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"Legge sul testamento biologico Una ferita alla laicità dello Stato", di Michele Ainis

Nel grande teatro di Montecitorio ieri è andato in scena Eugene Ionesco, il maestro dell’assurdo. Non tanto perchè i nostri deputati si lambicassero il cervello in esercizi filosofici mentre là fuori tremavano le borse. Nemmeno per la singolare concezione dell’urgenza che ispira il Parlamento: il Senato ci ha messo 17 mesi per votare il ddl Calabrò sul testamento biologico, la Camera ne ha fatti passare altri 14 prima di discuterlo, adesso — chissà perché— lo sprint finale. Ma il paradosso non è soltanto esterno, non è un effetto della congiuntura. No, abita all’interno della legge, come una tenia dentro l’intestino. Anzi: a metterli in fila, i paradossi sono almeno quattro. Primo: le motivazioni. Quelle dettate in aprile dal presidente del Consiglio, con una lettera ai suoi parlamentari. Sarebbe meglio non farla questa legge (Berlusconi dixit), sarebbe preferibile lasciare un vuoto normativo; ma siccome poi i giudici decidono lo stesso, ci toccherà turare il vuoto. E in quale altro modo dovrebbero mai comportarsi, povericristi? Il nostro ordinamento non ammette lacune: se un magistrato lascia cadere nel silenzio un’istanza processuale, risponderà di denegata giustizia. Secondo: i contenuti. A dir poco schizofrenici, dal momento che promettono un diritto nell’atto stesso in cui lo negano. Ma l’acrobazia verbale sta nelle definizioni. In particolare questa: alimentazione e idratazione forzata non costituiscono terapie (dunque rifiutabili), bensì «forme di sostegno vitale» (dunque irrinunciabili). E perché le terapie mediche sono sostegni mortali? Terzo: i destinatari. L’emendamento Di Virgilio li restringe ai pazienti in «accertata assenza di attività cerebrale integrativa cortico-sottocorticale» : in pratica, i morti. Ma la nuova legge non s’indirizza neanche ai medici, dato che nei loro riguardi il testamento biologico non è del tutto vincolante. E allora che lo scriviamo a fare? Quarto: i limiti. L’emendamento Barani-Binetti ha stabilito che possono indicarsi soltanto i trattamenti sanitari accettati, non quelli rifiutati. Insomma dimmi ciò che vuoi, taci su ciò che ti fa orrore. Sennonché la nostra identità si configura proprio a partire da quanto respingiamo: come recita un celebre verso di Montale, «codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo» . E poi, con il progresso vorticoso delle tecnologie mediche, come diavolo potremmo immaginare oggi la cura che ci salverà domani? Speriamo almeno che le Camere, insieme alla legge, ci regalino una palla di vetro. È questa fiera dell’ossimoro, questo circo degli equivoci, che ha infine generato un testamento biologico profondamente illogico. Anche a costo di divorziare dai Paesi liberali (Usa, Svizzera, Inghilterra, Germania e via elencando), dove vige una facoltà anziché un divieto. Anche a costo di sfidare l’impopolarità (il 77%degli italiani è sfavorevole: Eurispes 2011). Anche a costo d’infliggere una ferita alla laicità delle nostre istituzioni, per obbedire ai desideri della Chiesa. Come ha scritto su queste colonne (1 ° maggio 2011) Umberto Veronesi, come prima di lui osservava Indro Montanelli, la dottrina ecclesiastica dovrebbe impegnare i chierici e i fedeli, non l’universo mondo. Anche perché altrimenti il sondino di Stato bisticcia con la Costituzione, oltre che con la logica. E i punti di frizione sono di nuovo quattro, come i cavalieri dell’Apocalisse. Primo: l’art. 32 della Carta repubblicana disegna la salute come un diritto, non già come un dovere. Secondo: la medesima norma permette trattamenti sanitari obbligatori, purché per legge e in nome dell’interesse generale. È il caso delle vaccinazioni, per arginare i rischi del contagio; ma di quale infezione era portatrice Eluana Englaro, quale minaccia al prossimo reca il moribondo? Terzo: questa legge attenta anche alla privacy, che nel suo nucleo concettuale garantisce la libertà degli individui rispetto all’oppressione dei pubblici poteri. Quarto: ne resta infine vittima l’art. 33, che protegge la libertà degli uomini di scienza, e quindi degli stessi medici. Insomma lo Stato non può imporre agli ingegneri le regole per costruire un ponte, né stabilire come si curino i malati (Corte costituzionale, sentenza n. 382 del 2002). Ecco, sarebbe preferibile un po’ più rispetto, per i medici, per i giudici, per il popolo dolente dei malati. Sarebbe meglio abbandonare questa legge imperativa, affidandosi a un giudizio reso caso per caso. Dopotutto ogni caso è diverso, ciascuno ha la sua legge. E dopotutto vale pur sempre l’aforisma di Thoreau: «Se il governo decide su questioni di coscienza, allora perché mai gli uomini hanno una coscienza?» .

Il Corriere della Sera 13.07.11

"Opposizione, prova di leadership", di Mario Lavia

Titolavamo ieri “L’Italia sull’orlo del crack, l’opposizione pronta a salvarla”: e infatti. Senza Pd, Udc, Idv il paese sarebbe andato a fondo. Già, perché in questa operazione di responsabilità (ma non di corresponsabilità), il partito di Bersani ha saputo raccordarsi con quelli di Casini e Di Pietro e, fuori dal parlamento, con quello di Vendola, con tanti saluti a chi dice che uno schieramento alternativo alla destra appartiene al mondo dei sogni.
Il Pd sta dando un prova molto forte, di grande sensibilità nazionale. Ha esercitato leadership. Avrebbe potuto mettere i bastoni fra le ruote, ottenendo l’umiliazione del governo ma facendo pagare un prezzo assurdo all’Italia. Essendo un partito serio, ha scelto un’altra strada, e ha fatto bene.
Nella mente di Berlusconi martellano altri pensieri. Dover sborsare 560 milioni di euro a De Benedetti. Il destino delle sue aziende. I compromessi fra i figli. Le peripezie giudiziarie. Le sue tempie pulsano per tutto questo, non c’è molto spazio per il resto. Infatti non si fa vedere né sentire, costretto alla fine a parlare con una nota scritta chissà da chi.
I grandi giornali lo criticano, l’Italia che conta mugugna, l’opinione pubblica più larga ha assistito sbigottita ai disastri in Borsa, le persone normali temono per il futuro dei loro risparmi Ma il governo, di fatto, non c’è più. Non ce la fa, da solo. Ha bisogno degli altri, delle opposizioni.
Potrà restare aggrappato al potere come una cozza allo scoglio ma non potrebbe reggere un altro urto finanziario, o un altro scandalo, o una nuova sconfitta parlamentare. Trovare i miliardi che mancano sarà una rogna tutta di un Tremonti stordito.
Mancano ancora – è vero – aperte dissociazioni nella sua maggioranza, ma c’è una forza delle cose che potrebbe impedire una penosa agonia. E portare ad una crisi, a un governo autorevolissimo, e di lì ad elezioni. Le opposizioni – unite – devono crederci.

da Europa Quotidiano 13.07.11

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“Così il Professore è tornato in scena” di Mariantonietta Colimberti

Anche l’ex premier capisce l’emergenza e non si tira indietro.
In questi giorni l’hanno chiamato in tanti, e non soltanto per chiedergli un parere. Lo hanno invitato, sollecitato, spinto a parlare, a spendere la sua faccia pulita e autorevole per sostenere il paese che ha governato due volte e che ora è in un momento drammatico, vicino al baratro. E Romano Prodi ha risposto, ha detto a tutti, in Italia e all’estero, che lui c’è. E non perché punti al Quirinale e misuri i suoi interventi sull’obiettivo presunto, come qualcuno si ostina a scrivere in articoli ai quali il Prof riserva battute graffianti, quanto perché si sente un «patriota».
Questa manovra non gli piace per niente, la considera insufficiente e iniqua, ma ora «bisogna spegnere l’incendio» perché «i mercati stanno lavorando contro di noi». Per aiutare a spegnere l’incendio si è vestito da pompiere, non negandosi alle occasioni pubbliche e nemmeno alle interviste, giornali ed emittenti esteri compresi, come Die Welt e Bbc, ma non solo. In una situazione come quella in cui ci troviamo, è il ragionamento, sarebbe fin troppo facile anche se legittimo da parte dell’opposizione sottolineare la scarsa credibilità internazionale dell’esecutivo, la sua inadeguatezza etica e morale, in definitiva la sua incapacità a governare.
Ma cosa accadrebbe se sulle tv internazionali andassero in onda scene di protesta o notizie di misure non approvate, di impossibilità del governo e del parlamento di varare la manovra? Di qui la scelta di Prodi di sollecitarne la «rapidissima» approvazione, che l’opposizione consentirà, concordando al massimo qualche emendamento, ma senza andare oltre.
L’importante è presentarsi «uniti di fronte all’estero». E all’estero, il Prof è sicuramente tra gli italiani più noti e più credibili. Dunque, Prodi è tornato, pluri-richiesto. «Ci vogliono tempi calamitosi perché un paese si rivolga a lui», diceva Paolo Baffi di Nino Andreatta, come ricordò Padoa-Schioppa in un convegno del 2008. Oggi i tempi sono calamitosi e in tanti si sono rivolti al Prof, che di Andreatta è stato allievo.
In realtà Prodi era già tornato.
Almeno in altre due occasioni importanti. La prima, quando alla vigilia del voto amministrativo di Bologna, salì sul palco dove Virginio Merola chiudeva una campagna elettorale in cui la vittoria al primo turno non era affatto scontata.
Nelle settimane precedenti si era detto che Prodi era più vicino ad Amelia Frascaroli, sostenuta dalla moglie Flavia e dalla portavoce Sandra Zampa. Il Prof alzò sorridendo la mano che stringeva quella del candidato del Pd. Merola fu sindaco al primo turno.
La seconda occasione fu a vittoria avvenuta, quando tra gli applausi raggiunse al Pantheon Pier Luigi Bersani che festeggiava il quorum raggiunto e i quattro sì dei referendum. Oggi il Prof è indirettamente impegnato su un altro fronte che gli preme molto, quello della difesa, o meglio della costruzione, del bipolarismo («quello degli ultimi 15 anni non è bipolarismo» ha detto ieri a Padova) e della modifica del Porcellum. Con la testa e con il cuore sta con Arturo Parisi e con i promotori del referendum ripristina-Mattarellum, ma per ora eviterà di apporre la sua firma, pronto a intervenire se sarà necessario.
Il mondo prodiano è tutto da quella parte. Perché il bipolarismo ce l’ha nel dna, insieme alla diffidenza verso tutto ciò che sa di “inciucio”, grosse koalition compresa. Ieri Prodi è tornato a dire no al governissimo. «Quando l’emergenza sarà finita si potrà aprire un confronto sulle riforme, ma con chi e come spetta alla politica e non a me dire», perché «io sono un professore, anzi, un pensionato professore».

da Europa Quotidiano 13.07.11

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Subito la patrimoniale e il governo se ne vada

Che fare di fronte alla crisi? Parla di politica Susanna Camusso, leader della Cgil, del silenzio del governo, del giudizio di inaffidabilità che pesa sul nostro paese, della timidezza poco responsabile di molti (ed è un richiamo chiaro alla Cisl e alla Uil: come è possibile che in un frangente come questo i sindacati non si facciano avanti con una proposta unitaria?), della debolezza fino alla inutilità di questa manovra.

Ma, insistiamo, voi della Cgil avete un’idea per correggere la manovra? “Sì, un’idea c’è, per misure di rapida formulazione: una patrimoniale ordinaria e una patrimoniale straordinaria, qualcosa di strutturale e qualcosa che cerchi di rispondere alle domande della crisi, certo colpendo le grandi ricchezze e i redditi più alti, chiedendo in questo momento un sacrificio che è generosità, corresponsabilità, sensibilità di fronte ai pericoli che incombono. Sono misure nel segno dell’equità, mentre questa manovra funziona in direzione opposta, colpire i più deboli, risparmiare e incoraggiare i più forti…”.

C’è un governo che non ascolta… “E che non parla. E’ inverosimile che Berlusconi e Tremonti abbiano lasciato passare questi giorni di fuoco senza aprire bocca. Al posto loro parlava la Merkel. Un governo che non dice nulla non sa che cosa fare o non è in grado, per contrasti interni, di fare qualcosa in modo coerente: una settimana fa Berlusconi invitava ad alleggerire la manovra, ieri s’è fatto sentire per reclamare tagli più radicali. Una dichiarazione di inaffidabilità, un lasciapassare per gli speculatori”.

Che cosa la indigna di più di questa manovra? “Molte cose. Cominciamo dai tagli agli enti locali, già bersagliati, già in difficoltà, tagli che impediscono un livello sensato di copertura sociale. La conseguenza sarà una riduzione dei servizi alle persone, ai più deboli, che in aggiunta dovranno pagare il ticket sanitario e che soffriranno di una sanità, colpita a sua volta dalla scure. Di male in peggio. Una sofferenza che si acuisce…”. Aggiungiamo le pensioni. Altre tasse, per chi non gode di assegni d’oro. “Anche qui dove sta la giustizia, dove sta la sensibilità sociale? Loro vanno sul sicuro, senza fantasia”.

Molti, politici e commentatori, tornano sull’innalzamento a 65 anni dell’età pensionabile per le donne. E’davvero intollerabile quel traguardo? “Bisogna considerare il contesto, chiedersi quanto pesano per le donne, in termini di interruzione della contribuzione, la gravidanza e la maternità, chiedersi quanto è poco considerata ancora l’occupazione femminile, quanto c’è di precario nel lavoro femminile, quanto la donna è costretta a sottrarsi al lavoro per dedicarsi ai familiari, dai figli agli anziani, in conseguenza dell’inefficienza o della scarsità dei servizi. Quando si parla di età pensionabile, siamo alle solite: si ragiona sulle spalle dei lavoratori, che pagano sempre, gli allungamenti di un anno, poi il blocco del turn over, le ristrutturazioni…”.

Si può correggere questa manovra? “Se c’è un’emergenza, si corre ai ripari. Questa manovra rischia solo di peggiorare gli effetti di quella passata: solo depressiva, senza spunti per la crescita, ingiusta, inutile se non dannosa (in una congiuntura più nera per la produzione e per l’occupazione). Se non si introduce qualche elemento di equità e qualche sostegno alla crescita: la patrimoniale, ordinaria e straordinaria, che vorremmo introdurre, dovrebbe servire a questo: qualche taglio in meno, qualche investimento in più”.

Sacrificio, sacrifici, senza orizzonti? Ma c’è un’alternativa? “Dobbiamo approvare rapidamente la manovra, dobbiamo rassicurare i mercati. Va bene. Ma un minuto dopo questi se ne devono andare. E’ loro la responsabilità dei nostri guai: per tre anni ci hanno ripetuto che tutto andava per il meglio, ci hanno confezionato addosso manovre fatte di tagli, solo depressive, sbagliate, inique. E’ il momento della svolta, perché un altro governo prenda in considerazione una finanziaria di crescita, che riequilibri i redditi, che ridistribuisca la ricchezza, che attui qualche investimento (modificando il patto di stabilità), che rifaccia girare l’economia”.

Che farà la Cgil? “Proporremo le nostre critiche e le nostre proposte. Domani pomeriggio (oggi per chi legge) saremo davanti al Senato. Venerdì analoga manifestazione dello Spi davanti alla Camera. Continueremo”.

L’Unità 13.07.11

"Così si apre la strada a tante cause legali", di Umberto Veronesi

Ho avviato sei anni fa in Italia la campagna di sensibilizzazione a favore del Testamento Biologico, per allineare l’Italia ai Paesi civilmente avanzati – ad esempio gli Usa, la Francia, la Germania, la Gran Bretagna – come è, e sempre è stato il nostro. È stata per me una battaglia culturale per l’evoluzione di un pensiero in cui credo da sempre: il pensiero laico, libero, trasversale. Ho scritto, come autore unico o insieme ad alcuni dei nostri migliori giuristi, cinque libri sul tema della libertà e il diritto di accettare o rifiutare le cure in ogni circostanza, sulla base delle convinzioni personali. Questo è infatti l’obiettivo del Biotestamento ovunque nel mondo: mettere sempre al centro di ogni decisione la volontà della persona.

Avevo anche qualche ambizione in più. Ho sempre pensato che il testamento biologico – cioè l’espressione anticipata delle proprie volontà circa le cure che si vogliono o non si vogliono ricevere, in caso di perdita della facoltà di esprimersi di persona – potesse avere anche un valore educativo, perché obbliga ognuno ad affrontare i temi esistenziali, a dibatterli con altri e a interrogare se stesso su come vorrebbe concludere il proprio ciclo biologico, nel caso tale evento grave si realizzasse. Un dibattito utile quindi alla formazione di una personalità consapevole e cosciente sul grande tema dell’autonomia di decisione. La discussione su questi argomenti inizia nel mondo nel 1983, a seguito dell’incidente di Nancy Cruzan, che a soli 26 anni la fece piombare in uno stato vegetativo permanente irreversibile.

La sua famiglia, dopo varie petizioni e ricorsi, ottenne nel 1990 l’autorizzazione della Corte Suprema degli Stati Uniti alla sospensione della nutrizione artificiale. Da qui nacque il movimento right-to-die, per il diritto di morire, e i successivi movimenti civili per riappropriarsi delle decisioni di fine vita, di fronte a una medicina che stava diventando sempre più potente e invasiva, capace addirittura di tenere artificialmente in vita (se vita la possiamo definire) un corpo ridotto a un vegetale, senza coscienza, senza percezioni visive e uditive, né percezione del dolore.

Prima ancora, nel 1978, l’olandese Van den Berg scrisse «Medical Power and Medical Ethics», che in vari Paesi ha portato all’introduzione del «living will», la volontà di vivere, tradotto in italiano appunto «testamento biologico». In realtà la discussione sulla bioetica nasce in precedenza, negli Anni 70, quando l’americano Van Potter, con il libro «Bioethics, bridge to the future», coniò questo termine con un significato preciso: l’etica medica deve ispirarsi alla biologia della vita dell’uomo e opporsi all’invasione della tecnologia nella medicina.

Credo che molti bioeticisti non conoscano l’origine e il significato del pensiero di Van Potter. Cosa c’è di più tecnologico e artificiale che mantenere in vita forzatamente un insieme di organi? Eppure questo farà il disegno di legge approvato ieri, caso unico nel mondo occidentale: ci imporrà per legge la vita artificiale. E così chi, come me, si impegna per il progresso della cultura viene profondamente tradito. Ed è soprattutto tradita un’ampia parte della popolazione che si affida con fiducia alle istituzioni e alle persone che guidano il proprio Paese. La gente è molto più consapevole, cosciente e pronta all’autodeterminazione di quanto si possa pensare e, come rivelano tutti i sondaggi, è a favore del testamento biologico come strumento di espressione di volontà individuale.

Di fronte a questa realtà noi promotori originari del testamento biologico in Italia dichiariamo che è meglio nessuna legge che una legge traditrice, e chiediamo di fermare un iter legislativo che, anche qualora sfociasse nella approvazione di Camera e Senato, non potrà che ritornare nelle Corti e creare cause su cause e ricorsi su ricorsi. Il disegno di legge attuale infatti calpesta con evidenza l’articolo 31 della Costituzione italiana, oltre che la volontà della maggioranza dei cittadini. Senza questa legge, la questione di fine vita invece uscirebbe dai tribunali e ritornerebbe a essere discussa caso per caso, in scienza e coscienza dai medici e in libertà dai cittadini. Da tutti i cittadini, da chi crede nella sacralità della sua vita e la considera un dono di Dio e un bene non disponibile, e da chi invece crede nella sua inviolabile responsabilità e libertà.

La Stampa 13.07.11

"La "supplenza" di Napolitano nel giorno del salvataggio", di Carmelo Lopapa

Il Cavaliere si defila ma avverte: “Io non vado via”. Una serie frenetica di telefonate con Tremonti e Letta, poi con Casini e infine con Bersani. Per Berlusconi tornato a Roma, due ore di riposo pomeridiano e due visite private. La grande rete di salvataggio è una trama costruita ora dopo ora, telefonata su telefonata, un contatto dopo l´altro, coi leader dell´opposizione, con gli uomini di governo. Resistenze da abbattere, angoli da smussare, conti da far quadrare, l´Europa che attende, le borse che insidiano. È la partita più delicata e il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ne diventa involontariamente il regista quasi solitario, il tessitore della rete salva-Paese.
Sono ore concitate ma il capo dello Stato si guarda bene dal travalicare i suoi «confini», non un intervento diretto, nulla che vada oltre la moral suasion. Da parte sua, solo un segnale di peso a beneficio dei mercati per difendere gli interessi nazionali. Ma il filo è diretto con Tremonti, impegnato all´Ecofin di Bruxelles e poi a Roma al Senato per mediare con le opposizioni. Il contatto è frequente con Gianni Letta, unico ambasciatore dal fortino di Palazzo Chigi. Due giorni fa Napolitano aveva sentito Casini, ieri Bersani, la Finocchiaro. Diventa suo malgrado il supplente istituzionale, nella silenziosa assenza del premier. In fondo, come osserverà qualcuno, quello stesso ruolo di supplenza che si è ritrovato e svolgere Oscar Luigi Scalfaro tra il ‘92-´94, negli anni bui della Repubblica, poi culminati nel governo tecnico guidato da Ciampi. Il Cavaliere teme che lo scenario si ripete.
A fine giornata, quando Piazza Affari lascia tirare un sospiro di sollievo, quando in Parlamento maggioranza e opposizione raggiungono l´accordo per l´approvazione-blitz della manovra entro venerdì, sul Colle il risultato si ritiene raggiunto, per il momento. C´è «vivo apprezzamento». E tutto sommato l´impressione è che anche il presidente del Consiglio, con la sua nota e perfino coi suoi silenzi, si sia tenuto nel solco della strategia comune, della «responsabilità nazionale». Sono e saranno giorni cruciali. I rischi restano. È per questo che il Quirinale decide di ridurre a un solo giorno, domani, la visita di Stato di Napolitano in Croazia che si sarebbe dovuta protrarre fino a venerdì. Perché quello sarà il giorno clou dell´approvazione finale della manovra a Montecitorio. E il presidente intende firmarla subito e mandarla in Gazzetta con altrettanta rapidità. Il premier Berlusconi per adesso ha invece confermato la visita di Stato di venerdì a Belgrado, per un bilaterale previsto da tempo col presidente serbo, con rientro nel tardo pomeriggio a Roma.
Il fatto è che dopo la sentenza sul lodo Mondadori il Cavaliere è scomparso. Villa Certosa, poi Arcore, infine Palazzo Grazioli da ieri pomeriggio. Ha disertato in sequenza la visita a Lampedusa, la telefonata alla festa Pdl di Mirabello, il matrimonio di Brunetta, ieri mattina il ritiro del Milan a Milanello. Rientrato nella Capitale a metà giornata, raccontano si sia abbandonato a un lungo sonno pomeridiano, mentre fuori sembrava stesse per venire giù tutto. Tremonti e Letta che mediavano con i presidenti di Camera e Senato e con i leader del centrosinistra, le borse che andavano giù e poi su, le opposizioni che invocavano le dimissioni. Gianni Letta è per tutto il giorno l´unico interlocutore tra Palazzo Chigi e il mondo esterno. Berlusconi si concederà solo due visite private, nessun vertice politico. Sarà il sottosegretario Letta a mettere nero su bianco la nota, dopo averla concordata col premier, un messaggio rassicurante a beneficio dei mercati. Riconoscimento al ruolo delle opposizioni, ma anche l´affermazione che il «governo è stabile, la maggioranza coesa». Uscita che a sinistra sa di provocazione. D´altronde, a chi continua a invocare dimissioni dopo la manovra, Berlusconi chiude la porta in faccia, come ripete ai pochi interlocutori di queste ore: «Non lo farò mai, non cedo ai loro giochi di palazzo. Questa non è una crisi politica del mio governo, ma internazionale e finanziaria». I timori sullo sfondo restano. Uno, su gli altri: che la manovra possa non bastare a sedare gli speculatori, a rassicurare i mercati. In quel caso, Berlusconi sa che a settembre si riaprirebbe la partita in vista di un nuovo, pesante intervento draconiano sui conti pubblici. Ma l´autunno è lontano, l´emergenza incombe.
Nei capannelli finiani in Transatlantico, ieri pomeriggio, alcuni mugugnavano sul fatto che il premier fosse stato ancora una volta «graziato», involontariamente, proprio dal Quirinale, che per via dell´emergenza gli è venuto incontro garantendo il disco verde alla manovra. Pier Ferdinando Casini, coi suoi, ragionava in modo diverso: «A noi di Berlusconi ormai non interessa nulla, facciamo quel che riteniamo giusto nell´interesse del Paese, come ci chiede Napolitano, e guardiamo già oltre. Il premier nel suo delirio prima si rende conto che dovrà farsi da parte, meglio è».

La Repubblica 13.07.11

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“Noi responsabili, poi Silvio lasci”, di Giovanna Casadio

Bersani in contatto anche con Letta: il premier non è fattore di fiducia
Pochi emendamenti: pensioni, bollo-titoli e regole Grandi eventi Di Pietro: dopo la responsabilità, al voto.
La manovra è un rospo da ingoiare, consentendo che la maggioranza l´approvi immediatamente, senza la spada di Damocle dell´ostruzionismo. Per senso di responsabilità, innanzitutto. Per rassicurare i mercati. Perché lo chiede il presidente Napolitano. Per le opposizioni, Pd in testa, è una giornata di passione, di riunioni (la prima alle 8,30 del mattino al Senato, mentre Piazza Affari rischia il tonfo), e di contatti con il Quirinale. Ma la linea che esce è chiara e univoca: via libera a tempi rapidissimi di approvazione; quindici gli emendamenti comuni presentati, calmiere (non più di 3 su quelli dei gruppi); voto contrario sul complesso del provvedimento e poi Berlusconi a casa. Lo ripetono come un mantra, i leader dell´opposizione. Bersani (in missione in Medioriente) dice: «Noi facciamo la nostra parte, ma Berlusconi non dà più fiducia». D´Alema rincara: «Penso che, approvata la manovra, Berlusconi dovrebbe dimettersi e capire che la sua presenza al governo è un ostacolo alla collaborazione tra maggioranza e opposizione che sarebbe necessaria in tempo di crisi».
Di Pietro reclama che, dopo la responsabilità, arrivino le elezioni. Per il Pd il discorso è diverso: in un momento di tale rischio per i conti pubblici, ci vorrebbe un governo di «fine legislatura» o «di scopo», affidato magari a un economista come Mario Monti. Ma questo è “il dopo”. Intanto c´è da tenere dritta la barra, come Bersani spiega in una telefonata al capo dello Stato: votare no e però garantire l´ok alla legge di bilancio. Telefonata del segretario anche con Gianni Letta, al quale ripete: «Tempi rapidi per la manovra, però resta il no». Di tradurre in atti politico-parlamentari la rotta democratica s´incarica Anna Finocchiaro. La capogruppo passa da una messa a punto all´altra con tutte le opposizioni e sente Napolitano. Non molla su una questione di metodo concordata con Enrico Letta, il vice segretario, e con Dario Franceschini, l´altro capogruppo: sì all´incontro con il ministro Tremonti ma in Senato, nella sede parlamentare. E alla riunione le opposizioni portano con un pacchetto condiviso di emendamenti: sulla soglia per la mancata indicizzazione delle pensioni; sul bollo sul deposito dei titoli che deve essere progressivo e deve escludere i titoli di Stato; e poi le regole per i Grandi eventi. Tremonti lascia qualche spiraglio e ringrazia le opposizioni per «il senso dello Stato».
La responsabilità però è veramente dura da digerire. Questioni importanti (lo stop alle tasse arretrate che gli aquilani devono pagare entro ottobre) sono cassate; mentre le quote latte potrebbero restarci. Il “tesoretto” che viene dalle pensioni delle donne del pubblico impiego (l´emendamento Bonino) da restituire in welfare, resiste fino a sera. Enrico Morando studia una mozione da presentare per abbattere i costi di Camera e Senato, una norma anti-sprechi, così la politica dà il buon esempio.

La Repubblica 13.07.11

"L'ultima volontà espropriata", di Stefano Rodotà

Pessima giornata, ieri, per la civiltà giuridica di questo paese. Pessima giornata per la legittimazione sociale del Parlamento, che si allontana vertiginosamente dalle persone, da anni favorevoli quasi all´80% al diritto di ciascuno di decidere liberamente sulle modalità del morire. Questo ci dice il voto con il quale la Camera dei deputati ha approvato le norme sulle “dichiarazioni anticipate di trattamento” che espropriano ciascuno di noi del potere di decidere sul morire. Non è ancora una legge della Repubblica, perché il testo dovrà di nuovo essere esaminato dal Senato. Ma, dopo che si è riusciti a peggiorare un testo orribile già all´origine, ogni speranza che i senatori possano avere qualche ripensamento sembra del tutto infondata.
Al posto della volontà della persona compare ormai, violenta e invadente, quella del legislatore.
Perdiamo il diritto all´autodeterminazione, che la Corte costituzionale, con la sentenza n. 438 del 2008, ha riconosciuto come diritto fondamentale della persona. Si esclude, infatti, che la persona possa liberamente stabilire quali siano i trattamenti che intende rifiutare qualora, in futuro, si trovi in situazione di incapacità. Le sue dichiarazioni non hanno valore vincolante, vita e corpo della persona sono sottratti al governo dell´interessato e affidate a regole autoritarie, alla pretesa del legislatore di farsi scienziato, ed alla decisione del medico. La persona scompare, altri soggetti compaiono al suo posto. La dignità nel morire è cancellata.
Invece di rispettare la persona quando riflette sul momento più difficile e intimo della sua esistenza, si dà voce ad uno spirito vendicativo, esplicitamente dichiarato da quelli che hanno attribuito al testo votato ieri la funzione di chiudere la fase aperta dalla decisione della Corte di Cassazione nel caso di Eluana Englaro.
Una rivincita contro una sentenza definita “giacobina” (quale approssimazione culturale in questo modo di esprimersi!), mentre si è trattato di una sentenza così accuratamente argomentata da mettere la nostra giurisprudenza al livello della miglior riflessione giuridica internazionale su questi temi.
Ieri, al contrario, ci siamo allontanati dall´Europa e dal mondo, spinti dal medesimo, cieco furore ideologico che ha prodotto la pessima legge sulla procreazione assistita, che la Corte costituzionale ha dichiarato illegittima in alcuni dei suoi punti più significativi e di cui si occuperà anche la Corte europea dei diritti dell´uomo.
Questo è il destino al quale va incontro la legge sul testamento biologico. Ed è inquietante che nel dibattito parlamentare siano state usate parole quasi intimidatorie, quando si detto che sarebbe un brutto giorno per la democrazia quello in cui la Corte costituzionale decidesse contro la maggioranza del Parlamento, una volta investita del giudizio sulla nuova legge.
Possibile che ogni volta si debba ricordare ai parlamentari che le corti costituzionali sono appunto “giudici delle leggi”, che hanno proprio il compito di vegliare sul rispetto dovuto dal Parlamento alla Costituzione? Possibile che ignorino che la discrezionalità del legislatore incontra limiti precisi in particolare quando sono in questione la vita, la salute, la dignità della persona?
La verità è che il testo votato ieri non chiuderà le polemiche, ma avvierà una lacerante stagione di conflitti. Si è detto che si voleva sottrarre ai giudici il potere di decidere sulla vita. Accadrà il contrario, perché siamo di fronte a norme che apriranno la via a contestazioni, a ricorsi, a eccezioni di incostituzionalità.
Si è imposta una logica che rende le persone prigioniere proprio di quelle costrizioni dalle quali, con un testo semplicemente ricognitivo del diritto all´autodeterminazione, avrebbero potuto liberarsi. Si corre il rischio di vie traverse, di sotterfugi. Esattamente il contrario della lezione civile di Beppino Englaro, che ha accettato la via aspra e lunga della legalità, e che ieri, per questo, è stato insultato nell´aula di Montecitorio. Si incentiverà il terribile “turismo eutanasico” verso altri paesi, un cammino che già più d´uno ha cominciato dolorosamente a percorrere.
Questi sono i frutti amari dell´ideologia, della pretesa di sottomettere ai propri convincimenti “le vite degli altri”, proprio quelle che dovrebbe essere massimamente rispettate. E´ quel che accade in tutti i paesi che hanno approvato leggi in questa materia, è quel che hanno fatto, con vera carità cristiana, la Conferenza episcopale tedesca e il Consiglio delle Chiese evangeliche nell´opuscolo con il quale hanno dato ai fedeli le istruzioni sul testamento biologico, che legittimano quasi tutto quello che in Italia viene vietato.
Ma questo è pure il frutto amaro di un bipolarismo distruttivo, di una cieca obbedienza di parlamentari ormai senza relazione alcuna con il mondo che li circonda, di una appartenenza imposta dal fatto che il loro destino personale e politico è solo nelle mani del padrone della maggioranza.
Nella vituperata Prima Repubblica la civiltà del confronto non venne meno neppure nella discussione di leggi assai più dirompenti per i problemi di fede che ponevano, come quelle sul divorzio e, soprattutto, sull´aborto. Oggi che si prospetta il ritorno di un partito cattolico, con imprimatur cardinalizio, la vicenda del testamento biologico non è l´auspicio migliore.

La Repubblica 13.07.11

Camera dei Deputati: testamento biologico, dichiarazione di voto dell'On Livia Turco per il PD

Signor Presidente, onorevoli colleghe e colleghi, noi esprimiamo con amarezza e anche con preoccupazione il nostro «no» fermo e pacato a questa proposta di legge. Amarezza perché fin dall’inizio, due anni fa, vi abbiamo esortato a costruire una legge nuova e condivisa, un nuovo inizio, ad accantonare il testo dello scontro e della lacerazione votato al Senato. Per due anni vi abbiamo interpellato, sollecitato, sfidato, vi abbiamo avanzato proposte alternative, mossi da un unico intento: fare una legge positiva, umana, per le persone. Voi ci avete sempre opposto il totale diniego a qualunque forma di confronto, e lo si è visto anche in quest’Aula. Vi abbiamo sollecitato ad ascoltare i medici, i familiari, i pazienti e l’importante dibattito pubblico che si è svolto nel nostro Paese. Il vostro arroccamento è segno di arroganza ma anche di debolezza. Negli ultimi emendamenti presentati in Aula avete gettato la maschera e avete chiarito che a voi non interessano le dichiarazioni anticipate di volontà, ma solo impedire in ogni caso la sospensione della nutrizione per le persone che sono in stato vegetativo persistente, tranne quelle che siano nella fase terminale (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Il testo approvato in quest’Aula costituisce addirittura un arretramento rispetto al Senato e smentisce le timide aperture operate in Commissione dal relatore, onorevole Di Virgilio, e personalmente di queste timide aperture comunque lo ringrazio. Siamo contrari a questa proposta di legge innanzitutto per il suo impianto culturale, per il pessimismo antropologico che la pervade, per la sua visione dell’Italia, come se le italiane e gli italiani fossero in preda ad una deriva eutanasica, come se i medici fossero praticoni superficiali, pronti a procurare la morte. Lo sappiamo bene: le italiane e gli italiani chiedono rispetto, cura, presa in carico, non abbandono, eguaglianza di opportunità nella fase terminale della vita e noi vogliamo rispondere a questa domanda di rispetto, di cura, di presa in carico, di non abbandono e di eguaglianza di opportunità.
I medici chiedono di poter esercitare al meglio la propria professione e questo, com’è scritto nel loro codice deontologico, si persegue attraverso quei tre principi della giustizia, della beneficialità e dell’ascolto della volontà del paziente. I medici per ben operare vogliono e debbono ascoltare la volontà del paziente. La vostra proposta di legge è un concentrato di equivoci e furberie, come quella di chiamare dichiarazione anticipata di trattamento la scrittura di una frase che dice «non voglio l’accanimento terapeutico», perché questo di fatto è il contenuto previsto laddove si afferma che nella dichiarazione anticipata di trattamento si esprimono orientamenti e informazioni utili per il medico per evitare l’accanimento terapeutico.
Dunque, non solo non conta la volontà del paziente, ma le DAT sono ridotte ad un espediente verbale. Voi con questa legge imponete al medico di non sospendere mai la nutrizione artificiale per le persone in stato vegetativo persistente, tranne quando sono nella fase terminale. Togliete autonomia alla professione medica e impedite la relazione di fiducia tra medico, paziente e familiare perché entrambe hanno bisogno di decidere al letto di ogni singola, irripetibile persona. Hanno bisogno di far vivere la coscienza, l’amore, la competenza e la volontà. Voi, invece, usurpate la coscienza, l’amore, la competenza e la volontà e le sfrattate dai luoghi in cui dovrebbero agire, cioè l’animo umano, e le sostituite con la legge matrigna e con il volto freddo e la mano pesante dello Stato invasore.
Questa legge potrebbe essere definita la legge dei divieti. Provo ad elencarli: nelle DAT non si ascolta la volontà del paziente; non si indicano i trattamenti sanitari ma solo terapeutici; no, sempre e comunque, alla nutrizione artificiale; non si può scegliere il medico di fiducia; non si può tutelare il minore dal rischio che un genitore non gli fornisca un trattamento sanitario essenziale in nome della sua ideologia o religione; il convivente non può essere il fiduciario; non si può indicare nella DAT l’assistenza religiosa.
Voi siete molto generosi quando parlate di vita umana. Traboccate di retorica quando si parla di vita ma siete avari, avarissimi, quando per la vita bisogna stanziare le risorse (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico) e lo avete dimostrato anche questa volta, costringendoci a votare contro l’emendamento che abbiamo presentato per l’assistenza ai malati in stato vegetativo. Non possiamo consentire che l’assistenza ai malati in stato vegetativo diventi una bandiera priva di impegni e di risorse (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Noi abbiamo accompagnato questi due anni di dibattito, entrando nel merito, facendo proposte, indicando soluzioni. Abbiamo discusso tra noi con le nostre pluralità, valorizzandole come avete sentito in quest’Aula, dove le nostre pluralità si sono espresse con grande rispetto e penso che sia importante che venga ribadita la libertà di coscienza. Ringrazio le colleghe e i colleghi, in particolare le colleghe e i colleghi della Commissione affari sociali, la nostra capogruppo Margherita Miotto e personalmente conserverò come esperienza di bella politica quelle riunioni, alle nove del mattino, della Commissione affari sociali. Mi auguro che anche l’onorevole Binetti le conservi come un’esperienza di bella politica.
Il filo conduttore delle nostre proposte alternative, contenute nei nostri 100 emendamenti, è semplice e chiaro: abrogare questa legge, costruire una legge mite di orientamento e di indirizzo che rispetti la volontà del paziente e che valorizzi la relazione di fiducia medico-familiari-paziente, che esalti il sacrario della coscienza e la comunione degli affetti – sì, mi è piaciuta moltissimo questa espressione del teologo Bruno Forte -, relazione che è tale se vi è l’ascolto reciproco e l’ascolto profondo della biografia, dell’animo e della voce del paziente, relazione umana basata sul rispetto. La pietas è il rispetto ed è basata sulla cura amorevole, sulla competenza e sull’uguaglianza di opportunità. Dobbiamo essere molto preoccupati dall’avanzare di questa disuguaglianza così cinica e beffarda, quella che ti lascia morire da solo, che smette di curarti se non hai persone attorno o non hai i mezzi economici per farlo (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
Il legislatore e il Governo dovrebbero essere molto preoccupati dei vuoti della nostra sanità pubblica tanto più ora massacrata con i tagli, una sanità che è bellissima ma che, purtroppo, ha pochi hospice e scarsa capacità di assistere davvero le persone in fine vita.

Nessuno deve essere lasciato solo di fronte alla morte. Per questo, apriamo gli occhi e il cuore di fronte ai tanti casi in cui invece questo avviene. Facciamo agire il valore e il principio dell’eguaglianza di fronte alla malattia e alla morte e diciamo grazie a quello straordinario volontariato, a quei medici e a quegli operatori sanitari che sanno essere accanto, sanno ascoltare e sanno prendere la mano e dare una carezza.
Per questo, noi mentre diciamo «no» a questa legge vogliamo ricordare che, nel marzo di circa tre anni fa, abbiamo detto «sì» alla legge sulle cure palliative, anzi ne siamo stati i tenaci promotori e costruttori.
Con questa legge, onorevoli colleghe e colleghi del Governo e della maggioranza, vi assumete la responsabilità – ed ho concluso – di continuare a lacerare il Paese, mettete in difficoltà i medici e vi allontanate dalla sofferenza di tante persone. Noi faremo di tutto per fermarla e lo faremo in nome della dignità delle persone e dell’amorevolezza concreta nei confronti della vita umana (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

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Manovra, approvazione entro domenica

Le opposizione rinunciano all’ostruzionismo ma avvertono: “Poi il governo se ne deve andare”. Saranno presentati pochi emendamenti che riguardano equità, regole e crescita. Le tappe: giovedì al Senato e il 16 alla Camera. E’ una corsa contro il tempo. Con un fronte bipartisan che, davanti all’attacco della speculazione 1, chiede che entro domenica, prima della riapertura delle Borse, arrivi il via libera alla manovra economica. E con l’opposizione che rinuncia all’ostruzionismo ma chiede che il governo levi il disturbo “subito dopo la manovra”. Dopo giorni di silenzio parla, anche se solo con una nota scritta, Silvio Berlusconi: “Dobbiamo essere uniti e coesi nell’interesse comune. Le nostre banche sono solide e al riparo dai colpi che grandi istituti bancari esteri hanno dovuto subire e sono state pronte a rispondere agli inviti ad accrescere ulteriormente la loro capitalizzazione. La nostra economia è vitale. Può contare sulla capacità innovativa dei nostri imprenditori, sulla laboriosità dei nostri lavoratori, sul senso di responsabilità delle parti sociali. La fiducia nello sviluppo non è mai venuta meno”

All’indomani del nuovo appello del capo dello Stato 2 Giorgio Napolitano ad una condivisione di responsabilità politica a fronte della crisi finanziaria, le opposizioni rispondono, tagliano gli emendamenti e fanno propria l’esigenza di una rapida approvazione della manovra. Per questo, oggi, il ministro dell’economia Giulio Tremonti incontrerà i gruppi di Pd,
Idv e Terzo Polo.

Ma se la necessità del via libera alla manovra è patrimonio comune (a patto che non vengano inserite norme eterogenee, come la salva-Fininvest), il giudizio sul governo resta severo. “Una volta approvata la manovra in Senato tra domani e giovedì mattina e dopo un rapido passaggio alla Camera, chiederemo che questo governo vada via, perché è alla debolezza del governo che noi vediamo legata la debolezza del Paese” dice il presidente dei senatori del Pd, Anna Finocchiaro. Che annuncia la presentazione di “pochissimi qualificati emendamenti” da parte di Pd, Udc e Idv. Emendamenti che riguardano tre punti: equità, regole e crescita. “La manovra è insufficiente – continua Finocchiaro – e mancano all’appello 15 miliardi. Sarà bene che il governo presenti subito un ddl di delega fiscale e anche un provvedimento sulle regole di contabilità. E’ urgente”. Concorda Antonio Di Pietro: “L’Italia dei valori non farà ostruzionismo sulla manovra in Parlamento, ma è intenzionata comunque a votare contro il provvedimento”. Chiosa il segretario del Pd Pier Luigi Bersani: “‘La nostra voce ce la mettiamo tutta, gradiremmo che ce la mettesse per una volta anche il Presidente del Consiglio”.

Nel frattempo si accelera. Con il presidente del Senato Renato Schifani che annuncia: “La manovra si voterà giovedì. Credo sia necessario e indispensabile per dare un segnale di coesione all’estero del nostro Paese”. Gli fa eco il presidente della Camera Gianfranco Fini: “Intesa? Ho convocato la capigruppo”. Domani si riunirà la conferenza dei capigruppo di Montecitorio e lì si scioglierà il nodo dei tempi. Si parla di approdo della manovra in aula venerdì e di ricorso anche alla seduta notturna per permettere l’approvazione finale sabato o al più tardi domenica”.

E si fa sentire anche l’ex premier Romano Prodi che ammonisce: “Il problema è di reagire, in questi giorni non si sta reagendo e ci si sta facendo infilzare dalla speculazione come gli Orazi e Curiazi, mentre si discute di un governissimo che non reggerebbe un giorno”.

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