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"Metti un’Europa a cena", di Luca Landò

Se il fantasma di Giustiniano si fosse presentato giovedì sera alla cena di Ypres la reazione più probabiòe sarebbe stata un’incontenibile risata.
Non tanto e non solo perché le ombre del passato fanno venire in mente più le comiche che le tragedie, più Ghostbuster che Shakespeare, ma perché l’ultimo imperatore bizantino potrà
far paura a qualche liceale in prova di maturità, non certo a 28 capi di Stato pronti a far volare coltelli e cosce di pollo piuttosto che accettare serenamente quanto scritto nel secondo libro delle Institutiones.
Se lo avessero fatto, non ci sarebbe voluto oltre un mese per indicare in Jean Claude Juncker il successore di José Manuel Barroso alla guida della Commissione europea. Perché se nomina sunt consequentia rerum, la verità dei fatti e delle cose dice che dopo il Trattato di Lisbona il parere degli elettori non è più una variabile indipendente e che il 25 maggio scorso il candidato lussemburghese del Ppe ha preso
più voti degli altri cinque sfidanti. Rischiando una sonora bocciatura in latino, i componenti del Consiglio europeo (ai quali spetta il compito formale di designare il presidente della Commissione) hanno invece sostenuto, o provato a sostenere, che i nomi, meglio ancora le «nomine», non sono una conseguenza delle cose, ma degli accordi. E questi, come è noto, sono materia oscura e complessa, specie quando in ballo ci sono gli interessi di 28 (ventotto) Paesi.
La verità è che alla cena di Ypres non c’è stata la semplice certificazione di un risultato democraticamente ottenuto, mala celebrazione del solito rito europeo per il quale ogni scelta, ogni decisione è il frutto di un compromesso tra le parti più forti. E a vincere ancora una volta non è stata l’idea di costruire e difendere un interesse comune, ma la logica muscolare del braccio di ferro.
Salutiamo dunque con favore che alla fine abbia prevalso il buon senso di rispettare il principio di Lisbona e il voto degli elettori, ma quattro settimane di polemiche e di trattative sono troppe per poter davvero parlare di una svolta nei costumi e nelle abitudini delle istituzioni europee. Lo vedremo nei prossimi giorni, quando il sì «concesso» a Juncker entrerà inevitabilmente, in termini di rivincita e contrappesi, nel poker tra i governi per la scelta
dei vari commissari.
In questo ritratto non proprio esaltante dell’Europa, emerge comunque un aspetto nuovo e importante che riguarda l’Italia: sulla bilancia dei poteri che contano il nostro Paese è diventato più pesante, grazie a quel 40.8% di voti che ha fatto del Pd il partito con la più alta percentuale di consensi tra tutti i Paesi europei e la vera sorpresa delle ultime elezioni, più ancora dello straordinario ma inquietante risultato di Marine Le Pen in Francia e Nigel
Farage in Inghilterra. L’arrivo tra i commensali di Ypres di «Mister Quarantapercento», come Angela Merkel chiama Renzi, non avrà cambiato la disposizione dei posti (il cerimoniale
è una faccenda seria) ma ha sicuramente modificato gli equilibri di quella cena con troppi capitavola. È in questo senso che vanno interpretati gli screzi e le tensioni (qualcuno ha parlato di litigi) tra la cancelliera tedesca e il premier italiano e che hanno messo in secondo piano gli annunciati niet di Cameron e Orban alla nomina di Juncker.
Sì, con buona pace di Giustiniano (e degli elettori), a Ypres non si è parlato di nomi che discendono dalle cose, ma di cifre, tempi e parole. Nel documento preparato dal presidente
uscente Van Rompuy si parlava ad esempio della necessità, per favorire la crescita, di «usare pienamente gli strumenti della flessibilità»: una frase che in sé non vuol dire molto (non si diceva di aggiungere nuovi strumenti, quanto di
usare fino in fondo quelli che già esistono) ma che è bastata, prima del vertice, per mandare su tutte le furie i tedeschi (il presidente della Bundesbank Jens Weidmann seguito a ruota dal ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble)
mostrando che i titoli di quasi tutta la stampa italiana sulle «aperture» della Germania alle richieste di una maggiore flessibilità non erano un fatto oggettivo, ma una nostra speranza, un wishful thinking come dicono gli
inglesi. E non poteva essere altrimenti. Le lunghe trattative sulla frase (poi modificata com’è noto in «the best use of flexibility»: il miglior uso possibile della flessibilità) dimostrano che «l’ammorbidimento» della Merkel circa il rispetto della disciplina di bilancio prevista dal patto di stabilità non c’è mai stato né mai ci sarà. E lo ha ribadito lei stessa alla cena di Ypres. La novità, questa volta, è che di fronte al solido e mai mutato rigore tedesco, non c’è stato l’abituale mugugno di sottofondo ma una voce che, con un inedito inglese con inflessioni fiorentine, chiedeva di evitare equivoci sulla parola flessibilità. Che non è una invenzione del diavolo ma (nomina sunt consequentia rerum) un termine da precisare e uno strumento da utilizzare, ovviamente nei limiti consentiti e concordati.
La richiesta italiana a Ypres è stata semplice: rispettiamo il tetto del 3% ma chiediamo di poter allentare i tempi di quel famoso fiscal compact che pende come una pericolosa mannaia sulle nostre speranze di ripresa obbligandoci ridurre il debito in eccesso a colpi di un ventesimo per volta a partire dal prossimo anno. E che in soldoni significa evitare di pagare 9 miliardi nel 2015. Una richiesta irricevibile? Forse no, anche perché gli accordi fiscali di rientro, quando vennero firmati, prevedevano un «tagliando» tecnico da eseguire nel dicembre 2014 e che adesso, come ha notato Carlo Bastasin sul Sole24Ore, potrebbe traformarsi in una «verifica politica» in cui il peso nuovo dell’Italia potrebbe risultare determinante.
Sotto questa luce, anche il nuovo calendario di Renzi, che misura le riforme non più a cadenza di settimane e mesi ma di anni, assume un significato più europeo che italiano. L’annuncio dei mille giorni, in fondo, è stato un modo per dire all’Unione che riformare il mondo del lavoro o la pubblica amministrazione richiede tempo, forza e soldi. I primi due li ha portati il 40.8% del 25 maggio, mentre il terzo fattore, i soldi, è strettamente legato alla possibilità
di dedurre i costi delle riforme dal computo del famoso 3 %.
Questi, dunque, gli argomenti che hanno scaldato la cena di Ypres più efficacemente dei fornelli in cucina, ma anche della disputa sul nome di Juncker sul quale quasi tutti, tranne gli irriducibili Cameron e Orban, si sono poi detti d’accordo. E questi gli equilibri nuovi in Europa dopo il voto del 25 maggio e prima del semestre italiano di presidenza che si aprirà mercoledì con il discorso di Renzi a Strasburgo.
Resta un punto: quello di cui non si è discusso. Perché è vero che tutti, a destra come a sinistra, parlano sempre più di crescitae occupazione e sempre meno di austerity e rigore, ma alla stretta dei conti, nessuno indica, propone, suggerisce azioni concrete per far ripartire i consumi e creare nuovi posti. Ad esempio con quelle «misure di sistema» invocate da tempo che potrebbero far crescere la zona euro nel
suo insieme e non più soltanto i singoli membri, ma soprattutto permettere di far entrare, tutti quanti, dentro aree strategiche come energia, ricerca, telecomunicazioni, mobilità sostenibile, digitalizzazione, educazione. Una
strategia condivisa per aiutare i Paesi e «unire l’Unione»: questo sì che sarebbe un modo per cambiare l’Europa. Non sarebbe il caso di organizzare un’altra cena?

da L’Unità

"Made in Italy, la nostra forza in Europa", di Valeria Fedeli

Siamo vicini a profondi cambiamenti, ed è il momento di incidere sulla nuova fase partendo da chi siamo e da quello che sappiamo fare. Ma l’Italia non può immaginare di isolarsi. Dobbiamo avere il coraggio di lanciare davvero un dibattito sugli Stati Uniti d’Europa

Legalità, etica, innovazione, ricerca, sostenibilità, paesaggio, bellezza, comunità, coesione: sono parole d’ordine che ispirano una visione di futuro legata al rilancio del “Sistema paese”, ai nostri talenti, alla qualità che è e deve essere il nostro principale biglietto da visita.

Abbiamo faticato troppo, come paese, a riconoscere che la competizione si gioca oggi, nei mercati globali, sulla reputazione, sulla credibilità, sulla qualità come fattore reale, complesso, vincente.

Lo raccontano le esperienze di tutte quelle imprese e produzioni che hanno continuato a crescere anche durante la crisi, grazie alla capacità di stare nei cambiamenti e nei mercati internazionali puntando proprio sui valori e sulla qualità dei prodotti made in Italy e sulla forza con cui raccontano il nostro paese, la nostra bellezza, quello stile di vita che noi non riusciamo a valorizzare e gli altri, nel mondo, ammirano.

Siamo vicini a profondi cambiamenti, ed è il momento di incidere sulla nuova fase partendo da chi siamo e da quello che sappiamo fare: dall’essere e dal produrre made in Italy, dal tornare a fare l’Italia – come bene indicato dal tema del seminario di Symbola in corso a Treia – e a guardare con coraggio e ottimismo le sfide del mondo globale.

Deve essere chiaro che per fare l’Italia non si può immaginare di isolarsi. Con le elezioni del 25 maggio ci siamo scoperti uno dei paesi più europeisti dell’Unione e questo deve essere il punto di partenza: più Europa, ma un’Europa nuova.

Ho trovato molto ben centrati, in questo senso, gli elementi strategici con cui il governo si è presentato al vertice dei capi di stato e di governo che si è appena svolto a Bruxelles: un profondo cambiamento nell’agenda politica ed economica europea, una strategia forte per rilanciare crescita e lavoro, riforme strutturali nei paesi membri e un presidente della Commissione capace di esigere il rispetto delle regole europee ma essere anche in grado di pensare fuori dagli schemi, e di essere coerente con la nuova agenda conveniente per tutta l’Europa.

È una traccia ambiziosa e positiva di lavoro. Ma dobbiamo osare ancora di più. Dobbiamo avere il coraggio di lanciare davvero un dibattito sugli Stati Uniti d’Europa. Su una maggiore cessione di sovranità e una maggiore unità politica e sociale dell’Unione.

Stati Uniti d’Europa per stare nel mondo globale forti un modello di sviluppo sostenibile comune e con la possibilità di esercitare un’influenza geopolitica su regole e processi democratici ed economici.

Stati Uniti d’Europa per sentirci cittadine e cittadini di una comunità di stati che persegue uguaglianza, condivide valori e diritti, doveri e responsabilità , fa politiche più egualitarie del benessere.

Stati Uniti d’Europa per definire standard comunitari di welfare, protezione sociale e politiche attive del lavoro che rendano vivi quei valori universali – diritti umani e libertà fondamentali – scelti a Lisbona come la nostra profonda identità.

Stati uniti d’Europa per rilanciare la competitività dell’industria e la qualità della manifattura europea, con investimenti per il lavoro e infrastrutturali, politiche di coesione e scelte energetiche.

Stati Uniti d’Europa per rafforzare anche l’Unione monetaria, superando la competizione interna e producendo una maggiore stabilità di tutta l’Eurozona, con strumenti anticrisi e di solidarietà interna.

Stati Uniti d’Europa come spazio dentro il quale far crescere quel modello di qualità produttiva e quel racconto del paese che è rappresentato dal made in Italy.

È una sfida complessa, ambiziosa e affascinante, con un forte carico simbolico e uno straordinario potenziale in termini di risultati concreti per il futuro di tutte e tutti.

da www.europaquotidiano.it

"Senza sanzione la regola nasce azzoppata", di Paolo Baroni

Introdurre un obbligo senza poi prevedere una sanzione ha senso? Visto dalla parte dei consumatori, che da domani possono pretendere di pagare col Bancomat ogni spesa superiore ai 30 euro, ovviamente no. E’ chiaro che senza una multa per i «renitenti al Pos» questo obbligo, peraltro pure abbastanza blando, viene meno. Il cittadino/cliente potrà insomma pure chiedere, rivendicare, magari battere i pugni sul tavolo, dopodiché se il Pos non è installato ci sta ha poco da fare. Dovrà pagare comunque, in contanti, con un assegno o un bonifico a seconda degli importi.

Il «buco» nel Decreto Sviluppo varato nel 2012 dal governo Monti è evidente. E come al solito lascia spazio alle solite ondate di populismo all’italiana: per gli avvocati è solo un «onere» non certo un obbligo giuridico, e poi c’è chi grida al «regalo alle banche» con la speranza di affondare una delle poche misure che se applicata per davvero una mano nel contrasto all’evasione certamente la può dare. «E’ chiaro che l’assenza di un profilo sanzionatorio indebolisce la cogenza della norma», ammette il sottosegretario alle Finanze Enrico Zanetti. Che di suo era propenso ad un nuovo rinvio e che nei giorni scorsi in Parlamento ha spiegato la posizione del governo sostenendo che l’intenzione è comunque quella di proseguire sulla strada della riduzione dell’uso del contante.

Sarebbe stato meglio introdurre una ennesima proroga? All’interno del governo si è deciso di no per evitare di fare la solita figura all’italiana, posto che la norma risale addirittura al 2012 e nel frattempo si sono succeduti tre governi. Per cui domani si parte. Certo in maniera molto soft. Al ministero dello Sviluppo, a cui compete gestire l’operazione – come ha annunciato il ministro Guidi alle assemblee di Confcommercio e Confesercenti – contano di qui alle prossime settimane di avviare un tavolo con tutti i soggetti interessati all’operazione (commercianti, artigiani e ordini professionali e – ovviamente – banche e compagnie telefoniche) per definire meglio come procedere ma soprattutto per cercare di spuntare con condizioni di miglior favore per i servizi Pos. E quindi togliere di mezzo l’alibi dei costi.

È chiaro che prima che sia chiuso questo confronto di sanzioni non si potrà parlare. Di fatto anche questa è una forma di rinvio, ma del resto non siamo il paese del Milleproroghe?

da www.lastampa.it

"E se l'Europa avesse torto?", di Mariangela Colombo

Leggo la nota Cidi, Anticipo a 5 anni, perplessità e questioni aperte, a firma di Giuseppe Bagni, e debbo dire di sottoscriverne ogni riga. Ma sono soprattutto le prime parole di quella nota che mi fanno sussultare: “L’Europa ci chiede che il ciclo di studi…”
Ma come?! Abbiamo dichiarato a gran voce, governo dopo governo, parlamento dopo parlamento, che le riforme non dobbiamo farle “perché ce lo chiede l’Europa”, ma solo quando e se esse vengano considerate necessarie per l’evoluzione e il miglioramento del Paese!

Ora arriva una nuova ministra, di provenienza universitaria e – per così dire – di estrazione politica liberal-democratica, e subito – senza colpo ferire – tira fuori dalla scarsella l’invito ad allinearci a quello che vuole (e un po’ ovunque fa) l’Europa, ossia licenziare dalla superiore gli studenti diciottenni, e quindi tagliare di un anno la loro frequenza scolastica, ovviamente provvedendo a ghigliottinare l’ordine e grado considerato come il meno importante, il meno doloroso, il meno significativo e (soprattutto, e tuttora…) il meno normato: quello della scuola materna.

Il tutto, alla faccia dell’alta – per non dire altissima – qualità di quella che – in tutto il mondo – veniva considerata non solo l’esperienza didattica di quell’ordine di scuola (e non solo nell’Emilia Romagna, ma un po’ ovunque in Italia), ma anche di quegli “Orientamenti per la scuola dell’ infanzia” che – alla fine degli Anni 2000 – vennero presentati in tutto il nostro Paese, con lo scopo di generalizzare la didattica e la pedagogia destinate ai bambini dai 3 ai 6 anni, e – alle loro spalle – alle famiglie e al territorio in cui vivevano.

Ora, mi chiedo: ma, insomma, vogliamo o non vogliamo davvero che l’Europa (“questa” Europa) cambi? Lo so bene: noi siamo come Davide che combatte contro Golia, o – se lo si preferisce – come Don Chisciotte che vorrebbe abbattere i suoi fantasmi.

So anche che – qua e là – sono apparse – anche in anni recenti e recentissimi – proposte articolate di riforme, tutte miseramente fallite (o sepolte) sotto le macerie procurate dalla deflagrazione (seguita da una cancerogena polluzione) della Grande Crisi europea e mondiale, cui hanno fatto seguito gli aggiustamenti, gli accomodamenti, gli avvicinamenti (e avvicendamenti ideologici e finanziari ), riassunti nella raccomandazione/imposizione di una spending review a una sola direzione: quella del “tirate la cinghia, se volete uscire dal baratro”.

Ma – come la leggenda insegna – non è stato Golia quello che ha vinto: è stato il piccolo Davide.
E allora, perché non ripetere l’atto chiarificatore che fu compiuto da quel bambino che – sempre secondo la leggenda – disse (alla folla osannante e vigliacca che fingeva di non vedere): “Il re è nudo”?
Perché non adoperarci per superare definitivamente quest’ennesima indecenza, fornendo – noi “piccoli Davide” come siamo – la raccomandazione più giusta e più vera, e cioè quella di suggerire all’intera Europa di riformare tutte le scuole di tutte le nazioni che ne fanno parte, portando l’interociclo di studi di tutti i giovani europei fino al diciannovesimo anno di età?

Torniamo a occuparcene. Col coraggio che ci viene da una lunghissima esperienza sul campo e dal nostro inesauribile spirito di ricercatori.
In due parole, dalla nostra competenza professionale

da “Insegnare”

"Le nuove geometrie delle disuguaglianze", di Chiara Saraceno

Un benessere fragile, poco equo, perciò difficilmente sostenibile. È il quadro che emerge dal secondo rapporto, appunto, sul Benessere equo e sostenibile preparato dall’Istat e dal Cnel sulla base di 134 indicatori distribuiti su 12 aree rilevanti per il benessere degli individui e la tenuta della società.
È un benessere fragile, non solo perché non si vede ancora la fine della crisi, l’occupazione continua a diminuire e la povertà, specie tra i minori, i giovani e le loro famiglie tende ad aumentare. Anche i miglioramenti che pure ci sono stati, ad esempio sul piano dell’istruzione, con l’aumento dei diplomati e laureati, o nell’utilizzo delle nuove tecnologie, sono insieme troppo lenti per colmare il gap con gli altri paesi europei, che anzi continua ad allargarsi, e non sostenuti da investimenti in ricerca e innovazione che consentano di valorizzarli. È un benessere poco equo perché la crisi ha rafforzato le disuguaglianze tradizionali nel nostro paese — a livello territoriale e di classi sociali — e ne ha create di nuove. La disoccupazione ha colpito più duramente il Mezzogiorno delle altre ripartizioni. Sempre nel Mezzogiorno si trova la massima concentrazione di Neet, di giovani che né studiano né lavorano: un terzo circa di tutti i giovani in quelle regioni, dove è anche stata più intensa la diminuzione della partecipazione ad attività culturali. Si è, inoltre, interrotto il lento processo di riduzione delle disuguaglianze territoriali nelle condizioni di salute che svantaggiano, ancora, chi risiede nel Mezzogiorno. Al persistere di meccanismi di forte riproduzione intergenerazionale della disuguaglianza si aggiunge il più recente fenomeno di una disuguaglianza intergenerazionale a sfavore dei più piccoli e dei più giovani. Ciò non è avvenuto perché le generazioni più anziane hanno viceversa migliorato la propria condizione. Piuttosto, a fronte di una crisi che, sul piano occupazionale, ha colpito soprattutto i più giovani e le famiglie giovani, l’unica categoria sociale per cui è stata prevista una ga-
ranzia di reddito è quella degli anziani con pensioni basse, tramite il mantenimento dell’indicizzazione, appunto, della pensione.
Tendenze contraddittorie emergono nelle disuguaglianze di genere. A fronte di un indubbio aumento delle donne nei posti decisionali, in politica e nei consigli di amministrazione, per moltissime donne le difficoltà di conciliare responsabilità famigliari e una occupazione remunerata sono peggiorate: riduzione di servizi già scarsi e aumento dei costi rendono per molte difficile tenersi un lavoro già insicuro di suo. È aumentato, così, il divario tra tasso di occupazione delle madri di bambini in età pre-scolare e donne senza figli, quindi non solo la disuguaglianza tra donne e uomini, ma anche tra donne.
Quanto può essere sostenibile nel mediolungo periodo un benessere così fragile, così poco equo, così disattento al proprio capitale — umano, ambientale, culturale? Una prima risposta problematica viene dagli indicatori sulle relazioni sociali e la fiducia. Si conferma la forza delle reti famigliari: l’89,8%, in aumento rispetto al 2009, dichiara di avere qualcuno su cui contare in caso di bisogno. Ma diminuisce la soddisfazione per le relazioni famigliari e amicali. Se si aggiunge che gli italiani mostrano uno dei più bassi tassi di fiducia verso gli altri tra gli abitanti dei paesi Ocse, ne emerge un quadro di persone chiuse in cerchie famigliari e amicali sottoposte a tensioni crescenti, poco disponibili a fidarsi di altri, quindi a impegnarsi per qualche obiettivo comune. È diminuita anche la partecipazione al volontariato. La bassa fiducia riguarda soprattutto i partiti e le istituzioni politiche. Il che non vuol dire, come spesso troppo affrettatamente si conclude, disinteresse per la politica. Il desiderio di informarsi e discutere di politica è anzi aumentato. Trasformarlo in coinvolgimento, in fiducia critica, è la sfida che confronta la politica e il governo innanzitutto, ma anche tutti coloro le cui azioni e decisioni sono di enorme rilevanza per la vita di tutti noi. Un buon punto di partenza sarebbe utilizzare gli indicatori alla base di questo rapporto come riferimento sia per definire le priorità dell’agenda delle cose da fare sia per valutare l’efficacia delle azioni intraprese

da La Repubblica

"Occupazione, la politica è debole", di Walter Passerini

Pessima notizia quella del flop del bonus assunzioni per gli under 29 che, nonostante la ricca dotazione (quasi 800 milioni di euro), non riesce a decollare. Vi sono almeno due ragioni: la prima è la mancata risposta del Mezzogiorno, a cui è dedicata gran parte della provvista (500 milioni), segno del distacco sempre più marcato del Sud rispetto al resto d’Italia, i cui vagoni sono lontani dalla locomotiva, per quanto lenta sia; la seconda è un campanello d’allarme per il decollo dell’altro provvedimento, sempre per under 29, che si chiama Garanzia giovani, che a due mesi dall’avvio registra notevoli ritardi da parte delle Regioni e l’assenza di una cabina di regia nazionale e di una rete di servizi all’impiego, in grado di reggere l’obiettivo di coinvolgere 900 mila giovani, nonostante la dote ricca di 1,5 miliardi.
Il flop del bonus, che qualcuno propone di usare a questo punto anche per la Garanzia giovani, rivela la debolezza di una politica del lavoro basata su incentivi temporanei, che non riesce ad affrontare i nodi strutturali dei costi di produzione e del costo del lavoro, insieme all’azzeramento della domanda delle imprese e al clima di sfiducia per un futuro incerto. È necessario più coraggio e una maggior decisione per rimettere al centro dell’agenda del governo e del paese la questione lavoro, in una settimana, la prossima, caratterizzata da tre eventi significativi: la ripresa del dibattito martedì al Senato sul disegno di legge delega di riforma del lavoro che, incassati 465 emendamenti, si sta di nuovo arroventando sull’introduzione del contratto a tutele crescenti e, di nuovo, sull’articolo 18; l’avvio mercoledì della sesta sanatoria per altri 32 mila esodati che, di toppa in toppa, non riesce a porre lo stop a una vicenda socialmente incresciosa, politicamente devastante ed economicamente insostenibile; le reazioni sindacali alla lettera del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, che ha dichiarato che non ci sono più soldi per la cassa in deroga, che copre oggi 350 mila lavoratori.
Un inizio davvero bollente per il semestre di presidenza italiana dell’Unione europea.

da www.lastampa.it

Flop del ‘bonus giovani’ di Letta, solo 22mila assunti
Il provvedimento, lanciato lo scorso agosto dal precedente governo, stanziò 800 milioni di euro con l’obiettivo di creare 100mila nuovi posti di lavoro
ROMA – La crisi morde e così si è rivelato un sostanziale flop il bonus per le assunzioni dei giovani tra i 18 e i 29 anni messo in campo l’anno scorso dal governo Letta per creare, in 18 mesi (e quindi fino all’inizio del 2015), circa 100mila nuovi posti con lo stanziamento nel periodo di 794 milioni. Secondo i dati Inps a fine giugno le domande confermate erano poco più di 22mila.
Al 23 giugno, si legge appunto negli ultimi dati elaborati dall’Inps, il numero totale delle domande di prenotazione arrivate per l’assunzione di giovani disoccupati erano 28.606, ma tra queste 5.499 sono scadute (andavano confermate entro la settimana successiva alla prenotazione). Le domande confermate sono dunque 22.124.
Il beneficio per ogni lavoratore assunto con il bonus è di un terzo della retribuzione lorda fino a un tetto di 650 euro al mese per un massimo di 18 mesi (12 mesi nel caso di trasformazione di un contratto a termine in un rapporto a tempo indeterminato). Quindi se si calcolano circa 8.000 euro in un anno per ogni assunto (il bonus varato nel decreto legge approvato esattamente un anno fa vale per le assunzioni fatte a partire dal 7 agosto 2013 mentre il click day è partito il 1 ottobre) al momento sono stati spesi meno di 160 milioni di euro (circa 7.150 euro per 11 mesi per 22.000 assunti considerandoli tutti assunti dall’inizio e tutti con il beneficio massimo cosa che naturalmente non è).
Non basta quindi il taglio totale dei contributi per 18 mesi per convincere le aziende ad aumentare il personale (il bonus prevedeva che l’assunzione dovesse incrementare l’organico rispetto all’anno precedente e non essere utilizzata per il turn over). E la “prudenza” delle imprese è cresciuta negli ultimi mesi. Se infatti a metà ottobre 2013 le domande arrivate erano 11mila e a metà dicembre 18mila, il numero delle richieste ha rallentato fortemente nei mesi successivi. Tra le domande di assunzione confermate prevalgono quelle degli uomini (13.827) rispetto a quelle delle donne (8.297).
Per il 2013 erano a disposizione 148 milioni che avrebbero dovuto consentire l’assunzione di circa 20mila giovani, 248 milioni erano stanziati per il 2014 mentre nel complesso sono stati stanziati 794 milioni con l’obiettivo di assumere 100mila giovani entro il 30 giugno 2015 (i fondi si spalmano fino a fine 2016 perchè il bonus dura al massimo 18 mesi).
L’incentivo viene assegnato solo per le assunzioni a tempo indeterminato di giovani tra i 18 e i 29 anni purché l’assunzione porti a un aumento occupazionale nell’azienda rispetto all’anno precedente. L’agevolazione è pari a un terzo della retribuzione (fino a un massimo di 650 euro al mese) per una durata complessiva di 18 mesi. L’assunzione che deve riguardare giovani privi d’impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi ovvero privi di diploma di scuola media superiore o professionale, deve essere formalizzata entro 7 giorni dalla prenotazione dell’incentivo. Si può ottenere anche per contratti a tempo parziale e per gli apprendisti. L’incentivo spetta nei limiti di risorse specificatamente stanziate per ogni regione o provincia autonoma ed è autorizzato dall’Istituto in base all’ordine cronologico di presentazione delle istanze.

da www.repubblica.it

"Se l'Emilia è donna", di Enrico Grazioli

Un’altra legge? Ce n’era proprio bisogno nel paese dei mille codici e dei milioni di decreti? Sì. Ci voleva qualcuno (e guarda caso è stata l’Emilia Romagna) che avesse il coraggio e la determinazione per immaginare e far approvare tra le prime in Italia una legge quadro per la parità e contro le discriminazioni di genere. Certo, non sarà un testo legislativo regionale a cambiare i destini delle donne; non si pareggeranno le opportunità né si elimineranno le violenze per ordine di un Palazzo: ma non c’è alcun valore per una comunità che possa essere difeso, condiviso e fatto crescere se non è recepito almeno in una legge, filo della trama e dell’ordito di ogni convivenza civile. E ancora una volta va riconosciuto a questa regione il merito di aver dato l’esempio (se non di aver proposto un modello, ancora) di ciò che si può e si deve fare. Gli ambiti e le norme vanno dal riequilibrio della rappresentanza e dell’accesso nelle sedi politiche e istituzionali alle agevolazioni in tema di lavoro, scuola, sanità e welfare con tutele e incentivi. Naturalmente ci sono, nel testo, tutti i Tavoli, i Comitati, gli Osservatori e le Commissioni dove abitualmente vanno a soffocarsi le migliori intenzioni di tanti provvedimenti di legge nati per rispondere a un bisogno di legalità e di bene comune più diffuso. E manca, per ora, una chiara definizione delle risorse che saranno rese disponibili perché questa legge cammini con le sue gambe e non solo sui sorrisi delle donne che l’hanno fatta approvare. Toccherà probabilmente ancora una volta a loro fare uno sforzo in più, perché dalle parole si passi a una consapevolezza e a un’azione costanti. Non solo per rivendicare (cosa legittima e sacrosanta) una parità negata nei fatti e dai fatti, ma anche per fare dell’Emilia il primo terreno fertile per quell’alleanza tra donne e uomini che chi ha steso la legge pone alla base di una vera democrazia paritaria: capace di far germogliare futuro dalla ricchezza della diversità coltivata nell’uguaglianza. E quelle parole, che le donne emiliane hanno saputo per prime trasformare in legge, sono già patrimonio di tutti.

da La Gazzetta di Modena