Festa Pd di Campagnola Emilia
Parteciperanno:
On. Manuela Ghizzoni , dell’Assessore provinciale Ilenia Malavasi , presiederà la serata Lucia Spreafico , responsabile scuola del PD provinciale e coordinerà la serata il prof. Emiro Endrighi .
Festa Pd di Campagnola Emilia
Parteciperanno:
On. Manuela Ghizzoni , dell’Assessore provinciale Ilenia Malavasi , presiederà la serata Lucia Spreafico , responsabile scuola del PD provinciale e coordinerà la serata il prof. Emiro Endrighi .
Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori rappresentanti del Governo, questa manovra non è la nostra. Ne contestiamo l’impostazione ed i contenuti e non la voteremo. È credo il 12° provvedimento economico di questo Governo in tre anni, l’ennesimo negli ultimi 10 anni in cui quasi ininterrottamente, salvo i 20 mesi del secondo Governo Prodi, avete governato questo Paese. Tralascio la querelle tra il Presidente del Consiglio ed il Ministro dell’economia che ha accompagnato la genesi di questa manovra finanziaria. Ricordo, però, che sin dall’inizio vi dicemmo che mancavano 15 miliardi. Avevamo ragione noi. E se oggi ci avviciniamo a quell’obiettivo di rafforzamento che l’Europa ci raccomanda e ci avviciniamo accorciando un po’ le distanze all’obiettivo del pareggio di bilancio è perché quella obiezione è stata fatta e con tanta determinazione sostenuta.
Vi abbiamo chiesto più equità, più regole e più crescita. Avete dato troppo poco. Avete accentuato l’iniquità di questa manovra con i tagli del 20 percento ai presidi essenziali dello welfare.
Vede, senatore Garavaglia, certo che ci sono – come dice il ministro Tremonti – 480 meccanismi di detrazione fiscale. Il fatto è che tagliare così significa tagliare anche quello che riguarda la famiglia, i figli che vanno a scuola… (Applausi dal Gruppo Pd)… le persone che hanno difficoltà, le agevolazioni sulla casa, sulle ristrutturazioni, insomma, tagliare tutto. E se si anticipa l’entrata in vigore del ticket sulla diagnostica ambulatoriale il risultato è che non si agevola il pubblico ma il privato, e questo ovviamente speculando sul diritto alla salute. Vi abbiamo proposto norme che mettessero ordine nel bilancio. E avete detto no. Vi abbiamo chiesto delle liberalizzazioni che potevano farsi subito. E ci avete detto no seppure questo delle liberalizzazioni è uno dei capitoli sui quali l’Europa ha attirato l’attenzione ed ha sottolineato l’importanza, anche negli ultimi recenti colloqui che lei ha avuto in quella sede.
Chiedete sacrifici agli italiani e non siete stati capaci di fare tre cose che vi avevamo chiesto: allineare le retribuzioni dei parlamentari al parametro europeo, ancorare vitalizi parlamentari al criterio contributivo, tassare le pensioni dei parlamentari allo stesso modo con cui vengono tassate le altre pensioni d’oro e riordinare il sistema delle Province.
Erano quattro cose che sono state oggetto dei nostri emendamenti e di cui non c’è traccia in questa manovra finanziaria. (Applausi dal Gruppo PD). Vi avevamo proposto un piano industriale della pubblica amministrazione che riorganizzasse gli uffici periferici, recuperando risorse ed efficienza. E ci avete detto no. Vi abbiamo chiesto più regole e ci avete detto no. Vi abbiamo chiesto alcune misure per la crescita. Ovviamente avete detto no. Vi avevamo proposto anche una società moderna sul capitolo internazionalizzazione delle imprese. Avete risposto con una burocratizzazione della questione. Eppure si parlava all’intero mondo imprenditoriale italiano. E lei ha ragione quando dice che la legge non fa la crescita. Può, però, impedirla e tutte le volte in cui in questi tre anni vi siete rifiutati di rimuovere con legge gli ostacoli strutturali alla crescita, voi avete mancato l’obiettivo.
Mentre in qualunque Paese in queste circostanze il Capo del Governo sarebbe stato in contatto diretto e continuo con il Parlamento, con i suoi Ministri, con la Banca d’Italia, con l’Europa e con i circoli finanziari, il vostro Presidente del Consiglio è rimasto chiuso nella sua cassaforte, come Paperon de’ Paperoni, abbracciato al sacco dei dobloni piangendo perché glieli stavano portando via. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Pardi).
Fuori infuriava la tempesta e voi eravate, ovviamente, paralizzati dalla paura e stavate paralizzando il Paese, preoccupati assai – e mi pare con ragione – dalle vostre divisioni perché ciascuna decisione recava fibrillazioni, litigi e rotture della maggioranza. Non c’è stata sintesi politica: non abbiamo visto governare la barca; non abbiamo visto nessuno remare. Non siete stati all’altezza e non avete avuto il coraggio. Mentre questo accadeva e sull’Italia si scatenava non solo il rischio, ma la realtà di una furiosa manovra speculativa – lasciatomelo dire, colleghi della maggioranza – voi annaspavate. Lì abbiamo capito che c’era una sola cosa da fare: opporre ai nemici dell’Italia semplicemente l’Italia, non un Governo in difficoltà, non una maggioranza divisa e frastornata (ragioni prime della debolezza dell’Italia sui mercati finanziari), non un’opposizione sociale oltre che politica, santamente inferocita, ma l’Italia intera e unita.
L’Italia di Giorgio Napolitano. (Applausi dal Gruppo PD). Abbiamo avuto il privilegio di poterlo fare perché apparteniamo all’Italia essendo, oggi, il più grande Partito italiano perché abbiamo l’onore e la responsabilità di rappresentarlo. È un Partito che è il caleidoscopio di tutto il Paese da ogni punto di vista (sociale, demografico, territoriale, economico e generazionale). Lo abbiamo potuto fare perché qui al Senato – lo dico perché sono il Presidente del Gruppo del Senato – abbiamo un Gruppo parlamentare di primo ordine. (Commenti del Gruppo PdL).
Lo dico perché mentre voi litigavate fra di voi, questo Gruppo parlamentare, conoscendo il costo politico di rinunciare a emendamenti e pretese, ha dato una prova di responsabilità che non siete capaci di sognarvi. (Applausi dai Gruppi PD e IdV e del senatore Marini). Ma non siamo stati soli. Questo è un fatto politico di primo rilievo: siamo stati insieme alle altre opposizioni con lo stesso coraggio, la stessa responsabilità e la stessa intelligenza politica. (Applausi dal Gruppo PD). Abbiamo mostrato che nel Paese c’è per davvero un’alternativa credibile, affidabile e praticabile.
La nostra scelta è stata autonoma perché non ce l’avete chiesto. Casomai, devo ringraziare il presidente Schifani di aver accolto con tempestività la nostra tempestiva scelta coraggiosa, anche rispetto ai nostri elettori, e responsabile. Lo abbiamo fatto per l’Italia e non per voi. Abbiamo dato un contributo serio a spegnere l’aggressione speculativa nei confronti del Paese. Non è un merito che ci attribuiamo da soli, ma che ci riconoscono commentatori italiani ed europei.
L’unico che non lo dice è il presidente Berlusconi, ma francamente ce ne infischiamo. (Applausi dal Gruppo IdV). Non a questo Governo dobbiamo rendere conto. Mentre le opposizioni presentavano solo 25 emendamenti, voi presentavate un maxiemendamento spegnendo solo perché dovevate spegnere le vostre risse interne della nottata, delle prime ore di questa giornata e anche della mattinata inoltrata di cui le cronache danno ampiamente notizia. Se l’Italia avrà entro la settimana la manovra approvata, sia pure con tutti i limiti e i difetti che vediamo e denunciamo, se l’Italia sarà più forte, io qui ne rivendico il merito all’opposizione. Non siete stati di capace di cogliere l’occasione.
Ancora una volta vi sono mancati il cuore e la generosità, che, secondo me che sono dirigente politica donna, sono categorie della politica. Vi resti almeno, lo dico ad un Presidente del Consiglio assente, anzi latitante (commenti dai banchi della maggioranza. Applausi dal Gruppo PD), la dignità e la responsabilità di fronte all’Italia di dimettervi.
Il vostro Governo è un danno per l’Italia. Un grande Paese può farcela assai meglio senza di voi. (Prolungati applausi dai Gruppi PD, IdV, UDC-SVP-AUT:UV-MAIE-VN-MRE-FLI e Per il Terzo Polo (ApI-FLI). Molte congratulazioni. Dai banchi dell’opposizione si levano cori di acclamazione).
www.senato.it
È il momento delle responsabilità. Sì, certamente. È in gioco come poche altre volte il destino dell’Italia ed è su questo terreno che le forze della sinistra e della democrazia italiana sono chiamate alla prova. Devono dimostrare di non essere un assemblaggio di vecchie storie e di saper guardare al di là dei calcoli di parte. In sostanza devono dare la prova che sono in grado di prendere in mano il Paese e di dare ad esso una nuova guida. Ma una nuova guida rispetto a cosa?
Certamente rispetto a questo miscuglio di impotenza e di corruzione che è il governo Berlusconi. Ma credo che, se non gettiamo lo sguardo su ciò che sta succedendo in Europa e nel mondo, noi da questa fogna non usciamo bene. E credo anche che in questo sforzo stia la prova regina del senso di responsabilità del Partito democratico. Voglio dire che le nuove e diverse ipotesi di governo di cui si discute saranno positive solo se il Pd saprà essere il perno di una nuova corrente ideale (se non ora, quando?) e di un nuovo schieramento di forze reali capaci di risanare la finanza pubblica (il compito ineludibile dell’ora) con la rimessa in moto dello sviluppo sociale e culturale della società italiana. Non è realistico? Al contrario a me sembra non realistico affrontare la sostanza del problema economico italiano senza mettere in campo una nuova soggettività politica che esprima la capacità di rappresentare un’Italia più unita e una società più giusta sulla scena europea e mondiale. È su questa idea di fondo che si deve lavorare. L’Italia non può uscire dalla crisi senza dotarsi di un partito che spenda tutto se stesso nel partecipare allo sforzo assolutamente necessario per evitare che il disegno dell’Europa venga travolto.
La grandezza e la novità dei problemi chiedono a noi qualcosa che allude a un nuovo universo concettuale. Sono stati versati fiumi di inchiostro sulla mondializzazione. Ma questo grandioso fenomeno storico va ormai valutato anche sulla base degli sconvolgimenti che sta creando nella vita sociale e perfino – direi – nella mente e nel modo di essere dell’uomo moderno. La politica è in forte ritardo. Sembra ancora rimasta alla vecchia disputa tra statalisti e mercatisti mentre i fatti ci dicono altro: e cioè che ormai sono in atto trasformazioni che stanno cambiando la natura stessa dello Stato e dei mercati e si va formando una nuova classe globale fatta di finanzieri, grandi manager, fruitori di nuove rendite. Non a caso sul “Fatto” di ieri Marco Onado si domanda se ciò che sta succedendo sia soltanto colpa delle sordide manovre di una speculazione internazionale orchestrata da pochi operatori senza scrupoli e si risponde che la crisi ha invece fatto capire che ormai la speculazione ha superato da un bel pezzo questa dimensione. Prima di tutto ha assunto dimensioni spaventose, dice Onado: il volume complessivo dei titoli derivati è più di undici volte il Pil mondiale, ogni giorno solo sul mercato dei cambi avvengono operazioni per 14 trilioni di dollari vale a dire per qualcosa che pari al prodotto interno lordo degli Stati Uniti. Perciò la politica è impotente. Chi comanda? Certo è che una enorme rendita pesa a questo punto sulle forze produttive. Si dirà che parlare di queste cose non è realistico. Ma qual è l’idea di sviluppo da cui partiamo? Come si può pensare lo sviluppo se non in rapporto all’esistenza di una nuova umanità, con i suoi bisogni e i suoi diritti?
Queste non sono chiacchiere: forse non si è capito che sta cambiando la stessa natura umana. E qui sta una delle ragioni fondamentali per cui la politica, intesa come «polis» cioè come capacità di guidare il cammino della società non può più essere quella di ieri. La crisi della democrazia dei moderni è il tema dominante. È la rimessa in discussione di quello che è stato il suo fondamento: lo Stato Nazione, le cui istituzioni garantivano non il consumatore, ma il cittadino. Non il titolare di un semplice potere d’acquisto, ma il titolare di diritti universali.
Questa è la grande responsabilità del Partito Democratico: esso guiderà il Paese se sarà in grado di affrontare questioni anche di carattere culturale e ideale, se comincerà a misurarsi con le enormi novità del mondo e se (dico un’eresia) sarà un partito che non si occupa solo di «politica». Perché che cos’è oggi la politica se non la libertà delle donne, i diritti delle persone, l’uguaglianza effettiva delle opportunità, il peso del capitale umano?
L’Unità 15.07.11
Colpite 11 milioni di persone fra Somalia, Kenya ed Etiopia. La fame. Ha una forza tremenda la fame, scuote spezza deforma annienta uomini, regioni, popoli. È metodica, lavora con pazienza, non ha fretta. Regala, tra tutte, la morte la più dimessa e silenziosa. Negli occhi di questi moribondi non si legge traccia di vita o di espressione. Molecola dopo molecola spreme i grassi e asciuga le albumine dalle cellule umane. Rende le ossa così friabili che si spezzano a toccarle, fa incurvare le gambe dei bambini, annacqua il sangue che scorre senza forza e senza peso, fa girare la testa, prosciuga i muscoli, corrode alla fine il tessuto nervoso. Questo è il primo passo: poi la fame svuota l’anima, caccia la gioia e la speranza, toglie la forza di pensare e provoca rassegnazione, egoismo, crudeltà, indifferenza.
Nell’Ogaden madri, accecate dalla fame, hanno gettato i figli nei pozzi asciutti, li hanno lasciati sul ciglio della pista appoggiati a un arbusto. Senza voltarsi indietro hanno ripreso a camminare, passo dopo passo. Cibo cibo, mangiare qualcosa, qualsiasi cosa: erba secca rifiuti rovi radici animali morti. Per la fame l’uomo perde ciò che lo rende uomo. Il luogo di cui parliamo si chiama Daab. Sta nel Kenya del Nord, a ottanta chilometri dalla frontiera con la Somalia. Perché se ne parla? Dieci, dodici milioni di persone vittime della carestia che rischiano morire di fame nel Corno d’Africa? Le cifre sono cose astratte, non ci dicono nulla. I volti sì. Quelli che incontri a Daab, il più grande campo di rifugiati del mondo: quattrocentomila persone, 54 mila soltanto a giugno, tre volte più che in maggio.
Poi nell’ultima settimana il ritmo è ancora accelerato, ventimila. Adesso ogni giorno ne arrivano quasi duemila. E poi ci sono gli altri, quelli rimasti nella boscaglia a segnare la strada, soprattutto bambini con meno di cinque anni scheletri sferzati dagli aridi e siccitosi venti del deserto, a far la guardia ad altri scheletri, le mandrie morte davanti a pozzi ormai asciutti che ardono nella canicola feroce. Un quarto dei somali sono in fuga dal loro paese ridotto a una plaga maledetta dalla guerra e dalla siccità. La loro colpa, se si potesse dire, è di non sapere quale sia. Se la carità internazionale li ricusa, se la pietà li respinge, nulla più li raccoglierà, nulla e nessuno li salverà. Gli uomini dell’Alto Commissariato dell’Onu per i Rifugiati si sfibrano a nutrire curare accogliere. Un nuovo campo dovrebbe sorgere a poca distanza di qui, altri sono già in progetto. Ma la carità internazionale si è fatta stanca, la Somalia evoca scompigli disastri e imposture.
Ieri il segretario delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, lanciando un appello per «undici milioni di uomini che nell’Africa dell’Est non possono attendere» perché «bisogna porre fine alla sofferenza ora, subito», ha ricordato che solo la metà del miliardo e mezzo di dollari necessari all’operazione di soccorso è disponibile. Ora tutti parlano della siccità, accusano la Natura. Come Elisabeth Byis portavoce dell’ufficio di coordinamento affari umanitari dell’Onu: «Niente di simile si vedeva da 60 anni, la siccità si è saldata a quella del ciclo precedente da cui queste zone non si erano ancora sollevate, il bestiame privo di nutrimento ha cominciato a morire e poi gli uomini, perché i prezzi delle derrate sono esplosi». Ecco gli elementi di quella che potrebbe diventare nei giorni prossimi «una tragedia di proporzioni ineguagliabili».
Certo la natura ha la sua colpa: la siccità è venuta e si è mangiata tutto, il verde, le colture, i corsi d’acqua, le acacie che intristiscono nella savana coperte di polvere. Eppure bisogna gridarlo perché non ci sia confusione, perché divisi dalla responsabilità non siamo tutti, alla fine, accomunati dalla menzogna. La Grande Fame (un’altra volta come venti anni fa, negli stessi luoghi, questo non vi dice nulla?) non dipende dalla meteorologia ma da un circolo chiuso disumano. In Somalia, nell’Ogaden etiopico, nel Nord del Kenya la gente convive con la siccità da sempre, si sposta si ingegna sfrutta ogni rivolo ogni pozza, resiste. Ciò che li uccide, che li trasforma in fuggiaschi che dipendono dalla carità sono la guerra e la politica. Da venti anni, da una carestia all’altra, la Somalia non ha pace: prima i signori della guerra, poi gli shabab, gli islamici che vogliono costruire sulla tragedia la loro società perfetta, divina.
Tutto è sconvolto e capovolto, non c’è lo Stato, neppure quello misero e scalcinato dell’Africa più disperata. Un popolo inerme è ostaggio della follia politica. L’Occidente, bravaccione e parolaio, ha osservato tutto questo con la curiosità acuta che destano le cose spaventose, poi imbronciato ha alimentato la guerra per sbarazzarsi degli islamici, senza sporcarsi le mani. Infine si è dimenticata di questa scaglia di umanità troppo complicata e periferica. Ora gli shabab hanno annunciato che consentiranno alle organizzazioni di soccorso di entrare nei territori che controllano per prestare aiuto. Prima che sia troppo tardi. Un’altra volta.
La Stampa 14.07.11
La Lega mostra il suo volto razzista “La Lega sta mostrando il suo volto più becero e razzista. Sono indignata”. Lo dichiara Luisa Bossa, deputata Pd, a margine dell’approvazione del decreto sulla libera circolazione dei cittadini comunitari e sul rimpatrio dei cittadini irregolari. “I toni che si ascoltano in questi giorni a Montecitorio sono indecenti – continua Bossa -; ho sentito il deputato leghista Bragantini usare linguaggio ed espressioni sprezzanti verso i migranti, che affrontano traversate tragiche per fuggire dalla fame e dalle guerre, per cercare un futuro. Si parla di essere umani, di persone, e se ne smarrisce completamente il senso. Vogliono tenere i migranti nei Cie diciotto mesi, in una sostanziale detenzione senza che abbiano commesso reati. Vogliono espellere i migranti a cui viene revocato il permesso senza che possano appellarsi. Negano il diritto dei giornalisti a visitare i Cie. Varano una disciplina indegna della grande tradizione civile dell’Italia. E’ curioso – conclude la deputata – che nella stessa Aula, pochi giorni fa, si sia discusso di testamento biologico e che dagli stessi banchi da cui oggi sono arrivate parole razziste e disumane, ieri arrivavano inviti alla tutela della vita. Evidentemente nella destra sono per la vita a giorni alterni, o a seconda del colore e della razza”.
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mmigrati. Turco, no al carcere per gli innocenti, norme inefficaci e disumane
“Il decreto sui rimpatri varato dal governo è disumano e inefficace”. Lo ha detto Livia Turco del Pd intervenendo a Montecitorio durante la discussione del decreto sui rimpatri e la libera circolazione dei cittadini comunitari.
“Le norme varate dalla destra – ha proseguito Turco – sono obbrobriose poiché prevede la detenzione nei Cie fino a 18 mesi di persone che non hanno commesso reati, che sono scappate dalla povertà alla ricerca di un futuro e non hanno trovato le vie legali all’immigrazione. Questa norma stravolge la direttiva europea che mette al centro il ritorno volontario della persona entrata nel nostro paese illegalmente e prevede il trattenimento nei Cie il tempio strettamente necessario per l’identificazione della persona mai oltre il termine necessario per raggiungere lo scopo dell’allontanamento. Inoltre, secondo la direttiva, il trattenimento nei Cie può essere disposto solo se, nel caso concreto, non possono essere efficacemente applicate altre misure sufficienti ma meno coercitive. Trattenere per 18 mesi innocenti è più punitivo del carcere; si tratta di persone innocenti che non hanno subito nessun processo. Non è un caso che Maroni chiuda i Cie alla visita di giornalisti, parlamentari e associazioni”.
“Si tratta – ha concluso Turco – di una norma disumana, ingiusta, inefficace e costosa. Non è vero che allungando il tempo del trattenimento si rendono più efficaci le espulsione, è vero il contrario. Il rimpatrio infatti avviene quando i paesi di provenienza collaborano. Senza collaborazione possono essere trattenute anche per anni”.
www.deputati pd.it
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Intervento dell’On Gozi (PD) dichiarazione di voto
Signor Presidente, necessità e urgenza reali? Sì, reali, causate dalle contraddizione, dagli errori e dai ritardi del Governo. Contraddizioni. Il collega Tassone chiedeva come è nata la direttiva rimpatri, glielo ricordo io come è nata: l’ha proposta Franco Frattini (Commissario europeo); l’ha votata e fortemente voluta il PdL, nel Partito popolare europeo, di cui, appunto il PdL fa parte; l’ha sostenuta e approvata il Ministro Roberto Maroni nel Consiglio dei ministri dell’interno dell’UE e, poi, il Governo si è rifiutato di recepirla e di attuarla, ha fatto spirare il termine per il suo recepimento che era previsto per il 24 dicembre dello scorso anno, ha esposto l’Italia ad una nuova procedura di infrazione da parte della Commissione europea e ad una condanna nell’aprile di quest’anno da parte della Corte di giustizia. Tutto ciò dopo avere respinto ripetutamente le nostre proposte emendative volte a recepire questa direttiva nella legge comunitaria 2009 e 2010. Dobbiamo chiederci, perché? Perché questa direttiva è agli antipodi dall’approccio ideologico seguito senza alcun risultato concreto dal Governo e dal Ministro Maroni.
Proprio per queste ragioni il decreto-legge in esame si sforza soprattutto di limitare l’impatto della direttiva, senza risolvere del tutto il contenzioso che abbiamo aperto con l’Unione europea. È una vera buona occasione sprecata e per questo voteremo convintamente contro. La direttiva rimpatri, infatti, a cosa mira? Mira a rendere i rimpatri effettivi nel rispetto dei diritti fondamentali. Il decreto-legge, invece, si concentra realmente solo sulle espulsioni coatte e fa delle partenze volontarie e dei rimpatri delle mere eccezioni. Certo, non è con un decreto-legge che si dovrebbero trattare questi temi, perché certamente occorrerebbe una legge specifica per trattarli.
Viene così stravolta la logica e vengono così disattesi gli obiettivi europei. La direttiva, infatti, richiederebbe – richiede, ma non lo stiamo facendo – una riforma dell’intero sistema italiano, che va rivisto attorno al principio della partenza volontaria agevolata, mentre quella forzata deve rimanere l’eccezione e i trattenimenti vanno previsti solo laddove sussista un concreto pericolo di fuga. Tra l’altro, la Corte di giustizia ha già rilevato che i giudici italiani – e degli altri Stati membri, ovviamente – sono tenuti a disapplicare le loro norme interne in contrasto e ad applicare quelle della direttiva. In sostanza, il decreto-legge in esame non ci permette di uscire dalla situazione di incertezza giuridica creata dallo stesso Governo.
È per questo che siamo preoccupati ed è per questo che avevamo presentato nell’interesse dell’Italia e nell’interesse di chiudere completamente il contenzioso che abbiamo con l’Unione europea vari emendamenti che ci avete respinto. Lo avete fatto, a mio avviso, anche in maniera inutile ed ideologica, come nel caso dell’ultimo ordine del giorno. Cosa vi costava, se siete d’accordo con il fatto che i trattenimenti non possano eccedere i 18 mesi, accettare tale ordine del giorno, signor Ministro, signor sottosegretario? Le proposte emendative che vengono presentate dall’opposizione nemmeno le leggete, le respingete, come anche gli ordini del giorno, a prescindere. È per questo che siamo preoccupati.
Signor Presidente, a volte la statura morale e politica di un Governo si riassume fedelmente in una decisione e ci sono norme, tanto sbagliate quanto significative, in questo provvedimento, ma la norma simbolo è senza dubbio quella sui 18 mesi nei CIE per gli immigrati che non sono in regola con il permesso di soggiorno. È questo il crimine che commettono, ossia che non sono in regola con il permesso di soggiorno. Si tratta di una norma disumana e inefficace, nonché una evidente ed inutile forzatura. Un altro accanimento terapeutico, questa volta lo fate contro l’immigrato, sempre comodo capro espiatorio nei tempi difficili, e non solo. Quella presunta ispirazione cristiana che vi ha spinto ad approvare una legge liberticida contro il testamento biologico e contro la libera scelta, non vi spinga a considerare come uomini, e non come numeri o carne da macello, gli immigrati detenuti in quei lager italiani che chiamiamo pudicamente CIE.
È chiaro l’uso strumentale della direttiva, perché la direttiva rimpatri è stata adottata per ravvicinare le legislazioni di 27 Stati membri, proprio perché in alcuni di essi non esistevano termini massimi di detenzione, come ad esempio in Danimarca – ed è per questo la direttiva prevede che tale termine non possa essere superiore ai 18 mesi – e per ravvicinare le legislazioni di Paesi come il nostro, che aveva un termine massimo, che era di due mesi, e legislazioni che non avevano alcun termine, in cui gli immigrati senza permesso di soggiorno potevano stare tre, quattro, cinque anni come quella danese. Per questo è stato previsto quel termine massimo. Ne consegue – lo sapete bene – che nella direttiva non vi è alcun obbligo in capo agli Stati membri di prolungare il termine inferiore ai 18 mesi. Non solo, al momento della firma finale della direttiva nel Consiglio dei Ministri il Ministro Maroni si è impegnato a non inasprire le legislazioni nazionali sulla scorta di questa direttiva.
Voglio leggere la dichiarazione allegata alla direttiva rimpatri del 2 dicembre 2008. È una dichiarazione del Consiglio europeo, signor Presidente. Il Consiglio dichiara che «l’attuazione della presente direttiva non deve essere utilizzata di per sé come motivo per giustificare l’adozione di disposizioni meno favorevoli per le persone alle quali si applica». Questa è la dichiarazione del Consiglio, adottata all’unanimità.
Pertanto è evidente che ancora una volta questo decreto-legge, Presidente, viola l’impegno politico e giuridico adottato dal Governo, adottato dal Ministro, a Bruxelles. I CIE non possono diventare una forma nascosta di reclusione per lo sciagurato reato di clandestinità voluto dalla maggioranza e che c’è già costato una condanna europea. Voi invece insistete con l’equiparazione ideologica in cui l’immigrato viene sempre e solo equiparato a un criminale. Questo decreto-legge è il prodotto diretto della vostra sconfitta, in particolare della sconfitta della Lega alle ultime elezioni amministrative. Ancora una volta la Lega, con sondaggi al ribasso e un elettorato che si è accorto del doppio gioco dei suoi dirigenti nella «Roma ladrona», demonizza gli immigrati per uscire dalla crisi.
Così l’allungamento dei mesi di trattenimento, di fatto, diventa una vera e propria detenzione senza i diritti che spettano normalmente ai detenuti e va nella direzione opposta alla direttiva che richiede, al contrario, di limitare la durata massima della privazione della libertà. Create delle zone franche senza Costituzione, create delle vere e proprie carceri degli innocenti. E mi fa sorridere, collega Dussin, che ogni volta lei intervenga e dica che questi immigrati vanno curati e vanno aiutati a casa loro. Ma come li aiutate se avete azzerato i fondi per la cooperazione allo sviluppo, se ormai è meno dello 0,1 per cento il Fondo alla cooperazione allo sviluppo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico)? Chi volete prendere in giro?
È un provvedimento vergognoso, non soltanto perché stabilisce che delle persone possano essere private della libertà personale fino ad un anno e mezzo senza aver commesso un reato, senza subire un processo e senza nemmeno vedere un giudice vero, ma anche perché è un provvedimento assolutamente inutile ai fini che dichiara di voler perseguire, cioè facilitare ed accelerare le espulsioni di clandestini. Difficilmente, infatti, la mancata identificazione o espulsione di un cittadino, se non la si è ottenuta in sei mesi, la si potrà ottenere nei successivi dodici mesi. Ed è assurdo che neppure una parte di queste ingenti somme che lo Stato dovrà sborsare per consentire il trattenimento fino a diciotto mesi siano utilizzate per migliorare la gestione di CIE, per rendere più civili e più dignitose le condizioni di permanenza nei CIE.
PRESIDENTE. La prego di concludere, onorevole Gozi.
SANDRO GOZI. Concludo, signor Presidente. Sono scelte in contrasto con i diritti fondamentali e scelte in contrasto con la ragionevolezza economica. Con le stesse somme, fino a 30 Pag. 68mila euro per la detenzione in diciotto mesi, potremmo facilmente fare dei rimpatri volontari, dei rimpatri accompagnati. Così, a causa vostra, mentre lasciamo morire alla deriva nel Mediterraneo migliaia di immigrati e di profughi, andiamo tutti noi, ancora di più, alla deriva, sempre più lontani dall’Unione europea. Lei, Ministro Maroni, voleva uscire dall’Unione europea. Di fatto lei ci sta facendo uscire, legge dopo legge, con questi provvedimenti, dall’Unione europea e noi questo non lo accettiamo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
«Affievolire il 41bis o non reiteralo per quei detenuti i cui contatti con le organizzazioni mafiose sono venuti meno». È questo l’auspicio di Palazzo Chigi. A mettere nero su bianco la proposta è il Dipartimento per gli affari giuridici della Presidenza del Consiglio in una relazione presentata l’11 luglio scorso a Roma. Il rapporto, con l’introduzione del sottosegretario Gianni Letta, prende in esame le contestazioni e le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’amministrazione della giustizia in Italia, in particolare sui ricorsi dei detenuti al carcere duro. Rilievi che consentono al Dipartimento di «invadere» un campo tutto politico in una delle materie più incandescenti nella lotta antimafia, con la proposta di una riforma radicale del carcere duro. «In prospettiva – si legge nel documento – si potrebbe pensare di trasformare il 41 bis da regime speciale a regime ordinario di detenzione (derogabile, quando è il caso, in senso favorevole ai detenuti) o addirittura a pena di specie diversa, inflitta dal giudice con la sentenza di condanna e prevedere meccanismi di affievolimento o revoca nel corso dell’esecuzione, alla stessa stregua di quanto accade attualmente per tutte le altre pene in genere». L’obiettivo – sottolineano i tecnici di Palazzo Chigi nella Relazione al Parlamento – sarebbe quello di evitare i ricorsi dei detenuti al Tribunale europeo, la periodica reiterazione dei decreti per i detenuti e consentirebbe di liberare «rilevanti risorse lavorative». Insomma il 41bis costa e va rivisto.Ma non solo. Se la proposta venisse tradotta, sic et simpliciter, in legge, la decisione di spalancare per un mafioso o un terrorista le porte del carcere duro passerebbe dalle mani di un giudice e non – come avviene adesso – su decreto del Ministro di Giustizia su proposta delle Procure. «La politica non può demandare ai giudici una responsabilità che le compete – commenta il gip palermitano Piergiorgio Morosini – La sicurezza nelle carceri è uno strumento
politico».
SEGNALE INQUIETANTE
Ma il passaggio più delicato sul 41bis, nato come reazione dello Stato
alle stragi di mafia del 1992 e divenuto legge solo dieci anni dopo, deve ancora arrivare. Ed è contenuto a pagina 66 della relazione, in cui si parla dell’affievolirsi delle esigenze di mantenere il 41bis per coloro che da molti anni scontano la pena nei bracci speciali. «I primi 41 bis – sostiene il rapporto – sono in proroga continua da circa 15 anni, per cui si percepisce, nella magistratura di sorveglianza, un certo disagio nel motivare la perdurante sussistenza, dopo tanto tempo di mancati contatti con le associazioni criminali di riferimento, anche perché difficilmente la polizia svolge indagini sui condannati e dunque mancano relazioni di polizia giudiziaria effettivamente utilizzabili». Se il principio passasse, il rischio di vedere uscire dal 41bis boss e semplici gregari sarebbe molto alto. Non Salvatore Riina magari, ma pezzi da novanta come Bagarella e Aglieri, condannati per le stragi del ’92-’93, da oltre un decennio al 41 bis, potrebbero ottenere di uscire dal circuito carcerario differenziato. Ma c’è un dato che msmentisce la relazione: le indagini recenti – e la stessa commissione Antimafia – dicono che anche dal carcere i boss comunicano nonostante le restrizioni. «La Presidenza del Consiglio condivide questo rapporto?», chiede la capogruppo del Pd in commissione Antimafia, Laura Garavini, in un’interrogazione parlamentare alla Presidenza del Consiglio firmata anche da tutti gli altri membri Democratici. Per Garavini, «l’ipotesi di trasformare il41 bis da regime detentivo in pena accessoria muterebbe profondamente la natura di questo provvedimento, limitandolo nel tempo e rendendolo applicabile solo ai mafiosi condannati e non a quelli appena arrestati, come ora avviene». E aggiunge: «È pericoloso lanciare questo tipo di segnali verso il sistema mafioso che potrebbe intravedere nei contenuti di questa relazione una disponibilità ad attenuare l’attuale regime del 41bis». «Qualsiasi ammorbidimento è un regalo alla mafia» rincara Giovanna Chelli dell’Associazione familiari delle vittime di via dei Georgofili.
IL PRECEDENTE DEL 1993
Materia incandescente, sia dal punto di vista politico che giudiziario. Due le inchieste aperte proprio sul 41bis: quella della Procura di Palermo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia secondo la quale l’uscita dal carcere duro di centinaia di mafiosi, avvenuta nell’ottobre del 1993, fu parte di un accordo tra boss e uomini delle istituzioni. Una seconda inchiesta condotta dalla procura diRoma riguarda i tentativi di controllo di alcuni detenuti al 41bis prossimi alla collaborazione le cui rivelazioni, secondo iPm,venivano monitorate da uomini dei servizi segreti su input politici con l’obiettivo di «disinnescarle». Il 41bis d’altronde è sempre stato un«chiodo fisso» per il popolo di Cosa Nostra che più volte ha manifestato pubblicamente il proprio dissenso: prima con Leoluca Bagarella secondo cui «le promesse nonsono state mantenute» poi con un clamoroso striscione allo stadio di Palermo il giorno dopo l’entrata in vigore della legge sul carcere duro nel dicembre 2002. «Uniti contro il 41bis – era scritto – Berlusconi dimentica la Sicilia». Dopo questo rapporto della Presidenza del Consiglio si conferma così un dato: a distanza di 19 anni dalla sua prima applicazione, il 41bis rimane una delle frontiere più delicate della lotta alla mafia.
L’Unità 14.07.11
A rischio la «memoria» storica che giace custodita negli spazi del Mibac: il blocco del turn over dei dipendenti provocherà nel giro di un lustro la quasi estinzione di personale specializzato in biblioteche e archivi. Una sindrome di smemoratezza collettiva incombe sul paese non a causa di uno di quei movimenti tellurici che producono incolmabili cesure nella storia dell’umanità (dalla glaciazione
alle rivoluzioni, alle guerre mondiali). L’alzheimer collettivo si sta producendo per blocco del turn over. L’80 per cento dei dipendenti del Mibac (il Ministero dei beni culturali e ambientali) andrà obbligatoriamente in pensione entro i prossimi 4-5 anni. «Fannulloni», direbbe il ministro Brunetta beccandosi l’epiteto di cretino dal collega Tremonti.
Ma non solo: archivisti, bibliotecari, archeologi, storici dell’arte, informatici. Professionalità fondamentali che non hanno modo di trasmettere la loro esperienza a chi verrà dopo. Perché dopo non c’è nessuno, nonostante la generazione di precari che cerca di farsi strada sia la più formata della storia repubblicana.
Ugo Gallo, funzione pubblica Cgil di Roma, fa l’esempio degli archivi di Stato cittadini, dove sono conservati i documenti dei tribunali, dei catasti, della leva, dei notai.
Da Milano a Livorno, a Viterbo, da Napoli a Palermo, Perugia o Savona, ogni capoluogo ha il suo archivio, secondo l’impianto dello Stato unitario. In tempi di Prima Repubblica divenne famoso l’Archivio di Benevento per le assunzioni fatte dalla Dc. Ma ora? Ora in cinque anni resteranno in tutta Italia 150 archivisti, che saranno pensionati entro 10 anni. Eppure quelle carte polverose nascondono un patrimonio prezioso per l’umanità. Nell’Archivio di Roma a Sant’Ivo alla Sapienza, per esempio, che ha ereditato le carte Pontificie, ci sono gli atti dei processi a Caravaggio, l’inchiesta sul suicidio di Borromini, i verbali delle ultime ore di Giordano Bruno e di Beatrice Cenci, assistiti dalle confraternite della buona morte. C’è traccia del passaggiom nella città dei papi di grandi artisti come Velasquez, che si rivolse a un giudice capitolino per riconoscere un figlio naturale. Nella sede periferica di Portonaccio, invece, dove sono conservate le carte postunitarie, ci sono gli atti e i reperti del processo Matteotti, compresi i vetrini con il sangue del martire antifascista.
Racconta il direttore Eugenio Lo Sardo che a Filadelfia è in corso una mostra con carte dell’Archivio su John Wilkes Booth, l’assassino di Lincoln, che si era arruolato negli Zuavi. Senza personale e senza spazi, l’Archivio conserva l’epistolario di Aldo Moro dalla prigione delle Br ed è in attesa di ricevere le carte dei grandi processi sul terrorismo e sulle trame degli anni Settanta che si sono svolti nella capitale. Lo Stato cartolarizza e dismette ma poi non sa dove sistemare un patrimonio di importanza mondiale e non si preoccupa di sostituire le professionalità in uscita: «È un’autentica mutazione, – sostiene Ugo Gallo – perché sono ormai saltate due generazioni. Si tratta di esperienze professionali che necessitano di molti anni per essere trasferite, senz’altro più di quei quattro-cinque che ci separano dal baratro: questo significa che nel baratro ci siamo già, perché nessuno propone un progetto».
L’Unità 14.07.11