti interessati alla qualità e al futuro della scuola pubblica statale affinché cessino gli attacchi continui e siano ripristinate le condizioni necessarie a garantire la sua esistenza”. Per comprendere la levata di scudi delle associazioni dei dirigenti scolastici contro il provvedimento approvato qualche giorno fa dall’esecutivo occorre esaminare il testo della manovra che riguarda la scuola.

Secondo l’articolo 19 della manovra, immediatamente in vigore, tutte le istituzioni scolastiche con meno di 500 alunni – 300 nelle piccole isole e nei comuni montani – non hanno più diritto ad avere un dirigente scolastico titolare. Dovranno accontentarsi di un reggente: un dirigente titolare presso un’altra scuola che avrà il compito di badare anche alla piccola scuola che gli verrà assegnata. Sono circa 2 mila le scuole sottodimensionate. Quelle che a settembre sono già senza un preside si vedranno assegnare un reggente. E quelle che ne hanno uno, il cui contratto scade il 31 agosto prossimo, saranno nella stessa situazione. Conserveranno il preside full time per uno o due anni ancora, le piccole scuole dove il contratto del dirigente scolastico scadrà nel 2012 o nel 2013.

Alla mezza rivoluzione sui piccoli istituti si aggiunge la vacatio già esistente: 2.546 sedi vacanti che costringeranno altrettanti presidi a gestire contemporaneamente due scuole. La situazione è preoccupante in Lombardia, dove a settembre un terzo delle 1.305 istituzioni scolastiche avranno la poltrona della presidenza vacante. In più, la manovra prevede che al più presto le regioni adottino piani della rete scolastica che eliminino le direzioni didattiche e le scuole medie a favore di istituti comprensivi con almeno 1.000 alunni. Un’altra rivoluzione che richiederà, sempre che le regioni non si oppongano all’intrusione su competenze di loro pertinenza, lo smembramento e il successivo riaccorpamento di migliaia di plessi scolastici in tutta Italia.

Ma la governabilità delle scuole è a rischio anche per la norma che taglia esoneri e semiesoneri per i vicari. Fino all’anno scorso, le scuole con un numero di classi compreso fra 44 e 54 con almeno due plessi potevano richiedere l’esonero dall’insegnamento per il vicario. Stesso discorso per scuole con un numero di classi compreso fra 35 e 39, il cui vicario aveva il diritto all’esonero per metà dell’orario. Ma a settembre occorrerà avere almeno 55 classi per l’esonero e 40 per il semiesonero. Le scuole che non potranno più avere il vicario a disposizione della scuola saranno almeno 3 mila e se la scuola avrà anche un preside reggente diventerà un problema gestirla.

L’unica buona notizia per i presidi è che venerdì scorso, dopo mesi di attesa, è stato bandito il concorso per 2.386 posti di dirigente scolastico, che nell’arco di un paio d’anni dovrebbero riempire i vuoti d’organico. Ma non sono passati che pochi giorni e si è aperta la prima polemica: manca la data in cui tutti i partecipanti si sottoporranno alla prova preselettiva che consiste in un questionario di 100 domande a risposta multipla. E mancano le date delle due prove scritte, che si svolgeranno in date diverse nelle varie regioni. Intanto, gli interessati scoprono che il bando contiene anche una norma che limiterà la corsa dei docenti meridionali alle presidenze del nord: coloro che vinceranno il concorso in una regione dovranno rimanervi per almeno sei anni. Niente “mordi e fuggi”.

www.repubblica.it

Borsellino, 19 anni dopo. Gozzo: «Un dramma da superare», di Nicola Biondo

La morte di Borsellino – dice Nico Gozzo, procuratore aggiunto a Caltanissetta e componente del pool di magistrati e investigatori impegnati nella nuova indagine sulla strage del 19 luglio 1992 – è un dramma epocale, una tragedia nazionale da cui questo paese non è ancora uscito».
Dottor Gozzo a che punto è «la notte» a Via D’Amelio?
«Da tre anni lavoriamo senza sosta. Un’inchiesta come questa ti rivolta dentro, coinvolgendo le cose le cose in cui credi: il tuo lavoro, il rapporto di fiducia con la polizia giudiziaria, il modo in cui la stampa scrive di giustizia, il rapporto con i movimenti antimafia. Insomma, una seduta di autoanalisi, da cui si esce completamente destrutturati, e, se si ha fortuna, rifondati. Stiamo provando a rischiarare la notte di questa Repubblica con alcuni lampi di verità».

Prima del contributo di Gaspare Spatuzza c’era una verità processuale conclusa in Cassazione. Una falsa verità – dicono le vostre recenti indagini – basata sulle dichiarazioni di un falso pentito, Vincenzo Scarantino, e sulle indagini fatte da un gruppo di poliziotti, oggi tutti indagati. Di cosa si è trattato: di un depistaggio o semplicemente di un abbaglio?
«Le indagini in corso diranno se si è trattato di un depistaggio o meno. Questa storia ci ha insegnato ad essere più umili, a non dare nulla per certo. A rispettare di più il lavoro, importantissimo, della difesa. A non innamorarci di alcune prove raccolte, sottoponendole sempre ad attentissima verifica.

Ci sono nuovi indagati per l’eccidio?
«A questo non posso rispondere».

Tra i segreti della strage c’è quello della scomparsa dell’agenda rossa che il giudice Borsellino teneva sempre con sé.
«È giusto sgombrare il campo da notizie fantasiose apparse sulla stampa. Non c’e alcuna “riapertura” delle indagini e non vedo nessuna necessità di inventarne l’esistenza. Su questa vicenda c’è stato un solo indagato (l’ufficiale dei carabinieri Giovanni Arcangioli, ndr), per il quale la Cassazione ha deciso il non luogo a procedere. Comunque, l’agenda è realmente esistita e la sua sparizione è argomento di nostro interesse: lo sarà sempre».

Diciannove anni dopo è possibile una ricostruzione della strage?
«I contributi recenti di Spatuzza e di un nuovo collaboratore di giustizia, Fabio Tranchina, ci consentono di fare molti passi avanti. Ma manca ancora una collaborazione di rilievo apicale nel mandamento di Brancaccio, quello dei fratelli Graviano. Comunque, è la verità su tutte le stragi italiane che è estremamente complessa perché, per quello che è stato accertato, sono normalmente determinate da pulsioni provenienti da molteplici direzioni. Quando vi è una convergenza su un dato obiettivo, la strage ha luogo. È giusto, dunque, che i familiari delle vittime vogliano sapere se vi sono mandanti esterni».

Fu Giuseppe Graviano a premere il pulsante che diede il via alla strage?
«Questa è la ricostruzione di Tranchina su cui stiamo lavorando. Il problema è che il mandamento dei Graviano è ancora oggi molto ricco e chi ne fa parte anche da recluso viene subito sostenuto dai mafiosi rimasti liberi. Occorre aggredire i patrimoni di questa parte importante dell’associazione mafiosa, per scardinarne l’omertà».

La Procura nissena si occupa anche della trattativa Stato-mafia. La strage Borsellino può leggersi all’interno di questo contesto?
«Noi ci occupiamo di questo filone d’inchiesta perché vi sono elementi che lo legano alle stragi di mafia. È un dato stabilito da svariate sentenze, sia di Caltanissetta che di Firenze».

Quindi ci furono trattative e Borsellino ne venne informato? Fu questa una concausa della strage?
«È dato acquisito processualmente a Palermo, lo ha detto la dott.ssa Paola Ferraro: Borsellino sapeva. Ed è già acquisito in sentenza che l’esecuzione della strage subì una improvvisa accelerazione, alla fine di giugno».

Avete indagato anche uno 007. Ci sono quindi coinvolgimenti di uomini di Stato nella strage?
«Stiamo facendo il possibile per accertare la verità, senza idee preconcette, ma anche senza riguardi di alcun genere. Come ci impone la legge».

Quali sono gli ostacoli che trovate nelle indagini? Testimoni reticenti, la scomparsa di documenti o una certa insofferenza della politica per queste indagini?
«Avevamo appena iniziato le indagini ed un politico disse che era vergognoso che si buttassero soldi dei contribuenti per accertare verità che contrastavano con quanto già affermato dalla Cassazione. Ma è la legge che ci impone di indagare se emergono nuove prove. Noi abbiamo bisogno di avere lo Stato, tutto lo Stato, al nostro fianco. Sarebbe sbagliato leggere le indagini con una lente di destra o di sinistra. Tutti devono avere interesse all’accertamento della verità, quale essa sia».

La questione morale non riguarda solo la politica ma investe anche la magistratura come emerge dalle ultime inchieste. Che a sua volta denuncia una costante delegittimazione da parte di ampi settori della politica. Una sorta di corto circuito tra poteri dello stato. Quale potrebbe essere la via d’uscita?
«L’autorizzazione a procedere per i parlamentari, depurata di ciò che l’aveva resa così odiosa alla maggior parte della popolazione italiana, aveva una sua giustificazione. Penso, come modifiche, ad esempio ad una autorizzazione che debba essere concessa da un organo terzo, come la Corte Costituzionale. Ma occorre certamente reinserire un diaframma tra magistratura e politica. Altrimenti la magistratura sarà sempre sotto attacco, perché la politica ha a sua disposizione armi di delegittimazione molto forti, che in questi ultimi anni ha usato abbondantemente senza alcun rispetto per i magistrati».

Sulla vicenda Ciancimino si è parlato di guerra tra le Procure di Palermo e Caltanissetta. Il Csm sta decidendo se prendere provvedimenti. Cosa è successo davvero?
«Rispetto il lavoro del Csm e, dunque, non rispondo. È chiaro che non può esistere una indagine su via d’Amelio senza collaborazione tra le due procure. Domani (oggi, ndr), del resto, ci sarà a Caltanissetta proprio una “partita del cuore” tra magistrati palermitani e nisseni, in onore di Borsellino, ed a dimostrazione dei rapporti sempre stretti tra le due sedi».

Università, Pd: Miur confessa stop a reclutamento associati

Ghizzoni: risposta a nostra interrogazione evidenzia impossibilità assunzioni per 2011 e 2012.
“Dopo la risposta del ministero dell’Istruzione alla nostra interrogazione sui ritardi accumulati nel riparto delle risorse per il reclutamento dei professori associati, è chiaro che la strategia della Gelmini e del suo superiore Tremonti è quella di rallentare il più possibile l’immissione in ruolo di nuovi docenti. La lentezza con la quale sta prendendo corpo – ad esempio – il primo decreto attuativo sulle procedure di abilitazione non può imputarsi alla sola superficialità con cui è stato redatto il testo originario: verosimilmente c’è anche la volontà di ubbidire al dictat tremontiano di scavallare l’anno per il nuovo reclutamento. Per il 2012 ci penserà il taglio delle risorse e un Ffo ai minimi storici a bloccare – di fatto – l’apertura delle porte accademiche ai nuovi associati. Se non vogliono emigrare, agli associati non toccherà che sperare. Ma può un paese che deve affrontare la grave crisi economica e sociale investire risorse per formare ottimi ricercatori e poi lasciarli andare all’estero? E’ un atteggiamento insensato e colpevole”. Così la capogruppo del Pd nella commissione Cultura della Camera, Manuela Ghizzoni dopo che oggi ministero guidato da Mariastella Gelmini ha risposto ad una sua interrogazione sui tempi di reclutamento dei professori associati.

"C'è bisogno di un nuovo quadro politico", Sintesi della relazione di Pier Luigi Bersani alla Direzione nazionale del PD

La Direzione ha approvato la relazione del segretario Bersani con 166 voti favorevoli su 175 presenti (9 si sono astenuti).
La Direzione ha approvato l’Ordine del giorno Bressa-Violante sulla Legge Elettorale (2 voti contrari e 3 astenuti) e l’Ordine del giorno Gozi sui costi della politica (unanimità)
LA CRISI INTERNAZIONALE.
I protagonisti che hanno provocato la crisi finanziaria sono ancora in campo: Non si vede ancora l’alleanza necessaria tra la politica che riprende il suo ruolo e l’economia reale. E si propone una drammatica contraddizione. Mentre la globalizzazione imporrebbe la ricerca di un governo condiviso a livello mondiale i meccanismi di ricerca del consenso portano invece verso posizioni di chiusura e di divisione. L’esempio lampante è quello della Germania, che con l’euro ha potuto guadagnare posizioni nell’espansione della propria economia, ma che davanti a un problema come quello greco, che rappresenta appena il 3 per cento del pil europeo, sembra interessata più a una punizione della spesa facile che alla salvezza dell’euro e dell’Unione.

L’EUROPA E LA CRISI.
Le destre, che hanno guidato fin qui l’Europa, cominciano a perdere consensi. Ma questo non significa che si realizzi un cambiamento con facilità. Siamo vicini a numerose elezioni. Francia, Germania, Polonia, Romania, Croazia. Saranno elezioni che si svolgono in una fase recessiva. Credo dunque che sarebbe bene avere una piattaforma europea dei partiti progressisti per avviare campagne elettorali radicali. Una piattaforma che punti alla crescita economica, senza la quale non si affronta il problema del debito; che chiarisca che lasciare affondare i paesi marginali significa segare i rami su cui tutti gli europei sono seduti; che riconosca che la diversa competitività dei paesi europei è un problema da mettere e affrontare in comune; che metta al centro il tema della domanda aggregata. Il Pd ha già avanzato in particolare il progetto di un’agenzia europea per gestire il debito pubblico che gli stati hanno accumulato per salvare i propri istituti finanziari dalla crisi, la tassazione delle transazioni finanziarie, l’emissione di eurobond per finanziare gli investimenti.
Noi italiani possiamo essere protagonisti di questa fase. Sapendo che ciò che è accaduto nelle ultime settimane è solo un’onda del mare della crisi. Gli investitori finanziari sono tornati a battere sul tasto della sfiducia sull’euro e sull’Europa.

L’ITALIA E LA CRISI
E’ chiaro a tutti che con una crescita bassa non si capisce come si potrà ripagare il debito. Per di più, dopo aver visto per tre anni questo governo il mondo ha capito che non siamo credibili.
Fino a un mese fa, complice uno straordinario conformismo, si discuteva con i titoli a nove colonne sulla riduzione delle tasse. Ora ci troviamo nella condizione di dover subire manovre pesantissime.
La verità è che in questi tre anni non c’è stata una politica economica, né una politica industriale. Ci sono stati filosofemi. Messaggi e suggerimenti con continue oscillazioni, il fai da te, l’individualismo, poi sullo statalismo. Ma niente di risoluto o di sostanziale. E sono stati aboliti di fatto tutti i luoghi e tutte le possibilità di discussione e di confronto. Consigli dei ministri chiusi in cinque minuti. Fiducie a raffica. Non c’è stato un solo luogo dove discutere.

Quella del tenere in conti in ordine in questa condizione è stata una leggenda. Abbiamo tagliato la spesa per la scuola e abbiamo speso di più negli sperperi. Altro che riduzione della spesa pubblica. Nessuna vera riforma.
Quando sotto i colpi della speculazione siamo arrivati al dunque, abbiamo fatto bene a concedere l’accelerazione dei tempi. Ma qui si ferma la nostra responsabilità per una manovra approvata con la fiducia e che è sbagliata e iniqua. Se tocca a noi garantiamo che i saldi resti invariati, ma che correggeremo il senso della manovra.

Anzi noi in base alle proposte che abbiamo già elaborato siamo in grado di dare anche un altro contributo di qualità e di efficienza su quattro punti decisivi:
1. Il Risparmio nella Pubblica amministrazione. Nel documento che abbiamo approv ato nella nostra assemblea nazionale ci sono moltissime indicazioni. Dobbiamo andare avanti anche con le nostre proposte istituzionali su province, Comuni, società comunali. Noi abbiamo dimostrato, quando abbiamo governato, di saper intervenire con efficienza. Certo potevamo anche fare di più. Ma non c’è dubbio che abbiamo fatto meglio.
In questo capitolo ci sono i costi della politica. Bisogna tirare una linea e presentare proposte concrete perché effettivamente il problema esiste. Dunque dobbiamo essere fermi nel determinare interventi e iniziative. Poi bisogna tirare la riga e da lì dobbiamo difendere a spada tratta la buona politica dall’antipolitica. Adesso che la destra capisce di perdere questo sta facendo: sta mettendo fango nel ventilatore per mandare tutto allo sfascio. Dunque dobbiamo intervenire effettivamente sulle cose che vanno cambiate. E poi da lì in poi lottare per difendere la buona politica. Dobbiamo fare anche in fretta, perché solo se intervieni sulle tue cose, come per esempio i vitalizi che noi vogliano riportare nell’alveo della previdenza che riguarda tutti gli altri cittadini iscritti all’Inps, sugli stipendi dei parlamentari da riportare nella media europea, sull’incompatibilità tra i diversi incarichi, sulle province, sui comuni, sulle società comunali, solo così puoi parlare e intervenire sui privilegi degli altri. E nella società italiana di situazioni di privilegio ce ne sono moltissime.
2. Il Fisco. Noi dobbiamo riequilibrare il carico fiscale. Chi ha di più deve dare di più.
3. Le liberalizzazioni.
4. La politica industriale.

IL QUADRO POLITICO.
Ma si può fare tutto questo con il quadro politico attuale? Può dare questo governo un’idea di stabilità? No. La strada maestra è quella del voto. Sono convinto che se si presentano programmi nuovi a confronto, tutti nella garanzia del rispetto dei saldi, e protagonisti nuovi, mercati e investitori capiranno.
Intanto non stiamo con le mani in mano. Con Idv e Sel stiamo discutendo le proposte di programma. Con l’Udc abbiamo concordato in Parlamento gli emendamenti alla manovra.
Se poi, dopo le dimissioni del governo, ci fossero le condizioni per la formazione di un governo di breve transizione per fare la riforma della legge elettorale, noi potremmo essere disponibili. Ma questo passaggio presuppone tempi stretti e che non restino al loro posto coloro che ci hanno portato fin qui.

LEGGE ELETTORALE.
E’ importante che oggi approviamo la nostra proposta, che ha caratteri abbastanza comprensivi sia di questioni di sistema sia di questioni più politiche, uno strumento che non chiude le porte nella discussione con le altre forze politiche, accompagna il bipolarismo , garantisce un buon equilibrio tra maggioritario e proporzionale e che ciascun partito possa presentarsi con il proprio volto. Prevede un collegio nominale a doppio turno e garantisce meccanismi per la parità di genere e che prevede che i gruppi parlamentari corrispondano alle liste presentate alle elezioni.

Nel frattempo sono state avviate le procedure per la presentazione di due referendum. Uno, proposto da Passigli, l’altro che punta al ripristino del mattarellum. In entrambi i casi, sia pure per ragioni diverse, gli esiti non sono coerenti con le proposte del Pd.

Credo dunque che sia da sostenere la nostra proposta.

odg Bressa-Violante

odg Gozi

"Le spese della casta si possono tagliare in fretta, e senza «grandi disegni»", di Michele Ainis

Ora finalmente lo sappiamo: è colpa della Costituzione. Se non si fossero messi per traverso quei nostri perfidi nonnetti del 1947, la bulimia della politica sarebbe già stata guarita da un bel pezzo. E allora via con la riforma, scrivendo nella Carta che l’indennità parlamentare è legata alle presenze. E perché, non basta dirlo in una legge? Anzi: non è già sufficiente che lo decidano gli uffici di presidenza di Camera e Senato? Eppure è a loro che spetta determinare la misura della diaria, al pari dell’indennità mensile: legge n. 1261 del 1965. Coraggio, usate un po’ le forbici. Ce le avete già, non serve acquistarle in un emporio costituzionale.

E magari provate anche a correggere qualcuno degli eccessi che ieri elencavano Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, dalla settimana corta (quest’anno a Montecitorio 2 soli venerdì lavorativi su 28) ai rimborsi elettorali (cresciuti in un decennio 26 volte in più degli stipendi pubblici). No, messa così questa riforma è uno specchietto per le allodole. Ma lo specchietto può accecarci tutti, perché la bozza Calderoli abbozza nientepopodimeno che uno Stato tutto nuovo. Come nell’estate del 2003, ai tempi della bozza di Lorenzago; anche quella vergata di suo pugno dal ministro, sia pure in compagnia di tre signori. Poi, nel 2006, gli italiani la gettarono nel cesto dei rifiuti: e fecero bene, non foss’altro perché le riforme costituzionali nascono da un afflato collettivo, non dal genio di Aladino. Ma evidentemente Calderoli ormai ci ha preso gusto.

Nell’aprile 2010 la sua ennesima bozza dettava un modello semipresidenziale, ora è la volta del premierato. Con chi, quando, come l’ha discussa? Vattelapesca. Non che la Costituzione sia un tabù, una mummia imbalsamata. Qualche ritocco è necessario, e anche in quest’ultimo progetto non tutto è da respingere. Per esempio la sfiducia costruttiva, per esempio il potere consegnato al premier di nominare e revocare i suoi ministri. O ancora l’abolizione del voto degli italiani all’estero, che ci ha cacciato dentro un paradosso. No taxation without representation, senza rappresentanza niente tasse, recita l’antico motto dei coloni americani. Invece i nostri fratelli separati votano ma non pagano dazio, mentre gli immigrati pagano e non votano. Ma in generale si tratta d’un progetto abborracciato, dove non mancano le follie costituzionali.

Per esempio la partecipazione di delegati regionali ai lavori del Senato, però senza diritto di voto (avranno il diritto di fischio?). Il superamento del bicameralismo perfetto, correggendo tuttavia uno dei pochi elementi di diversità fra Camera e Senato, ossia il numero dei loro componenti (diventano 250 in entrambe le assemblee). La cancellazione dei senatori a vita per meriti artistici o scientifici (giusto, così la Costituzione prenderà atto che questo Paese non sa più allevare le eccellenze). Lo scioglimento delle Camere su richiesta non vincolante del premier (e allora che lo chiede a fare?). Insomma, se la musica è questa fateci un piacere: spegnete il giradischi.

Il Corriere della Sera 19.07.11