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"Questione morale ridotta a commedia" di Pierluigi Battista

C’è un governo il cui premier che dice del deputato pdl Alfonso Papa che “va difeso a tutti i costi” mentre un ministro, nonchè capo di un partito nelle cui mani è custodita la golden share della coalizione, conferma imperioso che il deputato Papa deve essere invece arrestato senza indugio. Sul caso Papa, in un Paese normale Berlusconi e Bossi constaterebbero l’avvenuto sgretolamento della maggioranza. In Italia, invece, l’episodio denuncia l’ulteriore sprofondamento di un Paese in crisi nel grottesco e nella commedia. Ma in un Paese in cui si chiedono agli italiani sacrifici da tempo di guerra per salvare l’Italia dalla bancarotta, la commedia grottesca diventa fatalmente uno spettacolo indecoroso. Ieri l’apice comico, con i deputati della Lega che si sono astenuti nella Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera, e con quelli del Pdl (con contorno di Responsabili o come si chiamano adesso) che hanno lasciato la sala consentendo alle opposizioni di votare per l’arresto di Papa. Il quale onorevole Papa, innocente fino a sentenza definitiva, deve aver sofferto parecchio, o almeno il doppio. Una prima volta, come è ovvio, per la tetra prospettiva del carcere. Una seconda volta, per aver avuto la netta e inequivocabile sensazione di essere stato spogliato della sua umanità per rappresentare soltanto una pedina nel gioco al massacro che si sta imbastendo nella maggioranza, squassata da faide feroci, travolta da una guerra per bande davvero senza precedenti nella storia repubblicana. Il centrodestra non è più capace di fare quadrato attorno ai suoi rappresentanti. Potrebbe essere un fatto positivo, perché strappa ogni singola vicenda giudiziaria da una guerra totale che non prevede altra logica che non sia quella dell’appartenenza: difendere i miei dovunque e comunque o, per lo schieramento opposto, massacrare quelli della maggioranza dovunque e comunque. Ma la vicenda Papa non risponde a questo criterio: il deputato del Pdl è stato mollato dalla Lega per sfogare malumori oramai incoercibili, e non viene difeso dallo stesso Pdl per non rompere definitivamente con la Lega. Un gioco al massacro, appunto. Oramai per la maggioranza ogni appuntamento con le autorizzazioni all’arresto è una penosa ordalia. Lo è per il caso Papa. Lo sarà, in tempi brevissimi, per il caso Milanese, destinato a sfiorare il ministro dell’Economia oggi tutt’altro che gratificato da una grande popolarità nel suo stesso schieramento e nel vendicativo entourage del presidente del Consiglio, e per il caso del neo ministro Romano, la cui nomina aveva peraltro suscitato molte apprensioni nel capo dello Stato. Ma il messaggio, devastante, per la maggioranza, è che la guerra contro le «invadenze» della magistratura è stata sconfitta nel suo impianto generale e valido erga omnes, mentre il richiamo alla compattezza militare vale soltanto per la figura, sacrale e intoccabile, del Capo. Si capisce, perciò, perché per Berlusconi la difesa di Papa sia prioritaria. Ma sinora, prima del voto dell’Aula della prossima settimana, il suo invito sembra essere stato disatteso. Sulle questioni della giustizia, dunque, la maggioranza si è disarticolata. Nella guerra santa contro la magistratura la coalizione ha opposto una difesa strenua e incondizionata al suo leader. Ha accettato la lunga sequenza delle leggi ad personam. Ha cancellato ogni possibilità di dialogo bipartisan sulla riforma della giustizia, accantonando, o confinando nella penombra del lavoro di commissione parlamentare, provvedimenti come la separazione delle carriere e l’obbligatorietà dell’azione penale per ottenere l’approvazione a tempi di record della cosiddetta «prescrizione breve» . Ha mobilitato i suoi parlamentari per strappare alla Procura di Milano la competenza territoriale e funzionale sul «caso Ruby» . Ha addirittura costretto la maggioranza, con una prova eroica di fedeltà alla causa del Capo, a sposare la tesi per cui Berlusconi chiamò quella famosa notte la Questura di Milano per evitare, causa presunta nipote, una guerra diplomatica con l’Egitto di Mubarak. Tutto per confermare il principio che nella guerra con la magistratura non si sarebbero risparmiate munizioni. E ora, invece? Ora, dopo il caso Papa, la guerra santa ha perso molto del suo fervore, esponendo la maggioranza a un’ennesima brutta figura e proprio nel momento in cui si chiede coesione per l’approvazione della manovra economica. Tutto questo mentre la maggioranza appare ogni giorno più prigioniera di spaccature insanabili, con la Lega che ormai vive l’alleanza con Berlusconi come una condanna, con il premier che si sente assediato nel suo fortino, con il partito del premier in cui infuria una battaglia sotterranea costellata di agguati, vendette, ritorsioni, regolamenti di conti. Peggio di una commedia, il superamento di un limite oltrepassato il quale la prospettiva di due anni di non-governo costellato di risse appare come un incubo. Mentre gli italiani pagano il prezzo salato della guerra contro la crisi. Crisi vera, non da commedia.

Il Corriere della Sera 16.07.11

"Caro-Irpef, chi ha 20 mila euro pagherà il doppio dei più ricchi", di Valentina Conte

Le previsioni della Voce.info. Le detrazioni ridotte si concentrano sui ceti medio-bassi. La stangata si abbatterà soprattutto sui redditi tra 16 mila e 27 mila euro. Alla fine, chi li pagherà quei tagli alle agevolazioni fiscali? Soprattutto le famiglie italiane con redditi medio-bassi. E quanto? Quasi il doppio di quelle abbienti.
Fare i conti il giorno dopo l´approvazione d´emergenza della manovra da 48 miliardi non porta buone notizie ai contribuenti. Le famiglie con redditi modesti, e che versano le tasse, nei prossimi anni subiranno la stangata più odiosa. Grazie a una clausola di salvaguardia che mette in sicurezza i conti dello Stato, ma che stravolge quelli domestici.
E dunque, proprio chi fino ad ora contava su detrazioni, deduzioni e bonus fiscali per alleggerire l´Irpef, nel 2013 e nel 2014 vedrà ridotti sensibilmente gli sconti. L´effetto regressivo, calcolato per il sito lavoce.info da Massimo Baldini, economista e docente, si abbatte con particolare iniquità sui nuclei familiari con un reddito medio tra i 16 e i 27 mila euro che a regime, nel 2014, perderanno 620 euro di agevolazioni, su un totale medio di 3 mila euro, quasi il 21%. Un quinto in meno. Al contrario, il 10% più ricco delle famiglie, quelle con un reddito superiore ai 54 mila euro, lasceranno allo Stato solo 364 euro. Perché?
Perché all´aumentare del reddito, le detrazioni Irpef a cui si ha diritto diminuiscono. E dunque i tagli lineari, così come previsti in manovra, per ora indistinti – del 5% nel 2013 e del 20% nel 2014 sulle 483 agevolazioni oggi esistenti che valgono 161 miliardi l´anno e che dovranno assicurare 4 miliardi il primo anno e 20 il secondo – pesano molto di più su chi ha più sconti. Ovvero le classi intermedie. Anche perché si tratta di spese per medici e farmaci, per la scuola e la palestra dei figli, l´affitto, la previdenza integrativa, le ristrutturazioni, gli assegni al coniuge, gli interessi sui mutui, le detrazioni per il lavoro dipendente. Una previsione talmente dirompente che lo stesso autore dei calcoli considera «molto bassa la probabilità di un´applicazione» di una manovra siffatta. A meno che, entro il 30 settembre 2013, non venga varata la riforma fiscale e assistenziale con tagli “mirati”.
La regressività del salasso Irpef si somma, poi, anche a un analogo recupero di soldi, ai fini del pareggio del bilancio dello Stato, dall´Iva agevolata del 4 e del 10% che oggi gli italiani pagano quando fanno la spesa, quando comprano medicine, libri, giornali, cellulari, fanno benzina, viaggiano, ristrutturano casa, pagano le bollette o la badante per un genitore malato. Di fatto anche queste aliquote, inferiori a quella più diffusa del 20%, rappresentano agevolazioni fiscali. E dunque soggette alla futura scure dei “tagli lineari”. Lo studio di Baldini calcola che le sforbiciate del 5 e poi del 20% fissate in manovra equivalgono, nei fatti, ad un aumento delle due aliquote agevolate rispettivamente al 4,7% e al 10,5% nel 2013 e al 6,8% e al 12,1% nel 2014. La conseguenza è che un´Iva più alta riscalda i prezzi e lascia meno soldi in tasca alle famiglie. Anche qui esiste un effetto regressivo. Ma più modesto del caso Irpef. Questo perché, spiega lo studio, «le famiglie ad alto reddito consumano molti beni e servizi oggi tassati al 4 o al 10%». In valore assoluto, le famiglie più povere (con un reddito inferiore ai 12 mila euro) nel 2014 pagheranno 119 euro in più. Quelle ricche (reddito sopra i 54 mila euro) 313 euro in più. La regressività si legge nell´incidenza di questo aumento Iva sul reddito disponibile, chiaramente più alta per chi ha buste paga più magre.
Saldando i due effetti, Irpef e Iva, questa manovra pesa il 7% su chi guadagna al di sotto dei 12 mila euro, il 10% su chi denuncia tra i 12 e i 54 mila euro e il 9% sui benestanti. Alla fine, pagano tutti.

La Repubblica 16.07.11

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!Un Paese con oltre 8 milioni di poveri nei guai un terzo delle coppie con 3 figli”, di Luisa Grion

L´Istat: al Sud è indigente una famiglia numerosa su due. Di questo esercito, 3 milioni sono in povertà assoluta. Poi c´è un 7,6% di quasi poveri. “Senza cassa inte-grazione sarebbe andata peggio” Picchi in Calabria e Basilicata. Ogni cento italiani quasi 14 sono poveri. Poveri davvero perché in due vivono con meno di 993 euro al mese tutto compreso. Poi ci sono i più poveri fra i poveri, quelli che anche tirando la cinghia non riescono a mettere assieme una vita che si possa considerare «dignitosa». In altre parole quelli che fanno la fame: è qui la quota è di 5 italiani su cento.
Nel primo caso la statistica parla di «povertà relativa» (dove il tetto dei 992,6 euro corrisponde a quanto spende in media un italiano in un mese), nel secondo di «povertà assoluta».
I dati Istat ci dicono che la miseria, in Italia, fra le sue varie tipologie è stabile, anche se la crisi economica ne ha modificato la composizione penalizzando più gli operai e gli impiegati che i lavoratori autonomi, più le famiglie numerose con figli piccoli, più il Sud che il Nord. Ma messe nero su bianco le cifre fanno effetto: i poveri «relativi» sono 8 milioni 272 mila (il 13,8 per cento della popolazione, l´11 per cento delle famiglie), di questi 3 milioni 129 mila sono indigenti, quindi «assoluti» (il 5,2 degli italiani, il 4,6 per cento misurato in termini di famiglie).
Se la crisi non ha fatto precipitare la situazione, spiega Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell´Istat, è perché «a subirne gli effetti sono stati soprattutto i giovani, mentre cassa integrazione e ammortizzatori sociali hanno comunque protetto i padri». In pratica l´essere «bamboccioni» è stato una costrizione più che una scelta.
Poi, certo, la scelta di fare un terzo figlio si conferma, anche nel rapporto che l´Istat ha preparato su dati 2010, una scelta piuttosto temeraria: la famiglia numerosa, in Italia è simbolo di famiglia povera e ciò spiega in buona parte la demografia calante. Le quote rispetto al 2009 sono aumentate passando in media dal 26,1 al 30,5 per cento, ma è nel Mezzogiorno che la questione diventa drammatica: lì è povero il 47,3 per cento delle famiglie con tre minori, quasi una su due.
La differenza Nord-Sud, in realtà, pesa a prescindere dal numero dei componenti, visto che la povertà relativa comunque vola al 23 per cento e quella assoluta al 6,7. Tutte le regioni meridionali eccetto Abruzzo e Molise, stanno sopra la media nazionale, anche se i picchi si raggiungono in Basilicata, Sicilia e Calabria.
Ma fotografare la povertà in termini di «famiglia numerosa che abita al Sud» non basta a capire come va cambiando il fenomeno: a pagare un prezzo della crisi sono sempre più spesso anche le mamme divorziate con figli a carico, le cosiddette famiglie monogenitore (per loro la povertà è schizzata dall´11,8 al 14 per cento). Si ritrovano ad affrontare maggiori sofferenze le famiglie che hanno sulle spalle un nonno o uno zio anziano e una vera new entry è quella del lavoratori in proprio. Essere autonomi, in genere premia, ma ora rischia anche una certa tipologia di commerciante o imprenditore artigiano, una partita Iva monocommissione. E´ povero il 15 per cento degli operai, ma anche il 10 per cento di chi ha messo su una attività in proprio.
Di certo un Paese dove l´81 per cento delle famiglie è sicuramente al di fuori del tunnel della povertà (un altro 7,6 potrebbe invece finirci dentro) non si può dire che sia allo stremo, ma ciò che colpisce le associazioni dei consumatori è che dallo zoccolo duro della miseria non si esce. Per Codacons «un governo che non aiuta i poveri non è civile: è incredibile prometta il taglio delle aliquote anche per i più ricchi, passando dal 43 al 40 per cento». La Coldiretti fa notare che riducendo di appena il 20 per cento gli sprechi di cibo si potrebbero sfamare gli 8 milioni di poveri.

La Repubblica 16.07.11

Legge sul “fine vita”, Il Pd si mobilita

La Direzione provinciale del Partito democratico ha approvato ieri sera all’unanimità una risoluzione che boccia senz’appello la legge sul “fine vita” approvata alla Camera. “Il provvedimento – si legge nel documento della direzione – risulta invasivo, impedisce di fatto la dichiarazione anticipata di volontà ed espropria il paziente/cittadino della prerogative sancite dalla nostra Costituzione. E’ una legge sbagliata, perché si colloca oltre il limite che un legislatore non avrebbe dovuto varcare e perché consegna ai sanitari e ai giuristi una legge inapplicabile e irragionevole”.

La direzione del Pd modenese chiede al gruppo parlamentare democratico “di continuare a lavorare in Senato per contrastare con forza questa legge, ricercando ancora, se possibile, ogni spazio di dialogo coi gruppi e coi singoli affinché prevalgano equilibrio e responsabilità”. Lancia inoltre una campagna di mobilitazione “anche in rapporto con le altre forze politiche, con l’associazionismo diffuso, con le tante personalità che hanno dimostrato sensibilità sulla materia, per animare un confronto più largo oltre gli steccati ideologici”.

"Lo scandalo TG1 nella TV di regime", di Giovanni Valentini

La crisi del Tg 1, crisi di ascolti e di credibilità, ormai non è più un caso che riguarda soltanto la Rai o in generale il sistema televisivo italiano. È uno scandalo di regime. Il paradigma di una crisi più vasta, politica e istituzionale, che corrode lo Stato compromettendone la stabilità e la tenuta. L´agonia di un potere in coma irreversibile, attaccato disperatamente al respiratore artificiale di una tv subalterna e compiacente. C´è un danno emergente e un lucro cessante in questa parabola della maggiore testata televisiva nazionale. Ma anche qui non si tratta solo della Rai.
Per l´azienda di viale Mazzini, il danno emergente è rappresentato dal calo progressivo degli ascolti e di conseguenza della raccolta pubblicitaria: “La grande fuga”, la definì già un anno fa in copertina “Il Telespettatore”, mensile dell´Aiart, l´associazione degli utenti cattolici di cui è presidente Luca Borgomeo. Il lucro cessante è la svalutazione di un cespite aziendale, in termini di affidabilità, di autorevolezza e di prestigio. Ed entrambi i fattori favoriscono, naturalmente, la concorrenza privata che fa capo per lo più al premier-tycoon.
Ma per il Paese, per l´intera comunità italiana, l´asservimento dell´informazione pubblica al totalitarismo del regime televisivo costituisce una regressione civile, un´involuzione culturale e sociale, destinata comunque a incidere sulla coscienza collettiva, se non altro per difetto o anche solo per mancanza di un minimo di decenza: il “Minzulpop”, com´è stato efficacemente ribattezzato il Tg di Minzolini con un´allusione al Minculpop di Mussolini, il ministero della Cultura popolare fascista. La tv “cattiva maestra”, per dirla con Karl Popper. Mezzo di corruzione di massa.
Il servizio pubblico decade così a megafono del potere; amplificatore dei suoi interessi di pura conservazione e sopravvivenza; cassa di risonanza delle “veline” ufficiali, su carta o in carne e ossa, intese sia come strumenti di disinformazione o manipolazione sia come modelli femminili e oggetti del desiderio o del piacere. Da quell´alcova di Stato che la Rai è sempre stata nella sua storia, fin dall´epoca del monopolio televisivo di marca democristiana e poi anche socialista, il “carrozzone” di viale Mazzini rischia di ridursi ora all´harem del Sultano, una dépendance di Arcore, una filiale del residence incantato dell´Olgettina.
Dall´informazione all´intrattenimento, il declino denunciato pubblicamente dallo stesso presidente dell´Authority minaccia di estendersi con la forza del contagio all´intera gestione di quella che fu la più grande azienda culturale del Paese, a dispetto di tutte le esperienze, competenze e professionalità che può ancora vantare al suo interno. Due settimane fa avevamo lanciato da queste colonne la proposta di una “class action”, un´azione collettiva di responsabilità contro gli amministratori e i dirigenti infedeli della cosiddetta P4, subito raccolta da diverse associazioni dei consumatori come il Movimento per la difesa del cittadino, la Federconsumatori, l´Adusbef e Altroconsumo, a cui ha aderito poi con un´intervista all´Unità anche il direttore di Rai 4, Carlo Freccero. Ma, nonostante l´avvicendamento alla direzione generale, il vertice di viale Mazzini sembra insensibile alla protesta crescente dei telespettatori e renitente al dovere di difendere l´interesse aziendale nei confronti dei competitor.
Accade così che perfino un innocuo programma di intrattenimento familiare come “Ballando sotto le stelle”, condotto da una collaudata professionista della tv qual è Milly Carlucci, viene abbandonato all´assalto della concorrenza di Canale 5 che ha annunciato nei suoi palinsesti per la prossima stagione un programma simile intitolato “Baila” ovvero “Io ballo”. Mentre la Carlucci – insieme agli altri autori – si rivolge al tribunale per tutelare i legittimi interessi della trasmissione, il Palazzo di viale Mazzini non ha ancora deciso se intentare un´azione per concorrenza sleale o meno. E pensare che un caso analogo di sovrapposizione tra due trasmissioni musicali per bambini ha già prodotto un danno alla Rai, sia in termini di ascolti sia in termini di ricavi pubblicitari.
Non c´è da sperare che la tv di regime possa cambiare se non cambia il regime televisivo, con la sua logica perversa di egemonia e assolutismo. Ma prima devono cambiare i telespettatori, i cittadini e gli elettori italiani.

La Repubblica 16.07.11

"2011, fuga dagli atenei. Tra sfiducia e tagli il crollo delle iscrizioni", di Maria Grazia Gerina

Dopo il diploma ci si ferma: le matricole sono precipitate in 7 anni con un -9%. Storie di ordinaria esclusione tra la forbice ricchi-poveri e la chimera «borsa». Figlio di un operaio o figlio di un petroliere fa lo stesso», scrive Roger Abravanel, già consulente della McKinsey&Company e ora consigliere del ministro Mariastella Gelmini: quello che conta è il merito. Vallo a raccontare a Girolamo, figlio di un camionista e di una casalinga, nato e cresciuto a Palmi, Calabria. Girolamo ha vent’ anni, è perito informatico e vorrebbe laurearsi. Lo scorso settembre, appena diplomato, si è messo a inseguire la chimera di una borsa di studio e di un alloggio alla Casa dello studente di Cosenza. Alla fine, anche se aveva superato il test a numero chiuso, si è scoraggiato. E non si è più iscritto. Quest’anno ci riproverà, in proprio: «Facendo un po’ il cameriere, unpo’ il meccanico ho messo da parte 700 euro». Per mantenersi all’università da fuori sede, in un anno ce ne vogliono 7mila. Storie di ordinaria esclusione dall’università italiana. Sempre più ragazzi rinunciano in partenza. Se nel 2002, il 74,5% degli Under 20, presa la maturità, correva a iscriversi all’università, sperando in un futuro e un lavoro migliore, nel 2009 (ultimo dato disponibile) quella percentuale è scesa al 65,7%, facendo passare da 330mila a 293mila le matricole under 20. Nove punti percentuali persi in 8 anni: 38mila ragazzi che, usciti dalla scuola superiore, non ci hanno neppure provato. E la parabola discendente precipita letteralmente in certe province del Sud. A Catania, per esempio, dove appena il 46,4% dei maturi si iscrive all’università. Oppure a Cagliari, dove la percentuale è del 56,8%. Ma anche il Nord ha i suoi abissi.ASondrio, il rapporto tra diplomati e matricole è del 46,7%; a Bolzano, non va oltre il 37,3%. E chi si iscrive spesso resta indietro fin dal primo metro. In più, una buona fetta delle matricole – circa il 13,3% -, al termine del primo anno non ha superato neppure un credito e da matricola finisce direttamente nel limbo degli «inattivi ». Mentre ancora di più, il 16,7%, sono quelli che gettano la spugna dopo il primo anno. Cronaca di un’emorragia che dovrebbe essere in cima alle preoccupazioni di chi governa il paese. Chi sono questi ragazzi che rinunciano all’università? Perché invece di proseguire gli studi decidono di fermarsi? L’ultimo rapporto Almalaurea lo dice esplicitamente. Tra le cause del calo di immatricolazioni, c’è «la crescente difficoltà di tante famiglie a sopportare i costi diretti e indiretti dell’istruzione universitaria » unita a «una politica del diritto allo studio ancora carente». Una sorta di tenaglia che si stringe attorno ai ragazzi. Da una parte, la crisi rende più severo il bilancio delle famiglie che non ce la fanno più a sostenere le spese universitarie. Dall’altra, il bilancio dello Stato, invece di potenziare le scarse risorse destinate alle borse per gli studenti, taglia i fondi per il diritto allo studio. Mentre in Germania o in Francia uno studente su quattro riceve una borsa di studio, in Italia nemmeno 1 su 10 riesce ad ottenerla. Su una popolazione di 1,8 milioni di iscritti, appena 150mila nel 2010 ne hanno beneficiato. E peggio ancora va per gli alloggi universitari che sono appena 41mila in tutta la penisola. Gli sbarramenti di reddito sono molto bassi, escludono non solo il ceto medio, e variano da regione a regione: sotto gli 11mila euro in Abruzzo, meno di 14mila in Molise, fino a 19mila in Piemonte. E anche tra gli idonei, 1 ogni 6 resta fuori. Gli esclusi nel 2010 erano 29mila su 179mila aventi diritto (il 16,3%). Un’ingiustizia anche qui diversamente distribuita. Più di 2mila esclusi in Abruzzo, dove solo il 55% degli idonei ottiene la borsa; 7mila in Campania, dove la percentuale è del 56%;4400 in Calabria, dove è beneficiato della borsa solo il59%, etc. Ladomandadovrebbe essere: comeincludere almeno loro? E invece il governo ha stanziato appena 26milioni per il prossimo anno, reintegrate a 97 milioni, dopo le proteste, per l’anno in corso.Comunque meno della metà dei 246milioni di euro stanziati nel 2009 e 50 milioni in meno della media degli anni precedenti. In compenso 10 milioni li ha destinati alla “Fondazione per il merito”, istituita sulla scia dell’Abravanel- pensiero. Ma chi se la merita un’università così. se non chi può permettersi di sostenerne i costi anche senza borsa? A questo proposito sono illuminanti i dati Eurostudent. I laureati tra i 45 e i 64 anni sono appena l’11% della popolazione generale (il 10% tra le donne) ma se guardiamo alla popolazione universitaria il 20%degli studenti universitari ha un padre laureato (il 17% una madre). Mentre appena il35-6%degli studenti hanno un padre o una madre con un titolo di studio medio-basso, percentuale che sale al62%nella popolazione generale. E solo il 28% ha un padre operaio (44% della popolazione tra i 45 e i 64 anni). D’altra parte la laurea ha perso attrattiva anche, anzi, forse soprattutto per le classi più svantaggiate. La disoccupazione, per chi ha la laurea triennale, è passata dall’11,3% del 2007 al 16,2% del 2009. E chi trova lavoro in un caso su due è precario. Mentre gli stipendi passano dai 1210 euro del 2007 a 1149 euro del 2009. Il deterioramento della condizione occupazionale dei laureati, insomma, è l’altro grande fattore che rema contro quello che è stato fin qui uno dei principali obiettivi di crescita del paese: estendere la formazione universitaria anche alle fasce di popolazione che ne erano tradizionalmente escluse. Trent’anni fa i figli della «classe operaia» (così nella classificazione di Almalaurea) tra i laureati erano l’1,5%, nel 2004 erano il 22,4%, nel 2010 sono il 25,8%. Una tendenza che, a leggere i dati delle immatricolazioni, sembra destinata a invertirsi di nuovo. E mentre in Europa i figli di genitori con un titolo di studio basso che si laureano sono il 17%, in Italia la percentuale è ancora all’8%. Che vadano a scaricare la frutta ai mercati generali, ha suggerito Brunetta, a quanti tra i giovani sono esclusi dal mercato del lavoro. La riforma Gelmini, rispetto agli esclusi dall’università, non fa di meglio: non ha neppure provato ad analizzare il problema.

L’Unità 16.07.11

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«Va bene il merito ma deve crescere il livello medio», di Ma.Ge.

Intervista a Andrea Cammelli-Il direttore di AlmaLaurea sui flussi nelle facoltà: «La laurea triennale aveva avvicinato una fascia socialmente debole che ora si allontana di nuovo». Un flusso di popolo che si era avvicinato all’università, con la crisi economica e in assenza di una politica per lo studio adeguata, è tornato ad allontanarsi ». Questo sta accadendo, secondo Andrea Cammelli, direttore di Almalaurea, che legge il calo delle matricole come la spia di un fatto storico allarmante. «E se non invertiamo nuovamente questa tendenza non ce la faremo a riprenderci dalla crisi». Perché i diplomati «fuggono» dall’università? «C’è un fattore demografico: cala la popolazione dei diciannovenni. Ma più basso in percentuale è anche il numero dei diplomati che si iscrive all’università. I media hanno fatto passare l’idea che sia tutta una parentopoli, antiquata, che non risponde alle esigenze del mercato del lavoro. E poi c’è la convinzione diffusa quanto errata che i laureati avranno le stesse difficoltà a trovare lavoro dei diplomati. Ma il calo di prestigio dell’università ha influito negativamente, soprattutto, su quella parte di popolazione tradizionalmente esclusa per ragioni sociale ed economiche». Sono soprattutto i più poveri a passare la mano? «Sì, l’introduzione della laurea triennale aveva avvicinato all’università una fascia di persone storicamente esclusa e socialmente debole, che ora sta tornando ad allontanarsi. Gli iscritti in meno sono soprattutto i giovani che vengono da famiglie socialmente ed economicamente svantaggiate. E la difficoltà economica crescente è anche una delle cause di abbandono dell’università al primo anno». L’università costa troppo? «Sì e il punto non è tanto il costo degli studi universitari quanto la sua sostenibilità per le famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla quarta settimana, né tanto meno a mantenere i figli agli studi. Il governo doveva intervenire con una politica per il diritto allo studio adeguata. Ma agli annunci non ha mai dato seguito». E adesso che fare? «Si deve investire di più sui giovani, che sono già pochi. Nel confronto internazionale, siamo al fondo scala per spesa per università e per ricerca. Se non invertiamo questa tendenza il paese non ce la farà a riprendersi. Negli anni di carestia il contadino taglia su tutto ma non sulla semina. Dovremo fare dei sacrifici, ma è l’unica cosa che possiamo fare se non vogliamo continuare a sprecare talenti». Il governo dice che bisogna premiare il merito e le eccellenze. «A me va benissimo il merito, anche se temo che venga usato da chi non ne conosce il significato, mi vanno bene le eccellenze. Ma il nostro obiettivo deve essere far crescere la soglia educazione di una parte consistente del paese. Dall’inizio degli anni ’80 i figli degli operai tra i laureati sono passati dall’1,5% a oltre 25,8%, ma tra i matricolati questa tendenza si va invertendo. Di questo dovremmo occuparci. I laureati in Italia, tra gli under 35, sono ancora 20 su 100 quando la media Oecd è del 35%. Non ci sono ricette contro la crisi se non si riduce questo ritardo storico.

L’Unità 16.07.11

"Nessuna finanziaria per queste famiglie?", di Adriano Sofri

L´ISTAT, ieri: i cittadini italiani poveri, cioè che vivono con meno di mille euro al mese per due persone, sono il 13,8 per cento. (In Germania, scriveva una lettrice di Repubblica, la stessa soglia vale per una sola persona). Quasi poveri sono il 7,6 per cento. Più di 8 milioni i primi. Quasi 3 milioni i secondi. Quanto ai “poveri-poveri” – quelli che non hanno il minimo per vivere, quelli poveri da morire e infatti muoiono, o sopravvivono come topi di discarica – sono 3 milioni e 129 mila persone. Poi ci sono quelli a rischio di povertà. Nel complesso, circa un quinto della popolazione. Gli altri stanno tutti bene, grazie.
Ora, l´osservazione è: 11 milioni di poveri, e in particolare 3 milioni e 129 mila persone che si trovano al di sotto della soglia “minima necessaria” per “una vita minimamente accettabile”, non sono una causa sufficiente, e anzi urgente, per varare una manovra economica da votare entro la prossima settimana? Non lo sono, evidentemente. Solo a dirlo, come ho appena fatto, si passa per buontemponi. La povertà non è un vincolo, né interno né esterno, per nessuno. La politica, che ha subìto un´umiliante sospensione a tempo indeterminato per eccesso di ribasso, con ciò certificando – sia pure con varie quote di responsabilità – la propria peculiare bancarotta, non sente né immagina di essere chiamata in causa dall´incidente di milioni di default registrati da tempo, su altrettante persone al di sotto della stessa insolvenza, perché i poveri poveri non hanno nemmeno uno straccio di debito. L´Istat, che ne certifica insieme l´esistenza e l´impossibilità dell´esistenza, è un´agenzia di rating della povertà da cui nessuno si sente minacciato. Se costringeste qualcuno dei padroni e dei soloni che immaginano di padroneggiare o di spiegare il funzionamento di un mondo di cui hanno perduto da tempo, ammesso che l´abbiano mai avuta, ogni bussola, a render conto dell´indifferenza a “emergenze” immemorabili e recidive come la povertà, vi direbbero che il mercato è inesorabile, e che la bontà non si quota in Borsa. Be´, possono sbagliarsi perfino in questo. La bontà vale per sé, per chi se ne intenda. Ma ogni tanto ai poveri assoluti e ai poveri relativi e ai poveri imminenti e a una quantità di altri impauriti e offesi torna la voglia di radunarsi e gridare di nuovo: “Pace alle capanne! Guerra ai palazzi!”. Tanto più si fa esplosiva questa voglia quanto più la povertà più nera fa brillare la disuguaglianza. E la cosa, ogni volta che avviene, non manca di portare con sé una quantità di conseguenze economiche e finanziarie. Non lo si vede mai abbastanza, prima. Prima, i cahiers de doléances sono solo noiosi quaderni di lamentele. Dopo, cambia tutto. Dopo, che si sia surclassato il protagonista dei vangeli coniando l´espressione “poveri-poveri”, prenderebbe un senso pregnante. “Beati i poveri-poveri, perché di essi è il regno-regno…”.
Il debito che abbiamo con i poveri di casa e del mondo non è “un mostro che finirà per divorarci”? Manovra è anche termine navale. Il ministro dell´economia e delle finanze ha ricitato il Titanic e ammonito i soliti della Prima Classe. Bastava la vecchia mezza verità che siamo tutti sulla stessa barca. Però, anche a voler abbracciare il trionfante interclassismo selvaggio, resta la differenza fra chi è ai remi, chi frusta i rematori, il capitano, e il cognato dell´armatore salito per diporto. Fra chi riempie l´intervallo prima di andare a sbattere ballando il fox-trot, o vomitando nella stiva. Il ministro e gli armatori non sanno quanto è fondato l´ammonimento. Rimane comunque la domanda che un buon numero di umani si facevano quando non era ancora così chiaro che si stava andando a sbattere, tutti quanti, in solido, e i pochi ballavano e i molti remavano e vomitavano nella stiva: anche ammesso che i milioni di poveri-poveri e di poveri-e-basta non trascinino a fondo i ballerini, è giusto che a loro sia riservato l´inferno in terra e in mare?

La Repubblica 16.07.11

Camera dei Deputati – Manovra: dichiarazione di voto di Pier Luigi Bersani

Signor Presidente, la fiducia che il Governo ha posto oggi l’aveva annunciata un mese fa, come aveva già fatto per quarantasei volte prima di questa. Noi abbiamo consentito al Governo, insieme alle altre forze di opposizione, di cambiare i tempi della questione di fiducia, di porla in una settimana invece che nelle solite tre. L’abbiamo fatto per l’Italia aggredita dai mercati, per non aggiungere due settimane di confusione ed una situazione già confusa e drammatica, sapendo che la confusione finisce sempre per scaricarsi sui più deboli.
Nei vostri confronti, sia chiaro, la nostra responsabilità si ferma qui. Noi adesso la nostra responsabilità ce la prendiamo davanti agli italiani e diciamo subito che siamo radicalmente «contro» (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Siamo contro la vostra politica economica, se mai ce n’è stata una; siamo contro la vostra conduzione delle cose in sede europea; siamo contro, ancor più fermamente, ai contenuti ingiusti di questa manovra. E diciamo una parola chiara.
L’Europa ci conosce, conosce la nostra tradizione di forza europeista e di Governo che non arretra davanti alle difficoltà, che sa prendersi le proprie responsabilità e, quindi, diciamo chiaramente – giunti a questo punto – che se toccherà a noi terremo i saldi di questa manovra, ma ne cambieremo il segno e la composizione (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). E cominciamo subito depositando in queste ore un progetto di legge che toglie l’aggravamento dei ticket e li sostituisce con un’altra copertura (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Cambieremo questa composizione senza promettere miracoli, perché questa manovra è spudoratamente classista: colpisce i ceti medi e la povera gente (tasse, sanità, servizi locali). Collega Reguzzoni, voi leghisti mi sembrate sempre un ragazzo di piazza Tahrir…ma voi siete i ministri di Mubarak! Avete governato otto anni degli ultimi dieci (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico, Unione di Centro per il Terzo Polo e Italia dei Valori – Commenti dei deputati del gruppo Lega Nord Padania)!
Questa è una manovra che non produce riforme, è una manovra che non fa niente per la crescita. Ci porterà stagnazione e recessione e non ci metterà al riparo dalle tempeste. Mi dispiace dirlo da italiano: già oggi gli spread sono tornati alti. Questa manovra non ci mette fuori dalla tempesta. Oggi, mentre arrivano i nodi al pettine, non vi accusiamo di aver provocato la crisi. Vi accusiamo di non averla affrontata, innanzitutto in una dimensione europea assieme ai vostri Governi fratelli di centrodestra! Avete azzoppato d’Europa, avete impedito che dall’euro si passasse ad una politica economica comune (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico). Avete impedito che l’Europa facesse un prestito per sostenere lavoro e occupazione. Non consentite che ci sia una tassa europea sulle transazioni finanziarie per alleggerire il debito che si sta scaricando sul lavoro e sul welfare. Non bastano conversioni tardive del Ministro Tremonti su questo. Non bastano le parole. Voi, insieme ai Governi di centrodestra, portate questa responsabilità. E vi accusiamo anche – questo non è stato detto fin qui, ma voglio dirlo, mentre dico che noi terremo i saldi – di aver voluto in Europa buttare il cuore oltre l’ostacolo, oltre il richiesto, con il pareggio al 2014 e l’anticipazione della manovra. Va benissimo fare così, se uno però ha qualcosa di convincente in mano, perché – se ti tiri addosso gli impegni e i riflettori e il giorno dopo si capisce che non hai niente in mano – tu stai facendo un danno gravissimo per questo Paese (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Niente in mano, niente riforme, niente crescita, tasse su tasse: in questa manovra ci sono 29 miliardi di prelievo, senza contare i 6 o 7 che verranno dagli enti locali e sono tutti prelievi lineari. Dopo i tagli lineari avete inventato i prelievi lineari (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)!
Vi accusiamo di aver aggravato la crisi ignorandola fin dall’inizio, tre anni, fa con la giaculatoria dello «stiamo meglio degli altri». Le uniche parole che il Presidente del Consiglio ha detto in questi giorni sono che stiamo meglio degli altri. Avete continuato a dirci che i conti erano a posto. Avete fatto il gioco delle tre carte per far sparire dal Parlamento la possibilità di una discussione sulla manovra economica. Siamo andati avanti a decreti de minimis un mese dopo l’altro con la fiducia – magnifico – e con gli applausi di tutti. La finanziaria in 9 minuti: finalmente c’è qualcuno che decide contro i carrozzoni, il Parlamento, eccetera, eccetera. Benissimo: ci ha portati qui quel modo lì governare e di decidere (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Vi accusiamo di avere preteso conformismo dagli attori sociali, dai costruttori di opinioni, dall’establishment e avete anche ottenuto questo conformismo. È stato preso per buono tutto e il contrario di tutto e, ancora oggi, voglio dire che chi ci sta adesso lodando per questo senso di responsabilità in linea con i tempi, tra i tanti osservatori, non si scandalizza che voi non abbiate preso in considerazione nessuna delle proposte che abbiamo fatto: un pacchetto di liberalizzazioni, un pacchetto dei cosiddetti costi della politica, a cominciare dai vitalizi, un pacchetto sulla pubblica amministrazione, la riduzione delle società pubbliche, il dimezzamento o accorpamento delle province, l’accorpamento dei piccoli comuni, un sistema degli appalti, l’abolizione delle leggi speciali sulla cricca. Non avete preso in considerazione nessuna proposta.
Qui, voglio dire chiaramente: attenzione, noi abbiamo proposte precise e coraggiose sul tema dei costi della politica, ma rifiutiamo l’antipolitica! Attenzione, perché in Germania non c’è solo, a giustificazione dei suoi successi la ricerca, ma ci sono anche i partiti. Non è un miliardario a guidare la Germania (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico e Unione di Centro per il Terzo Polo)! Si tratta di una manovra ingiusta. Voglio farvi una domanda precisa: ditemi quanto paga e cosa ci rimette con questa manovra micidiale una persona che ha le ricchezze del Presidente del Consiglio (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà). Vi chiedo anche quanto è costato a noi avere un Presidente del Consiglio che ha perso la fiducia internazionale. Facciamo i conti del dare e dell’avere in modo serio e realistico.
Chiudo qui: voi non avete messo a punto una politica economica, ma una torre di Babele: statalismo, individualismo, corporativismo, sussidiarietà penosa, di tutto. Non si è capito nulla di dove la politica economica avesse la barra in questo Paese in questi tre anni. Adesso basta.
Chiudo su questo aspetto. Vorrei fare un discorso serio (Commenti dei deputati del gruppo Popolo della Libertà): in questi anni avete imboccato – questo è il nostro giudizio – una strada sbagliata. Adesso siamo a un tornante delicatissimo per il Paese: se il guidatore continua a tirare dritto per quella strada, questo Paese va a sbattere. Questo è ciò che sosteniamo.
Voi fate quel che ritenete, ma deve essere chiara la nostra proposta. Bisogna avere una ripartenza per dare fiducia al mondo intorno a noi: nuove persone, nuove idee, un confronto nuovo, una nuova piattaforma nel rispetto dei saldi, una ripartenza con energie nuove. Per noi, questo significa elezioni. Se ci si mette qualcosa di mezzo fino al raggiungimento di questo obiettivo, occorre che questo qualcosa abbia i caratteri precipui del tempo necessario per una riforma elettorale e la condizione di lasciarsi alle spalle la politica e i protagonisti di una politica sbagliata.
Per noi sono queste le condizioni. Se intendete tirare dritto vi prendete una responsabilità seria davanti agli italiani. Non parlateci di crisi al buio. Questa situazione è il buio, in questa situazione la luce non può accendersi (Applausi dei deputati dei gruppi Partito Democratico , Unione di Centro per il Terzo Polo e di deputati dei gruppi Italia dei Valori e Misto-Alleanza per l’Italia)!

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