Latest Posts

"Così comprò i giudici per creare un impero", di Giuseppe D'Avanzo

Se non si ricorda come sono andate le cose venti anni fa, ci si può lasciare confondere dal frastuono sollevato dai commessi ubbidienti dell´Egoarca. Dunque. Due privati cittadini, capi d´impresa, si trovano in conflitto per la proprietà della Mondadori. Accade che gli eredi del fondatore (Arnoldo Mondadori) pattuiscano con Carlo De Benedetti (editore di questo giornale) la cessione della loro quota entro un termine, 30 gennaio 1991. Tra i soci c´è anche Silvio Berlusconi. Mai schietto, lavora nell´ombra. Traffica. Intriga. Ottiene che gli eredi passino nel suo campo. Nasce una lite. La decidono tre arbitri a favore di De Benedetti.
Berlusconi impugna il lodo dinanzi alla Corte d´appello di Roma. E´ qui si consuma il coup de théatre, il crimine, il robo. All´indomani della camera di consiglio, il giudice relatore Vittorio Metta deposita centosessantasette pagine d´una sentenza che dà partita vinta a Berlusconi. Era stata già scritta e non l´ha scritta il giudice e non è stata scritta nemmeno nello studio privato o nell´ufficio del giudice in tribunale. Preesisteva, scritta altrove. Il giudice ha venduto la sentenza per quattrocento milioni di lire – il giudizio è definitivo, è res iudicata (Corte d´appello di Milano, 23 febbraio 2007, respinto il ricorso dalla Cassazione il 13 luglio 2007) .
Il corruttore è Silvio Berlusconi. Ascoltate, perché questo è un brano della storia che solitamente viene trascurato. L´Egoarca porta a casa la ghirba per un lapsus del legislatore. Il parlamento vuole inasprire la pena della corruzione quando il corrotto vende favori processuali. Ma i redattori della legge dimenticano, compilandola, il «privato corruttore». Così per Berlusconi – è il «privato» che corrompe il giudice – non vale la nuova legge più severa (corruzione in atti giudiziari), ma la norma preesistente più blanda (corruzione semplice). Questa, con le attenuanti generiche, decide della prescrizione del delitto. Un colpo fortunato sovrapposto a un «aiutino» togato. Nel 2001, l´Egoarca è a capo del governo. Per il suo alto incarico gli vanno riconosciute – sostengono i giudici (e poi, irriconoscente, il Cavaliere si lamenta delle toghe) – le attenuanti generiche e quindi la prescrizione e non come sarebbe stato più coerente, proprio in ragione delle pubbliche responsabilità, le aggravanti e quindi la condanna insieme agli uomini (gli avvocati Previti, Acampora e Pacifico) che, nel suo interesse, truccarono il gioco.
Allora, per chi vuole ricordare, le cose stanno così: Berlusconi ha voluto, organizzato, finanziato la corruzione di Vittorio Metta che gli consegna – come il bottino di una rapina – la più grande casa editrice del Paese, ma non può essere punito.
Con buona pace di Marina Berlusconi e dei suoi argomenti («un esproprio») e arroganza («neppure un euro è dovuto da parte nostra»), dov´è la politica in questa storia? C´è soltanto la contesa di mercato tra due imprenditori. Uno dei due, Berlusconi, si muove come un pirata della Tortuga. Non gli va bene. Lascia troppe tracce in giro. Lo beccano. La sentenza della Corte d´appello civile è molto chiara in due punti decisivi.
1. Berlusconi è il corruttore. Scrivono i giudici: «Ai soli fini civilistici del giudizio, Silvio Berlusconi è corresponsabile della vicenda corruttiva».
2. Con la corruzione del giudice, Berlusconi non ha soltanto sottratto a De Benedetti la chance di prevalere nella causa sul controllo del gruppo Mondadori-Espresso (come ha sostenuto la sentenza di primo grado), ma gli ha impedito di vincere perché De Benedetti senza la corruzione giudiziaria avrebbe di certo conquistato un verdetto favorevole alle sue ragioni.
Oggi a distanza di venti anni, che non sono pochi soprattutto per chi ha patito l´inganno, Berlusconi – evitato il castigo penale – paga il prezzo della rapina, risarcendone il danno. Tutto qui?
Andiamoci piano. E´ un «tutto qui» che ci racconta molte cose di Berlusconi e qualcuna sul berlusconismo.
Si sa, il Cavaliere si lamenta: «Mi trattano come se fossi Al Capone». Lo disse accompagnando la sentenza di primo grado, in questo processo civile. La sentenza di appello ci consente di comprendere meglio che cosa l´Egoarca condivida con Al Capone: il rifiuto delle regole, il disprezzo della legge, l´avidità. Lo abbiamo già scritto in qualche altra occasione. Come Al Capone testimonia simbolicamente la crisi di legalità negli Stati Uniti degli Anni Venti, Berlusconi rappresenta – ne è il simbolo – l´Italia corrotta degli Anni Ottanta e Novanta, la crisi strutturale della sfera pubblica che ancora oggi, nonostante Tangentopoli, comprime il futuro del Paese. E´ infatti irrealistico immaginare Berlusconi fuori dal corso di quegli eventi: capitali oscuri, costanti prassi corruttive, liaisons piduistiche, un´ininterrotta presenza nel sottosuolo pubblico dove non esiste un angolo pulito. Berlusconi è quella storia e senza amnistie, senza un incessante e rinnovato abuso di potere, senza riforme del codice e della procedura preparate dai suoi governi, egli sarebbe considerato oggi un «delinquente abituale».
Accostiamo, per capire meglio, la sentenza di ieri della Corte d´appello civile di Milano con gli esiti processuali di un altro processo per corruzione. Questa volta non di un giudice, ma di un testimone, David Mills.
Lo si ricorderà. David Mills, per conto e nell´interesse di Berlusconi e con il suo coinvolgimento «diretto e personale», crea e gestisce «64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest», dove transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che hanno ricompensato Bettino Craxi per l´approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi (trasformati in Cct) destinati non si sa a chi (se non si vuole dar credito a un testimone che ha riferito come «i politici costano molto ed è in discussione la legge Mammì»). E ancora, il controllo illegale dell´86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l´acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche; la risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma tra i quali (appunto) Vittorio Metta; gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favorirono le scalate a Standa, Mondadori, Rinascente. In due occasioni (processi a Craxi e alle “fiamme gialle” corrotte), David Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere dai guai, da quella galassia societaria di cui l´avvocato inglese si attribuì la paternità ricevendone in cambio «enormi somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali», come si legge nella sentenza che lo ha condannato.
Sono sufficienti questi due approdi processuali (Mondadori e Mills) per guardare dentro la «scatola degli attrezzi» di Silvio Berlusconi e lasciare senza mistero la sua avventura imprenditoriale. Da quelle ricostruzioni, che non hanno mai incontrato un´alternativa accettabile, ragionevole, credibile nelle parole o nei documenti del Cavaliere, si può comprendere come è nato il Biscione e di quali deformità pubbliche e fragilità private ha goduto per diventare un impero. Se solo la memoria non avesse delle sincopi, spesso determinate dal controllo pieno dell´informazione, che cosa ne sarebbe allora del “corpo mistico” dell´ideologia berlusconiana, della sua agiografia epica? Chi potrebbe credere alla favola del genio, dell´uomo che si fatto da sé con un “fare” instancabile, ottimistico e sempre vincente, ispirato all´amore e lontano dal risentimento?
La verità è che finalmente, dopo un ventennio, comincia a far capolino e – quel che più conta – a diventare consapevolezza anche tra chi gli ha creduto come, al fondo della fortuna del premier, ci sia il delitto e quindi la violenza. Scorriamo i reati che gli sono stati contestati nei dodici processi che ha subito finora. Salta fuori il resoconto degli «attrezzi» del Mago: evasione fiscale; falso in bilancio; manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio; corruzione della politica (che gli confeziona leggi ad hoc); della polizia tributaria (che non vede i suoi conti taroccati); dei giudici (che decidono dei suoi processi); dei testimoni (che lo salvano dalle condanne). Senza il controllo dei “dispositivi della risonanza” – ripeto – sarebbe chiaro da molto tempo come la chiave del successo di Berlusconi la si debba cercare nel malaffare, nell´illegalità, nel pozzo nero della corruzione della Prima Repubblica, di cui egli è il figlio più longevo.
Oggi come ieri per far dimenticare la sua storia, per nascondere il passato, salvare il suo futuro, tenere in vita la mitologia dell´homo faber, Berlusconi non inventerà fantasmagoremi. L´Egoarca muove sempre gli stessi passi, ripete sempre le stesse mosse. Come per un riflesso automatico, si esibirà nell´esercizio che gli riesce meglio: posare da vittima “politica”, bersaglio di un complotto politico-giudiziario. Confondendo come sempre privato e pubblico, con qualche metamorfismo mediatico – ha degli ordigni e sa usarli – trasformerà la sua personale e privatissima catastrofe di imprenditore, abituato all´imbroglio e al crimine, in affaire politico che decide del destino della Nazione. Ha cominciato la figlia Marina, accompagnata dalla volgarità ingaglioffita e aggressiva dei corifei. Domani – comoda la prognosi – sarà il Cavaliere a menare la danza in prima fila. Con un mantra prevedibile e in attesa di escogitare un qualche sopruso vincente, dirà: «Contro di me tentano un attacco patrimoniale».
Vedremo così allo scoperto il più autentico statuto del berlusconismo: l´affermazione di un potere statale esercitato direttamente da un tycoon che sfrutta apertamente, e senza scrupoli, la funzione pubblica come un modo per proteggere i suoi interessi economici. Ieri, ne abbiamo già avuto un saggio nella tempesta declamatoria dell´intero gruppo dirigente del «partito della libertà» dove si è distinto Maurizio Lupi, che nella settimana che si apre sarà addirittura ministro di Giustizia. Le sue parole sono quasi il paradigma della devastazione della legalità che il berlusconismo ha codificato. L´uomo spesso posa a riformista dialogante, ma nell´ora decisiva mostra il suo volto più reale. Dice: «In qualsiasi Paese una sentenza che intima al leader di maggioranza di risarcire il vero leader dell´opposizione (De Benedetti ha la tessera n. 1 del Pd) avrebbe suscitato unanime condanna». Davvero in qualsiasi Paese, con l´eccezione di un´Italia gobba afflitta da malattie organiche, un imbroglione avrebbe potuto nascondere agli elettori le sue tecniche fino a diventare capo del governo? In quale altro Paese, scoperto l´imbroglio, il neoministro di Giustizia quasi come atto programmatico ne invoca l´impunità pretendendo la severa punizione dell´eretico che, truffato, ha chiesto il rispetto dei suoi diritti? In quale altro Paese un delitto commesso da un privato può essere cancellato in nome della sua funzione pubblica? Nelle poche parole del neoministro si può rintracciare il compendio delle «qualità» del ceto politico berlusconiano, i suoi strumenti, il suo metro: ignoranza, immoralismo cinico, illegalismo istituzionale, chiassosi stereotipi, menzogna sistematica e la totale eclissi dei due archetipi del sentimento morale: la vergogna e la colpa. Con tutta evidenza, siamo soltanto all´inizio del triste spettacolo che andrà in scena nelle prossime settimane perché – è chiaro – Berlusconi può abbozzare sulla manovra fiscale che riguarda gli altri, ma qui parliamo di lui, della sua “roba”. E´ per la “roba” che si è fatto politico e con la politica che vorrà salvare la sua “roba”. Costi quel che costi.

da la Repubblica

"Donne, «Noi al centro di questo Paese»", di Mariagrazia Gerina

Sullo schermo scorrono le immagini del 13 febbraio, donne che si abbracciano, donne che riempiono le piazze, tante, tantissime, una accanto all’altra, giovani, con i capelli bianchi, con il pancione, con le rughe, con il futuro davanti. A Roma, come a Milano, a Lamezia Terme come a Vercelli, a Trento come a Trani, a Verona come a Barcellona Pozzo di Gotto. Eccola, finalmente, la rappresentazione che volevano di sé. Se la sono fatta loro, dall’A alla Z. Soggetto, regia, cast, riprese (ognuna ha mandato un pezzo), montaggio. E adesso si applaudono le donne di Snoq: se non ora quando? Applaudono se stesse e le altre, nel piazzale di Prato Sant’Agostino, a Siena, dove cinque mesi dopo quell’urlo di rivolta con cui si sono imposte all’attenzione del paese, si sono date appuntamento per dare forma, organizzazione, struttura al “caos danzante” che hanno scatenato. Sotto scorrono – letti da Linda Sabbadini dell’Istat – i numeri delle donne che a parità di titolo di studio guadagnano meno e sono più precarie, delle 800mila costrette a dimettersi quando restano incinte, delle ore impiegate per tappare i buchi di un welfare sempre più privatizzato. Ma scorrono anche le note di Patti Smith. “People have the power”. E sì, il potere di cambiare il paese che le ha messe ai margini adesso lo vogliono avere loro, che non smettono più di battere le mani. Al quorum raggiunto, alle nuove giunte, rosa almeno per metà, alla storia di questi mesi, a una nuova stagione di partecipazione, partita proprio dalle donne, che sono state le prime a crederci. Giovani e “diversamente giovani”. Intellettuali e precarie. Pensionate e perennemente in-cerca-di-lavoro.

I 120 comitati
Dovevano essere mille, a Siena. Sono più del doppio. Arrivate in treno, in autobus, in macchina. Partite da Bari, da Trento, da Reggio Emilia, da Trani, da tutta la Toscana. I comitati Snoq, 120 ormai, sono spuntati come funghi in questi mesi lungo la penisola. Ci sono Le Cassandre di Napoli, le Voltapagina di Catania, ci sono “Le No Tav”, «veniamo da Pisa, ma abbiamo portato lo striscione anche a nome delle donne della Val di Susa», ci sono le Archeologhe che (R)esistono, da tutta Italia. Presenti anche “Le ragazze del Rub(y)icone”, avvisa lo striscione in fondo alla piazza, retto da due “giovani” pensionate: «Veniamo da Savignano sul Rubicone, da Gambettola, Gatteo, saremo già cinquanta, ma di tutte le età». In prima fila, quelle che hanno lanciato l’appello “Se non ora quando” si godono la scena, più affollata di ogni rosea aspettativa: Cristina e Francesca Comencini, Lunetta Savino, Francesca Izzo, Serena Sapegno, Valeria Fedeli, che poi è anche segretario Filtem della Cgil, ma qui le casacche non contano. Fianco a fianco con Susanna Camusso, Rosy Bindi, Flavia Perina, Giulia Buongiorno, Livia Turco, etc. «Tremate tremate le streghe sono tornate», ha scritto qualcuna su un foglietto che sventola tra gli altri appesi come bucato ad asciugare, per non lasciare nulla di inespresso. Il punto G, “Gridalo qui”, lo hanno chiamato questo women’s corner, che se la ride: «Ci vorrebbero rimandare a casa ha-ha-ha». E invece, no: eccole qui, di nuovo insieme. Qualcuno di loro in questi giorni ha scritto prudentemente che sono ormai un movimento “sociale”. Loro rivendicano invece che vogliono essere un movimento “po-li-ti-co”. «Questa due giorni di Siena è l’atto fondativo», spiega Cristina Comencini, «non di un partito, ma di una forza che dice cosa vuole, capace di cambiare la politica e che sappia dettare l’agenda ai partiti». La politica – osserva – si può fare in tanti modi. Loro hanno deciso di farla così. Dal basso. Senza schemi preordinati. Anche se adesso di tutto la parola chiave è “organizzare”: dare una forma stabile a questo «movimento contagioso come un virus, ma anche concreto come un corpo», come dice Nicoletta Dentico, anche lei, con “Filomena”, una delle fondatrici di Snoq. «Sembra un grande caos, ma c’è un filo di operosità femminile che corre sotto a ogni cosa».

E che a Siena comincia a darsi delle regole. Tre minuti ciascuna, per esempio, per chi sale sul palco. La trombetta suona implacabile per tutte. Per Susanna Camusso, che applauditissima si scaglia contro la manovra: «misogina perché taglia i servizi pensando che poi saranno le donne a supplire occupandosi di bambini, anziani e non autosufficienti» e invoca la “paternità obbligatoria”. E tre minuti per Margherita Dogliani che racconta della sua azienda dolciaria, dove oltre al lavoro c’è spazio anche per la cultura. «Sembra una sciocchezza, ma è un principio di equità – spiegano le organizzatrici – solo così alla fine saranno centinaia a parlare».

da www.unita.it

«Case e appalti, i segreti della Sogei. E i vertici sono di nuovo in bilico», di Sergio Rizzo

Le strane coincidenze sulla sede di rappresentanza a Roma

Un nuovo ribaltone si prepara ai vertici della Sogei, la società pubblica che ha in mano con l’Anagrafe tributaria tutti i nostri dati più delicati. E’ l’ennesimo, nel giro di neanche tre anni. Il grimaldello per far saltare i vertici è stato infilato nel decreto sviluppo. Con il pretesto di rilanciare il progetto della carta d’identità elettronica è previsto che un pezzo del Poligrafico dello Stato venga integrato nella Sogei: conseguenza inevitabile il rinnovo degli amministratori a strettissimo giro di posta. Il decreto ha concesso al consiglio una sopravvivenza massima di 45 giorni. E sebbene la disposizione sia stata concepita ben prima che esplodesse il caso di Marco Milanese, non è escluso che questo renda l’avvicendamento ancora più rapido del previsto. L’amministratore delegato Marco Bonamico non sconterà il fatto che la sua nomina sia stata a suo tempo caldeggiata proprio dall’ex consigliere di Tremonti ora destinatario di gravissime accuse, quanto piuttosto una gestione che il principale cliente della società, cioè l’Agenzia delle entrate, non considera a quanto pare pienamente soddisfacente. O almeno questa è la versione che trapela sia pure informalmente. Certo è che la Sogei da anni rappresenta per le Finanze un problema irrisolto. Una macchina enorme, con 1.784 dipendenti, in grado di movimentare un giro d’affari enorme: soltanto fra il 2008 e il 2009 ha assegnato appalti e contratti per 247 milioni di euro. Ma capace anche di offrirci situazioni davanti alle quali è impossibile non porsi delle domande. Per esempio, per quale strana ragione una società che ha una sede moderna e spaziosa a Roma, sia pure con una collocazione non esattamente centrale, ha sentito il bisogno di prendere in affitto un appartamento di rappresentanza a piazza Navona, a un prezzo che ha fatto discutere in consiglio di amministrazione? E di cui è proprietario lo stesso ente, il Pio Sodalizio dei Piceni, titolare dell’appartamento affittato da Milanese nel quale era ospite il ministro Giulio Tremonti? D’obbligo ricordare che quella casa è stata ristrutturata da una ditta, la Edil ars, destinataria di appalti della stessa Sogei. Come sarebbe d’obbligo chiarire quanto una pratica del genere, indice di un rapporto almeno curioso fra una società pubblica e un suo fornitore, fosse diffusa. Per non parlare poi di una storia che la stessa Corte dei conti non ha esitato a definire in una relazione pubblicata il 6 aprile di due anni fa «sconcertante» . E che spiega molte cose. Si tratta del giro di poltrone verificatosi fra il 2006 e il 2008, costato ai contribuenti italiani la bellezza di 11 milioni 267.599 euro fra liquidazioni, esodi incentivati e consulenze. Tutto comincia quando nel 2006 il governo di Romano Prodi decide di sostituire il presidente e l’amministratore delegato della Sogei. Il primo è l’ex sottosegretario alle Finanze del primo governo di Silvio Berlusconi, Sandro Trevisanato. Il secondo è Aldo Ricci, ingegnere. I due vengono liquidati con i ringraziamenti di rito ma soprattutto con le seguenti buonuscite: 320 mila euro per Trevisanato e un milione 320 mila euro per Ricci. Al loro posto arrivano un nuovo presidente, Gilberto Ricci, e un nuovo amministratore delegato nella persona di Valerio Zappalà, partner di Ernst &Young. Durano in carica a malapena un paio d’anni. Perché nel 2008 ritorna Tremonti e alla Sogei vengono richiamati prontamente Sandro Trevisanato, avvocato veneziano assai stimato dal ministro, e Aldo Ricci. Quest’ultimo è sponsorizzato da Milanese, consigliere politico di Tremonti che con la nomina a deputato è ora salito di rango ed ha ancora più voce in capitolo nella distribuzione degli incarichi. Passano pochi mesi e la Corte dei conti tira fuori una relazione ustionante nella quale definisce il costosissimo valzer di poltrone «contrario a principi e regole di condotta poste a garanzia di una sana e corretta gestione societaria» . Ma in quel rapporto ci sono passaggi ancora più interessanti. Si spiega infatti che all’inizio della breve gestione d i Tommaso P a -doa-Schioppa, il ministero dell’Economia aveva passato al setaccio i 5.700 contratti stipulati durante la precedente fase nella quale Aldo Ricci era stato amministratore delegato scoprendo che il 90%circa delle forniture risultavano frazionate al di sotto dei 200 mila euro. E parliamo di una cifra complessiva enorme, valutata in 565 milioni di euro. Non solo. Il ricorso alle gare europee era limitatissimo: non più del 15 per cento. Aggiunge la Corte dei conti che l’inchiesta disposta dal ministero dell’Economia segnalava, testualmente, «alcuni punti di attenzione, legati alle caratteristiche del fornitore e alle modalità di gestione del rapporto di fornitura. Fra le principali: la dipendenza economico-finanziaria dei fornitori da Sogei, la presenza nel parco fornitori di aziende con partecipazioni azionarie incrociate, il ricorso a procedure di affidamento diretto su categorie di beni e servizi fungibili, la irreperibilità di documenti a supporto delle procedure di affidamento diretto» . Ce ne sarebbe a sufficienza per una seria riflessione sulla decisione di rimettere al suo posto l’ex amministratore. Quei rilievi, invece, passano come l’acqua fresca. Finché il direttore dell’Agenzia delle entrate Attilio Befera, fortemente critico nei confronti della gestione della Sogei, decide che la misura è colma. Non ritiene assolutamente adeguate le prestazioni rese al Fisco dalla società pubblica e chiede che la governance venga profondamente rinnovata. Così, nemmeno un anno dopo il suo ritorno, Aldo Ricci viene sostituito dallo stesso ministro che lo aveva ricollocato sul ponte di comando. Non senza però che Milanese riesca anche in questo caso a dire la sua. E arriva Marco Bonamico, ex direttore generale del Formez, con un passato di incarichi in società immobiliari. Alle Finanze digeriscono. Nel frattempo però è uscito dai cassetti il progetto di fondere la Sogei con il Poligrafico… Il nome del prossimo capo ancora nessuno lo fa. Sulla carta dovrebbe essere un tecnico: esperto di informatica. Chi altro potrebbe far funzionare bene l’anagrafe tributaria? La Sogei a quello dovrebbe servire. E soltanto a quello.

da Corriere della Sera

"La grandezza indicibile di Rubino", di Roberto Benigni

Addio a Salmonì, memoria della comunità ebraica romana. Ispirò «La vita è bella»

È morto a 91 anni Rubino Romeo Salmonì, sopravvissuto ad Auschwitz, memoria della comunità ebraica romana, a cui si ispirò Roberto Benigni nella scrittura del film «La vita è bella». Abbiamo chiesto a Benigni di raccontarci cosa lo colpì nel loro incontro.

Rubino Romeo Salmonì era un personaggio davvero speciale, che ho tenuto sempre nel cuore. Lo avevo conosciuto mentre preparavo «La vita è bella», insieme ad altri ebrei romani che mi avevano raccontato la loro storia, il dramma della deportazione.

Mi era rimasto impresso nella memoria e non l’ho dimenticato perché nel suo modo di ricordare le cose aveva una leggerezza particolare, difficile da immaginare e che colpiva tutti. Potrei dire che aveva un aspetto ilare, che nel suo modo di essere, di presentarsi e di raccontare c’era un lato comico speciale. Aver passato quell’esperienza tremenda ed essere capace di vivere così è dimostrazione di una grandezza indicibile.

Gli incontri con uomini come Rubino sono quelli che ti cambiano in profondità, perché quando guardi negli occhi queste persone poi non sei più quello di prima.
Mi resta di lui l’immagine di una persona che aveva voluto vivere a tutti i costi e in maniera giusta.

dawww.lastampa.it

******

Shoa, è morto Romeo Salmonì
Ispirò il film di Benigni

Salmonì, shoa, deceduto
Lui era tornato. Ed ha avuto una vita molto più lunga e felice di chi avrebbe voluto ucciderlo. ‘Ho sconfitto Hitler’, così aveva intitolato un libro sulla sua incredibile esistenza. Sessantasette anni dopo il viaggio verso Auschwitz, Rubino Romeo Salmonì è morto nella sua Roma, a 91 anni. Era uno degli ultimi superstiti della comunità ebraica sconvolta dal rastrellamento nazista durante la Seconda guerra mondiale.

Sfuggito alle Ss il 16 ottobre del ’43 nella razzia del Ghetto, era stato catturato dalla polizia fascista sei mesi dopo. Via Tasso – la camera di tortura per gli oppositori e i resistenti -, il carcere di Regina Coeli, quindi il lager. Non morì Salmonì e tornò a casa nel 1945. A Roma ritrovò i genitori, ma non i fratelli Angelo e Davide, uccisi dai nazisti. Due dei suoi sei fratelli, tutti maschi (lui era il quinto).

«Il lungo viaggio verso la morte», come lo avrebbe chiamato, era finito e Romeo c’era ancora. Ha avuto il tempo di sposarsi con Mirella, di festeggiare i 60 anni di matrimonio, di crescere i figli e una miriade di nipoti. La sua esperienza Salmonì l’ha raccontata nelle scuole, ai convegni, nelle Giornate della Memoria. L’infanzia e l’adolescenza nel Ghetto, «dove c’era tanta povertà, ma anche tanta fratellanza», come raccontava in un’intervista video nel 1998. Le notti nello stesso letto con tutti i fratelli, a 18 anni il lavoro da «sfasciacarrozze», il clima che cambia con le leggi razziali, proprio in quel 1938, «l’antisemitismo diventa strisciante». E poi la vita-non-vita del lager, il contatto continuo con la morte, la propria a un passo e quella degli altri di fronte. Le canzoni barattate con il cibo, i versi scritti per gli zingari, il freddo, la fame, le violenze, oltre ogni limite. Infine, incredibile, il ritorno. Tutto quello insomma che si è visto anche nel film di Benigni, ‘La Vita è bella’.

«Testimone coraggioso sopravvissuto ad una delle pagine più tragiche e infami della storia del nostro Paese e dell’umanità intera», ha definito Salmonì il presidente del Senato Renato Schifani. Per il presidente della Camera Gianfranco Fini «Salmonì ha dedicato tutta la sua vita a mantenere vivo il ricordo, nella consapevolezza che soltanto la memoria può rappresentare un efficace e potente antidoto capace di impedire il ritorno dei mostri del passato».

«È stato un esempio per i giovani e per l’intera città – ha detto il sindaco di Roma Gianni Alemanno». Salmonì è stato ricordato, tra i tanti, anche dai presidenti di Regione Lazio e Provincia di Roma. «Non dobbiamo disperdere il suo impegno civile», ha chiesto l’ex sindaco di Roma Walter Veltroni.

dawww.unita.it

"Prodi: «L’Italia paga per la debolezza di questo governo»", di Francesco Cundari

L’allarme per l’attacco della speculazione contro l’Italia si inserisce nel contesto della crisi dell’Europa, dice Romano Prodi, ma se in questo quadro l’Italia ha preso «la bastonata più forte» è perché «lo scossone europeo ha coinciso con un momento di grande debolezza e di fortissime tensioni interne al governo italiano».

Negli ultimi anni Romano Prodi ha scritto molto e parlato poco. Ha partecipato al dibattito pubblico più attraverso articoli e interventi d’occasione che attraverso interviste. In questo caso, l’occasione è offerta dagli auguri che l’ex presidente del Consiglio e della Commissione europea ha voluto fare al nuovo direttore dell’Unità, «tanto più doverosi in un momentoc osì difficile per la stampa quotidiana».

Certo non è un momento facile nemmeno per l’Italia nel suo complesso. Qual è la sua impressione, all’indomani del tracollo della borsa e dei titoli di stato sui mercati?
«Sono problemi che partono da lontano. Pesa, in particolare, l’incapacità della leadership europea di affrontare i problemi della moneta unica. Ormai è più di un anno che si continua a rinviare, lasciando così uno spazio indebito alla speculazione internazionale, che certo non ha bisogno di incoraggiamenti per farsi avanti. Ma se in questo quadro l’Italia ha ricevuto la bastonata più forte il motivo è che lo scossone europeo ha coinciso con un momento di grande debolezza e di fortissime tensioni interne al governo italiano: le polemiche fra ministri e fra partiti hanno dato un messaggio di sbandamento che è una vera manna per chi vuole giocare al ribasso. Certo, le debolezze strutturali dell’economia italiana costituiscono il problema di fondo, ma in questo caso i fattori politici sono stati determinanti».

Nonritieneche nella fragilità di tanti paesi dell’Unione sottoposti agli attacchi della speculazione abbiano avuto un peso anche fattori politici europei?
«Il problema è l’atteggiamento del tutto contraddittorio da parte dei governi e dei leader politici: sanno benissimo che è interesse dei loro Paesi, Germania compresa, che l’euro rimanga saldo, ma ognuno di loro insegue il populismo di casa propria, rendendo così il problema sempre più grave. Io penso che alla base vi sia una mancanza di leadership, perché leadership significa fare le scelte necessarie anche se sono sgradevoli. In Europa, invece, si tende a compiere scelte gradite all’elettorato oggi, anche se nefaste per il domani».

Sembra di capire che il suo giudizio sullagestionedella crisi dei debiti pubblici e in particolare della vicenda greca non sia troppo positivo.
«In fondo la dottrina dominante è consistita nel rinvio continuo, nel prendere anche minime decisioni sempre l’ultimo giorno utile, facendo così diventare enormi problemi che affrontati per tempo sarebbero risultati tutto sommato modesti. Alla base di questa dinamica, purtroppo, sta una fiducia molto fragile nell’Europa. Non si vuole comprendere che l’Europa non può essere costruita a metà. Fatta la moneta unica, manca la metà delle grandi decisioni politiche, a partire dalla politica estera. Soprattutto, non funziona il cosiddetto motore a due cilindri franco-tedesco. Non funziona assolutamente».

Per quale ragione?
«Da un lato non vi è armonia tra questi due grandi protagonisti della politica europea, Francia e Germania. Dall’altro, essi stessi non si fanno carico della responsabilità che hanno nei confronti degli altri Paesi dell’Unione. Nei consigli europei si è creato un clima quasi di estraneità, mentre la Commissione è stata privata della gran parte dei suoi poteri. Solo il Parlamento, lentamente e negli ancora ristretti limiti delle sue competenze, sta assumendo un ruolo più incisivo».

È immaginabile, in questo quadro, che i partiti progressisti europei, a cominciare naturalmente dal Pd, possano elaborare una strategia o almeno definire i principi di fondo di un progetto comune?
«Questo appartiene ai miei desideri, non certo alle mie previsioni».

Pensa che le attuali difficoltàdipendano anche dal modo in cui l’Europa ha affrontato la grande crisi del 2008?
«La crisi ha semplicemente fatto scoppiare problemi che in Europa erano già presenti. Dopo gli anni in cui abbiamo costruito con coraggio il mercato unico, l’allargamento, l’euro, negli ultimi anni siamo entrati nell’epoca della paura: paura dell’immigrazione, paura della Cina, paura del mondo. La crisi ha fatto semplicemente precipitare le conseguenze di questi atteggiamenti già ben presenti nei governi europei».

Dal dibattito che si sta svolgendo in Europa,e anchedentro il governo italiano, sembra riproporsi l’antico dilemma tra crescita e risanamento.
«Ma in Italia non abbiamo davanti nessun dilemma del genere. Qui il problema è spegnere l’incendio. Se non teniamo saldi i conti non possiamo neanche pensare alla crescita. Quando i nostri buoni del tesoro hanno tassi di due punti e mezzo superiori a quelli tedeschi, il peso del debito è insostenibile, e allora bisogna rimediare, restituire tranquillità ai mercati internazionali e riprendere il cammino verso i tassi tedeschi».

Molti osservatori sostengono che accanto ai fattori politici, sulle difficoltà dell’Italia, pesino anche fattori istituzionali, l’eterna incompiutezza della transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. Condivide questo giudizio?
«Sì, è quello che penso anch’io. L’Italia ha bisogno di recuperare un rapporto tra i cittadini, i loro rappresentanti e i loro governanti. Da questo punto di vista, considero centrale la questione della legge elettorale».

È un problema che al momento sembra dividere lo stesso Partito Democratico. Qual è la sua posizione?
«Non è unproblema del Partito Democratico, madell’Italia. Abbiamo bisogno di governi stabili, legittimati dal voto dei cittadini, e di un Parlamento realmente legato ai territori e agli elettori. D’altra parte, io ho esordito in politica con questa semplice idea, che è il significato dell’Ulivo, e non l’ho mai cambiata. Pertanto, mentre si discute di come uscire da una legge elettorale che ha fatto tanti danni, non posso che esprimere un orientamento coerente con la mia posizione di sempre. E cioè che l’Italia, per risolvere i suoi problemi, ha bisogno del bipolarismo e del maggioritario».

Parlando dell’Italia, presidente, non possiamo chiudere l’intervista senza chiederle un commento sulla notizia del giorno: la sentenza sul lodo Mondadori. Cosa ne pensa?
«Non commento le sentenze, so solo che devono essere eseguite»

da L’Unità

«Non sempre è giusto salvare i figli», di Ferdinando Camon

A Vaprio d’Adda, nella provincia milanese, in piena notte, un figlio di 34 anni travolge con l’auto un ragazzo in bicicletta e scappa, e suo padre di 76 anni si presenta dai carabinieri per dire: «Sono stato io, arrestatemi, voglio pagare». I carabinieri non gli credono. Indagano freneticamente, e all’alba scoprono il vero colpevole, che alla fine confessa.

Qui s’impone una domanda: un padre pronto ad andare in prigione al posto del figlio, lo ama? Gli fa del bene? Lo aiuta?
Non tutti i lettori saranno d’accordo, ma bisogna rispondere di no.
Certo, l’amore è disposizione al sacrificio, chi ama soffre nel vedere l’amato che soffre, vorrebbe mettersi al suo posto.
Ma chi ama non può togliere un diritto all’amato. Deve anzi aiutarlo a far valere i suoi diritti, ad attuarli.

Noi diciamo sempre che chi ha ucciso, sia pure colposamente, ha il dovere di espiare, scontando la pena. È una formula imprecisa, anzi errata. La formula giusta è: chi ha fatto un omicidio, colposo o colpevole, «ha il diritto» di espiare. Se non lo fai espiare, gli togli un diritto. La sua vita sarà umanamente degna solo dopo l’espiazione.

Se fa il latitante, se scappa all’estero, se trova protezione di qualche genere, compresa quella del padre che va in prigione al posto suo, allora non si redime, non rimette la sua vita in relazione con l’umanità, sta fuori della morale e della legge. Vive una vita indegna. Aiutandolo in questo, gli si fa del male.

Certo, di un padre che corre a farsi mettere in galera al posto del figlio, esclamare: «Lo ama» è giusto. Non si può dire che non lo ama. Lo ama al massimo, è pronto a farsi seppellire vivo al posto suo. Però lo ama, ma non gli vuol bene. Lo ama, ma non fa il suo bene. Il suo bene è la redenzione, gli vuol bene chi lo avvia e lo sorregge sulla strada della redenzione.

C’è una stupenda poesia di Catullo sulla differenza tra amare e voler bene. Ci sono delle situazioni, dice, in cui la persona che ami si comporta male. Ma non per questo tu puoi smettere di amarla, anzi la ami di più. Però non la apprezzi, non le vuoi bene. Non ti è cara.

Più la disprezzi, più la ami e meno le vuoi bene. L’amare ti lega a lei e basta. Il voler bene ti lega a lei e a tutti. Nell’amare non giudichi, nel voler bene giudichi ed educhi. Nell’amare, se l’altro è peggiore, tu peggiori. Se l’altro è drogato, tu ti droghi. Nell’amare, se l’altro è nel male, tu lo raggiungi e vai nel male. Nel voler bene, fai di tutto per tirarlo nel bene.

È strano che qui, in questo episodio milanese, sia il padre a non denunciare il figlio. Di solito, a non denunciare sono le madri. Le madri hanno un senso della famiglia, come dire, endofamigliare: tutta la vita si svolge secondo le regole interne della famiglia. I padri fanno da ponte fra la famiglia e la società. Se un figlio sgarra, è più facile che lo denunci il padre che non la madre.

Questo figlio di 34 anni si sentiva protetto dal padre verso la società: aveva dei precedenti per ubriachezza ed eccesso di velocità, non sarà stato perdonato anche allora? Non è che tutti lo amavano troppo ma nessuno gli voleva veramente bene?

www.lastampa.it

"Un regno che affonda in un mare di scandali", di Eugenio Scalfari

LA FINE d’un regno ha sempre un andamento drammatico e talvolta addirittura tragico. Pensate a Macbeth e a Lear ma anche a Hitler e a Mussolini, dove la realtà sembra imitare i vertici della letteratura.
Talvolta però alla cupezza del dramma si accompagna la sconcia comicità della farsa; sconcia perché inconsapevole e quindi cupa e drammatica anch’essa. Vengono in mente alcuni comprimari del fine regno berlusconiano: Brunetta, Gasparri, La Russa, Quagliariello, Sacconi, Ghedini, Prestigiacomo, Gelmini, Alfano e il suo partito degli onesti. Con Calderoli siamo al culmine della comicità inconsapevole, a cominciare da come si veste e da come cammina: non è un pavone che esibisce la sua splendida ruota e neppure un tacchino con i suoi bargigli, ma ha piuttosto l’andare del gallinaccio, il più sgraziato dei pennuti.
Bossi no, non è comico ma profondamente drammatico: un leader lucido e sensibilissimo a cogliere gli umori della sua gente, cui la malattia aveva addirittura conferito un di più, quella parlata inceppata, quei gesti di una volgarità voluta, quella faccia segnata ma non rassegnata: così era stato fino a un anno fa, ma poi il vento è cambiato anche nella Lega e il Senatur ha cominciato ad annaspare. Ora sembra un timoniere senza bussola e senza stelle che procede alla cieca in una fitta foschia mentre infuria lo scontro per la successione.

Il dramma di Berlusconi è ancora più complesso ed enigmatica la sua comicità. A volte è anche per lui
inconsapevole e quindi oscena come nel caso della nipote di Mubarak. Ma poi usa consapevolmente quella stessa comicità, la trasforma in barzelletta con la quale strappare al suo pubblico una risata e un applauso con la duplice intenzione di dimostrare la sua autoironia e la sua calma nella tempesta. A volte però la barzelletta non piace, non provoca la risata liberatoria ma un assordante silenzio e in lui sempre più spesso emerge la sindrome della solitudine, del tradimento, della congiura.

Leggendo l’altro ieri la sua intervista a “Repubblica” tutti questi passaggi sono chiarissimi: c’è la stanchezza d’un leader che preannuncia il suo futuro di padre nobile, il disprezzo verso i nemici esterni, l’ira verso i traditori interni, la volontà di mantenere il potere attraverso i figliocci da lui delegati. Infine il colpo di teatro d’affidare il lascito testamentario ad un giornale da lui attaccato, vilipeso, ingiuriato.

E Tremonti? Qual è la parte di Tremonti in questo fine regno sempre più incombente?
Ha appena varato una manovra finanziaria che avrebbe dovuto mettere al sicuro i conti pubblici e il debito sovrano, ma proprio nei giorni del varo i mercati sono stati scossi da una speculazione che ha il nostro debito, le nostre banche, i nostri titoli, come bersagli primari. Invece di rafforzare la stabilità del governo e della maggioranza la manovra ha aumentato le crepe diventando a sua volta un fattore di instabilità.
Potrà in queste condizioni il ministro dell’Economia restare al suo posto? Potrà reggere al dibattito parlamentare che si annuncia estremamente difficile?

* * *

La storia – lo sappiamo – non si fa con i se, ma i se a volte ci aiutano a capir meglio i fatti che sono realmente avvenuti. Dove saremmo oggi se il 14 dicembre del 2010 Berlusconi non avesse avuto la fiducia?
Il governo sarebbe caduto, il Presidente della Repubblica avrebbe aperto le consultazioni e molto probabilmente avrebbe nominato un nuovo governo, un nuovo presidente del Consiglio, un nuovo ministro del Tesoro. I nomi non mancavano ed erano tutti di primissimo piano, da Mario Monti a Mario Draghi. I mercati sarebbero stati ampiamente rassicurati da quei nomi e dalla loro politica.
Purtroppo non andò così. Oggi i mercati stanno attaccando i titoli pubblici emessi dallo Stato e i titoli delle banche; il rendimento dei buoni del Tesoro decennali è salito al 5 e mezzo per cento, lo “spread” rispetto al Bund tedesco a 2,48.

Nel frattempo ieri mattina la Corte civile d’appello di Milano ha condannato la Fininvest, nel processo di secondo grado sul Lodo Mondadori, a pagare alla Cir di Carlo De Benedetti 560 milioni di euro. Si tratta d’una sentenza che fa giustizia in sede civile d’uno dei più gravi reati che il nostro codice penale contempla: la corruzione di magistrati. Quel reato fu accertato con sentenza definitiva ma Berlusconi ne fu tenuto fuori perché per lui erano decorsi i termini della prescrizione.
Restava tuttavia il diritto della parte lesa al risarcimento del danno e a questo ha provveduto la sentenza di ieri. Essa certifica che l’impero editoriale del presidente del Consiglio è fondato su un gravissimo reato penale. Noi l’abbiamo sempre saputo e sempre detto e questo è per noi il valore politico e morale della sentenza di ieri.

* * *

Ribadito che la reazione negativa dei mercati è motivata principalmente dall’implosione della maggioranza di centrodestra, occorre tuttavia esaminare la manovra nella sua impostazione politica e tecnica, ambedue estremamente manchevoli.
Il ministro dell’Economia aveva inizialmente spacchettato i tempi dell’operazione: per l’esercizio in corso un intervento di un miliardo e mezzo, di semplice manutenzione. Nel 2012 cinque miliardi e mezzo e tanto bastava secondo il calendario concordato con l’Ue. Il grosso nei due esercizi successivi, 20 miliardi in ciascuno di essi per azzerare il deficit nel 2013 e per realizzare il pareggio del bilancio nel 2014. In totale 47 miliardi, ai quali bisognava aggiungerne circa 32 utilizzati nel 2009-2010 per mettere i conti pubblici in sicurezza.
Sembrò che queste operazioni fossero sufficienti e che il loro risultato finale segnasse il pieno successo di Tremonti e per riflesso del governo di cui egli è il perno economico. Mancavano in questo quadro di rigore finanziario, interventi destinati alla crescita del prodotto interno lordo, ma il superministro non mostrava di preoccuparsene. La crescita sarebbe venuta al momento opportuno. Protestavano le imprese, protestavano i sindacati, protestavano le organizzazioni dei commercianti e dei consumatori e protestavano anche Berlusconi e Bossi, ma Tremonti restava fermo e sicuro con l’appoggio dell’Europa e – così sembrava – anche dei mercati.
Ma poi le cose sono radicalmente cambiate e una realtà del tutto diversa è venuta a galla. Fermo restando lo spacchettamento temporale, si è venuti a sapere che Tremonti aveva effettuato un altro tipo di spacchettamento: la manovra vera e propria non era di 47 miliardi ma soltanto di 40; di questi, 25 erano contenuti nel decreto firmato quattro giorni fa da Napolitano (dopo che era stata ritirata la vergognosa norma mirata a bloccare la sentenza sul Lodo Mondadori). Altri 15 miliardi sarebbero stati invece reperiti con la legge delega per la riforma fiscale, che dovrà anch’essa esser votata dal Parlamento nelle prossime settimane o nei prossimi mesi.

È proprio la riduzione della manovra che ha indotto Giorgio Napolitano nel momento in cui firmava il decreto a indicare la necessità di ulteriori interventi da prendere al più presto possibile. Senza ancora entrare nel merito, la criticità che ha allarmato i mercati si deve soprattutto a quei 15 miliardi affidati alla legge delega. Dovrà essere approvata dal Parlamento e dovrà poi confrontarsi, nel momento di emettere i decreti delegati, non solo con l’apposita commissione bicamerale ma soprattutto con la conferenza Stato-Regioni. E poiché la parte più rilevante dei 15 miliardi da reperire è prevista proprio a carico delle Regioni e degli Enti locali, è facile prevedere che il negoziato sarà lungo e molto complesso.
La reperibilità e la tempistica restano dunque i punti interrogativi che difficilmente saranno risolti nel prossimo esercizio.
Quanto al merito, la manovra da 25 miliardi e la riforma fiscale per reperirne altri 15 poggiano, come ha più volte osservato Bersani, su prelievi a carico del sociale: il taglio dei contributi agli Enti locali, le maggiori imposte territoriali, il peggioramento dei servizi, il potere d’acquisto delle famiglie, la mancata rivalutazione delle pensioni, i giovani disoccupati, l’età pensionistica delle donne.

Se si dovesse definire con due parole il significato politico di questa imponente operazione, di cui uno degli interventi principali è l’imposta sui titoli depositati nelle banche, si dovrebbe definirla una manovra di classe. Forse questo piacerà al Pdl e per alcuni aspetti anche alla Lega, ma certo non piacerà alle opposizioni e soprattutto a quelle fasce sociali che si sono manifestate nelle recenti elezioni amministrative e nel voto referendario.

* * *

L’ultimo capitolo che marca il fine regno berlusconiano è la marea degli scandali che coinvolge due eminenti deputati del Pdl, Alfonso Papa e Marco Milanese, un ministro di recente nomina, quel Saverio Romano sul quale il Presidente della Repubblica nell’atto di firmare il decreto di nomina voluto da Berlusconi indicò un possibile impedimento giudiziario che in quel momento era soltanto potenziale ma che ora è diventato di stringente attualità perché a suo carico è stato formalizzato dal Tribunale di Palermo un mandato di cattura per associazione mafiosa.
Papa, Milanese, Romano sono i tre terminali sui quali stanno lavorando le Procure di Napoli, Palermo e Roma e che riguardano appalti, nomine in alcune imprese di natura pubblica, dazioni di danaro, gioielli, automobili di altissimo pregio, immobili, informazioni riservate ed usate per ricatti e vere e proprie estorsioni.
Il centro di alcuni di questi scandali e di questi reati è la Guardia di finanza e il suo Comando generale. Il ministro dell’Economia, ascoltato di recente come testimone dalla Procura di Napoli, ha addirittura ammesso che esistono due cordate nella Guardia di finanza che operano per favorire due diversi candidati alla nomina di comandante generale.

Tremonti del resto è coinvolto in pieno dallo scandalo Milanese; un uomo che è al suo fianco dal 2005 e che è stato colto con le mani nel sacco per decine di reati, ricatti, uso di informazioni riservate. Di tutto ciò il ministro garantisce di non essere mai stato al corrente. Delle due l’una: o il ministro non dice il vero oppure la sua dabbenaggine nella scelta dei collaboratori rasenta un livello tale da minare la sua credibilità.
In questa situazione sarebbe estremamente urgente che il Partito democratico producesse una seria proposta alternativa di politica economica, di politica istituzionale e di legge elettorale. Bersani si era impegnato a farlo subito dopo le elezioni del maggio scorso, ma quella promessa non è stata mantenuta, si è restati nel vago di dichiarazioni che non descrivono una politica nella sua completezza e concretezza.
Il Pd rischia di perdere un’occasione storica per ridare un ruolo al centrosinistra e al riformismo. Viene da dire – insieme alle donne italiane di nuovo mobilitate – se non adesso, quando?

da www.repubblica.it