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Assunzioni, per i 210.000 prof che non ce la faranno si fa dura", di Alessandro Giuliani

I sindacati portano a casa un bel risultato: basta dire che l’assunzione dei 32.000 docenti cade alla vigilia del triennio di blocco del turn over della Pa. Il problema è che l’esercito di abilitati che rimarrà alla finestra verrà assunto solo sulla base dei posti vacanti a livello regionale. La metà dei quali andranno a chi uscirà dai Tfa. Oltre 32.000 insegnanti precari presto, probabilmente entro il prossimo 31 agosto, verranno convocati dai rispetti Usp per firmare l’immissione in ruolo. Per i sindacati è un bel risultato (stavolta anche per la Flc-Cgil) . Non hanno potuto che apprezzare: prima di tutto perché la garanzia del posto di lavoro rimane sempre il motivo principale dell’esistenza delle organizzazioni sindacali. In secondo luogo perché non bisogna dimenticare che l’ondata di assunzioni si colloca pur sempre nel contesto di un pubblico impiego, dove sino al 2014 vige il blocco del turn over (si salvano le professioni in divisa e poco altro). Dire, quindi, che si tratta di un semplice turn over significa non volere tenere conto del fatto che in qualsiasi altro Ministero i vincitori di concorso rimarranno al palo, al massimo potranno svolgere sostituzioni, almeno per altri tre anni.
Ma qui finiscono i lati positivi dell’operazione presentata oggi (alla presenza dei trionfanti ministri Gelmini e Brunetta) nella cornice di Palazzo Chigi. Già perché la piaga del precariato rimane più che mai viva. Cerchiamo di capire perché. Se per il personale Ata il numero di precari verrà infatti dimezzato (ad occhio e croce con le 35.000 assunzioni ne rimarranno più o meno altrettanti), per i docenti la bilancia continua a pesare maledettamente ancora dalla parte di chi è in lista di attesa: dalll Gae, infatti, non si muoveranno in almeno 210.000. Per loro – in prevalenza laureati, pluriabilitati e specializzati, in media alle soglie dei 50 anni – non rimarrà che sperare nelle supplenze annuali (fino al 30 giugno o 31 agosto); quelli che non ce la faranno si dovranno accontentare di sostituire i collegi di ruolo in malattia o aspettativa: come ultima possibilità avranno la possibilità di accedere al salva-precari, che permette di incamerare comunque i punti e portare a casa circa a metà stipendio, e ai contratti di disponibilità (nelle Regioni dove verranno attivati). Poco male, qualcuno potrebbe dire: sono abituati. Sepsso da oltre 20 anni. Il problema è che per coloro che non avranno la fortuna di prendere il ruolo nel prossimo triennio, la prospettiva che potranno comunque farlo in futuro non è proprio così scontata. Prima di tutto perché dopo questo corposo numero di assunzioni a titolo definitivo, si prevede di nuovo un ritorno alla tecnica del “contagocce”: il Miur, infatti, ha in modo sibillino annunciato, sempre oggi, che la “nuova filosofia”, prescelta dai piani alti di Viale Trastevere, è quella di attuare d’ora in poi “esclusivamente assunzioni basate sul reale fabbisogno del sistema d’istruzione”. In particolare, aggiungiamo noi, verranno assunti i docenti sulla base degli organici regionali. Che una volta al completo, per tornare a far assumere dovranno privarsi di altro personale andato in pensione. Ed anche su questo versante c’è poco da ridere, visto che tra gli insegnanti oltre l’80 per cento sono donne e che proprio per il sesso femminile l’accesso alla pensione di vecchiaia dal prossimo anno passerà a 65 anni.
A ridurre ulteriormente le possibilità di assorbimento dei 210.00 che rimarranno in attesa del ruolo (ce ne sarebbero anche altri 20.000 neo-abilitati che “scalpitano” e a cui l’inserimento è stato negato in Finanziaria…) ci sta, infine, l’imminente attivazione del nuovo modello formativo e di reclutamento dei docenti: si parla già di un numero chiuso fortemente limitante, in particolare di non oltre 25.000 iscritti alle lauree magistrali. Non tantissimi, certo. Ma quando avranno terminato anche per loro si creerà una graduatoria. Che andrà ad assorbire la metà dei posti vacanti

La Tecnica della Scuola 14.07.11

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“Per i precari un piano piccolo piccolo”, di Osvaldo Roman

Non si tratta di un avvenimento epocale perché avviene a costo zero e lascia sul terreno solo per il prossimo anno quasi i due terzi dei posti lasciati liberi dal turn-over. Con l’incontro di oggi a Palazzo Chigi tra il sottosegretario Letta, i ministri Brunetta e Gelmini e i sindacati è stato dato il va libera a 67 mila assunzioni nella scuola dal prossimo 1 settembre. Verranno immessi in ruolo nei prossimi tre anni scolastici 30.482 docenti e 36.488 ausiliari tecnici e amministrativi (Ata).
Il comunicato ministeriale è infarcito di propaganda e di falsità. In realtà i posti disponibili già dal prossimo anno, anche causa dei pensionamenti, sarebbero molti di più dei miseri 10 mila posti di docenti e dei 10 mila posti di Ata che con tale programma potranno essere coperti nel prossimo anno scolastico 2011-12 con le nuove assunzioni a tempo indeterminato.

Ma vediamo le falsità del comunicato di Palazzo Chigi. Innanzitutto non è vero che:

“il Piano, eviterà in futuro la formazione di nuovo precariato e risponde ad una nuova filosofia: prevede infatti esclusivamente assunzioni basate sul reale fabbisogno del sistema d’istruzione”

Come si è detto i posti disponibili e vacanti non creano nuovo precariato ma semplicemente continuerebbero come nel passato amessere occupati da insegnanti precari.

I posti disponibili occupati da insegnanti precari nell’anno scolastico 2011-12sarebbero circa 66.000 il piano governativo forse ne stabilizza 10 mila. Così per gli ATA: a fronte di circa 38 mila posti vacanti ne stabilizzerà non più di 10.000.

Non si comprende perché nel decreto legge di recente approvato dal Parlamento si sia rifiutato di stabilizzare tutti i posti disponibili e vacanti lasciandone invece una grande parte, spezzoni equivalenti a cattedra e posti di sostegno, ancora occupata da personale precario.

Con la Gelmini questa politica di non stabilizzare i precari in servizio era legata alla necessità di tagliare quei posti ed era funzionale al loro licenziamento nell’ordine di svariate decine di migliaia in questi ultimi anni.

La Gelmini parla molto dei precari in graduatoria per non parlare di quelli in servizio che occupano i posti che sta tagliando.

Infatti una seconda falsità del comunicato governativo riguarda proprio questo aspetto:

“I provvedimenti contenuti nel Decreto per lo sviluppo consentono, all’interno del quadro di riorganizzazione del personale della scuola, di ridurre i tempi previsti e dunque di risolvere definitivamente un problema nato nei decenni passati, a causa di scelte politiche irresponsabili che hanno fatto lievitare fino a 250mila il numero degli insegnanti abilitati, iscritti nelle graduatorie ad esaurimento.”

Si tratta di un’affermazione falsa per due ordini di motivi.

In primo luogo perché il problema principale per coloro che si sono opposti all’aggressione alla scuola pubblica è stato quello di impedire il licenziamento dei precari respingendo la politica dei tagli. Quello delle graduatorie é un problema ch e si è posto ossessivamente, come diversivo, solo la Gelmini. In realtà le graduatorie potranno essere esaurite anche in tempi brevi solo se si mettono a disposizione tutti i posti vacanti e stabilizzati. In tal caso sarà anche possibile destinare il 50% dei posti ai nuovi concorsi che il governo non vuole avviare.

In secondo luogo perche per ridurre il numero degli aspiranti all’insegnamento, in graduatoria o meno, non basta neppure, come è stato fatto, bloccare la formazione universitaria, ma sarebbe necessario come questo governo di destra sta facendo per la prima volta in Italia tentare di ridurre il numero degli studenti. E perché no? Anche quello delle nascite

da ScuolaOggi 14.07.11

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“Scuola, assunzione per 67mila precari parte l´assalto alle cattedre del Nord”, di Salvo Intravaia

Sì all´intesa. In quindicimila lasciano le graduatorie del Sud. I nuovi contratti partiranno da settembre. Gelmini: così garantiamo la continuità didattica. Buone notizie per i precari della scuola: a settembre, troveranno una sistemazione sicura in 67 mila. Il grosso dei posti – almeno il 50 per cento – sarà appannaggio delle regioni settentrionali, ma saranno ugualmente i docenti meridionali ad acciuffare molte cattedre. Con l´ultimo aggiornamento, infatti, almeno in 15 mila si sono trasferiti dalle graduatorie del Sud a quelle del Nord. Emblematica è la situazione della lista ad esaurimento per la scuola primaria della provincia di Torino, dove ai primi 34 posti figurano solo docenti meridionali. Una situazione che si ripete in tante altre graduatorie del settentrione d´Italia.
Il via libera definitivo al Piano triennale di assunzioni è arrivato durante l´incontro tra governo e sindacati di ieri a Palazzo Chigi. Il Piano prevede assunzioni per il triennio 2011/2013 su tutti i posti vacanti. A settembre dovrebbero essere già assegnate 30.482 cattedre e 36.488 posti di personale non docente. Metà delle cattedre andrà ai precari delle graduatorie ad esaurimento, l´altra metà ai vincitori degli ultimi concorsi a cattedra. La misura varata ieri, avrà anche l´obiettivo di eliminare il precariato dei docenti in pochi anni. Per questa ragione l´aggiornamento delle graduatorie avverrà ogni tre anni, e non più ogni due, e la laurea per insegnare sarà a numero chiuso. «L´accordo raggiunto oggi a Palazzo Chigi ha un particolare significato», dichiara il ministro dell´Istruzione, Mariastella Gelmini. Il piano garantirà «la stabilità al personale della scuola e la continuità didattica, indispensabile per elevare la qualità dell´offerta formativa». «Ad invarianza di spesa, come è doveroso in un momento di crisi – continua – siamo riusciti a dare una risposta forte al precariato». Per Francesco Scrima, della Cisl scuola, «si tratta di un importante risultato frutto di proposte puntuali e credibili». E lo Snals, dà «atto al governo di avere mantenuto gli impegni». Soddisfatto anche Massimo Di Menna della Uil scuola: «È laprima volta – dice – che un anno scolastico inizierà con la piena coperturadei ruoli». «Crediamo che quello di oggi – dichiara Francesca Puglisi, responsabile Scuola per la segreteria del Pd – sia un primo positivo passo verso la stabilizzazione del personale della scuola». Più cauta la Flc Cgil che, attraverso il suo segretario Mimmo Pantaleo, parla di «primo passo al quale dovrà seguire per i prossimi anni la copertura integrale del turn over». E la Gilda che punta il dito sugli «altri tagli contenuti nella manovra».

La Repubblica 14.07.11

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“Immissioni in ruolo: c’è proprio da essere contenti?”, di Silvana La Porta

E’ stata pubblicata poco fa sul sito del Miur una nota sul Piano triennale di immissioni teso a “evitare l’insorgenza nuovo precariato.”
E’ iniziata, infatti, la già prevista fase negoziale del Piano triennale per l’assunzione a tempo indeterminato di circa 65mila tra docenti e Ata, nell’arco degli anni 2011-2013, sulla base dei posti vacanti disponibili in ciascun anno.
Ci troviamo davanti a un comunicato del Miur alquanto sibillino o meglio un comunicato in cui bisogna leggere tra le righe, come nelle famose gride manzoniane. Si sostiene infatti che “il Piano, già deciso e approvato da alcuni mesi, eviterà la formazione di nuovo precariato in futuro e risponde ad una nuova filosofia: prevede infatti esclusivamente assunzioni basate sul reale fabbisogno del sistema d’istruzione, come sarà sempre, d’ora in poi, per tutte le assunzioni nel mondo della scuola”.
Ma se esistono 250mila precari iscritti in graduatoria, sia di chi sia la colpa, e se d’ora in poi le assunzioni verranno fatte esclusivamente sull’organico di diritto, come può il piano essere “una risposta concreta al problema del precariato e delle graduatorie, e garantire e la stabilità del servizio scolastico ed educativo e le aspettative di quegli insegnanti abilitati iscritti nelle graduatorie ad esaurimento che prestano continuativamente da anni la propria attività tramite incarichi annuali”?
Viene anche sottolineato che le graduatorie vengano aggiornate ogni tre anni, con la possibilità di scegliere una sola provincia. Chi viene immesso in ruolo non può chiedere il trasferimento in altre province per un periodo di cinque anni.
Addirittura la situazione, a dispetto di quello che pensano tanti precari, è più rosea del previsto: “le ultime stime elaborate dal Ministero prevedevano che, grazie ai pensionamenti e alle immissioni in ruolo degli ultimi anni, il fenomeno avrebbe trovato una definitiva soluzione in alcuni anni. I provvedimenti contenuti nel Decreto per lo sviluppo consentono, all’interno del quadro di riorganizzazione del personale della scuola, di ridurre i tempi previsti e dunque di risolvere definitivamente un problema nato nei decenni passati, a causa di scelte politiche irresponsabili che hanno fatto lievitare fino a 250mila il numero degli insegnanti abilitati, iscritti nelle graduatorie ad esaurimento”.
Soddisfatti i sindacati. Per la Cisl scuola “l’incontro odierno è una prima risposta inequivocabile, che vede il Governo, al suo livello più alto di responsabilità, assumere precisi impegni con i sindacati. Si rafforza così l’obiettivo di veder coperti da subito, con assunzioni a tempo indeterminato, tutti i posti vacanti e disponibili del personale docente e A.T.A. I numeri, più volte confermati anche dai conteggi del Miur, sono di circa 30.000 per i docenti e 35.000 per il personale A.T.A. Si tratta ora di completare in tempi brevi tutti i passaggi necessari per effettuare entro agosto le assunzioni previste: lavoreremo per questo, per ottenere un altro importante risultato per la scuola e per i suoi lavoratori. In un quadro di pesanti difficoltà, la capacità di incalzare le controparti con proposte ambiziose, ma puntuali e credibili, è l’azione più efficace e utile che un sindacato responsabile possa fare per i lavoratori e per la loro tutela”.
Insomma largo alla panacea, ecco il rimedio che risolve tutti i mali. E’ tempo di immissioni in ruolo, 30.000 docenti in tre anni, che, divisi per ordini di scuola e classi di concorso, altro che migliaia sono. I numeri saranno a due o una cifra. Le assunzioni saranno solo in base alle esigenze della scuola. E, se continuano i tagli, le esigenze saranno sempre meno. E’ questa la risposta, un po’ strozzata, al problema del precariato, se solo pensiamo che dal 2005 ad oggi ci sono stati 275 mila pensionamenti tra i docenti e personale A.T.A. e 155 mila posti persi a seguito dei tagli.

La Tecnica della Scuola 14.07.11

"Quella miopia politica delle misure di austerità", di Luciano Gallino

Le drastiche misure di austerità che i governi europei, incluso il nostro, stanno infliggendo ai loro cittadini non riguardano soltanto l´economia. Pongono questioni cruciali per il futuro della democrazia nella Ue. Prima questione: le organizzazioni cui i governi mostrano di avere ceduto la sovranità economica, quali il Fmi, la Bce, la Commissione europea e le agenzie di valutazione, non godono di alcuna legittimazione politica. Inoltre si sono mostrate incapaci sia di capire le cause reali della crisi, sia di predisporre interventi efficaci per rimediarvi. Come si spiega allora l´atteggiamento di supina deferenza che verso di loro mostrano i governi? Dopodiché occorre chiedersi quale sbocco politico le misure di austerità potrebbero avere nel medio periodo. Sia la storia del Novecento che molti segni recenti attestano che lo sbocco più probabile potrebbero essere regimi autoritari di destra.
Il Fmi per primo non ha saputo cogliere, fino all´estate 2008, elementi chiave sottesi alla crisi. Non ha dato peso al degrado dei bilanci del settore finanziario, ai rischi di un effetto leva troppo alto, alla bolla del mercato immobiliare, alla rapida espansione del sistema bancario ombra. Ha sottovalutato i rischi di contagio insiti nel sistema finanziario internazionale. Questa serie di giudizi negativi sulle capacità previsionali e terapeutiche del Fmi è stata formulata da un ufficio di valutazione interno al Fondo stesso, in un rapporto del febbraio 2011, non da avversari prevenuti. Sarebbero queste le credenziali con cui il Fmi vuole adesso imporre ai nostri paesi tagli ai bilanci pubblici e privatizzazioni a raffica che da un lato privano i cittadini di diritti fondamentali, dall´altro finiranno per peggiorare la stato dell´economia anziché migliorarlo?
Quanto alla Bce, si sa che i trattati di Maastricht le impongono un unico scopo: deve contenere l´inflazione sotto il 2 per cento. Sui computer lampeggiano indicatori drammatici: disoccupazione in rialzo, proliferazione dei lavori precari, crescita delle disuguaglianze, smantellamento dell´apparato pubblico, salari stagnanti, pensioni indecenti. Mentre il sistema finanziario che ha causato la crisi è apparso finora inattaccabile da ogni seria riforma. Tutto ciò cade al di fuori degli orizzonti della Bce. L´essenziale è la stabilità dei prezzi. L´idea che un punto di inflazione in più avrebbe di sicuro i suoi costi, ma potrebbe forse rendere meno stolidamente aggressive le misure di austerità a carico dei cittadini Ue, per la Bce appare irricevibile. Né gli orizzonti della Ce appaiono più ampi, come provano i documenti provenienti ogni mese da Bruxelles.
L´influenza che hanno sulle misure di austerità le agenzie di valutazione, alle quali i governi Ue sembrano guardare come a un giudizio di Dio, è ben rappresentato da una dichiarazione del primo ministro francese François Fillon. In vista delle presidenziali 2012, ha detto che per prima cosa «bisogna difendere la tripla A della Francia». A ben vedere la battuta suona grottesca. Ma altri governi Ue paiono condividere lo stesso intento, anche se quello tedesco a inizio luglio ha espresso critiche sul declassamento del debito portoghese. Al riguardo i media in genere fungono da diligenti amplificatori. Se una delle maggiori agenzie ci declassa il rating, ripetono ogni giorno, siamo rovinati. Nessuno comprerà più i titoli di stato, oppure gli interessi sui medesimi saliranno talmente da diventare insostenibili per il bilancio pubblico. Quindi i mega-tagli alla spesa sono privi di alternative. In realtà non è affatto vero, ma per chi è vittima della “cattura cognitiva” per mano delle dottrine economiche neo-liberali esse sono invisibili.
Un paio di cose dovrebbero considerare i governi Ue e i media, prima di genuflettersi dinanzi ai giudizi delle agenzie di valutazione. Anzitutto, come proprio esse si affannano a spiegare ogni volta che qualcuno vuol fargli causa perché grazie alle loro valutazioni ha perso molti soldi, i loro cocktail di lettere e segni sono semplici opinioni. Perciò possono essere giuste o sbagliate – lo dicono loro – e in forza del Primo Emendamento della Costituzione americana che tutela la libertà di parola, nessuno può prendersela se un´agenzia esprime un´opinione rivelatasi sbagliata. In secondo luogo, le agenzie di valutazione sono state – cito da una poderosa indagine sulla crisi presentata al Congresso Usa a gennaio 2011 – «ingranaggi essenziali nella ruota della distruzione finanziaria… I titoli connessi a un´ipoteca che furono al cuore della crisi non avrebbero potuto venire commercializzati e venduti senza il sigillo della loro approvazione». Sigillo consistente nella tripla A, il voto più alto che si possa dare alla solvibilità di un debitore. Prima della crisi tale voto veniva distribuito dalle agenzie a velocità supersonica. In sette anni, si legge nello stesso rapporto, la sola Moody´s lo attribuì a quasi 45.000 titoli ipotecari, in seguito malamente svalutati. Con i suddetti limiti autoconclamati, e un simile precedente storico, il tremore dei governi Ue dinanzi a dette agenzie appare o ingenuo, o politicamente sospetto.
Giorni fa il capo dell´eurogruppo Jean-Claude Juncker ha tranquillamente affermato che a causa delle misure di austerità «la sovranità dei greci verrà massicciamente limitata». Poiché l´austerità ha ovunque la stessa faccia, ne segue che dopo verrà limitata anche la sovranità dei portoghesi, degli spagnoli, degli italiani. Chissà se Juncker ha un´idea di dove possa condurre tale strada. Nel 1920 il giovane Keynes un´idea ce l´aveva. In merito alle riparazioni follemente punitive imposte alla Germania con il trattato di Versailles del 1919, scriveva in Le conseguenze economiche della pace: “La politica di ridurre la Germania alla servitù per una generazione, di degradare la vita di milioni di esseri umani, e di privare della felicità un´intera nazione dovrebbe essere considerata ripugnante e detestabile… anche se non fosse il seme dello sfacelo dell´intera vita civile dell´Europa” (enfasi di chi scrive). Keynes era rimasto colpito durante le trattative, cui aveva partecipato, dall´ottusa incapacità dei governanti delle potenze vincitrici di ragionare sulle conseguenze di misure che strappavano la sovranità economica a intere nazioni. I governanti di oggi non sembrano mostrare una maggiore lungimiranza di quelli di ieri, permettendo alle destre di guadagnare un crescente favore popolare al grido di “l´austerità uccide l´economia” (lanciato tra gli altri da Antonis Samara, leader della destra greca). Un grido destinato a far presa, perché coglie il nocciolo della questione, sebbene provenga paradossalmente dalla parte politica che reca le maggiori responsabilità della crisi.

La Repubblica 14.07.11

Testamento biologico: no a una legge disumana. Perchè l'ultima parola sia la mia

La Camera a maggioranza ha votato una legge autoritaria e discriminatoria. E’ stata prodotta una ferita profonda alla Costituzione e al rispetto della dignità della persona e della sua libertà. Lo ripetiamo, “meglio nessuna legge che questa pessima legge”. Ora la discussione ritorna al Senato e bisogna moltiplicare gli appelli e le mobilitazioni per cambiare una legge che di fatto annulla la possibilità stessa di una dichiarazione anticipata di fine vita. Mai un governo si era spinto a fare un uso così cinico di una materia tanto delicata che richiede autonomia, senso del limite della politica e uno sguardo laico.

Una legge saggia e mite deve tutelare due diritti: quello alla salute anche come bene comune e quello all’autodeterminazione di ogni individuo in relazione alle cure e terapie alle quali accedere.

Questa tutela si fonda su alcune premesse irrinunciabili:

Il rispetto del consenso informato del paziente.
Il riconoscimento della volontà, scritta e ripetuta nel tempo, di non essere sottoposto a forme di accanimento o a tecniche lesive della propria dignità nel caso di uno stato vegetativo permanente e della incapacità irreversibile di intendere e di volere.
La coerenza della norma con i principi sanciti nella Costituzione agli articoli 2, 3, 13 e 32 oltre che con l’articolo 9 della Convenzione di Oviedo sui diritti del cittadino malato. La nostra Carta difende sia chi voglia essere accompagnato con qualunque tecnica fino all’ultimo momento, sia chi maturi la convinzione di voler interrompere ogni terapia ritenuta inutile.

La legge licenziata dalla Camera nega in radice tali premesse. Sottrae alla persona la responsabilità di giudicare cosa sia compatibile con la propria dignità. Offende il codice deontologico medico. Impone sempre e comunque idratazione e nutrizione artificiali. Sequestra la libertà e la maturità del singolo. Sono norme violente e sconosciute al resto d’Europa, indipendentemente dal colore politico dei governi.

Siamo convinti che nessuno, soprattutto se fragile o in una condizione di solitudine, debba essere abbandonato a se stesso nel momento della sofferenza della cura e della morte. Crediamo nell’alleanza terapeutica tra medici, famiglie e affetti, ma in quel momento indicibile di confine la parola vincolante deve essere la “mia” o quella del mio fiduciario.

C’è una differenza tra l’espressione “lasciami morire”, in quella che considero la mia dignità, la mia convinzione o la mia fede e il messaggio “fammi morire” che può aprire la via a forme inaccettabili di eutanasia.

Su queste basi difenderemo le nostre ragioni nella società e nelle istituzioni in nome del valore della Persona e di una comunità solidale.

Per la mia dignità.
Per il rispetto degli altri.

L’appello si può sottoscrivere scrivendo a: info.democraziaesigente@gmail.com
Siamo su Facebook alla pagina “No a una legge disumana. Perché l’ultima parola sia la mia”

Sacrifici? Non per gli avvocati Pdl e per chi ha un «doppio incarico»

È in corso all’interno del Pdl una raccolta delle firme per protestare contro la manovra da domani al voto del Senato (al momento sarebbero circa un’ottantina). «Fino a quando non verrà tolta la norma che abolisce gli ordini professionali, noi il testo – assicura un avvocato del Pdl – non la voteremo mai dovesse anche cadere Tremonti». «È sconcertante che nel Pdl ci sia chi è pronto ad affondare il paese per difendere privilegi e rendite di posizione. Minacciare di non votare la manovra per difendere la propria corporazione è inconcepibile. Il Pdl è irresponsabile e dimostra di non avere alcuna attenzione nei confronti dei problemi del Paese». Lo dichiara Oriano Giovannelli, responsabile Forum Pubblica amministrazione del Pd. «Il Pdl ha sempre irresponsabilmente assecondato gli interessi delle caste, forte con i deboli e debole con i forti, oggi questo gioco deve finire perché non solo è ignobile ma rischia di affondare l`intero Paese», conclude.

Un’altra norma contro la quale si stanno alzando le barricate tra i berlusconiani è quella che renderebbe incompatibile l’incarico di parlamentare con quello di sindaco o di presidente di Provincia. Solo alla camera gli ‘interessati’ sarebbero 9 presidenti di provincia e 6 sindaci. «E state pur certi – si assicura ancora nel Pdl – che anche quella norma deve saltare se vogliono che votiamo la manovra».

È un articolo della manovra, il 39-bis, ad aver irritato numerosi esponenti del Pdl. Nel provvedimento economico, in discussione al Senato, è inserita «una norma generica in cui si parla della liberalizzazione delle professioni e si fa riferimento all’abolizione degli ordini», spiega un avvocato del partito di via dell’Umiltà. Per questo motivo alla Camera è stata avviata una raccolta firme per protestare contro questa norma. Fonti parlamentari del Pdl parlano di circa una cinquantina di firme già consegnate a Palazzo Madama, tanto che il governo è al lavoro per cercare di superare questa ‘impasse’.

I firmatari infatti minacciano di non votare la manovra qualora non venga cambiato l’articolo in questione. A preoccupare molti parlamentari del Pdl è anche un emendamento firmato dai capigruppo dell’opposizione al Senato che tra l’altro prevede l’incompatibilità di cariche, l’equiparazione degli stipendi di deputati e senatori a quelli di pari grado in Europa e cambiamenti nel sistema dei vitalizi. Per quanto riguarda quest’ultimo tema l’emendamento specifica: «Gli uffici di presidenza delle due Camere adottano sistemi previdenziali basati sul metodo di calcolo contributivo, prevedendo requisiti anagrafici e contributivi per l’accesso ai trattamenti corrispondenti a quelli applicati ai lavoratori dipendenti, ai sensi della disciplina pensionistica vigente». L’emendamento è firmato da Pd, Idv e Udc.

www.unita.it

"E' mancato il governo ci sentiamo abbandonati", di Tonia Mastrobuoni

Tra gli imprenditori del Nord-Est il consenso per Berlusconi crolla al 13%

È come il film in cui Bill Murray si svegliava tutte le mattine per rivivere la stessa giornata. Gli imprenditori del Nordest non riescono a cambiare idea sulla fine della crisi. Il 32 per cento spera di uscirne entro dodici mesi. Ma è la stessa percentuale del 2010, quando era il 30,2 per cento. Il rapporto della Fondazione Nord Est per il 2011 presentato ieri a Padova ne deduce che la riemersione dalle secche della crisi viene continuamente spostata in avanti, «come se la dimensione dell’incertezza avesse congelato la situazione». Come in un incubo. Anche l’esigua minoranza che pensa che ne stiamo uscendo è sempre la stessa: il 13,2 per cento contro il 10 di un anno fa.

Forse a questo infernale, eterno presente contribuisce il fatto che gli imprenditori che animano quest’area nordorientale del paese, la «Germania d’Italia» come la definisce anche il rapporto curato dal sociologo dell’Università di Padova Daniele Marini, si sentano, piuttosto, come in Belgio. Ormai da anni senza un Governo. A conferma, un sondaggio della Fondazione ha intercettato tutta la rabbia e il senso di abbandono. Ormai soltanto il 13,6 per cento degli imprenditori nordestini ha fiducia nel governo Berlusconi. Appena un anno fa era quasi il triplo: il 33,9 per cento. E nel primo anno postelettorale era più della metà, il 56,7 per cento.

Un sondaggio tanto più bruciante se confrontato con quello dell’anno più litigioso del governo Prodi, il 2007. Allora la fiducia degli imprenditori nell’esecutivo di centrosinistra era già a un minimo storico, al 17 per cento, ma Berlusconi ha letteralmente polverizzato il record del suo predecessore. Un mood che si registrava anche nella folta platea di industriali venuta alla presentazione del rapporto che ha interrotto più di una volta con gli applausi l’ospite principale, Romano Prodi. Sornione, consapevole dell’atmosfera da contrappasso, ha detto «di sentirsi libero di dire ormai tutto, visto che sono in pensione».

Ma poi l’ex presidente del Consiglio ed ex presidente della Commissione europea ha fornito una fotografia nitida del brutale attacco dei mercati al sistema Paese: «Penso che ci sia illusi per troppo tempo. La speculazione fa semplicemente il suo mestiere: cerca la parte debole di un sistema. E l’Italia ha accumulato molte debolezze in questi anni». Quando è sceso dal palco, ad accoglierlo sorridenti per stringergli la mano erano in molti, tra l’altro anche Marina Salomon e Massimo Carraro. L’ad di Morellato, traduceva l’umore: «attenzione: non è una questione di destra o sinistra. Qui c’è un fastidio enorme per un sistema che non riesce mai a riformare se stesso, a questo Governo, in particolare, che ci ha abbandonati. Anche in questo momento drammatico». E la bufera a Piazza Affari, chiosa intelligentemente la Salomon, imprenditrice di lungo corso, «è un guaio ulteriore, perché in Italia c’è un problema dimensionale delle imprese che raramente si quotano: non danno fiducia al mercato».

Soprattutto, il rammarico che si leggeva in faccia agli industriali in platea e si coglieva nei commenti – quando lo sloveno Crtomir Spaçapan ha detto che lunedì si è dimesso il presidente del Parlamento un brusio ha attraversato la sala e s’è sentito un «speriamo che qualcuno si dimetta anche qua» – è che il mercato punisce l’Italia per lo stesso motivo per cui gli industriali hanno imparato da tempo ad arrangiarsi da soli: l’assenza della politica.

È in atto da tempo quella che già l’ex sindaco di Trieste Riccardo Illy, ospite della presentazione di ieri, definì anni fa una «secessione silenziosa» delle imprese, nel suo Così perdiamo il Nord. Nel rapporto sul Nord Est si legge che «a fronte di un ambiente istituzionale sostanzialmente statico, dove cioè le riforme auspicate non prendono corpo, la pubblica amministrazione non si ammoderna, il livello di tassazione rimane inalterato, le precondizioni favorevoli alla vita di un’impresa si riducono a tal punto da suggerire ad alcune di collocarsi in altri paesi dove l’ambiente fiscale e amministrativo permette loro di rimanere competitive». E i dati parlano chiaro: aprire uno stabilimento all’estero significa per il 18,4 per cento un forte ridimensionamento dell’organico in Italia; per il 5,4 per cento addirittura la chiusura totale degli stabilimenti nel nostro Paese. Una cifra che rappresenta quasi il totale degli abbandoni, che ammonta nel nostro Paese complessivamente al 6,6 per cento.

da www.lastampa.it

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La sinistra in difesa del Valle. Vita: «Una battaglia senza marchi»

Il silenzio del governo genera minacce di sgombero. La sinistra si fa avanti per appoggiare la causa degli occupanti. Il senatore Pd: limitare l’ingerenza dei partiti ma non chiudere alla politica per preservare l’autonomia». Lorsignori gradirebbero che la questione
fosse risolta con metodi sbrigativi. Al diavolo i dibattiti, le verifiche, i confronti e tutte le altre antiquate e farraginose pratiche in uso presso le democrazie: il Teatro Valle sia sgomberato, come si fa con le cantine e i garage. Si rimuovano i rivoltosi e si ristabilisca l’ordine. «In questo momento c’è un gap desolante con le istituzioni, che evitano accuratamente di domandarsi a cosa serva il Teatro Valle -, osserva Pierluigi Regoli, responsabile della cultura delPd diRoma-. Quantoal centrosinistra, vi annunciamo un pacchetto di proposte di respiro comunale, provinciale, regionale e nazionale». Già, perché stavolta l’opposizione sembra avere imparato la grande lezione delle recenti amministrative: presentarsi uniti, con programmi chiari che non paghino dazio all’ansia schizofrenica di piacere per forza a tutti, ed ascoltare e supportare la società civile, senza sovrastarla né opprimerla. È la strada tracciata dal senatore Vincenzo Vita: «Il nostro impegno in difesa del Valle è una battaglia che non ha bisogno di marchi, perché parte dalla base e nasce da una sinergia con gli occupanti, anche se ritengo improprio parlare di occupazione: si tratta, piuttosto, di un’iniziativa per la difesa di un bene pubblico». E il carattere pubblico è un fondamento sul quale non si è disposti a transigere: «Conosciamo bene quella peculiarità del capitalismo italiano, che fa sì che le vendite ai privati siano in realtà delle svendite. Il Valle va invece rilanciato dentro la sfera pubblica, con la funzione di centro nazionale permanente della drammaturgia. Sarebbe
auspicabile un limite all’ingerenza dei partiti, senza però scivolare nell’eccesso opposto della totale assenza della politica, perché solo l’attenzione costante delle istituzioni può salvaguardare l’autonomia e il carattere pubblico». Qui sta il cuore del problema, dato che gestione pubblica vuol dire finanziamento pubblico: «Questo nodo giuridico va sciolto entro una formula che garantisca una direzione artistica plurale, che non consista nel mettere in scena le proprie opere. Altrove è già stata sperimentata con successo la via della selezione pubblica dei curricula e dei progetti -, fa notare Giulia Rodano, consiglierem regionale -. Può essere una soluzione per non disperdere il patrimonio di competenze e di qualità che hanno reso il Valle uno dei più importanti teatri europei. Il bando proposto dal Comune e dal Ministero rovinerebbe tutto questo. Il Valle può invece diventare un centro di produzione e di sperimentazione della scena contemporanea, ma sarà necessario aumentare i fondi già stanziati. In Regione avanzeremo, in occasione del prossimo assestamento di bilancio, una proposta sulle risorse per la gestione della fase transitoria, che toccherà per un anno alComune di Roma».
QUESTIONE DI RISORSE
La questione risorse è cruciale per Giulio Pelonzi, vicepresidente della Commissione Cultura delComune: «Proveremo a stanare l’amministrazione chiedendo un consiglio comunale straordinario, davanti all’intera città. Sul Valle hanno fatto poco, stanziando 1.270.000 euro per il proseguimento della stagione. La spacciano per una concessione magnanima della Giunta, ma in realtà è il minimo, la cifra di base dovuta, scritta sul protocollo. Non hanno invece mostrato nessuna apertura verso la possibilità di un’intesa con Provincia e Regione per aumentare la cifra. Più in generale, nonhanno proprio idee sul ruolo culturale di Roma. Anzi, a volte cambiano risposta a seconda dell’interlocutore che hanno di fronte. Noi, al contrario, abbiamo una proposta interistituzionale che risponde in pieno alle esigenze dei lavoratori del teatro più antico della Capitale».
Pelonzi pone l’accento su una difficoltà di ordine pratico da non sottovalutare: «Il Comune non è proprietario del Teatro Valle. Gestirlo senza poterlo patrimonializzare in bilancio è molto difficile. Qualcuno è attratto dall’idea della fondazione,ma la mancanza di un controllo sui fondi spianerebbe la via a uncontrollo occulto dei privati.
L’ipotesi della creazione di un ente di scopo mi sembra la soluzione
migliore».

L’Unità 13.07.11

"Tre ministri in una stanza", di Tony Jop

Mentre il Paese annaspa la Lega annuncia il trasferimento dei dicasteri a Monza. In 200 metri il surrogato (triste) del federalismo. Non il cielo, come cantava Paoli, ma il ministero in una stanza. Anzi, tre stanze, una per dicastero: in duecento metri quadri complessivi si consoliderà molto presto quel surrogato di sogno leghista di trasferire a Nord una parte della testa dello Stato, del governo. Dicono che sabato 23 luglio sarà tutto pronto, fervono i preparativi, cioè niente, a parte l’arrivo della mobilia. L’Italia rischia di colare a picco, gli italiani sopportano un brusco ridimensionamento del loro comfort vitale, ma c’è chi può permettersi di dare corpo ai propri capricci, a Monza, nella Reggia. Perché Bossi ha deciso che in quelle tre stanze del gran palazzo quasi tutto in pezzi alloggeranno lui, Calderoli e l’amico Tremonti: più cheun gesto politicamente rilevante, l’ennesimo dito medio alzato di fronte al paese, alla sua bandiera e, a dispetto delle carinerie opportuniste fin qui macinate dal leader leghista, anche al presidente della Repubblica. Pensano che la loro base sarà orgogliosa di loro e della loro strafottenza. Fondata su che cosa? Su uno stranissimo concetto di federalismo, intanto: che senso ha piantare la bandierina dello Stato alla periferia di Milano quando teoria e pratica del federalismo suggeriscono di potenziare le autonomie locali, di dare loro forza e potere? Intanto vanno avanti. Avanti coi mobili. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto computer: dovrebbero bastare, in fondo si tratta di arredare tre pied-à-terre, stanze ampie, belle finestre, sole, nebbia, verde parco, scuola. Scuola? Sì, proprio lì di fronte c’è una scuola, d’arte. Mille studenti, in lotta da tempo: non hanno i soldi per sistemare le aule, gli infissi, il materiale didattico, un altro complesso in desabillé, attirato dal vortice depresso che ha stretto nella decadenza più nera l’imponente reggia. Hanno chiesto spesso al ministero competente di intervenire, di aprire la borsa ma è stato loro risposto di starsene buoni, che i soldi non ci sono per nessuno.
Tranne che per la Lega e il suo kinderheim: vuole la bandierina di tre ministeri di fronte a quell’istituto scolastico e l’avrà. Giurano a costo zero ma sono balle. Per esempio: chi pagherà l’affitto delle tre stanze? Lo stesso governo che ha detto di no ai ragazzi della scuola d’arte ha deciso di rinunciare a riscuotere l’affitto da Bossi. Il ministero dei Beni culturali siede nel consorzio che gestisce la reggia e così ha regalato quel brandello di “castello”, fin qui usato proprio dal consorzio, alle bizze leghiste. Scrivanie, poltrone, telefono. Il telefono c’era già, useranno le lineeattivate con il restauro di quell’aladel palazzo. La Lega è tutta contenta: pensa che alla fine il gioco non costerà più di qualche decina di migliaia di euro. Bravi: converrà spiegarlo agli studenti lì accanto che l’operazione è un affare condotto in economia. Poi, saranno tutti e tre lì (Umberto, Roberto e Giulio) a contatto di gomito a raccontarsi di come ci si imborghesisce a Roma, di quanto i romani siano insopportabili e i napoletani sporchi. Il tutto sotto la bandiera di uno Stato di cui hanno provveduto a trasferire “a Nord” soltanto le insegne, quelle verso cui normalmente il grande statista leghista rivolge il dito medio. Questo insensato arrocco è tuttavia l’unico punto visibile del programma delle
“decisioni irrevocabili” alla concretizzazione delle quali la leadership del Carroccio aveva legato la sua permanenza nel governo di Berlusconi: lo avevano promesso a Pontida qualche settimana fa alla folla accalcata e sudata nel “sacro prato”, convinti che se la sarebbero bevuta come prova di forza nei confronti di “Roma ladrona”. Ma la base della Lega è meno fessa di quel che credono e sperano i fedelissimi di Bossi: un tempestivo censimento sull’indice di gradimento dell’iniziativa ha dimostrato che la maggioranza della base
se ne strafrega di quella bandierina a Monza e che la giudica un deprimente diversivo. Ora, bisognerebbe vedere come stanno fisicamente le cose attorno alle finestre dei tre ministri in barca padana. Il fabbricato è complessivamente un pugno nello
stomaco: cancelli arrugginiti, muri scrostati, persiane cadenti, il massimo per la scenografia di un film catastrofico. Ci sono perfino centinaia di lattine vuote gettate sul lastricato del cortile principale d’accesso, segno visibile che qualcuno ha bevuto durante il concerto di domenica scorsa e nessuno ha provveduto a toglierle di mezzo, non ancora.
La garritta del custode è vuota. Tutto è fermo, tranne, proprio sotto il tetto,uno stanco drappo tricolore che cerca faticosamente conforto nel forno estivo della pianura padana.

L’Unità 13.07.11