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"Le Belle Arti vanno in piazza", di Raffaella De Santis

L´arte vuole la laurea. Studenti e professori chiedono la riforma universitaria delle Accademie di Belle Arti e per ottenerla, dopo anni di attese, scelgono di protestare con lo sciopero della fame e scendono in piazza. A dare avvio alla contestazione è l´Accademia di Belle Arti di Roma, da due settimane motore della rivolta. La piazza di fronte all´istituto, nel centro storico della capitale, in via di Ripetta, si è riempita di tende e ombrelloni, un accampamento nel caldo di luglio, in cui gli studenti bivaccano giorno e notte. Possono mangiare massimo sei frutti al giorno e quando la stanchezza si fa sentire si danno il cambio. Saranno pure gli artisti di domani, ma le loro richieste sono molto concrete: questi giovani, insieme ai loro prof, vogliono arrivare a essere riconosciuti studenti universitari a tutti gli effetti, al pari dei loro colleghi europei.
«Negli altri paesi, in Europa e negli Stati Uniti, le accademie sono considerate istituti di alta formazione artistica, dai quali si esce laureati», spiega Donatella Landi, artista e docente di Pittura e Video installazione. Non è così in Italia, dove invece le accademie non rilasciano lauree. «Formalmente ci comportiamo come le università adottando sia il modello 3+2 (triennio di laurea breve più biennio di specializzazione), sia il sistema dei crediti, ma nei fatti rilasciamo diplomi». Eppure una legge esiste, precisamente la legge n. 508 del 1999, che stabilisce le «equipollenze tra i titoli di studio delle Accademie di Belle Arti e i titoli di studio universitari». La legge è stata approvata dodici anni fa, mancano però i regolamenti attuativi, dunque non è operativa. Gli studenti che escono dall´accademia non possono accedere alle scuole di specializzazione e ai dottorati post laurea e nei concorsi pubblici i loro titoli valgono molto meno di quelli di un laureato. Mentre i docenti sono penalizzati per stipendi e ruoli rispetto ai loro colleghi universitari. Tra quelli scesi in piazza ci sono artisti, curatori, storici dell´arte: oltre a Donatella Landi, Ciriaco Campus, Giovanni Albanese, Cecilia Casorati, Marco Bussagli, Ivo Bomba, e tanti altri.
«Siamo alla frutta», si legge su un cartellone. E dunque, che frutta sia. Niente cibo, finché il governo o il parlamento non decideranno di votare un decreto urgente per il riconoscimento giuridico ed economico universitario delle Accademie di Belle Arti. Il limbo delle accademie, la loro esistenza ibrida tra scuola media superiore e università, non esiste in Spagna, né in Francia, né tantomeno in Germania, dove questi istituiti fanno parte a pieno titolo dell´istruzione universitaria. «Così stiamo tradendo l´articolo 33 della Costituzione, che considera le accademie, al pari delle università, istituzioni di alta cultura», fa notare Landi. Eppure nel nostro paese ci sono venti Accademie di Belle Arti, che contano oltre mille professori di ruolo e quasi 19mila studenti iscritti. A questo punto, si aspetta la reazione della altre diciannove accademie italiane.

La Repubblica 15.07.11

Il TAR del Lazio azzera la giunta Alemanno al Comune di Roma

Decisione della seconda sezione, che accoglie i ricorsi di Verdi, Pd, Sel e due consiglieri di Provincia e Regione- A sorpresa, il Tar del Lazio ha annullato venerdì 15 luglio la Giunta del Comune di Roma, per mancato rispetto delle «quote rosa». Lo hanno deciso i giudici della seconda sezione, presieduti da Luigi Tosti, i quali hanno accolto i ricorsi proposti dai Verdi di Bonelli, dalle consigliere comunali di Roma di Pd e Sel Monica Cirinnà e Maria Gemma Azuni, e dalle consigliere di Parità della Provincia di Roma e della Regione Lazio, Francesca Bagni e Alida Castelli.

A sorpresa, il Tar del Lazio ha annullato oggi la Giunta del Comune di Roma guidato , per mancato rispetto delle «quote rosa». Lo hanno deciso i giudici della seconda sezione, presieduti da Luigi Tosti, con dispositivo 6347/11. Il tribunale amministrativo del Lazio ha quindi accolto il ricorso presentato dall’avvocato Gianluigi Pellegrino difensore delle due consigliere (Cirinnà e Azuni) contro la giunta Alemanno che denunciava il mancato rispetto dell’articolo 5 dello Statuto e chiede di assicurare “una presenza equilibrata di uomini e donne” nella composizione dell’esecutivo capitolino. E’ stata ”vinta una battaglia di civilità”, ha dichiarato il legale.

Nel dettaglio: sono due le ordinanze del sindaco di Roma Capitale che il Tar del Lazio ha annullato. Si tratta del provvedimento di nomina della giunta, emesso nel gennaio scorso, e di tutti gli atti successivi e consequenziali, compresa l’ordinanza con la quale Gianni Alemanno il 2 marzo ha confermato la giunta fornendo una motivazione più articolata rispetto al primo provvedimento.

La II sezione del Tar del Lazio ha emesso solo un dispositivo di sentenza; entro 45 giorni, il collegio pubblicherà le motivazioni della decisione. Con i due ricorsi proposti, era stato contestato formalmente i provvedimenti di nomina delle due giunte Alemanno, ritenendo sia stato violato lo Statuto comunale per l’insufficiente presenza di donne nell’esecutivo

“Il Tar del Lazio accogliendo il ricorso dei Verdi sulla giunta ‘a sesso unico’ di Alemanno ha fatto giustizia di una grande ingiustizia. Ha deciso sulla sostanza del ricorso ignorando gli astrusi cavilli circa la legittimità di chi presentava il ricorso dando una grande lezione di civiltà. Ora, azzerata la giunta, Alemanno si dimetta per la sua manifesta incapacità a gestire la Capitale e si vada al voto”. E’ questo il primo commento di Angelo Bonelli, il presidente e capogruppo regionale dei Verdi, che ha presentato il ricorso sul mancato rispetto delle quote rose in Campidoglio. “C’è stata una violazione dello statuto comunale, c’è stato un deficit di democrazia sulla rappresentanza di genere, c’è la legittimità da parte dei normali cittadini di chiedere alla politica di rispettare le regole. È una vittoria della democrazia in un paese dove troppo spesso diritti fondamentali sanciti dalla legge sono calpestati. Ora si apre una fase politica sulla quale non faremo sconti. Ai cittadini non interessano le alchimie di potere che Alemanno, per garantire le correnti della casta del centrodestra, ha messo in campo calpestando i diritti delle donne“, ha continuato Bonelli.

Istat: in povertà oltre 8 milioni di persone tre milioni sotto livelli accettabili di vita

Sono 8 milioni e 272mila le persone povere in Italia, il 13,8% dell’intera popolazione. Lo comunica l’Istat, aggiungendo che nel 2010 le famiglie in condizione di povertà relativa erano 2 milioni e 734mila, l’11% delle famiglie residenti. L’Istituto spiega che si tratta di quelle famiglie che sono cadute al di sotto della linea di povertà relativa, che per un nucleo di due componenti è pari ad una spesa mensile di 992,46 euro. Oltre tre milioni di persone in povertà assoluta. Nel 2010 in Italia erano 1 milione e 156mila le famiglie, il 4,6% di quelle residenti, che risultano in condizioni di povertà assoluta per un totale di 3 milioni e 129 mila persone (il 5,2% della popolazione residente). L’Istat spiega che sono considerate assolutamente povere le famiglie con una spesa mensile pari o inferiore a quella minima necessaria per acquisire l’insieme di beni e servizi considerati essenziali per conseguire uno standard di vita minimamente accettabile. Si tratta, quindi, dice l’istituto dei «più poveri tra i poveri».

Povera una famiglia su cinque. In Italia, nel 2010, risultava povero o quasi povero il 18,6% dei nuclei famliari quasi una famiglia su cinque: (l’11% sono quelli poveri e il 7,6% sono quelli quasi poveri).

Al Sud una famiglia numerosa su due in povertà. Una famiglia numerosa su due nel Sud Italia è povera. E’ quanto emerge dal rapporto dell’Ista, secondo il quale la povertà risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2009, sia quella relativa che assoluta, ma per alcune fasce della popolazione le condizioni sono peggiorate. Infatti l’Istat rileva che la povertà relativa aumenta tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), tra quelle con membri aggregati, ad esempio quelle dove c’è un anziano che vive con la famiglia del figlio (dal 18,2% al 23%), e di monogenitori (dall’11,8% al 14,1%). E la condizione delle famiglie con membri aggregati peggiora anche rispetto alla povertà assoluta (dal 6,6% al 10,4%). In particolare, fa notare l’Istituto, nel Mezzogiorno l’incidenza di povertà relativa cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori. Quindi, quasi la metà di questi nuclei vive in povertà relativa.

La povertà relativa aumenta tra le famiglie con persona di riferimento lavoratore autonomo (dal 6,2% al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% al 5,6%), a seguito del peggioramento osservato nel Mezzogiorno (dal 14,3% al 19,2% e dal 10,7% al 13,9% rispettivamente), dove l’aumento più marcato si rileva per i lavoratori in proprio (dal 18,8% al 23,6%). Tra le famiglie con persona di riferimento diplomata o laureata aumenta anche la povertà assoluta (dall’1,7% al 2,1%). E ancora, spiega l’Istat, peggiora la condizione delle famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro, si tratta essenzialmente di coppie di anziani con un solo reddito da pensione, la cui quota aumenta dal 13,7% al 17,1% per la povertà relativa e dal 3,7% al 6,2% per quella assoluta.

Basilicata maglia nera, Lombardia la migliore in rosa. La povertà relativa è più diffusa nel Mezzogiorno, in particolare maglia nera nel 2010 risulta la Basilicata, mentre il fenomeno è più attenuato al Nord e specialmente in Lombardia, la regione che lo soffre meno. L’istat rileva che la Lombardia e l’Emilia Romagna sono le regioni con i valori più bassi dell’incidenza di povertà, pari al 4,0% e al 4,5% rispettivamente. Si collocano su valori dell’incidenza di povertà inferiori al 6% l’Umbria, il Piemonte, il Veneto, la Toscana, il Friuli Venezia Giulia e la provincia di Trento. Ad eccezione di Abruzzo e Molise, dove il valore dell’incidenza di povertà non è statisticamente diverso dalla media nazionale, in tutte le altre regioni del Mezzogiorno la povertà è più diffusa rispetto al resto del Paese. Le situazioni più gravi si osservano tra le famiglie residenti in Calabria (26,0%), Sicilia (27,0%) e Basilicata (28,3%).

www.ilmessaggero.it

"Migranti, sì della Camera al decreto della vergogna Unhcr: «Va modificato»", di Andrea Carugati

Faccia feroce contro gli immigrati. Nonostante il clima bipartisan di responsabilità sulla manovra, il governo non rinuncia al decreto bandiera voluto da Maroni e varato dal Consiglio dei ministri dei ministri il 16 giugno, alla vigilia di Pontida. Decreto che prevede una stretta contro gli immigrati irregolari, con l’espulsione immediata per i soggetti considerati pericolosi, l’allungamento dei tempi di detenzione nei Cie fino a18mesi (dai 6 attuali) e l’espulsione anche per i cittadini comunitari.
Ieri il primo via libera della Camera, tra le proteste delle opposizioni, della Cgil e i richiami dell’UNHCR, l’Alto commissariato Onu per i Rifugiati. Laura Boldrini, portavoce dell’UNHCR, auspica che il testo «possa essere migliorato» nel passaggio in Senato «con un rafforzamento delle garanzie e dei diritti» per i gli immigrati costretti nei Cie.
Esulta Maroni, che si dice «molto soddisfatto» per un via libera che «conferma come governo e maggioranza siano uniti e determinati nella rigorosa azione di contrasto all’immigrazione clandestina». Dura la protesta delle opposizioni. Un decreto «disumano e inefficace», attacca Livia Turco, presidente del forum Pd sull’immigrazione, durante il suo intervento in aula alla Camera. «Si prevede la detenzione nei Cie fino a 18 mesi di persone che non hanno commesso reati, che sono scappate dalla povertà alla ricerca di un futuro e nonhanno trovato le vie legali all’immigrazione.
Questa norma stravolge la direttiva europea». «Sui Cie un atto di barbarie che richiama le leggi razziali fasciste», rincara il deputato Pd Dario Ginefra. Netta anche la protesta della Cgil che parla di un «atto grave». «Norme vessatorie e confuse», attacca il responsabile immigrazione Pietro Soldini. «Questo decreto non farà che moltiplicare il contenzioso giuridico con l’Europa e con la magistratura, a spese dell’erario e dei diritti degli immigrati».
Anche la Cgil auspica «un atto di ripensamento» in Senato: «Si abbandonino speculazioni politiche e pregiudizi razzisti».
Alla Camera il decreto è passato con 273 sì e 257 contrari. Tutte le opposizioni hanno votato contro, manel Pd è esplosa una discussione sui numeri della votazione e sulle assenze. Nel voto finale infatti erano assenti 22 deputati Pd (più tre in missione), 4 dell’Idv, 7 di Fli, 3 dell’Udc, 2 dell’Mpa e 1 dell’Api. In tutto fa una quarantina di deputati, mentre il distacco tra maggioranza e opposizioni è stato di soli 16 voti.
Grande amarezza tra le file del Pd, il partito che più si è battuto contro il decreto Maroni. Anche perché in mattinata, su alcuni emendamenti il governo l’ha spuntata per 1-2 voti, mentre quello che aboliva l’allungamento della detenzione nei Cie non è passato per meno di 10 voti. Su Facebook protesta con forza Ileana Argentin: «Una vergogna tutti questi assenti». Furioso anche Sergio Gaudio, responsabile Immigrazione del Pd romano. Roberto Zaccaria, uno dei più attivi nella battaglia contro il decreto, si chiude nel silenzio. «Un’occasione mancata», si sfoga Sandro Gozi. «Con 4-5 deputati in più avremmo fatto passare degli emendamenti importanti». Tra i parlamentari si diffonde la consapevolezza che uno stop al decreto Maroni avrebbe potuto portare all’implosione del governo. «E invece questo voto rischia di vanificare il lavoro enorme che abbiamo fatto su questo tema», dice Andrea Sarubbi. Jean Loenard Touadì difende il partito: «C’è amarezza, ma è sbagliata l’autoflagellazione.
Il Pdnon ha colpe, abbiamo condotto la battaglia fino in fondo.
La maggioranza aveva i numeri, non c’era trippa per gatti». La Lega gongola: «IlPd vuole riempire il paese di clandestini». Replica Luisa Bossa dei democratici: «La Lega sta mostrando il suo volto più becero e razzista».

da L’Unità

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“E’ una forma di detenzione del tutto illegale”, di MAS. AM.

“Non conosco nel dettaglio il decreto legge licenziato ieri dalla Camera, e quindi mi riservo qualsiasi valutazione sugli aspetti cosiddetti generali. Mi sembra di capire però che è stata introdotta la norma che prolunga la permanenza degli immigrati nei Cie a 18 mesi. Ho firmato anche l’ appello de l’Unità perché la ritengo profondamente ingiusta, oltreché gravata di fondati motivi di incostituzionalità».
Presentandosi alle primarie del centrosinistra a Milano, il professor Valerio Onida, Presidente emerito della Corte Costituzionale, spiazzò tutti con un programma avanzatissimo in tema d’immigrazione: diritto di voto e di elezione ai regolarizzati residenti in città da cinque anni, in applicazione della convenzione di Strasburgo, e integrazione “spinta”, «attraverso – dichiarò in un’intervista – l’organizzazione di feste da parte delle varie comunità, per farsi conoscere dai milanesi e interagire con loro».
Ma le riserve sul provvedimento approvato ieri dall’assemblea di Montecitorio, più che dalla sensibilità politica, discendono da una serie di considerazioni che attengono alla sua lunghissima esperienza di giurista.
È così, Presidente?
«Il trattenimento prolungato nei Centri è sostanzialmente una forma di detenzione illegale. Partendo da questa considerazione, si possono ravvisare numerosi motivi di impugnabilità».
Sempre che, superato anche il vaglio dell’aula del Senato, non sia lo stesso Capo dello Stato a ravvisare difetti di costituzionalità, giusto?
«Naturalmente. Stiamo parlando di una materia che riguardauno dei diritti fondamentali delle persone, e quindi soggetta a tutte le norme costituzionali. E se la permanenza nei Cie si trasforma in una forma di carcerazione prolungata, non possono non ricorrere i presupposti per l’impugnazione».
Dov’è l’inghippo, Presidente?
«Far dipendere unaprolungata limitazione della libertà personale da una situazione di semplice irregolarità, ovviamente ci riferiamo a immigrati che non abbiano commesso reati, non è solo eticamente ingiusto, ma contrasta con tutte le norme, italiane ed europee, in materia di immigrazione. Io sono curioso di leggere tutto il testo del provvedimento, perché se i presupposti sono questi, non sono affatto sicuro che ci allinei alle recenti direttive comunitarie in materia di rimpatri».
La maggioranza però difende il testo, sostenendo che è necessario a scongiurare una procedura di infrazione per l’Italia da parte dell’Ue.
«C’è una pronuncia molto recente della Corte di Giustizia Europea che stabilisce il principio per cui la detenzione non può essere considerata una misura plausibile di fronte a un processo di mancata regolarizzazione. Per quello c’è l’espulsione».
E quindi?
«E quindi non si scappa: l’irregolarità non è una condizione che, di per sé, possa essere perseguita con la carcerazione. Invece, la norma specifica contenuta nel decreto stabilisce l’esatto contrario».
da L’Unità

"La manovra per i prossimi tre anni: 87.700.000.000", di Paolo Baroni

Tagliate le detrazioni su asili nido, spese sanitarie, mutui casa, assicurazioni e ristrutturazioni. Col rush finale Senato-Camera (ieri il primo sì, oggi pomeriggio il voto di fiducia finale a Montecitorio) la manovra cresce ancora sino a toccare un valore cumulato di 87,7 miliardi. «A regime» la legge taglia-deficit in effetti «vale» meno, circa 47 miliardi di euro, ovvero la cifra che serve per portare in pareggio i nostri conti entro il 2014. Rispetto alla correzione iniziale (2 miliardi quest’anno, 6 il prossimo, 17,8 nel 2013 e 25,3 l’anno successivo), con il passaggio in Senato ieri si sono aggiunti interventi per altri 2 miliardi quest’anno, 5,5 per il 2012, 6,5 per il 2013 e 22,6 miliardi per il 2014, importi che fanno lievitare il totale grezzo della manovra sin quasi a quota 90 miliardi. Molti tagli e, potenzialmente, anche nuove tasse. Ogni famiglia, stima la Cgil, perderà tra i 1200 ed i 1800 euro l’anno per effetto della tagliola su bonus e detrazioni che in assenza della riforma fiscale scatterà nel 2013.

L’effetto «salvaguardia»
Dal punto di vista contabile di tratta di un risultato certamente molto significativo, è il cosiddetto «segnale» che l’Italia doveva mandare ai mercati internazionale ed ai nostri partner europei. Dal punto di vista sociale la manovra rappresenta invece un vero e proprio sacrificio. Perché oltre alle misure sulle pensioni, sui ticket sanitari, e alla tassazione dei depositi, la quadra si ottiene inserendo nel decreto che verrà approvato stasera dalla Camera quella «clausola di salvaguardia» che Tremonti in un primo momento aveva previsto per la legge delega di riforma fiscale-assistenziale. Per rafforzare la manovra il governo ha infatti deciso di far entrare subito nel decreto il taglio di tutte le agevolazioni fiscali con l’obiettivo di recuperare un gettito a regime pari a 20 miliardi (di cui 4 già nel 2013). Per la Cgil la stima è nettamente superiore: 8 miliardi nel 2013 col primo taglio del 5% e addirittura 32,2 l’anno seguente. Il problema è che a differenza di quanto aveva spiegato mercoledì il relatore di maggioranza Gilberto Pichetto Fratin i tagli non saranno più selettivi, in maniera tale da poter distinguere una voce dall’altra, ma lineari.

Ovvero uguali su tutte le voci. Per cui, se entro il 30 settembre del 2013 il Parlamento non avrà licenziato la delega, scatterà una vera e propria stretta che colpirà 483 tra bonus ed agevolazioni. Un «tesoro» che vale oltre 160 miliardi di euro e che va dalle detrazioni a favore delle famiglie, comprese quelle con famigliari a carico, agli asili nido, dagli sgravi per gli studenti universitari a quelli dei lavoratori dipendenti. Verranno ridotte le deduzioni Irpef sulla previdenza complementare, sugli assegni destinati al coniuge, e sui contributi ai domestici, come le spese mediche per i portatori di handicap. Quindi verranno sforbiciate le detrazioni Irpef sulle spese sanitarie, anche quelle destinate ai portatori di handicap, sui mutui casa, sulle assicurazioni vita ed infortuni, sui corsi di istruzione e le spese funebri, sulle attività sportive e gli studenti fuori sede. Tra le altre detrazioni e deduzioni che subiranno il taglio lineare anche quelle per il risparmio energetico, le ristrutturazioni edilizie, il terzo settore e le Onlus. Il salasso colpirà anche le imprese, piccole o grandi che siano, perché la scure calerà anche sulle agevolazioni Iva, sulle agevolazioni legate alle accise, sugli sconti legati ai redditi di impresa e gli enti non commerciali.

Più tasse per tutti
Aumenteranno insomma le tasse per tutti. Come aveva preannunciato l’altro giorno il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, che come misura alternativa indicava la possibilità di aumentare i tagli alle spese. A regime, nel 2014, l’abbattimento dei bonus vale 20 miliardi, quindi, fanno presente fonti tecniche del Senato, circa 1,2% del pil. Di conseguenza la pressione fiscale raggiungerà la non invidiabile quota 43,7%. Nel passaggio passaggio notturno tra la Commissione bilancio e l’aula del Senato sono spuntate nella notte altri ritocchi ed altre novità.

Le ultime novità
Innanzitutto è sparito il tetto dell’1% per la deducibilità degli ammortamenti dei beni devolvibili per tutti i concessionari, durante contestato da Confindustria, l’associazione degli industriali. Al suo posto viene aumentata dello 0,3% l’aliquota Irap per i concessionari non autostradali, che sale quindi dal 3,9% al 4,2%. I comuni, invece, hanno ottenuto a loro volta un ammorbidimento del patto di stabilità interno e quindi molti comuni ora potranno spendere quegli avanzi di bilancio che finora non potevano usare per gli investimenti.

Liberalizzazioni
Rinvio ai confronti con le categorie
Su privatizzazioni e liberalizzazioni (temi che dovevano essere il piatto forte del governo più liberale della Repubblica) si è deciso di rinviare tutto. Nello specifico, entro il 2013 arriverà il via libera a uno o più piani di privatizzazioni per la dismissione di partecipazioni azionarie dello Stato e di enti pubblici non territoriali. Quanto alla liberalizzazione delle professioni, alle quali in una prima stesura della manovra era stato dedicato un ampio articolato, il governo ha deciso di fare marcia indietro dopo la levata di scudi degli avvocati e dei notai. Per ora tutta la materia è demandata al confronto con le categorie, ma – in ogni caso – gli ordini professionali non verranno aboliti. Dopo 8 mesi tutto ciò che non sarà regolamentato sarà libero.

Comuni
Arriva il nuovo patto di stabilità
Per gli enti locali sono confermati i tagli di 3,2 miliardi per il 2013 e 6,4 dal 2014. E’ stato tuttavia introdotto un nuovo patto di stabilità interno che serve a premiare i comuni (o le provincie) che siano stati particolarmente attenti alle gestione delle risorse. I tagli, dunque, saranno più severi per i comuni spendaccioni e premieranno invece quelli oculati. Si è stabilito, però, che i parametri per la valutazione dei bilanci comunali si applichino solo dall’inizio del mandato di un sindaco (o di un presidente di provincia) in maniera che una amministrazione non venga penalizzata per i comportamenti poco virtuosi di quella precedente. In questo modo, però, un sindaco, nell’ultimo anno di amministrazione, può fare quello che vuole, perché intanto non pagherà né lui (in scadenza) né il suo successore.

Costi della politica
Nessun ritocco per chi è in carica
Grandiosa furbata sui costi della politica. Mentre, per esempio, i ticket sui farmaci entreranno in vigore da lunedì prossimo, i tagli alla politica saranno irrisori e, per giunta, entreranno in vigore dalla prossima legislatura, per cui i politici oggi in carica non se ne accorgeranno nemmeno. Una commissione dovrà valutare la congruità delle retribuzioni dei nostri parlamentari, consiglieri regionali, provinciali e comunali, con quelli delle analoghe cariche negli altri paesi europei. A quel punto ci si adeguerà alla media (sempre dalla prossima legislatura). E’ previsto anche un taglio del 10% dei rimborsi elettorali (ancora e sempre per il futuro). E nel presente? Solo una stretta (ma di quanto?) sull’uso delle auto blu e dei voli di Stato, consentiti soltanto alle più alte cariche o per motivi di sicurezza.

Partite Iva
Agevolazioni per chi estingue
Nella manovra sono previste anche agevolazioni per le partite Iva inutilizzate, che altrimenti rischierebbero pesanti sanzioni. I titolari di una partita Iva che non svolgano alcuna attività o abbiano omesso di presentare la relativa dichiarazione da almeno tre anni possono chiudere la propria posizione pagando una sanzione minima. La posizione dovrà essere regolarizzata entro 90 giorni a partire dal 6 luglio, a condizione che la violazione non sia stata già contestata. Nell’ottica della semplificazione l’Agenzia delle entrate provvederà a chiudere la pratica senza che venga presentata dal contribuente la dichiarazione di cessazione attività. Chi non si avvale di questa misura rischia sanzioni fino a 2.065 euro e la chiusura forzata della partita Iva.

Sanità
Torna il ticket su visite e analisi
Torna, da subito, il ticket sulla sanità da 10 euro su visite specialistiche e analisi. E viene introdotto un ticket da 25 euro sui «codici bianchi»,ovvero gli interventi non urgenti, presso tutte le strutture di pronto soccorso. La copertura finanziaria che doveva garantire la sospensione del ticket fino al 31 dicembre 2011 viene ridotta da 486,5 milioni di euro a 105 milioni. In questo modo, stima la Cgil, un’ecografia al seno arriverà a costare oltre 45 euro. Il costo di un’ecografia addominale inferiore, invece, si aggirerà oltre i 40 euro. La Fp-Cgil ha poi calcolato che, con il ticket da 10 euro, il costo di un elettrocardiogramma passerà da 11,65 a 21,65 euro, un fundus oculi da 7,75 a 17,75 euro, un esame rx al torace da 15,50 a 25,50 euro, un esame allergologico strumentale da 6,04 a 16,04 euro e l’emocultura da 26,45 a 36,45 euro. «L’introduzione da subito dei ticket sanitari riguarda quelli previsti dal 2007 per cui ci sono categorie esenti. Non sono spalmati su tutta la popolazione sono esenti» ha precisato ieri il ministro della Salute, Ferruccio Fazio.

Bollo depositi
Resta l’aumento ma è graduale
Confermata la rimodulazione dell’imposta di bollo sui depositi titoli. Rispetto all’idea di innalzare questa tassa da subito a quota 120 euro il Senato ha votato una nuova graduazione del prelievo: il bollo, con periodicità annuale, sarà di 34,20 euro per gli importi inferiori ai 50mila euro, di 70 euro per quelli pari o superiori ai 50mila euro e inferiori ai 150mila euro; di 240 euro per importi pari o superiori ai 150mila euro e inferiori ai 500mila euro; di 680 euro per importi pari o superiori a 500mila euro. Dal 2013 l’imposta con periodicità annuale sarà di 230 euro per gli importi pari o superiori ai 50mila euro e inferiori a 150 mila; di 780 euro per importi pari o superiori a 150mila euro e inferiori a 500mila euro e di 1.100 euro per importi pari o superiori a 500mila euro. Per i manager, invece, aumenta l’imponibile delle stock option e bonus, su cui viene applicata un’aliquota addizionale del 10%. L’aliquota, finora applicata per la quota che supera il triplo della parte fissa della retribuzione, sarà ora applicata per l’intero importo che eccede la parte fissa della retribuzione.

Pensioni
Stretta “morbida” sulle rivalutazioni
Nonostante abbia suscitato molte perplessità, resta la stretta sulla rivalutazione delle pensioni per il biennio 2012-2013, anche se viene ammorbidita. A quelle superiori a 5 volte il trattamento minimo, ossia a 2.341 euro lordi al mese, non sia applica la rivalutazione. Per la quota tra tre volte e cinque volte il minimo (quindi tra 1.428 e 2.341 euro lordi) la rivalutazione scatta al 70% (contro il 45% previsto in un primo momento). Gli importi sotto i 1.428 euro non subiscono invece penalizzazioni. Nel pacchetto anche l’anticipo al 2013 dell’adeguamento triennale dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita media calcolata dall’Istat. Dal 2013 ci vorranno 3 mesi in più per ottenere il pensionamento di vecchiaia, dal 2016 al 2030 ne serviranno quattro, dal 2030 al 2050 si scende di nuovo a 3 mesi. Per coloro coloro che maturano 40 anni di contributi (indipendentemente dall’età) si parte invece già l’anno prossimo quando la decorrenza del pensionamento verrà posticipata di un mese. Il posticipo è di due mesi per coloro che maturano il requisito nel 2013 e di 3 mesi se i 40 anni di contributi si raggiungono a decorrere dal primo gennaio 2014. Tutto resta invariato per chi matura il requisito entro il 2011. Confermata la partenza nel 2020 dell’aumento dell’età per la pensione di vecchiaia delle donne nel settore privato. Il meccanismo è graduale e si arriva a 65 anni nel 2032.

Giovani under 35
C’è più tempo per avere i bonus
Vengono aumentati i limiti temporali per le agevolazioni fiscali previste a favore di giovani, disoccupati e titolari di partita Iva che abbiano avviato un’attività di impresa dopo il 2007. L’emendamento all’articolo 27 del decreto taglia-deficit, in materia di «regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile e lavoratori in mobilità» presentato dal ministro Meloni e inserito nella manovra economica, allungherà fino al trentacinquesimo anno di età la possibilità di poter usufruire dell’imposta forfettaria per le nuove imprese, calcolata al 5% per i cinque anni successivi all’avvio dell’attività. Chi ha meno di 35 anni potrà quindi usufruire del regime fiscale agevolato fino al limite d’età introdotto dalla modifica. Per chi ha invece superato tale limite, il regime fiscale sostitutivo dell’imposta sul reddito si applicherà comunque per il periodo d’imposta in cui l’attività è stata avviata e rimarrà in vigore per i quattro anni successivi. Per poter ottenere i benefici previsti dal decreto di legge l’attività non dovrà configurarsi come prosecuzione di una attività precedente, fatta eccezione per il periodo di praticantato previsto dagli ordini professionali. Il contribuente non dovrà inoltre aver esercitato, nei tre anni precedenti l’inizio della medesima, alcun tipo di attività.

La Stampa 15.07.11

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“Il superticket spinge le cure low cost”, di Paolo Russo

Le cure mediche a prezzi stracciati valgono 10 miliardi di euro all’anno. I risparmi vanno dal 30 al 60%
Aggirando le liste d’attesa di Asl e ospedali e pagando qualche spicciolo in più del super-ticket in vigore dalla prossima settimana su visite e analisi, sempre più italiani scoprono la scorciatoia della sanità low cost privata, che oramai fattura quasi 10 miliardi di euro con una crescita del 20-30% l’anno.

L’esplosione
Un vero e proprio boom, destinato a espandersi ancor di più con l’entrata in vigore con la manovra, dei 10 euro su visite specialistiche, analisi e accertamenti diagnostici, che vanno ad aggiungersi ai ticket da 36, in alcuni casi 46 euro già in vigore in tutte le Regioni. Importi destinati a crescere, nel 2014, quando con i contributi degli assistiti bisognerà ottenere il 40% dei risparmi previsti – e sono tanti- per la sanità. A quel punto curarsi nei nuovi centri medici privati low cost che stanno spuntando come funghi in tutta Italia diventerà quasi più conveniente che rivolgersi al pubblico. E i capitali privati l’hanno capito, spingendo il piede sull’acceleratore degli investimenti. Lo dimostra la scesa in campo di grandi gruppi bancari, come Intesa SanPaolo e il Gruppo Banche popolari, primi azionisti della Welfare Italia, 25 poliambulatori specialistici e odontoiatrici sparsi per l’Italia a fine anno, che diventeranno 130 tra 4 anni.

Le stime
A fornire le stime di mercato è la Assolowcost, l’associazione che rappresenta le più svariate imprese, da Ikea alla Dacia automobili, accomunate dalla politica dei bassi costi a buoni livelli di qualità. «Nella sanità è difficile fare stime – spiega il presidente Andrea Cinosi – ma essendo questo uno dei settori di punta del low cost non è azzardato stimare una incidenza pari al 6% della spesa sanitaria complessiva». Ossia un mercato miliardario che sfiora le due cifre.

I due fronti
Alla base del fenomeno c’è ovviamente la crisi, che grava sia sui pazienti che sui medici. Il centro Studi di economia sanitaria, Ceis-Tor Vergata, ha calcolato che nel 2010 in Italia più di 3 milioni di persone hanno avuto problemi economici a causa delle spese sanitarie e che oltre 2 milioni e mezzo di italiani, soprattutto famiglie con bambini e pensionati, sono stati costretti a rinunciare a visite, analisi o appuntamenti dal dentista. E così, per fermare l’emorragia di pazienti/clienti anche gli studi medici e le strutture sanitarie hanno deciso di scendere nell’arena dell’offerta a basso costo, come hanno già fatto trasporto aereo, abbigliamento ed altre professioni.

Secondo l’indagine condotta dalla Scuola di Formazione Continua del Campus Biomedico di Roma,(che non a caso sta avviando un master in imprenditorialità sanitaria) le struttura sanitarie low cost riescono in media a far risparmiare tra il 30% e il 60% rispetto alle normali tariffe di mercato. «Soprattutto concentrando più medici in un unico poliambulatorio per ottenere economie di scala sfruttando in modo intensivo le apparecchiature», spiega Fabio Capasso, direttore della Scuola di formazione dell’Ateneo.

La formula
Le strutture per ora sono concentrate soprattutto a Nord ed offrono servizi medici di vario genere, anche se dove l’offerta low cost è determinante sono i settori non coperti dal Servizio Sanitario Nazionale: cure dentarie e psicoterapia. Due campi dove circa il 90% degli assistiti è costretto a rivolgersi al privato. Ma la formula «bassi prezzi, buona qualità» si sta rivelando vincente anche per visite specialistiche e accertamenti diagnostici, dove il low cost sanitario ha affilato due armi vincenti: prezzi non di molto superiori ai ticket e tempi di attesa praticamente azzerati. Un miracolo ottenuto senza diminuire i livelli di qualità e sicurezza dell’offerta ma, spiega il Presidente di Assolowcost, Andrea Cinosi, sfrondando i costi. «Ad esempio uno studio può decidere di puntare su centrali di acquisto, risparmiando fino al 70% sui materiali sanitari».

Completamente diversa è l’analisi che fa del fenomeno Costantino Troise, segretario nazionale del forte sindacato dei medici ospedalieri Anaao, per il quale «anche il low cost è comunque un privato profit portato per sua natura ad inflazionare la domanda». Come dire: paghi di meno ma spendi di più per prestazioni non sempre necessarie. Il tutto, aggiunge Troise, «con il rischio che continuando con tagli e ticket si favorisca una privatizzazione strisciante facendo del servizio pubblico una sanità povera per i poveri».

La Stampa 15.07.11

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“Solo tagli da manicure ai costi della politica”, di Francesca Schianchi

La Casta risparmia otto milioni sui 47 miliardi di tagli. «Meno aerei blu, più Alitalia», motteggiava non più di un mese fa il ministro dell’Economia Giulio Tremonti. «Privilegi, cumuli e rendite vitalizie per chi abbia svolto un incarico politico e istituzionale, sono un costo su cui credo la collettività vedrebbe positivamente una sforbiciata», aggiungeva il collega degli Esteri Franco Frattini. Bei tempi. Quando la manovra era ancora allo studio e dai Palazzi al lavoro trapelava la formula magica: taglio ai costi della politica.

Ecco qui la manovra, pronta per il voto finale di oggi alla Camera: tra sforbiciate alle famiglie e agli enti locali, dopo aver dovuto depennare in tutta fretta la liberalizzazione degli ordini causa rivolta dei deputati-avvocati del Pdl con tanto di minaccia di non votare la fiducia, quanti tagli sono destinati a colpire la Casta? Poca roba, meno di 8 milioni di euro.

Voli di stato riservati solo alle cinque più alte cariche (ma ci possono essere eccezioni), auto blu di cilindrata non superiore ai 1600 cc (ma per le più alte cariche può anche superarla), taglio del 20% agli stanziamenti per Cnel, autorità indipendenti, Consob e organi di autogoverno della magistratura, rimborsi elettorali ai partiti dovuti solo fin quando dura la legislatura (e non più, com’è stato finora, anche quando la legislatura si interrompe). Qualche risparmio sulle generose retribuzioni dei parlamentari? Non si può chiedere al cappone di festeggiare il Natale, è massima spesso ripetuta: e infatti lo si chiede ai capponi prossimi. L’adeguamento degli stipendi alla media (ben più bassa) europea (anzi, dei «sei principali Stati dell’area euro», come specifica un emendamento approvato al Senato), così come il taglio del 10% dei rimborsi elettorali ai partiti, scatteranno solo dalla prossima legislatura. Ticket della sanità per tutti subito, stipendi più magri per i parlamentari, la prossima volta. «Ci sarebbe stato il ricorso del funzionario e tutto si sarebbe bloccato», ha giustificato la scelta Tremonti. Starà tranquillo il ministro Rotondi, che subito si era preoccupato di quei parlamentari «costretti a fare il conto della serva», con appena 4 mila euro al mese per la famiglia…

«Vi lavate la coscienza con interventi modesti sui voli di stato e le auto blu senza intervenire sui costi reali della politica, che sono gli sperperi delle tante zone grigie e la corruzione», attacca il governo il capogruppo dell’Udc al Senato Gianpiero D’Alia. «Sui costi della politica non c’è nulla, questo per l’Italia dei valori è un’autentica vergogna», insorge il presidente del gruppo Idv al Senato, Felice Belisario. Tutte le opposizioni insieme hanno presentato in Commissione al Senato 22 emendamenti, di cui parecchi sui costi della politica, sono rimasti a votarli fino alle 3 del mattino. «Un pacchetto serio, non una presa in giro», sospira il senatore Pd Giovanni Legnini, relatore di minoranza della manovra a Palazzo Madama, ma nonostante l’apertura di Tremonti, «ci aveva detto che se ne poteva discutere» sono stati «tutti bocciati 12 a 13», in Commissione siedono in 25.

Qualche esempio delle modifiche chieste da Pd, Udc e Idv insieme? Prima di tutto, appunto, anticipare al 2012 dell’adeguamento degli stipendi all’area euro, senza aspettare la prossima legislatura. Una norma sui vitalizi parlamentari, per adeguarli al sistema contributivo di tutti i lavoratori dipendenti. Inclusione del referendum nell’election day (votare a giugno su acqua e nucleare senza accorpamento con le amministrative è costato 300 milioni). Una sola società pubblica per gli enti locali, per chiuderne migliaia di altre con i loro consigli di amministrazione. Divieto di cumulo di cariche, tramite l’istituzione di alcune incompatibilità. E poi anche su auto e voli blu si prevedevano norme più stringenti: ad esempio, precluso l’uso della macchina di servizio «per i trasferimenti da e per lavoro». «Di tutto questo, il governo non ha accolto nulla», tira le somme il relatore di minoranza, «senza darci alcuna spiegazione».

Tra le proposte c’era pure quella di accorpare le province con meno di 500 mila abitanti. «Neanche questo ci hanno votato», spiega sconsolato Legnini. Ma dopo che la settimana scorsa pure il Pd alla Camera si è astenuto sulla proposta di abolirle, votata da Idv e Udc (risparmio stimato, secondo uno studio della Confesercenti, sette miliardi di euro), chi è senza peccato scagli la prima pietra.

La Stampa 15.07.11

"Che fatica far la spesa. Prezzi boom, le famiglie tirano la cinghia", di Jolanda Bufalini

Si cerca di risparmiare come si può: dalla tavola sempre più povera con meno frutta e pane, fino alla salute. Una famiglia su tre è costretta a ridurre il carrello
della spesa. E anche gli agricoltori pagano la crisi.

Una famiglia su tre mangia meno frutta, carne, pesce, pane e formaggi.
I primi dati del 2011 ci dicono che il consumo di frutta è sceso dell’8,7% a fronte di aumenti – spiega Coldiretti – del 14, il consumo della carne è sceso del 5% e quello del pesce del 7,5. Si mangia anche meno pane (7%). Con buona pace degli spot a favore della dieta mediterranea sulle pagine dei rotocalchi, il taglio al carrello della spesa è maggiore del tasso di inflazione registrato dall’Istat per gli alimenti: il 3 per cento tondo in più oggi rispetto al giugno dello scorso anno, l’aumento più alto dal 2008, a fronte di una flessione complessiva dei consumi del 3,6%. Evidentemente ridurre quello che si porta in tavola è più facile che comprimere le spese fisse: non si riesce a risparmiare su casa, acqua e elettricità (+4,7%) e anche la spesa per l’istruzione (2,5 in più) è incomprimibile, a meno che non si rinunci al diploma, per andare a scaricare cassette ai mercati generali, come vorrebbe il ministro Brunetta.
In attesa della stangata da manovra i redditi medio bassi degli italiani sono già in sofferenza, un’altra voce su cui si risparmia a malincuore, quella per la salute, è cresciuta – secondo l’indice dei prezzi Istat – dello 0,6 per cento inun anno, niente in confronto a ciò che ci riserva il prossimo futuro, con gli odiati ticket sulla diagnostica.
Tornando al carrello della spesa, secondo le associazioni del settore, da Coldiretti a Confagricoltura e Cia, il consumatore non ride ma anche l’agricoltore piange. «Nei campi è crisi profonda con una diminuzione dei compensi riconosciuti agli agricoltori del 20 per cento con conseguenze drammatiche sui redditi delle imprese agricole», sostiene Coldiretti che raffronta i prezzi pagati al produttore con quelli sugli scaffali dei supermercati, dove il ricarico va da un minimo di tre a un massimo di cinque volte: «Le pesche gialle vengono pagate agli agricoltori 36 centesimi al chilo, ma ai consumatori costano in media 1,95 euro al chilo, le albicocche 0,74 euro al chilo al produttore e 2,40 euro al chilo per i consumatori mentre i cocomeri passano da 0,19 euro al chilo in campo a 0,70 euro al chilo sulla tavola ed i meloni da 0,36 euro al chilo a 1,4 euro».

CARO CARBURANTI
Sui prezzi alimentari incide l’aumento della benzina – osserva la Cia – quasi tutto il trasporto dei prodotti freschi è fatto sugomma,mail prezzo finale è più alto, osserva Coldiretti, di quello del carburante.
E il prezzo del carburante non è certo destinato a diminuire visto che il governo ha deciso di appesantirlo con una nuova accisa.
L’aumento del carburante incide sul reddito degli italiani inmodo indiretto, con l’aumento dei prezzi dei prodotti trasportati e in modo diretto, con le tariffe alte dei traghetti (+53%), dei treni (+8,4) e degli aerei (+13,8) , con il pieno di benzina: la verde ha raggiunto un euro e 63 al litro, il diesel ha subito aumenti del 14%. Federconsumatori e Adusbef hanno fatto un po’ di conti, le accise pesano, fra costi diretti e indiretti per 488 euro annui a famiglia, mentre l’inflazione sui prodotti alimentari costerà in media a famiglia 251 euro. Un’estate amara che si annuncia, oltre che cara, anche a rischio disagi. Ieri hanno protestato i benzinai dell’Agip con adesioni molto alte, uno sciopero che annuncia la protesta dei distributori prevista per il 27 e 28 luglio.

da L’Unità

"Il Pd si smarca dal Quirinale", di Rudy Francesco Calvo

L’emergenza non è finita, il Colle chiede altre prove di responsabilità: il Nazareno pone le sue condizioni. Pier Luigi Bersani non ha intenzione di retrocedere dalla strada intrapresa. Già oggi la manovra sarà approvata definitivamente alla camera: «Un miracolo» (per stessa ammissione del capo dello stato) che non si sarebbe potuto compiere senza il ruolo responsabile del Partito democratico. Ora, però, tocca ad altri, cioè al governo, assumersi le proprie responsabilità e lasciare la guida del paese.
A rafforzare la convinzione del leader dem è stato il colloquio avuto ieri mattina con il Governatore di Bankitalia Mario Draghi. È bastata una rapida occhiata ai giornali per convincere Bersani a virare su palazzo Koch al rientro dal suo viaggio in Medio Oriente, dopo una rapida telefonata per fissare l’appuntamento.
Il segretario del Pd voleva avere un quadro chiaro dei conti pubblici e dal Governatore ha ricevuto la conferma del fatto che l’Italia è tutt’altro che al sicuro. Ma, dopo aver ascoltato le parole di Draghi, ha rafforzato anche il proprio giudizio su una manovra «sbagliata e iniqua, che penalizza soprattutto i ceti deboli e gli enti locali».
Oggi lo dirà in aula, intervenendo per bissare il no al provvedimento già pronunciato ieri a palazzo Madama a nome dei dem da Anna Finocchiaro. E che sarà ribadito e spiegato dai dem in ogni occasione pubblica nelle prossime settimane, a partire dalla feste del partito.
Ma l’incontro in Bankitalia ha avuto anche un significato politico, che va al di là dello stretto merito della manovra. Bersani ha voluto ribadire il fatto che il tempestivo intervento che ha frenato la speculazione finanziaria contro l’Italia ha visto il governo in una posizione assolutamente marginale.
Non solo Berlusconi, quindi, ma anche lo stesso Tremonti. I dem vogliono evitare insomma quello che un alto dirigente del Pd definisce «il bacio del lebbroso»: il ministro dell’economia non potrà contare su nessuna sponda nel Pd nel caso in cui il suo ruolo verrà messo in discussione dalla propria maggioranza.
Quel «totoministri» che è già partito e che Giorgio Napolitano ha definito ieri «da irresponsabili». Proprio Napolitano è l’altro interlocutore al quale il Pd vuole rivolgersi. Il capo dello stato ieri è tornato a chiedere «altre prove di coesione» anche «per il futuro prossimo», convinto, come tutti, che la tempesta non sia ancora passata. I dem non sono però disposti a proseguire su questa strada, se non cambierà prima il quadro politico.
«Se l’economia non riparte e la speculazione torna a colpire l’Italia – è la convinzione che si fa strada al Nazareno – questa è solo l’ulteriore dimostrazione del fatto che finché rimane Berlusconi i problemi non si risolvono». Su questa linea, d’altra parte, il partito non vede defezioni: ieri anche Walter Veltroni ha sottolineato la necessità per il paese di «recuperare stabilità, prestigio e autorevolezza nel mondo». La discussione interna, comunque, è rinviata a martedì, quando si riunirà la direzione.
Prima di allora, la situazione potrà cambiare totalmente. D’altra parte lo stesso Bossi avverte gli alleati («Un governo non è mai tranquillo»), anche se poi spernacchia l’opposizione («Vogliono un altro esecutivo? Tanto devono parlare prima con me…»). Se però Berlusconi rimarrà asserragliato a palazzo Chigi, Bersani schiererà in maniera sempre più decisa il proprio partito sull’alternativa «elezioni o nuovo governo».
Napolitano era già stato avvisato nel corso delle telefonate che aveva avuto col leader dem nei giorni scorsi. La road map del Pd per mettere in salvo il paese parte senza subordinate da un nuovo governo, che potrà durare fino all’autunno (se la situazione economica consentirà di andare al voto già allora) o al massimo fino alla prossima primavera.
E i contatti riservati tra i dirigenti dem e Mario Monti anche ieri non sono mancati.

da Europa Quotidiano

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Bersani: “Ora la svolta cambieremo un decreto che colpisce i deboli”,
di ALESSANDRA LONGO

Un minuto dopo l´approvazione della manovra i protagonisti politici ed economici di «questa vergogna» se ne devono andare. Via Berlusconi e via anche Tremonti. Pierluigi Bersani, reduce da un viaggio in Medio Oriente, riprende fisicamente posto sulla poltrona di segretario e chiarisce che il Pd si è impegnato ad accelerare i tempi di approvazione della manovra «solo per evitare minacce dall´esterno»: «Non lo stiamo facendo per Berlusconi ma per il Paese». Il senso di responsabilità non va confuso con qualsivoglia complicità. «Adesso ci vuole una svolta politica», dice il segretario del Pd. E annuncia: «Se tocca a noi, pur salvando i saldi, cambieremo l´asse di questa manovra classista. Se tocca a noi, toglieremo il ticket. I soldi si possono trovare altrove».
Onorevole Bersani, il governo Berlusconi sta per incassare il via libera alla manovra con una tempistica senza precedenti. Il giorno dopo che cosa succede?
«Il giorno dopo Berlusconi deve andare a casa. Ha preso una strada sbagliata e siamo all´ultimo tornante. Se il guidatore insiste nel tenere il volante, andiamo a sbattere».
E allora?
«E allora si deve andare ad elezioni, con nuovi protagonisti, nuovi programmi, nuove ricette nel rispetto del saldo di bilancio. Solo questo può ridare fiducia, credibilità e un senso di riscossa al Paese».
La seconda opzione?
«Non mi sottraggo all´ipotesi subordinata di un passaggio di transizione che renda possibile allestire una nuova legge elettorale e imbastire le riforme».
Berlusconi non vuole lasciare.
«Il peggio del peggio. Andare avanti così per altri due anni, con un ministro accusato di mafia, con un Consiglio dei ministri che non riesce a riunirsi, ci espone a tutte le intemperie».
Non pensa che la maggioranza sfrutti il vostro atteggiamento responsabile per blindarsi?
«Se lo scordino. Sia chiaro che noi siamo radicalmente alternativi, siamo un partito di governo con un´altra idea. Sono loro che ci hanno portato sin qui. Non c´è nessun tipo di collaborazione da parte nostra con un governo del quale non condividiamo la politica economica, le condizioni della trattativa, così come sono state poste a livello europeo, e i contenuti di questa manovra. Si tutelano gli evasori delle quote latte, ci si spaventa a morte per una lettera dell´Ordine dei notai e si fa pagare il ticket alla gente normale. Una vergogna».
Berlusconi non parla.
«Il suo silenzio è impressionante, il punto più basso di questa legislatura già bassa».
La scelta del rigore ricadrà così sul solo Tremonti e persino su voi dell´opposizione…
«Noi non condividiamo questa manovra. Colpisce i ceti medi e bassi, sega le autonomie locali, non mette niente sul tema della crescita, non disturba in modo significativo chi ha di più. I tagli lineari sulle detrazioni fiscali si rivolgono a chi paga le tasse. E quelli che non le pagano? Ne stanno fuori? E´ ingiusto. Ricordo che abbiamo proposto emendamenti per l´accorpamento dei piccoli Comuni, per il superamento dei vitalizi, per affrontare in modo credibile il problema delle Province… Nemmeno una di queste proposte è stata presa in considerazione».
Se toccasse a voi, cosa fareste?
«L´Europa ci conosce, sa che siamo persone di governo, che abbiamo affrontato momenti difficili, che non verremo mai meno agli impegni, pur discutibili, assunti da questo esecutivo. Se tocca a noi, garantiremo i saldi ma cambieremo l´asse di questa manovra».
Nessuno potrà dire che il Pd è complice del ritorno del ticket.
«L´hanno messo loro. Il Pd lo toglierà».
Tutto interessante ma se Berlusconi non se ne va?
«Sarebbe un irresponsabile. Deve prendere atto che la sua raccattata e ribaltonesca maggioranza parlamentare non rappresenta la maggioranza reale del Paese, l´abbiamo visto di recente alle amministrative e con i referendum».
In questo caso cosa farete?
«In democrazia si combatte. La gente comincia a capire e molti della maggioranza sono imbarazzati. Berlusconi non è più in grado di dare un messaggio all´Italia, di parlare di onestà, civismo, regole. Per 15 anni ha espresso l´esatto contrario di questi valori. Chiedo un moto dei “responsabili” di questo Paese, e non parlo di Scilipoti, ma dell´opinione pubblica, intellettuali, imprenditori, forze ragionevoli della maggioranza… E´ il momento di dire basta. Nei miei incontri in Medio Oriente, da Netanyahu ad Abu Mazen, ho registrato l´appello per un rinnovato protagonismo dell´Italia ma anche la sensazione che ormai tutti pensino che la stagione del berlusconismo sia finita».
Il discredito del governo conta sui mercati?
« Credo che il dato politico sia rilevantissimo. Non è stata tenuta una linea europeista che contribuisse a far parlare l´Europa con una voce sola in tema di investimenti sul lavoro e di tassazioni sulle transazioni finanziarie, la nostra politica economica si è rivelata sbagliata e non credibile. Se arrivasse nei prossimi mesi una svolta politica, questo non porterebbe instabilità ma, al contrario, fiducia».
Ne ha parlato durante l´incontro che ha avuto con il governatore Draghi?
«Ovviamente non riferisco i contenuti di una conversazione. Posso dire qual è il mio interesse: trovare la risposta per far vedere al mondo che in Italia si può invertire la rotta e dare nuovo impulso alla crescita».

la Repubblica 15.07.11