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"Ecco serviti i tagli alle pensioni", di Mario D'Adamo

Docenti e dirigenti perderanno da 9 a 64 euro al mese. La riduzione e il blocco delle prossime due rivalutazioni delle pensioni interessano tutto il personale della scuola a riposo: dal 1° gennaio 2012 e dal 1° gennaio 2013 l’indicizzazione annuale del loro assegno mensile lordo, compreso fra tre e cinque volte il trattamento minimo Inps (467 euro), verrà applicata per intero solo sugli importi fino a 1.400 euro, per essere ridotta al 45 per cento per la parte eccedente e fino a 2.340 euro (prima era corrisposta al 90 per cento). Tutti i dirigenti scolastici, poi, non avranno alcuna indicizzazione sulla quota di pensione superiore a 2.340 euro, mentre, se non fosse intervenuta la manovra, l’avrebbero percepita ridotta al 75 per cento. Il tutto, ovviamente, salvo non intervengano modifiche in sede di conversione parlamentare del dl, che è stato assegnato in prima lettura al senato. Intenzioni in tal senso erano state espresse dalla Lega Nord ma anche dallo stesso ministro del lavoro, Maurizio Sacconi. Dopo i dipendenti pubblici, il blocco dei cui contratti, già operativo dal 2009, è stato prorogato fino al 2013, anche i pensionati sono chiamati a dare il loro contributo al risanamento del bilancio dello stato dalla manovra finanziaria (art. 11, terzo comma, del d.l. n. 98/2011). Il sistema di indicizzazione delle pensioni, che rimane in vigore sia pure con le riduzioni appena descritte, prevede che entro il mese di novembre di ciascun il ministro del tesoro, oggi Giulio Tremonti, determini la percentuale di adeguamento delle pensioni all’andamento del costo della vita da applicare dal 1° gennaio successivo. È prevedibile che la percentuale di indicizzazione decorrente dal prossimo 1° gennaio 2012, che sarà determinata entro novembre, sarà di circa il 2 per cento. La perdita media mensile per le pensioni superiori a 1400 euro sarà al massimo di 9 euro, non esagerata, ma aumenterà progressivamente per le pensioni più alte, facendosi maggiormente sentire in termini di diminuzione del potere d’acquisto. Rispetto al precedente del 2008, governo Prodi, che aveva escluso le pensioni superiori a 3.420 euro (otto volte il trattamento minimo Inps) da qualsiasi percentuale di indicizzazione anche relativamente alle parti inferiori a tale importo, l’attuale meccanismo permette di conseguire un aumento mensile di 36 euro, uguale per tutti gli assegni superiori a 2.340 euro.

Sulla decisione del governo di non escludere del tutto da miglioramenti anche le pensioni cosiddette d’oro, ha sicuramente pesato la posizione della Consulta che aveva riconosciuto la legittimità costituzionale del precedente blocco del 2008, ancorché totale, solo perché collegata a un intervento perequativo di carattere solidaristico, che questa volta non c’è, all’epoca era l’eliminazione dello scalone (sentenza n. 316/2010). Secondo la Corte, poi, la mancata indicizzazione sarebbe stata irragionevole, e quindi da dichiarare illegittima perché il diritto alla rivalutazione è costituzionalmente protetto, solo se riproposta di frequente. Poiché il blocco precedente ancora risaliva a dieci anni prima, l’intervallo di tempo per riproporla è di dieci anni, poco più o poco meno, non solo quattro anni. Nel frattempo, il legislatore, come anche gli avevano riconosciuto i giudici costituzionali, è libero di modulare i miglioramenti bilanciando i vari interessi in gioco. Come ha fatto ora il ministro dell’economia.

da ItaliaOggi 12.07.11

"Merkel preme, il premier tace e accusa gli speculatori", di Amedeo La Mattina

Berlusconi non replica a Berlino e si chiude in casa coi figli per parlare di Mondadori. Non aveva bisogno di sentirselo dire dalla Merkel che l’Italia rischia di entrare nell’occhio del ciclone. Berlusconi però è convinto che il problema non è il nostro Paese ma la speculazione internazionale che sta colpendo l’euro in quanto tale. Allora va bene la sollecitazione della Cancelliera tedesca ad approvare in tempi rapidi la manovra. E’ l’obiettivo al quale al Senato la maggioranza sta lavorando alacremente con la presentazione di «pochi e qualificanti emendamenti» che oggi verranno illustrati a Tremonti. E bisognerà vedere se lui li accoglierà. C’è anche la disponibilità formale a recepire anche quelli dell’opposizione. Per fare questo e per venire incontro alla sollecitazione del capo Stato, il Cavaliere ritiene che non ci sia bisogno di appelli al centrosinistra, di riunire i suoi leader. Il metodo Obama non fa per lui. La cosa strana è che nemmeno

Gianni Letta ha telefonato a Bersani e Casini, nonostante alcune voci raccontavano di colloqui diplomatici. Il governo attende di conoscere gli emendamenti degli avversari e poi si vedrà quali possono essere accolti: altrimenti il centrodestra procederà all’approvazione della manovra con i propri voti e senza l’ostruzionismo di Pd, Udc e Idv.

Se tutto ciò servirà a fermare il crollo della Borsa e la speculazione è tutto da vedere, perché molto dipende dalla stabilità dell’esecutivo, dalle mosse di Berlusconi che continua a mantenere un silenzio assordante. A Palazzo Chigi spiegano che il premier segue costantemente l’evoluzione della situazione e che ieri è stato in contatto con Letta e Tremonti mentre il ministro dell’Economia si trovava a Bruxelles per l’Ecofin. Ma cosa accadrà dopo che il Parlamento avrà licenziato le misure economiche e finanziarie? Sono molti i ministri che vivono la sindrome del governo tecnico. Berlusconi ovviamente non è disposto a dimettersi, ma la telefonata di ieri della Merkel gli ha fatto capire quanto buio sia l’angolo in cui oggi si trova.

E’ vero che la Cancelliera ha apprezzato pubblicamente la manovra presentata dal governo italiano, «fiduciosa» sul fatto che l’Italia riuscirà a realizzare il risanamento del bilancio per ristabilire la fiducia nell’eurozona. «Ma quella della Merkel è una solidarietà pelosa», ha commentato uno dei parlamentari più vicini al Cavaliere. E infatti la signora di Berlino ha detto altro ai giornalisti tedeschi. Ha spiegato che l’Italia si deve salvare da sola. La Grecia si tenta di salvarla, se dovesse succedere qualcosa del genere al Portogallo l’Europa si muoverebbe allo stesso modo. Per il nostro Paese invece non è pensabile perché non c’è un fondo europeo in grado di fare fronte al salvataggio di una economia come la nostra. Una doccia freddissima. Forse queste cose la Merkel le ha dette anche a Berlusconi nella telefonata che, stranamente, è stata resa nota da Berlino e non da Roma. Rimane il fatto che non sono previsti paracaduti per l’Italia.

Dunque, il governo italiano è chiamato ad una prova di grande responsabilità. Un punto su cui sta insistendo con grande impegno il capo dello Stato. Napolitano è stato in contatto con tutti i leader della maggioranza e dell’opposizione. Ha sollecitato Palazzo Chigi a dare una risposta alla mano tesa del centrosinistra perché questo sarebbe un messaggio di coesione nazionale nei confronti dei mercati. La risposta potrebbe arrivare dal Senato con l’accoglimento di alcuni emendamenti dell’opposizione. Una dinamica parlamentare che ha come variabile dipendente l’atteggiamento di Tremonti che vorrebbe la manovra blindata anche rispetto alle proposte della maggioranza. Cosa voglia fare veramente Berlusconi pochi lo sanno.Deve ancora sbollire la mazzata del risarcimento da pagare alla Cir. Un tema doloroso che ieri ha affrontato a pranzo ad Arcore con i suoi cinque figli. L’unica magra consolazione del premier è che i titoli della Cir siano crollati ieri in Borsa. Per il resto attorno al Cavaliere si addensano nubi nerissime. E le parole della Merkel, secondo cui l’Italia deve fare da sola, dovrebbero essere l’unica sua preoccupazione.

La Stampa 12.07.11

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Il silenzio del Premier

Nella drammatica giornata vissuta ieri dall’Italia e scandita dagli indici negativi delle Borse del mondo dovuti ai dubbi sulla tenuta del nostro Paese, il silenzio di Berlusconi è parso pesante, incomprensibile e destabilizzante. E quando all’ora di pranzo la cancelliera Merkel ha chiesto al governo italiano di approvare sollecitamente la manovra finanziaria, era come se l’intera Europa dicesse a Roma: se ci siete, battete un colpo.

Ma il colpo non è arrivato e le ultime parole del nostro premier raccolte all’estero (e rilanciate dai grandi giornali internazionali come segnale negativo) risalgono alla settimana scorsa ed erano le critiche rivolte al ministro Tremonti garante di quella manovra. A sera il Presidente della Repubblica ha dato la risposta politica chiesta dalla Merkel esercitando così una supplenza necessaria. Non c’è tempo da perdere: mai come ora l’Italia deve dare un segnale forte e condiviso tra maggioranza e opposizione e far sentire una voce autorevole e convincente.

La Stampa 12.07.11

"La responsabilità nel paese in tempesta", di Ezio Mauro

La speculazione è partita all´assalto dell´Italia per tre ragioni ben evidenti: l´enorme massa di debito pubblico, che equivale al 25 per cento del Pil di tutta l´area euro; la debolezza e l´incertezza della manovra, che sposta le vere misure consistenti al 2013 e al 2014, affidandole in pratica al prossimo governo; lo sfarinamento della leadership di Silvio Berlusconi, che non è più garante politico ed istituzionale di nulla, né dentro il Paese né fuori, con una maggioranza puramente numerica, tarlata dagli scandali.
Tutto questo è sufficiente per scatenare l´attacco all´euro attraverso la fragilità dell´Italia. Troppo grande per fallire, si diceva fino all´altro ieri del nostro Paese, troppo grande per poter essere salvato. Oggi i timori rischiano di prevalere. Siamo palesemente un Paese esposto, e purtroppo senza guida. Il Capo del governo ha capito di non essere spendibile per rassicurare i mercati, soprattutto dopo la sentenza civile Fininvest-Cir che lo descrive come corruttore. Come non sono spendibili, davanti ai fucili puntati dei mercati, le sue accuse di “rapina a mano armata” per una sentenza di risarcimento, le sue manovre parlamentari per garantirsi l´insolvenza con leggi ad personam.
Così il Premier tace, col Paese nella tempesta. Il risultato è l´assenza di politica, in un momento in cui c´è bisogno di regole certe, impegni solidi, indirizzi di marcia sicuri. Supplisce il Capo dello Stato, grazie alla sua credibilità e alla sua autorità. Il suo invito alla responsabilità è stato accolto dalle opposizioni, e ora la manovra può essere approvata in fretta, anticipando parte delle misure che erano state posticipate, se il governo capisce la necessità di rispondere ai mercati. Poi, la responsabilità di fronte alla crisi deve portare a un nuovo governo, senza un leader costretto al silenzio perché sa di non essere credibile, come se fosse consapevole di una sorta di impeachment che si è costruito da solo, a forza di scandali.

La Repubblica 12.07.11

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“Crisi di credibilità”, di Tito Boeri

Ieri lo spread fra i nostri titoli di Stato e i Bund tedeschi si è ulteriormente allargato raggiungendo un nuovo massimo storico: 304 punti base. Stiamo ormai superando la Spagna nella percezione del rischio. Siamo noi a essere considerati i “next on the line”, i prossimi a rischio di contagio nella crisi del debito.
Non c´è un complotto. Quella della speculazione orchestrata contro di noi per distrarre dai mali altrui è una tesi deresponsabilizzante e fuorviante: serve solo a coprire gli errori della classe politica e attribuisce agli investitori capacità di coordinamento che non hanno neanche i governi. La verità è che il mercato non crede più al risanamento dei nostri conti pubblici. E non servirà certo il divieto di vendite allo scoperto, che la Consob ha saggiamente rinviato, a invertire la tendenza. Ciò che è venuto davvero allo scoperto in queste ultime settimane è lo sfacelo di una maggioranza che litiga su tutto e di un Presidente del Consiglio che si concede un trasferimento di 750 milioni (poi rivelatisi 560) mentre chiede agli italiani nuovi sacrifici, che pensa solo alle sue intricate vicende famigliari mentre il Paese va alla deriva. È un comportamento che lascia senza alcun freno i sempre più numerosi partiti che compongono l´attuale maggioranza. Consapevoli che oggi perderebbero le elezioni (lo ha confessato Scajola a Mirabello), cercano di prendere tempo accontentando in qualche modo le loro basi elettorali. Per questo il mercato non crede ai saldi scritti nella manovra.
Gli investitori che poi guardano a fondo i numeri della manovra hanno ulteriori motivi per preoccuparsi. Non è solo il rinvio ai posteri dell´aggiustamento che colpisce. Il fatto è che nel 2011 e 2012 si fanno tante spese aggiuntive, che sono coperte solo sulla carta. Il Fondo Interventi Strutturali per la Politica Economica (Ispe) un vero e proprio bancomat in mano al Tesoro per offrire copertura in corso d´anno a interventi di ogni tipo, viene dotato nel 2012 di ben 5 miliardi e 850 milioni che verranno presumibilmente destinati a prebende elettorali. La tassa sui depositi titoli si sta già rivelando un controsenso nel momento in cui bisogna incoraggiare gli italiani a comprare titoli di Stato. Molti sono pronti a scommettere che verrà abolita. Anche gli esigui risparmi sulle pensioni sembrano destinati ad evaporare. Le Spending Reviews ci sono solo sulla carta, un inglesismo con cui ingentilire una manovra, privo di gambe su cui camminare, già depotenziato in partenza. E si potrebbero fare molti altri esempi.
La crisi di credibilità può essere fermata solo coi segnali forti. Ci sono tagli che si possono fare subito senza alcun vincolo normativo ed effetto depressivo. Al contrario, servono per la crescita del Paese. Esempi? Non mancano. Si può abolire il Fondo Ispe destinando tutte le sue risorse alla riduzione del disavanzo. Meno prebende fanno bene all´economia. Si può porre un tetto al monte compensi dei parlamentari: non potrà eccedere i compensi medi dei loro omologhi in Europa o negli Stati Uniti (dove percepiscono un terzo in meno dei nostri) moltiplicati per 300. Se vogliono guadagnare di più, dovranno essere di meno. Sarà un potente incentivo a ridurre il numero dei parlamentari: non ce ne servono più di 300 se guardiamo al rapporto fra popolazione e parlamentari nelle democrazie consolidate. Si possono calcolare le pensioni dei parlamentari col metodo contributivo, quello che ormai si applica a tutti gli italiani. È possibile sciogliere immediatamente gli organi politici delle Province sostituendoli con un´assemblea dei sindaci (già pagati) presieduta da quello del comune capoluogo. Si possono ancora aggregare i Comuni (due terzi dei quali hanno meno di 5.000 abitanti) rendendo quelli più piccoli solo organi consultivi, come i vecchi consigli di quartiere, privi di sedi amministrative e personale. Sono tutte operazioni che tagliano spese e fanno bene alla crescita del Paese perché aumentano la concorrenza, spiazzando chi vive di trasferimenti pubblici, e migliorando la selezione della classe politica. È difficile trovare un bravo sindaco in un Comune di 83 abitanti; più facile trovare un amministratore capace tra 5.000 o più concittadini.
Sono tutte operazioni che darebbero un segnale importante ai mercati e porterebbero a ridurre il deficit già nel 2012: fino a un punto di pil di disavanzo in meno. Servirebbero anche a rendere comprensibili agli italiani i sacrifici cui verranno comunque chiamati. Serviranno a far capire agli europei perché oggi bisogna aiutare il nostro Paese. Perché l´Europa può e sarà costretta ad aiutarci se non vuole assistere imbelle al disfacimento dell´euro. Non basta la “moral suasion” di una Angela Merkel che telefona al nostro Presidente del Consiglio. Importante che il fondo di stabilità europeo sia messo in condizione di acquistare titoli di Stato sul mercato secondario. La Banca Centrale Europea può anche intervenire acquistando nostri titoli di Stato sul mercato secondario, oltre che accettarli in garanzia. Sarebbe un modo per evitare che siano le nostre banche a imbottirsi di buoni del tesoro, in quello che rischia di diventare un abbraccio mortale: oggi i nostri istituti di credito soffrono, in attesa della divulgazione dei risultati degli stress test, soprattutto perché imbottite di Btp. E offrirebbe alla Bce, una volta superata la crisi, plusvalenze utili a compensare le perdite patrimoniali subite negli interventi a favore della Grecia.
Rimane, comunque, il problema politico di un governo che non c´è e di un´opposizione che comincia solo ora a dare qualche segnale di responsabilità. Non è la mia materia, ma il momento è talmente grave da spingermi in territori inesplorati. Ci vuole al più presto una manovra potenziata, con riduzione del disavanzo già nel 2011 e 2012 ad esempio come proposto sopra, e il voto del Parlamento che le dia forza di legge. Se fosse l´ultimo atto di questo Governo, troverebbe più facilmente il sostegno dell´opposizione e, quel che più conta in questo momento, l´approvazione dei mercati. Perché l´impressione è che oggi solo un Governo del Presidente sarebbe in grado di salvare il nostro Paese dalla crisi di credibilità. Il presidente Napolitano è l´unica persona che oggi ha l´autorevolezza sul piano internazionale e la popolarità sul piano interno necessarie per portarci fuori dalla tempesta.

La Repubblica 12.07.11

"Mafia, il ministro impermeabile al sospetto", di Francesco La Licata

Lo stato di salute di un Paese si misura anche dalle capacità di reazione, in difesa della soglia di decenza, che dimostrano le istituzioni ogni volta che la loro credibilità viene messa in discussione da scandali piccoli e grandi. Non v’è comunità al mondo che possa vantare di essere impermeabile alla corruzione, al malaffare e a tutti i moderni mali incurabili. Ma sicuramente ci sono modi diversi di far fronte alla «malattia».
Se è vero tutto ciò, dobbiamo concludere che le nostre istituzioni – e la politica in particolare – non godono di buona salute.

La recentissima vicenda che riguarda il ministro delle Politiche agricole, il «responsabile» Saverio Romano, per cui il gip di Palermo ha richiesto l’imputazione coatta per il reato di concorso esterno in associazione mafiosa, ne è dimostrazione illuminante. Anzi, per il modo in cui la storia è stata affrontata dal protagonista, per l’assoluta assenza di reazione a livello istituzionale e di opinione pubblica (la comunicazione innanzitutto) – eccettuata quella addirittura precedente del Quirinale – non è esagerato affermare che l’«affare Romano» sia da considerare una vera e propria cartina di tornasole delle pessime condizioni in cui versa la vita pubblica italiana.

L’inchiesta giudiziaria su Saverio Romano non è esattamente roba da poco. Quelle indagini hanno portato già alla condanna definitiva dell’ex governatore della Sicilia, Salvatore Cuffaro, e riguardano un intreccio di boss e politica attorno ad un gruppo mafioso vicino a Bernardo Provenzano. Per una imputazione analoga, il concorso esterno, Giulio Andreotti ha subito un lungo processo, dopo una velocissima autorizzazione a procedere richiesta, tra l’altro, dallo stesso imputato eccellente che così si sentì libero di potersi difendere al meglio.

Ma il ministro Romano non ha avvertito la stessa necessità, neppure quando – ancora prima che il Gip decidesse per l’imputazione – il Capo dello Stato aveva esternato le sue perplessità sulla nomina avanzata dal presidente del Consiglio. Anzi, in quella occasione, l’allora indagato dava quasi per scontato che si andasse verso un sicuro proscioglimento e non ebbe esitazioni a presentarsi al Quirinale per il giuramento, accompagnato da moglie e figli, come in un giorno di festa. Era abbastanza chiara l’origine della forza contrattuale di Saverio Romano: la debolezza del governo che per garantirsi la maggioranza saldava il debito coi «responsabili» chiamati a riempire il vuoto lasciato dalla fronda dei finiani. La stessa forza che oggi gli consente di mostrarsi addirittura «sconcertato» per la decisione del giudice e di intravedere un «corto circuito tra le istituzioni e dentro le istituzioni».

Ma oggi qualcosa è cambiato, in peggio. Romano è imputato di mafia, eppure la cosa non sembra sollevare troppo scandalo. Certo, è possibile che funzioni da freno la condizione generale del Paese: c’è la crisi e la speculazione contro l’Italia, c’è lo scandalo Bisignani, l’inchiesta sull’uomo di fiducia del ministro Tremonti, il nostro garante presso i mercati europei e c’è un presidente del Consiglio condannato a risarcire una cifra da capogiro, dopo una lunga tornata mediatica (ed ora anche giudiziaria) che lo ha visto al centro di scandali a sfondo sessuale. Insomma, non stiamo bene. Ma proprio per questo, forse, la vicenda processuale del ministro Romano, passata quasi in sordina, finisce per assumere il valore di controprova del nostro malessere.

La Stampa 12.07.11

Nella manovra oltre 50 milioni di euro tagliati ai beni e alle attività culturali

Beni culturali, cinema e spettacolo: riduzione della spesa progressiva dal 2012 al 2014. Scelte che tagliano il passato e il futuro del Paese

Nella manovra economica del Governo, che a breve sarà votata dalla maggioranza, (supera quota 50 il ricorso al voto di fiducia), ingenti tagli al Ministero dei Beni e delle attività Culturali.

Il Dipartimento Cultura e Informazione del PD ha svolto un accurato lavoro di analisi delle misure previste nella manovra, che avranno un impatto devastante per la tutela e lo sviluppo della Cultura in Italia.
Clicca qui per leggere il documento tecnico

www.partitodemocratico.it

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«I tecnici di Palazzo Madama “Non raggiungerà gli obiettivi”», da repubblica.it

Secondo il servizio Bilancio del Senato, gli interventi previsti per il 2013 e 2014 non colmeranno la distanza rispetto ai target indicati nel Def: c’è un differenziale del – 1,2 % tra saldo primario e indebitamento netto al termine dei tre anni. Solo con la riforma fiscale c’è qualche possibilità di centrare il ripianamento del deficit

ROMA – La manovra “produce una parte significativa degli effetti finanziari” necessari per centrare gli obiettivi programmatici. Ma per il 2013 e 2014 “non colma la distanza rispetto ai target indicati nel Def”. E’ quanto rilevano i tecnici del servizio Bilancio di palazzo Madama nel dossier sulla manovra.

Nel biennio 2011-2012 l’entità limitata della manovra netta, spiegano i tecnici, implicherebbe un saldo sostanzialmente stabile allineato ai valori tendenziali (in termini di PIL, -3,9 nel 2011 e -2,7 nel 2012), mentre nel 2013 e 2014 gli effetti del decreto legge farebbero registrare un netto miglioramento del saldo primario e dell’indebitamento netto.

Quest’ultimo scenderebbe al -1,6 nel 2013 e si posizionerebbe a -1,2 per cento nel 2014. Il saldo primario migliorerebbe progressivamente fino a raggiungere nel 2014 il 4,4 per cento.

Quindi un’ulteriore precisazione: “il ministero dell’Economia e delle Finanze indica che l’azione di contenimento derivante dal decreto legge in esame verrà integrata dal disegno di legge delega, da cui deriveranno 2,2 miliardi nel 2013 e 14,7 miliardi nel 2014”. Solo quest’ultima parte potrà colmare realmente il deficit e portare al pareggio i conti dello Stato entro il 2014.

L’aumento dell’imposta di bollo sui conti titoli potrebbe provocare la “contrazione del numero e dell’entità dei conti titoli detenuti dagli investitori”. E’ quanto rilevano i tecnici del servizio Bilancio di palazzo Madama, in merito
alla misura che prevede l’incremento della tariffa dell’imposta di bollo, per le comunicazioni relative ai depositi di titoli inviati dagli intermediari finanziari.

Quantificata in termini di competenza la norma dovrebbe portare un incremento di gettito, per gli anni 2011 e 2012 pari a 892 mln di euro e a decorrere dall’anno 2013 un incremento di gettito di circa 2.400 mln di euro. La relazione tecnica, per quanto riguarda i numeri relativi alla misura speigano i tecnici, “non risulta verificabile”. Sono quindi “necessari chiarimenti da parte del governo”.

Inoltre, secondo i tecnici, “va valutata la possibile contrazione del numero e dell’entità dei conti titoli detenuti dagli investitori per effetto dell’aumento della misura dell’imposta di bollo in questione; va infatti valutato un effetto di sostituzione che potrebbe dirigere una le stime a suo tempo fatte in termini di recupero di imposte dirette e indirette”.

da www.repubblica.it

"Napolitano: bene opposizioni, governo le ascolti", da www.unita.it

Napolitano: bene opposizioni, governo le ascolti

Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, «ha preso nota con viva soddisfazione degli annunci venuti dall’opposizione nel senso di un impegno a concorrere con pochi qualificati emendamenti, a una ‘rapidissima approvazione’ della necessaria manovra finanziaria».

È quanto si legge in una nota del Quirinale. «Ci si attende – sottolinea ancora il Colle – che a ciò corrisponda la immediata disponibilità di governo e maggioranza a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune».

BERSANI: NOI PRONTI A DISCUTERE
«In parlamento noi abbiamo sempre collaborato e collaboreremo, ma questo governo la deve smettere di fare delle chiacchiere e dei segnali di fumo». Così il leader del Pd, Pier Luigi Bersani, in visita a Ramallah, ai microfoni di Sky Tg24. «Gli abbiamo proposto di discutere la Finanziaria fino a settembre garantendone l’approvazione, ma hanno detto no – prosegue Bersani – noi vogliamo fare delle riforme che suggeriscono un percorso di crescita credibile per il paese, disturbando un po’ tutti ma disturbando di più chi si è disturbato di meno fin qui a cominciare dalle posizione di rendita che sono presenti fortemente nel nostro paese».

CASINI-LETTA: EMENDAMENTI COMUNI
A due giorni dall’incontro tra Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini a Bologna l’asse tra Pd e Udc sulla manovra si conferma con il colloquio telefonico di oggi tra il leader centrista e il vicesegretario democratico, Enrico Letta. I due, a quanto si apprende, avrebbero concordato di presentare pochi emendamenti comuni alla manovra garantendo una rapida approvazione. La telefonata ha preceduto la Direzione Udc che discuterà proprio delle proposte di riforma da presentare entro domani al Senato.

ANCHE DALL’IDV UN SI’ AI ‘TEMPI CERTI’
L’appello di Giorgio Napolitano alla coesione nazionale non è caduto nel vuoto. Pd, Udc e Idv garantiranno alla manovra tempi certi per l’approvazione rinunciando all’ostruzionismo ma non più di questo, se, come sembra, il governo dovesse insistere a porre la questione di fiducia le opposizioni non potranno che votare contro. Il Presidente della Repubblica in serata ha fatto sapere di aver accolto «con viva soddisfazione» gli annunci venuti dall’opposizione nel senso di un impegno a concorrere – con ‘pochi qualificati emendamenti’ – a una ‘rapidissima approvazione’ della necessaria manovra finanziaria.

LA ‘SPINTA’ DEL COLLE AL GOVERNO
Ma Napolitano ha anche chiesto «che a ciò corrisponda la immediata disponibilità di governo e maggioranza – recita una nota del Quirinale – a condurre le consultazioni indispensabili e a ricercare le convergenze opportune». E a quanto si apprende da alcuni parlamentari del Pd, potrebbe essere questa la chiave per garantire un iter rapido alla manovra: il governo accoglie alcune proposte delle opposizioni in sede di esame in commissione e poi porta il testo in Aula dove potrebbe comunque chiedere la fiducia.

D’ALEMA: PRIMA LA MANOVRA POI DIMISSIONI
Ma se da un lato la difficile situazione finanziaria del paese ha spinto a più miti consigli le opposizioni sulla battaglia parlamentare, resta in campo la richiesta di dimissioni nei confronti del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, giudicato fattore di instabilità per il paese. Il governo, spiega Massimo D’Alema «dovrebbe fare la manovra finanziaria, possibilmente correggendola, e poi andarsene». Per ora, ha assicurato D’Alema «non opporremo ostacoli, non saremo noi a far precipitare la situazione». «In Parlamento abbiamo sempre collaborato e collaboreremo – ha aggiunto Pier Luigi Bersani – ma questo governo la deve smettere di fare chiacchiere e lanciare segnali fumo».

PRODI: «SE FOSSI PRESIDENTE DEL CONSIGLIO PARLEREI AL PAESE»
La ‘moral suasion’ del Capo dello Stato, molto presente in questi giorni anche negli appelli lanciati pubblicamente alle forze politiche è condivisa anche dall’ex premier Romano Prodi, che si è detto «addolorato e preoccupato. Non c’è tempo per pensare ad un altro governo ora – ha aggiunto – ci vuole una risposta immediata e prendere delle decisioni subito sulla finanziaria. Ci vuole una reazione unitaria e concorde». «Se fossi il presidente del Consiglio parlerei al Paese e presenterei alcune misure urgenti che aggiustino le finanze pubbliche distribuendo in modo equo i pesi e dicendo al paese che queste sono misure d’emergenza che successivamente possono essere cambiate. In secondo luogo ripristinerei lo spending review per tenere sotto controllo la spesa pubblica». Lo ha detto l’ex presidente del Consiglio, Romano Prodi, a Focus Economia su Radio 24. «Deve essere immediatamente indetta – ha sollecitato l’ex Presidente della Commissione Ue- una riunione con la Banca d’Italia e la direzione del Ministero del Tesoro per dare la sicurezza al mercato che le proposte sono realistiche e i conti sono seri per far capire che dietro al mercato c’è un Paese forte e coeso.»

LA MEDIAZIONE DI LETTA CON UDC E IDV
All’intesa con Udc e Idv su «pochi e qualificati emendamenti alla manovra» ha lavorato oggi Enrico Letta che ha consultato prima Pier Ferdinando Casini e poi Antonio Di Pietro. «In una situazione drammatica che può compromettere il futuro degli italiani – ha spiegato il leader Udc – l’Unione di Centro raccoglie l’appello del Presidente della Repubblica alla concordia nazionale. Pur non condividendo gran parte dei contenuti della manovra economica, propone a maggioranza e opposizione di accelerarne l’iter parlamentare per una sua rapidissima approvazione. Con questo spirito, l’Udc in sintonia con le forze del Terzo Polo, concorderà con il Partito Democratico e l’Italia dei Valori pochi qualificati emendamenti su cui auspica una larga convergenza».

BERLUSCONI: DISPONIBILE SUBITO A CONFRONTO
Sono disponibile subito a confrontarmi con l’opposizione, in questo momento serve un’ampia convergenza e responsabilità da parte di tutti. È quanto ha sottolineato Silvio Berlusconi, ricevendo oggi ad Arcore alcuni esponenti del Pdl milanese e confidando che domani è previsto un tavolo a cui prenderanno parte esponenti della maggioranza e dell’altro schieramento. Il premier non ha escluso una sua partecipazione in proposito e ha spiegato di seguire con attenzione l’andamento dei mercati e l’attacco speculativo in atto contro il nostro Paese, dicendosi – osservano le stesse fonti – fiducioso e convinto sul fatto che ogni difficoltà verrà superata. I conti pubblici sono in ordine, il governo ha fatto il suo dovere, ora tocca al Parlamento accelerare sulla manovra, ha osservato il Cavaliere con i suoi. Berlusconi ai suoi interlocutori ha smentito l’intenzione di vendere il Milan. La squadra non si tocca, ha tagliato corto con chi nutriva dei dubbi in proposito. Il presidente del Consiglio, dunque, ha accolto l’appello lanciato dal Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. Il presidente della Repubblica ha chiesto che il governo «ricerche ampie convergenze» e che ci sia in questo momento «una coesione nazionale». Invito recepito da tutte le forze politiche, tanto che il presidente del Senato, Renato Schifani, ha convocato per domani la capigruppo e si è detto d’accordo sull’eventualità di accelerare l’iter del provvedimento.

da www.unita.it

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«Faremo la nostra parte, via la fiducia» approvate le misure, l`esecutivo si dimettadi Stefano Fassina,

Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, nega che la disponibilità messa in campo dal suo partito e dall`Udc possa essere letta come sostegno al governo: «E assurdo anche solo parlare di soccorso all`esecutivo. ll nostro giudizio non è cambiato. Le misure contenute nella manovra sono sia profondamente inique che dannose per il Paese. Noi siamo responsabili non verso il governo Berlusconi che prima se ne va meglio è; siamo responsabili nei confronti del Paese e dei suoi problemi.
La causa dell`accentuarsi negli ultimi giorni del rischio Italia risiede nella progressiva perdita di credibilità politica dell`esecutivo. Se non si rimuove questo che è l`ostacolo fondamentale, tutto il resto è inutile».

Insomma la parola d`ordine del Pd non cambia: il governo si deve dimettere.
«Certamente. Un minuto dopo l`approvazione della manovra».
Scusi, ma allora tutta questa sbandierata disponibilità in cosa consiste?
«Responsabilità significa farsi carico dei problemi di fondo dell`Italia, e farsene carico con un arco di forze che comprende certamente anche l`Udc».
Ecco, appunto: politicamente cosa significa questo comune sentire con l`Ude di Casini?
«Vuol dire essere disponibili a confrontarsi sulla manovra nel momento in cui il governo apre alla possibilità di correzioni. Da parte del Pd e dell`Udc c`è la disponibilità ad assumersi tutte le responsabilità per far fronte alla crisi del Paese». Tradotto: stop al voto di fiducia in Parlamento altrimenti neanche si comincia, giusto?
«Certo. Il Senato, infatti, non ha possibilità vera di discussione. Dopo le audizioni, già domani scade il termine perla presentazione degli emendamenti e lunedì prossimo la manovra va in aula per il voto di fiducia».
E se invece il governo rinuncia alla fiducia?
«Il nostro impegno, che confermiamo, è quello di confrontarsi con la maggioranza nel merito delle misure, senza pregiudiziali, con proposte concrete Eurostat compatibili, come piace dire al ministro Tremonti. Che, a proposito, ha fatto una confusione infinita intorno alla cifre reali della manovra».
Oggi riaprono i mercati. Di fronte allo spauracchio speculativo contro l`Italia, come intende comportarsi il Pd?
«Noi abbiamo messo a punto una serie di proposte che hanno al centro la crescita. Questo è decisivo. Ciò che davvero innervosisce i mercati è la stagnazione che c`è in Italia. Noi rispondiamo a questa preoccupazione dei mercati prendendo di petto il problema vero: le riforme per la garantire la crescita».

da www.partitodemocratico.it

Lavoro ai giovani, lavoro ai precari. Le 19 proposte di legge del PD

Conferenza stampa del PD. Damiano e Fassina invitano il governo a recepire i testi presentati dal 2008 ad oggi

Stabilizzazione del lavoro, sostegno al reddito, tutela dei lavoratori, difesa dei diritti, attenzione al lavoro autonomo ed all’autoimprenditorialità, previdenza: sono queste le cinque direttrici che caratterizzano le 19 proposte di legge che il Partito democratico ha presentato in questa legislatura alla Camera, illustrate oggi in Conferenza stampa da Cesare Damiano, capogruppo in Commissione Lavoro e Stefano Fassina responsabile economico del Pd.

“Proposte – ha spiegato Damiano – proprie di un Partito che, diversamente da chi sostiene il contrario, non dice soltanto dei no ma appartiene ad una opposizione che avanza un’alternativa, con l’ambizione di andare al governo. Proposte, come base politica e parlamentare di un programma di governo – ha proseguito l’esponente democratico – che testimoniano un progetto, un pensiero, un’indicazione organica che ha come obiettivo principale non solo i giovani ma anche i cinquantenni che hanno perso il lavoro e che hanno difficoltà a ritrovarlo”.

“Il lavoro dei giovani è assolutamente cruciale per i destini del nostro Paese”, ha ribadito Damiano ricordando le misure del governo Prodi, a cominciare dal protocollo del 23 luglio 2007, subito cancellate dall’attuale governo. “Il nemico da sconfiggere è la precarizzazione, degenerazione di una flessibilità buona che introduce, cioè, al lavoro stabile. Io ho cancellato il lavoro a chiamata e lo staff leasing –ha ricordato l’esponente democratico – questo governo li ha reintrodotti dilatando a dismisura le forme del lavoro precario, come si vede coi voucher che da strumenti assolutamente straordinari, sono diventati oggi veri e propri sostituti del lavoro”.

Per questo il Partito democratico ha chiesto di inserire nella manovra economica, che inizia oggi il suo iter al Senato, anche le misure contro la precarietà del lavoro proposte.

Nelle proposte di legge democratiche, il primo punto è dunque quello della “stabilizzazione e della trasparenza del lavoro”. Il dualismo nel mercato viene superato con il ricorso al “contratto unico di inserimento formativo”, sequenza di lavoro precario e formazione che porta all’assunzione a tempo indeterminato. A questo si aggiunge la diminuzione del costo del lavoro quando il lavoro è stabile.

Il Pd propone inoltre di inserire nella manovra, il ricorso in via prioritaria al “bacino dei 70mila vincitori di concorso nel caso in cui la Pubblica amministrazione riprenda le assunzioni”.

Sul piano dei diritti, i Democratici prevedono il rimborso obbligatorio per gli stage, la tutela dalla “vergognosa pratica” delle dimissioni in bianco, il mantenimento dei diritti acquisiti in precedenza nel caso di cessione di ramo aziendale e ristrutturazione. Anche uno speciale permesso di soggiorno per consentire allo straniero di sottrarsi allo sfruttamento di caporali.

La previdenza inoltre è una delle cinque leve sulle quali il Pd preme per migliorare il lavoro giovanile. Per questo nello schema dei Democratici si prevede la costruzione di una pensione composta da un minimo base, di 400-500 euro, a cui si aggiunge un montante contributivo per arrivare a una pensione del 60 per cento dell’ultimo stipendio.

Partecipa al calcolo anche la totalizzazione dei contributi, per cui “ogni giorno lavorato con retribuzione e contribuzione regolare deve essere utile per formare la pensione delle giovani generazioni” e anche la norma per cui “qualsiasi forma di rapporto lavorativo o para-lavorativo (inclusi stage e tirocini) deve avere una minima contribuzione previdenziale, totalizzabile ai fini del risultato pensionistico”.

Stefano Fassina presentando le iniziative del Pd contro la precarietà e per il lavoro di qualità dei giovani
ha sottolineato come “quelle dei Democratici siano proposte radicalmente alternative al centrodestra e che che oltre a dare diritti, queste proposte si inseriscono nel filone della crescita, che viene aiutata se migliorano le condizioni del lavoro e dei lavoratori. Il governo- ha aggiunto- dietro la foglia di fico della modernizzazione del mercato del lavoro ha operato per arretrare le condizioni dei lavoratori, come ha mostrato esemplarmente il famigerato collegato lavoro, respinto dal presidente Napolitano per palesi incostituzionalità”.

In ogni caso, come abbiamo detto, il Pd chiede al governo di recepire in manovra gli emendamenti che tradurranno queste proposte di legge. Nel pomeriggio al Senato si riuniranno i tecnici del Pd, domani mattina Finocchiaro e Franceschini illustreranno in conferenza stampa il contenuto degli emendamenti.

di M.Antonella Procopio da www.partitodemocratico.it