Latest Posts

Crisi e manovra: Tremonti incontra opposizioni

Nel pomeriggio il ministro Giulio Tremonti incontrerà le opposizioni. Lo ha detto la capogruppo del Pd in Senato, Anna Finocchiaro in una conferenza stampa dedicata agli emendamenti delle opposizioni alla manovra. Finocchiaro ha fatto riferimento ad una «nota» del Tesoro che annuncerebbe l’incontro, «un fatto che ci era già stato comunicato». Durante la conferenza stampa il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, ha chiesto che il «confronto avvenga nelle sedi istituzionali, e cioè in Senato», in modo «che tutto avvenga alla luce del sole».

Pochi e condivisi emendamenti per arrivare già giovedì all’approvazione del testo in Senato. È questo l’accordo che maggioranza e opposizione, secondo quanto si apprende, avrebbero raggiunto sul decreto relativo alla manovra economica, fino a domani al vaglio della commissione Bilancio del Senato. L’intesa, sempre secondo quanto riferiscono le stesse fonti, dovrebbe essere formalizzata durante l’incontro tra il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti e i capigruppo dell’opposizione che si terrà questo pomeriggio a palazzo Madama. Alle 18 di oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti al testo.

www.unita.it

Manovra. “Chiediamo crescita, equità e regole”

Nella latitanza del presidente del Consiglio, il PD si sta assumendo una responsabilità seria. Con Udc e Idv prepareremo pochissimi emendamenti. Dopo un passaggio alla Camera chiederemo che il Governo vada via. “Stiamo vivendo un momento difficile ma nessuno può smarrire l’idea che l’Italia ce la può fare a superare la crisi. Detto questo ribadiamo però che questa manovra è insoddisfacente e non la voteremo”. Così la presidente dei senatori del PD, Anna Finocchiaro ha introdotto la conferenza stampa dei democratici sulla manovra finanziaria che ha cominciato il suo iter a Palazzo Madama.

“Intanto mancano 15 miliardi. È necessario che il governo presenti un disegno di legge di delega fiscale che dia regole di contabilità. Oggi durante la riunione dei capigruppo in Senato chiederemo di approvare la manovra nel più breve tempo possibile, senza rinunciare a tre punti chiave: crescita, equità e regole”.

“Chiediamo che ci siano delle norme ad aiutare donne e giovani oggi marginalizzati nell’occupazione e nel reddito. Sul versante della crescita torniamo su due questioni: debiti delle pubbliche amministrazioni e patto di stabilita dei comuni”.

“Nella latitanza del presidente del Consiglio, il PD si sta assumendo una responsabilità seria. Con Udc e Idv prepareremo pochissimi emendamenti. Dopo un passaggio alla Camera chiederemo che il Governo vada via. Questo Paese sta pagando drammaticamente l’incapacità di Berlusconi”.

“Aderiamo convinti all’appello lanciato dal Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Ci assumiamo le nostre responsabilità di collaborare alla manovra finanziaria per il bene dell’Italia”. Così Enrico Letta, vicesegretario del PD, che ha aggiunto: “Diamo il nostro contributo di serietà nel periodo più brutto dell’Italia negli ultimi 19 anni”.

“Ci auguriamo – ha continuato Letta – che il governo recepisca il nostro messaggio. Noi ci confronteremo con la maggioranza solo nelle sedi istituzionali, quindi in Senato a partire da oggi.
Alla situazione dell’Italia sui mercati “riteniamo debba essere data una risposta a livello europeo e a livello nazionale. Pensando di dare un contributo di serietà, noi proporremo al Governo poche ma significative modifiche alla manovra, che così come è non funziona. In particolare saranno proposte modifiche all’aumento dell’imposta di bollo sui conti titoli, alle norme sulle pensioni, sul patto di stabilità per gli enti locali, gli ammortamenti delle concessioni, la sanità e le liberalizzazioni, con lo scorporo di Snam Rete Gas da Eni”.

“E’ necessario arrivare a un vero e proprio divieto delle vendite allo scoperto”. Questo sarebbe un “intervento forte” per evitare le speculazioni sui mercati finanziari sui debiti dei Paesi.

Sono proposte, ha aggiunto Letta, che “ci auguriamo che il Governo recepisca, perché questa manovra deve vedere gesti responsabili delle opposizioni, ma anche la maggioranza deve fare la sua parte nel togliere tutto ciò che non è nell’interesse del Paese. Così come togliere tutto ciò che è interesse di parte come ad esempio le norme sulle quote latte”.

Sul fronte delle pensioni “bisognerebbe togliere tutte le norme e prima intervenire su quelle dei parlamentari. Non è una questione di negoziato né di condizioni che poniamo al Governo, noi poniamo questi temi, poi sarà il Governo a dover decidere e a prendersi le responsabilità. Noi siamo convinti che l’Italia possa superare le difficoltà”.

www.partitodemocratico.it

"Prodi: Governo, opposizione e Bankitalia insieme nell'emergenza", di Carlo Marroni

«Va lanciato immediatamente il messaggio che c’è un Paese unito, capace di fare sacrifici e di costruire compatto il proprio futuro».
Nel giorno più nero per l’Italia sui mercati finanziari, Romano Prodi sollecita una prova di compattezza per superare questa crisi e respingere l’attacco speculativo internazionale a cui è sottoposta l’Italia. Per l’ex presidente del Consiglio «non ci sono alternative a questo approccio. Deve emergere subito un messaggio di stabilità, di compattezza, di fiducia, condiviso da maggioranza e opposizione, assieme a tutte le istituzioni. Questo fa un Paese che festeggia i 150 anni di unità e continua insieme a costruirsi il domani».

Professor Prodi la situazione è davvero difficile.
Sono fortemente preoccupato per quello che sta accadendo. E lo sono a maggior ragione alla luce di quanto avviene negli Stati Uniti, dove i conti pubblici sono peggiori dei nostri e la situazione politica interna non è certo più coesa della nostra. Eppure non si pensa altro che ad attaccare l’Europa.
L’Italia è il Paese nel mirino più di altri?
Dopo Irlanda, Grecia, Portogallo e Spagna adesso tocca a noi subire gli attacchi, anche se ora il fenomeno sta interessando pure la Francia, come dimostra lo scossone avuto dal loro spread. Ma questo non può certo consolarci.
Che cosa sta innescando questo fortissimo e pare inarrestabile movimento speculativo?
L’Italia non brilla per il proprio rigore, ma la nostra economia non è certo al collasso, anzi, le strutture produttive sono generalmente sane e le banche sono relativamente più solide che negli altri Paesi. Eppure assistiamo a un attacco feroce, sia in Borsa che sui titoli di Stato, con lo spread verso i titoli tedeschi tornato addirittura sopra 300 punti base. Parliamoci chiaro: se non si pone rimedio si va diritti verso un baratro. Occorre una risposta coesa, ripeto, coesa, di tutto il Paese.
La manovra varata dal Governo pare sia passata inosservata.
Serve una strategia di uscita. Da un lato vanno rafforzati i contenuti della legge finanziaria: è certamente un punto debole il rinvio del cuore dei provvedimenti al 2013-2014, e dall’altro va seguita una precisa strategia che possa influire sui mercati finanziari.
Che guardano ai segnali, ai messaggi, alle aspettative…
È anche e soprattutto per quello che ritengo sia necessario rendere la manovra accettabile all’opposizione.
Sembra facile. Ma come si può fare, visto il contesto della politica italiana che lei conosce molto bene?
Vista l’urgenza, è possibile attraverso l’intesa rapida su alcuni emendamenti. Così si può portare subito la manovra in Parlamento e approvarla in tempi stretti, come giustamente sollecitato anche dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Questo fa una politica seria.
Che cosa dovrebbe cambiare l’impianto approvato dal Governo?
La situazione è grave, lo sappiamo tutti. E quindi serve uno sforzo straordinario da parte delle classi a reddito più elevato.
A cui si pensa di ridurre gradualmente l’aliquota massima…
A me pare un follia. Su questo punto bisogna essere chiari.
Concorderà che è difficile trovare risorse in questo momento.
Certo. Proprio per questo va varata una vera lotta all’evasione fiscale, che è enorme. Eppoi bisogna agire sulla spesa pubblica.
Anche questo sembra sia al centro dell’impianto della manovra, almeno in alcune sue parti.
Io penso a un politica strutturale di spending review, un po’ sulla falsariga di quello che fece la Commissione Giarda. La spesa pubblica nell’ultimo decennio è scappata di mano, e bisogna metterci sul serio rimedio. È noto a pochi che in dieci anni la spesa pubblica complessiva al netto degli interessi è cresciuta di oltre il 50%, passando da 479 miliardi del 2000 a 723 del 2010! La questione centrale è che i mercati finanziari internazionali devono avere la rassicurazione che questi fenomeni in futuro non accadano più.
Una misura a lungo termine, tuttavia…
Sì, ma con un messaggio che ha presa nell’immediato. E che avrebbe un forte impatto emotivo. Come lo avrebbe una seria riorganizzazione delle tasse locali dopo lo smantellamento dell’Ici. Ovunque il federalismo fiscale si basa sulla tassazione degli immobili. È chiaro che parte delle risorse liberate dovrebbero essere indirizzate alla riduzione dei costi indiretti delle ore lavorate, in modo da aiutare il rilancio dell’economia.
Sempre manovre strutturali.
Da attuare attraverso un’immediata riunione tra Governo, opposizione e Banca d’Italia in modo da dare la garanzia che tutto il Paese è pronto a fare sacrifici, affrettare il risanamento e sostenere l’economia.
La forza del messaggio, come accaduto in passato, quando a metà degli anni 90 l’Italia subì attacchi per certi versi analoghi.
Non mi stancherò di ripetere che in questo momento il messaggio di unità, sostanziale, è importantissimo, come è decisivo allontanare l’idea che si vogliano procrastinare le cure necessarie. Come facemmo in quel momento difficile del ’96, quando il mio Governo varò la tassa per l’Europa.
Lì c’era un obiettivo ben definito e decisamente “alto”.
Sì, certamente si trattava di una scelta grande e giusta. Ma il fattore vincente fu il metodo: mettemmo di fronte al Paese dei sacrifici a fronte di risultati chiari. E come sanno tutti, i soldi versati per entrare nell’euro furono restituiti.
L’estate 2011 ricorda l’autunno di quindici anni fa?
Questi problemi hanno tutti la stessa necessità, quella di essere affrontati con uno sforzo comune davvero condiviso. Se questo sarà fatto immediatamente, allora lo spread tra i nostri BTp e i Bund tedeschi si richiuderà velocemente.

Il Sole 24 Ore 12.07.11

"Un paese anche per donne", di Sara Ventroni

In questi cinque mesi sono state dette e scritte molte cose sulla manifestazione del 13 febbraio. Qualcuno ha pensato che la questione riguardasse solo le donne, altri hanno capito che quel giorno le donne parlavano per l’Italia intera. Così, il motto preso in prestito da Primo Levi, “Se non ora quando?” è diventato, oltre ogni nostra previsione, il via libera per uscire da una lunga stagione di individualismo e di paraideologie selvagge.
Il primo segnale di quel rinnovato spirito civico che si sarebbe poi espresso nelle amministrative, nei risultati referendari e nelle parole che stanno tornando alla ribalta nel lessico della politica italiana: partecipazione e condivisione. Il 13 febbraio è stato questo e tante altre cose che ancora non abbiamo finito di capire, se da quel giorno molte donne che non avevano mai fatto politica hanno dato vita a oltre 120 comitati locali, da nord a sud; se hanno continuato a incontrarsi per ragionare e discutere insieme. Perché il 13 febbraio quel milione e mezzo di donne e di uomini hanno dato voce, in forma di domanda, a un sentimento comune: un paese che non è per le donne, non è per nessuno. Se alcuni credevano che il fermento esploso il 13 febbraio avrebbe assunto le sembianze della protesta antipolitica, la due-giorni di Siena ha dimostrato l’esatto contrario: nella città toscana ha trovato spazio non solo la forza creativa e costruttiva delle donne – che non esclude certo il dialogo con i partiti e con le istituzioni – ma anche la consapevolezza che, in un clima di ascolto, le differenze non sono un ostacolo ma una ricchezza.
Per due giorni le donne hanno dato all’Italia una vera e propria lezione di democrazia, nei contenuti e nelle pratiche, mettendo insieme almeno tre generazioni, e – con loro – ad altrettante idee, proposte o testimonianze: nessuna deroga ai tre minuti concessi per ciascuno degli oltre sessanta interventi dei comitati, delle associazioni, delle politiche e di tutte le donne arrivate a Siena dalla Sardegna, dalla Sicilia, dal Piemonte o dalla Calabria.
Ci sarà certamente tempo per tracciare un bilancio più approfondito, ma intanto è importante fare tesoro di tre elementi emersi dall’incontro, e dai quali la nostra classe dirigente, tutta, potrebbe prendere spunto: 1) la compresenza intergenerazionale, che inanella il movimento studentesco a storiche associazione come Orlando; 2) l’uso creativo e strategico della rete, nella consapevolezza che i social network non possono, né oggi né domani, sostituirsi alla politica del confronto e delle relazioni; 3) la capacità di tenere insieme il paese, passando per i centri e per le periferie, da nord a sud, da Bolzano alla Locride. E ancora, su tutto: la consapevolezza che il movimento delle donne viene da lontano ma ha bisogno, per il futuro, di spazi aperti e inclusivi, che possano comprendere le voci di Souheir Katkhouda e della teologa Agnese Fortuna, della studentessa Sofia Sabatino e della Casa internazionale delle Donne, dell’imprenditrice Margherita Dogliani e delle giovani “archeologhe che resistono”. Non si tratta di cancellare le differenze ma di essere sagge abbastanza da capire che si può stare insieme per obiettivi condivisi senza perdere la propria identità, perché c’è bisogno di tutte per fare dell’Italia un paese anche per donne.

da Europa Quotidiano 12.07.11

"Reggenze e tripli incarichi, le 1.600 scuole senza preside", di Federica Cavadini

I nuovi presidi reggenti, che si muovono come trottole per gestire più scuole anche in città diverse. E i rinforzi che rischiano di non arrivare in tempo. Il concorso per assumerli stavolta dovrebbe essere pronto (annunciata la pubblicazione in Gazzetta a giorni) ma era atteso per giugno ed è slittato per settimane. «E adesso è tardi. Noi faremo il possibile. Ma difficilmente i nuovi presidi saranno nelle scuole prima del 2013-2014. Un mese per le domande, poi il test preselettivo, le prove scritte e l’orale…» . Altri due anni senza i nuovi dirigenti, questo è il rischio. Che cosa significa lo spiega bene Giuseppe Colosio, quarant’anni di scuola nel curriculum, prima prof. di lettere, poi preside, ispettore del ministero e oggi direttore dell’Ufficio Scolastico della Lombardia. «Da noi le sedi scoperte saranno più della metà. Sono cinquecento e diventeranno almeno settecento, su milletrecento. Così il sistema non regge» . Non è un problema soltanto lombardo: in Italia sono 1.600 su diecimila le scuole senza dirigente. Ed ecco che cosa succede. Le reggenze nate come soluzioni temporanee diventano strutturali. I doppi incarichi diventano tripli. E per molti presidi, a capo di istituti comprensivi, significa gestire anche una decina di sedi, non sempre vicine. Colosio racconta di un dirigente della sua zona, lago di Garda: «Con una doppia reggenza si ritrova diciotto sedi da governare. Dovrebbe partecipare alla valutazione degli alunni, come fa con scrutini in diciotto istituti?» . «La scuola oggi va riorganizzata e dimensionata. Ma con questi tagli nessun cambiamento è attuabile» , sostiene il direttore dell’Usr. Lui ha in mente un modello «a metà fra quello europeo con la classe al centro e quello anglosassone che al centro pone l’insegnante» . Pensa a superare lo schema delle «ore» con i «tempi brevi e tempi lunghi» . E insiste sull’autonomia da recuperare: «Siamo tornati a una gestione centralista» . «Bisogna cambiare e non è soltanto questione di numeri. Ma le risorse adesso servono. Sarebbe stato opportuno aumentarle in questa fase» . Basta tagli. È il messaggio che Colosio ha lanciato in più occasioni ai ministri Gelmini e Tremonti. Quando gli sbriciolano il tempo pieno alla milanese cancellando centinaia di cattedre, lui firma una circolare in cui definisce «irrealistico» il taglio agli organici fissato del ministero. Torna alla carica un mese fa, in occasione della presentazione del suo libro, un manuale sulla scuola per addetti ai lavori («Le norme dell’istruzione» , DeAgostini). E lo fa oggi, stremato dal conto alla rovescia per il concorso presidi. Che arriva tardi. E strizzato, con centinaia di posti in meno (scesi da 2.800 a 2.300). E i presidi che arriveranno non sono quelli giusti, secondo Colosio. Troppo vecchi. Inadeguati per quella che lui definisce «la più grande rivoluzione della distribuzione del sapere» . «Vinto il concorso dovrebbero avere davanti vent’anni di lavoro, invece ci arrivano a fine carriera. Perché devono avere cinque anni di ruolo. Bisognava aprire il concorso anche a chi ha cinque anni di servizio con abilitazione. Ma questa richiesta non è stata accolta» . Nemmeno i soldi per autorizzare i presidi con reggenze a spostarsi con la loro auto sono arrivati. Né quelli per conferire l’incarico di vicepreside nelle scuole in reggenza. Né è stato autorizzato il mantenimento in servizio dei presidi in età da pensione. «Nulla» .

Il Corriere della Sera 12.07.11

Anziani sempre più soli, le donne portano il peso più gravoso

Anziani sempre più soli, le donne portano il peso più gravoso
Presentato il IV rapporto del “Filo d’argento” Auser: 450 mila contatti, il 70% donne, il 60% degli utenti over75, ma aumentano anche i “non anziani”. Il servizio di trasporto è il più richiesto e apprezzato. Anziane, sole e in condizioni di difficoltà economica o relazionale: le donne sono la parte più fragile e vulnerabile tra gli anziani. Lo conferma il IV rapporto Auser presentato oggi a Roma (vedi lancio precedente), secondo cui oltre il 70% delle richieste di aiuto arrivate nel 2010 al Filo d’argento proveniva proprio dalla componente femminile. Nel complesso, lo scorso anno gli operatori telefonici e i volontari hanno incontrato 455.569 anziani (20mila in più rispetto al 2009) attraverso il numero verde, altri numeri telefonici e contatti diretti. La maggior parte delle richieste (264.633, il 62%) proveniva dalla Lombardia e, a seguire, dal Veneto (40.152), dal Piemonte (35 mila) e dalla Toscana (31 mila).
Le donne, dunque, rappresentano la fetta più consistente dell’utenza: il loro numero è maggiore al Nord anche se, in termini relativi, la loro incidenza risulta notevole nelle regioni del meridione, dove supera la quota dell’85% degli utenti. “All’origine della bassa incidenza maschile nel Mezzogiorno sono soprattutto motivazioni culturali e comportamenti sociali radicati – si spiega dall’associazione -, in base ai quali pare che gli uomini incontrino maggiori difficoltà a chiedere esplicitamente aiuto”.
Secondo i dati del report, oltre la metà degli utenti del 2010 (60%) è composta da over75 e, tra questi, il 20% supera gli 85 anni. È in aumento il numero di “non anziani”, cioè di under65, mentre il restante 23,2% ha un’età compresa tra i 65 e il 74 anni. In generale, chi si rivolge all’Auser vive da solo (76,4%). Alta è la percentuale di persone già note all’associazione, che sono tornate a chiedere servizi (51,8%), ma si registra anche un aumento delle nuove richieste (48,2%, +0,4%). La Liguria è la regione in cui l’incidenza dei nuovi utenti è maggiore (95,9%), seguita dal Piemonte (81,7%) e dall’Umbria (77,9%).
La gamma delle domande di aiuto è varia: dalla compagnia telefonica alle informazioni sui servizi del territorio, dai piccoli interventi domiciliari alla consegna di spesa e farmaci. Molto richiesto è il servizio di trasporto, la cui domanda è in continuo aumento (vedi lancio precedente). In particolare cresce l’accompagnamento (+21%) mentre risultano nel 2010 più del doppio rispetto al 2009 i trasporti con macchine attrezzate. Anche la compagnia telefonica e gli interventi di socialità vedono un cospicuo aumento, rispettivamente del 18,5% e del 73,9%. Calano in modo significativo, invece interventi come la consegna dei farmaci (-58,1%) o la compagnia a domicilio (-14,8%) o per uscite (-37,9%), servizio comunque molto richiesto dagli anziani con più di 75 anni.

da Redattore Sociale

"Nel nome della Nazione. Con rabbia", di Stefano Menichini

C’è da aver paura. L’Italia, dopo tanta vuota propaganda sulle sue ottime condizioni economiche, è con un piede nel baratro. Dall’estero arriva un attacco micidiale, e arrivano anche gli ordini su come contrastarlo. La nostra sovranità vale poco più di quella della Grecia.
Chi aveva visto e previsto per tempo i pericoli di oggi è stato tacciato di catastrofismo, di pessimismo. Chi aveva il dovere e la possibilità di mettere il paese al riparo con riforme energiche, a costo di rischiare un po’ del proprio consenso, ha preferito per anni occuparsi d’altro. Soprattutto di se stesso, e dell’edificazione di un monumento al proprio ego. «Il presidente del consiglio migliore degli ultimi 150 anni».
Fa rabbia, in queste ore difficili, ripensare alle vuote fanfaronate di un uomo al quale ora si impone il silenzio, perché il suo silenzio è una delle condizioni della salvezza nazionale. Che condizione pazzesca, per un leader. È meglio dichiararsela, questa rabbia. Perché dar voce al profondo legittimo inguaribile risentimento verso Berlusconi è l’unico modo che abbiamo per accettare il sacrificio che viene richiesto alle opposizioni.
A quelli che «l’avevano detto», e sono stati per questo ridicolizzati per anni, tocca oggi di fare un passo di responsabilità. Un pacchetto sintetico, compatto, di emendamenti alla manovra. Un accordo fra centrosinistra e Terzo polo. La disponibilità a vedere che cosa, di queste modifiche, vorrà fare il governo, senza minacciare ostruzionismi e accettando i tempi rapidi.
Si tratta veramente di un gesto di generosità e di amore verso l’Italia. Si tenga conto che solo Napolitano ha chiesto al Pd e agli altri di farlo. Non una parola, non un invito, non un gesto di apertura è venuto da questo governo frantumato e imbelle, che sarebbe di per sé immeritevole di qualsiasi aiuto.
Ma l’Italia in queste ore si chiama appunto Napolitano, si chiama Draghi, ha i nomi delle grandi imprese che vengono massacrate in Borsa, ha soprattutto i volti dei milioni di lavoratori che sono i veri soggetti deboli della crisi, le famiglie che rischiano di vedere cancellati i propri risparmi.
È per loro, non certo per il corruttore e corrotto Berlusconi, o per il suo superministro con appartamentino regalato da 8500 euro al mese, che bisogna oggi calarsi in trincea e reggere l’urto potente della speculazione.
E quando il peggio sarà passato, se passerà, l’Italia chiuderà definitivamente i conti con «il migliore presidente del consiglio degli ultimi 150 anni».

da Europa Quotidiano 12.07.11

******

“Un uomo solo al comando”, di Mario Lavia

Se fosse il caso di scherzarci su verrebbe da dire che c’è un solo uomo al comando, si chiama Giorgio Napolitano. Nella nostra riunione di redazione, qui a Europa, ieri dicevamo che in queste ore Napolitano sta dirigendo il Pd e il Pdl: ed è un altro modo di sdrammatizzare un situazione tragica.
Ma dietro il paradosso c’è la sostanza. Quella vera, corposa. C’è la realtà di un paese senza guida politica, con un premier che si è eclissato, e anzi i suoi aiutanti ne fanno un titolo di merito commettendo un incredibile svarione comunicativo. Con un ministro dell’economia palesemente ammaccato, uno che ha fatto della lezioncina a tutti una scelta di vita e non si accorgeva di Bentley, Ferrari e orologini, affitti non pagati e ville in Costa Azzurra, giri di soldi e raccomandazioni varie, il tutto frullato – almeno secondo le ipotesi dei magistrati – dalle mani del suo più stretto collaboratore.
Così stando le cose, non bisogna aver preso un master ad Harvard per capire che i mercati non credono a questi governanti. Eppure Napolitano ha compreso prima degli altri e meglio degli altri che qui si scherza col fuoco. La manovra non va bene, come il presidente stesso ha fatto notare al governo facendo capire che è insufficiente. Però si sta vedendo che gli sforzi di Napolitano stavolta non sono vani. Non c’è la consueta condivisione pro forma prima di tornare allegramente a fare ognuno come gli pare.
Questa volta il richiamo alla «coesione nazionale» sta funzionando. Tanto che «ha preso nota con viva soddisfazione – ha scritto in una nota – degli annunci venuti dall’opposizione nel senso di un impegno a concorrere a una “rapidissima approvazione” della necessaria manovra finanziaria». Bacchettata a Berlusconi: «Ci si attende che a ciò corrisponda la immediata disponibilità di governo e maggioranza a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune».
Ma le domande sono semplici e terribili: per quanto tempo? Cosa succederà dopo l’approvazione della manovra? Basterà questo segnale, pur importantissimo, per placare la speculazione sui mercati? E se le turbolenze invece dovessero proseguire? E se l’attacco all’Italia dovesse rapidamente disvelarsi per un più drammatico attacco all’euro? Che farà il governo, in quel caso? Che farà l’opposizione? Se il duo Berlusconi-Tremonti dovesse davvero gettare la spugna, sarebbero pronte le forze politiche a favorire un governo diverso, tecnico, o di decantazione (le formule lasciamole ai politici, o ai politologi)? Giorgio Napolitano scruta l’orizzonte politico, non vede l’orizzonte rischiararsi ma qualche nube nelle ultime ore le ha dissipate, più o meno da solo.

da Europa Quotidiano 12.07.11

******

L’Italia sull’orlo del crack, l’opposizione prova a salvarla

Appello del Colle alla coesione nazionale. Da Pd-Udc-Idv pochi emendamenti
Un lunedì nero: crolla la Borsa, lo spread tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi sfonda quota 300, sprofondano le azioni dei principali istituti di credito che, avendo in portafoglio titoli di stato italiani, hanno visto sfumare gli aumenti di capitale appena varati.
L’attacco della speculazione all’Italia è stato violento tanto da mettere sotto scacco le principali piazze europee. Al punto che la cancelliera tedesca Merkel ha fatto sapere di aver chiamato ieri il premier Berlusconi per sollecitare l’immediata approvazione della manovra.
Oggi scade il termine per gli emendamenti: le opposizioni, guidate dal Pd, presenteranno poche modifiche concordate e chiederanno alla maggioranza che le accolga. Se così non sarà, dem, Idv e Udc non faranno comunque ostruzionismo. «Bene le opposizioni – ha apprezzato Giorgio Napolitano – ora governo e maggioranza ricerchino le convergenze opportune».

da Europa Quotidiano 12.07.11