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"Ministeri come deserti… Signori, fra tre anni si chiude", di Vittorio Emiliani

Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali fra tre anni sarà una sorta di deserto: niente dirigenti, soprintendenti, tecnici, né custodi. Non lo dice il solito critico catastrofista Lo annuncia il sottosegretario Francesco Giro. «Il problema del personale è ancora più preoccupante di quello delle risorse. «Il sottosegretario Giro ogni tanto rinsavisce», ha commentato il segretario della Uil-Bac, Gianfranco Cerasoli. Ora, bisogna sapere che, secondo conti riportati dal segretario della Cgil-BC, Libero Rossi, se il personale della «gallina dalle uova d`oro» del nostro turismo si è ridotto, dal 1997 ad oggi, del 25,2 per cento, le sue risorse generali sono precipitate del 35 per cento.

Al punto che ispettori e tecnici non possono nemmeno più andare in missione nelle aree archeologiche come nei cantieri edilizi o di restauro fuori città: non ci sono più soldi. Proibito usare l`auto personale (per ottenere, anche anni dopo, rimborsi francescani). Soltanto autobus ni. , trenino, bicicletta, o a piedi. Del resto, sapete a quanto ammontano i buoni-pasto per questi solerti funzionari? A 7 euro l`uno. E gli stipendi allora? Con una trentina di anni di anzianità un direttore di[ museo o di area archeologica (o magari di tutt`e due) porta a casa 1.700 euro al mese.

Nelle Soprintendenze mai come ora si è provata la mortificante sensazione di appartenere ad un Ministero dove chi lavora, lavora tanto, guadagna poco e non ha nemmeno le motivazioni, lo status di un tempo. Del resto l`onorevole Sandro Bondi ha potuto impunemente giocare al «fantasma del Collegio Romano» e il suo successore non sembra brillare per particolare attivismo e volontà di approfondimento (anche se ha il merito di aver applicato la sentenza del Consiglio di Stato su Vittorio Sgarbi imposto da Bondi a Venezia). A fronte di un Ministero che ha perduto – perché avevano raggiunto la soglia dei 67 anni o perché avevano 40 anni di versamenti (avendo vinto il concorso giovanissimi) un numero impressionante di intelligenze appassionate e competenti: dal direttore generale per l`archeologia Stefano De Caro a quello per il paesaggio, Mario Lolli Ghetti, a soprintendenti quali Piero Guzzo, Maria Luisa Fornari, Liliana Pittarello, Ruggero Martines, Carla Spantigati, ecc. Altri personaggi sono stati messi a fare praticamente nulla, come l`ex soprintendente del Polo museale di Roma (e dico poco) Claudio Strinati, ancora lontano dalla pensione, sostituito da una soprintendente occiata in tutti i concorsi ai quali ha partecipato. C`erano tanti quarantenni scalpitanti e preparati alle spalle dei giovani pensionandi? Proprio no, visto che il Ministero ha indetto pochissimi (e contestati) concorsi, uno, sommerso dai sarcasmi, fatto apposta per i cosiddetti «bocciati e redenti». Dove qualcuno è stato ri-bocciato. In forza di ciò ci sono ben 31 Soprintendenze o Archivi retti ad interim da titolari di altre gravose Soprintendenze. Ho contato otto «interim» soltanto nelle Soprintendenze ai Beni Architettonici e Paesaggistici.

C`è chi deve coprire una intera grande regione o, nel contempo, saltare da una regione nei giorni pari all`altra nei giorni dispari.
Sempre per stipendi mediocri. Tenete conto di un fatto: le Soprintendenze ai Beni architettonici e paesaggistici sono quelle più in difficoltà perché devono tutelare un paesaggio continuamente aggredito da un`edilizia spesso illegale o abusiva, e comunque rispondere a continui quesiti, compiere sopralluoghi, vigilare su centri storici anche minimi ma preziosi. Con un numero di tecnici così ridotto che ad ognuno di loro toccano anche un migliaio di pratiche l`anno, cioè 4 o 5 per giorno lavorativo. Se il personale sta così male, quanti e redenti», dove c`è chi riboccia addirittura sono i fondi per gli investimenti nella tutela? Appena 53 milioni per il 2011. Briciole per un patrimonio che conta oltre 20.000 centri storici (di cui almeno mille straordinari), molti di origine etrusca, italica, magnogreca e romana, 95.000 chiese, 40.000 fra torri e castelli, e molto altro ancora.

L`elencazione di casi e situazioni disperanti potrebbe continuare, ma bisogna domandarsi: perché? Soltanto sordità, incultura, cialtroneria? No. Perché anche così deboli le Soprintendenze danno fastidio ai poteri forti, nazionali e locali. Allora meglio indebolirle vieppiù e commissariarle dove si può. Un altro «perché» lo ha esposto esemplarmente la responsabile culturale della Confindustria, Patrizia Asproni: «Sono stanca del Ministero per i Beni e le Attività culturali. Non ne abbiamo più bisogno.

Il patrimonio culturale del Paese deve entrare nella competenza del Ministero dello sviluppo economico». Insomma, basta con la tutela e avanti coi buoni affari. Non è una battuta: è la strategia di attacco in corso.

L’Unità 14.07.11

Il governo con la manovra reintroduce da lunedì i ticket. E' inaccettabile

Il PD è contrario, Rosy Bindi attacca: “Il governo se ne deve andare, fa male al Paese”. Bersani: “Noi responsabili, loro massacrano la sanità”. Livia Turco:”La manovra è sempre più iniqua”. “Sia chiaro a tutti: saremo responsabili sui tempi di questa manovra, ma i suoi contenuti non ci appartengono. Siamo profondamente contrari alle scelte inique e antisociali a cominciare dalla reintroduzione dei ticket”. Lo dice la presidente dell’assemblea del Pd Rosy Bindi.
“E’ una manovra sbagliata- aggiunge Bindi- che si accanisce contro i piu’ deboli, le famiglie e quel che resta del ceto medio italiano, su di loro si scaricano i costi altissimi di questi tre anni di malgoverno della destra. Berlusconi, Tremonti e questa maggioranza sono oggi la vera casta che spadroneggia in Italia, arroccati in difesa delle corporazioni, dei propri privilegi e degli interessi di pochi. Se ne devono andare al piu’ presto, stanno facendo davvero male all’Italia”.

Livia Turco, deputata del Pd, rincara: ” La reintroduzione del ticket sulle ricette mediche e gli interventi del pronto soccorso prevista dal governo già da lunedì prossimo è assolutamente inaccettabile. Essa rende, se possibile, la manovra ancora più iniqua. E’ una decisione inaudita di cui il governo porta su di sé tutta la responsabilità”.

Il segretario Pier Luigi Bersani intervistato dal GR Rai spiega: “Noi siamo stati responsabili e abbiamo consentito che la finanziaria si chiudesse prima dell’apertura dei mercati lunedì. Questo ci darà piu’ forza nel dire che non siamo assolutamente d’accordo con la politica economica del governo. Vedo che in casa Pdl si accetta di massacrare la sanità, discutere di pensioni, ma non si intende di mettere mano nemmeno ad una virgola della condizione di concorrenza in certe professioni”.

Per Bersani, quindi, ”ci vuole un cambio: l’avvio di una fase nuova che non abbia le vecchie facce”.

www.partitodemocratico.it

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Bersani: “Dopo il voto elezioni strada maestra”, di Mauro Favale

Ma Casini apre a “un governo di responsabilità”. Fiducia a Senato e Camera. Le opposizioni voteranno no e a Montecitorio non presentano emendamenti. Se si aprirà veramente una «fase nuova», come chiede insistentemente Pierluigi Bersani, lo si scoprirà da dopodomani. Prima c´è da approvare una manovra delicatissima sulla quale il governo ha posto una doppia fiducia (siamo a quota 47). Il Senato la voterà oggi, la Camera domani «e il testo passerà perché la maggioranza è unita e coesa», assicura il capogruppo leghista Marco Reguzzoni. Dall´altra parte, le opposizioni escludono l´ostruzionismo, annunciano che non presenteranno emendamenti né ordini del giorno, garantiscono il via libera ma non vanno oltre. Voteranno no perché, spiega il segretario del Pd, «possiamo, in nome dell´Italia, fare scelte di responsabilità ma non certo spartire le responsabilità».
È questa la linea di un Pd che, ingoiando il rospo-manovra, guarda avanti, all´apertura di «una fase nuova – afferma Bersani da Beirut – per far riprendere il cammino al Paese. Per noi la strada maestra sono le elezione ma siamo pronti a considerare (anche se non sembrano probabili gli spazi) una fase di transizione per cambiare la legge elettorale». Una fase nuova da realizzare «con nuovi protagonisti, non con chi ci ha portato fin qui». Insomma, non dipende dall´allontanamento di Giulio Tremonti, perché «non basta il cambio di un ministro, serve il cambio di tutto il governo». In ogni caso, «il Pd resterà all´opposizione». C´è freddezza verso i “governissimi”, dunque, almeno per ora.
A farci un pensierino è, invece, l´Udc. «Se facciamo un governo per la legge elettorale – ammonisce Pier Ferdinando Casini -siamo fuori dal mondo. Mi augurerei un governo di responsabilità nazionale, un armistizio tra Pdl e Pd». Una prospettiva, però, affossata da Antonio Di Pietro: «Sarebbe una sorta di ammucchiata fatta solo per mantenere le poltrone e impedire al Paese di sbarazzarsi di una classe politica e di un esecutivo senza più credibilità». Il leader dell´Idv auspica che quella di domani sia «l´ultima fiducia che il Paese può sopportare da questo governo. Siamo stati responsabili e abbiamo cercato di accorciare i tempi per evitare nuove speculazioni contro i mercati. Però poi basta. Da martedì non faremo altro che chiedere le dimissioni di questo governo».
Martedì, però, è ancora lontano. Intanto c´è da approvare una manovra che le opposizioni, nonostante la parola d´ordine «responsabilità», criticano apertamente. Il testo in discussione al Senato viene letto dalla capogruppo democratica Anna Finocchiaro con «insoddisfazione e perplessità. L´unica nota positiva riguarda l´indicizzazione delle pensioni». Del resto, il giudizio complessivo lo esplicita Rosy Bindi: «È una manovra sbagliata, che si accanisce contro i più deboli, le famiglie e quel che resta del ceto medio. Sia chiaro a tutti: noi saremo responsabili sui tempi di questa manovra. I suoi contenuti, però, non ci appartengono».

La Repubblica 14.07.11

"In ballo non c’è (più) Berlusconi", di Stefano Menichini

Il mugugno o l’insofferenza di quelli di sinistra: per salvare l’Italia abbiamo una volta di più salvato Berlusconi, e senza ricevere nulla in cambio. Il sollievo o il flebile rilancio propagandistico di quelli di destra: il governo ha superato un’altra crisi, le opposizioni hanno le armi spuntate, siamo più forti di prima.
È sorprendente che con tutto quello che succede ci sia ancora in giro gente animata da tanto fuoco partigiano. Politici e giornali capaci di concentrarsi sul movimento di Palazzo mentre l’Italia è citata dai media mondiali per un solo drammatico concetto: non sarà la seconda Grecia, è troppo grande per essere salvata…
Appena martedì scorso davamo voce alla rabbia che sentiamo salire nel centrosinistra per il doversi far carico degli errori altrui, dunque non è per noi questione di essere bipartisan: è semplice logica politica.
In questi giorni non è mai stata in ballo la sopravvivenza del governo. Certo, anche l’ultimo peone sa che l’Italia avrebbe una credibilità decuplicata se a guidarla fosse qualcun altro. E del resto tutte le decisioni importanti in questa fase le hanno prese Napolitano, Draghi, Tremonti (non più come superministro, ma a sua volta bisognoso di qualcuno che garantisca per lui).
Il lungo e non metaforico sonno del premier, martedì pomeriggio, è l’immagine perfetta del suo ruolo: tutti italiani, di destra di centro e di sinistra, sarebbero sollevati se continuasse a dormire per settimane.
Ma non era realistico pensare che Berlusconi potesse farsi da parte de facto, e non solo per metafora, in questo momento. Né che la battaglia per mettere al suo posto qualcuno di più utile e più degno potesse avere una svolta, mentre tutti stavamo con gli occhi inchiodati allo spread con la Germania e all’andamento delle Borse.
Le opposizioni hanno fatto ciò che potevano e dovevano.
La manovra rimane brutta (e drammaticamente insufficiente) ma in alcuni punti grazie al loro intervento è un po’ meno iniqua: non è poco. Contraddizioni più gravi si aprono nel centrodestra, disabituato a misure energiche e dunque attonito, per dire, di fronte all’ipotesi di apertura nel mercato delle professioni. Rimane a verbale, e andrà ricordato, chi nel Palazzo è davvero a favore della Casta, che sia quella dei parlamentari col doppio incarico o quella degli avvocati.
Berlusconi non esce da questa strettoia né rafforzato né indebolito ma semplicemente inutile, qualsiasi frase autoconsolatoria possa pronunciare tra oggi e domani.
Non ha la più remota possibilità (e neanche la voglia) di governare a lungo. È ridotto all’impotenza perfino sui propri infimi affari personali. La sua permanenza a palazzo Chigi è un grave problema per l’Italia, ma non era l’urgenza di questi giorni, anche se Bersani fa bene a chiederne la cacciata a emergenza passata. Dall’altra parte, nessuno potrà mai più rimproverare al centrosinistra l’assenza di proposte, per non dire di responsabilità.
Anzi. Parlando di convenienze, se proprio si deve: quale sarebbe stato, per esempio per il Pd, il vantaggio di una crisi che si sarebbe potuta risolvere solo con esecutivi tecnici o “del presidente”?
Un governo non di centrosinistra al quale donare il sangue di misure impopolari, sollevando Berlusconi (e Tremonti) dall’onere di risponderne? C’è un tempo per ogni cosa. E il tempo di Berlusconi è segnato, manovra o non manovra.

da Europa Quotidiano 14.07.11

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“La nostra responsabilità non è collaborazione”, di Sergio D’Antoni

Un netto e radicale no a una manovra sbagliata e incapace di rispondere ai problemi strutturali del paese. Un pacchetto di emendamenti capaci di incidere sui picchi di maggiore iniquità. E la decisione di rinunciare all’ostruzionismo fine a se stesso in una fase di assoluta criticità per i mercati e per i titoli di debito nazionali. Il Pd si prepara ad affrontare i giorni decisivi della legge di bilancio.
Lo fa nel segno della coerenza, della trasparenza e della responsabilità. Rispondendo così, prima di tutto, all’appello del capo dello stato, che ha richiamato tutte le forze politiche alla coesione e alla collaborazione per una approvazione veloce.
Monito che non poteva essere ignorato da un partito che ha sempre fatto tesoro degli appelli del presidente e che individua nella responsabilità e nella coesione i propri principali riferimenti valoriali.
Ma non bisogna confondere il metodo con il merito. Perché in un contesto di oggettiva convergenza sulle tempistiche dell’approvazione, si inserisce la critica più profonda nei confronti di un provvedimento sbagliato in radice. Un insieme di norme che non risolvono i problemi di un paese che ha assoluto bisogno di riforme capaci di garantire una più equa distribuzione della ricchezza.
Anche al netto delle modifiche richieste dal Pd (rivalutazione delle pensioni basse, rimodulazione ed esclusione dei Bot nell’imposta sui conti titoli, allentamento del patto di stabilità per i comuni…) il testo rimane incapace di esprimere una visione strategica di crescita e redistribuzione.
La manovra di Tremonti rimane il degno epilogo di un governo che ha costantemente fatto cassa sui più deboli. Un esecutivo ormai allo sbando, che ha aumentato le sperequazioni, mortificando la coesione economica e sociale e affossando in ultima istanza l’obiettivo strategico dello sviluppo nazionale.
Di fronte a tali galloni, il mellifluo invito di Berlusconi di avviare un dialogo con le opposizioni appare tardivo, irritante e del tutto strumentale.
Se il Cavaliere pensa di trovare in questo argomento una possibile ancora di salvezza politica sbaglia di grosso. L’opposizione invocherà in maniera compatta le dimissioni sue e del suo governo un minuto dopo l’approvazione di questa manovra. Nessuna collaborazione è data con un esecutivo ormai inesistente e che per tre anni ha elevato a metodo politico lo scontro sociale, istituzionale e geografico. È tempo che questa compagine si faccia definitivamente da parte.
Il paese esce da una lunga fase di disgregazione economica e sociale ed è ancora immerso in una crisi che allenta ulteriormente la coesione nazionale. Il decennio berlusconiano che abbiamo alle spalle ha prodotto tante e tali macerie da rendere oggi necessaria una nuova stagione fondativa, per molti versi simile a quella che abbiamo vissuto nel biennio ’92-’93, quando la concertazione tirò fuori il paese dal vortice dell’inflazione e della disoccupazione. L’Italia ha assoluto bisogno di tornare a quello spirito.
Di entrare, possibilmente con la legittimazione politica di un voto, in una fase storica nuova, in cui tutte le forze alternative alla visione asfittica di questa destra possano dare un contributo nella definizione delle riforme necessarie.
Coesione vera, insomma, che abbia l’ambizione di sanare i conti dello stato, ma anche e soprattutto di guidare il paese lungo un sentiero di sviluppo ed equità sociale, nella consapevolezza che senza il riscatto dei ceti e delle zone deboli questo paese non sarà mai in grado di ripartire nel suo complesso.

da Europa Quotidiano 14.07.11

"Lo scempio della fortezza dei patrioti", di Gian Antonio Stella

«Voi… piccoletti ladruncoli bastardi!» . Se vedesse crescere gli alberi sui tetti della Cittadella di Alessandria (sopra e a destra, in una foto aerea), sui quali sventolò nel 1821 il primo Tricolore del Risorgimento, che lui cantò in Piemonte, Giosuè Carducci scaglierebbe ancora, probabilmente, la sua celebre invettiva contro i politici incapaci. E avrebbe buone ragioni per farlo. Uno Stato serio non abbandona così un pezzo della sua storia.
Alberi sui tetti delle polveriere, alberi sui tetti delle torrette, alberi sui tetti delle casermette e poi sterpi e cespugli ed erbacce e alberi sui bastioni, sulle porte, sulle rampe e insomma ovunque l’assalto di una selva aggressiva che sta sbranando giorno dopo giorno la magnifica fortezza settecentesca abbandonata al degrado sotto gli occhi di tutti i «lisandren» , a poche centinaia di metri da piazza della Libertà, il cuore della città piemontese appena al di là del Tanaro. Avanti così e rischia di diventare come la bellissima Angkor ai tempi in cui il francese Henri Mou la scoprì, ingoiata dalla giungla cambogiana. C’è chi dirà che, come spiegava già Alberto Ronchey, forse il migliore dei ministri dei Beni culturali, questa è l’altra faccia della nostra fortuna, cioè l’abbondanza straordinaria di ricchezze artistiche, monumentali e paesaggistiche: non abbiamo soldi per stare dietro a tutto. Tanto più in anni di magra come questi. E può così capitare che, a poche decine di chilometri, lo Stato concentri tutti gli sforzi nel meraviglioso risanamento della reggia di Venaria Reale, appena a Nord di Torino, e lasci cadere in pezzi la «meno importante» Cittadella di Alessandria. Il fatto è che la Cittadella alessandrina non è una delle tante fortificazioni: è un capolavoro di arte militare che appare dal cielo circondata da mura e fossati a forma di una stella a sei punte che nella cerchia esterna diventano dodici, inserito dal 2006 nella lista dei luoghi candidati a entrare nell’elenco dei siti tutelati dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità. Costruita a partire dal 1728 per volontà di Vittorio Amedeo II di Savoia, la fortezza fu il punto di partenza, come si diceva, nella prima fase del Risorgimento. Siamo nel 1821, i patrioti sognano la concessione di una Costituzione sul modello di quella spagnola dopo i moti di Cadice e puntano tutto sul principe ereditario Carlo Alberto, visto come un simpatizzante delle idee liberali e patriottiche. Scrive nel libro La forza del destino Christopher Duggan: «Il 6 marzo i principali architetti della cospirazione fecero visita a Carlo Alberto e gli dissero che tutto era pronto, e che stava per cominciare “l’epoca più gloriosa di casa Savoia”. Gli chiesero il suo benestare, e a quanto pare il principe lo dette stringendo la mano al conte Santorre di Santarosa, il leader della cospirazione e un temperamento d’idealista. Tre giorni dopo un tricolore (probabilmente il vessillo verde, bianco e rosso del Regno d’Italia) venne issato sulla cittadella di Alessandria. L’insurrezione era cominciata» . Le cose, si sa, non finirono bene. Ma restano nella nostra storia quel tricolore (anche se c’è chi sostiene fosse blu-rosso nero, i colori della carboneria) e il proclama emesso quel 10 marzo 1821 dal colonnello Guglielmo Ansaldi, che aveva preso il comando della piazzaforte e assunto la presidenza della nuova Giunta: «Cittadini, lo stendardo del dispotismo è per sempre curvato a terra fra noi. La patria che ha gemuto finora sotto il peso di obbrobriose catene, respira finalmente l’aure soavi di fraternità e di pace. Cittadini! L’ora dell’italiana Indipendenza è suonata!» Tema: esiste un altro Paese al mondo che abbandonerebbe agli sterpi il primo luogo in cui fu affermata l’indipendenza? Al di là di quello storico, tuttavia, c’è un altro tema. Che riguarda il «modo» in cui vanno affrontati certi problemi. I militari che fino a pochi anni fa occupavano la Cittadella sapevano che i tetti degli edifici avevano, sotto i coppi, uno strato di terra messo lì per attutire i colpi di cannone. Un accorgimento accompagnato da un problema: in quel tappeto di terra spuntano continuamente alberelli. Per questo, la manutenzione era costante: appena spuntava una piantina, veniva strappata via prima che crescesse e devastasse il tetto. «Era la cosa più logica che si potesse fare e per due secoli è stata fatta» , spiega il maresciallo Maurizio Sciaudone, che fu l’ultimo militare a lasciare la fortezza nel 2007 e da anni, come consigliere comunale prima di An e ora del Pdl, si batte con Fai e Italia nostra e Legambiente e «La Cittadella 1728» e il Club Unesco e altri gruppi di volontariato contro il rapidissimo degrado della piazzaforte. È una questione di scelte: o la manutenzione quotidiana, che forse è noiosa e ripetitiva ma salva i monumenti, oppure l’abbandono in attesa, di anno in anno, di decennio in decennio, di un mega progetto sbandieratissimo e complicatissimo e costosissimo. Per rimuovere con tecniche specialistiche d’avanguardia alberi di quattro o cinque metri che potevano essere strappati a mano quand’erano esili piantine di dieci centimetri e risanare torri squarciate dalla penetrazione di enormi radici che avrebbero potuto essere tagliate quando erano filamenti e ricostruire mura divorate da una selva impenetrabile che avrebbe potuto essere falciata un tempo col decespugliatore. Scelte: solo una questione di scelte. Certo, in un Paese che vive di proclami roboanti e di promesse di ponti giganteschi e tunnel fantasmagorici ed Expo planetarie, la quotidiana manutenzione del buon padre di famiglia non porta voti, non porta gloria, non porta titoli sui giornali…

Il Corriera della Sera 14.07.11

"Restiamo sotto osservazione", di Stefano Lepri

Con la manovra economica approvata dalle Camere in tutta fretta passerà la burrasca; ma l’Italia resterà sotto osservazione. Anche sui mercati finanziari, come nella vita di ogni giorno, la fiducia si perde in fretta, si riconquista a fatica. D’ora in poi, tutte le giravolte della nostra politica saranno tenute d’occhio; potranno costare care, ciascuna misurata sui tassi di interesse che lo Stato paga sui suoi debiti. Ieri Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e futuro presidente della Banca centrale europea, ha notato che l’instabilità in Europa è frutto di errori che tutti i governi hanno compiuto, affrontando la crisi dei Paesi deboli «con interventi parziali e temporanei». Poi però ha aggiunto che se i mercati si sono mossi la settimana scorsa contro l’Italia, che ha problemi di lungo periodo – non immediati come quelli di Grecia, Irlanda, Portogallo – è a causa delle incertezze sulla politica di bilancio.

Lo si può dire in gergo tecnico, se si vuole, come fanno gli uffici studi: non c’è stato, nei giorni scorsi, alcun deterioramento dei dati fondamentali dell’economia italiana.

Solo nelle ore più agitate sono corse voci su una presunta fragilità delle nostre banche, che si sono presto rivelate prive di consistenza. Se le agenzie di rating si sono all’improvviso messe a disquisire su prospettive decennali o ventennali del nostro debito, è perché leggevano della nostra politica.

Draghi, ponendosi nella linea tracciata dal Capo dello Stato, ha invitato a trovare «un intento comune, al di là degli interessi particolari e di fazione». E’ questo spirito fazioso che si vede anche negli scandali scoperti dalla magistratura: alla propria parte politica si consente tutto, all’altra tutto si intralcia.

Ma se è così, quando giunge il momento di chiedere ai cittadini sacrifici, si rischia che ognuno risponda: perché a me e non agli altri? L’abitudine a rispettare le leggi si rivela un bene prezioso soprattutto nei momenti difficili. Tanto più se fino a ieri si era sostenuto che l’Italia usciva dalla crisi meglio degli altri Paesi; quando invece i dati ci dicono che anche prima della crisi mondiale stavamo cominciando a diventare più poveri, novità assoluta in tutto l’Occidente.

Nell’analisi della Banca d’Italia, si rischia ora che troppo del necessario risanamento di bilancio si faccia con le tasse, proprio con quelle tasse che l’attuale compagine politica aveva promesso, al contrario, di ridurre. E non si tratta solo di rafforzare le politiche di rigore che il ministro dell’Economia ha difeso nei giorni scorsi contro molti suoi colleghi. Vengono al pettine anche i nodi di una politica economica per così dire inerziale, del tipo «se non si può fare bene, meglio non fare nulla».

Mario Monti, personaggio del quale la nostra politica chiacchiera in questi giorni proprio perché si è costruito come figura al di sopra delle parti, rimprovera allo stesso Tremonti, scrivendo sul Financial Times, di non aver né privatizzato né liberalizzato, e inoltre di «non riconoscere il bisogno di accrescere la produttività e la competitività dell’Italia, e di abbassare le sue pronunciate disuguaglianze sociali».

Negli Anni 70, a soffocare la dinamica della nostra economia era stato un malinteso egualitarismo. Oggi, sostengono alcuni economisti, si rischia l’opposto, che a spegnere la voglia di intraprendere e di migliorare sia un eccesso di disuguaglianze di cui non si capisce la logica: tra giovani e vecchi, tra uomini e donne, tra stipendi d’oro e mille euro al mese con contratto a termine, tra i raccomandati e gli esclusi, chi si arricchisce con la politica e chi ne è fuori. A ben guardare, c’era disprezzo del merito allora, ce n’è oggi. Ed è premiare il merito il miglior incentivo a rispettare le leggi.

La Stampa 14.07.11

Così l´Unesco boccia gli interventi per Pompei "Troppi progetti virtuali", di Francesco Erbani

Ma il ministero “ignora” il rapporto. È stato varato un piano ma intanto sono diminuiti i tecnici per i lavori. Non finirà nella lista rossa ma avrà altri controlli in futuro: “Serve un´opera di restauro vero”. Un rapporto-fantasma su Pompei, Ercolano e Torre Annunziata circola al ministero dei Beni Culturali. Esiste, ma è come se non ci fosse. Autori tre illustri studiosi, due francesi e un inglese. Promotori l´Unesco, l´organizzazione dell´Onu per l´educazione e il patrimonio culturale, in collaborazione con l´Icomos, altro organismo internazionale per la conservazione storico-artistica. Periodo dell´indagine: tre giorni a dicembre 2010, tre a gennaio 2011. Scopo: accertare lo stato degli scavi vesuviani dopo il crollo della Schola Armaturarum. L´esito è stato moderatamente positivo: i tre siti non finiranno nella lista dei luoghi a rischio, ma fra due anni subiranno un nuovo esame. Tutto bene, quindi? Non proprio.
Quel rapporto, cinquantuno pagine scritte in un inglese fluido, è, appunto, un fantasma. Qualche dirigente del ministero dice di non sapere neanche se è arrivato. Il motivo del riserbo, si sente ripetere, è uno: il documento contiene critiche agli interventi adottati negli ultimi tre anni e indica soluzioni diverse.
Il rapporto è stato consegnato alle autorità italiane, le quali possono rispondere e fare osservazioni. Ma di un lavoro di integrazione non c´è traccia. I tre relatori, Jean-Pierre Adam e Alix Barbet, archeologi con una ricca bibliografia pompeiana, e Christopher Young, una lunga esperienza di gestione presso il World Heritage Centre, rilevano come sia fondamentale per Pompei un lavoro capillare e programmato di manutenzione e restauro. Le strutture tecniche, aggiungono, vanno rinforzate e non svuotate come sta accadendo (709 unità nel 2004, 505 ora: depauperati il settore dei restauratori e le fasce intermedie, quelle che svolgono il monitoraggio). Parole sferzanti i tre relatori dedicano all´entertainment archaeology, l´ossessione per la valorizzazione del sito con mezzi virtuali, verso la quale sono stati dirottati molti fondi durante la gestione commissariale, che tanto stava a cuore all´ex ministro Sandro Bondi. Pompei, si legge nel documento, non ha bisogno di «theatrical presentation»: Pompei «naked in all its glory is enough» (Pompei, nuda nella sua gloria basta a se stessa). In sostanza l´Unesco chiede che si torni al piano avviato nel 1997, soprintendente Pier Giovanni Guzzo, messo da parte nel 2008.
Il rapporto, poi, segnala il caso dell´Herculaneum Conservation Project – l´organismo finanziato dal magnate americano David Packard, che da dieci anni opera a Ercolano, dove ha speso 16 milioni – come esemplare di una buona relazione fra pubblico e privato. Peccato, però, che la collaborazione fra la Soprintendenza, la direttrice degli scavi, Maria Paola Guidobaldi, e gli studiosi guidati dall´archeologo Andrew Wallace-Hadrill e dall´architetta Jane Thompson, entrambi inglesi, non goda di molte attenzioni al ministero. Anzi, sia trascurata fino a irritare i vertici dell´Herculaneum Conservation Project, mettendo a rischio la loro permanenza a Ercolano.
Un brutto colpo per i Beni culturali. Che arriva mentre per Pompei si vara un piano di 105 milioni di cui si sa ancora poco. Sono previste sofisticate indagini geologiche (8 milioni) che il preside della facoltà di Architettura di Napoli 2, Carmine Gambardella, sostiene di aver già compiuto e aggiunge di poterle offrire gratis. Il piano di interventi sul campo, invece, è stato stilato dalla Soprintendenza e delinea operazioni di manutenzione e il restauro di 39 domus. Ma le assunzioni di nuovo personale sono incerte (si parla di una trentina di persone, ma non sono chiari i profili professionali). A Pompei si ipotizza anche che un gruppo di imprenditori francesi finanzi progetti di restauro (le trattative sono ancora in corso). Mentre fuori delle mura c´è il rischio di una cementificazione alla quale sarebbero interessati imprenditori napoletani: un piccolo comma prevede interventi in deroga alle norme urbanistiche. E, quasi lo presagissero, gli esperti Unesco raccomandano di mantenere integre le visuali dentro e fuori gli scavi (su questo c´è un allarmato intervento di Italia Nostra).
La situazione non è gravissima, dicono gli estensori del rapporto, che suggeriscono quindici raccomandazioni. Fra queste, insistere con il lavoro che l´Herculaneum Conservation Project sta realizzando a Ercolano ed estenderlo altrove.
Packard scansa i riflettori e non vuole ritorni d´immagine. Non è uno sponsor classico come Diego Della Valle al Colosseo. In compenso mette a disposizione uomini, competenze e soldi per fare manutenzione e restauri. Il lavoro è svolto fianco a fianco con gli archeologi e gli architetti del posto. Con loro, insiste Wallace-Hadrill, si sperimenta un metodo di gestione del sito che, una volta concluso il progetto, le strutture pubbliche possano poi proseguire. Ma con quali mezzi e con quali risorse, se entrambe scarseggiano? Wallace-Hadrill cita preoccupato la decisione di stornare da Pompei il 25 per cento dei suoi fondi per dirottarli altrove.
Ercolano trae grandi benefici dalla cura Packard. Ma in questi giorni è stato ingaggiato un braccio di ferro con i vertici del ministero. Motivo: il finanziamento con poche decine di migliaia di euro, di Fasti Online, l´archivio elettronico degli scavi compiuti in tutto il mondo sostenuto da Packard e dal ministero. Che ora potrebbe non metterci più un soldo, irritando ulteriormente Packard.

La Repubblica 14.07.11

«Ma i precari continuano a essere sempre troppi» intervista a Mimmo Pantaleo

Mimmo Pantaleo, lei è il segretario generale della Flc Cgil: lo sblocco delle assunzioni è un passo così importante?
«Lo abbiamo ottenuto negli ultimi tre anni dopo le tante iniziative messe in campo, comprese le decine di migliaia di ricorsi presentati per la trasformazione a tempo indeterminato e le lotte dei lavoratori e delle lavoratrici precarie. Ma a ciò dovrà seguire la copertura integrale del turnover».

Quanti precari verranno stabilizzati e quanti saranno tagliati fuori?

«Circa 67 mila tra «Ata» e docenti. Ma noi vogliamo un piano pluriennale che copra tutti i posti vacanti e che regolarizzi i 130 mila «Ata» e docenti che ancora galleggiano sulla precarietà. Ma non è ancora chiaro se saranno inseriti subito in ruolo o nel triennio».

Quali saranno i vostri prossimi passi?

«A breve discuteremo sulle condizioni di immissione in ruolo e sulle condizioni del contratto per non penalizzare i diritti dei tanti, troppi precari della scuola. Quindi è urgente trovare in sede contrattuale le soluzioni più adeguate, senza interventi strutturali e permanenti o penalizzazioni per il personale precario».

La Stampa 14.07.11

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65 mila assunzioni subito o in tre anni?

Qualche sindacato si è spinto a precisare che tutti quei posti verranno assegnati per il 2011-12, mentre da varie fonti è stato detto che quei 65-67 mila posti verranno “spalmati” nell’arco del prossimo triennio. Non è stata chiaramente quantificata l’entità delle immissioni in ruolo secondo il piano triennale definito ieri mattina dai sindacati e dai ministri Gelmini e Brunetta. Si è parlato di 65 mila assunzioni a cominciare dal 1° settembre prossimo (c’è chi ha parlato di 67 mila immissioni in ruolo) e qualche sindacato si è spinto a precisare che tutti quei posti verranno assegnati per il 2011-12, mentre da varie fonti è stato detto che quei 65-67 mila posti verranno “spalmati” nell’arco del prossimo triennio.

Dal comunicato stampa del Miur si evince che quei 65 mila verranno distribuiti nel triennio (Piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di circa 65mila tra docenti e ATA, nell’arco degli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti disponibili in ciascun anno). Il Miur ha affermato che si tratta di assunzioni esclusivamente basate sul reale fabbisogno del sistema d’istruzione.

Se quei 65 mila posti sono stati calcolati sul reale fabbisogno della scuola, si dovrebbe pensare che in ciascun anno del triennio si rendono vacanti e disponibili poco più di 10 posti di docente e altrettanti di Ata. Ma già oggi i posti di docente vacanti e disponibili per il 2011-12 sono più di 20 mila e ancor più quelli Ata. I conti non sembrano tornare, a meno che sia vera la prima ipotesi dei 65 mila posti di docente e Ata subito, più il resto nel successivo biennio secondo il fabbisogno accertato a seguito dei pensionamenti.

Propende per una spalmatura di 65 mila posti nel corso del triennio anche la senatrice Bastico (PD), già viceministro all’istruzione che ha dichiarato “L’annuncio di un accordo governo-sindacati su un piano di 65mila immissioni in ruolo nella scuola è sicuramente una buona notizia, ottima se i 30mila docenti e i 35mila Ata fossero assunti tutti nel prossimo anno scolastico”.

“Infatti – sostiene la senatrice – i posti attualmente vacanti nella scuola, che sono tanti nonostante i tagli feroci del governo negli ultimi tre anni, lo consentono: agli oltre 20mila posti vacanti di docenti si aggiungono i 27mila pensionamenti di quest’anno; se poi il governo scegliesse opportunamente di stabilizzare gli insegnati di sostegno per i disabili si raggiungerebbe la quota complessiva di oltre 60mila posti disponibili. Per il personale Ata le 35mila assunzioni possono essere fatte immediatamente su posti già vacanti”.

Per chiarire ogni dubbio in merito e tentare l’immissione in ruolo da subito su tutti i posti vacanti, la senatrice, preoccupata che la “spalmatura” dei posti non avvierà a soluzione il precariato e anzi lo aggraverà, ha annunciato che avanzerà, per conto del Pd, una richiesta direttamente al ministro presente oggi in audizione nella VII commissione del Senato.

da TuttoScuola 14.07.11

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“Scuola: via libera a 67 mila assunti tra prof e ausiliari”, di Luana Silighini

Tutti gli insegnanti in classe dal primo giorno di scuola. È l’auspicio di ogni anno in questo periodo e stavolta il traguardo sembra vicino. Da Palazzo Chigi – dove ieri si è svolto un incontro tra il sottosegretario Letta, i ministri Brunetta e Gelmini e i sindacati, confederali e di categoria – è arrivato, infatti, il via libera all’assunzione di 67 mila persone, tra insegnanti (circa 30 mila) e personale ausiliario, tecnico e amministrativo, nella scuola. E le nomine, salvo imprevisti, dovrebbero essere fatte entro il 31 agosto per consentire, appunto, che il prossimo settembre, quando suonerà la prima campanella, i posti in organico di diritto siano tutti coperti da personale di ruolo.

«Dal prossimo anno scolastico il piano di assunzioni troverà piena attuazione – ha assicurato il ministro Maria Stella Gelmini – garantendo da un lato stabilità al personale della scuola e dall’altro la continuità didattica, indispensabile per elevare la qualità dell’offerta formativa». Il tutto, ovviamente, «a invarianza di spesa, come è doveroso in un momento di crisi», cosa che però non ha impedito di «dare una risposta forte al precariato».

«Si tratta di un importante passo per dare certezza nella continuità del rapporto di lavoro ai tanti docenti e ai lavoratori del comparto che, da anni, prestano il loro servizio nelle scuole», ha spiegato il ministro per la Pubblica amministrazione e l’innovazione, Renato Brunetta. «Utilizzeremo le graduatorie a esaurimento relative a tale anno a integrazione delle immissioni in ruolo già disposte – ha aggiunto – fermo restando il rispetto degli obiettivi programmati dei saldi di finanza pubblica».

Soddisfatti quasi tutti i sindacati. «Spero che il Governo e l’Aran (l’agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) diano una rapida attuazione a questo accordo che garantirà l’apertura dell’anno scolastico in un clima meno pesante degli anni passati», ha dichiarato il segretario generale Cisl, Raffaele Bonanni. Mentre Luigi Angeletti, segretario generale Uil, ha auspicato una norma, valida per tutto il pubblico impiego, per impedire che i contratti a termine siano procrastinati oltre i tre anni, pena sanzioni per i dirigenti responsabili.

Soddisfatta anche la Gilda degli insegnanti: «La stabilizzazione dei precari – ha affermato Rino Di Meglio, coordinatore nazionale – garantisce anche una maggiore stabilità delle attività didattiche». E ha aggiunto: «Non va dimenticato, però, che, per effetto della finanziaria 2008, la scuola è destinata a perdere 140 mila posti nei prossimi due anni. A questi tagli», ha concluso Di Meglio, «si aggiungeranno poi le riduzioni di organico imposte dal completamento del ciclo della scuola primaria e di secondo grado».

Più cauta invece la reazione di Susanna Camusso, segretario generale Cgil: «Un primo risultato, positivo ma ancora insufficiente, che è innegabilmente il frutto della nostra mobilitazione. Adesso ci batteremo non solo perché le assunzioni annunciate siano reali e operative da subito – ha proseguito il leader sindacale – ma soprattutto perché le soluzioni trovate non stravolgano strutturalmente il contratto nazionale di lavoro che, nella scuola, riguarda un milione di persone».

La Stampa 14.07.11