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"Siena dà alla luce la rete delle donne. Unite sul web, pronte per la piazza", di Mariagrazia Gerina

Inclusivo, stabile, circolare nelle decisioni. E soprattutto molto lontano dal vento di antipolitica che a lungo ha soffiato sull’Italia. Così vuole essere il movimento delle donne che, seminato nelle piazze di tutta Italia il 13 febbraio scorso, nasce a Siena da due giorni di racconti, testimonianze, interventi. Cinquantacinque interventi dal palco, tre minuti per ognuna, che fosse Susanna Camusso o il comitato Snoq di Cuneo, Giulia Buongiorno o le Voltapagina di Catania. Una “maratona” egualitaria che le “socie fondatrici” di Se nonora quando si sono imposte, nonostante il caldo più che agostano (non è un caso che Cristina Comencini, regista dell’evento, all’ultimo si sia sentita male). Non si poteva aspettare l’autunno. La posta in gioco era troppo alta per lasciar passare altro tempo: non disperdere il patrimonio accumulato fin qui, dare subito, ancora a caldo, una struttura e persino una organizzazione a un movimento vasto e popolare che nessuno aveva previsto e che ha spiazzato l’Italia. “Abbiamo messo in moto una enorme aspettativa, non possiamo deluderla”, dicono le organizzatrici. Mentre dal palco, continuano a raccogliere le indicazioni di rotta. Le più giovani (meno delle loro “madri” ma ci sono anche loro), le indicazioni le traggono dalla rete, dove infondo tutto è nato. “Il web è stato il nostro grande strumento per collegarci anche tra donne che non appartenevano a reti precostituite”, spiegano Giorgia Serughetti ed Elisa Davoglio, le due trentenni che hanno costruito quel pezzo di movimento che pasa per il blog e per facebook. E che progettano ora di tracciare, anche grazie a internet, quella mappa dal basso dell’Italia vista dalle donne che è uno dei grandi progetti per i prossimi mesi. Però la rete non basta. Ci vuole un’alternanza di rete e di incontri, suggerisce Titti De Simone. All’orizzonte, una nuova mobilitazione di massa. In autunno

L’Unità 11.07.11

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Intervista a Maria Serena Sapegno «Non siamo un partito ma produrremo politica», di Mariagrazia Gerina

La docente di letteratura italiana: «Non ci sostituiremo alle forze già esistenti. Però l’obiettivo è quello di incidere davvero sull’agenda del Paese». Inclusivo, stabile, organizzato, circolare nelle decisioni. Così vuole essere il movimento delle donne che nasce a Siena. Molto lontano dal vento di anti-politica che a lungo ha soffiato sull’Italia. Lo ripete, dal palco, Maria Serena Sapegno, docente di letteratura italiana e di studi di genere, una delle fondatrici di Se non ora quando.
Politica è una delle parole più pronunciate in questi giorni. «La politica è una parola meravigliosa. La politica siamo noi. Possiamo essere critici rispetto a come si comportano i partiti ma questa è un’altra cosa. La politica sono i cittadini che costruiscono la vita della polis. E le donne ci vogliono entrare. Non vogliamo stare fuori come antipolitica. Vogliamo stare dentro la polis e trasformarla a nostra immagine». Come?
«Noi non vogliamo sostituirci ai partiti anzi vogliamo che tornino a fare politica se possibile sui bisogni delle persone e sulla stato di questo paese. Noi produrremo politica. Perché non solo i partiti mancano ma anche la società civile. E ora tutti bisogna riprendersi un pezzo di responsabilità e fare politica ciascuno nella sua parte. I partiti sono fondamentali, non c’è democrazia seria senza partiti ma siamo fondamentali anche noi. La società civile si è scoraggiata, si è disamorata, si è limitata a lamentarsi della politica, ma non basta».
Le giovani sembrano avervi seguito in misura minoritaria rispetto alle 40-50enni. «C’è un fatto anagrafico per cui noi, figlie del baby boom, siamo anche statisticamente tante. Le giovani sono di meno. E poi sono in una situazione difficile perché sono espulse dalla polis più di quanto non lo fossimo noi. Non c’è futuro, non c’è lavoro, non c’è speranza di costruire una vita, fatta di scelte proprie e di autonomia. Le giovani possono avere la tentazione di non avere fiducia in niente. O di farsi solo delle cose “loro” che riguardino la loro condizione particolare, ma questo sarebbe un danno per tutti. Noi abbiamo bisogno di loro che sono il futuro. Loro hanno bisogno di noi».
Loro però in piazza sono scese per prime insieme agli studenti. «Gli studenti hanno fatto delle cose bellissime, anche se non è bastato, anche perché i partiti – e questo è molto grave sono stati sordi. La mobilitazione delle donne però è un’altra cosa».
Quali sono gli obiettivi immediati di questa mobilitiazione? «Dico quelli che sono emersi nel lavoro di questi giorni: il tesoretto che con la manovra è stato sottratto alle
donne e che deve essere loro restituito e poi il congedo di paternità obbligatoria, quello di maternità che incida sulla fiscalità generale e sia per tutte, occupate o no, provvedimenti contro le dimissioni in bianco e in generale contro tutto quello che impedisce alle giovani donne di entrare nel mondo del lavoro. Ma più che individuare obiettivi precisi, vorremmo essere capaci di imporre alla attenzione generali i nostri problemi concreti. E poi dovrebbe essere la politica a rispondere». E qualche fischio alle politiche venute qui?
«Sono stati pochi, forse spia anche di un atteggiamento un po’ infantile. Però certo c’è una una certa sfiducia. Noi non siamo antipolitiche però neanche ci fidiamo a occhi chiusi. E poi le donne in politica sono ancora poche e non sono riuscite a imporre a un’altra agenda». Mancava un movimento?
«Sì, speriamo di essere la loro forza».

l’Unità 11.7.11

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Intervista a Carla Fronteddu «Noi, le ragazze che scoprono oggi il femminismo»
La outsider : «Le giovani erano in minoranza? Siamo cresciute senza modelli. Ma ci rifaremo». È vero, eravamo meno delle nostre “madri”, però c’eravamo», rivendica Carla a nome delle venti-trentenni che a Siena sono andate, magari superando qualche “diffidenza” e anche a nome di quelle che non c’erano. «Questo movimento è anche nostro e ce lo dobbiamo prendere».
Tesi di laurea su femminismo e biopolitica, qualche esperienza nei centri di volontariato anti-violenza, militanza in una rivista “di genere”. Carla Fronteddu, 26 anni, è una delle “rivelazioni” della due giorni fondativa di Se non ora quando. E, dal basso della sua biografica di giovane femminista, ci racconta di sé e delle altre.
Perché a Siena eravate così poche?
«Partiamo da un fatto: in piazza il 13 febbraio le ventenni c’erano, il punto è come mai poi non siano entrate in maniera massiccia nei comitati che si sono costituiti a partire dal 13 febbraio e quindi perché la piazza di oggi, che è la piazza dei comitati, sia stata più sbilanciata anagraficamente. C’è il problema del passaggio della staffetta, ma anche forse una forma di resistenza generazionale».
Ovvero?
«Io e le mie coetanee siamo cresciute nel vuoto di un movimento di donne. Forse per questo siamo più diffidenti e ci riesce più difficile mediare. Però partiamo dal dato positivo che qualcuna c’era e mi auguro che possa trasmettere anche a chi non è venuta la positività di questo momento».
Cosa ha significato Siena per te?
«È stata la mia prima esperienza collettiva di questo tipo. Io mi occupo di studi di genere però fino al 13 febbraio non ero andata oltre l’elaborazione teorica e qualche esperienza nei centri antiviolenza. Negli anni 70 c’erano le grandi manifestazioni delle donne, il movimento che portava avanti le istanze di tutte. Per noi tutto questo non c’è stato. Il femminismo si era chiuso nelle aule universitarie. Ma Se non ora quando è tutta un’altra cosa».
Cosa?
«Se non ora quando è un movimento popolare. Qui a Siena la maggior parte sono donne che non hanno esperienza di pratica di genere, non hanno fatto parte di nessuna associazione femminile, alcune amiche che sono oggi in piazza non hanno mai affrontato i contenuti del femminismo. Questa piazza è la nostra grande occasione». C’erano anche molte politiche. Che pensi di loro?
«Colloquiare con donne che hanno ruoli di potere all’interno di una organizzazione-partito, che risponde a un ordine maschile, non è una passeggiata. Però dobbiamo fare uno sforzo tutte insieme. All’ inizio da parte nostra c’era molta paura di essere strumentalizzate però questi mesi ci hanno rese molto più sicure. La trasversalità ci ha dato molta forza. Credo che a questo punto siamo abbastanza forti per poter dialogare senza perdere la nostra autonomia. E poi penso che, in realtà, i risultati dipenderanno da ciascuna di noi».

L’UNità 11.07.11

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Internet, cortei e comitati “È nata la Rete delle donne” di Laura Montanari

Siena, le iniziative dopo l´assemblea: non ci fermiamo
Le organizzatrici: il nostro sarà un movimento trasversale e senza etichette di partito. Adesso che il Prato di Sant´Agostino è vuoto, gli addetti ai lavori stanno smontando il palco e i palloncini rosa di «Se non ora, quando?» si afflosciano sotto il sole, è tempo di bilanci: «A Siena è nato un nuovo movimento delle donne» assicura Francesca Comencini, regista, autrice teatrale. Un risveglio. «Non è un partito, ma una rete organizzata fatta di tante voci anche diverse e dissonanti che camminano nella stessa direzione» aggiunge Serena Sapegno, docente di Letteratura italiana e di Studi di genere alla Sapienza di Roma. Certo qualcosa di diverso questa assemblea di Siena la consegna, se con Rosy Bindi in prima fila e molte altre parlamentari sparse in platea, le conclusioni – complice un lieve malore che ha colto Cristina Comencini – sono affidate a una docente universitaria e alla confessione quasi generazionale di una ragazza di 26 anni, dottoranda di Filosofia politica, Carla Fronteddu: «Io non sapevo cosa significava stare dentro un movimento, ma è bellissimo. Al contrario delle donne che hanno vissuto il femminismo degli Anni Settanta, io e le mie coetanee siamo cresciute nel vuoto dei movimenti, dentro una società fortemente individualista che non ci ha insegnato a declinare il senso della parola “noi”».
Nella geografia di Snoq, acronimo di «Se non ora, quando?», un elemento importante sarà la delocalizzazione: devono prendere forza e moltiplicarsi i comitati sul territorio (sono 120 quelli censiti fin qui). «Dobbiamo raggiungere le periferie, le donne dei piccoli paesi non per reclutarle, né per educarle, ma perché abbiamo bisogno di competenze e culture, di tutte le culture» dice ancora Serena Sapegno. Il movimento rivendica la propria autonomia dalle targhe e dai partiti: «Ma attenzione qui non c´è traccia di antipolitica – precisa Flavia Perina di Futuro e Libertà – Snoq è un soggetto politico e si rivolge alla politica perché ne vuole determinarne le scelte. Non siamo un girotondo». I temi sul tappeto sono tanti a cominciare dai rischi della manovra finanziaria che, «in un Paese come il nostro, con un welfare inadeguato, aggrava la situazione, colpendo soprattutto le donne e scaricando su di loro i costi della crisi». Da qui la richiesta della maternità come diritto a carico della fiscalità generale e il congedo della paternità obbligatorio. Senza dimenticare che i tagli al welfare costringono le donne a supplire con la loro attività di cura ai servizi e all´assistenza negata.
In due giorni, davanti a una platea affollata che ha ascoltato tutti gli interventi, sfidando il termometro sopra i 35 gradi, si sono alternate al microfono un´ottantina di donne con la regola inflessibile dei tre minuti, valida per tutti. «Questa regola è stata proposta dalle più giovani – rivela Ilaria Ravarino, 34 anni, romana – forse è dettata dai tempi di attenzione di chi è abituato alla Rete». Il movimento ai ritmi di Internet, ma anche il movimento che vuole ascoltare e dare spazio al maggior numero di voci. In duemila sono arrivate a Siena e chi non ha trovato spazio al microfono si è messa davanti a una webcam per registrare un pensiero, una riflessione, una proposta da postare. Perché «Se non ora, quando?» prosegue già su Facebook e sui blog.

La Repubblica 11.07.11

"Il senso del limite. Sul fine vita meglio non legiferare", di Pierluigi Castagnetti

È un esercizio difficile per il legislatore. Ma c’è uno spazio della persona che non può appartenere alla politica. La morte è, come si dice, la parte più difficile e importante della vita e appartiene tutta intera alla persona. Ogni morte è singolare Chi ne è esterno, è inevitabile e giusto che rimanga tale
Domani la Camera approverà la legge sulle cosiddette Dat. Una legge confusa e sbagliata in sé, e sbagliata perché viene fatta. Io sono tra quelli che pensano che sul “fine vita” non debba esserci una legge. Nessuna legge. La morte infatti è, come si dice, la parte più difficile e importante della vita e appartiene tutta intera alla persona. Ogni morte è singolare, lo è anche negli eventi drammatici che possono colpire una intera collettività. Anche in quel caso si celebra l’incontro di una persona con la sua propria morte. Chi ne è esterno, è inevitabile e giusto che rimanga tale. Per questo ritengo assurdo legiferare e giuridicizzare il fine vita come evento astratto e generale. Credo che basti dire ciò che l’ordinamento già afferma: No all’anticipazione e no al ritardo, No all’eutanasia e no all’accanimento terapeutico.
Sono convinto che il letto del paziente terminale diventi, a prescindere dalle ragioni di fede che possono esserci o non esserci, il luogo sacro in cui arde l’ultima drammatica domanda “Perché Signore…fino a quando? “, al quale chi vi si accosta, nel dolore e nel mistero, avverte tutto il rischio, il peso e la violenza di una possibile invasività della tecnica e della legge. Sì, perché anche la legge, quando pretende di prevedere e imbrigliare tutte le circostanze che inevitabilmente le sfuggono, può diventare invasiva e ingiusta. Queste sono le ragioni per cui io, insieme ad altri colleghi, ritengo sarebbe saggio, siamo ancora in tempo, fermarsi e non legiferare. Vi è infatti una etica del limite anche per il legislatore. Scriveva molti anni fa il filosofo del diritto Jacques Ellul: “Un eccesso di diritto e rivendicazione giuridica sfocia in una situazione nella quale al termine, il diritto stesso diventa inesistente”. Stiamo vivendo tempi infatti in cui, la norma positiva statale o metastatale, tende sempre più a definire ogni aspetto della vita sociale, occupando territori che, fino a poco tempo fa, erano governati dall’etica dei comportamenti e del buon senso, e ciò spesso avviene anche con l’oggettiva complicità di tanti credenti che rischiano in buona fede di scivolare verso una vera e propria idolatria della legge, della forza delle legge per garantire la virtù. È un esercizio difficile per il legislatore e il politico misurarsi con il limite, con ciò che non può fare e persino con ciò che non può impedire, ma, come esortava Pietro Scoppola, dovremmo amare la politica “Come disegno per il futuro, come valutazione razionale
del possibile e come sofferenza per l’impossibile”. Vi sono temi, osservava ancora A.C. Jemolo, che la legge può solo lambire,e la morte è senz’altro tra questi. So benissimo – ho ascoltato nel dibattito in aula di questi giorni tanti colleghi che pure mi dicevano di condividere la mia posizione contro l’ipotesi di una qualsiasi legge che ora sarebbe necessario intervenire a causa di quella sentenza creativa della corte di cassazione sul caso Englaro. Anch’io sono convinto che quella sia stata una sentenza creativa, che è andata cioè oltre il dettato dell’articolo 101 della costituzione, e pure mi permetto di osservare che, se questa sentenza ha potuto esserci in presenza delle previsioni che il nostro codice penale fa agli articoli 575 ( contro l’omicidio), 579 (contro l’omicidio del consenziente), 580 ( contro l’istigazione e l’aiuto al suicidio), 593 ( contro l’omissione di soccorso), non sarà per una norma in più che si riuscirà ad evitare ciò che si giudica negativamente. Anche per questo il parlamento dovrebbe fermarsi e riflettere sull’opportunità, anzi sulla necessità di riconoscere per sé limiti che non possono essere valicati poiché non tutto è riconducibile e disciplinabile dalla legge, non tutto appartiene alla disponibilità della politica.
Questa materia in particolare appartiene tutta intera alla relazione umana e dolente che attiva, proprio quando è giunto il momento in cui si contano le ore e i minuti, una vera e propria alleanza spirituale e terapeutica fra il paziente, i suoi familiari o i suoi fiduciari e il medico. È li che si prendono le ultime decisioni, nel rispetto del paziente, delle sue volontà e del diritto di accogliere la morte perché anche la morte va saputa accogliere con la dignità che neppure il mistero del dopo può comprimere.

L’Unità 11.07.11

"Questione economica e missioni militari Il falso pacifismo della Lega", di Luigi Bonanate

L’entità della spesa militare dipende dai fini politici che persegue, i quali — se sono buoni — non possono essere limitati dai livelli di spesa. Che per ridurre la spesa pubblica si potessero tagliare gli impegni all’estero l’aveva già pensato Obama, l’avevano seguito Francia e Gran Bretagna e ora, come al solito, ecco l’innovativa idea che la salvezza dei conti italici giungerà dall’abbandono a loro stessi di quei popoli al benessere dei quali tenevamo tanto!
Delle due, una: o le operazioni militari congiunte hanno fini sacrosanti che giustificano qualsiasi tipo di spesa, per il semplice motivo che i valori che difendono non si possono sottoporre a calcoli ragionieristici (democrazia, libertà, benessere, così come salvaguardia della pace internazionale, o suo rafforzamento); oppure all’estero si va soltanto per affermare la propria potenza, per comprare qualche pozzo di petrolio in più, per scaricare delle nevrosi o per punire dei fantasmi che hanno cercato di irriderci, e che abbiamo impiegato 10 anni a scovare!
Avremmo creduto che le ragioni che giustificano gli impegni militari internazionali degli stati dipendessero da calcoli strategici finalizzati a obiettivi politici ben chiari: scopriamo invece ora che sì, in Libano bastava mandarne un po’ meno, di soldati, nei Balcani in fondo, ma che cosa ci facciamo ancora? E la Libia, poi… quante grane ci ha creato questo Gheddafi. Prima si faceva baciar la mano, e ora non se ne vuole neppure andare… Scherziamo per non dirci quanto grave sia questa situazione: le guerre recenti, a cui anche l’Italia ha partecipato, hanno causato la morte di più di 100.000 persone. Dobbiamo dedurne che se avessimo sprecato meno denaro, avremmo sparso meno violenza evidentemente inutile nel mondo, e sarebbero morti meno soldati occidentali. Se la concezione dominante della politica internazionale è quella secondo cui ogni stato vi fa le comparsate che gli convengono di volta in volta — vendere e consumare più armi, occupare siti petroliferi, digrignare i denti per spaventare Ahmadinejad e l’Islam — dovremo una volta per tutte dirci che in Afghanistan non siamo andati per punire i terroristi delle Twin Towers, in Iraq non ce ne importava nulla della brutalità di Saddam; nei confronti di Gheddafi poi il problema non era la democrazia ma il petrolio, tant’è vero che nei confronti di una Siria senza petrolio a nessuno è venuto in mente di attaccare Assad che fa a sua volta sparare sulla folla. Non manca che un tocco: evidentemente i militari hanno ingannato i politici. Altrimenti, se tutte insieme, le massime potenze del mondo si sono fatte tenere in scacco da un pugno di mujaieddyn, allora forse sarebbe stato meglio risparmiarli fin dall’inizio, i soldi.

L’Unità 11.07.11

Manovra. Con responsabilità ecco la nostra “ricetta diversa”

L’Italia è nel mirino della speculazione. La debolezza del governo e della manovra economica non aiutano. Domani il PD presenterà la sua manovra alternativa . Bersani: “L’Italia non sarà messa in ginocchio da nessuno perché ha fondamentali buoni. Serve una maggiore incisività delle riforme per muovere un po’ di crescita”. La tempesta finanziaria non è finita. La Borsa italiana è in caduta libera con lo spread che si allarga tra gli interessi sui titoli pubblici italiani e quello sui titoli pubblici tedeschi (considerati il punto di riferimento per la sicurezza dell’investimento in Europa). Il governo anche questa volta sembra inadeguato nel correre ai ripari: l’interesse maggiore sembra quello di bloccare il pagamento dei 560 milioni che Fininvest dovrà risarcire la Cir dopo la sentenza sul Lodo Mondadori. E nella paralisi governativa è il PD che è pronto a fare la propria parte nel presentare proposte alternative e a respingere coralmente la speculazione.

“Siamo intenzionati a reagire coralmente a eventuali tentativi speculativi che tentassero di mettere in ginocchio il nostro Paese. L’Italia non sarà messa in ginocchio da nessuno perché ha fondamentali buoni”. Così il segretario PD, Pierluigi Bersani , durante la sua visita in Israele ha risposto ai giornalisti che gli chiedono un giudizio sulla convocazione per domani di una riunione dell’Eurozona sulle fibrillazioni dei mercati nei confronti dell’Italia.

“E’ una cosa che non fa piacere. Ma è da un po’ che segnalo che non è vero che l’Italia è in una situazione tranquilla. Serve una maggiore incisività delle riforme per muovere un po’ di crescita. Va bene intervenire sui conti, anche se va fatto in modo equo, senza bastonare i deboli. Ma prima di tutto bisogna dare una prospettiva e un percorso di crescita”. Pur se con “ricette diverse” anche l’opposizione, ha confermato Bersani, vuole impegnarsi con responsabilità per le riforme.

“Noi daremo la nostra mano facendo le nostre proposte per le riforme. In settimana presenteremo le nostre idee che riguardano anche il contenimento dei costi della Pubblica amministrazione e presenteremo un certo numero di emendamenti alla manovra “.

Certo, ha ribadito il leader PD, “è una cosa fuori da ogni minimo rispetto e buonsenso costringere ad approvare una manovra da 47 miliardi in tre settimane, con il voto di fiducia e dei giorni per gli emendamenti”. Ed era proprio per consentire un dibattito approfondito in Parlamento che “noi avevamo fatto una proposta ragionevole sui tempi ma non è stata nemmeno presa in considerazione dal governo”.

Da la Repubblica il al vicesegretario del PD, Enrico Letta ha chiarito che l’opposizione è pronta anche ad un governo di salvezza nazionale. La situazione è tesa, “di grandissima preoccupazione. Ne siamo consapevoli, più del governo. L’ultima volta che l’Italia ha vissuto un venerdì così nero era nel `92, quando la lira uscì dallo Sme».

Per Letta la soluzione è quella di muoversi “sulla linea indicata da Napolitano, fatta propria da Bersani e Casini, sabato a Bologna. Il PD si candida ad essere il country party, il partito dell’Italia. E per farlo costruiamo un’opposizione alla Prodi-Ciampi, in termini di rigore e salvezza del Paese”.

Basterà? “L’attacco di venerdì non è stato generico, ma legato all’impressione che il governo italiano ha finito la benzina. Ora è il momento che l’opposizione scenda in campo. Lo faremo presentando, domani, gli emendamenti alla manovra. E ci impegneremo perché sia approvata nei tempi”.

In che modo? “Niente ostruzionismi. Diremo sì o no. Se metteranno la fiducia, voteremo no. Ma per respingere la speculazione occorre che la manovra sia approvata. Entro agosto ci sono 30 miliardi di titoli pubblici da rinnovare”.

“Il balletto delle cifre di questi giorni – prima 40, poi 47, addirittura 68 e ora 25 – è indicativo della scarsa credibilità del governo. E, certo, i mercati hanno capito che si tratta di una manovra da governo Leone, da esecutivo balneare, da aumenti della benzina. Si raccattano soldi un po’ ovunque. Al contrario, è arrivato il momento di cominciare a parlare di privatizzazioni. Penso a Poste, Ferrovie, Eni, Enel, Finmeccanica e alle 20 mila aziende partecipate degli enti locali. Ma alla manovra manca l’anima, la strategia. Per questo abbiamo chiesto che il governo si dimetta un minuto dopo la sua approvazione” ha concluso Letta.

“Negli ultimi giorni, sono venute fuori le reali ragioni di accentuazione del profilo di rischio-Italia: la perdita di credibilità del governo Berlusconi. In parte, dovuta alle vicende emerse dalle indagini della magistratura. In parte, causata dalla dai contenuti e, sopratutto, dalle carenze della manovra di finanza pubblica del 30 giugno scorso, veicolata in un Decreto Legge e un presunto Disegno di Legge Delega (in realtà, un manifesto politico) per riformare il fisco e l’assistenza, valutati, rispettivamente, 25 e 15 miliardi di euro all’anno a partire dal 2014”. Così Stefano Fassina , responsabile economia della segreteria del PD in un articolo de L’Unità .

“Oltre all’irrealismo dei risparmi attesi dall’improvvisata Delega, seri danni di credibilità sono stati provocati dalla comunicazione sulla dimensione della manovra, cifrata dal Ministro Tremonti, nell’infelice conferenza stampa del 6 luglio, in 47, 68 ed infine in 40 miliardi di euro. Per tentare di recuperare la confusione, un comunicato del Mef fa ulteriori danni in quanto indica una correzione di 2 miliardi di euro nel 2011 e 6 miliardi di euro nel 2012, quando nella relazione tecnica allegata al Decreto è chiarito che la manovra non ha effetti netti nel biennio indicato. Dopo le preoccupate e condivisibili analisi sulla pericolosità del Governo Berlusconi, si arriva alla domanda da 100 punti: che dice il PD? Qual è la politica economica del PD? Bersani promette e non mantiene? Non è così. Il PD ha già detto. Ha detto con una elaborazione puntuale definita in tre appuntamenti dell’Assemblea Nazionale (Maggio ed Ottobre 2010 e Febbraio 2011) dedicate ai principali problemi aperti nel Paese: dall’assetto istituzionale alle pubbliche amministrazioni, dal fisco al lavoro, dalla regolazione dei mercati alla politica industriale, dalla scuola al welfare. Il Pd non ha prodotto una lista della spesa. Il 21 marzo scorso, il PD ha discusso con le parti sociali e, poi, inviato al Ministro Tremonti un Programma Nazionale di Riforma (presentato ai media in un paio di occasioni e da fine Marzo sul sito del Pd). Nel PNR elaborato dal PD, richiamato anche nelle risoluzioni parlamentari al Documento di Economia e Finanza, i singoli punti programmatici sono inseriti in una strategia riformista, definita e quantificata nella sua dimensione macroeconomica e di finanza pubblica. Secondo le nostre quantificazioni, le riforme proposte dal PD innalzano il Pil potenziale dell’Italia, la variabile decisiva per abbattere il debito pubblico e dare fiducia ai mercati, verso il 2% nel corso di un triennio. Insieme al conseguimento di un avanzo primario del 3%, consentono di raggiungere nella seconda metà del decennio in corso una riduzione del debito pubblico in linea con le indicazioni del Patto di Stabilità rafforzato. Insomma, il PD ha già messo a punto una politica economica alternativa per lo sviluppo sostenibile, il lavoro e il taglio del debito. Intorno all’analisi della fase e alle proposte apriamo ora un confronto con tutte le forze all’opposizione del governo Berlusconi. Si tratta di una sfida di carattere costituente. Il PD è pronto a cogliere e, soprattutto far cogliere all’Italia, l’occasione storica delle riforme”.

www.partitodemocratico.it

"Biotestamento. Il diritto di decidere", di Gianni Cuperlo

La Camera approverà una legge lesiva della dignità della persona: una norma toglie al malato la responsabilità di stabilire a quali terapie sottoporsi in caso di incoscienza irreversibile. È necessario garantire il diritto di ognuno a essere rispettato se in discussione è la vita e la decisione su di sé. In tanti hanno denunciato il rischio di una legge impietosa, ora è bene che queste voci si levino alte

Alla vigilia di un voto rivelatosi per loro una debacle, persino del testamento biologico la maggioranza si era spinta a fare un’arma di campagna elettorale. Per fortuna l’elettorato si è mostrato assai più maturo della destra. Ma adesso siamo al dunque e domani salvo sorprese la Camera licenzierà una legge ideologica, incostituzionale e lesiva della dignità della persona. L’arbitrio maggiore è in una norma che sottrae al malato la responsabilità di decidere a quali terapie sottoporsi nel caso di una condizione irreversibile di incoscienza e di incapacità di intendere e di volere. Sul punto il testo prevede una soluzione irrazionale e in aperto contrasto col principio del rispetto della persona umana sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Come altri, penso anch’io che la relazione di ciascuno con la fine della vita non sia, in termini legali e sul piano materiale, un fatto soltanto individuale. Molti elementi concorrono a fissare quella relazione: i legami affettivi, il rapporto fiduciario con i medici, l’ambito della ricerca. Su di un piano parallelo, abbiamo alle spalle un tempo storico durante il quale sia l’ordinamento giuridico che la deontologia medica, e aggiungo il maturare della coscienza civile, hanno affermato una serie di acquisizioni. Ne cito almeno tre. Il diritto al consenso informao. La inviolabilità dell’individuo in rapporto a eventuali terapie. E infine, profonda eredità del ‘900, la dignità del soggetto e il rigetto di qualsiasi concezione dello Stato tale da trasferire l’esistenza individuale nella disponibilità di un potere esterno all’individuo stesso. Il rispetto di queste acquisizioni è parte di una idea contemporanea della democrazia e dello stato di diritto mentre nulla ha a che fare con un presunto relativismo morale. Se queste sono le premesse, quando si ragiona su una buona legge in materia di fine vita non è in discussione una concezione del vivere e del morire, aspetto che attiene alle convinzioni soggettive o collettive di comunità civili e religiose. Lo ricordo perché se il traguardo della politica è condurre i diversi convincimenti morali a un assoluto senza distinzioni l’esito non potrà che essere di tipo autoritario e questo perché a seconda dei rapporti di forza si determinerebbe l’imposizione di un’etica sulle altre, il che in una democrazia non può mai accadere. Quindi, almeno in democrazia, per quanti sono chiamati a scrivere le leggi il tema non è riversare nella regola la propria concezione della vita o della dignità del vivere. Compito dei legislatori è individuare una norma che in ragione della sua universalità garantisca a ogni persona il diritto a vedere rispettata la propria dignità quando in discussione siano la sua vita, il suo giudizio sulla propria esistenza e la decisione su di sé. Purtroppo è esattamente su questo punto che la legge del governo esprime tutta la propria arroganza. Nel sottrarre, con una logica prescrittiva, il corpo del malato alla persona del malato. In questa scissione insensata tra il potere dello Stato sul corpo e la riduzione della coscienza a fattore non vincolante nelle decisioni della persona c’è la contraddizione di una normazione regressiva. Ma è esattamente ciò che loro intendono fare in violazione delle norme costituzionali, dei principi sanciti in una serie di trattati e protocolli internazionali e, infine, in aperto contrasto con un criterio di umanità. Potrei citare a sostegno le sentenze della Consulta a partire dal diritto della persona di “disporre del proprio corpo”, ma stiamo alla sostanza e al fatto che le relazioni tra il malato, i suoi affetti più cari e le strutture mediche che lo hanno in carico non possono in alcun caso sottrarre a me, e dunque alla singola persona, la decisione responsabile sulla mia vita e su ciò che io considero compatibile con la mia dignità. Qui c’è il punto delicato che riguarda il tema della vita come bene indisponibile. Ora, la formula sembra dotata di una sua forza oggettiva ma non è così. Sulla base delle leggi esistenti non è così. Quando un malato, cosciente delle conseguenze, rifiuta una terapia egli esercita il diritto a disporre della propria vita. E ciò accade dinanzi al rifiuto di un’amputazione o di una trasfusione.
In quella scelta – sofferta, tragica, ma libera – vi è la forza di un diritto mite che non sottrae alla persona la possibilità di decidere ciò che è più giusto per sé. Dunque non è vero che la vita in sé sia un bene indisponibile in termini assoluti. È vero, invece, che la vita di ogni singola persona non è un bene disponibile ad altri che a sé medesima. Come la legge stabilisce. Come il diritto prevede. Come la nostra civiltà ha riconosciuto. Ed è una questione di principio dalla quale discendono due snodi decisivi: il carattere vincolante della Dat e il ruolo riconosciuto del fiduciario laddove tra la dichiarazione anticipata e il momento di un’eventuale decisione terapeutica sia trascorso un tempo tale da esigere una attualizzazione della volontà del soggetto.
In tanti, nei mesi passati, hanno denunciato i rischi di una legge impietosa e hanno spiegato che a fronte di una brutta legge sarebbe preferibile non legiferare. In molti siamo d’accordo e ci batteremo per questo. Ma tanto più i riflettori vanno accesi perché la questione entra ora nell’ultimo miglio ed è bene che queste voci si levino alte. Come ha fatto l’appello promosso dall’Associazione “Democrazia Esigente” pubblicato nei giorni scorsi su l’Unità, sottoscritto da personalità, operatori, parlamentari e che in modo equilibrato rivendica un sussulto di dignità da parte del Parlamento. Sarebbe un errore grave se la politica, per ragioni di convenienza, chinasse gli occhi di fronte a uno sbrego di civiltà e a uno strappo tale nella tradizione più elevata del nostro pensiero laico e costituzionale.E allora se è vero – ed è vero – che nel paese il vento sta cambiando, facciamolo capire anche da una battaglia così decisiva e che molto dirà sull’Italia di domani.

l’Unità 11.07.11

"Nomine pubbliche. La rete di Milanese", di Giovanni Bianconi

Il capo di gabinetto di Tremonti, Vincenzo Fortunato, l’ 11 gennaio scorso ha parlato al pubblico ministero napoletano Piscitelli sia del ruolo dell’ex ufficiale della Guardia di finanza asceso al fianco del ministro, sia del meccanismo che conduce alla spartizione delle cariche decise dal suo dicastero. Le nomine di provenienza «politica» «Milanese si occupa dell’attività politica del ministro in senso ampio…— ha spiegato Fortunato—. Ha seguito, per conto del ministro, le nomine nelle società di primo livello le cui azioni sono detenute dal ministero-dipartimento del Tesoro; fra essi rientrano Eni, Enel, Anas, Fs, Poligrafico dello Stato, Sogei, Finmeccanica, Fincantieri, Enav ed altre» . L’indicazione dei rappresentanti del ministero rientra fra le attività di indirizzo politico indicate dalla legge, continua il capo di gabinetto. E chiarisce che la «provenienza» delle designazioni è «in parte interna al dipartimento e in parte di provenienza “politica”. In particolare la scelta di questi ultimi era il frutto di una mediazione tra le diverse componenti politiche della coalizione di governo, e spesso anche della concertazione con altri ministeri» . Il capo della settima Direzione del dipartimento del Tesoro, Francesco Parlato, ha riferito al magistrato la procedura per le nomine. Dopo un appunto del suo ufficio al ministro, «si apre una fase di ricerca da parte dell’organo politico per l’individuazione e condivisione dei nominativi, all’esito della quale il ministro fa pervenire le sue indicazioni» . L’incarico di comunicarle «viene svolto dal maggio 2008 dall’onorevole Marco Milanese… Tutte queste nomine sono state seguite dall’onorevole Milanese» . Anche per quelle di «secondo livello» — un migliaio di cariche nelle società controllate dagli Enti pubblici che dovrebbero avvenire “piena autonomia”—, secondo Parlato la prassi è che avvengano «contatti preventivi e informali tra gli amministratori delle società capigruppo e gli organi di governo o di riferimento politico» . E siccome Milanese s’interessava delle nomine superiori, «è presumibile, ma si tratta di una mia congettura, che i capi azienda abbiano fatto riferimento anche a lui per questa evenienza» . L’unico che non conosceva questa attività del consigliere di Tremonti sembra essere il segretario di Milanese, Paolo Iannariello, indagato nella stesso procedimento che riguarda il suo capo: «Non mi risultano competenze particolari attribuite al Milanese; non mi risulta che lo stesso segua le nomine di competenza del ministro nelle società partecipate» . «Milanese mi ha aiutato» Ma il problema, secondo l’accusa, non è tanto la regia nell’attribuzione degli incarichi, quando il fatto che Milanese avrebbe “venduto”almeno una parte di essi, in cambio di denaro o altre utilità. Per esempio quelli di Guido Marchese e Carlo Barbieri (commercialista e sindaco di Voghera), messi agli arresti domiciliari dal giudice di Napoli, che nell’ambito di una complicata e inusuale operazione di compravendita di una villa in Costa Azzurra, avrebbero fatto avere al deputato designatore almeno centomila euro. Ascoltato come testimone in due occasioni, al secondo interrogatorio Marchese— seduto su varie poltrone fra cui quelle dei collegi sindacali di Ansaldo Breda, Oto Melara, Ansaldo Energia, Sogin e Sace per circa centomila euro all’anno— ha ammesso l’interven- to di Milanese: «Sono stato aiutato come tutti in questo genere di cose, e ho chiesto e ottenuto l’appoggio di Milanese certamente per il mio incarico in Ansaldo Breda, nella Oto Melara e certamente anche nella Sogin e anche nella Sace» . Il pubblico ministero domanda come ha saputo dell’intervento di Milanese, e Marchese risponde: «Dopo le mie richieste è stato lui a dirmi di aver segnalato il mio nominativo alle diverse società controllate dal ministero, tra le quali quelle di Finmeccanica… Mi risulta che anche Barbieri abbia ottenuto un incarico nel consiglio di amministrazione di Federservizi (società controllata dalle Ferrovie dello Stato, ndr) per intervento del Milanese» . La deposizione con le ammissioni di Marchese non è stata del tutto tranquilla, dopo che il pm Piscitelli gli ha contestato di aver taciuto, nel precedente interrogatorio, un incontro con Milanese prima di presentarsi al magistrato. «Non avevo capito la domanda, le chiedo scusa» , s’è giustificato il testimone. Divenuto indagato anche in virtù delle telefonate intercettate dalla Digos di Napoli in cui s’intuiscono la preoccupazione e l’attivismo di Milanese proprio per le testimonianze di Marchesi, Barbieri e un’altra persona coinvolta nella compravendita della villa in Costa Azzurra, l’agente immobiliare Sergio Fracchia. «Devono negare totalmente» Il 20 gennaio scorso, vigilia della prima convocazione di Marchese, e Barbieri, la polizia ha registrato una conversazione tra Barbieri e Fracchia, il quale— dopo aver chiesto se la linea era «a posto» e «pulita» , nel senso di non intercettata — si lancia: «Allora, ho sentito il mister… da specificare bene, alle domande che faranno, che sicuramente chiederanno perché avete comprato queste… E ha detto “è un amico comune che ci ha fatto prendere, perché noi avevamo già fatto delle operazioni immobiliari in Francia, c’era un affare e l’abbiamo fatto”. Perché dove andranno a puntare, mi ha detto l’amico, è se avete fatto questo in cambio di qualche cosa… Di qualche nomina… negare totalmente» . Barbieri sembra acconsentire («Non è vero, non è vero» ) e Fracchia insiste: «Esatto, poi se picchiano sulla villa, da dire sempre per un discorso di investimento (…) Mi raccomando perché… mi ha chiamato quattrocento volte» . Investigatori e inquirenti sono certi, per i riscontri con altri atti d’indagine, che «il mister» altri non sia che Marco Milanese, inquieto per l’inchiesta in corso. Due giorni prima del secondo interrogatorio di Marchese, Milanese richiama Fracchia: «Gli dici se magari da un telefono pubblico o da una cabina, più tardi, anche domani, mi dà un colpo di telefono, così gli dico un po’. Perché tanto… loro vogliono battere sulla faccenda nomine… son matti, ragazzi…» . Timoroso di essere ascoltato, il deputato avverte che Marchesi deve chiamarlo da telefoni non suoi, e i numeri controllati non registrano altri colloqui sul tema: a dimostrazione, annota la polizia, «che le successive comunicazioni sono avvenute attraverso canali per loro sicuri» . Il 4 febbraio anche Fracchia viene ascoltato dagli investigatori sulla compravendita della villa, e tre ore prima Milanese lo chiama: «Tutto a posto comunque, sì?» , domanda. «Sto andando adesso» , risponde Fracchia. E Milanese incalza: «Ricordati di dire che loro l’avevano comprata perché avevano il cliente. (…) Se ti dicono qualcosa, nomine non nomine, non sai un cazzo. Dici “ma che dici?”, poi basta» . Gli accertamenti sulla Finanza L’indagine della Procura di Napoli prosegue sul fronte delle nomine gestite da Milanese ma anche sui suoi rapporti all’interno delle Fiamme gialle, di cui ha fatto parte fino al congedo di sette anni fa e nelle quali ha mantenuto saldi legami. Lo stesso giudice che ne ha chiesto l’arresto ha ricordato come l’inchiesta debba «individuare gli esponenti della Guardia di finanza che hanno comunicato al Milanese o a persone a lui vicine le notizie relative alle investigazioni» , che poi il deputato «rivendeva» agli inquisiti. Come l’imprenditore Paolo Viscione, al quale Milanese comunicò che era intercettato il giorno stesso in cui erano cominciate le operazioni di ascolto. Viscione ha raccontato che un giorno il consigliere di Tremonti gli fece vedere perfino le trascrizioni delle conversazioni registrate, intimandogli di non parlare più al telefono. Da quale «talpa» siano arrivate notizie e carte, è uno dei misteri da svelare.

Il Corriere della Sera 11.07.11

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“LUI E Il MINISTRO LE VITE OPPOSTE”, di ALDO CAZZULLO

Che cosa c’entra Giulio Tremonti con Bonnie&Clyde? Cosa ha a che fare il politico italiano più frugale, austero, quasi penitenziale, con la coppia che— se saranno confermate le notizie di questi giorni— passa dallo yacht di quindici metri alla villa di Cap Martin, dalla Bentley alla Porsche Cabrio, e fa un punto d’onore di non abitare case romane o suite newyorchesi da meno di 8.500 euro, al mese o al giorno?

Chi conosce bene Tremonti sa che il suo stile di vita è di una sobrietà pressoché monacale. Se ha un ospite a pranzo o cena, a Milano lo invita nella foresteria di una caserma della Guardia di finanza, a Roma in una cucina del ministero dell’Economia. Luoghi disadorni, un po’ tristanzuoli, tavole apparecchiate come viene, spaghetti cotti talora personalmente dal ministro, conditi con sughi portati da casa. Serate il cui unico piacere è quello intellettuale. Il menù prevede talora una visita ai saloni scuri e deserti dove ai tempi di Quintino Sella — il predecessore che Tremonti predilige— si pensò di sistemare l’intero governo, nella prima ala il Tesoro, nella seconda la Guerra, nella terza gli Esteri, nella quarta gli Interni; una soluzione che non gli spiacerebbe ripristinare. Un altro desco abituale era il bilocale da studente fuori sede affittato all’Esquilino dall’allora capo di gabinetto Fabio Corsico. Per non parlare delle cene rustiche con i leghisti in Cadore, a base di ossi e altri intrugli indigeribili. Amaggior ragione, appare fuori luogo — a prescindere dalle gravi accuse di corruzione — lo stile di vita di Marco Milanese, consigliere del ministro, e della sua compagna Manuela Bravi, che di Tremonti è portavoce. Suona fastidioso il modo in cui la Bravi, in un’istruttiva intervista con Monica Guerzoni del Corriere della Sera, chiama «venditori ambulanti» gli accusatori del fidanzato, citando una categoria di lavoratori come fosse un insulto. E stridono quei rendiconti della carta di credito con esborsi per 23 mila euro al mese: una cifra che un agente della Guardia di finanza, insomma un ex collega di Milanese, non guadagna in un anno. «Non è un reato essere amiche della Ferilli» si difende la Bravi, e ha ragione. Ma non può impedire che si sorrida, nell’apprendere l’insistenza di Milanese per viaggiare con i protagonisti del film «Natale a New York» , per poi ritrovarsi al piano nobile del Plaza, con l’amica Sabrina al mezzanino. Resta il fatto che pure chi conosce bene Tremonti non sapeva che avesse una portavoce. Se ministri anche minori e anche di sinistra si fanno annunciare da segretari dei segretari, Tremonti invece chiama sempre lui, talora con formule inconfondibili tipo: «Pavla Tvemonti» , «Tvemonti speaking» , o anche solo «Eccolo» . Di portavoce ne ha avuti parecchi e intercambiabili; infatti non contavano nulla, e le sue interviste le leggevano sui giornali. Ora il ministro rivendica che in diciassette anni di politica non una sola inchiesta di una magistratura non proprio benevola verso il centrodestra l’abbia mai sfiorato. Il che è vero; come è vero che fosse mal riposta la fiducia verso Milanese, legato da un sodalizio— «mi faceva da banca» — con il discusso uomo d’affari Francesco Viscione, divenuto feroce inimicizia quando sfuma la candidatura del genero— «tu te futti ’ e sorde della famiglia!» — a sindaco di Cervinara (in provincia di Avellino). I luoghi di Tremonti sono Sondrio e Pavia, la montagna povera e le aule universitarie. Il massimo della mondanità è l’Aspen Institute. Milanese si era appassionato, oltre che allo yacht— «praticamente ogni sabato e domenica scorrazzo…» —, alla Costa Azzurra, a Capri e alla costosissima gioielleria «Fiorente» , dove trattava pendenti con diamanti da tre carati da quarantamila euro, poi opportunamente dimezzati. Perché allora il rapporto di fiducia ha resistito sino all’ultimo, compresa l’ospitalità nella stanza dell’appartamento a Campo Marzio? Forse la risposta va cercata in un tratto caratteriale, che gli amici definirebbero tenerezza e i nemici fragilità. Quel tratto colto da Corrado Guzzanti, quando mette in scena Bossi e Tremonti come G a s s m a n e Trintignant del «Sorpasso» , uno irruente e gradasso, l’altro timido ed esitante. Anche un uomo schivo ha bisogno di qualcuno che gli stia accanto, a sciare, nelle scarpinate in montagna, nel penitenziale e infinito viaggio in treno sino a Reggio Calabria, affrontato con la compagnia non proprio amena dei leader confederali di Cisl e Uil (e non una delle tante toilette a bordo che funzionasse); o anche solo nelle serate romane passate a studiare carte e prendere decisioni anche per conto di un premier impegnato nelle sue «cene eleganti» . Che poi il Pdl, sempre pronto ad attaccare Tremonti quando faceva cose giuste tipo salvare i conti pubblici, solidarizzi con «moti d’affetto» ora che ha fatto (e riconosce di aver fatto) «una sciocchezza» , mostra quanto sia scombinato il primo partito italiano, e quanta confusione regni sotto il cielo della politica.

Il Corriere della Sera 11.07.11

"Ai sindaci non piace il federalismo fiscale", di Giuseppe Latour

I sindaci promuovono il Senato delle autonomie e bocciano senza appello il federalismo municipale. Lascia poco spazio a incertezze il risultato della ricerca preparata da Legautonomie interrogando 160 sindaci di tutta Italia tra maggio e giugno scorsi su due temi cruciali per il destino degli enti locali.
Chi amministra i Comuni non ha dubbi e poco contano le appartenenze geografiche o politiche: il Dlgs 23/2011, che regola il fisco dei municipi, ha moltissimi punti da emendare. E dovrà essere assai pesante l’intervento di correzione che la commissione bicamerale sta preparando a due anni dalla legge delega. Sul Senato, invece, la musica cambia di molto: la maggiore partecipazione dei livelli locali alla “stanza dei bottoni” è vista da quasi tutti gli interpellati con estremo favore.
Sul primo tema, i numeri di Legautonomie dicono che poco meno del 54% dei sindaci interrogati giudica il federalismo municipale in maniera negativa, e appena il 17% trova che la legge approvata dal Parlamento vada salvata. Resta quasi un 30% di indecisi, che lascia però inalterata la sostanza: sindaci e Governo sono completamente disallineati sul federalismo. «È un giudizio chiarissimo e trasversale – spiega Marco Filippeschi (Pd), presidente nazionale di Legautonomie e sindaco di Pisa – che va oltre le appartenenze politiche e geografiche. Le preclusioni non vengono solo dai sindaci del sud ma sono diffuse in modo uniforme su tutto il territorio nazionale».
Sull’ipotesi di una rivisitazione del decreto, Filippeschi commenta: «I punti da rivedere sarebbero moltissimi; dire che la riforma è matura è azzardato. C’è anzitutto una questione generale relativa all’armonia tra provvedimenti diversi, come la riforma fiscale e il federalismo municipale o questo e la Carta delle autonomie». Scendendo nel dettaglio, poi, servono cambiamenti importanti su almeno due punti: «occorre individuare meglio – aggiunge il primo cittadino pisano – i meccanismi compensativi che possano dare al federalismo un equilibrio. E serve chiarezza nella definizione dei costi standard».
Attilio Fontana, sindaco leghista di Varese, non condivide assolutamente questa impostazione. «Oggi non si può parlare di federalismo fiscale – spiega –, perché il federalismo non ha ancora dato esiti o risultati di alcun tipo. Bisognerebbe invece chiedere ai sindaci se, potendo scegliere, anticiperebbero la piena entrata in vigore delle riforme: sono convinto che in quel caso avremmo tutte risposte positive». Anche il tagliando al quale sta per essere sottoposto il decreto lascia perplesso Fontana: «L’unico concetto importante è quello dei costi standard. Per il resto, è legittimo che si parli di compartecipazione Iva, di immobili, di addizionali Irpef. Ma finché non si introduce quel concetto fondamentale, sono solo questioni di lana caprina».
Quando, invece, si parla di Senato delle autonomie, le opinioni cambiano radicalmente e tutti, o quasi, sono d’accordo. In questo caso, l’83% degli interrogati si è espresso con favore nei confronti della riforma costituzionale. Contrari poco meno del 5% degli intervistati. Anche sul ruolo da assegnare al Senato i sindaci si muovono compatti. Il 62,3% pensa che dovrebbe occuparsi, oltre che di leggi che riguardano le autonomie locali, anche di norme di particolare importanza, come le leggi costituzionali o elettorali. Per il 22% circa, invece, il suo ruolo dovrebbe essere relegato alle autonomie. La sostanza, comunque, non cambia: «Questa è una riforma che l’Italia vuole», conclude Filippeschi.

Il SOle 24 Ore 11.07.11