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"Chi rappresenta il movimento invisibile", di Ilvo Diamanti

Perché il cambiamento sociale si traduca in cambiamento politico, occorrono attori politici in grado di rappresentare la domanda sociale. Meglio ancora: di sollecitarla e di orientarla. Oggi ciò non avviene. A mio parere, almeno. Si assiste, così, a una molteplicità di mobilitazioni, di segno molto diverso. Sul territorio e nella società. Senza che si avverta, chiara, una svolta politica. Certo, oggi la maggioranza di governo è tale solo in Parlamento. Mentre nella società e fra gli elettori è largamente minoritaria. Sfiduciata dagli stessi gruppi economici che l´hanno sostenuta, da quasi vent´anni. Per primi, gli imprenditori. Delusi da un governo che si occupa solo della giustizia (cioè, dei problemi di Berlusconi) e non fa le riforme promesse. Così la pensa la maggioranza (42%) degli imprenditori vicentini (tradizionalmente vicini al centrodestra) come mostra un recente sondaggio di Demos per l´Associazione Industriali di Vicenza. Eppure, è ancora difficile percepire una svolta politica “vera”. Autentica. Nonostante la maggioranza di governo stia implodendo. Ma non vi sono scadenze elettorali che la possano sancire, a breve termine. E, soprattutto, l´opposizione non è pronta a offrire una vera e credibile “alternativa”.
Le stime elettorali, certo, oggi considerano il Centrosinistra (Pd, Idv, Sel e Fds) largamente vincente. Sia in caso di competizione a tre, con l´attuale centrodestra e il Terzo polo. Tanto più se si alleasse con il Terzo polo. Tuttavia, si tratta di ipotesi di scuola, largamente difficili da realizzare. Perché è arduo immaginare una coalizione di centrosinistra, tanto più allargata al Centro. Per deficit di coesione, progettazione, leadership. Gli esiti delle recenti amministrative e dei referendum, in fondo, hanno sorpreso gli stessi leader del Pd. Alcuni dei risultati più clamorosi – a Milano, anzitutto, poi a Napoli e Cagliari – si sono realizzati, anzi, grazie a candidati esterni al Pd. Si è trattato, d´altronde, di elezioni “locali”, sfuggite, in parte, al controllo dei gruppi dirigenti “centrali”. Come i referendum. Trainati da un “movimento invisibile” e reticolare, dove i giovani e le donne costituiscono componenti importanti. Mentre fra gli elettori del Pd – secondo le stime più recenti (Demos, giugno 2011) – sono sottorappresentate.
Ho, cioè, l´impressione che il Pd abbia politicamente beneficiato, in questa fase, oltre ai propri meriti. E grazie ai propri stessi limiti. Progettuali e organizzativi. Grazie anche alla leadership discreta e indulgente di Bersani. Il Pd è apparso, così, un soggetto flessibile e complementare. Disposto e predisposto a mettersi al servizio dei candidati di altri partiti alleati. Ma anche dei comitati e dei gruppi referendari. Ciò lo ha trascinato in alto, nelle stime elettorali. Fino a superare il Pdl, in piena crisi di leadership e di identità. Il che, tuttavia, non basta a costruire un´alternativa. A guidare i cambiamenti e i fermenti della società. A questo fine, occorrono progetti, persone, comunicazione. Credibili ed efficaci. Invece, assistiamo al consueto incedere ondivago.
Penso alla selezione della classe dirigente e dei candidati alle cariche elettive. Mai come ora il Pd si dovrebbe aprire alle “dinamiche” della società, molto più “dinamica” del partito. Mentre, in effetti, prevalgono le spinte auto-difensive dei gruppi dirigenti. Preoccupati di difendere la propria posizione, in un momento favorevole. Penso, inoltre, all´incerta sorte delle primarie, oggi invocate perfino dal Pdl. Mentre il gruppo dirigente del Pd le teme. E pensa di utilizzarle à la carte. Caso per caso, secondo convenienza.
D´altra parte, persiste la tradizionale incertezza progettuale. Dominata dal tatticismo. Penso all´astensione del Pd alla Camera di fronte alla proposta dell´Idv di abolire le Province. Una (non) scelta che ha permesso al governo di salvarsi e di salvare la faccia, in una questione particolarmente “sensibile” presso gli elettori. Certo, l´organizzazione delle amministrazioni territoriali non si può riformare con iniziative perentorie, quanto massimaliste. Tuttavia, ci sarebbe stato tutto il tempo per discutere e intervenire nel merito. Importante era dare un segnale “chiaro” sui destini di un ente che, da quando se ne decretò l´abolizione, 30 anni fa, si è riprodotto come un “Blob”. Da un´ottantina di Province, nel 1980, siamo passati alle attuali 110. E molte altre sono in attesa di riconoscimento. Anche sulla legge elettorale, criticata da tutti (giustamente), è difficile conciliare i diversi modelli che si confrontano nel Pd. Tedesco, spagnolo, Mattarellum più o meno emendato…
Peraltro, non è possibile delineare le riforme – istituzionali e socioeconomiche – in modo sgranato e alla rinfusa. Una alla volta. Imponendole, magari, per via referendaria. Ma come pensare a un progetto comune dell´opposizione se non c´è accordo neppure dentro al Pd? Gli altri alleati, Idv e Sel, d´altra parte, sembrano interessati a coltivare il proprio territorio di caccia (elettorale), piuttosto che a “costruire l´alternativa”. Di Pietro, ad esempio, in questa fase vorrebbe intercettare il consenso dei centristi – ma anche degli elettori di centrodestra – delusi. L´elettorato grigio, in rapida crescita. Così, non lesina le critiche agli alleati e si dimostra, invece, disponibile al confronto con la maggioranza. Tuttavia, Idv e Sel, senza il Pd, non possono costruire un´alternativa credibile. Perché l´attuale opposizione non può diventare maggioranza: senza il Pd.
Entrambi i partiti, peraltro, riproducono un elemento chiave del modello politico “berlusconiano” attualmente in crisi. Sono, cioè, partiti “personali”. Identità e immagine si rispecchiano nel leader. Sono, dunque, instabili, perché dipendono dagli umori del leader. Con la complicazione, nel caso dell´Idv, che la storia del leader, Di Pietro, è parallela a quella di Berlusconi. Fin dai primi anni Novanta. Da ciò il rischio – ben chiaro a Di Pietro – che il declino del Cavaliere coinvolga il suo avversario di sempre.
Così, il cambiamento in atto nella società stenta a trovare sbocco politico. Le parole e i valori che, in questi tempi, hanno reso obsoleto il linguaggio del centrodestra faticano a trovare un dizionario etico nuovo. Interpreti in grado di dar loro voce . rappresentazione. Così navighiamo in una nave senza ammiraglio e senza equipaggio. Perché quelli “vecchi” stanno fuggendo. Mentre quelli “nuovi” non sanno mettersi d´accordo. Sulla guida e sulla rotta. Eppure, per attingere al dizionario delle donne che si sono incontrate a Siena nei giorni scorsi: “Se non ora, quando”?

La Repubblica 11.07.11

"Sulla scuola una manovra ombra", di Osvaldo Roman

L’articolo 19 del Decreto legge n. 98/2011 che ambiziosamente si presenta come “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” riguarda la scuola e si compone de seguenti 16 commi:
1-3. Sistema nazionale di valutazione – Programma di reclutamento INVALSI e INDIRE. Soppressione ANSAS)
4. Costituzione istituti comprensivi e disposizioni per isole minori, comuni montani, aree con minoranze linguistiche
5. Dirigenti scolastici negli istituti sottodimensionati
6. Riduzione delle ipotesi di esonero dal servizio del docente vicario del dirigente
7. Dotazioni organiche personale docente e ATA – Riduzioni
8. Dotazioni organiche personale docente e ATA – Riduzioni (monitoraggio)
9. Dotazioni organiche personale docente e ATA – Riduzioni (procedure relative a minori economie)
10. Dotazioni organiche personale docente e ATA – Parere delle Commissioni parlamentari competenti
11 le. Determinazione dell’organico dei posti di sostegno
12-13-14-15. Personale docente permanentemente inidoneo alle funzioni per motivi di salute
16. Decreto relativo al secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione
Stando alla relazione tecnica e alle tabelle che riassumono, nell’ambito del Decreto, le misure che concorrono al contenimento delle spese in materia di pubblico impiego, l’articolo 19 non vi concorre neppure per un euro! Immaginiamo tutti la gioia del ministro Gelmini quando Tremonti le avrà fatto vedere
la suddetta tabella! E’ strano però che finora non abbia fatto, come è nel suo stile, dichiarazioni al riguardo!
Che qualcuno le abbia suggerito che tale presentazione tremontiana in questo caso è qualcosa di più del tradizionale gioco delle tre carte con i dati e le procedure dell’Economia, che sembra non divertire più molti ministri? Che si siano accorti di essere in presenza in questo caso di un autentica truffa e della conseguente presa per i fondelli?
Infatti per tutto l’art. 19 del Decreto legge 98/2011 la relazione tecnica non quantifica le riduzioni di spesa che vengono per la loro quasi totalità attribuite al pieno conseguimento degli obiettivi finanziari previsti dall’art. 64, comma 6 della legge n.133/2008. La procedura adottata appare del tutto illegittima innanzitutto perché le
misure adottate non sono previste nel Piano Programmatico e nei Regolamenti che lo hanno realizzato. Inoltre la riduzione delle spese previste dall’art. 64 va a regime nel 2012. Ulteriori riduzioni di spesa quali quelle indicate nell’art.19 devono essere motivate e quantificate negli anni. Invece il blocco degli organici di cui al comma. 7 e seguenti è permanente. Non si comprende come al comma 9 si intenda adottare la norma di salvaguardia (il taglio lineare delle spese non obbligatorie) in assenza di una quantificazione nella legge dei risparmi da conseguire.
Inoltre si tratta di misure il cui carattere esclusivamente compensativo, rispetto a quelle adottate in attuazione dell’art. 64 dovrebbe in ogni caso essere esplicitamente indicato nell’articolato di legge. Invece il blocco degli organici di cui al comma 7 è permanente entrando in tal modo in contrasto sia con lo stesso Regolamento n. 89/09, sa anche rispetto allo stesso articolo 64, come integrato dalla legge 137/09, in materia di generalizzazione del maestro unico e di soppressione totale dei TEAM nella scuola
primaria.
Tale impostazione comporta la possibilità di una soppressione di un numero di posti nell’organico docente superiore a quegli 87.000 necessari per aumentare da 8,9 a 9,9 il rapporto studenti docenti. Era questo ”l’unico principio pedagogico” posto alla base della riforma epocale. E la legge non consentiva e non consente al governo di superarlo. Il blocco permanente degli organici può essere imposto per legge quantificandone i possibili risparmi di spesa ma non può essere fatto derivare, come fa Tremonti con il comma 7 dell’art. 19, dall’attuazione dell’art-.64 della legge 133/2009. In tal modo gli effetti economici dei tagli degli organici negli anni 2013 e 2014 e seguenti possono non essere inseriti in questa manovra e così la Gelmini può raccontarlo! Nello stesso ambito si colloca la disposizione di cui al comma 10 con cui si tenta di aggirare la sentenza del Tar circa l’obbligo di richiedere il parere alle Camere sui decreti di determinazione annuale degli organici La legge può certamente stabilire che tale parere deve essere richiesto quando i Decreti ministeriali applicano, nella determinazione degli organici, parametri diversi da quelli in vigore in precedenza. Ma lo stesso comma contiene una non lieve omissione: lascia intendere che la modifica di questi parametri spetti ai ministri e non già alla legge.

Analoga situazione si determina ai commi 4, 5 e 6 per l’aggregazione
in istituti comprensivi; per l’obbligo di assegnare a reggenze le scuole autonome con meno di 500 studenti e per l’obbligo di ridurre il numero di casi in cui è previsto il semiesonero o l’’esonero dall’insegnamento del docente collaboratore del Dirigente. Così pure al comma 11 per l’organico di sostegno e ai commi 12,13,14 e al comma 15 per il personale docente inidoneo.
In tutti questi casi la relazione tecnica non quantifica i tagli e li considera strumentali al pieno conseguimento degli obiettivi finanziari previsti ndall’art. 64 della legge 133/2008. Per i commi 1,2 e 3 che riguardano l’INVALSI e l’INDIRE invece si
fa riferimento alle economie che avrebbe previsto l’art 2 della legge 244/2007.

Se esaminiamo con qualche attenzione i commi dell’articolo 19
emerge che i tagli per la scuola negli anni 2013 e seguenti ci sono e che se si sommano con quelli previsti dall’art. 16, sulle retribuzioni dei pubblici dipendenti, e dall’art. 20 sugli Enti locali, sono anche consistenti.

Sistema di valutazione nazionale

Si prevede che i commissari straordinari di INDIRE, ANSAS varino un piano straordinario di reclutamento da concludersi entro il 31 AGOSTO 2012. L’obiettivo è di ridurre i costi per il personale riducendone il numero entro l’80% delle rispettive entrate correnti complessive. Quali sono le entrate a cui si fa riferimento? Il testo non fa riferimento al bilancio consuntivo dell’anno precedente.
Al 1 settembre 2012 cessano i comandati Ansas ed è soppresso l’ANSAS. Si comprende finalmente perche i Regolamenti previsti dal milleproroghe ( legge n.10 del 26 febbraio 2011) non sono stati fatti nei tempi stabiliti. Quindi l’articolo inizia con falso clamoroso: infatti non si potranno rispettare i tempi stabiliti dalla legge n.10/2011 perché sono già scaduti da più di due mesi e molti altri ne passeranno prima che tali Regolamenti vengano definiti.
A prescindere dall’assoluta assenza di criteri direttivi
per la delegificazione, circostanza fatta notare anche dall’Ufficio studi della Camera, il comma 4-undevicies della legge 10 prevedeva un regolamento da emanare, (entro 60 giorni dal 27 febbraio 2011) ai sensi dell’articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, per individuare il sistema nazionale di valutazione definendone l’apparato che avrebbe dovuto comprendere oltre che l’INVALSI e il Corpo ispettivo anche l’INDIRE. Evidentemente gli estensori del testo governativo, poi divenuto legge, non sapevano che l’INDIRE non esisteva più in quanto soppresso dall’art. 1 del comma 611 della legge 27/12/2006 n. 296. Di qui l’impossibilità di emanare il regolamento con il “morto” e la necessita di richiamare in vita l’ANSAS per fargli lasciare sul terreno un po’ di posti degli ex Irre, che restano soppressi, e poi farlo morire definitivamente
rimettendo al suo posto il vecchio INDIRE.
Per il futuro reclutamento restano in vigore i limiti stabiliti dall’art.9 della legge 122/10 Fra l’altro modificata e prorogata dal presente decreto.
Il meritocratico pasticcio serve oggi per rimediare qualche spicciolo (9.866.402 di euro) da mettere -comma 3- in un apposito Fondo e da far transitare, destinandolo al finanziamento dell’INDIRE e dell’INVALSI, nel Fondo di cui all’art. 7 del DLg.vo n. 204 del 1998 (Fondo ordinario per gli enti e le istituzioni di ricerca).

Istituti comprensivi

A decorrere dall’anno scolastico 2011-12 tutto il primo ciclo è coattivamente racchiuso negli istituti comprensivi. Con la conseguente soppressione di Direzioni didattiche e Scuole secondarie di Primo grado.
La norma è incostituzionale perché come stabilito dalla Corte Costituzionale nella Sentenza n.200/2009:
LA RAZIONALIZZAZIONE DELLA RETE SCOLASTICA E’ COMPETENZA
LEGISLATIVA DELLE REGIONI!
E’ incostituzionale anche l’articolo 1 del DPR n 89/2009. Si attende ancora un’Intesa in sede di Conferenza Unificata per trasferire definitivamente tale materia a livello Regionale.
A prescindere dalla costituzionalità la norma proposta è un autentico mostro. In quanto non tiene presente che su 7.224 scuole autonome del primo ciclo (organico di fatto o 2010-11) i Circoli didattici sono 2.118, le Scuole sec I° 1.130 e i Comprensivi 3.976.
Dunque, ammesso che ricorrano sempre condizioni minime di compatibilità territoriale, gli unificabili sarebbero al massimo 1.130. Non si dice la fine che farebbero i residui 988 Circoli didattici. Restano autonomi oppure no? Con o senza Dirigente? Il risparmio strutturale riguarderebbe dunque il costo di 1.130 Dirigenti scolastici e di altrettanti Direttori amministrativi.

Se lo stipendio annuale medio lordo di un dirigente scolastico si può valutare in 53.000 euro e quello di un DGSA in 34.000 euro Il taglio strutturale, cioè permanente nel tempo del bilancio MIUR sarebbe:
(53.000+34.000)x1.130=98.310.000
Se invece si pensasse di realizzare accorpamenti multipli di Circoli didattici con una sola scuola secondaria il taglio sarebbe di:
(53.000+34.000)x2118=184.266.000

Autonomie senza Dirigenti

Le istituzioni scolastiche autonome con un numero di alunni inferiore a 500 (300 in situazioni particolari) restano autonome ma senza dirigente titolare. Sono affidate in Reggenza. Non è chiaro se gli estensori abbiano compreso l’effetto positivo della norma che consiste nel fatto che in tal modo si elimina il limite inferiore per il
conferimento dell’autonomia e per la soppressione della scuola.

I Vicari tornano in classe

Sono ridotti gli esoneri e i semiesoneri per i docenti con funzioni vicarie. La norma rappresenta un capolavoro di distruttiva illogicità se si relaziona all’estensione delle Reggenze del comma precedente

I docenti di sostegno

Si compie una grossa melina sull’organico di sostegno e (modificata una prima formulazione del decreto che prevedeva un aumento del numero di alunni per classe) resta solo la velleità di potere impegnare personale in esubero e non specializzato. La norma viola le norme contrattuali in periodo di blocco della contrattazione. Si scaricano gli interventi di natura non didattica su soggetti istituzionali non definiti, anche privati a pagamento. Non dicono esplicitamente che si tratta di Regioni, Province e Comuni e non dicono di che cosa si tratta: trasporti e specialisti territoriali
ecc.).Ciò perché lo si confronterebbe con i tagli agli enti locali che lo stesso Decreto propone. (Questo è un modo di legiferare mafioso) Si rafforza il ruolo burocratico della commissione mediche di valutazione della diagnosi funzionale.

Gli inidonei all’insegnamento

Gli inidonei all’insegnamento vengono coattivamente inquadrati nei ruoli esecutivi ATA o trasferiti in altre amministrazioni Le norme sugli inidonei dimostrano la crudeltà e la pochezza mentale e culturale degli estensori
I docenti inidonei permanentemente all’insegnamento e collocati fuori ruolo sono circa 3.000. Se si calcola uno stipendio medio annuo lordo di 31630 euro il taglio strutturale (che la relazione tecnica con i solito trucco ignora) perché andrebbero a coprire posti ATA non messi a concorso) sarebbe di:

31.630×3000=94.890.000

Un nuovo regolamento sul secondo ciclo

Non è chiaro se la coerenza si assicura modificando i Regolamenti oppure la legge 226. Per modificare la legge 226 nel senso di una sua parziale delegificazione occorrerebbe indicare i criteri della medesima. Riferirsi unicamente alla coerenza sembra troppo poco.

Sul blocco delle retribuzioni fino al 2014 e sui tagli agli enti locali è necessario un successivo articolo.

Da ScuolaOggi 11.07.11

"Responsabilità istituzionale", di Massimo Giannini

Illudiamoci pure. Sforziamoci di credere che il vertice straordinario di questa mattina a Bruxelles tra le più alte cariche di Eurolandia (Von Rompuy, Barroso, Trichet e Juncker) non sia stato convocato per discutere del “caso Italia”. Ma da venerdì sappiamo che l´allarme tricolore, in Europa, è ormai suonato. Sul piano internazionale, si tratta di capire se e come sarà possibile disinnescarlo. Sul piano nazionale, si tratta di evitare che il fallimento politico di un governo ormai impresentabile si trasformi nella bancarotta di un intero Paese. Non siamo alla soglia di un altro 1992, quando un´Italia schiantata dal peso del suo debito pubblico fu distrutta dalla speculazione. Allora la lira uscì dallo Sme e fu pesantemente svalutata, e il governo Amato impose alla nazione una cura da quasi 100 mila miliardi di allora, con tanto di “scippo” notturno sui depositi bancari. Ma da allora ad oggi la differenza più rilevante riguarda solo l´esistenza dell´euro, che finora ci ha salvato da un collasso sistemico. Per il resto, il debito ha ricominciato a salire, Berlusconi è il premier più screditato dell´Unione e nella sentenza d´appello sul Lodo Mondadori, la Corte lo ha giudicato ufficialmente colpevole (ancorché prescritto) di aver costruito il suo impero televisivo-informativo comprando una sentenza attraverso una tangente di 400 milioni di lire pagata ad un giudice. E la sua maggioranza è un esercito in disfacimento, mascariato da un manipolo di ministri litigiosi e parlamentari inquisiti. L´economia affonda: crescita zero, occupazione zero, competitività zero. In questo quadro sconfortante, l´unica speranza di evitare il disastro, già dalla riapertura dei mercati di questa mattina, è affidata a una manovra da 40 miliardi che dovrebbe portarci al pareggio di bilancio entro il 2014. E´ una manovra piena di buchi neri, affidata per buona parte a una legge delega sul fisco di cui non si conoscono i tempi e non si capiscono i contenuti. Ma sul piatto non c´è nient´altro. E allora tanto vale ingoiare questa minestra riscaldata e un po´ rancida. Nella speranza che basti a placare la fame degli speculatori globali.
Chi ha davvero a cuore i destini del Paese è ben consapevole della drammaticità del momento. E si sta muovendo, per mettere in sicurezza l´impegno, sottoscritto con la Ue, di raggiungere il pareggio di bilancio nel prossimo triennio. Il “triangolo istituzionale” che opera, in momenti come questo, conta su due lati solidi. Il primo è il Quirinale. In queste ore il presidente Napolitano sta rafforzando la sua moral suasion, già avviata nei giorni scorsi, per richiamare tutti «al senso di responsabilità». Già venerdì scorso, nelle stesse ore in cui partiva sui mercati l´attacco ai titoli italiani, a Loveno di Menaggio sul Lago di Como, Napolitano aveva compreso i rischi che il Paese stava correndo dalle parole sussurrategli dal “collega” Christian Wulff, presidente della Repubblica federale tedesca: «Non dovete desistere dal rigore; quando ero presidente della Bassa Sassonia ho tartassato i miei elettori, che volevano inseguirmi con il forcone. Ma alla fine mi hanno ringraziato…».
All´Italia è richiesto lo stesso sacrificio. Per questo il presidente della Repubblica ha avviato un giro di consultazioni a tutto campo. «Maggioranza e opposizione devono concordare sulla necessità di conseguire l´obiettivo del pareggio di bilancio. Voglio che questo obiettivo non sia messo in discussione da nessuna parte politica…». Le risposte, per ora, sono confortanti. Bersani e Casini, con il “patto di Bologna”, sono pronti a fare la loro parte. Di Pietro rafforza il suo nuovo profilo “moderato”, dichiarandosi disponibile a collaborare.
Il secondo lato solido del triangolo è la Banca d´Italia. Chi parla in queste ore con gli uomini di Via Nazionale ne trae indicazioni preziose. Mario Draghi e il direttorio partono dalla premessa che quanto sta accadendo sui mercati ha un´origine nelle incertezze dei leader europei di fronte alla crisi della Grecia. Troppe esitazioni sulla gestione degli aiuti, troppe indecisioni sul coinvolgimento o meno dei privati intorno al “bailout” per Atene. Ma il governatore e la sua squadra non si nascondono che il problema specifico dell´Italia esiste eccome. La rissosità e l´instabilità della maggioranza sono un richiamo forte per la speculazione. In più, cominciano a venire al pettine i nodi della manovra. Il pareggio di bilancio è un «imperativo categorico», ed averlo riconfermato ha un significato forte. Ma ora, si dice a Palazzo Koch, la manovra andrà rivista e rimpolpata al più presto, e con misure credibili, che diano garanzie sulla reale consistenza degli interventi di risanamento. In caso contrario, sarà difficile resistere all´assalto delle “locuste”. Venerdì scorso siamo andati a un passo dal baratro, e Via Nazionale ha dovuto muoversi per evitarlo. Ma che succederà nei prossimi giorni? Domani ci sarà un´asta dei Bot annuali da 6,7 miliardi. Giovedì sarà un test più importante, con un collocamento di Btp decennali e quinquennali. L´agenda del debito pubblico è impegnativa, e culminerà a settembre con tre aste di titoli a medio lungo termine, per importi superiori ai 20 miliardi. L´auspicio di Via Nazionale è che ci si arrivi con la manovra pluriennale approvata, e, se possibile, rinforzata dal punto di vista qualitativo.
Quello che rende improbabile la speranza, tuttavia, è la debolezza assoluta del terzo lato del triangolo: il governo. Il presidente del Consiglio, dopo il comunicato di venerdì scorso successivo al pranzo con il ministro del Tesoro, è di nuovo scomparso dalla scena. Ha evitato di intervenire telefonicamente ad una delle solite iniziative domenicali della sua maggioranza. E per certi versi è stato un bene: invece di rassicurare il Paese, avrebbe dato fuoco alle polveri, attaccando a testa bassa i giudici per la sentenza esemplare che lo certifica «corruttore» e lo obbliga a pagare 560 milioni alla Cir. Il suo non è dunque un gesto di responsabilità, ma solo il segno di una disperazione dalla quale non sa come uscire. Resta Giulio Tremonti, allora, a difendere la “sua” manovra. Assediato sulla stangata a orologeria, accusato di aver tenuto al suo fianco come collaboratore quel Marco Milanese di cui ogni giorno si scoprono nuovi malaffari, sospettato di aver abitato nella casa di quest´ultimo, con un affitto pagato non si sa a che titolo, Tremonti è amareggiato. Molto più di quanto non dicano le sue esternazioni pubbliche. «Non ho nulla da temere. Non sono mai stato sfiorato da uno schizzo di fango…». E anche sulla manovra da 40 miliardi si mostra fiducioso: «Chi ci chiede di fare di più, o di anticipare ad oggi le misure previste per il prossimo triennio, non ha capito nulla. Se lo facciamo ci suicidiamo: ammazziamo il Paese. La verità è un´altra. Ai mercati daremo un segnale forte. E sa qual è? Il fatto che la manovra è blindata, e sarà approvata dal Parlamento in una settimana. Una cosa che nella storia d´Italia non è mai accaduta…». Anche Tremonti confida insomma nel «senso di responsabilità» al quale fa appello Napolitano. Ma resta un´incognita, gigantesca. Al di là del cordone sanitario imbastito intorno al Paese dai suoi due più autorevoli organi di garanzia, questo governo non è credibile. Non lo è mai stato. Ma oggi è ancora peggio. Anche il ministro che ha tentato in modo colpevolmente tardivo di incarnare la virtù del rigore, con l´inchiesta di Napoli appare umanamente provato e politicamente indebolito. Lui continua a resistere, forte dell´unica sponda alla quale si può appoggiare, cioè quegli stessi mercati che da “filosofo” ha sempre esecrato: «Venerdì, con l´attacco all´Italia, si è toccato con mano qual è il “costo politico” di Giulio Tremonti: dimissionatemi pure, e vedrete cosa succede ai titoli di Stato…». Probabilmente ha ragione lui. Ed è per questo che Napolitano e Draghi esigono che questa manovra, pur con tutti i suoi difetti, arrivi al traguardo senza troppi danni. Ma una politica non si può reggere sui ricatti. E c´è anche chi obietta che la manovra, con la sua irrinunciabilità e la sua intangibilità, sia un´arma spuntata. Vista la dinamica del venerdì nero, lo sostiene più di un operatore di Borsa: «Ma quale manovra da salvare! Se Berlusconi saltasse domattina, sui mercati sarebbe una festa, e lo spread crollerebbe al minimo storico …». È sicuramente un paradosso. Ma rende bene l´idea di quale sia la credibilità di questo governo presso la business community.

La Repubblica 11.07.11

"Ecco i veri numeri della manovra", di Tito Boeri

Per azzerare il deficit entro il 2014 occorre una correzione di circa 2,3 punti di Pil, più o meno 40 miliardi. Gli aggiustamenti previsti dal Governo hanno efficacia solo dal 2013 in poi (prima il saldo è zero) e per più di un terzo sono affidati a una delega fiscale il cui contenuto è tutt’altro che definito. A conti fatti, si tratta di una manovra che grava soprattutto sulle entrate contrariamente agli impegni presi dal nostro Governo in Europa. Il contributo delle entrate sarà ancora maggiore se Regioni, province e comuni aumenteranno le imposte locali per rifarsi dei tagli ai trasferimenti. Nessuna misura per lo sviluppo.

Grazie al lavoro del Servizio Bilancio del Senato è possibile finalmente ricostruire i numeri della manovra .
Per centrare l’obiettivo di azzerare il deficit entro il 2014 occorre una correzione di circa 2,3 punti di Pil. Con un Pil stimato per il 2014 a circa 1750 miliardi, questo significa reperire 40 miliardi.
La tabella qui sotto documenta come nella manovra manchino circa 15 miliardi all’appello. Il reperimento di queste risorse viene affidato a una delega fiscale il cui contenuto è tutt’altro che definito. Come messo in luce da Cecilia Guerra , la legge delega è un cattivo copia e incolla della legge delega, mai esercitata, votata dal Parlamento nel 2003. Inoltra, l’aggiustamento netto avviene unicamente dal 2013 in poi, quando sarà in carica un nuovo Governo. In sostanza c’è un rinvio (a una legge delega) nel rinvio (ai governi futuri). Speriamo che basti a rassicurare gli investitori. I segnali, oggi lo spread con i Bund tedeschi ha toccato i 247 punti base, non sono incoraggianti.

SOPRATTUTTO PIU’ TASSE

Fra i tagli di spesa, la parte del leone consiste nel taglio ai trasferimenti a Regioni, province e comuni (7,4 miliardi a regime) e alla spesa sanitaria (5), gestita dalle Regioni. Sono previsti anche tagli ai ministeri che, a regime, dovrebbero raggiungere i 6 miliardi. Verranno attuati col sistema dei tagli lineari a meno che i singoli dicasteri attuino le procedure previste dalle spending reviews , rivitalizzate dopo essere state abbandonate per tre anni. Le pensioni contribuiscono con circa un miliardo, ma alla luce di quanto affermato dal Governo dopo la presentazione della legge (il ritocco dell’indicizzazione riguarderà solo le pensioni di più di 2300 euro), il contributo netto si dovrebbe attestare attorno a 300 milioni ).

IMPOSTE REGRESSIVE

Le maggiori entrate provengono soprattutto da imposte regressive , come l’imposta sui depositi titoli (che raggiungerà fino a 3 miliardi e mezzo), a somma fissa. Colpisce i piccoli risparmiatori azzerando i rendimenti di un investimento di 30.000 euro in titoli di stato. Poi ci sono le tasse sui giochi, praticati soprattutto da persone con redditi medio-bassi.
Le maggiorazioni all’Irap su banche e assicurazioni (quasi un miliardo di gettito nel 2012) sembrano incoerenti con l’obiettivo di ricapitalizzare gli istituti di credito.
La delega fiscale dovrà reperire 15 miliardi in aggiunta a quelli necessari per finanziare la rimodulazione delle aliquote Irpef che deve avvenire, secondo quanto sostenuto dal Governo, senza peggiorare la posizione di alcun contribuente. Quindi presumibilmente la manovra rinviata dovrà mobilizzare 25 miliardi con imposte sostitutive (l’unica spesa cui si fa riferimento nella legge delega è quella assistenziale).
A conti fatti, si tratta di una manovra che grava per due terzi sulle entrate e per un terzo sulle minor spese, Il contributo delle entrate sarà ancora maggiore se gli enti locali si rifaranno dei tagli ai trasferimenti aumentando le imposte locali. Da qui a fine legislatura, il contributo delle spese all’aggiustamento è addirittura negativo. Tutto l’onere grava sulle entrate. Si noti che nei documenti presentati alle autorità europee, il Governo si era impegnato ad un aggiustamento “prevalentemente sul lato della spesa”.

NIENTE SVILUPPO

Non si vedono misure per lo sviluppo, se non piccoli rifinanziamenti di fondi infrastrutturali. Nelle bozze circolate subito dopo il Consiglio dei Ministri c’era una liberalizzazione degli ordini professionali. Poi nel testo sono cominciate ad apparire eccezioni (niente notai, architetti, etc.). Infine l’articolo è uscito del tutto dalla manovra ed è apparsa una proposta di legge. Non è più che un elenco di titoli. Dovrebbe dare vita prima a un disegno di legge delega da porre al voto come provvedimento delegato alla manovra. Insomma siamo in altissimo mare. Come mostra l’esperienza delle lenzuolate di Bersani, queste riforme si fanno con i decreti o non si fanno.
Il sostegno agli startup era già nel decreto sviluppo. Qui ci sono solo risparmi sulla cifra stanziata in quella occasione. Ed è legittimo avanzare seri dubbi sull’efficacia di questa misura. In Italia nascono molte imprese: i tassi di natalità sono più o meno in linea con quelli degli altri paesi Ocse. Il problema è che queste imprese, poi, non crescono. Per rimuovere i vincoli alla crescita delle imprese bisognerebbe fare tante cose, tra cui avere mercati finanziari che funzionano meglio. E questa manovra si muove nella direzione opposta. Spingerà molti italiani a chiudere i depositi titoli e tenere ogni risparmio sul conto corrente (una compensazione per le banche colpite dall’inasprimento Irap?).

da www.lavoce.info

«L'aula scolastica come un carcere», di Stefano Borgato

Un’insegnante di sostegno di Bari si reca dal Provveditore, chiedendo il doppio punteggio in graduatoria, in applicazione di una legge riferita a chi opera nelle carceri. Motivazione della richiesta? «Per l’intero anno scolastico sono stata costretta a insegnare chiusa a chiave con uno studente disabile autistico in un’aula diversa da quella della classe di appartenenza del ragazzo». Ora la vicenda rischia di finire sui tavoli della Procura della Repubblica, ma si può veramente definire «incredibile», come ha fatto il Provveditore, una situazione perpetuata per mesi e mesi in una grande città, sotto agli occhi di tanti insegnanti, famiglie e studenti e che probabilmente – senza quella richiesta dell’insegnante – non sarebbe nemmeno ora venuta alla luce?

«Il servizio prestato nelle scuole di ogni ordine e grado – scriveva il comma B.3h della Tabella allegata alla Legge 143/04 – situate nei comuni di montagna di cui alla legge 1° marzo 1957, n. 90, nelle isole minori e negli istituti penitenziari è valutato in misura doppia». Una norma quanto meno discussa, che ha creato parecchie contestazioni, fino a portare, nel 2007 anche a una Sentenza della Corte Costituzionale (la 11/07), che aveva dichiarato illegittimo il doppio punteggio per le scuole di montagna, ma non per quelle delle isole minori o delle carceri.

Al di là del merito della questione – ancora aperta a ricorsi e controricorsi – chi avrebbe mai potuto immaginare che un giorno quella norma si sarebbe pesantemente incrociata con una brutta vicenda riguardante un alunno con disabilità?
Eppure è successo proprio recentemente ed è venuto alla luce nei giorni scorsi, quando l’insegnante di sostegno di un Istituto Tecnico Commerciale Pubblico di Bari si è recata dal provveditore agli Studi Giovanni Lacoppola, invocando l’applicazione di quella norma, riferita appunto a chi opera nelle carceri. Motivazione di tale comportamento? «La docente – leggiamo nella Cronaca di Bari della Repubblica.it – ha spiegato che per l’intero anno scolastico è stata costretta a insegnare chiusa a chiave con uno studente disabile autistico in un’aula diversa da quella della classe di appartenenza del ragazzo».
«Tutto sarebbe avvenuto – prosegue l’articolo – su precise direttive della preside dell’istituto, in accordo con i genitori dello studente. L’insegnante ha raccontato di aver dovuto lavorare chiusa a chiave in aula per evitare che lo studente si allontanasse, e di aver dovuto fare spesso altrettanto con il ragazzo dovendolo accudire e pulire perchè lui soffre anche di incontinenza. In più la docente avrebbe lavorato anche in orario extracurriculare, accompagnandolo in un centro commerciale e ai giardini pubblici. Al provveditore l’insegnante ha detto di non aver voluto dire nulla fino a quel momento per il timore di perdere l’assegnazione del posto, essendo una lavoratrice precaria».

«Una vicenda incredibile – è stato il commento del Provveditore – perché è inconcepibile che uno studente disabile venga trattato in questo modo. Invierò una lettera alla preside chiedendole una relazione sul caso e, se avrà il coraggio di confermare tutto quello che mi è stato raccontato dall’insegnante, dovrò segnalare la vicenda alla magistratura».
C’è “aria di Procura”, dunque, perché, come ha sottolineato lo stesso Lacoppola, «potrebbero ipotizzarsi reati di natura penale, come il sequestro di persona o la sottrazione di incapace». «E in ogni caso – ha aggiunto Lacoppola – farò mettere quanto prima sul sito del nostro Provveditorato una Circolare che invierò nello stesso tempo a tutti i Dirigenti Scolastici, per ricordare le norme da seguire quando si deve operare con studenti disabili. Da quando ho assunto l’incarico, di Circolari ne ho diramate diverse ai Dirigenti Scolastici su diritti e doveri e regole di comportamento, eppure ogni tanto spunta un caso incredibile come questo. Vedremo gli sviluppi».
Già, vedremo gli sviluppi e ci auguriamo innanzitutto che degli sviluppi ci siano, contando anche sulla puntuale vigilanza della FISH Puglia (Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap), dai cui esponenti il caso ci è stato segnalato. Ma possiamo davvero definire «incredibile» una situazione come questa, perpetuata per mesi e mesi in una grande città, sotto agli occhi di tanti insegnanti, famiglie e studenti e che probabilmente – senza la richiesta dell’insegnante di godere del doppio punteggio – non sarebbe nemmeno ora venuta alla luce?

Proprio qualche giorno fa, proprio dalla FISH Puglia, abbiamo ricevuto la notizia – cui abbiamo dato ampio spazio – della nascita del Gruppo di Lavoro Interistituzionale Regionale (GLIR), uno tra i primi in Italia, come previsto dalle Linee Guida Ministeriali per l’Integrazione Scolastica degli Alunni con Disabilità. Lo abbiamo presentato, ovviamente, come uno strumento che potrà migliorare l’inclusione delle persone con disabilità nelle scuole. Leggendo però di casi come quello appena riportato, non possiamo fare altro che augurare caldamente “buon lavoro” a quella nuova struttura, perché di lavoro da fare ce n’è ancora parecchio.

da www.superando.it

«Libertà per le donne. Se non ora quando», di Michela Marzano

Non ci sarà mai un buon governo finché si calpesteranno o si dimenticheranno i diritti delle donne. La prima ad averlo detto era stata, nel 1791, Olympe de Gouges, due anni prima di essere ghigliottinata. Oggi sono tante le donne che condividono quest´affermazione. Lo dimostra la manifestazione di Siena.
Dove è stato scelto di farne uno degli slogan dell´incontro organizzato per questo fine settimana dall´ormai celebre movimento “se non ora, quando?”. Sono tante e diverse le donne che non vogliono più essere ostaggio del potere maschile. Tante e diverse coloro che desiderano battersi perché gli uomini e le donne siano realmente uguali. Uguali in termini di diritti e di libertà. Uguali in termini di opportunità lavorative e intellettuali. Uguali non solo di fronte alla legge, ma anche nella vita di tutti i giorni. Perché, nonostante tutte le conquiste degli anni Sessanta e Settanta, la condizione della donna in Italia si è oggi notevolmente degradata e l´uguaglianza effettiva sembra ormai una mera chimera. Quante donne, pur lavorando come gli uomini (e talvolta più di loro) sono costrette ad occuparsi da sole dei figli e della casa? Quante ragazze hanno gli strumenti critici necessari per decostruire le immagini e i discorsi che arrivano loro attraverso la televisione e la pubblicità?
La strada per l´emancipazione e l´uguaglianza è ancora lunga. Soprattutto quando ci si rende conto che, nonostante tutto, il concetto di uguaglianza viene ancora oggi frainteso. Molti continuano a confonderlo con quello di identità, come se, per godere degli stessi diritti, gli esseri umani dovessero per forza essere identici. Come se le donne, per potersi affermare a livello lavorativo e rompere il famoso “soffitto di cristallo”, dovessero necessariamente rinunciare alla propria femminilità e “diventare uomini”. L´uguaglianza per cui ci si batte oggi, invece, non ha affatto lo scopo di cancellare ogni differenza tra gli uomini e le donne, di tendere al “neutro”, o di considerare che valore e dignità dell´essere umano dipendano solo dalla razionalità priva di sesso. L´uguaglianza per la quale tante donne si mobilitano oggi è un´uguaglianza che valorizza le differenze, tutte le differenze. Come scriveva negli anni Novanta la femminista americana Audre Lorde: «Stare insieme alle donne non era abbastanza, eravamo diverse. (…) Ognuna di noi aveva i suoi propri bisogni ed i suoi obiettivi e tante e diverse alleanze. C´è voluto un bel po´ di tempo prima che ci rendessimo conto che il nostro posto era proprio la casa della differenza».
Certo, ci sono sempre quelle che pretendono di aver capito tutto e che vorrebbero imporre alle altre la propria concezione della femminilità o la propria visione della sessualità. Ciò che è giusto o sbagliato. Quello che si deve o meno fare. E che finiscono paradossalmente col proporre una nuova forma di “paternalismo al femminile”, un mondo in cui poche donne avrebbero il diritto di imporre a tutte le altre il proprio modo di pensare e di agire. Ma si tratta sempre e solo di una minoranza. Perché la maggior parte delle donne che si battono oggi per la difesa dell´uguaglianza e della libertà hanno ormai capito che la donna, per natura o per essenza, non è proprio nulla. Non è naturalmente gentile, dolce, materna, fedele. Esattamente come non è naturalmente perfida, libidinosa o pericolosa. Come l´uomo, la donna ha tante qualità e tanti difetti. Solo che, a differenza dell´uomo, non ha ancora avuto la possibilità di mostrare al mondo ciò di cui è capace. In quanto donna, non ha ancora accesso alle stesse opportunità degli uomini e viene spesso penalizzata.
L´unica vera battaglia che vale la pena di combattere oggi perché l´uguaglianza tra gli uomini e le donne diventi effettiva è quella per la libertà. È solo quando si è liberi che ci si può assumere la responsabilità delle proprie scelte, dei propri atti e delle loro conseguenze: la libertà è il cardine dell´autonomia personale; ciò che permette ad ogni persona di diventare attore della propria vita. Al tempo stesso, però, perché la libertà non resti un valore astratto, è necessario organizzare le condizioni adatte al suo esercizio. Alla libertà come “non interferenza”, la famosa libertà da della tradizione filosofica liberale, si deve aggiungere la libertà come “non dominazione” della tradizione repubblicana, la libertà di, quella libertà effettiva che permette ad ognuno di partecipare alla “cosa pubblica” senza subire le conseguenze di discriminazioni intollerabili sulla base del sesso, dell´orientamento sessuale, del colore della pelle o della fede religiosa.

da la Repubblica

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«Siena, l´alleanza delle donne “È l´ora di cambiare la politica”», di Laura Montanari
L´assemblea del movimento nato il 13 febbraio. In duemila da tutta Italia. “Un accordo generazionale, trasversale per radici e identità”

SIENA – La bacheca è fatta di mille fili rosa e biglietti appesi con le mollette del bucato. Su uno c´è scritto: “I pensieri non li porta la cicogna”, su un altro “la libertà è nelle nostre mani”. Piegato e quasi nascosto tra i tanti, c´è anche un acciaccato “tremate tremate le streghe son tornate”. Prato di Sant´Agostino ieri, Siena, il caldo asfissiante di un fine settimana di luglio. Più di duemila donne si sono presentate qui da tutta Italia, spontaneamente, sotto la bandiera di una frase di Primo Levi: “Se non ora, quando?”.
Bottigliette d´acqua che evaporano, palloncini rosa, t-Shirt di autofinanziamento che vanno a ruba. Era stato pensato come un incontro per 150-200 rappresentanti dei comitati nati dopo la manifestazione del 13 febbraio in reazione al caso Ruby, invece è diventata una specie di assemblea nazionale, dieci volte più grande. Raccoglie le voci di donne di varia provenienza: politica, sociale, economica e anche di differenti età, nonne, madri, figlie. Cristina Comencini, regista e artefice assieme ad altre della due giorni senese, l´ha chiamato “patto generazionale”. Trasversale per identità e radici. «Colpisce la passione e la voglia di costruire di questo movimento, è così diverso da altri incontri politici», spiega la scrittrice Paola Zannoner. Basta guardarsi intorno: interventi rapidi sul palco – tre minuti è il massimo – alternati a proiezioni di video con “People have the power” come colonna sonora. Lavoro, maternità, uso del corpo delle donne è il triangolo che numeri alla mano, affossa la parità. Non una questione soltanto di anti-berlusconismo, il fronte è più ampio: “Se non ora, quando?” parte da questi temi. Anzi prosegue perché in questi mesi, sparito dalle piazze fisiche, il movimento è cresciuto in quelle virtuali: su blog e social network dove il logo del grande palloncino tenuto da una figura piccolissima, si è diffuso come un virus in migliaia di post, senza mediazioni, senza nomenklatura. «Il percorso sarà lungo – dice Nicoletta Dentico dell´associazione Filomena, ex direttrice di Medici Senza Frontiere – perché vent´anni di questa cultura hanno prodotto gravi arretramenti per le donne». Disoccupazione e precariato rosa ci zavorrano al penultimo posto in Europa. «Non vogliamo essere un partito, ma un movimento organizzato che chiede alla politica più attenzione alle donne e detta un´agenda», sostiene la filosofa Francesca Izzo. Ieri sul palco le differenze si sono viste e alcune sono state fischiate. Per esempio Rosy Bindi appena ha detto che chiederà al suo partito di «restare dentro questo movimento». «Se mi fischiate non avete capito – replica – nessuno metterà il cappello, conserverete la vostra autonomia. Sono qui a ringraziarvi di aver fatto cambiare il vento». Fischiata anche Flavia Perina di Futuro e libertà quando difende la legge elettorale senza preferenze: «Li hai votati quelli lì», le grida qualche voce. «Mi rifiuto di stare dentro uno schema in cui le veline sono di destra e l´impegno di sinistra – prosegue lei – Sono qui a dire che non ci sono steccati quando parliamo di merito, diritto, uguaglianza». La convivenza di anime ideologiche diverse è la ricchezza del movimento, «tenerle unite sarà la sfida da cui dipenderà il futuro», conclude Cristina Comencini. Intanto Siena allarga le braccia al nuovo femminismo: il sindaco cede la piazza, la Fondazione Monte dei Paschi sposta il concerto, alcune contrade danno tavoli e cucina, i produttori offrono il vino, altre donne aprono le case e offrono per solidarietà posti letto gratis al movimento. Oggi le conclusioni.

da la Repubblica

«La tentazione del premier: è meglio votare», di Ninni Andriolo

La condanna della Corte d’Appello di Milano è l’ultima tegola di una stagione di frane giudiziarie e di fallimenti politici. Incerto sul da farsi e fiaccato dai sondaggi il Cavaliere medita perfino le urne. Tra i suoi, infatti, avanza la suggestione di elezioni «in tempi brevi» che mettano nel conto perfino la possibile sconfitta. «Passaggio obbligato», questo, per preparare «un nuovo 2008» e il miraggio dell’ennesima «rinascita» dopo «quella che seguì al fallimento del governo Prodi».

«Io corruttore? Siamo alle solite, questa è una sentenza politica – si sfoga Berlusconi dopo il verdetto di Milano – Siamo all’ultimo anello della persecuzione giudiziaria…». E ce n’è per tutti i gusti a leggere le reazioni dei maggiorenti Pdl chiamati a far quadrato a difesa del capo. «Sentenza illegale», «verdetto comprato», «siamo al Tribunale di Mosca e all’inquisitore Vyscinskij», «ritorsione», «esproprio proletario», «clima da piazzale Loreto». Berlusconi, in realtà, la dava ormai per scontata «la mazzata» di ieri. Aveva provato a neutralizzarla approfittando di quel codicillo nascosto tra le pieghe del decreto legge sulla manovra economica, ma l’espediente «ad aziendam» si rivelò un boomerang e venne riposto nel cassetto in fretta e furia. Infuriato per la «sentenza farsa» di ieri, però, il Cavaliere medita di tornare ad inserire in qualche modo la «salva Fininvest» nella manovra che approderà in Senato. Un percorso irto di ostacoli, questo. E anche i fedelissimi, adesso, si mostrano scettici. «Si potrebbe tentare un accordo tra le parti per congelare l’esecutività della sentenza – auspica uno di loro – Varrebbe la pena provarci in attesa del responso definitivo della Cassazione…». Un verdetto negativo messo nel conto quello di ieri, l’ennesima tegola che il Cavaliere invincibile di un tempo non riesce a schivare.

«Tutto gli va storto», ammettono i suoi. Ieri, ad esempio, sperava di recuperare immagine volando a Lampedusa per «rendersi conto di persona», parole del sindaco De Rubeis, «di come l’emergenza sbarchi sia ormai superata». Il tentativo di neutralizzare mediaticamente dalla Sicilia il ko atteso a Milano, però, è andato regolarmente in fumo. Nella notte di sabato, infatti, quattro barconi salpati dalla Libia avevano scaricato sull’isola più di mille profughi, a dimostrazione che il problema immigrazione è tutt’altro che risolto. E Berlusconi. così, ha preferito cambiare rotta per rifugiarsi in Sardegna, nel buen retiro di Villa Certosa. Un premier «incerto sul da farsi», così lo descrive uno dei suoi.

Un giorno ostinato nell’andare avanti fino al 2013, l’altro pronto a mettere nel conto perfino «un proficuo periodo di rigenerante opposizione». «A chi pensate che siano rivolti gli inviti alla responsabilità che Letta rivolge ai membri del governo e che tracimano puntualmente fuori dalla stanza del Consiglio dei ministri? – chiede un esponente di primo piano del Pdl – Ecco, quegli appelli sono rivolti innanzitutto a Berlusconi…». Il Sottosegretario che consiglia prudenza e il Presidente del Consiglio che oscilla tra «il dovere di farsi carico dei problemi del Paese» e «i propositi incendiari». Il premier «sempre più isolato», in realtà, teme che la situazione precipiti e che la Lega si sfili. La tentazione delle elezioni anticipate, così, gli consentirebbe di «recuperare un rapporto forte con l’alleato di sempre preservando il nocciolo duro della sua maggioranza da capitalizzare alle urne con questa legge elettorale. Prima dei possibili referendum anti porcellum. Una eventuale sconfitta? Un periodo d’opposizione a un governo della sinistra costretto ad accollarsi le difficoltà della crisi economica – secondo questa tentazione – consentirebbe a Berlusconi di cavalcare il malessere per tornare in sella «contando su un rapido logoramento di un governo diverso». Un esecutivo tecnico retto «eventualmente» da Tremonti? Il Cavaliere, certo, «griderebbe al golpe e al ribaltone», ma «sfrutterebbe la rendita di posizione». Altro che Berlusconi pronto a fare «il padre nobile» e a passare la mano, quindi. Le suggestioni che viaggiano tra Arcore, Villa Certosa, Palazzo Grazioli e dintorni, a ben vedere, non fanno i conti con i drammi del Paese. E con un 2011 distante mille miglia dal 2008 e da quella «rivincita» che si è rivelata l’ennesima illusione berlusconiana.

da www.unita.it

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“I due «condottieri» in guerra da trent’anni”, di Rinaldo Gianola

Quando Marina Mondadori e il figlio Luca Formenton decisero di lasciare Carlo De Benedetti e di portare le loro azioni della casa editrice di Segrate sotto l’ombrello di Silvio Berlusconi era da pochi giorni caduto il Muro di Berlino. Il 2 dicembre 1989, la sera del “tradimento”, Michail Gorbaciov incontrava a Milano gli industriali e i banchieri al Castello Sforzesco: era venuto a chiedere aiuto e fiducia verso la sua perestrojka che stava cambiando, fino a distruggerla, l’Unione Sovietica. Sono passati ventidue anni, il tempo di una generazione. Ne sono trascorsi venti dalla corruzione da parte della Fininvest del giudice Metta che, pagato con 400 milioni di vecchie lire, trasferì indebitamente il controllo della Mondadori a Berlusconi. Oggi siamo qui tutti quanti a raccontare e a commentare la sentenza d’appello civile che ha stabilito in 560 milioni di euro il risarcimento dovuto dalla Fininvest alla Cir di De Benedetti. MaMa non è finita, ci saranno altri ricorsi, altre carte bollate, altri giudizi. La sensazione, anzi la certezza, è di assistere a un film già visto.
È vero che la giustizia ha bisogno di tempi lunghi, ma da questo confronto tra due grandi imprenditori, due “condottieri” della Prima Repubblica e oggi ancora in pista a litigare, fare affari, emerge la convinzione
che siamo un paese malato, siamo tutti malati. C’è unapatologia che ci avvolge collettivamente, la politica, l’economia, l’informazione.
Berlusconi e De Benedetti si fanno la guerra da una vita, ben prima del caso Mondadori. Le loro mosse hanno sempre interessato la politica e sono state sanzionate o appoggiate dai potenti di turno, in coincidenza con simpatie o interessi.
Già nel 1985 il cavaliere di Arcore scese in campo, chiamato da Bettino Craxi, per impedire all’Ingegnere di acquistare il gruppo alimentare Sme, per il quale aveva raggiunto un accordo con l’Iri guidato allora da Romano Prodi.
L’Ingegnere non riuscì a comprare la Sme e si infilò in operazione assai temerarie, Berlusconi rinunciò presto all’affare con i suoi soci di cordata Ferrero e Barilla. Naturalmente molti anni dopo c’è stato un processo con altre condanne di fedelissimi berlusconiani.
Manonostante i processi e le condanne patite dai collaboratori del fondatore di Mediaset, nonostante le leggi ad personam, il tentativo ripetuto di scappare alla giustizia, Berlusconi occupa ancora lo spazio della politica e del governo. E lo occupa perchè gli italiani gli hanno garantito per tre volte i consensi necessari a guidare il Paese. Questa è la realtà, piaccia o meno. Berlusconi e De Benedetti sono imprenditori di successo, individualisti come si conviene ai fuoriclasse, hanno comportamenti personali e interessi diversissimi, ma hanno in comune altre cose, anche se forse non vorranno mai ammetterlo. La loro origine è simile, nel mondo degli affari e dell’industria sono emersi come outsiders, lontani almeno inizialmente dai salotti finanziari e dalle oligarchie industriali. Hanno sempre giocato in proprio, mettendoci la faccia, tra successi e sconfitte.
E non si può dire che siano estranei alla politica. Nonlo può dire certamente Berlusconi allevato nella culla democristiano-socialista della Prima Repubblica, fino a mettersi in gioco personalmente quando nel 1992 Mani Pulite spazzò via i suoi protettori e sostenitori.
Anche De Benedetti non è certo lontano dalla politica e dal potere.
Da impreditore, «mi dichiaro capitalista e sono felice di esserlo» è la sua missione, si è cimentato con iniziative ambiziose. È stato il leader dell’Olivetti e si è inventato Omnitel, ha cercato di scalare la Sgb mettendo in agitazione le cancellerie di mezza Europa, ma vittima della sua bulimia d’affari è anche finito nel Banco Ambrosiano di Roberto Calvi.
Da editore non ha mai nascosto di voler assumere il ruolo di king maker di leader possibili o improbabili del centrosinistra, e qualche volta ha scambiato dei brocchi per degli autentici purosangue. Eugenio Scalfari che lo conosce bene ha detto: «De Benedetti è innamorato della politica come attività dello spirito, anche se qualche volta tende a trasportarvi i moduli dell’impresa».
Difficile pensare che Berlusconi abbia uno spirito ma certo il modello imprenditoriale in politica gli è riuscito con il suo partito azienda. Non si può nemmeno affermare, come ha fatto ieri il gruppo di De Benedetti, che in questa sentenza sul Lodo Mondadori la politica non c’entra perchè si tratta “solo” di una quesione di corruzione nell’ambito di un’operazione imprenditoriale.
Non è così. Se c’è stato un caso politico in Italia nelmondodegli affari degli ultimi decenni questo è la battaglia per la Mondadori. Lo disse lo stesso Carlo De Benedetti, qualche giorno dopo il “tradimento” dei Formenton nel dicembre 1989. Chiamò nella sede Cir di via Ciovassino quattro giornalisti e, con accanto il figlio Rodolfo, denunciò: «In questa vicenda ci sono state pressioni politiche alla grande». Facili immaginare a chi pensava l’Ingegnere, agli epigoni del Caf, a Craxi, Andreotti, Forlani.
E la politica ha sempre accompagnato questa partita, tanto che fu il leggendario Ciarrapico a chiudere anni dopo l’accordo per la spartizione della Mondadori e delle sue partecipazioni, tra le quali c’era anche il quotidiano la Repubblica, tra la Fininvest e la Cir.
La politica èsempre stata dentro il casoMondadoriper il semplice fatto che in Italia, ma soprattutto oggi il potere, il comando si esercitano o si influenzano attraverso i giornali, le tv e le banche. Lo storico, lungo conflitto tra Berlusconi e De Benedetti non è solo una legittima e comprensibile contesa imprenditoriale, è stato anche uno scontro di interessi, politico, tra chi immaginava come Craxi che l’Ingegnere fosse «il capo di una lobby finanziaria editoriale, il leader del partito trasversale» e chi invece gli riconosceva un ruolo di cambiamento nell’industria e nella finanza con le sue idee innovative, provocatorie, e anche nella politica attraverso l’influenza dei suoi giornali sull’opinione pubblica progressista.
Affermare che De Benedetti è di sinistra, anche se desiderava la tessera numero uno del partito democratico, come dicono i fedelissimi del premier, è un po’ azzardato.
L’Ingegnere spiegò cosi anni fa, in un’intervista all’Independent, la ragione di questo sospetto di sinistra:«Nel mio paese mi considerano un comunista perchè una volta dissi che una democrazia non è una democrazia fino a quando non c’è possibilità di cambiamento. Siccome nel mio paese i comunisti sono un terzo dei voti la gente pensò che volevo i comunisti al governo…».
Berlusconi e De Benedetti stanno invecchiando enon hanno ancora finito di confrontarsicomei duellanti del romanzo di Joseph Conrad.
Ma i tenenti ussari Armand d’Hubert e Gabriel Feraud si sfidarono per tutta la vita, nel segno dell’onore e dell’amore per una donna, mentre attorno crollava l’impero di Napoleone. Il Cavaliere e l’Ingegnere continuano la loro guerra infinita. Intanto l’Italia crolla.

da L’Unità