Latest Posts

"Cresce la pressione fiscale Colpite le famiglie più deboli", di Raffaello Masci

Le opposizioni (e si capisce), ma anche i sindacati, le Regioni, il forum delle Famiglie (cioè i vescovi), le associazioni non profit. Il coro di chi protesta contro il taglio lineare dei 483 tra bonus fiscali e agevolazioni che potrebbe scattare nel 2013 in assenza del varo della riforma fiscale, è numeroso, forte e dà voce alle famiglie italiane sulle quali, in massima parte, ricadranno tutte queste sforbiciate. Il perché di tanta rimostranza, semmai fosse necessario argomentarlo, è tutto in un numero: l’abbattimento dei bonus vale 20 miliardi, quindi circa 1,2% del Pil. Di conseguenza la pressione fiscale raggiungerà quota 43,7%. Pagheremo di più per avere di meno: il senso è questo.

Ad andarci di mezzo subito saranno le Regioni e gli enti locali, soggetti principali dell’erogazione dei servizi. Tant’è che la prima voce ad alzarsi contro questa falcidia è stata quella del presidente della Conferenza delle Regioni Vasco Errani. «Lo squilibrio dei tagli proposti dalla manovra – ha spiegato Errani sta nel fatto che questi gravano in modo insopportabile su Regioni ed enti locali. Basti pensare che poco meno del 50% dell’intervento finanziario pesa sui bilanci delle Regioni, e questo rappresenta un’ingiustizia e necessita di un serio riequilibrio. L’idea di dar luogo a un vergognoso scaricabarile istituzionale non è assolutamente praticabile».

Errani poi giudica la reintroduzione dei ticket sanitari, con i quali tutti dovremo fare i conti da lunedì prossimo, «una scelta gravissima che tocca il portafoglio degli italiani e che peraltro non contribuisce in alcun modo al finanziamento del Servizio sanitario nazionale e che, semmai, può dirottare la fornitura di determinati servizi verso il privato che proprio a causa del ticket guadagnerebbe una posizione di privilegio sul mercato».

Il dipartimento economico della Cgil ha prodotto uno studio sugli effetti della manovra e ne ha quantificato l’impatto tra i 1.200 e i 1.800 euro annui a nucleo familiare, con la specificazione che sarà soprattutto il lavoro dipendente a doversene fare carico. Lo ha ricordato anche la segretaria del sindacato, Susanna Camusso: «Quando si dice che si interviene sulle detrazioni – spiega – bisogna ricordare che la prima quota di detrazioni sono di protezione al reddito e che la seconda sono gli assegni familiari, cioè le detrazioni per i figli. Siamo di fronte, quindi, a una manovra che, partita per cambiare le aliquote e abbassare le tasse, si risolve nell’appesantire la pressione fiscale per lavoratori e pensionati».

Errani e la Cgil – si dirà – corrono con la sinistra, ma il Forum delle Famiglie, emanazione dei vescovi, è di tutt’altra sensibilità. Eppure tra le posizioni più dure contro i «tagli lineari» c’è proprio quella di questo organismo: «Noi – dice il vicepresidente Roberto Bolsonaro – avevamo individuato delle priorità su cosa tagliare tra le 483 voci di bonus e agevolazioni. Invece il governo cerca la guerra frontale con le associazioni delle famiglie. Non si può tagliare in maniera indiscriminata su tutto. La possibilità di fare scelte c’è, certo si scomoda qualcuno, ma un governo deve saper fare delle scelte». E il vescovo Mario Toso, segretario del pontificio consiglio Giustizia e Pace, se la prende proprio con il Pdl che, in quanto «partito di ispirazione cristiana» (fa parte del Ppe), non dovrebbe «considerare un’ulteriore penalizzazione della famiglia, tanto più che è rimasta uno dei pochi ammortizzatori sociali ancora in funzione». Anche il presidente dell’Agenzia per il terzo settore, Stefano Zamagni, commenta negativamente la scelta dei tagli alle agevolazioni fiscali: «Hanno scelto l’efficienza a scapito della giustizia redistributiva».

«La situazione – conclude la sociologa Chiara Saraceno – impone sacrifici per tutti, ma una politica di pura austerità, che non considera le condizioni per arrivare al domani, rischia di essere una manovra suicida: non si consuma più. Ma – insiste – non si può vivere solo di esportazioni». «Se proprio si dovevano ridurre le detrazioni – sostiene – l’intervento doveva riguardare altri familiari a carico, non i figli minori o quelli che studiano regolarmente. Tutto ciò succede in un Paese in cui esiste pochissimo per i figli. Le detrazioni non sono misure eque: sono più vantaggiose per i redditi alti che per quelli bassi o gli incapienti. Andava pure fatto un “disboscamento”, indubbiamente, ma in cambio di servizi».

La Stampa 15.07.11

******

“NON COLTIVIAMO TROPPE ILLUSIONI”, di ALBERTO ALESINA e FRANCESCO GIAVAZZI

I mercati non si sono tranquillizzati. Martedì pareva che si fossero un po’ calmati, ma solo perché la caduta dei prezzi era stata arrestata dall’intervento della Banca centrale europea che ha acquistato molti titoli pubblici italiani. Ma c’è un limite a quanto anche la Bce possa fare. Un’alternativa è che sia il Fondo europeo per la stabilità finanziaria ad acquistare titoli italiani, ma ciò significherebbe rendere ancor più trasparente il trasferimento fiscale dai contribuenti tedeschi a quelli italiani. Ma la riluttanza della Germania a farsi carico dei problemi di altri Paesi è sempre piu evidente. Ecco perché gli investitori si stanno chiedendo se l’Italia possa farcela da sola. Da lunedì scorso la nostra posizione è cambiata: ora non stiamo più con Francia e Germania nel gruppo dei Paesi «sicuri» , ma con la Spagna: il rendimento dei Btp italiani è ormai uguale a quello dei titoli spagnoli e lontano trecento punti dagli analoghi Bund tedeschi e dagli Oat francesi. Ciò significa che gli investitori non pensano più che un default dell’Italia (l’incapacità cioè di rimborsare i titoli di Stato) sia un evento con possibilità pressoché nulla. A questi prezzi, sui mercati si calcola che, in un orizzonte di cinque anni, la probabilità che l’Italia possa restituire solo 50 centesimi per ogni euro avuto in prestito è pari al 20%. Un default italiano rimane comunque una possibilità molto remota, ma ciò che si sta facendo per evitarlo non basta. È per questo che la nuova manovra finanziaria non ha convinto i mercati. Per due motivi: le misure sono ancora troppo sbilanciate sul 2013 e 2014, cioè dopo le prossime elezioni. Nel 2011 la manovra sarà di tre miliardi, di sei nel 2012 su una dimensione totale di 79 miliardi. Si deve anticiparne e di molto l’impatto. È per di più troppo sbilanciata sul lato delle entrate e fa poco sul taglio delle spese. L’annuncio che ripartiranno le privatizzazioni «nel 2013» , cioè quando ci sarà un nuovo governo, anziché tranquillizzare i mercati li ha probabilmente preoccupati ancor di più, perché rende evidente che considerazioni elettorali prevalgono sulla gravità della situazione. Inoltre l’Italia paga il fatto che misure per la crescita, deregolamentazione di certe professioni, miglioramenti nel campo della giustizia civile e nei costi burocratici per le imprese, vengono annunciati all’ultima ora sull’orlo del tracollo invece che costruite con calma anni orsono. E anche questo i mercati lo capiscono benissimo: danno cioè l’impressione di essere scelte preterintenzionali e non meditate. L’esperienza di altre crisi finanziarie insegna che la metà di agosto è un momento propizio per gli attacchi: i mercati sono poco liquidi e le decisioni di un piccolo numero di investitori sono facilmente amplificate. È accaduto nell’agosto del 1998 con il default della Russia e nell’agosto del 2007 quando scoppiò la crisi dei subprime americani. Il governo ha poche settimane di tempo per evitarlo. Ma ciò non significa concentrarsi su misure contabili di breve periodo che aumentano una pressione fiscale già alta. Bisogna anche annunciare riforme credibili che accelerino la crescita. È vero che queste riforme strutturali non daranno risultati sullo sviluppo immediati, ma in questo momento l’effetto annuncio, se credibile, può molto aiutare. I mercati devono convincersi che l’Italia sta cambiando passo. Altrimenti chi vorrà continuare a investire in un Paese che non cresce? Illudersi di avercela fatta solo perché stiamo per approvare questa manovra sarebbe un errore gravissimo.

Il Corriere della Sera 15.07.11

Sulla scuola una manovra all’insegna della crudeltà", di Franco Buccino

I provvedimenti della manovra che riguardano la scuola colpiscono in modo quasi esclusivo e con accanimento i più deboli del sistema, limitandone i diritti e la dignità. I provvedimenti della manovra che riguardano la scuola colpiscono in modo quasi esclusivo e con accanimento i più deboli del sistema, limitandone i diritti e la dignità. Si comincia prendendo di mira le scuole sottodimensionate, poi si passa agli alunni con disabilità, infine si colpiscono i docenti inidonei all’insegnamento per motivi di salute. Sono, tra l’altro, provvedimenti di difficile e complicata attuazione e che porteranno pochi risparmi. Si potrebbe dire che sulla scuola la manovra è all’insegna della crudeltà. Una cattiveria inutile e gratuita.

Si aboliscono d’un colpo scuole dell’infanzia, primarie e medie, riconducendole tutte in istituti comprensivi a partire dal prossimo primo settembre. Inoltre le scuole sottodimensionate, cioè con un numero di alunni inferiore a 500, non avranno più un “dirigente scolastico a tempo indeterminato”; per la verità non avranno neanche un incaricato a tempo determinato, ma un “reggente”. Si tratta di scuole che già hanno i loro problemi: spesso sono decentrate, con personale che appena può scappa. Queste scuole saranno rette per un tempo indefinito da un dirigente che non potrà dedicarsi a loro se non molto parzialmente, avendo già una scuola da dirigere di almeno mille alunni. La maggioranza di studenti, docenti e personale Ata si troveranno da settembre con nuove scuole e nuovi presidi. O meglio si dovrebbero trovare con nuove scuole e nuovi presidi, in realtà l’operazione non sarà possibile realizzarla per il prossimo anno. Ma un bel po’ di scuole, già sfigate per fatti loro, di certo si troveranno senza dirigente.

Dopo la micidiale cura dimagrante di personale, che sta immiserendo i corsi di studi e mandando a spasso migliaia di precari, ora si inserisce una norma che blocca questo organico essenziale anche in presenza di più alunni iscritti. Da settembre c’è già l’ultima tranche di tagli stabiliti nel 2008. Non potendo procedere con nuovi tagli, si creano le premesse per ridurre ulteriormente i posti. Prendendo di mira contemporaneamente i ragazzi con disabilità e gli insegnanti di sostegno. Innanzitutto nell’accertamento delle disabilità, a garantire la veridicità degli atti delle commissioni, si inserisce un medico dell’Inps: come se le commissioni facessero continui imbrogli e come se ci fosse una corsa dei bambini a farsi dichiarare handicappati. Il rapporto insegnanti di sostegno/alunni con disabilità e le deroghe non vengono toccati. Ma si dice che l’integrazione è portata avanti, insieme, dagli insegnanti di sostegno e dai docenti comuni, e che questi ultimi si formeranno sul tema dell’integrazione in appositi corsi. C’è più d’un sospetto che l’Amministrazione scolastica voglia affidare l’integrazione agli insegnanti comuni, ricollocando gli insegnanti di sostegno di ruolo sulle loro materie di insegnamento e dando il benservito agli insegnanti di sostegno precari. Ha già fatto così nella scuola primaria con l’insegnamento della lingua straniera. Gli specialisti di lingua li ha rimandati sui posti comuni; ora tutti gli insegnanti della primaria possono insegnare lingua straniera dopo la frequenza di un corso di poche decine di ore. La qualità dell’insegnamento non è la stessa, ma il risparmio di posti è stato notevole.

Ci sono nelle scuole cinque-sei mila insegnanti dichiarati da commissioni mediche inidonei all’insegnamento ma idonei in altri compiti. Questi altri compiti sono in genere compiti di supporto didattico: biblioteca, ricerca e aggiornamento, laboratori, collaborazione con le segreterie. Conservano lo status di docenti, con un orario di trentasei ore settimanali. La loro funzione è riconosciuta e apprezzata dai colleghi e dalla scuola, anche se a volte il rendimento e l’impegno sono condizionati dal precario stato di salute. In passato si è pensato di trasferirli presso altre Amministrazioni, ma per vari motivi non lo si è fatto: perché servono, perché sono docenti con anni di insegnamento alle spalle, forse perché non è facile ricollocare persone in gran parte assunte con la laurea. La manovra pensa di risolvere alla grande il problema, dedicando agli inidonei ben quattro dei sedici commi dell’articolo sulla scuola. Si direbbe con accanimento. I docenti inidonei transitano nei ruoli degli assistenti, sottraendo posti agli assistenti precari. Quanti non accetteranno o non troveranno posto passeranno ad altre Amministrazioni pubbliche nella regione o in altra regione. Nonostante la professionalità acquisita, le lauree e i problemi di salute.

La scuola pubblica di questi anni ricorda una ricca e sontuosa dimora, un castello, una tenuta, che indifesa è sottoposta a razzie e saccheggi. Con le prime incursioni si portano via arredi e oggetti di valore in abbondanza. Successivamente diventa più difficile trovare cose da asportare. Alla fine portano via marmi, legni e perfino tegole. Poi, diroccata, l’abbandonano perfino i saccheggiatori. Saremo presto a questa fase. Oggi, per recuperare ancora qualche risorsa, sconvolgono un piano di dimensionamento della rete scolastica, ignorando le prerogative degli enti locali; rimettono in discussione l’integrazione dei ragazzi con disabilità, creando tanti ostacoli all’inserimento nelle classi comuni con l’ausilio degli insegnanti di sostegno da far sospettare che hanno in mente le classi speciali e differenziali; sacrificano docenti che per motivi di salute non stanno più in classe ma che vogliono mettere ancora la propria professionalità a servizio della scuola. Il ministro Gelmini, con Tremonti e tutto il governo, ha di che vergognarsi.

da Orizzonte Scuola 15.07.11

"Piano assunzioni. A quali condizioni?", da La Tecnica della Scuola

La legge subordina l’avvio del piano alla sottoscrizione di un accordo sindacale che garantisca l’invarianza di spesa. Ma questo obiettivo si può raggiungere solo azzerando le ricostruzioni di carriera. Dopo l’euforia provocata dall’annuncio delle 67mila assunzioni di altrettanti precari (30.500 docenti e 36.700 Ata) arriva il momento della riflessione.
Nella giornata del 14 luglio il ministro Renato ha dato infatti un annuncio che vale la pena di analizzare con attenzione.
“Il ministro Renato Brunetta – si legge nella nota – comunica di aver dato mandato all’ARAN di avviare immediatamente le trattative per la modifica delle norme contrattuali in relazione ai nuovi inquadramenti”.
La domanda è d’obbligo: perché aprire una sessione contrattuale per dare avvio al piano di assunzioni? Finora non era mai accaduto.
Ma, se si legge con attenzione il testo della legge, forse si riesce a capire meglio la questione: in effetti il comma 17 dell’articolo 9 della legge di conversione parla di un piano di assunzioni “in esito ad una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della Scuola, che assicuri il rispetto
del criterio di invarianza finanziaria”; e, se si va a spulciare fra gli atti parlamentari, si scopre che la relazione tecnica è ancora più chiara in quanto si dice esplicitamente che “l’adozione del piano è subordinata agli esiti di una specifica sessione negoziale concernente interventi in materia contrattuale per il personale della scuola nel rispetto del criterio dell’invarianza finanziaria”.
Insomma: il piano non è automatico ma è subordinato alla stipula di un contratto nazionale che preveda che le nuove assunzioni non determinino oneri aggiuntivi.
Ma quali oneri potrebbero insorgere dal piano di assunzioni?
Certamente i nuovi assunti chiederanno la ricostruzione della carriera e siccome si tratterà di precari con almeno una decina di anni di servizio alle spalle è evidente che per ognuno di essi bisognerà calcolare un onere di diverse migliaia di euro.
Ecco allora che nasce la necessità di modificare le norme attualmente in vigore.
E’ possibile, insomma, che l’atto di indirizzo che il ministro Brunetta sta inviando all’Aran preveda proprio la modifica delle norme in vigore sulla ricostruzione di carriera.
La prossima settimana i sindacati potrebbero essere messi di fronte ad una scelta difficile: mantenere le regole attuali sulle ricostruzioni di carriera e quindi accettare il rinvio del piano di assunzioni a tempi migliori oppure accettare di fatto l’azzeramento di tutto il servizio pre-ruolo e dare il via libera alle nuove assunzioni.
Se sarà così, la scelta sarà comunque difficile.

La Tecnica della Scuola 15.07.11

"Naufraghi all´improvviso", di Massimo Giannini

Ora qualcuno dovrà spiegare agli italiani come sia stato possibile, dall´oggi al domani, passare da «La nave va» di Silvio Berlusconi al «Titanic» di Giulio Tremonti. Qualcuno dovrà chiarire a un´opinione pubblica confusa come sia stato possibile precipitare in poche ore dalla leggenda berlusconiana su un´Italia «che è già uscita fuori dalla crisi e l´ha superata molto meglio degli altri», alla tregenda tremontiana intorno a un Paese che a causa del suo debito pubblico «rischia di divorare il futuro nostro e quello dei nostri figli».
In questo abisso di contraddizione politica e di contraffazione mediatica è racchiuso il fallimento di un governo che per tre anni ha colpevolmente negato l´evidenza, e che adesso è brutalmente travolto dall´emergenza. Nessuno ha spiegato e spiegherà ai cittadini storditi dalla stangata in arrivo questo clamoroso e doloroso cortocircuito. Soprattutto non lo farà l´unico artefice del colossale inganno, cioè il presidente del Consiglio. Il Cavaliere Inesistente, come da romanzo di Calvino. Da una settimana non si vede e non si sente. Il Paese è nel mirino della speculazione, alla quale offre ogni pretesto possibile per attaccare: un premier bollato come “corruttore” da una pronuncia civile derivata da una sentenza penale passata in giudicato, una maggioranza lacerata dalle guerre intestine, una teoria di ministri mascariati da richieste di processo per mafia o lambiti da scandali affaristici e da faide interne agli apparati dello Stato. L´Italia, in queste penose condizioni, torna ad essere la seconda “i” dell´acronimo dei derelitti di Eurolandia: siamo “Piigs”, insieme a Portogallo, Irlanda, Grecia e Spagna. Berlusconi tace. Raccontano che sia occupato dall´organizzazione delle sue prossime ferie ad Antigua. Da mattatore del Villaggio Globale ad animatore del Villaggio Vacanze, come già gli successe nell´estate rovente del 2006.
L´assordante silenzio è colmato da una esplicita supplenza. Sul fronte internazionale, la Merkel e Bernanke incoraggiano l´Italia a non desistere dal rigore. Sul fronte interno, il presidente della Repubblica e il governatore della Banca d´Italia ottengono quel frammento di «coesione nazionale» utile a portare a casa almeno questa manovra. Il ministro dell´Economia va in Senato a mettere la faccia sul maxi-decreto da ultima spiaggia, da approvare subito, pena l´attacco finale dei mercati. Tremonti fa un discorso grave, da «ora delle scelte irrevocabili». Rilancia l´immagine apocalittica di un´Europa che incontra «un appuntamento col destino», consapevole che «la salvezza non arriva dalla finanza ma dalla politica» e che «la politica non può fare errori».
Ma neanche lui spende una parola per giustificarsi e per scusarsi, di tutti gli errori madornali che questo governo ha commesso dal trionfo elettorale dell´aprile 2008 in poi. Non un “mea culpa”. Solo l´appello accorato a unire le forze, perché «il Paese ci guarda, guarda il governo, guarda la maggioranza, guarda l´opposizione».
L´appello va raccolto. Nessuno può giocare a dadi contro il proprio Paese, all´insegna dello sfascismo e del peggiorismo. Nessuno si augura che l´Italia faccia la fine della Grecia, che trascini nel baratro se stessa e l´intera unione monetaria europea. Nessuno spera che la caduta di Berlusconi sia uno spettacolo che valga “qualunque prezzo”, compresa la bancarotta nazionale. Dunque la manovra-lampo deve passare. Ma nel momento in cui il Parlamento assume fino in fondo questa responsabilità, non si può non dire di chi è la colpa, se oggi siamo arrivati a questo durissimo tornante della Storia. E soprattutto non si può non dire che l´«imperativo categorico», al quale ora l´insipienza e l´incoscienza di chi governa ci ha costretto, ha un costo sociale enorme, e purtroppo ancora una volta squilibrato a danno di chi è più debole. Un ceto medio ormai sempre più esteso e indifeso è obbligato a ingoiare i ticket sanitari, il blocco dei contratti nel pubblico impiego, la riduzione delle cattedre nella scuola, in prospettiva persino il colpo di scure sulle detrazioni fiscali per i coniugi e i figli a carico. A regime, solo per le ricadute sull´Irpef, una “botta” stimata in oltre 500 euro a famiglia.
E a poco servono le presunte “correzioni perequative”, come la rimodulazione della “patrimoniale mascherata” sui conti di deposito o il contributo di solidarietà sulle pensioni d´oro. Ancora meno servono le privatizzazioni e le liberalizzazioni alle vongole, come dimostra la penosa Vandea corporativa degli avvocati-deputati del Pdl, che gli ha fruttato la blindatura di un Ordine professionale ancora una volta sacro e intoccabile. Sale sulle ferite di un corpo sociale che paga sempre. Lieve prurito sulla pelle di categorie che non pagano mai.
Anche il centrosinistra è costretto a turarsi il naso e a lasciare che la manovra passi così. Con tutte le sue iniquità qualitative e le sue criticità quantitative, che pesano e peseranno. Non solo sulle tasche dei contribuenti, ma anche sul giudizio dei mercati. Questa manovra da 40, 49 o 65 miliardi che siano, infatti, rischia di non bastare a fermare l´onda speculativa che monta. La calma apparente degli ultimi due giorni è già finita. La Borsa torna a perdere, i titoli bancari tornano a cadere, lo spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi torna sopra a quota 300, all´asta dei Btp il “premio di rischio” richiesto per investire sull´Italia sale a livelli mai conosciuti dall´avvento dell´euro. È il segno che la “cura” non basta, perché nonostante tutto non appare credibile né sulle politiche di risanamento né, meno che mai, sulle politiche di crescita. Non basta inchinarsi doverosamente al totem del “pareggio di bilancio”: va inseguito nei fatti, non solo celebrato nelle parole. E questa manovra non da sufficienti sicurezze.
Questo è il “conto” da saldare, che il Cavaliere Inesistente lascia sul tavolo della crisi. Senza battere ciglio e senza pagare “pegno”. Lo rammentino gli italiani, quando saranno in fila con il portafoglio aperto per una visita medica, o verseranno il bollo sui Bot. Soprattutto, lo ricordino nel segreto dell´urna, quando saranno richiamati a votare. A questo punto, speriamo davvero il più presto possibile. Naufraghi all´improvviso, forse siamo ancora in tempo per scendere dal Titanic.

La Repubblica 15.07.11

"La politica immune ai sacrifici", di Luigi La Spina

Ormai gli italiani hanno capito, con triste chiarezza, il destino che li attende: per la grandissima parte di loro, il futuro porterà una riduzione del loro tenore di vita. Ci saranno più tasse, meno servizi pubblici e, molto probabilmente, un aumento dell’inflazione. D’altra parte, i moniti di Napolitano sulla gravità del momento, i riferimenti di Tremonti al Titanic e, soprattutto, i segnali che arrivano dai mercati finanziari sono troppo espliciti per coltivare ancora qualche illusione. Al di là delle recriminazioni sui ritardi con i quali si è affrontata la crisi, sulle ingannevoli promesse sparse a piene mani fino a qualche settimana fa, la necessità di una manovra correttiva sui conti dello Stato è largamente condivisa, anche se è del tutto legittima la discussione sul modo con il quale viene attuata da parte del governo. Ma i contrasti sul merito dei provvedimenti, questa volta, non costituiscono il più grave rischio per l’accettazione di queste misure, sia pure amare, da parte degli italiani.

Il passato, anche recente, ci insegna che l’appello ai sacrifici, in vista di un obiettivo importante o per evitare un grave danno collettivo, viene sempre compreso dai nostri concittadini, con un notevole e, spesso, persino sorprendente senso di responsabilità nazionale.

Il pericolo maggiore è un altro. La coincidenza temporale tra il varo di questa manovra e la diffusione di intercettazioni che rivelano un costume pubblico vergognoso e inaccettabile rende sconcertante l’assenza di una qualsiasi iniziativa, di una certa consistenza, per imporre tagli e sacrifici anche alla classe politica, nazionale e locale, che ci governa. Di fronte a una stretta sulla sanità, sulle pensioni, sui risparmi che arriverà a oltre 87 miliardi è prevista solo una ridicola diminuzione di quasi 8 milioni sui rimborsi elettorali per i partiti. Una percentuale facilmente calcolabile anche per i deboli in matematica: meno dell’uno per mille.
È chiaro che con i risparmi sulla politica non si salvano i conti dello Stato, ma quello che amareggia è il generale muro di gomma che respinge ogni tentativo di contenere le spese. Il tanto promesso taglio delle province è stato bocciato, non si annunciano decurtazioni di stipendi o annullamenti degli scandalosi privilegi pensionistici riservati a parlamentari e amministratori pubblici, né riforme per ridurre drasticamente i membri delle Camere, dei consigli regionali, comunali, circoscrizionali e delle amministrazioni pubbliche.

Non si tratta di sollecitare il qualunquismo nazionale contro il prezzo della democrazia o il facile moralismo contro una categoria che, come tutte, comprende persone oneste e non. Ma di manifestare la sorpresa per l’incredibile insensibilità di una classe politica che non si accorge degli umori dell’opinione pubblica e che rischia, proprio per questo, di alimentare qualunquismo e moralismo. Soprattutto in un momento in cui la credibilità di chi chiede ai cittadini sacrifici richiederebbe almeno un gesto simbolico, importante e significativo, di condivisione di quei sacrifici.

Come si può non comprendere l’effetto sull’opinione pubblica di una dichiarazione come quella dell’avvocato della Minetti che, con un candore stupefacente, mette sullo stesso piano il «regalino» di un’auto all’amica di turno con l’elezione a consigliere regionale? Un paragone che annulla completamente la differenza tra le spese di un privato cittadino e quelle pagate da tutti noi. Come non comprendere l’effetto sull’opinione pubblica per la pretesa che la moglie di un deputato debba raggiungere «ovviamente» lo stipendio di 35 mila euro al mese? Forse non sono provate responsabilità penali, cioè un effettivo scambio di favori, ma sembra di assistere a una nuova forma di quella che Di Pietro, quando faceva il magistrato, chiamava «dazione». Quella che potremo battezzare come «futuribile», quella che si fa in vista di un aiuto magari solo possibile o probabile.

Proprio perché in una democrazia liberale l’appello alla moralità pubblica non ha molto senso, ma quello che conta è il rispetto delle regole e delle leggi, si tratta di ridisegnare i confini perduti e, prima di tutto, quelli tra servizio dello Stato e servizio di interessi privati. A parte il conflitto più clamoroso, quello che tocca Berlusconi, il più recente esempio di questa confusione che ormai sta dilagando nella nostra vita pubblica riguarda la reazione degli avvocati che siedono in Parlamento contro l’ipotesi di abolizione del loro ordine. Anche in questo caso, come si fa ad ammettere che professionisti, eletti deputati o senatori, continuino tranquillamente a condurre i loro studi, senza avvertire il contrasto di interessi che si potrebbe determinare con il loro nuovo mestiere?

La democrazia ha un costo ed è giusto che i cittadini paghino il prezzo di un regime che si è dimostrato, almeno finora, il migliore di quelli comparsi da secoli nel nostro mondo. Ma è proprio delle democrazie l’impossibilità di accettare che tra governanti e governati ci sia un muro di distacco e di incomprensione. Purtroppo quel muro, in Italia, si sta alzando pericolosamente.

La Stampa 15.07.11

Manovra, Legnini: "Governo ha voluto mantenere vitalizi"

“I gruppi d’opposizione avevano presentato e sottoscritto solo 22 emendamenti, il 10% appena del totale di quelli presentati ed esaminati. Di tutto questo, il governo non ha accolto nulla”.
“I gruppi d’opposizione avevano presentato e sottoscritto solo 22 emendamenti, il 10% appena del totale di quelli presentati ed esaminati, su temi di primaria importanza che erano stati anticipati al Ministro Tremonti che pure aveva dimostrato una apertura”.

Lo ha dichiarato il senatore Giovanni Legnini, relatore di minoranza nel corso del dibattito sulla manovra in corso nell’aula di Palazzo Madama. “Avevamo chiesto – ha spiegato Legnini – di esaminare un pacchetto serio, e non una presa in giro sui costi della politica, con l’anticipo al 2012 dell’equiparazione del trattamento economico a quello dei Paesi di testa dell’area Euro estendendo questo trattamento anche ai membri del governo. Avevamo poi chiesto una norma sui vitalizi per superare l’insostenibile sistema attuale sostituendolo con quello contributivo come per tutti i lavoratori dipendenti; e ancora: norme più serie e incisive su auto e voli blu riducendoli drasticamente a pochi soggetti e solo ad effettive esigenze di servizio”.

“Volevamo – ha proseguito il senatore PD – l’inclusione dei referendum nell’election day e la proposta di una sola società pubblica per gli enti locali chiudendo migliaia di società in eccesso con relativi consigli di amministrazione. Nella lotta agli sprechi e ai privilegi, abbiamo proposto l’introduzione di un tetto ragionevole alle retribuzioni dei dirigenti pubblici, l’accorpamento delle province con popolazione inferiore a 500.000 abitanti e dei piccoli comuni; Come altro atto se non di buongoverno ma di elementare buonsenso, avevamo chiesto la riorganizzazione degli uffici periferici dello Stato accorpandoli alle Prefetture ridotte anch’esse per effetto della riduzione del numero delle Province.

“Avevamo chiesto – ha concluso Legnini – di ripristinare trasparenza e concorrenza negli appalti pubblici eliminando la norma estensiva della trattativa privata per lavori fino a 1 milione (il 96% degli appalti), le norme sui grandi eventi ( quelli della cricca), la secretazione degli appalti SOGEI. Di tutto questo, il governo non ha accolto nulla”.

www.partitodemocratico.it

Regolamento sull'abilitazione scientifica nazionale per l'accesso al ruolo dei professori universitari: il nostro no

Oggi, la commissione Cultura della Camera ha espresso parere favorevole allo schema di regolamento sull’abilitazione scientifica nazionale. Il Gruppo del Partito Democratico ha votato contro, presentando un parere alternativo a quello della maggioranza, che contiene le ragioni del nostro dissenso.

Schema di decreto del Presidente della Repubblica recante regolamento per il conferimento dell’abilitazione scientifica nazionale per l’accesso al ruolo dei professori universitari. Atto n. 372
PROPOSTA DI PARERE ALTERNATIVO PRESENTATO DAI DEPUTATI GHIZZONI, NICOLAIS, MAZZARELLA, BACHELET, MELANDRI, COSCIA, DE BIASI, DE PASQUALE, DE TORRE, LEVI, LOLLI, PES, ROSSA, RUSSO, SIRAGUSA, GIULIETTI e ZAZZERA

La VII Commissione, esaminato l’atto del Governo n. 372,
premesso che:
è sempre più avvertita e pressante la necessità di avviare, con immediatezza, procedure per l’accesso ai diversi livelli della docenza universitaria al fine di assicurare funzionalità a strutture ormai depauperate dall’esodo per limiti di età di un elevato numero di professori;
questa circostanza comporta l’impossibilità di organizzare la didattica e la ricerca universitarie secondo una programmazione razionale, in coerenza con le esigenze degli studenti e la vocazione specifica degli atenei; tutto ciò, inoltre, costringe gli atenei a ridurre l’offerta formativa anche nei settori scientifici e disciplinari di rilievo per la maggior parte dei corsi di laurea;
i continui cambiamenti nella normativa dei concorsi hanno di fatto bloccato il processo di selezione e progressione nella carriera universitaria, ormai da oltre tre anni e senza che se ne veda una fine; ciò aggrava il sentimento di frustrazione che già pervade i giovani impegnati da tempo nell’accademia, rendendo sempre più aleatorie le loro opportunità di cimentarsi in una valutazione determinante, non solo per il loro futuro professionale, ma anche per la crescita del patrimonio scientifico e culturale del Paese;
la proposta di regolamento in esame giunge in ritardo all’esame delle Commissioni competenti e sarà emanato ben oltre la scadenza dei 90 giorni previsti dalla legge 240 a causa dei grossolani errori contenuti nel testo, approvato a gennaio dal Consiglio dei Ministri, che hanno suscitato molti rilievi da parte del Consiglio di Stato, costretto ad esercitare – in questo caso – un ruolo improprio di correttore di bozze per eliminare almeno le più evidenti illegittimità formali;
l’eventuale conseguimento dell’abilitazione costituisce soltanto un presupposto e di conseguenza sarà necessario ulteriore tempo per espletare procedure di valutazione a livello di ateneo prima di raggiungere l’accesso al ruolo di professore e la progressione di carriera;
lo schema di regolamento sottoposto a luglio all’esame della Commissione, lungi dal definire compiutamente la procedura prevista e consentire in tempi ragionevoli l’avvio delle sessioni di abilitazione, rinvia, in una sorta di gioco di scatole cinesi, ad altri atti ministeriali, su aspetti di estrema delicatezza giuridica, quali quelli relativi alle modalità di individuazione delle commissioni di valutazione, alla delimitazione dei settori concorsuali e soprattutto ai criteri di selezione dei candidati, cioè alla sostanza del provvedimento;
si definisce in 90 giorni il termine per la conclusione delle suddette procedure, ma tale scadenza non può avere alcuna credibilità poiché viene fissata in un testo che già non ha rispettato il medesimo termine per l’emanazione; è altresì poco credibile la scadenza di 30 giorni, che probabilmente cadrebbe nel prossimo mese di agosto, per la definizione di argomenti complessi come i settori concorsuali e i criteri di valutazione;
le audizioni svolte dalla Commissione hanno posto in evidenza quanto questi argomenti siano determinanti per il futuro assetto delle nostre università e quanto possano incidere sull’evoluzione della produzione scientifica del Paese;
le decisioni su questi argomenti sono rinviate con l’unico scopo di sottrarle al controllo del Parlamento; si rinvia, infatti, a provvedimenti di ordinaria amministrazione che non hanno bisogno di pareri parlamentari a differenza del regolamento in esame;
si procura quindi un ulteriore ritardo nell’applicazione delle legge 240, non già per rendere più efficiente le procedure, ma anzi per renderle meno trasparenti e verificabili nelle sedi istituzionali, sottraendo al Parlamento il controllo sulla sostanza del provvedimento e allo stesso tempo costringendolo a discutere di un testo parziale e senza alcuna attuabilità amministrativa;
prima di avventurarsi nella emanazione di nuove norme sarebbe opportuno attuare quelle già approvate da molto tempo: a tale proposito, si ricorda che l’Anagrafe dei professori e dei ricercatori, istituita con il decreto legge 180 del 2008, non è ancora attivata. Non si comprende, peraltro, per quali motivi il ministero non ne abbia ancora autorizzato il valore amministrativo, pur essendo ormai risolti da tempo i problemi tecnologici e funzionali;
la piena funzionalità dell’Anagrafe semplificherebbe molti problemi segnalati dal Consiglio di Stato in riferimento alla disponibilità delle pubblicazioni – in particolare la privacy e i diritti di autore – e renderebbe non più necessarie molte procedure del presente schema di regolamento, estendendo i benefici a tutte le altre prove di valutazione che seguiranno e non solo in materia concorsuale;
la diffusione degli adempimenti burocratici è forse il problema più grave della vita universitaria e la logica della legge 240 del 2010 rischia addirittura di aggravarlo; almeno in sede attuativa, quindi, si dovrebbero studiare le soluzioni migliori per ridurre il peso delle procedure e comunque non aumentarle. A tale riguardo non si comprende la necessità di un bando annuale per le abilitazioni visto che esse non richiedono comparazioni tra candidati ma soltanto il riconoscimento di un livello determinato della produzione scientifica individuale; si sarebbero potute esperire altre modalità più flessibili, quali ad esempio la domanda per il riconoscimento dei titoli maturati che il candidato può inviare alla commissione in qualsiasi momento. Questa procedura semplificata potrebbe essere operativa a regime, quando cioè saranno stati superati i problemi di ingolfamento iniziale delle domande. Inoltre, merita sicuramente una semplificazione la normativa relativa alla nomina delle commissioni, poiché nella versione attuale dello schema di regolamento risulta allo stesso tempo eccessivamente burocratica e aleatoria negli esiti; infatti, il Consiglio di Stato ha bocciato la pretesa del ministro di valutare i titoli dei candidati commissari che avrebbe costituito una palese invasione politica nei confronti dell’autonomia universitaria. Poiché il ministro non ha risposto all’obiezione del Consiglio di Stato si deve ritenere illegittima su questo punto la formulazione dello schema di regolamento;
i fondi stanziati dalla legge n. 240 del 2010 (comma 9, articolo 29) per i concorsi di professore associato non sono stati ancora ripartiti ai diversi atenei, poiché ad oggi non si è data attuazione alla disposizione della legge di stabilità 2011, la quale prevede che al «31 gennaio di ogni anno sia emanato un decreto interministeriale per l’approvazione di un piano straordinario per la chiamata di professori associati per ciascuno degli anni 2011-2016». A tale proposito, si rileva che il Governo ritarda la risposta all’atto di sindacato ispettivo 5/04670, depositato il 28 di aprile scorso, sull’argomento in parola: evidentemente l’esecutivo non vuole chiarire i motivi di tale ritardo e neppure è in grado di prevedere quando sarà possibile attuare l’impegno. L’inadempienza ministeriale vanifica l’accesso al ruolo anche per i candidati che hanno già ottenuto l’idoneità con le vecchie procedure e smentisce una promessa sbandierato dal ministro durante la discussione parlamentare sulla legge medesima come soluzione per i giovani ricercatori e accolta nel dibattito parlamentare da alcuni gruppi come condizione per l’espressione del voto favorevole sul disegno di legge;
i rinvii e gli errori accumulati dal presente schema – severamente stigmatizzati da una fonte autorevole come il Consiglio di Stato – e in generale le inefficienze nella gestione dei fondi – dai ritardi dei Prin fermi al 2009 a quelli del FFO erogati solo nel 2011 per l’annualità dell’anno precedente, per non parlare della mancata assegnazione dei fondi PON per la ricerca nel Mezzogiorno – dimostrano l’inadeguatezza ministeriale, in particolare a gestire l’enorme carico amministrativo concentrato dalla legge 240;
dalle premesse si evince quanto il parziale provvedimento in esame sia inadeguato ad attivare efficacemente le procedure di abilitazioni e allo stesso tempo sia foriero di ulteriori ritardi;
pertanto, alla luce delle considerazioni in premessa, si esprime,
PARERE CONTRARIO
e si invita il governo a presentare all’esame delle Commissioni parlamentari uno schema di regolamento comprensivo dei criteri di valutazione e dei settori concorsuali e pertanto immediatamente attuativo, senza rinvii a ulteriori provvedimenti. Tale schema deve essere accompagnato da un ulteriore decreto ministeriale per autorizzare la piena funzionalità dell’Anagrafe dei professori e dei ricercatori e dal decreto interministeriale per il riparto tra gli atenei dei fondi relativi ai concorsi per il ruolo di professore associato.