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"«Con la flessibilità Ue dieci miliardi l’anno. Si potrà investire di più», intervista al sottosegretario Delrio, di Lorenzo Salvia

L’Italia torna da Bruxelles con la regola del «miglior uso della flessibilità» già prevista. Non è un po’ poco, sottosegretario Graziano Delrio, per parlare di un’Europa che abbandona la linea del rigore e di vittoria del governo Renzi?
«No, non è poco perché è proprio dal mancato uso della flessibilità già consentita che sono arrivati i nostri problemi più seri».
Quindi, nel semestre di presidenza dell’Unione, l’Italia non chiederà di alzare il tetto del deficit, il famoso 3% del Pil, il Prodotto interno lordo?
«Non credo sia una legge scolpita per sempre nella pietra ma non vogliamo essere noi a spostarla sulla sabbia. No, non chiederemo di alzare il 3%. Anche per evitare sospetti e risolini in Europa, anche ricordando che ci sono altri Paesi che sforano quel limite in modo palese e per un certo periodo l’ha fatto persino la Germania».
Scusi, ma allora questa maggiore flessibilità cosa vuol dire?
«Vuol dire che quando si calcola il deficit non viene considerata, o meglio viene considerata flessibile, una parte della spesa. Di fatto si allenta il patto di Stabilità. Può essere fatto per il cofinanziamento, cioè i soldi che l’Italia è obbligata a spendere per utilizzare i fondi europei. Parliamo di una cifra intorno ai 7 miliardi di euro l’anno. Ma c’è anche la clausola degli investimenti, che consentirebbe di lasciare fuori dal calcolo spese ad alto impatto sociale, come la messa in sicurezza delle scuole o del territorio. Parliamo di una somma intorno ai 3 miliardi di euro. In tutto la flessibilità potrebbe valere 10 miliardi l’anno anche se non è scontato che queste due voci possano essere sommate».
L’anno scorso Bruxelles ha detto che la clausola per gli investimenti non poteva essere usata dall’Italia.
«Vero, e naturalmente sarà la Commissione a definire gli spazi possibili. Ma il no dell’anno scorso era motivato con una curva di discesa del debito pubblico ancora troppo lenta».
Se è per questo il nostro debito pubblico, invece di scendere, sta continuando a salire. Omai siamo al 135% del Pil.
«Scenderà ma bisogna percorrere una strada nuova. Che non è improvvisata o avventurosa come qualcuno dice. Se ne parla da tempo ma finora nessuno ha avuto coraggio di fare il primo passo».
Sta pensando alla ristrutturazione del debito pubblico, come in Argentina o in Grecia?
«Quelle sono riflessioni che farà il presidente del Consiglio. Ma l’Italia non cerca scorciatoie e nemmeno salvataggi. Qui se ne viene fuori solo con un orizzonte europeo più ambizioso».
Quale sarebbe la proposta allora?
«Quella di Romano Prodi e Alberto Quadrio Curzio, gli euro union bond, cioè la mutualizzazione del debito. Si crea un fondo federale europeo al quale ogni Stato conferisce un pezzo del proprio patrimonio immobiliare e non. Sono garanzie reali che possono essere utilizzate in parte per investimenti strutturali in parte per alleggerire il debito pubblico. A quel punto non faticheresti più a trovare 3 miliardi di euro l’anno dalle privatizzazioni ma taglieresti il debito del 25-30%».
Sta dicendo che le privatizzazioni e le dismissioni immobiliari, sempre considerate l’arma numero uno per abbattere il debito pubblico, non bastano?
«Quel percorso va avanti comunque, uno Stato più leggero resta il nostro obiettivo. Ma con un debito pubblico sopra i 2 mila miliardi di euro c’è bisogno di una soluzione radicale. Oltre che di un ritorno alla crescita, che renderebbe tutto più facile».
Dopo la ripresina di fine 2013 nei primi tre mesi di quest’anno davanti al Pil è tornato il segno meno. Confindustria ha appena rivisto al ribasso le stime da qui alla fine dell’anno. Il bonus da 80 euro non funziona?
«Non è vero. Nel mese passato c’è stata una inversione di tendenza nella fiducia dei consumatori. Sono sicuro che tutte le misure del governo per ridare competitività al Paese, non solo il bonus da 80 euro ma anche la riforma della giustizia e della Pubblica amministrazione, daranno i loro frutti molto presto».
Ecco, le riforme. Comincia la settimana clou per quelle istituzionali. I senatori chiedono di tagliare anche il numero dei deputati. Una buona idea o un modo per prendere tempo?
«Non sono innamorato delle dietrologie ma non capisco il vantaggio di mettere in campo soluzione alternative dopo tutto il lavoro fatto. La proposta mi sembra consolidata: avere una sola Camera elettiva con un’altra basata sulla rappresentanza di Regioni ed enti locali».
Se non passa si va al voto anticipato?
«Il Paese ha bisogno di governo non di minacce, nemmeno quelle sul voto anticipato. Ciò detto, se rimane un bicameralismo mascherato ci sarà da ragionare bene. E il Parlamento si dovrebbe assumere le sue responsabilità».
Sulla legge elettorale puntate ancora sull’Italicum o si può tornare al Mattarellum?
«Una legge elettorale che non consente di capire chi ha vinto non è compatibile con il funzionamento moderno della democrazia. Sull’Italicum abbiamo raggiunto un equilibrio. Se poi arriva un contributo nuovo, come quello del Movimento 5 stelle, e tutti ci mettiamo d’accordo evviva. Ma non mi sembra questo il caso almeno per ora».
Delle preferenze si può discutere?
«Si può discutere di tutto ma non ne sono particolarmente innamorato. Hanno molte contro indicazioni, come il rischio di prestarsi al voto di scambio».
Berlusconi ha detto che bisogna regolamentare le unioni civili.
«Bene, un altro segnale che su alcune questioni le riforme si possono fare con un consenso largo. E anche velocemente come abbiamo dimostrato in questi primi 100 giorni».
Sulla giustizia mica tanto. Oggi in Consiglio dei ministri porterete non un decreto e nemmeno un disegno di legge ma solo delle linee guida.
«Nessuna frenata, è lo stesso percorso che abbiamo scelto per la riforma della Pubblica amministrazione. Prima i principi, poi la consultazione pubblica e solo alla fine i testi veri e propri».
Esiste il partito delle toghe?
«No, esiste una materia che per anni è stata condizionata dalle situazioni giudiziarie di politici di primissimo livello. Non c’erano le condizioni serene per fare una riforma, adesso sì».
Se il ministro degli Esteri Federica Mogherini andrà in Europa ci sarà un rimpasto. Sarà l’occasione per allargare la maggioranza?
«Se Mogherini andrà in Europa si tratterà di sostituire lei. Ma nessun rimpasto, per carità».

da Corriere della Sera

"Presidenza italiana Limiti e speranze", da redazione Unità

Sarà bene, intanto sgmbrare il campo da un possibile equivoco. La presidenza semestrale del Consiglio dell’Unione Europea, quella che l’Italia eserciterà da domani al 31 dicembre, non è la «guida politica» dell’Unione.Ha compiti diversi, e meno importanti, non solo rispetto alla Commissione, ma anche rispetto al Consiglio Europeo che, dal 2009, in base al Trattato di Lisbona ha un presidente permanente.
La presidenza di turno ha compiti di indirizzo e di coordinamento, convoca i vari consigli in cui si riuniscono i ministri dei 28 competenti per le diverse materie, e in caso di controversie media e favorisce il negoziato tra le parti. Chiarito questo fatto, va aggiunto subito però che la presidenza italiana cade nel momento molto particolare che tutti sappiamo: nel pieno del cambiamento dei vertici dell’Unione e in una fase politica in cui sembra chiaramente crescere la consapevolezza della necessità di passare dalla strategia del rigore di bilancio a politiche di investimenti sostenuti da
ragionevoli spese a livello europeo e da mutamenti di indirizzo nelle politiche economiche nazionali. Tra le due cose c’è un legame, come lo stesso capo del governo italiano si è preso cura di sottolineare quando ha espresso il proprio sì alla candidatura di Jean-Claude Juncker alla presidenza della Commissione ponendo però come condizione l’adozione di un programma centrato sulla crescita. Che la formula assai vaga sull’ impegno a «far miglior uso della flessibilità» contenuta nel documento finale del vertice di giovedì e venerdì soddisfi questa condizione è quanto meno controverso, ma il governo di Roma pare, per il momento, essersene accontentato.
Insomma, è questa contingenza a spiegare perché sul discorso di presentazione del semestre, che Matteo Renzi pronuncerà mercoledì davanti ai nuovi eurodeputati a Strasburgo, e sulla sfilza di consigli dei ministri già programmati per luglio, ben sei a cominciare dalla riunione dell’Eurogruppo e l’Ecofin, ci sia un’attesa molto più viva di quella, non proprio spasmodica, che viene riservata abitualmente agli inizi di altri semestri presidenziali. Oltretutto, dopo metà luglio dovrà tornare a riunirsi il Consiglio Europeo (cioè il vertice dei 28 capi di stato e di governo) per completare il pacchetto delle nomine, nel cui quadro c’è come è noto un’aspirazione italiana per l’Alto Rappresentante per la Politica estera e la Sicurezza: mister (o mistress, come pare?) Pesc. L’impressione è che Renzi cercherà di
prendersi tutto lo spazio politico determinato da questo interesse, con un discorso ambizioso davanti ai deputati e con qualche proposta altrettanto ambiziosa che i suoi ministri, quello dell’Economia ma forse più ancora quelli del Lavoro e dello Sviluppo, presenterebbero nei primi consigli che presiederanno. L’impressione si basa su indiscrezioni che sono circolate sui
media italiani senza trovare, per ora, né conferme né smentite. Una riguarda un richiamo politico che Renzi rivolgerebbe all’Unione sulla necessità di superare il deficit di democrazia che è andato aggravandosi nel fuoco della crisi del debito, cui si è solo parzialmente rimediato con l’indicazione del presidente della Commissione votata dai cittadini e che potrebbe essere oggetto di una riforma dei Trattati da mettere in cantiere. Come si vede, siamo nel campo delle vaghezze: di riforma dei Trattati si parla da mesi e da anni e intanto sarebbe utile cominciare a capire che segno dovrebbe avere, più metodo comunitario o più metodo intergovernativo?
Un’altra indiscrezione pare avere un contenuto ben più concreto. Riguarda un piano di investimenti da 240 miliardi l’anno per cinque anni da finanziare con risorse europee, bilancio comune, fondi strutturali, BEI, con disponibilità nazionali e con fondi di investitori privati, magari incentivati con adeguate misure fiscali. Il programma sarebbe oggetto di un lavoro preparatorio comune di Parigi e di Roma e verrebbe presentato formalmente dal presidente francese François Hollande. È difficile capire
quanto fondamento abbiano queste indiscrezioni.
Per ora Palazzo Chigi e i ministeri tacciono e non commentano, perpetuando peraltro una linea della discrezione che ha reso particolarmente povera l’informazione sulle iniziative e le linee guida della presidenza italiana. E speriamo che di discrezione davvero si tratti e non di assenze e colpevoli ritardi nella preparazione del semestre. Quel che è certo è che il piano italo-francese se si concretizzerà potrebbe, esso sì, rappresentare una svolta positiva e decisiva nella politica economica europea.

da l’Unità

“Dobbiamo costruire gli Stati Uniti d’Europa” Il debutto di Renzi per il semestre italiano, di Alberto D'Argenio

Ci siamo, da domani per l’undicesima volta dal 1959 toccherà all’Italia guidare l’Unione europea. Un semestre cruciale per Renzi, che mercoledì presenterà davanti al Parlamento di Strasburgo le sue priorità politiche per l’Europa. Una traccia del discorso al quale il premier lavora di persona da qualche giorno si trova su italia2014. eu, il sito della presidenza italiana preparato dallo staff di Palazzo Chigi: «Il tema dell’Europa è dire ai nostri figli, noi che siamo la generazione Erasmus, che è possibile che l’Europa oggi sia il luogo in cui è possibile la speranza». Insomma, ricreare intorno al progetto comunitario quell’alone di sogno spazzato dalla crisi. «Non provate un brivido pensando di essere chiamati oggi a realizzare quel sogno degli Stati Uniti d’Europa avuto da quella generazione che nelle macerie del dopoguerra iniziò la creazione di un nuovo soggetto?».
Si spinge avanti Renzi evocando gli Stati Uniti d’Europa, e il suo sogno nascosto è di dare il via a una nuova costituente che riapra i Trattati per far avanzare il progetto continentale dopo gli anni della crisi, del rigore e dell’exploit dei populisti. Ma se il governo italiano riuscirà a centrare questo difficile obiettivo dipenderà dal clima politico che si respirerà nei prossimi mesi e per questo l’avvio di una riflessione così profonda sul futuro dell’Unione arriverà solo se Renzi troverà terreno fertile. Ad ogni modo le priorità della presidenza, quelle che il governo porterà certamente a Strasburgo e Bruxelles, sono di per sé ambiziose. Crescita, lavoro, immigrazione, energia, Green Economy, digitale, ricerca, infrastrutture e investimenti. Saranno questi i temi che il premier, affiancato dal sottosegretario Gozi, e i ministri che per sei mesi guideranno i consigli settoriali dell’Unione proporranno ai partner Ue.
Senza dimenticare che resta aperta la partita delle nomine, con i leader che hanno indicato solo Juncker alla guida della Commissione. Mancano l’assegnazione della presidenza del Consiglio europeo, dell’Eurogruppo e del ministro degli Esteri. Senza contare che Juncker deve ancora assegnare i portafogli ai commissari che saranno indicati dai governi. Saranno loro a dover trasformare in atti concreti quella flessibilità sui conti in cambio delle riforme strappata dall’Italia e dalla quale dipendono i margini di manovra di Renzi sull’economia.
Probabilmente a Strasburgo il premier non andrà a braccio, per la prima volta nella sua carriera politica potrebbe attenersi a un testo scritto. Di fronte a sé troverà i 766 deputati appena eletti, metà dei quali alla prima esperienza in Europa. Tra gli esordienti i grillini, che hanno formato il contestato gruppo con gli estremisti dello Ukip e probabilmente dovranno sedere nell’estrema destra dell’emiciclo. Per l’occasione a Strasburgo è prevista la “rumorosa” presenza di Beppe Grillo. Nuovi anche gli estremisti greci di Alba Dorata, come i tre deputati della Npd, il partito neonazista tedesco.
E tra quelli di destra farà la parte del leone il Front National della Le Pen, vincitrice in Francia che però non è riuscita a formare un gruppo con la Lega e gli xenofobi olandesi di Wilders. Insieme agli altri si insedieranno domani, quindi passeranno all’elezione del presidente dell’Assemblea. In ossequio alla Grosse Koalition tra Pse e Ppe, alla quale si sono aggiunti i liberali, i primi due anni e mezzo della legislatura saranno guidati da dal socialdemocratico Schulz (salvo sorprese dei franchi tiratori), poi da un popolare. Domani verranno eletti anche i vicepresidenti, due dei quali italiani: Sassoli (Pd) e Tajani (Fi). Giovedì, all’indomani del discorso di Renzi a Strasburgo, la Commissione europea uscente guidata da Barroso sarà in visita a Roma per una riunione operativa con il governo. Il 7 luglio il primo Ecofin presieduto da Padoan, poi nel corso dei mesi i vari consigli a guida italiana a Bruxelles e, quelli informali, ospitati in Italia con molti appuntamenti a Milano per creare un effetto traino in vista di Expo 2015.

La Repubblica 30.06.14

Allarme cassa integrazione “Per quella in deroga manca ancora un miliardo”, di Roberto Mania

Il governo non sta preparando alcun intervento di correzione sui conti pubblici, ma entro quest’anno dovrà, tra l’altro, reperire un miliardo di euro per fronteggiare l’emergenza dei lavoratori in cassa integrazione e in mobilità in deroga. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, spiega che ancora non è stata presa una decisione su come attuare quella parte della riforma Fornero sul mercato del lavoro che fissa criteri più rigidi per l’accesso agli ammortizzatori sociali in deroga (quelli pagati dalla fiscalità generale e non dai versamenti delle imprese) e ne limita la durata anche con l’obiettivo di ridurne gli abusi. La Cgil stima che, da qui alla fine dell’anno, c’è il rischio che perdano il sostegno al reddito circa 50 mila persone. Si aggraverebbe
ulteriormente la situazione occupazionale. Fronte delicatissimo anche sul piano politico. Poletti ribadisce che il Jobs Act non prevede alcun intervento diretto sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori come invece propongono alcuni settori della maggioranza. E alla affermazioni del ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, ex presidente dei Giovani di Confindustria, secondo cui la legge del 1970 sarebbe datata, Poletti replica: «Lo Statuto continua ad avere il suo valore per la tutela dei diritti dei lavoratori». Per i giovani bisogna insistere sul piano Garanzia Giovani: 100 mila sono state le registrazioni in questo primo mese e dalle imprese sono arrivate oltre 3.500 offerte di impiego.

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Intervista

Entro l’anno dovrete trovare le risorse per la cassa in deroga. Quanto serve?
«Un miliardo di euro».
Non è poco di questi tempi e dovrete reperirlo prima di varare la legge di Stabilità.
«Lo vedremo. Possiamo farlo anche con la legge di Stabilità».
L’esaurirsi della cassa in deroga rischia di trasformarsi in emergenza sociale. L’avete presente, visto che avete previsto di ridurre il sostegno al reddito da 12 a otto mesi?
«Non abbiamo ancora deciso nulla. È la legge Fornero che prevede dal 2014 l’uscita graduale dalla cassa integrazione e dalla mobilità in deroga. Per questo il precedente governo aveva predisposto un decreto per la modifica dei criteri per l’accesso alla cassa e alla mobilità in deroga e ridotto di un miliardo le coperture finanziarie. Non credo che oggi ci siano le condizioni tecniche per smontare o cambiare radicalmente quel provvedimento. E c’è anche un problema di risorse: nel 2014 abbiamo dovuto utilizzare quelle stanziate per finanziare la cassa in deroga del 2013 che altrimenti sarebbe stata scoperta e ora dobbiamo trovare le coperture per il 2014. Comunque non è stato approvato ancora alcun decreto, dobbiamo ancora decidere. Voglio anche far notare che la cassa in deroga è finanziata da tutti i cittadini, sono le tasse che finanziano la cassa integrazione
in deroga, non le imprese. Ed è bene non chiudere gli occhi davanti al fatto che nel ricorso alla cassa in deroga ci sono stati evidenti
eccessi».
Il leader Cgil, Susanna Camusso, ha definito la fine della cassa integrazione in deroga “un disastro” e paventa licenziamenti di massa, migliaia di persone senza più reddito. Esagera?
«Le protezioni sociali si riducono ma non saltano del tutto. Tutti gli ammortizzatori sociali ad un certo punto si esauriscono. Mi sembra concettualmente sbagliato sostenere che le imprese licenziano perché non ci sono più gli ammortizzatori sociali. Le aziende licenziano, purtroppo, quando non hanno più bisogno di determinati lavoratori».
A proposito di licenziamenti, una parte della maggioranza che sostiene il governo, dal professor Pietro Ichino al presidente della Commissione Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (Ncd), propone di modificare ulteriormente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Qual è la posizione del governo?
«È ovvio che ci siano diversità di posizioni nella maggioranza. Il governo terrà conto di questa discussione e lavorerà perché emerga una posizione unitaria di tutta la maggioranza».
Ma il governo ha all’ordine del giorno un ritocco dell’articolo 18 che tutela dai licenziamenti senza giusta causa?
«La legge delega non prevede interventi sull’articolo 18».
Eppure, per quanto a titolo personale, la sua collega allo Sviluppo economico, Federica Guidi ha detto a Repubblica che lo Statuto dei lavoratori è un testo “datato” e che dunque l’articolo 18 può essere superato. Lei è un uomo di sinistra, già dirigente del Pci, pensa che lo Statuto abbia perso il suo valore?
«Io penso che lo Statuto continui avere valore. C’è un terreno che vale sempre ed è quello della tutela dei diritti di chi lavora. Su questo fronte lo Statuto ha svolto assolutamente bene il suo compito. Poi, con la delega sul lavoro, il famoso Jobs Act, abbiamo avviato una discussione organica, complessiva, sulla riforma degli ammortizzatori sociali, sugli istituti contrattuali all’interno dei quali andrà trovato un nuovo equilibrio. Per questo sono contrario a fare ragionamenti su punti specifici che rischiano di diventare
fuorvianti».
Ma lei pensa o no che si possa superare lo Statuto?
«Non credo che superamento sia il termine giusto perché lascia intendere una volontà negativa, noi cercheremo un punto più avanzato di equilibrio».
Chi nei fatti non è interessato all’articolo 18 sono i giovani, o perché disoccupati o perché assunti a termine o con altri contratti atipici. È di due giorni fa la notizia del flop del bonus Letta: sono stati assunti 22 mila giovani contro una previsione di 100 mila. Non pensa che la Garanzia Giovani che avete lanciato da maggio possa rischiare la stessa fine?
«Sono due tipologie di intervento assolutamente diverse. Gli incentivi di Letta erano finalizzati all’assunzione in un posto di lavoro stabile. Cercheremo di capire perché non hanno funzionato. Se necessario semplificheremo le norme ».
E la Garanzia Giovani?
«Offre ai giovani un’opportunità per non restare a casa a fare nulla. Mi pare che il fatto che in soli due mesi si siano iscritti in 100 mila è un segno di attivismo positivo. L’altro aspetto importante è che le imprese abbiano offerto 3.500 occasioni di lavoro, tra contratti di apprendistato e stage».
C’è una bella discrasia tra le 100 mila registrazioni e i 3.500 posti. Non crede?
«È ovvio che ci sia. Questi dati non comprendono però il lavoro che stanno facendo le Regioni. Resta il fatto che questo sia un percorso del tutto innovativo e del tutto trasparente».
Come stanno andando i contratti a termine a tre mesi dalla riforma?
«Mediamente bene. Nel secondo trimestre dell’anno le imprese sembrano
intenzionate ad aumentarne l’utilizzo: +7,3% rispetto al 2013».
C’è un capitolo che non riuscite a chiudere: quello degli esodati. La scorsa settimana ha annunciato una toppa, salvaguardando altri 32 mila lavoratori. Quando una soluzione strutturale?
«Intanto vorrei dire che non è affatto una toppa: abbiamo salvaguardato altre 32 mila persone. Poi vorrei che si capisse che ci sono tantissime situazioni che non sono tecnicamente ascrivibili alla categoria degli esodati: persone che perdono il lavoro senza avere ancora i requisiti per andare in pensione. Anche per queste situazioni andrà trovata una soluzione».
Il cosiddetto prestito previdenziale può essere una soluzione?
«Può essere una delle opzioni, ce ne saranno diverse a seconda dei casi».
Esclude che si possa introdurre un meccanismo flessibile sull’età pensionabile?
«L’età pensionabile resterà quella della riforma Fornero. Ci potranno essere flessibilità ma non legate all’età. Per esempio per una persona a cui manca un anno alla pensione e perde il lavoro bisognerà studiare una forma di sostegno al reddito per quell’anno».

La Repubblica 30.06.14

Carpi, Festa PD – Chi e perchè ha ucciso Aldo Moro

In occasione dell’approvazione della legge per la costituzione della commissione d’inchiesta sul rapimento e uccisione di Aldo Moro: “Chi e perchè ha ucciso Aldo Moro”. Incontro con Gero Grassi, vicepresidente gruppo PD alla Camera e i deputati democratici Manuela Ghizzoni e Edo Patriarca. Presso lo spazio dibattiti della Festa PD intercomunale dell’Unione Terre d’argine (Carpi, Area Zanichelli)

"Chi ha vinto chi ha perso", di Rocco Cangelosi

La nomina di Jean-Claude Juncker a presidente della Commissione europea, rappresenta almeno in apparenza la vittoria del Parlamento europeo che, nonostante l’opposizione di Cameron e dell’ungherese Orban, è riuscito a far passare
il principio sancito nell’articolo 17 del Trattato di Lisbona.

In quell’articolo, si stabilisce infatti che la scelta del presidente della Commissione è fatta dal Consiglio europeo a maggioranza qualificata, tenuto conto delle elezioni europee.
Spetterà adesso al Parlamento europeo confermare con il suo voto Juncker alla presidenza della Commissione e, secondo gli accordi presi, Schulz alla presidenza del Parlamento europeo per un mandato di due anni e mezzo (dopo dovrebbe subentrare Lamassoure) sulla base dell’accordo di coalizione con il Ppe, accordo che verrà probabilmente rafforzato dall’apporto del gruppo dei liberali e democratici (Alde) guidato da Verhofstadt, per blindare il voto contro eventuali derive di qualche parlamentare della maggioranza verso posizioni euroscettiche.
La nomina di Juncker non è stata invece completata (il che da un punto formale è assolutamente corretto perché occorre attendere prima la nomina definitiva del presidente della Commissione), con l’approvazione di un pacchetto degli altri posti di rilievo come avrebbe voluto Renzi. Il che lascia tutto aperto sia per quanto riguarda l’Alto rappresentante, che il presidente del Consiglio Europeo e il presidente dell’Eurogruppo.
Il quadro delle nomine verrà completato il 17 luglio dal Consiglio europeo che si riunirà in coincidenza con la prima sessione del nuovo Parlamento, subito dopo il voto previsto il 16 luglio che dovrebbe confermare a maggioranza assoluta Juncker come presidente della Commissione.
Nella battaglia della nomine per ora la grande vincente appare Angela Merkel,
che non solo ha ottenuto la designazione di Juncker, ma ha anche messo una forte ipoteca sulla conferma dell’attuale commissario tedesco Ottinger all’Energia. Non solo, ma la cancelliera potrà contare sul finlandese
Katainen, subentrato al connazionale Olli Rehn al posto di commissario per gli affari economici e monetari, considerato anche lui un falco delle politiche di austerità.
Non sappiamo se Renzi abbia ottenuto affidamenti sufficienti per la nomina della Mogherini ad Alto rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza (Pesc), posto per il quale è tornato in lizza anche Massimo D’Alema, una candidatura considerata scomoda da Renzi ma che potrebbe farla propria, anche per motivi di equilibri interni al partito nel caso in cui, per una ragione o per l’altra, non decollasse quella dell’attuale ministro degli Esteri. Nessuna chance invece per Enrico Letta: l’asserita proposta franco britannica di una sua candidatura alla Presidenza del Consiglio stabile
dell’Unione è stata liquidata gelidamente da Renzi come irrealistica e inesistente. La battaglia non sarà facile per accontentare tutti e già si delineano numerose candidature provenienti da vari Paesi sui posti da assegnare a partire dalla carica di presidente del Consiglio europeo per la quale sembrano tramontare le possibiltà di successo per la socialdemocratica danese Thorning Schimdt, in favore dell’olandese Mark Rutte, liberale molto vicino all’ortodossia merkelliana.
C’è da augurarsi che il nostro presidente del consiglio abbia ottenuto affidamenti sufficienti durante il negoziato, poiché le sue armi di pressione si sono notevolmente ridotte dopo la nomina di Juncker.
Matteo Renzi insieme ad Hollande ottiene nelle conclusioni finali la tanto richiesta maggiore flessibilità che dovrebbe tradursi nella possibilità di utilizzare, in cambio di riforme, tutti i margini di manovra già esistenti
nel patto di stabilità, ivi compresa, e questa dovrebbe essere la novità, l’estrapolazione dal calcolo del deficit e del debito dei fondi nazionali destinati a cofinanziate i fondi strutturali comunitari, gli investimenti
produttivi, i pagamenti dei debiti della pubblica amministrazione a favore delle imprese, gli stanziamenti di bilancio a favore dell’Ems e così via. Ma su questo le conclusioni del Consiglio europeo non dicono nulla e si limitano a indicare che potranno essere utilizzati i margini di manovra già esistenti,
nel rispetto delle regole in vigore, ma non è dato di capire come potrà essere declinato questo mantra della flessibilità.
Chi esce per contro sconfitto dalla battaglia che ha ingaggiato sul nome di Juncker è David Cameron, che apre un periodo di grande incertezza in patria e nell’Unione sul futuro dei rapporti tra Ue e Gran Bretagna.
Si parla già di Europa a due velocità, di rinazionalizzazione di alcune politiche, nonché di un’accelerazione del referendum britannico su un eventuale uscita dalla Ue. Il periodo di incertezza che si apre non mancherà di alimentare polemiche e contestazioni, non solo in Gran Bretagna, ma in
molti altri Paesi, dove i partiti euroscettici rimproverano ai capi di Stato e di governo di aver disatteso le indicazioni del voto del 25 maggio per un radicale cambiamento delle politiche economiche di austerità.
Spetterà alla presidenza italiana dare un impulso in questa direzione e cercare di predisporre una roadmap attuativa degli impegni presi.
Non si può negare l’importanza assunta da questo Consiglio europeo, sia per l’ampiezza del dibattito che l’ha accompagnato nei vari Paesi, sia per le nuove prospettive che dischiude verso soluzioni di maggiore integrazione dell’Eurozona, con una Gran Bretagna ed altri Paesi che potrebbero rimanere
ai margini e contentarsi di alcuni vantaggi del mercato interno.
La nuova situazione potrebbe riaprire il cantiere delle riforme istituzionali e indirizzare il processo verso una più stretta integrazione politica con istituzioni proprie di una federazione leggera con comprtenze in alcune specifiche materie ben delimitate. Quanto all’Italia bisogna dire che è tornata protagonista nella scena europea, dopo la triste e oscura parentesi berlusconiana. Renzi si è mosso a suo agio e con grande personalità giocando un ruolo centrale sia per quanto riguarda la partita delle nomine, che la stesura dell’agenda del Consiglio, riuscendo a spuntare, oltre al principio di
una maggiore flessibilità, impegni più assertivi per quanto riguarda il problema emigratorio, la disoccupazione giovanile, la ricerca e l’innovazione.
La congiuntura politica si presenta favorevole per sfruttare al meglio il semestre di presidenza italiana, cercando di dare concreta attuazione alle buone intenzioni ancora una volta declinate nelle conclusioni di un Consiglio europeo.

da L’Unità